Dante Alighieri

LA DIVINA COMMEDIA

INFERNO

Canto I

giovedì 7 aprile, venerdì santo 8 aprile, alba

selva oscura, colle

Dante, Virgilio

Introduzione generale alla Divina Commedia; Dante si risveglia in una selva oscura; lince, leone, lupa, il colle illuminato alle spalle dai raggi del sole; apparizione di Virgilio

Comincia la prima parte della Cantica, overo Comedia, chiamata Inferno, del chiarissimo poeta Dante Alighieri di Firenze, e di quella prima parte il canto primo. Nel quale l'autore mostra sé smarrito in una valle e impedito da tre bestie, e come Virgilio, apparitogli, se gli offerse per duca a trarlo di quel luogo, mostrandogli per qual via.

 

       Nel mezzo del cammin di nostra vita 

mi ritrovai per una selva oscura 

ché la diritta via era smarrita. 

       Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 

esta selva selvaggia e aspra e forte 

che nel pensier rinova la paura! 

       Tant’è amara che poco è più morte; 

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, 

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 

       Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, 

tant’era pien di sonno a quel punto 

che la verace via abbandonai. 

       Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, 

là dove terminava quella valle 

che m’avea di paura il cor compunto, 

       guardai in alto, e vidi le sue spalle 

vestite già de’ raggi del pianeta 

che mena dritto altrui per ogne calle. 

       Allor fu la paura un poco queta 

che nel lago del cor m’era durata 

la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 

       E come quei che con lena affannata 

uscito fuor del pelago a la riva 

si volge a l’acqua perigliosa e guata, 

       così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, 

si volse a retro a rimirar lo passo 

che non lasciò già mai persona viva. 

       Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, 

ripresi via per la piaggia diserta, 

sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 

       Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, 

una lonza leggera e presta molto, 

che di pel macolato era coverta; 

       e non mi si partia dinanzi al volto, 

anzi ’mpediva tanto il mio cammino, 

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 

       Temp’era dal principio del mattino, 

e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle 

ch’eran con lui quando l’amor divino 

       mosse di prima quelle cose belle; 

sì ch’a bene sperar m’era cagione 

di quella fiera a la gaetta pelle 

       l’ora del tempo e la dolce stagione; 

ma non sì che paura non mi desse 

la vista che m’apparve d’un leone. 

       Questi parea che contra me venisse 

con la test’alta e con rabbiosa fame, 

sì che parea che l’aere ne tremesse. 

       Ed una lupa, che di tutte brame 

sembiava carca ne la sua magrezza, 

e molte genti fé già viver grame, 

       questa mi porse tanto di gravezza 

con la paura ch’uscia di sua vista, 

ch’io perdei la speranza de l’altezza. 

       E qual è quei che volontieri acquista, 

e giugne ’l tempo che perder lo face, 

che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista; 

       tal mi fece la bestia sanza pace, 

che, venendomi ’ncontro, a poco a poco 

mi ripigneva là dove ’l sol tace. 

       Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, 

dinanzi a li occhi mi si fu offerto 

chi per lungo silenzio parea fioco. 

       Quando vidi costui nel gran diserto, 

«Miserere di me», gridai a lui, 

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». 

       Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, 

e li parenti miei furon lombardi, 

mantoani per patria ambedui. 

       Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, 

e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto 

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 

       Poeta fui, e cantai di quel giusto 

figliuol d’Anchise che venne di Troia, 

poi che ’l superbo Iliòn fu combusto. 

       Ma tu perché ritorni a tanta noia? 

perch‚ non sali il dilettoso monte 

ch’è principio e cagion di tutta gioia?». 

       «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte 

che spandi di parlar sì largo fiume?», 

rispuos’io lui con vergognosa fronte. 

       «O de li altri poeti onore e lume 

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore 

che m’ha fatto cercar lo tuo volume. 

       Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore; 

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi 

lo bello stilo che m’ha fatto onore. 

       Vedi la bestia per cu’ io mi volsi: 

aiutami da lei, famoso saggio, 

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». 

       «A te convien tenere altro viaggio», 

rispuose poi che lagrimar mi vide, 

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio: 

       ché questa bestia, per la qual tu gride, 

non lascia altrui passar per la sua via, 

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 

       e ha natura sì malvagia e ria, 

che mai non empie la bramosa voglia, 

e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 

       Molti son li animali a cui s’ammoglia, 

e più saranno ancora, infin che ’l veltro 

verrà, che la farà morir con doglia. 

       Questi non ciberà terra né peltro, 

ma sapienza, amore e virtute, 

e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 

       Di quella umile Italia fia salute 

per cui morì la vergine Cammilla, 

Eurialo e Turno e Niso di ferute. 

       Questi la caccerà per ogne villa, 

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, 

là onde ’nvidia prima dipartilla. 

       Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno 

che tu mi segui, e io sarò tua guida, 

e trarrotti di qui per loco etterno, 

       ove udirai le disperate strida, 

vedrai li antichi spiriti dolenti, 

ch’a la seconda morte ciascun grida; 

       e vederai color che son contenti 

nel foco, perché speran di venire 

quando che sia a le beate genti. 

       A le quai poi se tu vorrai salire, 

anima fia a ciò più di me degna: 

con lei ti lascerò nel mio partire; 

       ché quello imperador che là sù regna, 

perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge, 

non vuol che ’n sua città per me si vegna. 

       In tutte parti impera e quivi regge; 

quivi è la sua città e l’alto seggio: 

oh felice colui cu’ ivi elegge!». 

       E io a lui: «Poeta, io ti richeggio 

per quello Dio che tu non conoscesti, 

acciò ch’io fugga questo male e peggio, 

       che tu mi meni là dov’or dicesti, 

sì ch’io veggia la porta di san Pietro 

e color cui tu fai cotanto mesti». 

       Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

 

 

 

 

 

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Canto II

venerdì santo 8 aprile, al tramonto

la diserta piaggia al limite della selva

Dante, Virgilio

Introduzione all'Inferno; Virgilio racconta a Dante il suo incontro con Beatrice e lo sollecita ad abbandonare ogni timore di fronte alla rivelazione del disegno e dell'intervento divino; comincia il viaggio sotto la guida di Virgilio.

Comincia il canto secondo dello 'Nferno. Nel quale l'autore, fatta la sua invocazione, muove un dubbio a Virgilio della sua andata, il quale Virgilio, mostrandogli chi 'l mosse, e come tre benedette curan di lui nel cielo, gliel solve, e rassicuralo, ed entrano in cammino.

 

       Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno 

toglieva li animai che sono in terra 

da le fatiche loro; e io sol uno 

       m’apparecchiava a sostener la guerra 

sì del cammino e sì de la pietate, 

che ritrarrà la mente che non erra. 

       O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; 

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, 

qui si parrà la tua nobilitate. 

       Io cominciai: «Poeta che mi guidi, 

guarda la mia virtù s’ell’è possente, 

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 

       Tu dici che di Silvio il parente, 

corruttibile ancora, ad immortale 

secolo andò, e fu sensibilmente. 

       Però, se l’avversario d’ogne male 

cortese i fu, pensando l’alto effetto 

ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale, 

       non pare indegno ad omo d’intelletto; 

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero 

ne l’empireo ciel per padre eletto: 

       la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, 

fu stabilita per lo loco santo 

u’ siede il successor del maggior Piero. 

       Per quest’andata onde li dai tu vanto, 

intese cose che furon cagione 

di sua vittoria e del papale ammanto. 

       Andovvi poi lo Vas d’elezione, 

per recarne conforto a quella fede 

ch’è principio a la via di salvazione. 

       Ma io perché venirvi? o chi ’l concede? 

Io non Enea, io non Paulo sono: 

me degno a ciò né io né altri ’l crede. 

       Per che, se del venire io m’abbandono, 

temo che la venuta non sia folle. 

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». 

       E qual è quei che disvuol ciò che volle 

e per novi pensier cangia proposta, 

sì che dal cominciar tutto si tolle, 

       tal mi fec’io ’n quella oscura costa, 

perché, pensando, consumai la ’mpresa 

che fu nel cominciar cotanto tosta. 

       «S’i’ ho ben la parola tua intesa», 

rispuose del magnanimo quell’ombra; 

«l’anima tua è da viltade offesa; 

       la qual molte fiate l’omo ingombra 

sì che d’onrata impresa lo rivolve, 

come falso veder bestia quand’ombra. 

       Da questa tema acciò che tu ti solve, 

dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi 

nel primo punto che di te mi dolve. 

       Io era tra color che son sospesi, 

e donna mi chiamò beata e bella, 

tal che di comandare io la richiesi. 

       Lucevan li occhi suoi più che la stella; 

e cominciommi a dir soave e piana, 

con angelica voce, in sua favella: 

       "O anima cortese mantoana, 

di cui la fama ancor nel mondo dura, 

e durerà quanto ’l mondo lontana, 

       l’amico mio, e non de la ventura, 

ne la diserta piaggia è impedito 

sì nel cammin, che volt’è per paura; 

       e temo che non sia già sì smarrito, 

ch’io mi sia tardi al soccorso levata, 

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 

       Or movi, e con la tua parola ornata 

e con ciò c’ha mestieri al suo campare 

l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata. 

       I’ son Beatrice che ti faccio andare; 

vegno del loco ove tornar disio; 

amor mi mosse, che mi fa parlare. 

       Quando sarò dinanzi al segnor mio, 

di te mi loderò sovente a lui". 

Tacette allora, e poi comincia’ io: 

       "O donna di virtù, sola per cui 

l’umana spezie eccede ogne contento 

di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, 

       tanto m’aggrada il tuo comandamento, 

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; 

più non t’è uopo aprirmi il tuo talento. 

       Ma dimmi la cagion che non ti guardi 

de lo scender qua giuso in questo centro 

de l’ampio loco ove tornar tu ardi". 

       "Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, 

dirotti brievemente", mi rispuose, 

"perch’io non temo di venir qua entro. 

       Temer si dee di sole quelle cose 

c’hanno potenza di fare altrui male; 

de l’altre no, ché non son paurose. 

       I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, 

che la vostra miseria non mi tange, 

né fiamma d’esto incendio non m’assale. 

       Donna è gentil nel ciel che si compiange 

di questo ’mpedimento ov’io ti mando, 

sì che duro giudicio là sù frange. 

       Questa chiese Lucia in suo dimando 

e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele 

di te, e io a te lo raccomando -. 

       Lucia, nimica di ciascun crudele, 

si mosse, e venne al loco dov’i’ era, 

che mi sedea con l’antica Rachele. 

       Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, 

ch‚ non soccorri quei che t’amò tanto, 

ch’uscì per te de la volgare schiera? 

       non odi tu la pieta del suo pianto? 

non vedi tu la morte che ’l combatte 

su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? - 

       Al mondo non fur mai persone ratte 

a far lor pro o a fuggir lor danno, 

com’io, dopo cotai parole fatte, 

       venni qua giù del mio beato scanno, 

fidandomi del tuo parlare onesto, 

ch’onora te e quei ch’udito l’hanno". 

       Poscia che m’ebbe ragionato questo, 

li occhi lucenti lagrimando volse; 

per che mi fece del venir più presto; 

       e venni a te così com’ella volse; 

d’inanzi a quella fiera ti levai 

che del bel monte il corto andar ti tolse. 

       Dunque: che è? perché, perché restai? 

perché tanta viltà nel core allette? 

perché ardire e franchezza non hai? 

       poscia che tai tre donne benedette 

curan di te ne la corte del cielo, 

e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». 

       Quali fioretti dal notturno gelo 

chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca 

si drizzan tutti aperti in loro stelo, 

       tal mi fec’io di mia virtude stanca, 

e tanto buono ardire al cor mi corse, 

ch’i’ cominciai come persona franca: 

       «Oh pietosa colei che mi soccorse! 

e te cortese ch’ubidisti tosto 

a le vere parole che ti porse! 

       Tu m’hai con disiderio il cor disposto 

sì al venir con le parole tue, 

ch’i’ son tornato nel primo proposto. 

       Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: 

tu duca, tu segnore, e tu maestro». 

Così li dissi; e poi che mosso fue, 

       intrai per lo cammino alto e silvestro. 

 

 

 

 

 

 

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Canto III

venerdì santo 8 aprile, sera

Antinferno, Riviera d'Acheronte

Dante, Virgilio, Caronte

Ignavi, vissuti sanza infamia e sanza lodo, insensibili a ogni forma di interesse politico o religioso, sono umiliati nella loro nudità, costretti a inseguire un'insegna senza significato mentre sono tormentati a sangue da mosconi e vespe; anime in attesa di traghettare, terremoto, svenimento di Dante

Comincia il canto terzo dello 'Nferno. Nel quale l'autore mostra come in quello entrasse e vedesse i cattivi piagnendo correr forte, trafitti da vespe e da mosconi; e appresso come molte anime s'adunavano alla riva d'Acheronte, le quali tutte Caron passava, ma lui passar non volle.

 

       Per me si va ne la città dolente, 

per me si va ne l’etterno dolore, 

per me si va tra la perduta gente. 

       Giustizia mosse il mio alto fattore: 

fecemi la divina podestate, 

la somma sapienza e ’l primo amore. 

       Dinanzi a me non fuor cose create 

se non etterne, e io etterno duro. 

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". 

       Queste parole di colore oscuro 

vid’io scritte al sommo d’una porta; 

per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». 

       Ed elli a me, come persona accorta: 

«Qui si convien lasciare ogne sospetto; 

ogne viltà convien che qui sia morta. 

       Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto 

che tu vedrai le genti dolorose 

c’hanno perduto il ben de l’intelletto». 

       E poi che la sua mano a la mia puose 

con lieto volto, ond’io mi confortai, 

mi mise dentro a le segrete cose. 

       Quivi sospiri, pianti e alti guai 

risonavan per l’aere sanza stelle, 

per ch’io al cominciar ne lagrimai. 

       Diverse lingue, orribili favelle, 

parole di dolore, accenti d’ira, 

voci alte e fioche, e suon di man con elle 

       facevano un tumulto, il qual s’aggira 

sempre in quell’aura sanza tempo tinta, 

come la rena quando turbo spira. 

       E io ch’avea d’error la testa cinta, 

dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? 

e che gent’è che par nel duol sì vinta?». 

       Ed elli a me: «Questo misero modo 

tegnon l’anime triste di coloro 

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 

       Mischiate sono a quel cattivo coro 

de li angeli che non furon ribelli 

né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 

       Caccianli i ciel per non esser men belli, 

né lo profondo inferno li riceve, 

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». 

       E io: «Maestro, che è tanto greve 

a lor, che lamentar li fa sì forte?». 

Rispuose: «Dicerolti molto breve. 

       Questi non hanno speranza di morte 

e la lor cieca vita è tanto bassa, 

che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte. 

       Fama di loro il mondo esser non lassa; 

misericordia e giustizia li sdegna: 

non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 

       E io, che riguardai, vidi una ’nsegna 

che girando correva tanto ratta, 

che d’ogne posa mi parea indegna; 

       e dietro le venìa sì lunga tratta 

di gente, ch’i’ non averei creduto 

che morte tanta n’avesse disfatta. 

       Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, 

vidi e conobbi l’ombra di colui 

che fece per viltade il gran rifiuto. 

       Incontanente intesi e certo fui 

che questa era la setta d’i cattivi, 

a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 

       Questi sciaurati, che mai non fur vivi, 

erano ignudi e stimolati molto 

da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 

       Elle rigavan lor di sangue il volto, 

che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi 

da fastidiosi vermi era ricolto. 

       E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, 

vidi genti a la riva d’un gran fiume; 

per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi 

       ch’i’ sappia quali sono, e qual costume 

le fa di trapassar parer sì pronte, 

com’io discerno per lo fioco lume». 

       Ed elli a me: «Le cose ti fier conte 

quando noi fermerem li nostri passi 

su la trista riviera d’Acheronte». 

       Allor con li occhi vergognosi e bassi, 

temendo no ’l mio dir li fosse grave, 

infino al fiume del parlar mi trassi. 

       Ed ecco verso noi venir per nave 

un vecchio, bianco per antico pelo, 

gridando: «Guai a voi, anime prave! 

       Non isperate mai veder lo cielo: 

i’ vegno per menarvi a l’altra riva 

ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 

       E tu che se’ costì, anima viva, 

pàrtiti da cotesti che son morti». 

Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 

       disse: «Per altra via, per altri porti 

verrai a piaggia, non qui, per passare: 

più lieve legno convien che ti porti». 

       E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: 

vuolsi così colà dove si puote 

ciò che si vuole, e più non dimandare». 

       Quinci fuor quete le lanose gote 

al nocchier de la livida palude, 

che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 

       Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, 

cangiar colore e dibattero i denti, 

ratto che ’nteser le parole crude. 

       Bestemmiavano Dio e lor parenti, 

l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme 

di lor semenza e di lor nascimenti. 

       Poi si ritrasser tutte quante insieme, 

forte piangendo, a la riva malvagia 

ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 

       Caron dimonio, con occhi di bragia, 

loro accennando, tutte le raccoglie; 

batte col remo qualunque s’adagia. 

       Come d’autunno si levan le foglie 

l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo 

vede a la terra tutte le sue spoglie, 

       similemente il mal seme d’Adamo 

gittansi di quel lito ad una ad una, 

per cenni come augel per suo richiamo. 

       Così sen vanno su per l’onda bruna, 

e avanti che sien di là discese, 

anche di qua nuova schiera s’auna. 

       «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, 

«quelli che muoion ne l’ira di Dio 

tutti convegnon qui d’ogne paese: 

       e pronti sono a trapassar lo rio, 

ch‚ la divina giustizia li sprona, 

sì che la tema si volve in disio. 

       Quinci non passa mai anima buona; 

e però, se Caron di te si lagna, 

ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». 

       Finito questo, la buia campagna 

tremò sì forte, che de lo spavento 

la mente di sudore ancor mi bagna. 

       La terra lagrimosa diede vento, 

che balenò una luce vermiglia 

la qual mi vinse ciascun sentimento; 

      e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

 

 

 

 

 

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Canto IV

venerdì santo 8 aprile, sera

cerchio I, Limbo, castello difeso da sette cerchi di mura, illuminato da un fuoco

Dante, Virgilio, Omero, poeti, filosofi

nel Limbo regna l'oscurità e non vi si può distinguere nulla mentre si odono i sospiri dolorosi delle anime; il castello, difeso da sette cerchi di mura e da un fiumicello, è illuminato da un fuoco e ospita gli spiriti magni.

Comincia il canto quarto dello 'Nferno. Nel quale l'autor mostra come si ritrovò nel primo cerchio di quello; e quivi scrive esser quegli che per difetto di battesimo son dannati, e dichiaragli Virgilio come già n'avea veduti trarre alquanti. Poi, venuti loro incontro quattro poeti, con loro entrano in un castello, dove nobili uomini d'arme, filosofi e volorose donne vede.

 

       Ruppemi l’alto sonno ne la testa 

un greve truono, sì ch’io mi riscossi 

come persona ch’è per forza desta; 

       e l’occhio riposato intorno mossi, 

dritto levato, e fiso riguardai 

per conoscer lo loco dov’io fossi. 

       Vero è che ’n su la proda mi trovai 

de la valle d’abisso dolorosa 

che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. 

       Oscura e profonda era e nebulosa 

tanto che, per ficcar lo viso a fondo, 

io non vi discernea alcuna cosa. 

       «Or discendiam qua giù nel cieco mondo», 

cominciò il poeta tutto smorto. 

«Io sarò primo, e tu sarai secondo». 

       E io, che del color mi fui accorto, 

dissi: «Come verrò, se tu paventi 

che suoli al mio dubbiare esser conforto?». 

       Ed elli a me: «L’angoscia de le genti 

che son qua giù, nel viso mi dipigne 

quella pietà che tu per tema senti. 

       Andiam, ché la via lunga ne sospigne». 

Così si mise e così mi fé intrare 

nel primo cerchio che l’abisso cigne. 

       Quivi, secondo che per ascoltare, 

non avea pianto mai che di sospiri, 

che l’aura etterna facevan tremare; 

       ciò avvenia di duol sanza martìri 

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, 

d’infanti e di femmine e di viri. 

       Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi 

che spiriti son questi che tu vedi? 

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, 

       ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, 

non basta, perché non ebber battesmo, 

ch’è porta de la fede che tu credi; 

       e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, 

non adorar debitamente a Dio: 

e di questi cotai son io medesmo. 

       Per tai difetti, non per altro rio, 

semo perduti, e sol di tanto offesi, 

che sanza speme vivemo in disio». 

       Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, 

però che gente di molto valore 

conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. 

       «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», 

comincia’ io per voler esser certo 

di quella fede che vince ogne errore: 

       «uscicci mai alcuno, o per suo merto 

o per altrui, che poi fosse beato?». 

E quei che ’ntese il mio parlar coverto, 

       rispuose: «Io era nuovo in questo stato, 

quando ci vidi venire un possente, 

con segno di vittoria coronato. 

       Trasseci l’ombra del primo parente, 

d’Abèl suo figlio e quella di Noè, 

di Moisè legista e ubidente; 

       Abraàm patriarca e Davìd re, 

Israèl con lo padre e co’ suoi nati 

e con Rachele, per cui tanto fé; 

       e altri molti, e feceli beati. 

E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, 

spiriti umani non eran salvati». 

       Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi, 

ma passavam la selva tuttavia, 

la selva, dico, di spiriti spessi. 

       Non era lunga ancor la nostra via 

di qua dal sonno, quand’io vidi un foco 

ch’emisperio di tenebre vincia. 

       Di lungi n’eravamo ancora un poco, 

ma non sì ch’io non discernessi in parte 

ch’orrevol gente possedea quel loco. 

       «O tu ch’onori scienzia e arte, 

questi chi son c’hanno cotanta onranza, 

che dal modo de li altri li diparte?». 

       E quelli a me: «L’onrata nominanza 

che di lor suona sù ne la tua vita, 

grazia acquista in ciel che sì li avanza». 

       Intanto voce fu per me udita: 

«Onorate l’altissimo poeta: 

l’ombra sua torna, ch’era dipartita». 

       Poi che la voce fu restata e queta, 

vidi quattro grand’ombre a noi venire: 

sembianz’avevan né trista né lieta. 

       Lo buon maestro cominciò a dire: 

«Mira colui con quella spada in mano, 

che vien dinanzi ai tre sì come sire: 

       quelli è Omero poeta sovrano; 

l’altro è Orazio satiro che vene; 

Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 

       Però che ciascun meco si convene 

nel nome che sonò la voce sola, 

fannomi onore, e di ciò fanno bene». 

       Così vid’i’ adunar la bella scola 

di quel segnor de l’altissimo canto 

che sovra li altri com’aquila vola. 

       Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, 

volsersi a me con salutevol cenno, 

e ’l mio maestro sorrise di tanto; 

       e più d’onore ancora assai mi fenno, 

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, 

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. 

       Così andammo infino a la lumera, 

parlando cose che ’l tacere è bello, 

sì com’era ’l parlar colà dov’era. 

       Venimmo al piè d’un nobile castello, 

sette volte cerchiato d’alte mura, 

difeso intorno d’un bel fiumicello. 

       Questo passammo come terra dura; 

per sette porte intrai con questi savi: 

giugnemmo in prato di fresca verdura. 

       Genti v’eran con occhi tardi e gravi, 

di grande autorità ne’ lor sembianti: 

parlavan rado, con voci soavi. 

       Traemmoci così da l’un de’ canti, 

in loco aperto, luminoso e alto, 

sì che veder si potien tutti quanti.  

       Colà diritto, sovra ’l verde smalto, 

mi fuor mostrati li spiriti magni, 

che del vedere in me stesso m’essalto. 

       I’ vidi Eletra con molti compagni, 

tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, 

Cesare armato con li occhi grifagni. 

       Vidi Cammilla e la Pantasilea; 

da l’altra parte, vidi ’l re Latino 

che con Lavina sua figlia sedea. 

       Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 

Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia; 

e solo, in parte, vidi ’l Saladino. 

       Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, 

vidi ’l maestro di color che sanno 

seder tra filosofica famiglia. 

       Tutti lo miran, tutti onor li fanno: 

quivi vid’io Socrate e Platone, 

che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; 

       Democrito, che ’l mondo a caso pone, 

Diogenés, Anassagora e Tale, 

Empedoclès, Eraclito e Zenone; 

       e vidi il buono accoglitor del quale, 

Diascoride dico; e vidi Orfeo, 

Tulio e Lino e Seneca morale; 

       Euclide geomètra e Tolomeo, 

Ipocràte, Avicenna e Galieno, 

Averoìs, che ’l gran comento feo. 

       Io non posso ritrar di tutti a pieno, 

però che sì mi caccia il lungo tema, 

che molte volte al fatto il dir vien meno. 

       La sesta compagnia in due si scema: 

per altra via mi mena il savio duca, 

fuor de la queta, ne l’aura che trema. 

       E vegno in parte ove non è che luca. 

 

 

 

 

 

 

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Canti V-VII

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Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2007