Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

Paradiso

Canto IV

mercoledì 13 aprile

Cielo I: Luna 

Intelligenze motrici: Angeli

Beatrice, Dante

Spiriti mancanti ai voti: immagini evanescenti, come apparissero da vetri tersi o da acque nitide. 

Dottrina della volontà assoluta e della volontà relativa.

Comincia il canto quarto del Paradiso. Nel quale Beatrice solve il dubbio della doppia volontà e del tornar dell'anime alle stelle.

 

       Intra due cibi, distanti e moventi 

d'un modo, prima si morria di fame, 

che liber'omo l'un recasse ai denti; 

       sì si starebbe un agno intra due brame 

di fieri lupi, igualmente temendo; 

sì si starebbe un cane intra due dame: 

       per che, s'i' mi tacea, me non riprendo, 

da li miei dubbi d'un modo sospinto, 

poi ch'era necessario, né commendo. 

       Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto 

m'era nel viso, e 'l dimandar con ello, 

più caldo assai che per parlar distinto. 

       Fé sì Beatrice qual fé Daniello, 

Nabuccodonosor levando d'ira, 

che l'avea fatto ingiustamente fello; 

       e disse: «Io veggio ben come ti tira 

uno e altro disio, sì che tua cura 

sé stessa lega sì che fuor non spira. 

       Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura, 

la violenza altrui per qual ragione 

di meritar mi scema la misura?". 

       Ancor di dubitar ti dà cagione 

parer tornarsi l'anime a le stelle, 

secondo la sentenza di Platone. 

       Queste son le question che nel tuo velle 

pontano igualmente; e però pria 

tratterò quella che più ha di felle. 

       D'i Serafin colui che più s'india, 

Moisè, Samuel, e quel Giovanni 

che prender vuoli, io dico, non Maria, 

       non hanno in altro cielo i loro scanni 

che questi spirti che mo t'appariro, 

né hanno a l'esser lor più o meno anni; 

       ma tutti fanno bello il primo giro, 

e differentemente han dolce vita 

per sentir più e men l'etterno spiro. 

       Qui si mostraro, non perché sortita 

sia questa spera lor, ma per far segno 

de la celestial c'ha men salita. 

       Così parlar conviensi al vostro ingegno, 

però che solo da sensato apprende 

ciò che fa poscia d'intelletto degno. 

       Per questo la Scrittura condescende 

a vostra facultate, e piedi e mano 

attribuisce a Dio, e altro intende; 

       e Santa Chiesa con aspetto umano 

Gabriel e Michel vi rappresenta, 

e l'altro che Tobia rifece sano. 

       Quel che Timeo de l'anime argomenta 

non è simile a ciò che qui si vede, 

però che, come dice, par che senta. 

       Dice che l'alma a la sua stella riede, 

credendo quella quindi esser decisa 

quando natura per forma la diede; 

       e forse sua sentenza è d'altra guisa 

che la voce non suona, ed esser puote 

con intenzion da non esser derisa. 

       S'elli intende tornare a queste ruote 

l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse 

in alcun vero suo arco percuote. 

       Questo principio, male inteso, torse 

già tutto il mondo quasi, sì che Giove, 

Mercurio e Marte a nominar trascorse. 

       L'altra dubitazion che ti commove 

ha men velen, però che sua malizia 

non ti poria menar da me altrove. 

       Parere ingiusta la nostra giustizia 

ne li occhi d'i mortali, è argomento 

di fede e non d'eretica nequizia. 

       Ma perché puote vostro accorgimento 

ben penetrare a questa veritate, 

come disiri, ti farò contento. 

      Se violenza è quando quel che pate 

niente conferisce a quel che sforza, 

non fuor quest'alme per essa scusate; 

     ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,

ma fa come natura face in foco, 

se mille volte violenza il torza. 

       Per che, s'ella si piega assai o poco, 

segue la forza; e così queste fero 

possendo rifuggir nel santo loco. 

       Se fosse stato lor volere intero, 

come tenne Lorenzo in su la grada, 

e fece Muzio a la sua man severo, 

       così l'avria ripinte per la strada 

ond'eran tratte, come fuoro sciolte; 

ma così salda voglia è troppo rada. 

       E per queste parole, se ricolte 

l'hai come dei, è l'argomento casso 

che t'avria fatto noia ancor più volte. 

       Ma or ti s'attraversa un altro passo 

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso 

non usciresti: pria saresti lasso. 

       Io t'ho per certo ne la mente messo 

ch'alma beata non poria mentire, 

però ch'è sempre al primo vero appresso; 

       e poi potesti da Piccarda udire 

che l'affezion del vel Costanza tenne; 

sì ch'ella par qui meco contradire. 

       Molte fiate già, frate, addivenne 

che, per fuggir periglio, contra grato 

si fé di quel che far non si convenne; 

       come Almeone, che, di ciò pregato 

dal padre suo, la propria madre spense, 

per non perder pietà, si fé spietato. 

       A questo punto voglio che tu pense 

che la forza al voler si mischia, e fanno 

sì che scusar non si posson l'offense. 

       Voglia assoluta non consente al danno; 

ma consentevi in tanto in quanto teme, 

se si ritrae, cadere in più affanno. 

       Però, quando Piccarda quello spreme, 

de la voglia assoluta intende, e io 

de l'altra; sì che ver diciamo insieme». 

       Cotal fu l'ondeggiar del santo rio 

ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva; 

tal puose in pace uno e altro disio. 

       «O amanza del primo amante, o diva», 

diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda 

e scalda sì, che più e più m'avviva, 

       non è l'affezion mia tanto profonda, 

che basti a render voi grazia per grazia; 

ma quei che vede e puote a ciò risponda. 

       Io veggio ben che già mai non si sazia 

nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra 

di fuor dal qual nessun vero si spazia. 

       Posasi in esso, come fera in lustra, 

tosto che giunto l'ha; e giugner puollo: 

se non, ciascun disio sarebbe frustra

       Nasce per quello, a guisa di rampollo, 

a piè del vero il dubbio; ed è natura 

ch'al sommo pinge noi di collo in collo. 

       Questo m'invita, questo m'assicura 

con reverenza, donna, a dimandarvi 

d'un'altra verità che m'è oscura. 

       Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi 

ai voti manchi sì con altri beni, 

ch'a la vostra statera non sien parvi». 

       Beatrice mi guardò con li occhi pieni 

di faville d'amor così divini, 

che, vinta, mia virtute diè le reni, 

       e quasi mi perdei con li occhi chini.

 

 

 

 

 

 

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Canto V

mercoledì 13 aprile

Cielo I: Luna 

Intelligenze motrici: Angeli  

Cielo II:

 Mercurio 

Intelligenze motrici: Arcangeli

Beatrice, Dante, Giustiniano

Spiriti mancanti ai voti: immagini evanescenti, come apparissero da vetri tersi o da acque nitide. 

Spiriti attivi: splendori che si muovono come pesci in peschiera; cantano e danzano manifestando la loro gioia con aumento di fulgore.  

Beatrice spiega la natura del voto.

Comincia il canto quinto del Paradiso. Nel quale Beatrice dichiara all'autore se per alcuna permutazione si può adempiere il voto fatto. E quindi, saliti nel secondo cielo, vede l'autore molti spiriti gloriosi, de' quali uno, offertoglisi, domanda chi el sia.

 

       «S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore 

di là dal modo che 'n terra si vede, 

sì che del viso tuo vinco il valore, 

       non ti maravigliar; ché ciò procede 

da perfetto veder, che, come apprende, 

così nel bene appreso move il piede. 

       Io veggio ben sì come già resplende 

ne l'intelletto tuo l'etterna luce, 

che, vista, sola e sempre amore accende; 

       e s'altra cosa vostro amor seduce, 

non è se non di quella alcun vestigio, 

mal conosciuto, che quivi traluce. 

       Tu vuo' saper se con altro servigio, 

per manco voto, si può render tanto 

che l'anima sicuri di letigio». 

       Sì cominciò Beatrice questo canto; 

e sì com'uom che suo parlar non spezza, 

continuò così 'l processo santo: 

       «Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate 

più conformato, e quel ch'e' più apprezza, 

       fu de la volontà la libertate; 

di che le creature intelligenti, 

e tutte e sole, fuoro e son dotate. 

       Or ti parrà, se tu quinci argomenti, 

l'alto valor del voto, s'è sì fatto 

che Dio consenta quando tu consenti; 

       ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, 

vittima fassi di questo tesoro, 

tal quale io dico; e fassi col suo atto. 

       Dunque che render puossi per ristoro? 

Se credi bene usar quel c'hai offerto, 

di maltolletto vuo' far buon lavoro. 

       Tu se' omai del maggior punto certo; 

ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, 

che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto, 

       convienti ancor sedere un poco a mensa, 

però che 'l cibo rigido c'hai preso, 

richiede ancora aiuto a tua dispensa. 

       Apri la mente a quel ch'io ti paleso 

e fermalvi entro; ché non fa scienza, 

sanza lo ritenere, avere inteso. 

       Due cose si convegnono a l'essenza 

di questo sacrificio: l'una è quella 

di che si fa; l'altr'è la convenenza. 

       Quest'ultima già mai non si cancella 

se non servata; e intorno di lei 

sì preciso di sopra si favella: 

       però necessitato fu a li Ebrei 

pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta 

sì permutasse, come saver dei. 

       L'altra, che per materia t'è aperta, 

puote ben esser tal, che non si falla 

se con altra materia si converta. 

       Ma non trasmuti carco a la sua spalla 

per suo arbitrio alcun, sanza la volta 

e de la chiave bianca e de la gialla; 

       e ogne permutanza credi stolta, 

se la cosa dimessa in la sorpresa 

come 'l quattro nel sei non è raccolta. 

       Però qualunque cosa tanto pesa 

per suo valor che tragga ogne bilancia, 

sodisfar non si può con altra spesa. 

       Non prendan li mortali il voto a ciancia; 

siate fedeli, e a ciò far non bieci, 

come Ieptè a la sua prima mancia; 

       cui più si convenia dicer 'Mal feci', 

che, servando, far peggio; e così stolto 

ritrovar puoi il gran duca de' Greci, 

       onde pianse Efigènia il suo bel volto, 

e fé pianger di sé i folli e i savi 

ch'udir parlar di così fatto cólto. 

       Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: 

non siate come penna ad ogne vento, 

e non crediate ch'ogne acqua vi lavi. 

       Avete il novo e 'l vecchio Testamento, 

e 'l pastor de la Chiesa che vi guida; 

questo vi basti a vostro salvamento. 

       Se mala cupidigia altro vi grida, 

uomini siate, e non pecore matte, 

sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida! 

       Non fate com'agnel che lascia il latte 

de la sua madre, e semplice e lascivo 

seco medesmo a suo piacer combatte!». 

       Così Beatrice a me com'io scrivo; 

poi si rivolse tutta disiante 

a quella parte ove 'l mondo è più vivo. 

       Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante 

puoser silenzio al mio cupido ingegno, 

che già nuove questioni avea davante; 

       e sì come saetta che nel segno 

percuote pria che sia la corda queta, 

così corremmo nel secondo regno. 

       Quivi la donna mia vid'io sì lieta, 

come nel lume di quel ciel si mise, 

che più lucente se ne fé 'l pianeta. 

       E se la stella si cambiò e rise, 

qual mi fec'io che pur da mia natura 

trasmutabile son per tutte guise! 

       Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura 

traggonsi i pesci a ciò che vien di fori 

per modo che lo stimin lor pastura, 

       sì vid'io ben più di mille splendori 

trarsi ver' noi, e in ciascun s'udìa: 

«Ecco chi crescerà li nostri amori». 

       E sì come ciascuno a noi venìa, 

vedeasi l'ombra piena di letizia 

nel folgór chiaro che di lei uscia. 

       Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia 

non procedesse, come tu avresti 

di più savere angosciosa carizia; 

       e per te vederai come da questi 

m'era in disio d'udir lor condizioni, 

sì come a li occhi mi fur manifesti. 

       «O bene nato a cui veder li troni 

del triunfo etternal concede grazia 

prima che la milizia s'abbandoni, 

       del lume che per tutto il ciel si spazia 

noi semo accesi; e però, se disii 

di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». 

       Così da un di quelli spirti pii 

detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì 

sicuramente, e credi come a dii». 

       «Io veggio ben sì come tu t'annidi 

nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, 

perch'e' corusca sì come tu ridi; 

       ma non so chi tu se', né perché aggi, 

anima degna, il grado de la spera 

che si vela a' mortai con altrui raggi». 

       Questo diss'io diritto alla lumera 

che pria m'avea parlato; ond'ella fessi 

lucente più assai di quel ch'ell'era. 

       Sì come il sol che si cela elli stessi 

per troppa luce, come 'l caldo ha róse 

le temperanze d'i vapori spessi, 

       per più letizia sì mi si nascose 

dentro al suo raggio la figura santa; 

e così chiusa chiusa mi rispuose 

       nel modo che 'l seguente canto canta.

 

 

 

 

 

 

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Canto VI

mercoledì 13 aprile

Cielo II:  Mercurio 

Intelligenze motrici: Arcangeli

Giustiniano, Romeo di Villanova

Spiriti attivi: splendori che si muovono come pesci in peschiera; cantano e danzano manifestando la loro gioia con aumento di fulgore.

Comincia il canto sesto del Paradiso. Nel quale Giustiniano imperadore se medesimo manifesta all'autore, mostrando appresso molte cose magnifiche fatte sotto il segno dell'aquila, e quanto falli chi quello senza giustizia s'appropri; e ultimamente dice quivi esser l'anima di Romeo.

 

       «Poscia che Costantin l'aquila volse 

contr'al corso del ciel, ch'ella seguio 

dietro a l'antico che Lavina tolse, 

       cento e cent'anni e più l'uccel di Dio 

ne lo stremo d'Europa si ritenne, 

vicino a' monti de' quai prima uscìo; 

       e sotto l'ombra de le sacre penne 

governò 'l mondo lì di mano in mano, 

e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 

       Cesare fui e son Iustiniano, 

che, per voler del primo amor ch'i' sento, 

d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano. 

       E prima ch'io a l'ovra fossi attento, 

una natura in Cristo esser, non piùe, 

credea, e di tal fede era contento; 

       ma 'l benedetto Agapito, che fue 

sommo pastore, a la fede sincera 

mi dirizzò con le parole sue. 

       Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era, 

vegg'io or chiaro sì, come tu vedi 

ogni contradizione e falsa e vera. 

       Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, 

a Dio per grazia piacque di spirarmi 

l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi; 

       e al mio Belisar commendai l'armi, 

cui la destra del ciel fu sì congiunta, 

che segno fu ch'i' dovessi posarmi. 

       Or qui a la question prima s'appunta 

la mia risposta; ma sua condizione 

mi stringe a seguitare alcuna giunta, 

       perché tu veggi con quanta ragione 

si move contr'al sacrosanto segno 

e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone. 

       Vedi quanta virtù l'ha fatto degno 

di reverenza; e cominciò da l'ora 

che Pallante morì per darli regno. 

       Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora 

per trecento anni e oltre, infino al fine 

che i tre a' tre pugnar per lui ancora. 

      E sai ch'el fé dal mal de le Sabine 

al dolor di Lucrezia in sette regi, 

vincendo intorno le genti vicine. 

       Sai quel ch'el fé portato da li egregi 

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, 

incontro a li altri principi e collegi; 

       onde Torquato e Quinzio, che dal cirro 

negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi 

ebber la fama che volontier mirro. 

       Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi 

che di retro ad Annibale passaro 

l'alpestre rocce, Po, di che tu labi. 

       Sott'esso giovanetti triunfaro 

Scipione e Pompeo; e a quel colle 

sotto 'l qual tu nascesti parve amaro. 

       Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle 

redur lo mondo a suo modo sereno, 

Cesare per voler di Roma il tolle. 

       E quel che fé da Varo infino a Reno, 

Isara vide ed Era e vide Senna 

e ogne valle onde Rodano è pieno. 

       Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna 

e saltò Rubicon, fu di tal volo, 

che nol seguiteria lingua né penna. 

       Inver' la Spagna rivolse lo stuolo, 

poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse 

sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo. 

       Antandro e Simeonta, onde si mosse, 

rivide e là dov'Ettore si cuba; 

e mal per Tolomeo poscia si scosse. 

       Da indi scese folgorando a Iuba; 

onde si volse nel vostro occidente, 

ove sentia la pompeana tuba. 

       Di quel che fé col baiulo seguente, 

Bruto con Cassio ne l'inferno latra, 

e Modena e Perugia fu dolente. 

       Piangene ancor la trista Cleopatra, 

che, fuggendoli innanzi, dal colubro 

la morte prese subitana e atra. 

       Con costui corse infino al lito rubro; 

con costui puose il mondo in tanta pace, 

che fu serrato a Giano il suo delubro. 

       Ma ciò che 'l segno che parlar mi face 

fatto avea prima e poi era fatturo 

per lo regno mortal ch'a lui soggiace, 

       diventa in apparenza poco e scuro, 

se in mano al terzo Cesare si mira 

con occhio chiaro e con affetto puro; 

       ché la viva giustizia che mi spira, 

li concedette, in mano a quel ch'i' dico, 

gloria di far vendetta a la sua ira. 

       Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco: 

poscia con Tito a far vendetta corse 

de la vendetta del peccato antico. 

       E quando il dente longobardo morse 

la Santa Chiesa, sotto le sue ali 

Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 

       Omai puoi giudicar di quei cotali 

ch'io accusai di sopra e di lor falli, 

che son cagion di tutti vostri mali. 

       L'uno al pubblico segno i gigli gialli 

oppone, e l'altro appropria quello a parte, 

sì ch'è forte a veder chi più si falli. 

       Faccian li Ghibellin, faccian lor arte 

sott'altro segno; ché mal segue quello 

sempre chi la giustizia e lui diparte; 

       e non l'abbatta esto Carlo novello 

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli 

ch'a più alto leon trasser lo vello. 

       Molte fiate già pianser li figli 

per la colpa del padre, e non si creda 

che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli! 

       Questa picciola stella si correda 

di buoni spirti che son stati attivi 

perché onore e fama li succeda: 

       e quando li disiri poggian quivi, 

sì disviando, pur convien che i raggi 

del vero amore in sù poggin men vivi. 

       Ma nel commensurar d'i nostri gaggi 

col merto è parte di nostra letizia, 

perché non li vedem minor né maggi. 

       Quindi addolcisce la viva giustizia 

in noi l'affetto sì, che non si puote 

torcer già mai ad alcuna nequizia. 

       Diverse voci fanno dolci note; 

così diversi scanni in nostra vita 

rendon dolce armonia tra queste rote. 

       E dentro a la presente margarita 

luce la luce di Romeo, di cui 

fu l'ovra grande e bella mal gradita. 

       Ma i Provenzai che fecer contra lui 

non hanno riso; e però mal cammina 

qual si fa danno del ben fare altrui. 

       Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, 

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece 

Romeo, persona umìle e peregrina. 

       E poi il mosser le parole biece 

a dimandar ragione a questo giusto, 

che li assegnò sette e cinque per diece, 

       indi partissi povero e vetusto; 

e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe 

mendicando sua vita a frusto a frusto, 

       assai lo loda, e più lo loderebbe».

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2007