Dante Alighieri

Il Fiore

Edizione di riferimento:

Dante Alighieri, Tutte le opere, Introduzione di Italo Borzi, I Mammut, Grandi Tascabili Economici, Newton Compton, Roma 1993.

I

Lo Dio d’Amor con su’ arco mi trasse

Perch’i’ guardava un fior che m’abellia,

Lo quale avea piantato Cortesia

Nel giardin di Piacer; e que’ vi trasse

Sì tosto c[h]’a me parve ch’e’ volasse,

E disse: "I’ sì ti tengo in mia balìa".

Alló·gli pia[c]que, non per voglia mia,

Che di cinque saette mi piagasse.

La prima à non’ Bieltà: per li oc[c]hi il core

Mi passò; la seconda, Angelicanza:

Quella mi mise sopra gran fredore;

La terza Cortesia fu, san’ dottanza;

La quarta, Compagnia, che fe’ dolore;

La quinta apella l’uon Buona Speranza.

II

L’Amante e Amore

Sentendomi ismagato malamente

Del molto sangue ch’io avea perduto,

E non sapea dove trovar aiuto,

Lo Dio d’Amor sì venne a me presente,

E dissemi: "Tu·ssai veramente

Che·ttu mi se’ intra·lle man caduto

Per le saette di ch’i’ t’ò feruto,

Sì ch’e’ convien che·ttu mi sie ubidente".

Ed i’ risposi: "I’ sì son tutto presto

Di farvi pura e fina fedeltate,

Più ch’asses[s]ino a·Veglio o a Dio il Presto".

E quelli allor mi puose, in veritate,

La sua boc[c]a a la mia, sanz’altro aresto,

E disse: "Pensa di farmi lealtate".

III

L’Amante e Amore

Del mese di genaio, e non di mag[g]io,

Fu quand’i’ presi Amor a signoria,

E ch’i’ mi misi al tutto in sua baglìa

E saramento gli feci e omaggio;

E per più sicurtà gli diedi in gaggio

Il cor, ch’e’ non avesse gelosia

Ched’i’ fedel e puro i’ no·gli sia,

E sempre lui tener a segnó·maggio.

Allor que’ prese il cor e disse: "Amico,

I’ son segnor assà’ forte a servire;

Ma chi mi serve, per certo ti dico

Ch’a la mia grazia non può già fallire,

E di buona speranza il mi notrico

Insin ch’i’ gli fornisca su’ disire".

IV

L’Amante e Amore

Con una chiave d’or mi fermò il core

L’Amor, quando così m’eb[b]e parlato;

Ma primamente l’à nett’e parato,

Sì c[h]’ogn’altro pensier n’à pinto fore.

E po’ mi disse: "I’ sì son tu’ signore,

E tu sì se’ di me fedel giurato:

Or guarda che ’l tu’ cuor non sia ’mpacciato

Se non di fino e di leal amore.

E pensa di portar in pacienza

La pena che per me avrà’ a sofrire

Inanzi ch’io ti doni mia sentenza;

Ché molte volte ti parrà morire:

Un’ora gioia avrai, altra, doglienza;

Ma poi dono argomento di guerire".

V

L’Amante e Amore

Con grande umilitate e pacienza

Promisi a Amor a sofferir sua pena,

E c[h]’ogne membro, ch’i’ avea, e vena

Disposat’era a farli sua voglienza;

E solo a lui servir la mia credenza

E` ferma, né di ciò mai nonn-alena:

"Insin ched i’ avrò spirito o lena,

I’ non farò da·cciò giamà’ partenza".

E quelli allor mi disse: "Amico meo,

I’ ò da·tte miglior pegno che carte:

Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo;

Ed ogn’altra credenza metti a parte,

Né non creder né Luca né Matteo

Né Marco né Giovanni". Allor si parte.

VI

L’Amante e lo Schifo

Partes’Amor [le] su’ ale battendo

E ’n poca d’or sì forte isvanoìo

Ched i’ no’l vidi poi, né no·ll’udìo,

E·llui e ’l su’ soccorso ancor atendo.

Allor mi venni forte ristrignendo

Verso del fior, che·ssì forte m’ulìo,

E per cu’ feci homag[g]io a questo dio,

E dissi: "Chi mi tien, ched i’ no’l prendo?";

Sì ch’i’ verso del fior tesi la mano,

Credendolo aver colto chitamente;

Ed i’ vidi venir un gran villano

Con una maz[z]a, e disse: "Or ti ste’ a mente

Ch’i’ son lo Schifo, e sì son ortolano

D’esto giardin; i’ ti farò dolente".

VII

L’Amante

Molto vilmente mi buttò di fora

Lo Schifo, crudo, fello e oltrag[g]ioso,

Sì che del fior non cred’esser gioioso,

Se Pietate e Franchez[z]a no·ll’acora;

Ma prima, credo, conver[r]à ch’eo mora,

Perché ’l me’ cor [i]stà tanto doglioso

Di quel villan, che stava là nascoso,

Di cu’ no·mmi prendea guardia quell’ora.

Or m’à messo in pensero e in dottanza

Di ciò ched i’ credea aver per certano,

Sì c[h]’or me ne par essere in bilanza.

E tutto ciò m’à fatto quello strano;

Ma di lui mi richiamo a Pietanza,

Che venga a·llui collo spunton i·mmano.

VIII

L’Amante

Se mastro Argus[so], che fece la nave

In che Giason andò per lo tosone,

E fece a conto regole e ragione

E le diece figure, com’on save,

Vivesse, gli sareb[b]e forte e grave

Multiplicar ben ogne mia quistione

C[h]’Amor mi move, sanza mesprigione;

E di ciascuna porta esso la chiave,

Ed àllemi nel cor fermate e messe

Con quella chiavicella ch’i’ v’ò detto,

Per ben tenermi tutte sue promesse:

Per ch’io a·ssue merzé tuttor mi metto;

Ma ben vor[r]è’ che, quando gli piacesse,

E’ m’alleg[g]iasse il mal che·ssì m’à stretto.

IX

L’Amante e Ragione

Dogliendomi in pensando del villano

Che·ssì vilmente dal fior m’à ’lungiato,

Ed i’ mi riguardai dal dritto lato,

E sì vidi Ragion col viso piano

Venir verso di me, e per la mano

Mi prese e disse: "Tu·sse’ sì smagrato!

I’ credo che·ttu à’ troppo pensato

A que’ che·tti farà gittar in vano,

Ciò è Amor, a cui dat’ài fidanza.

Ma·sse m’avessi avuto al tu’ consiglio,

Tu non saresti gito co·llui a danza:

Ché, sie certano, a cu’ e’ dà di piglio,

Egli ’l tiene in tormento e malenanza,

Sì che su’ viso nonn-è mai vermiglio".

X

L’Amante

Udendo che Ragion mi gastigava

Perch’i’ al Die d’Amor era ’nservito,

Di ched i’ era forte impalidito,

E sol perch’io a·llui troppo pensava,

I’ le dissi: "Ragion, e’ no·mi grava

Su’ mal, ch’i’ ne sarò tosto guerito,

Ché questo mio signor lo m’à gradito",

E ch’era folle se più ne parlava;

"Chéd i’ son fermo pur di far su’ grado,

Perciò ch’e’ mi promise fermamente

Ched e’ mi mettereb[b]e in alto grado

Sed i’ ’l servisse bene e lealmente":

Per che di lei i’ non pregiava un dado,

Né su’ consiglio i’ non teneva a mente.

XI

L’Amante e Amico

Ragion si parte, udendomi parlare,

E me fu ricordato ch’i’ avea

Un grande amico, lo qual mi solea

In ogne mio sconforto confortare;

Sì ch’i’ no’l misi guari a ritrovare,

E dissigli com’e’ si contenea

Lo Schifo ver’ di me, e ch’e’ parea

Ch’al tutto mi volesse guer[r]eggiare.

E que’ mi disse: "Amico, sta sicuro,

Ché quello Schifo si à sempre in usanza

Ch’a·cominciar si mostra acerbo e duro.

Ritorna a·llui e non ab[b]ie dottanza:

Con umiltà tosto l’avrà’ maturo,

Già tanto non par fel né san’ pietanza".

XII

L’Amante

Tutto pien d’umiltà verso ’l giardino

Torna’mi, com’Amico avea parlato,

Ed i’ guardai, e sì eb[b]i avisato

Lo Schifo, con un gran baston di pino,

Ch’andava riturando ogne camino,

Che dentro a forza non vi fosse ’ntrato;

Sì ch’io mi trassi a lui, e salutato

Umilemente l’eb[b]i a capo chino,

E sì gli dissi: "Schifo, ag[g]ie merzede

Di me, se ’nverso te feci alcun fallo,

Chéd i’ sì son venuto a pura fede

A tua merzede, e presto d’amendarlo".

Que’ mi riguarda, e tuttor si provede

Ched i’ non dica ciò per ingan[n]arlo.

XIII

Franchezza

Sì com’i’ stava in far mia pregheria

A quel fellon ch’è sì pien d’arditez[z]a,

Lo Dio d’Amor sì vi man[dò] Franchez[z]a,

Co·llei Pietà, per sua ambasceria.

Franchez[z]a cominciò la diceria,

E disse: "Schifo, tu·ffai stranez[z]a

A quel valletto ch’è pien di larghez[z]a

E prode e franco, sanza villania.

Lo Dio d’Amor ti manda ch’e’ ti piaccia

Che·ttu non sie sì strano al su’ sergente,

Ché gran peccato fa chi lui impaccia;

Ma sòffera ch’e’ vada arditamente

Per lo giardino, e no’l metter in caccia,

E guardi il fior che·ssì gli par aolente".

XIV

Pietà

Pietà cominciò poi su’ parlamento,

Con lagrime bagnando il su’ visag[g]io,

Dicendo: "Schifo, tu faresti oltrag[g]io

Di non far grazia al meo domandamento.

Pregar ti fo che·tti si’a piacimento

Ch’a quel valletto, ch’è·ssì buon e saggio,

Tu non sie verso lui così salvaggio,

Ché sai ch’e’ non à mal intendimento.

Or avén detto tutto nostr’affare

E la cagion per che no’ siàn venute:

Molt’è crudel chi per noi non vuol fare!

Ancor ti manda molte di salute

Il lasso cu’ ti pia[c]que abandonare:

Fa che nostre preghiere i sian valute!".

XV

Lo Schifo

Lo Schifo disse: "Gente messag[g]iere,

Egli è ben dritto ch’a vostra domanda

I’ faccia grazia, e ragion lo comanda:

Ché voi non siete orgogliose né fiere,

Ma siete molto nobili parliere.

Venga il valetto e vada a sua comanda,

Ma non ched egli al fior sua mano ispanda,

Ch’a·cciò no·gli varrian vostre preghiere;

Perciò che·lla figl[i]uola Cortesia,

Bellacoglienza, ch’è dama del fiore,

Sì ’l mi por[r]eb[b]e a gran ricredentia.

Ma fate che·lla madre al Die d’Amore

Faccia a Bellacoglienza pregheria

Di lui, e che·lle scaldi un poco il core".

XVI

L’Amante e lo Schifo

Quand’i’ vidi lo Schifo sì adolzito,

Che solev’esser più amar che fele

Ed i’ ’l trovà’ vie più dolce che mele,

Sap[p]iate ch’i’ mi tenni per guerito.

Nel giardin me n’andai molto gichito

Per dotta di misfar a quel crudele,

E gli giurai a le sante guagnele

Che per me non sareb[b]e mai marrito.

Allor mi disse: "I’ vo’ ben che·ttu venghi

Dentr’al giardin[o] sì com’e’ ti piace,

Ma’ che lungi dal fior le tue man tenghi.

Le buone donne fatt’ànno far pace

Tra me e te: or fa che·lla mantenghi,

Sì che verso di me no sie fallace".

XVII

Venùs

Venusso, ch’è socorso degli amanti,

Ven[n]’a Bellacoglienza col brandone,

E sì·recava a guisa di penone

Per avampar chiunque l’è davanti.

A voler racontar de’ suo’ sembianti

E de la sua tranobile faz[z]one,

Sareb[b]e assai vie più lungo sermone

Ch’a sermonar la vita a tutti i santi.

Quando Bellacoglienza sentì ’l caldo

Di quel brandon che così l’avampava,

Sì tosto fu ’l su’ cuor col mio saldo;

E Venusso, ch’a·cciò la confortava,

Si trasse verso lei col viso baldo,

Dicendo che ve·me troppo fallava.

XVIII

Venùs e Bellacoglienza

"Tu falli trop[p]o verso quell’amante",

Disse Venus[so], "che cotanto t’ama;

Néd i’ non so al mondo sì gran dama

Che di lui dovess’es[s]er rifusante,

Ch’egli è giovane, bello e avenante,

Cortese, franco e pro’, di buona fama.

Promettili un basciar, e a·tte ’l chiama,

Ch’e’ non à uon nel mondo più celante".

Bellacoglienza disse: "I’ vo’ che vegna,

E basci il fior che tanto gli è [‘n] piacere,

Ma’ ched e’ sag[g]iamente si contegna;

Ché siate certa che no·m’è spiacere".

"Or gli ne manda alcuna buona ’nsegna",

Disse Venùs, "e fagliele a·sapere".

XIX

L’Amante

Per BelSembiante e per DolzeRiguardo

Mi mandò la piacente ch’i’ andasse

Nel su’ giardin e ch’io il fior bascias[s]e,

Né non portasse già lancia né dardo:

Ché lo Schifo era fatto sì codardo

Ch’e’ [no]·mi bisognava ch’i’ ’l dottasse;

Ma tuttor non volea ched i’ v’entrasse,

Sed e’ non fosse notte ben a tardo.

"Perciò che Castità e Gelosia

Sì ànno messo Paura e Vergogna

In le’ guardar, che non faccia follia;

Ed un villan che truov’ogne menzogna

La guarda, il qual fu nato i·Normandia,

MalaBoc[c]a, que’ c[h]’ogne mal sampogna".

XX

L’Amante e Bellacoglienza

Udendo quella nobile novella

Che que’ genti messag[g]i m’aportaro,

Sì fortemente il cuor mi confortaro

Che di gioia perdé’ quasi la favella.

Nel giardin me n’andà’ tutto ’n gonella,

Sanz’armadura, com’e’ comandaro,

E sì trovai quella col viso chiaro,

Bellacoglienza; tosto a·ssé m’apella,

E disse: "Vien avanti e bascia ’l fiore;

Ma guarda di far cosa che mi spiaccia,

Ché·ttu ne perderesti ogne mio amore".

Sì ch’i’ alor feci croce de le braccia,

E sì ’l basciai con molto gran tremore,

Sì forte ridottava suo minaccia.

XXI

L’Amante

Del molto olor ch’al cor m’entrò basciando

Quel prezioso fior, che tanto aulia,

Contar né dir per me non si poria;

Ma dirò come ’l mar s’andò turbando

Per MalaBoc[c]a, quel ladro normando,

Che se n’avide e svegliò Gelosia

E Castità, che ciascuna dormia;

Per ch’i’ fu’ del giardin rimesso in bando.

E sì vi conterò de la fortez[z]a

Dove Bellacoglienza fu ’n pregione,

Ch’Amor abatté poi per su’ prodez[z]a;

E come Schifo mi tornò fellone

E lungo tempo mi ten[n]e in distrez[z]a,

E come ritornò a me Ragione.

XXII

Castità

Castità, che da Veno è guer[r]eggiata,

Sì disse a Gelosia: "Perdio, merzede!

S’a questo fatto l’uon non ci provede,

I’ potrè’ bentosto es[s]ere adontata.

Vergogna e Paura m’ànno abandonata;

In quello Schifo foll’è chi si crede,

Ch’i’ son certana ch’e’ non ama a fede,

Po’ del giardin sì mal guardò l’entrata;

Donde vo’ siete la miglior guardiana

Ch’i’ ’n esto mondo potes[s]e trovare.

Gran luogo avete in Lombardia e ’n Toscana.

Perdio, ched e’ vi piaccia il fior guardare!

Che se que’ che ’l basciò punto lo sgrana,

non fia misfatto ch’uon poss’amendare".

XXIII

Gelosia

Gelosia disse: "I’ prendo a me la guarda,

Ch’a ben guardar il fior è mia credenza

Ch’i’ avrò gente di tal provedenza

Ched i’ non dotto già che Veno gli arda".

Al giardin se n’andò fier’e gagliarda,

Ed ivi sì trovò Bellacoglienza

E dis[s]ele: "Tu à’ fatta tal fal[l]enza

Ch’i’ ti tengo per folle e per musarda.

Ed a voi dico, Paur’e Vergogna,

Che chi di fior guardar in voi si fida,

Certa son ch’e’ non à lett’a Bologna.

E quello Schifo che punt’or non grida,

Gli var[r]ia me’ ch’e’ fosse in Catalogna,

Sed e’ non guarda ben ciò ch’egli à ’n guida".

XXIV

Vergogna

Vergogna contra terra il capo china,

Ché ben s’avide ch’ella avea fallato,

E d’un gran velo il viso avea velato;

E sì disse a Paura sua cugina:

"Paura, no’ siàn messe nell’aìna

Di Gelosia, e ciò ci à procacciato

Lo Schifo, perch’egli à corteseg[g]iato

Al bel valetto ch’i’ vid’ier mattina.

Or andiàn tosto e troviàn quel villano,

E gli dirén com’e’ fia malbalito

Se Gelosia gli mette adosso mano;

Ch[ed] egli à ’n ben guardar troppo fallito,

Ch’e’ sì dé es[s]er a ciascuno strano,

E ’l diavol si·ll’à ora incortesito".

XXV

Vergogna e Paura

Per lo Schifo trovar ciascun’andava,

Per dirli del misfatto molto male;

E que’ s’avea fatto un capez[z]ale

D’un fascio d’erba e sì son[n]iferava.

Vergogna fortemente lo sgridava;

Paura d’altra parte sì·ll’assale,

Dicendo: "Schifo, ben poco ti cale

Che Gelosia sì forte ne grava,

E ciò ci avien per te, quest’è palese.

Quando tu, per la tua malaventura,

Tu vuogli intender or d’es[s]er cortese

(Ben sa’ ch’e’ non ti move di natura!),

Con ciaschedun dé’ star a le difese

Per ben guardar questa nostra chiusura".

XXVI

Lo Schifo

Lo Schifo, quando udìo quel romore,

Conob[b]e ben ched egli avea mispreso,

Sì disse: "Il diavol ben m’avea sorpreso,

Quand’io a nessun uon mostrav’amore.

Ma s’i’, colui che ven[n]e per lo fiore,

I’ ’l posso nel giardin tener mai preso,

I’ sia uguanno per la gola impeso

Sed i’ no’l fo morir a gran dolore".

Allor ricigna il viso e gli oc[c]hi torna,

E troppo contra me tornò diverso:

Del fior guardar fortemente s’atorna.

A[h]i lasso, c[h]’or mi fu cambiato il verso!

In poca d’or sì ’l fatto mi bistorna

Che d’abate tornai men ch’a converso.

XXVII

Gelosia

Gelosia, che stava in sospeccione

Ch’ella del fior non fosse baratata,

Sì fe’ gridar per tutta la contrata

Ch’a·llei venisse ciascun buon maz[z]one,

Ch’ ella volea fondar una pregione

Dove Bellacoglienza fia murata;

Ché ’n altra guardia non fie più lasciata,

Po’ ch’ella l’à trovata i·mesprigione:

"Ché la guardia del fior è perigliosa,

Sì saria folle se ’llei mi fidasse

Per la bieltà ch’à ’n lei maravigliosa".

E se Venùs’ ancor la vicitasse,

Di ciò era certana, e non dottosa,

Ch’e’ conver[r]eb[b]e ch’ella il fior donasse.

XXVIII

L’Amante

Gelosia fece fondar un castello

Con gran fossi d’intorno e barbacani,

Ché molto ridottava uomini strani,

sì facev’ella que’ di su’ ostello;

E nel miluogo un casser fort’e bello,

Che non dottava as[s]alto di villani,

Fece murare a’ mastri più sovrani

Di marmo lavorato ad iscarpello;

E sì vi fece far quat[t]ro portali

Con gran tor[r]i di sopra imbertescate,

Ch’unque nel mondo non fur fatte tali;

E porte caditoie v’avea ordinate,

Che venian per condotto di canali:

L’altr’eran tutte di ferro sprangate.

XXIX

L’Amante

Quando Gelosia vide il castel fatto,

Sì si pensò d’avervi guernimento,

Ch[ed] e’ non era suo intendimento

Di renderlo per forza néd a patto.

Per dare a’ suo’ nemici mal atratto,

Vi mise dentro gran saettamento,

E pece e olio e ogn’altro argomento

Per arder castel di legname o gatto,

S’alcun lo vi volesse aprossimare:

Ché perduti ne son molti castelli

Per non prendersi guardia del cavare.

Ancor fe’ far traboc[c]hi e manganelli

Per li nemici lungi far istare

E servirli di pietre e di quadrelli.

XXX

L’Amante

Quand’ el[l]’eb[b]e il castel di guernigione

Fornito sì com’egli era mestiere,

Ad ogne porta mise su’ portiere,

De’ più fidati c[h]’avea in sua magione:

E perch’ella dottava tradigione,

Mise lo Schifo in sul portal primiere,

Perch’ella il sentia aspro cavaliere;

Al secondo, la figlia di Ragione,

Ciò fu Vergogna, che fe’ gran difensa;

La terza porta sì guardò Paura,

Ch’iera una donna di gran provedenza;

Al quarto portal, dietro da le mura,

Fu messo MalaBoc[c]a, la cui ’ntenza

Ferm’iera a dir mal d’ogne criatura.

XXXI

L’Amante

Bellacoglienza fu nella fortez[z]a

Per man di Gelosia mess’e fermata.

Ad una vec[c]hia l’eb[b]e acomandata

Che·lla tenesse tuttor in distrez[z]a;

Ch’ella dottava molto su’ bellez[z]a,

Che Castità à tuttor guer[r]eg[g]iata,

E Cortesia, di cu’ era nata,

No·lle facesse far del fior larghez[z]a.

Ver è ched ella sì ’l fece piantare

Là ’ve Bellacoglienza era ’n pregione,

Ch’altrove no’l sapea dove fidare.

Lassù non dottav’ella tradigione,

Ché quella vec[c]hia, a cu’ ’l diede a guardare,

Sì era del lignag[g]io Salvagnone.

XXXII

L’Amante

Gelosia andava a proveder le porte,

Sì trovava le guardie ben intese

Contra ciascuno star a le difese

E per donar e per ricever morte;

E MalaBocca si sforzava forte

In ogne mi’ sacreto far palese:

Que’ fu ’l nemico che più mi v’afese,

Ma sopra lui ricad[d]or poi le sorte.

Que’ non finava né notte né giorno

A suon di corno gridar: "Guarda, guarda!";

E giva per le mura tutto ’ntorno

Dicendo: "Tal è putta e tal si farda,

E la cotal à troppo caldo il forno,

E l’altra follemente altrù’ riguarda".

XXXIII

L’Amante

Quand’i’ vidi i marosi sì ’nforzare

Per lo vento a Provenza che ventava,

C[h]’alberi e vele e ancole fiac[c]ava,

E nulla mi valea il ben governare,

Fra me medesino comincià’ a pensare

Ch’era follia se più navicava,

Se quel maltempo prima non passava

Che dal buon porto mi facé’ alu[n]giare:

Sì ch’i’ allor m’ancolai a una piag[g]ia,

Veg[g]endo ch’i’ non potea entrar in porto:

La terra mi parea molto salvaggia.

I’ vi vernai co·molto disconforto.

Non sa che mal si sia chi non asaggia

Di quel d’Amor, ond’i’ fu’ quasi morto.

XXXIV

L’Amante

Pianto, sospiri, pensieri e afrizione

Eb[b]i vernando in quel salvag[g]io loco,

Ch’pena de·ninferno è riso e gioco

Ver’ quella ch’i’ soffersi a la stagione

C[h]’Amor mi mise a tal distruzione

Ch’e’ no·mi die’ sog[g]iorno as[s]à’ né poco:

Un’or mi tenne in ghiaccio, un’altra ’n foco.

Molto m’atten[n]e ben sua promessione,

Ma non di gioia né di nodrimento:

Ch’e’ di speranza mi dovea nodrire

Insin ched e’ mi desse giug[g]iamento.

Digiunar me ne fece, a ver vo dire;

Ma davami gran pez[z]e di tormento,

Con salsa stemperata di languire.

XXXV

L’Amante e Ragione

Languendo lungiamente in tal manera,

E non sapea ove trovar socorso,

Ché ’l tempo fortunal che m’era corso

M’avea gittato d’ogne bona spera,

Allor tornò a me, che lungi m’era,

Ragion la bella, e disse: "Tu·sse’ corso,

Se·ttu non prendi i·me alcun ricorso,

Po’ che Fortuna è ’nverso te sì fera.

Ed i’ ò tal vertù dal mi’ Segnore

Che mi criò, ch’i’ metto in buono stato

Chiunque al mi’ consiglio ferma il core;

E di Fortuna che·tt’à tormentato,

Se vuogli abandonar il Die d’Amore,

Tosto t’avrò co·llei pacificato".

XXXVI

L’Amante

Quand’i’ udì’ Ragion che ’l su’ consiglio

Mi dava buon e fin, sanza fallacie,

Dicendo di trovarmi acordo e pace

Con quella che m’avea messo ’n asiglio,

I’ le dissi: "Ragion, vec[c]o ch’i’ piglio!

Ma non ch’i’ lasci il mi’ signor verace,

Ched i’ son su’ fedel, e sì mi piace

Tanto ch’i’ l’amo più che padre figlio.

Onde di ciò pensar non è mestero

Né tra no’ due tenerne parlamento,

Ché non sareb[b]e fatto di leg[g]iero

perciò ch’i’ falseria mi’ saramento.

Megli’amo di Fortuna es[s]er guer[r]ero

Ched i’ a·cciò avesse pensamento".

 XXXVII

Ragione

"Falsar tal saramento è san’ pec[c]ato,

Poi te’ ciascun, secondo Dicretale,

Che, se l’uon giura di far alcun male,

S’e’ se ne lascia, non è pergiurato.

Tu mi proposi che tu se’ giurato

A questo dio, che·tt’à condotto a tale

C[h]’ogne vivanda mangi sanza sale,

sì fortemente t’à disavorato.

E sì si fa chiamar il Die d’Amore:

Ma chi così l’apella fa gran torto,

Ché su’ sornome dritto sì è Dolore.

Or ti parti da·llui, o tu se’ morto,

Né no’l tener giamà’ più a signore,

E prendi il buon consiglio ch’i’ t’aporto".

XXXVIII

L’Amante

"Ragion, tu sì mi vuo’ trar[e] d’amare

E di’ che questo mi’ signor è reo,

E ch’e’ non fu d’amor unquanche deo,

Ma di dolor, secondo il tu’ parlare.

Da·llui partir non credo ma’ pensare,

Né tal consiglio non vo’ creder eo,

Chéd egli è mi’ segnor ed i’ son seo

Fedel, sì è follia di ciò parlare.

Per ch’e’ mi par che ’l tu’ consiglio sia

Fuor di tu’ nome troppo oltre misura,

Ché sanza amor nonn-è altro che nuìa.

Se Fortuna m’à tolto or mia ventura,

Ella torna la rota tuttavia,

E quell’è quel che molto m’asicura".

XXXIX

Ragione

"Di trareti d’amar nonn-è mia ’ntenza",

Disse Ragion, "né da ciò non ti butto,

Ch’i’ vo’ ben che·ttu ami il mondo tutto,

Fermando in Gesocristo tu’ credenza.

E s’ad alcuna da’ tua benvoglienza,

Non vo’ che·ll’ami sol per lo didutto

Né per diletto, ma per trarne frutto,

Ché chi altro ne vuol cade in sentenza.

Ver è ch’egli à in quel[l]’opera diletto,

Che Natura vi mise per richiamo,

Per più sovente star con esse in letto:

Che se ciò non vi fos[s]e, ben sap[p]iamo

Che poca gente por[r]eb[b]e già petto

Al lavorio che cominciò Adamo".

XL

L’Amante

I’ le dissi: "Ragion, or sie certana,

Po’ che Natura diletto vi mise,

In quel lavor, ched ella no’l v’asise

Già per niente, ché non è sì vana,

Ma per continuar la forma umana;

sì vuol ch’uon si diletti in tutte guise

Per volontier tornar a quelle asise,

Ché ’n dilettando sua semenza grana.

Tu va’ dicendo ch’i’ no·mi diletti,

Mad i’ per me non posso già vedere

Che sanza dilettar uon vi s’asetti,

A quel lavor, per ch’io ferm’ò volere

Di dilettar col fior no·me ne getti.

Faccia Dio po’ del fiore su’ piacere!".

XLI

Ragione

"Del dilettar noi, vo’ chiti tua parte",

Disse Ragion, "né che sie sanz’amanza,

Ma vo’ che prendi me per tua ’ntendanza:

Che’ttu non troverai i·nulla parte

Di me più bella (e n’ag[g]ie mille carte),

Né che·tti doni più di dilettanza.

Degna sarei d’esser reina in Franza;

Sì fa’ follia, s’ tu mi getti a parte:

Ch’i’ ti farò più ric[c]o che Ric[c]hez[z]a,

Sanza pregiar mai rota di Fortuna,

Ch’ella ti possa mettere in distrez[z]a.

Se be·mi guardi, i·me nonn-à nes[s]una

Faz[z]on che non sia fior d’ogne bellez[z]a:

Più chiara son che nonn-è sol né luna".

XLII

L’Amante

"Ragion, tu sì mi fai larga proferta

Del tu’ amor e di te, ma i’ son dato

Del tutto al fior, il qual non fia cambiato

Per me ad altr’amor: di ciò sie certa.

Né non ti vo’ parlar sotto coverta:

Che s’i’ mi fosse al tutto a·tte gradato,

Certana sie ch’i’ ti verrè’ fallato,

Che ch’i’ dovesse aver, o prode o perta.

Allora avrè’ fallato a·llui e te,

E sì sarei provato traditore,

Ched i’ gli ò fatto saramento e fé.

Di questo fatto non far più sentore,

Ché ’l Die d’Amor m’à·ssì legato a·ssé

Che·tte non pregio e lui tengo a signore".

 XLIII

Ragione

"Amico, guarda s’ tu fai cortesia

Di scondir del tu’ amor tal damigella

Chente son io, che son sì chiara e bella

Che nulla falta i·me si troveria.

Nel mi’ visag[g]io l’uon si spec[c]hieria,

Sì non son troppo grossa né tro’ grella,

Né troppo grande né tro’ pic[c]iolella:

Gran gioia avrai se m’ài in tua balia.

Ched i’ sì·tti farò questo vantag[g]io,

Ch’i’ ti terrò tuttor in ricco stato,

Sanz’aver mai dolor nel tu’ corag[g]io.

E così tenni Socrato beato;

Ma mi credette e amò come sag[g]io,

Di che sarà di lui sempre parlato.

XLIV

Ragione

"Quel Socrato dond’i’ ti vo parlando,

Sì fu fontana piena di salute,

Della qual derivò ogne salute,

Po’ ched e’ fu del tutto al me’ comando.

Né mai Fortuna no’l gì tormentando:

Non pregiò sue levate né cadute;

Suo’ gioie e noie per lui fur ricevute,

Né ma’ su’ viso nonn-andò cambiando.

E bene e mal mettea in una bilanza

E tutto la facea igual pesare,

Sanza prenderne gioia né pesanza.

Per Dio, ched e’ ti piaccia riguardare

Al tu’ profitto, e prendim’ad amanza!

Più alto non ti puo’ tu imparentare.

XLV

Ragione

"Ancor non vo’ t’incresca d’ascoltarmi:

Alquanti motti ch’i’ voglio ancor dire

A ritenere intendi e a udire,

Ché non potresti aprender miglior’ salmi.

Tu sì à’ cominciato a biasimarmi

Perch’i’ l’Amor ti volea far fug[g]ire,

Che fa le genti vivendo morire:

E tu ’l saprai ancor se no·lo spalmi!

Sed i’ difendo a ciaschedun l’ebrez[z]a,

Non vo’ che ’l ber per ciò nes[s]un disami,

Se non se quello che la gente blez[z]a.

I’ non difendo a·tte che·ttu non ami,

Ma non Amor che·tti tenga ’n distrez[z]a,

E nella fin dolente te ne chiami".

XLVI

L’Amante

Quando Ragion fu assà’ dibattuta

E ch’ella fece capo al su’ sermone,

I’ sì·lle dissi: "Donna, tua lezione

Sie certa ch’ella m’è poco valuta,

Perciò ch’i’ no·ll’ò punto ritenuta,

Ché no·mi piace per nulla cagione;

Ma, cui piacesse, tal amonizione

Sì gli sareb[b]e ben per me renduta.

Chéd i’ so la lezion tratutta a mente

Pe·ripètall’a gente cu’ piacesse,

Ma già per me nonn-è savia niente:

Ché fermo son, se morir ne dovesse,

D’amar il fior, e ’l me’ cor vi s’asente,

O ’n altro danno ch’avenir potesse".

XLVII

L’Amante e l’Amico

Ragion si parte, quand’ella m’intese,

Sanza tener più meco parlamento,

Ché trovar non potea nullo argomento

Di trarmi de·laccio in ch’Amor mi prese.

Allor sì mi rimisi a le difese

Co’ mie’ pensieri, e fu’ i·mag[g]ior tormento

Assà’ ched i’ non fu’ al cominciamento:

No·mmi valea coverta di pavese.

Allor sì pia[c]que a Dio che ritornasse

Amico a me per darmi il su’ consiglio.

Sì tosto ch’e’ mi vide, a me sì trasse

E disse: "Amico, i’ sì mi maraviglio

Che ciascun giorno dimagre e apasse:

Dov’è il visag[g]io tu’ chiaro e vermiglio?".

XLVIII

L’Amante

Non ti maravigliar s’i’ non son grasso,

Amico, né vermiglio com’i’ soglio,

Ch’ogne contrario è presto a ciò ch’i’ voglio,

Così Fortuna m’à condotto al basso.

Ira e pensier m’ànno sì vinto e lasso

Ch’e’ non è maraviglia s’i’ mi doglio,

Chéd i’ sì vo a fedir a tale iscoglio,

S’Amor non ci provede, ch’i’ son casso.

E ciò m’à MalaBoc[c]a procacciato,

Che svegliò Castitate e Gelosia

Sì tosto com’i’ eb[b]i il fior basciato.

Allor fos[s]’egli stato i·Normandia,

Nel su’ paese ove fu strangolato,

Ché sì gli pia[c]que dir ribalderia!".

IL

L’Amante e Amico

Com’ era gito il fatto eb[b]i contato

A motto a motto, di filo in aguglia,

Al buono Amico, che non fu di Puglia;

Che m’eb[b]e molto tosto confortato,

E disse: "Guarda che n[on] sie ac[c]et[t]ato

Il consiglio Ragion, ma da te il buglia,

Ché ’ fin’amanti tuttor gli tribuglia

Con quel sermon di che·tt’à sermonato.

Ma ferma in ben amar tutta tua ’ntenza,

E guarda al Die d’Amor su’ [o]manag[g]io,

Ché tutto vince lungia soferenza.

Or metti a me intendere il corag[g]io,

Chéd i’ ti dirò tutta la sentenza

Di ciò che dé far fin amante sag[g]io.

L

Amico

"A MalaBocca vo’ primieramente

Che·ttu sì no gli mostri mal sembiante;

Ma se gli passe o dimore davante,

Umile gli ti mostra ed ubidente.

Di te e del tuo gli sie largo offerente

E faccia di te come di su’ fante:

Così vo’ che lo ’nganni, quel truante

Che si diletta in dir mal d’ogne gente.

Col braccio al collo sì die on menare

Il su’ nemico, insin che si’ al giubetto,

Co·le lusinghe, e po’ farlo impiccare.

Or metti ben il cuor a·cciò c[h]’ò detto:

Di costù’ ti convien così ovrare

Insin ch’e’ sia condotto al passo stretto.

LI

Amico

"Impresso vo’ che·ttu ag[g]ie astinenza

Di non andar sovente dal castello,

Né non mostrar che·tti sia guari bello

A riguardar là ov’è Bellacoglienza:

Ché·tti convien aver gran provedenza

Insin che MalaBoc[c]a t’è ribello,

Ché·ttu sa’ ben ch’egli è un mal tranello

Che giorno e notte grida e nogia [e] tenza.

De l’altre guardie non bisogna tanto

Guardar com’e’ ti fa di MalaBoc[c]a,

Ch’elle starian volontier da l’un canto;

Ma quel normando incontanente scoc[c]a

Ciò ched e’ sa, ed in piaz[z]a ed a santo,

E contruova di sé e mette in coc[c]a.

LII

Amico

"La Vec[c]hia che Bellacoglienz’à ’n guarda,

Servi ed onora a tutto tu’ podere:

Che s’ella vuol, troppo ti può valere,

Chéd ella nonn-è folle né musarda.

A Gelosia, che mal fuoco l’arda,

Fa ’l somigliante, se·lla puo’ vedere:

Largo prometti a tutte de l’avere,

Ma ’l pagamento il più che puo’ lo tarda.

E se·llor doni, dona gioeletti,

Be’ covriceffi e reti e ’nt[r]ecciatoi

E belle ghirlanduz[z]e e ispil[l]etti

E pettini d’avorio e riz[z]atoi,

Coltelli e paternostri e tessutetti:

Ché questi non son doni strug[g]itoi.

LIII

Amico

"Se non ài che donar, fa gran pro[m]essa

Sì com’i’ t’ò contato qui davanti,

Giurando loro Idio e tutti i santi,

Ed anche il sacramento della messa,

Che ciascuna farai gran baronessa,

Tanto darai lor fiorini e bisanti:

Di pianger vo’ che faccie gran semb[i]anti,

Dicendo che non puo’ viver sanz’essa.

E se·ttu non potessi lagrimare,

Fa che·ttu ag[g]ie sugo di cipolle

O di scalogni, e farànolti fare;

O di scialiva gli oc[c]hi tu·tte ’molle,

S’ad altro tu non puo’ ricoverare.

E così vo’ che ciascheduna bolle.

LIV

Amico

"Se·ttu non puo’ parlar a quella ch’ami,

Sì·lle manda per lettera tu’ stato,

Dicendo com’Amor t’à·ssì legato

Ver’ lei, che ma’ d’amarla non ti sfami.

E le’ dirai: "Per Gesocristo, tra’mi

D’esti pensier’, che m’ànno sì gravato!";

Ma guarda che·llo scritto sia mandato

Per tal messag[g]io che non vi difami.

Ma nella lettera non metter nome;

Di lei dirai "colui", di te "colei":

Così convien cambiar le pere a pome.

Messag[g]io di garzon’ ma’ non farei,

Chéd e’ v’à gran periglio, ed odi come:

Nonn-à fermez[z]a in lor; perciò son rei.

LV

Amico

"E se·lla donna prende tu’ presente,

Buon incomincio avrà’ di far mercato;

Ma·sse d’un bascio l’avessi inarrato,

Saresti poi certan del rimanente.

E s’ella a prender non è conoscente,

Anzi t’avrà del tutto rifusato,

Sembianti fa che sie forte crucciato,

E pàrtiti da·llei san’ dir niente.

E poi dimora un tempo san’ parlarne,

E non andar in luogo ov’ella sia,

E fa sembiante che nonn-ài che farne.

Ell’enterrà in sì gran malinconia

Che no·lle dimorrà sopr’osso carne;

Sì·ssi ripentirà di sua follia.

LVI

Amico

"Il marinaio che tuttor navicando

Va per lo mar, cercando terra istrana,

Con tutto si guid’e’ per tramontana,

Sì va e’ ben le sue vele cambiando

E per fug[g]ire da terra e apressando,

In quella guisa c[h]’allor gli è più sana:

Così governa mese e settimana

Insin che ’l mar si va rabonacciando.

Così dé far chi d’Amor vuol gioire

Quand’e’ truova la sua donna diversa:

Un’or la dé cacciar, altra fug[g]ire.

Allor sì·lla vedrà palida e persa,

Ché sie certan che le parrà morire

Insin che no·lli cade sotto inversa.

 LVII

Amico

"Quando fai ad alcuna tua richesta,

O vec[c]hia ch’ella sia o giovanzella,

O maritata o vedova o pulzella,

Sì convien che·lla lingua tua sia presta

A·lle’ lodar suo’ oc[c]hi e bocca e testa

E dir che sotto ’l ciel non à più bella:

"Piacesse a Dio ch’i’ v’avesse in gonella

Là ov’io diviserei, in mia podesta!".

Così le’ déi del tutto andar lodando,

Chéd e’ nonn-è nes[s]una sì atempata

Ch’ella non si diletti in ascoltando,

E credes’esser più bella che fata;

E ’mmantenente pensa a gir pelando

Colui che prima tanto l’à lodata.

LVIII

Amico

"Le giovane e le vec[c]hie e le mez[z]ane

Son tutte quante a prender sì ’ncarnate

Che nessun puote aver di lor derate

Per cortesia, tanto son villane:

Ché quelle che si mostran più umane

E non prendenti, dànno le ghignate.

Natur’è quella che·lle v’à ’fetate,

Sì com’ell’à ’fetato a caccia il cane.

Ver è c[h]’alcuna si mette a donare;

Ma ella s’è ben prima proveduta

Ch’ella ’l darà in luogo d’adoppiare.

I·llor gioei non son di gran valuta,

Ma e’ son esca per uccè’ pigliare.

Guardisi ben chi à corta veduta!

LIX

Amico

"Se quella cu’ richiedi ti rifiuta,

Tu sì non perdi nulla in su’ scondetto,

Se non se solo il motto che·ll’ài detto:

Dello scondir sarà tosto pentuta.

Una nel cento non fu mai veduta

(Ed ancor più, che ’l miglià’ ci ti metto)

Femina cu’ piacesse tal disdetto,

Come ch’ella t’asalga di venuta.

Richiè’, c[h]’almen n’avrà’ su’ ben volere,

Con tutto ti vad’ella folleg[g]iando,

Ché·ttu no·le puo’ far mag[g]ior piacere.

Ma di ciò non dé gir nessun parlando

Se ’n averla non mette su’ podere,

Chéd ella se ne va dapoi vantando.

LX

Amico

"E quando tu·ssarai co·llei soletto,

Prendila tra·lle braccia e fa ’l sicuro,

Mostrando allor se·ttu·sse’ forte e duro,

E ’mantenente le metti il gambetto.

Né no·lla respittar già per su’ detto:

S’ella chiede merzé, cheg[g]ala al muro.

Tu·lle dirai: "Madonna, i’ m’assicuro

A questo far, c[h]’Amor m’à·ssì distretto

Di vo’, ched i’ non posso aver sog[g]iorno;

Per ch’e’ convien che vo’ ag[g]iate merzede

Di me, che tanto vi son ito intorno;

Ché·ssiate certa ched i’ v’amo a fede,

Né d’amar voi giamai no·mmi ritorno,

Ché per voi il me’ cor salvar si crede".

LXI

Amico

"E se·ttu ami donna ferma e sag[g]ia,

Ben sag[g]iamente e fermo ti contieni,

C[h]’avanti ch’ella dica: "Amico, tieni

Delle mie gioie", più volte t’asag[g]ia.

E se·ttu ami femina volaggia,

Volag[g]iamente davanti le vieni

E tutt’a la sua guisa ti mantieni;

Od ella ti terrà bestia salvaggia,

E crederà che·ttu sie un papalardo,

Che sie venuto a·llei per inganarla:

Chéd ella il vol pur giovane e gagliardo.

La buona e·ssaggia ma’ di ciò non parla,

Anz’ama più l’uon fermo che codardo,

Ché non dotta che que’ faccia blasmarla.

LXII

Amico

"Ancor convien che·ttu sacci’ alcun’arte

Per governar e te e la tu’ amica:

Di buon’ morsei tuttor la mi notrica,

E dàlle tuttavia la miglior parte.

E s’ella vuol andar i·nulla parte,

Sì·lle dì: "Va, che Dio ti benedica";

In gastigarla non durar fatica,

Sed al su’ amor non vuo’ tagliar le carte.

E se·lla truovi l’opera faccendo,

Non far sembiante d’averla veduta:

In altra parte te ne va fug[g]endo.

E se·lle fosse lettera venuta,

Non t’intrametter d’andar incheg[g]endo

Chi·ll’à recata né chi la saluta.

LXIII

Amico

"S’a scac[c]hi o vero a·ttavole giocassi

Colla tua donna, fa ch’ag[g]ie il pig[g]iore

Del gioco, e dille ch’ell’è la migliore

Dadigittante che·ttu mai trovassi.

S’a coderon giocaste, pigna ambassi,

E fa ched ella sia là vincitore:

Della tua perdita non far sentore,

Ma che cortesemente la ti passi.

Falla seder ad alti, e·ttu sie basso,

E sì·ll’aporta carello o cuscino:

Di le’ servir non ti veg[g]hi mai lasso.

S’adosso le vedessi un buscolino,

Fa che glie·levi, e se vedessi sasso

Là ’v’ella dé passar, netta ’l camino

LXIV

Amico

"A sua maniera ti mantien tuttora:

Che s’ella ride, ridi, o balla, balla;

O s’ella piange, pensa a consolalla,

Ma fa che pianghe tu sanza dimora.

E se con altre don[n]e fosse ancora

Che giocas[s]ero al gioco della palla,

S’andasse lungi, corri ad aportalla:

A·lle’ servir tuttor pensa e lavora.

E se vien alcun’or ch’ella ti tenza,

Ch’ella ti crucci sì che·ttu le dài,

Imantenente torna ad ubidenza;

E giurale che ma’ più no’l farai;

Di quel ch’ài fatto farai penitenza;

Prendila e falle il fatto che·tti sai.

LXV

Amico

"Sovr’ogne cosa pensa di lusinghe,

Lodando sua maniera e sua faz[z]one,

E che di senno passa Salamone:

Con questi motti vo’ che·lla dipinghe.

Ma guarda non s’aveg[g]a che·tt’infinghe,

Ché non v’andresti mai a processione;

Non ti var[r]eb[b]e lo star ginoc[c]hione:

Però quel lusingar fa che tu ’l tinghe.

Chéd e’ n’è ben alcuna sì viziata

Che non crede già mai ta’ favolelle,

Perc[h]’altra volta n’è stata beffata;

Ma queste giovanette damigelle,

Cu’ la lor terra nonn-è stata arata,

Ti crederanno ben cotà’ novelle.

LXVI

Amico

"Se·ttu ài altra amica procacciata,

O ver che·ttu la guardi a procac[c]iare,

E sì non vuo’ per ciò abandonare

La prima cu’ à’ lungo tempo amata,

Se·ttu a la novella à’ gioia donata,

Sì dì ch’ella la guardi di recare

In luogo ove la prima ravisare

No·lla potesse, ché seria smembrata.

O s’ella ancor ne fosse in sospez[z]one,

Fa saramenta ch’ella t’ag[g]ia torto,

C[h]’unque ver’ lei non fosti i·mesprigione;

E s’ella il pruova, convien che sie acorto

A dir che forza fu e tradigione:

Allor la prendi e sì·lle ’nnaffia l’orto.

LXVII

Amico

"E se·ttua donna cade i·mmalatia,

Sì pensa che·lla faccie ben servire,

Né·ttu da·llei giamai non ti partire;

Dàlle vivanda c[h]’a piacer le sia;

E po’ sì·lle dirai: "Anima mia,

Istanotte ti tenni i·mmio dormire

intra·lle braccia, sana, al me’ disire:

Molto mi fece Idio gran cortesia,

Che mi mostrò sì dolze avisione".

Po’ dica, ch’ella l’oda, come sag[g]io,

Che per lei farà’ far gran processione,

O·ttu n’andrà’ in lontan pellegrinag[g]io,

Se Gesocristo le dà guerigione.

Così avrai il su’ amor e ’l su’ corag[g]io".

LXVIII

L’Amante e Amico

Quand’eb[b]i inteso Amico che leale

Consiglio mi d[on]ava a su’ podere,

I’ sì·lli dissi: "Amico, il mi’ volere

Non fu unquanche d’esser disleale;

Né piaccia a Dio ch’i’ sia condotto a tale

Ch’i’ a le genti mostri benvolere

E servali del corpo e dell’avere,

Ch[ed] i’ pensas[s]e poi di far lor male.

Ma sòffera ch’i’ avante disfidi

E MalaBocca e tutta sua masnada,

Sì che neuno i·mme giamai si fidi;

Po’ penserò di metterli a la spada".

Que’ mi rispuose: "Amico, mal ti guidi.

Cotesta sì nonn-è la dritta strada.

LXIX

Amico

"A te sì non convien far disfidaglia,

Se·ttu vuo’ ben civir di questa guerra:

Lasciala far a’ gran’ signor’ di terra,

Che posson sof[f]erir oste e battaglia.

MalaBocca, che così ti travaglia,

E traditor: chi ’l tradisce non erra;

Chi con falsi sembianti no·ll’aferra,

il su’ buon gioco mette a ripentaglia.

Se·ttu lo sfidi o batti, e’ griderà,

Chéd egli è di natura di mastino:

Chi più ’l minaccia, più gli abaierà.

Chi MalaBocca vuol metter al chino,

Sed egli è sag[g]io, egli lusingherà:

Ché certo sie, quell’è ’l dritto camino".

LXX

L’Amante e Amico

"Po’ mi convien ovrar di tradigione

E a·tte pare, Amico, ch’i’ la faccia,

I’ la farò, come ch’ella mi spiaccia,

Per venir al di su di quel cagnone.

Ma sì·tti priego, gentil compagnone,

Se·ssai alcuna via che·ssia più avaccia

Per MalaBocca e’ suo’ metter in caccia

E trar Bellacoglienza di pregione,

Che·ttu sì·lla mi insegni, ed i’ v’andrò

E menerò comeco tal aiuto

Ched i’ quella fortez[z]a abatterò".

"E’ nonn-à guari ch’i’ ne son venuto",

Rispuose Amico, "ma ’l ver ti dirò,

Che·ss’i’ v’andai, i’ me ne son pentuto.

LXXI

Amico

"L’uom’apella il camin TroppoDonare;

E’ fu fondato per FolleLarghez[z]a;

L’entrata guarda madonna Ric[c]hez[z]a,

Che non i lascia nessun uon passare,

S’e’ nonn-è su’ parente o su’ compare:

Già tanto nonn-avreb[b]e in sé bellez[z]a,

Cortesia né saver né gentilez[z]a,

Ched ella gli degnasse pur parlare.

Se puo’ per quel camin trovar passag[g]io,

Tu·ssì abatterà’ tosto il castello,

Bellacoglienza trarà’ di servag[g]io.

Non vi varrà gittar di manganello,

Néd a le guardie lor folle musag[g]io,

Porte né mura, né trar di quadrello.

LXXII

Amico

"Or sì·tt’ò detto tutta la sentenza

Di ciò che·ssag[g]io amante far dovria:

Così l’amor di lor guadagneria,

Sanz’aver mai tra·llor malivoglienza.

Se mai trai di pregion Bellacoglienza,

Sì fa che·ttu ne tenghi questa via,

Od altrimenti mai non t’ameria,

Che ch’ella ti mostrasse in aparenza.

E dàlle spazio di poter andare

Colà dove le piace per la villa;

Pena perduta seria in le’ guardare:

Ché·ttu ter[r]esti più tosto un’anguilla

Ben viva per la coda, e fossi i·mmare,

Che non faresti femina che ghilla".

LXXIII

L’Amante

Così mi confortò il buon Amico,

Po’ si partì da me sanza più dire;

Allor mi comincià’ fort’a gechire

Ver’ MalaBocca, il mi’ crudel nemico.

Lo Schifo i’ sì pregiava men ch’un fico,

Ch’egli avea gran talento di dormire;

Vergogna si volea ben sofferire

Di guer[r]eg[g]iarmi, per certo vi dico.

Ma e’ v’era Paura, la dottosa,

C[h]’udendomi parlar tutta tremava:

Quella nonn-era punto dormigliosa;

In ben guardar il fior molto pensava;

Vie più che·ll’altre guardi’era curiosa,

Perciò che ben in lor non si fidava.

LXXIV

L’Amante

Intorno dal castello andai cercando

Sed i’ potesse trovar quel[l]’entrata

La qual FolleLarghez[z]a avea fondata,

Per avacciar ciò che giva pensando.

Allor guardai, e sì vidi ombreando

Di sotto un pin una donna pregiata,

Sì nobilmente vestita e parata

Che tutto ’l mondo gia di lei parlando.

E sì avea in sé tanta bel[l]ez[z]a

Che tutto intorno lei aluminava

Col su’ visag[g]io, tanto avea chiarez[z]a;

Ed un suo amico co·llei si posava.

La donna sì avea nome Ric[c]hez[z]a,

Ma·llui non so com’altri l’apellava.

LXXV

L’Amante e Ric[c]hez[z]a

Col capo inchin la donna salutai,

E sì·lla cominciai a domandare

Del camin c[h]’uomo apella TroppoDare.

Quella rispose: "Già per me no’l sai;

E se ’l sapessi, già non vi ’nterrai,

Chéd i’ difendo a ciaschedun l’entrare

Sed e’ nonn-à che spender e che dare,

Sì farai gran saver se·tte ne vai:

C[h]’unquanche non volesti mi’ acontanza,

Né mi pregiasti mai a la tua vita.

Ma or ne prenderò buona vengianza:

Ché sie certano, se·ttu m’ài schernita,

i’ ti darò tormento e malenanza,

Sì ch’e’ me’ ti var[r]ia avermi servita".

LXXVI

L’Amante e Ric[c]hez[z]a

"Per Dio, gentil madonna, e per merzede",

Le’ dissi allor, "s’i’ ò ver’ voi fallato,

Ched e’ vi piaccia ched e’ sia amendato

Per me, chéd i’ ’l farò a buona fede:

Ch’i’ son certan che ’l vostro cuor non crede

Com’io dentro dal mio ne son crucciato;

Ma quando vo’ m’avrete ben provato,

E’ sarà certo di ciò c[h]’or non vede.

Per ch’i’ vi priego che mi diate il passo,

Ched i’ potesse abatter il castello

Di Gelosia, che m’à sì messo al basso".

Quella mi disse: "Tu se’ mio ribello;

Per altra via andrai, ché sarà’ lasso

Innanzi che n’abatti un sol crinello".

LXXVII

L’Amante e Dio d’Amore

Già no·mi valse nessuna preghera

Ched i’ verso Ric[c]hez[z]a far potesse,

Ché poco parve che le ne calesse,

Sì la trovai ver’ me crudel e fera.

Lo Dio d’Amor, che guar’ lungi no·mm’era,

Mi riguardò com’io mi contenesse,

E parvemi ched e’ gli ne increscesse;

Sì venne a me e disse: "In che manera,

Amico, m’ài guardato l’omanag[g]io

Che mi facesti, passat’à un anno?".

I’ gli dissi: "Messer, vo’ avete il gag[g]io

Or, ch’è il core". "E’ non ti fia già danno,

Ché tu·tti se’ portato come sag[g]io,

Sì avrai guiderdon del grande afanno".

LXXVIII

L’Amante

Lo Dio d’Amor per tutto ’l regno manda

Messag[g]i e lettere a la baronia:

Che davanti da lui ciaschedun sia,

Ad alcun priega e ad alcun comanda;

E ch’e’ vorrà far lor una domanda

La qual fornita converrà che·ssia:

D’abatter il castel di Gelosia,

Sì ch’e’ non vi dimori inn-uscio banda.

Al giorno ciaschedun si presentò,

Presto di far il su’ comandamento:

Dell’armadure ciaschedun pensò,

Per dar a Gelosia pene e tormento.

La baronia i’ sì vi nomerò

Secondo ched i’ ò rimembramento.

LXXIX

La baronia d’Amore

Madonna Oziosa venne la primiera

Con NobiltàdiCuor e con Ric[c]hezza:

Franchigia, Cortesia, Pietà, Larghez[z]a,

Ardimento e Onor, ciaschedun v’era.

Diletto e Compagnia seguian la schiera;

Angelicanza, Sicurtà e Letezza

E Solaz[z]o e Bieltate e Giovanez[z]a

Andavan tutte impresso la bandera.

Ancor v’era Umiltate e Pacienza;

Giolività vi fue e BenCelare

E Falsembiante e CostrettaAstinenza.

Amor si cominciò a maravigliare

Po’ vide Falsembiante in sua presenza,

E disse: "Chi·ll’à tolto a sicurare?".

 LXXX

CostrettaAstinenza

AstinenzaCostretta venne avanti,

E disse: "E’ vien comeco in compagnia,

Ché sanza lui civir no·mmi poria,

Tanto non pregherei né Die né ’ santi;

E me e sé governa co’ sembianti

Che gli ’nsegnò sua madre Ipocresia.

I’ porto il manto di papalardia

Per più tosto venir a tempo a’ guanti.

E così tra noi due ci governiamo

E nostra vita dimeniàn gioiosa,

Sanza dir cosa mai che noi pensiamo.

La ciera nostra par molto pietosa,

Ma nonn-è mal nes[s]un che non pensiamo,

Ben paià·noi gente relegiosa".

LXXXI

Dio d’Amor e Falsembiante

Lo Dio d’Amor sor[r]ise, quando udìo

AstinenzaCostretta sì parlare,

E disse: "Qui à gente d’alt’affare!

Dì, Falsembiante, se·tt’aiuti Idio,

S’i’ ti ritegno del consiglio mio,

Mi potrò io in te punto fidare?".

"Segnor mio sì, di nulla non dottare,

Ch’altro c[h]’a lealtà ma’ non pens’io".

"Dunqu’è cotesto contra tua natura".

"Veracemente ciò è veritate,

Ma tuttor vi met[t]ete in aventura!

Mai i·lupo di sua pelle non gittate,

No·gli farete tanto di laidura,

Se voi imprima no·llo scorticate".

LXXXII

Dio d’Amore

Amor disse a’ baroni: "I’ v’ò mandato

Perch’e’ convien ch’i’ ag[g]ia il vostro aiuto,

Tanto che quel castel si’ abattuto

Che Gelosia di nuovo à già fondato.

Onde ciascun di voi è mi’ giurato:

Sì vi richeg[g]io che sia proveduto

Per voi in tal maniera che tenuto

Non sia più contra me, ma si’ aterrato.

Ch’e’ pur convien ch’i’ soccorra Durante,

Chéd i’ gli vo’ tener sua promessione,

Ché trop[p]o l’ò trovato fin amante.

Molto penò di tòr[r]elmi Ragione:

Que’ come sag[g]io fu sì fermo e stante

Che no·lle valse nulla su’ sermone".

LXXXIII

Il consiglio della baronia

La baronia sì fece parlamento

Per devisar in che maniera andranno

O la qual porta prima assaliranno;

Sì fur ben tutti d’un acordamento,

Fuor che Ric[c]hez[z]a, che fe’ saramento

Ch’ella non prendereb[b]e per me affanno,

Néd al castel non dareb[b]e già danno

Per pregheria né per comandamento

Che nessuna persona far potesse,

Perciò ch’i’ non volli anche sua contezza:

Sì era dritto ch’i’ me ne pentesse.

Ben disse ch’i’ le feci gran carezza

Sotto dal pin, ma non c[h]’ancor vedesse

Che Povertà no·m’avesse in distrezza.

LXXXIV

L’ordinanze delle battaglie de la baronia

Al Die d’Amor ricordaro il fatto,

E disser ch’e’ trovavar d’acordanza

Che Falsembiante e CostrettaAstinanza

Dessono a MalaBocca scacco matto;

Larghez[z]a e Cortesia traes[s]er patto

Con quella che·ssa ben la vec[c]hia danza,

E Pietate e Franchez[z]a dear miccianza

A quello Schifo che sta sì ’norsato;

E po’ vada Diletto e BenCelare,

Ed a Vergogna dean tal lastrellata

Ched ella non si possa rilevare;

Ardimento a Paura dea ghignata,

E Sicurtà la deg[g]ia sì pelare

Ched ella non vi sia ma’ più trovata.

LXXXV

Lo Dio d’Amore

Amor rispuose: "A me sì piace assai

Che l’oste avete bene istabulita;

Ma·ttu, Ric[c]hez[z]a, c[h]’or mi se’ fallita,

Sed i’ potrò, tutte ne penterai.

S’uomini ric[c]hi i’ posso tener mai,

Non poss’io già star un giorno in vita,

S’avanti che da me facciar partita

Non recherò a poco il loro assai.

Uomini pover’ fatt’ànno lor sire

Di me, e ciaschedun m’à dato il core:

Per ch’a tal don mi deg[g]io ben sofrire.

Se di ric[c]hez[z]a sì come d’amore

I’ fosse dio, non possa io ben sentire

Sed i’ no·gli mettesse in gran riccore".

LXXXVI

La risposta de la baronia

"S’uomini ric[c]hi vi fanno damag[g]io,

Vo’ avete ben chi ne farà vendetta:

Non fate forza s’ella non s’afretta,

Ché no’ la pagherén ben de l’oltrag[g]io.

Le donne e le pulzelle al chiar visag[g]io

Gli metteranno ancor a tal distretta,

Ma’ che ciascuna largo si prometta,

Che strutto ne sarà que’ ch’è ’l più sag[g]io.

Ma Falsembiante trametter non s’osa

Di questi fatti, né sua compagnia,

Ché gra·mmal gli volete: ciò ci posa.

Sì vi priega tutta la baronia

Che·riceviate, e [a]menderà la cosa".

"Da po’ che vo’ volete, e così sia".

LXXXVII

Amore

Amor sì disse: "Per cotal convento,

FalsoSembiante, i·mmia corte enter[r]ai,

Che tutti i nostri amici avanzerai

E metterai i nemici in bassamento.

E sì·tti do per buon cominciamento

Che re de’ barattier’ tu sì sarai:

Ché pez[z]’à che ’n capitolo il fermai,

Ch’i’ conoscea ben tu’ tradimento.

Or sì vo’ che·cci dichi in audienza,

Pe·ritrovarti se n’avrén mestiere,

I·luogo dove tu·ffai residenza,

Né di che servi, né di che mestiere.

Fa che n’ag[g]iàn verace conoscenza;

Ma no’l farai, sì·sse’ mal barattiere".

LXXXVIII

Falsembiante

"Po’ ch’e’ vi piace, ed i’ sì ’l vi diròe",

Diss’alor Falsembiante: "or ascoltate,

Chéd i’ sì vi dirò la veritate

De·luogo dov’io uso e dov’i’ stoe.

Alcuna volta per lo secol voe,

Ma dentro a’ chiostri fug[g]o in salvitate,

Ché quivi poss’io dar le gran ghignate

E tuttor santo tenuto saròe.

Il fatto a’ secolari è troppo aperto:

Lo star guari co·lor no·mmi bisogna,

C[h]’a me convien giucar troppo coperto.

Perch’i’ la mia malizia mi ripogna,

Vest’io la roba del buon frate Alberto:

Chi tal rob’àe, non teme mai vergogna.

LXXXIX

Falsembiante

"I’ sì mi sto con que’ religiosi,

Religiosi no, se non in vista,

Che·ffan la ciera lor pensosa e trista

Per parer a le genti più pietosi;

E sì si mostran molto sofrettosi

E ’n tapinando ciaschedun a[c]quista:

Sì che perciò mi piace lor amista,

C[h]’a barattar son tutti curiosi.

Po’ vanno procacciando l’acontanze

Di ric[c]he genti, e van[n]ole seguendo,

E sì voglion mangiar le gran pietanze,

E’ preziosi vin’ vanno bevendo:

E queste son le lor grandi astinanze;

Po’ van la povertà altrui abellendo.

XC

Falsembiante

"E’ sì vanno lodando la poverta,

E le ric[c]hez[z]e pescan co’ tramagli,

Ed ivi mettor tutti lor travagli,

Tutto si cuoprar e’ d’altra coverta.

Di lor non puo’ tu trare cosa certa:

Se·ttu lor presti, me’ val a chitarli;

Che se·ttu metti pena in ra[c]quistarli,

Ciascun di lor si ferma in darti perta.

E ciascun dice ch’è religioso

Perché vesta di sopra grossa lana,

E ’l morbido bianchetto tien nascoso;

Ma già religione ivi non grana,

Ma grana nel cuor umile e piatoso

Che ’n trar sua vita mette pena e ana.

XCI

Falsembiante

"Com’i’ v’ò detto, in cuore umile e piano

Santa religion grana e fiorisce:

Religioso non si inorgoglisce;

Tuttora il truova l’uon dolce e umano.

A cotal gente i’ sì do tosto mano,

Ché vita di nessun no·mm’abelisce

Se non inganna e baratta e tradisce;

Ma ’l più ch’i’ posso, di lor sì mi strano,

Ché con tal gente star ben non potrei;

C[h]’a voi, gentil signor, ben dire l’oso,

Che s’i’ vi stes[s]e, i’ sì mi ’nfignirei.

E però il mi’ volere i’ sì vi chioso,

Che pender prima i’ sì mi lascierei

Ched i’ uscisse fuor di mi’ proposo.

XCII

Fa[l]sembiante

"Color con cui sto si ànno il mondo

Sotto da lor sì forte aviluppato,

Ched e’ nonn-è nes[s]un sì gran prelato

C[h]’a lor possanza truovi riva o fondo.

Co·mmio baratto ciaschedun afondo:

Che sed e’ vien alcun gra·litterato

Che voglia discovrir il mi’ peccato,

Co·la forza ch’i’ ò, i’ sì ’l confondo.

Mastro Sighier non andò guari lieto:

A ghiado il fe’ morire a gran dolore

Nella corte di Roma, ad Orbivieto.

Mastro Guiglielmo, il buon di Sant’Amore,

Fec’i’ di Francia metter in divieto

E sbandir del reame a gran romore.

XCIII

FalsoSembiante

"I’ sì vo per lo mondo predicando

E dimostrando di far vita onesta;

Ogne mi’ fatto sì vo’ far a sesta,

E gli altrui penso andar aviluppando.

Ma chi venisse il fatto riguardando,

Ed egli avesse alquanto sale in testa,

Veder potreb[b]e in che ’l fatto si ne-sta,

Ma no’l consiglierè’ andarne parlando.

Ché que’ che dice cosa che mi spiaccia,

O vero a que’ che seguor mi’ penone,

E’ convien che·ssia morto o messo in caccia,

Sanza trovar in noi mai ridenzione

Né per merzé né per cosa ch’e’ faccia:

E’ pur convien ch’e’ vada a distruzione".

XCIV

Dio d’Amore e Falsembiante

Come FalsoSembiante sì parlava,

Amor sì ’l prese allora ãragionare,

E dis[s]egli, in rompendo su’ parlare,

C[h]’al su’ parer ver’ Dio troppo fallava.

E poi il domandò se l’uon trovava

Religione in gente seculare.

Que’ disse: "Sì, nonn-è mestier dottare

"Che più che ’n altro luogo ivi fruttava;

Chéd e’ sareb[b]e troppo gran dolore

Se ciaschedun su’ anima perdesse

Perché vestisse drappo di colore.

Né lui né altri già ciò non credesse":

Ché ’n ogne roba porta frutto e fiore

Religion, ma’ che ’l cuor le si desse.

XCV

Falsembiante

"Molti buon’ santi à l’uon visti morire

E molte buone sante gloriose,

Che fuor divote e ben religiose

E robe di color’ volean vestire:

Né non lasciãr perciò già di santire;

Ma elle non fur anche dispittose,

Anz’eran caritevoli e pietose

E sofferian per Dio d’esser martìre.

E s’i’ volesse, i’ n’andrè’ assà’ nomando;

Ma apressoché tutte le sante e’ santi

Che·ll’uon va per lo mondo og[g]i adorando,

Ten[n]er famiglie, e sì fecer anfanti;

Vergine e caste donne gîr portando

Cotte e sorcotti di colori e manti.

XCVI

Falsembiante

"L’undicimilia vergini beate

Che davanti da Dio fanno lumera,

In roba di color ciaschedun’era

Il giorno ch’elle fur martoriate:

Non ne fur per ciò da Dio schifate.

Dunque chi dice che·ll’anima pèra

Per roba di color, già ciò non chera,

Ché già non fiar per ciò di men salvate:

Ché ’l salvamento vien del buon corag[g]io;

La roba non vi to’ né non vi dona.

E questo sì dé creder ogne sag[g]io,

Che non sia intendimento di persona

Che que’ che veste l’abito salvag[g]io

Si salvi, se nonn-à l’opera bona.

XCVII

Falsembiante

"Chi della pelle del monton fasciasse

I·lupo, e tra·lle pecore il mettesse,

Credete voi, perché monton paresse,

Che de le pecore e’ non divorasse?

Già men lor sangue non desiderasse,

Ma vie più tosto inganar le potesse;

Po’ che·lla pecora no’l conoscesse,

Se si fug[g]isse, impresso lui n’andasse.

Così vo io mi’ abito divisando

Ched i’ per lupo non sia conosciuto,

Tutto vad’io le genti divorando;

E, Dio merzé, i’ son sì proveduto

Ched i’ vo tutto ’l mondo og[g]i truffando,

E sì son santo e produomo tenuto.

XCVIII

Falsembiante

"Sed e’ ci à guari di cota’ lupelli,

La Santa Chiesa sì è malbalita,

Po’ che·lla sua città è asalita

Per questi apostoli, c[h]’or son, novelli:

Ch’i’ son certan, po’ ch’e’ son suo’ rubelli,

Ch’ella non potrà essere guarentita;

Presa sarà sanza darvi fedita

Né di traboc[c]hi né di manganelli.

Se Dio non vi vuol metter argomento,

La guer[r]a sì fie tosto capitata,

Sì ch’ogne cosa andrà a perdimento:

Ed a me par ch’E’ l’à dimenticata,

Po’ sòfera cotanto tradimento

Da color a cui guardia l’à lasciata.

IC

Falsembiante

"Sed e’ vi piace, i’ sì m’andrò posando

Sanza di questi fatti più parlare;

Ma tuttor sì vi vo’ convenenzare

Che tutti i vostri amici andrò avanzando,

Ma’ che comeco ciascun vada usando;

Sì son e’ morti se no’l voglion fare;

E la mia amica convien onorare,

O ’l fatto loro andrà pur peg[g]iorando.

Egli è ben ver ched i’ son traditore,

E per ladron m’à Dio pezz’à giug[g]iato,

Perch’i’ ò messo il mondo in tanto er[r]ore.

Per molte volte mi son pergiurato;

Ma i’ fo il fatto mio sanza romore,

Sì che nessun se n’è ancora adato.

C

Falsembiante

"I’ fo sì fintamente ogne mio fatto

Che Proteus[so], che già si solea

Mutare in tutto ciò ched e’ volea,

Non sep[p]e unquanche il quarto di baratto

Come fo io, che non tenni ancor patto,

E nonn-è ancor nessun che se n’adea,

Tanto non stea commeco o mangi o bea

Che nella fine no·gli faccia un tratto.

Chéd i’ so mia faz[z]on sì ben cambiare

Ched i’ non fui unquanche conosciuto

In luogo, tanto vi potesse usare:

Ché chi mi crede più aver veduto,

Cogli atti miei gli so gli oc[c]hi fasciare,

Sì ch’e’ m’à incontanente isconosciuto.

CI

Falsembiante

"I’ sì so ben per cuor ogne linguag[g]io;

Le vite d’esto mondo i’ ò provate:

Ch’un’or divento prete, un’altra frate,

Or prinze, or cavaliere, or fante, or pag[g]io,

Secondo ched i’ veg[g]io mi’ vantag[g]io;

Un’altr’or son prelato, un’altra abate;

Molto mi piaccion gente regolate,

Ché co·llor cuopr’i’ meglio il mi’ volpag[g]io.

Ancor mi fo romito e pellegrino,

Cherico e avocato e g[i]ustiziere

E monaco e calonaco e bighino;

E castellan mi fo e forestiere,

E giovane alcun’ora e vec[c]hio chino:

A brieve mott’i’ son d’ogni mestiere.

CII

Falsembiante

"Sì prendo poi, per seguir mia compagna,

Cioè madon[n]a CostrettaAstinenza,

Altri dighisamenti a sua vogl[i]enza,

Perch’ella mi sollaz[z]a e m’acompagna;

E metto pena perch’ella rimagna

Comeco, perch’ell’è di gran sofrenza

E s[ì] amostra a·ttal gran benvoglienza

Ch’ella vor[r]eb[b]e che fosse in Ispagna.

Ella si fa pinzochera e badessa

E monaca e rinchiusa e serviziale,

E fassi sopriora e prioressa.

Idio sa ben sed ell’è spiritale!

Altr’or si fa noviz[z]a, altr’or professa;

Ma, che che faccia, non pensa c[h]’a male.

CIII

Falsembiante

"Ancor sì no·mi par nulla travaglia

Gir per lo mondo inn-ogne regione

E ricercar ogne religione;

Ma della religion, sa·nulla faglia,

I’ lascio il grano e prendone la paglia,

Ch’i’ non vo’ che·ll’abito a lor faz[z]one

E predicar dolze predicazione:

Con questi due argomenti il mondo abaglia.

Così vo io mutando e suono e verso

E dicendo parole umili e piane,

Ma molt’è il fatto mio a·dir diverso:

Ché tutti que’ c[h]’og[g]i manùcar pane

No·mi ter[r]ian ch’i’ non gisse traverso,

Ch’i’ ne son ghiotto più che d’unto il cane".

CIV

Amore e Falsembiante

FalsoSembiante si volle sofrire

Sanza dir de’ suo’ fatti più in avante,

Ma ’l Die d’Amor non fece pa sembiante

Ched e’ fosse anoiato dell’udire,

Anzi gli disse per lui ringioire:

"E’ convien al postutto, Falsembiante,

C[h]’ogne tua tradigion tu sì·cci cante,

Sì che non vi rimanga nulla a dire,

Ché·ttu mi pari un uon di Gesocristo

E ’l portamento fai di santo ermito".

"Egli è ben vero, ma i’ sono ipocristo".

"Predicar astinenza i’ t’ò udito".

"Ver è, ma, per ch’i’ faccia il viso tristo,

I’ son di buon’ morsei dentro farsito.

CV

Falsembiante

"Di buon’ morselli i’ sì m’empio la pancia,

E, se si truova al mondo di buon vino,

E’ convien ch’i’ me ne empia lo bolino;

Ad agio vo’ star più che ’l re di Francia:

Ché gli altrù’ fatti so’ tutti una ciancia

Verso de’ mie’, che son mastro divino

E le cose sacrete m’indovino

E tutto ’l mondo peso a mia bilancia.

Ancor vo’ da le genti tal vantag[g]io,

Ch’i’ vo’ riprender sanz’esser ripreso:

Ed è ben dritto, ch’i’ sono ’l più sag[g]io;

Sì porto tuttor, sotto, l’arco teso,

Per dar a quel cotal male e damag[g]io

Che ’n gastigarm[i] stesse punto inteso".

CVI

Amore e Falsembiante

"Tu sì va’ predicando povertate

E lodila". "Ver è, ad uopo altrui,

Ch’i’ non son già su’ amico, né ma’ fui,

Anzi le porto crudel nimistate:

Ch’i’ amerei assà’ meglio l’amistate

Del re di Francia che quella a colui

Che va caendo per l’uscial altrui

E muor sovente di necessitate.

E ben avess’egli anima di santo,

Il pover, no·mi piace sua contez[z]a,

E più ch’i’ posso il metto da l’un canto;

E sed amor gli mostro, sì è fintez[z]a.

Ma convien ch’i’ mi cuopra di quel manto:

Per mostrar ch’i’ sia buon, lor fo carez[z]a.

CVII

Falsembiante

"E quand’io veg[g]o ignudi que’ truanti

Su’ monti del litame star tremando,

Che fredo e fame gli va sì acorando

Ch’e’ non posson pregar né Die né ’ santi,

E ’l più ch’i’ posso lor fug[g]o davanti,

Sanza girne nessun riconfortando,

Anzi lor dico: "Al diavol v’acomando

Con tutti que’ che non àn de’ bisanti".

Ché·lla lor compressione è freda e secca,

Sì ch’i’ non so ch’i’ di lor trar potesse:

Or che darà colui che ’l coltel lecca?

Di gran follia credo m’intramettesse

Voler insegnar vender frutta a trec[c]a,

O ch’i’ a·letto del cane unto chiedesse.

CVIII

Falsembiante

"Ma quand’i’ truovo un ben ricco usuraio

Infermo, vo’l sovente a vicitare,

Chéd i’ ne credo danari aportare

Non con giomelle, anzi a colmo staio.

E quando posso, e’ non riman danaio

A·ssua famiglia onde possa ingrassare;

Quand’egli è morto, il convio a sotter[r]are,

Po’ torno e sto più ad agio che gen[n]aio.

E sed i’ sono da nessun biasmato

Perch’io il pover lascio e ’l ric[c]o stringo,

Intender fo che ’l ricco à più peccato,

E perciò sì ’l conforto e sì ’l consiglio,

Insin ch’e’ d’ogne ben s’è spodestato,

E dato ã me, che ’n paradiso il pingo.

CIX

Falsembiante

"Io dico che ’n sì grande dannazione

Va l’anima per grande povertade

Come per gran riccez[z]a, in veritade;

E ciaschedun dé aver questa ’ntenzione,

Ché ’n un su’ libro dice Salamone:

"Guardami, Idio, per la Tua gran pietade,

Di gran ric[c]hez[z]a e di mendichitade,

E dàmi del Tu’ ben sol per ragione.

Ché que’ c[h]’à gran ric[c]hez[z]a, sì oblia

Que’ che ’l criò, per lo su’ gran riccore,

Di che l’anima mette i·mala via.

Colui cui povertà tien in dolore,

Convien che·ssia ladrone, o muor d’envia,

O serà falsonier o mentitore".

 CX

Falsembiante

"Ancor sì non comanda la Scrittura

Che possent’uon di corpo cheg[g]ia pane,

Né ch’e’ si metta a viver d’altrù’ ane:

Questo non piace a Dio, né non n’à cura;

Né non vuol che·ll’uon faccia sale o mura,

De le limosine, alle genti strane;

Ma vuol c[h]’uon le diparta a genti umane

Di cui forza e santade à gran paura.

E sì difende ’l buon Giustiniano,

E questo fece scriver nella leg[g]e,

Che nes[s]un dia limosina a uon sano

Che truovi a guadagnare, e·ttu t’aveg[g]i[e]

Ch’a lavorare e’ non vuol metter mano;

Ma vuol che·ttu ’l gastighi e cacci e feg[g]i[e].

 CXI

Falsembiante

"Chi di cotà’ limosine è ’ngrassato,

In paradiso non dé atender pregio,

Anzi vi dé atender gran dispregio,

Almen s’e’ non è privilegiato;

E s’alcun n’è, sì n’è fatto ingannato

E ’l papa che li diè il su’ col[l]egio,

Ché dar non credo dovria privilegio

C[h]’uon sano e forte gisse mendicato:

Ché·lle limosine che son dovute

A’ vec[c]hi o magagnati san’ possanza,

A cui la morte seria gran salute,

Colui che·lle manuca i·lor gravanza,

Elle gli fieno ancor ben [car] vendute:

Di questo non bisogna aver dottanza.

 CXII

Falsembiante

"Tanto quanto Gesù andò per terra,

I suo’ discepoli e’ non dimandaro

Né pane né vino, anzi il guadagnaro

Co·le lor man, se·llo Scritto non erra.

Co’ buon’ mastri divin’ ne feci guerra

Perché questo sermone predicaro

Al popolo a Parigi, e sì ’l provaro,

C[h]’uon ch’è truante col diavol s’aferra.

Ancor, po’ che Gesù si tornò in cielo,

San Paolo predicava i compagnoni

Ched e’ sì non vendes[s]er lo Guagnelo:

Sì che di grazia fecer lor sermoni;

Di lor lavor vivien, già no’l vi celo,

Sanza fondar castella né magioni.

 CXIII

Falsembiante

"Ver è ch’e’ ci à persone ispeziali

Che van cherendo lor vita per Dio,

Per ch’i’ vi dico ben c[h]’al parer mio

Egli è mercé far bene a que’ cotali.

Di questi sono alquanti bestiali

Che non ànno iscienza in lavorio,

Ed altri v’à che l’ànno, ma è rio

Il tempo, e’ lor guadagni sì son frali.

A` ’ncor di gentil gente discacciata,

Che non son costumati a lavorare,

Ma son vi[v]uti sol di lor entrata.

A cotà’ genti dé ciascun donare,

Ché lor limosina è bene impiegata,

Sì è mercé atarli governare.

 CXIV

Falsembiante

"Ad alcun altro che·ffa lavoraggio,

Ma ben sua vita trar non ne poria,

Sì gli consente Idio ben truandia

Per quel che gli fallisce al su’ managgio.

Od altro pover c[h]’avesse corag[g]io

Di volere studiar in chericia,

Gran merced’è a farli cortesia

Insin ch’e’ sia de la scienza sag[g]io.

E se ’n cavalleria alcun volesse

Intender, per la fede con sé alzare,

Non falleria già sed e’ chiedesse

Infin ch’e’ sé potesse ben montare,

E avere spezieria ch’e’ potesse

Condursi nella terra d’oltremare".

 CXV

Dio d’Amore e Falsembiante

"Dì, Falsembiante: in che maniera puote

Seguire Idio chi à tutto venduto,

Ed àllo tutto a’ pover’ dispenduto,

E le sue borse son rimase vote,

Ed è forte e possente e à grosse gote?

Gli sarebbe per dritto conceduto

C[h]’a trar sua vita domandasse aiuto,

Come quest’altri che·ttu or mi note?".

"Dico di no: che se Dio fe’ comando

C[h]’on desse tutto a’ poveri, e po’ ’L sieva,

La Sua ’ntenzion non fu in truandando,

E questo intendimento ti ne lieva,

Ma con buon’opre tuttor lavorando,

C[h]’uon forte in truandar l’anima grieva.

 CXVI

Falsembiante

"Ancor una crudel costuma ab[b]iamo:

Contra cui no’ prendiamo a nimistate,

Quanti no’ siamo, in buona veritate,

In difamarlo noi ci asottigliamo;

E se per aventura noi sap[p]iamo

Com’e’ possa venire a dignitate,

Nascosamente noi facciàn tagliate,

Sì che di quella via noi ’l ne gittiamo.

E ciò facciamo noi sì tracelato

Ch’e’ non saprà per cui l’avrà perduto

Infin ch’e’ non ne fia di fuor gittato.

Che s’e’ l’aves[s]e da prima saputo,

Per aventura e’ si saria scusato,

Sì ch’i’ ne saria menzonier tenuto".

 CXVII

Amore e Falsembiante

"Cotesta mi par gran dislealtate",

Rispose Amore, "Or non credi tu ’n Cristo?".

"I’ non, chéd e’ sarà pover e tristo

Colù’ che viverà di lealtate:

Sì ch’io non vo’ per me quelle ghignate,

Ma, come ched i’ possa, i’ pur a[c]quisto,

Ché da nessun nonn-è volontier visto

Colui che man terrà di povertate,

Anzi l’alunga ciascuno ed incaccia;

Già no·lli fia sì amico né parente

Ch[ed] egli il veg[g]a volontieri in faccia:

Sì ch’i’ vogl[i]’anzi c[h]’on mi sia ubidente,

Come ch[ed] io a Cristo ne dispiaccia,

Ched es[s]er in servag[g]io della gente.

 CXVIII

Falsembiante

"Vedete che danari ànno usorieri,

Siniscalchi e provosti e maggiori,

Che tutti quanti son gran piatitori

E sì son argogliosi molto e fieri.

Ancor borghesi sopra i cavalieri

Son og[g]i tutti quanti venditori

Di lor derrate e aterminatori,

Sì ch’ogne gentil uon farà panieri.

E’ conviene ch’e’ vendan casa o terra

Infinché i borghesi siar pagati,

Che giorno e notte gli tegnono in serra.

Ma io, che porto panni devisati,

Fo creder lor che ciascheun sì erra,

E ’nganno ingannatori e ingannati.

 CXIX

Falsembiante

"Chi se ’n vuol adirar, sì se n’adiri,

Chéd i’ vi pur conterò ogne mio fatto,

S’i’ dovess’es[s]er istrutto intrafatto,

O morto a torto com’ furo i martìri,

O discacciato come fu ’l buon siri

Guiglielmo che di Santo Amor fu stratto:

Così ’l conciò la mogl[i]e di Baratto,

Però ch’e’ mi rompea tutti mie’ giri.

Chéd e’ sì fu per lei sì discacciato,

E sol per verità ch’e’ sostenea,

Ched e’ fu del reame isbandeg[g]iato.

De mia vita fe’ libro, e sì leg[g]ea

Ch’e’ non volea ch’i’ gisse mendicato:

Verso mia madre troppo misprendea!

CXX

Falsembiante

"Questo buonuon volea ch’i’ rinegasse

Mendichità e gisse lavorando,

S’i’ non avea che mia vita passando

Potesse, sanza c[h]’altro domandasse.

A quel consiglio mai no·m’acordasse:

Tropp’è gran noia l’andar travagliando.

Megli’ amo star davante adorando

Ched i’ a lavorar m’afaticasse.

Ché ’l lavorar sì no·mi può piacere,

Néd a·cciò consentir no·mi poria,

Ché molte volte fallarei in dolere.

Più amo il manto di papalardia

Portar, perciò ch’egl[i] è mag[g]ior savere,

Ché di lui cuopr’io mia gran rinaldia.

 CXXI

Falsembiante

"I’ sì nonn-ò più cura d’ermitag[g]i,

Né di star in diserti né ’n foresta,

Ch’e’ vi cade sovente la tempesta:

Sì chito a·ssan Giovanni que’ boscag[g]i!

In cittadi e ’n castella fo mie’ stag[g]i

Mostrando ched i’ faccia vita agresta;

Ma s’alla villa buon morsel s’aresta,

E’ pur convien per forza ch’i’ n’asag[g]i.

E vo dicendo ch’i’ vo fuor del mondo,

Per ch’i’ mi giuochi in sale e in palagi;

Ma chi vuol dire vero, i’ mi v’afondo.

S’i’ posso trovar via d’aver grand’agi,

Or siate certo ch’i’ no·mi nascondo

[................................. -agi]

CXXII

Falsembiante

"Ancor sì m’intrametto in far mogliaz[z]o,

Altr’or fo paci, altr’or sì son sensale;

Manovaldo mi fo, ma quel cotale

Che mi vi mette, l’ab[b]iate per paz[z]o,

Ché de’ suo’ beni i’ fo torre e palaz[z]o,

O ver be’ dormitori o belle sale,

Sì che, s’egli à figl[i]uol, poco gli vale

I ben’ del padre, sì ’l te ne rispaz[z]o.

E se voi aveste nulla cosa a fare

Intorno di colui con ch’i’ riparo,

Diràllami, faròlla capitare;

Ma non convien mostrar ch’e’ vi si’ amaro

A largamente sapermi donare,

Ché ’l mi’ servigio i’ ’l vendo molto caro.

CXXIII

Falsembiante

"I’ sì son de’ valletti d’Antecristo,

Di quel’ ladron’ che dice la Scrittura

Che fanno molto santa portatura,

E ciaschedun di loro è ipocristo.

Agnol pietoso par quand’uon l’à visto,

Di fora sì fa dolze portatura;

Ma egli è dentro lupo per natura,

Che divora la gente Gesocristo.

Così ab[b]iamo impreso mare e terra,

E sì facciàn per tutto ordinamento:

Chi no·l’oserva, di[ci]àn c[h]’a fede erra.

Tanto facciàn co·nostro tradimento

Che tutto ’l mondo à preso co·noi guerra;

Ma tutti gli mettiamo a perdimento.

 CXXIV

Falsembiante

"Sed i’ truovo in cittade o in castello,

Colà ove paterin sia riparato,

Crede[n]te ched e’ sia o consolato,

Od altr’uon, ma’ ch’e’ sia mio ribello,

O prete ched e’ sia o chericello

Che tenga amica, o giolivo parlato,

E’ convien che per me sia gastigato,

Ché ciaschedun mi dotta, sì son fello.

Ancor gastigo altressì usurai

E que’ che sopravendono a credenza,

Roffiane e forziere e bordelai;

E ’n ciasc[hed]uno i’ ò malivogl[i]enza;

Ma, che che duol tu senti, no’l dirai,

Sì fortemente dotti mia sentenza.

 CXXV

Falsembiante

"Que’ che vorrà campar del mi’ furore,

Ec[c]o qui preste le mie difensioni:

Grosse lamprede, o ver di gran salmoni

Aporti, [o] lucci, sanza far sentore.

La buona anguilla nonn-è già peg[g]iore;

Alose o tinche o buoni storioni,

Torte battute o tartere o fiadoni:

Queste son cose d’ãquistar mi’ amore,

O s’e’ mi manda ancor grossi cavretti

O gran cappon’ di muda be·nodriti

O paperi novelli o coniglietti.

Da ch’e’ ci avrà di ta’ morse’ serviti,

No·gli bisogna di far gran disdetti:

Dica che g[i]uoco, e giuoc’a tutti ’nviti.

CXXVI

Falsembiante

"Que’ che non pensa d’aver l’armadure

Ch’i’ v’ò contate, o ver preziosi vini,

O ver di be’ sac[c]hetti di fiorini,

Le mie sentenze lor fìer troppo dure.

Né non si fidi già in escritture,

Ché saccian che co’ mie’ mastri divini

I’ proverò ched e’ son paterini

E farò lor sentir le gran calure.

Od i’ farò almen ch’e’ fien murati,

O darò lor sì dure penitenze

Che me’ lor fôra ch’e’ non fosser nati.

A Prato ed a Arez[z]o e a Firenze

N’ò io distrutti molti e iscacciati:

Dolente è que’ che cade a mie sentenze".

 CXXVII

Lo Dio d’Amor e Falsembiante

"Dì, Falsembiante, per gran cortesia,

Po’ ch’i’ t’ò ritenuto di mia gente,

E òtti fatto don sì bel[l]’e gente

Che·ttu se’ re della baratteria,

Afideròm[m]i in te, o è follia?

Fa che·ttu me ne facci conoscente:

Chéd i’ sarei doman troppo dolente,

Se·ttu pensassi a farmi villania".

"Per Dio merzé, messer, non vi dottate,

Chéd i’ vi do la fé, tal com’i’ porto,

Ched i’ vi terrò pura lealtate".

"Allor", sì disse Amor, "ogno[n] si’ acorto

D’armarsi con su’ arme devisate,

E vadasi al castel che·ssì m’à morto".

CXXVIII

L’armata de’ baroni

A` l’armadure ciaschedun sì prese,

E sì s’armãr con molto gran valore

Per dar a Gelosia pene e dolore,

Se contra lor [i]stesse alle difese;

Ed alcun prese scudo, altro pavese,

Ispade e lancie, a molto gran romore,

Dicendo ciaschedun al Die d’Amore

Che quelle guardie saran morte e prese.

Or sì vi conterò la contenenza

Che Falsembiante fece in quella andata

Colla su’ amica CostrettaAstinenza.

E’ no·mmenãr co·llor già gente armata,

Ma come gente di gran penitenza

Si mosser per fornir ben lor giornata.

 CXXIX

Com’Astinenza andò a MalaBoc[c]a

AstinenzaCostretta la primera

Sì si vestì di roba di renduta,

Velata che non fosse conosciuta;

Con un saltero i·man facea preghera.

La ciera sua non parea molto fera,

Anz’era umile e piana divenuta;

Al saltero una filza avea penduta

Di paternostri, e ’l laccio di fil iera.

Ed i·mano un bordon di ladorneccio

Portava, il qual le donò ser Baratto:

Già non era di melo né di leccio;

Il suocer le l’avea tagliato e fatto.

La scarsella avea piena di forneccio.

Ver’ MalaBocca andò per darli matto.

 CXXX

Come Falsembiante andò a Malabo[c]a

FalsoSembiante, sì com’on di coro

Religioso e di santa vita,

S’aparec[c]hiò, e sì avea vestita

La roba frate Alberto d’Agimoro.

Il su’ bordon non fu di secomoro,

Ma di gran falsità ben ripulita;

La sua scarsella avea pien’e fornita

Di tradigion, più che d’argento o d’oro;

Ed una bib[b]ia al collo tutta sola

Portava: in seno avea rasoio tagl[i]ente,

Ch’el fece fab[b]ricare a Tagliagola,

Di che quel MalaBocca maldicente

Fu poi strangolato, che tal gola

Avea de dir male d’ogne gente.

CXXXI

MalaBoc[c]a, Falsembiante e CostrettaAstinenza

Così n’andaro in lor pellegrinag[g]io

La buona pellegrina e ’l pellegrino;

Ver’ MalaBocca ten[n]er lor camino,

Che troppo ben guardava su’ passag[g]io.

E Falsembiante malizioso e sag[g]io

Il salutò col capo molto chino,

E sì gli diss’: "I’ son mastro divino,

Sì siàn venuti a voi per ostellag[g]io".

MalaBocca conob[b]e ben Sembiante,

Ma non che·ffosse Falso; sì rispuose

C[h]’ostel dareb[b]e lor: "Venite avante".

Ad Astinenza molto mente puose,

Ché veduta l’avea per volte mante;

Ma per Costretta già mai no·lla spuose.

 CXXXII

MalaBocca, Falsembiante e CostrettaAstinenza

MalaBocca sì ’nchiede i pellegrini

Di loro stato e di lor condizione,

E dimandò qual era la cagione

Ch’egli andavan sì matti e sì tapini.

Que’ disser: "No’ sì siàn mastri divini,

E sì cerchiamo in ogne regione

De l’anime che vanno a perdizione,

Per rimenargli a lor dritti camini.

Or par che·ssia piaciuto al Salvatore

D’averci qui condotti per vo’ dire

E gastigar del vostro grande errore,

S’e’ vi piace d’intender e d’udire".

[............................... -ore]

O fatto, i’ sì son presto d’ubidire".

CXXXIII

Astinenza

Astinenza sì cominciò a parlare,

E disse: "La vertude più sovrana

Che possa aver la criatura umana,

Sì è della sua lingua rifrenare.

Sovr’ogn’altra persona a noi sì pare

Ch’esto peccato in voi fiorisce e grana;

Se no’l lasciate, egli è cosa certana

Che nello ’nferno vi conviene andare:

Ché pez[z]’à c[h]’una truffola levaste

Sopra ’l valetto che vo’ ben sapete:

Con gran[de] torto voi il difamaste,

Ch’e’ non pensava a·cciò che vo’ credete.

Bellacoglienza tanto ne gravaste

Ch’ella fu messa là ove vo’ vedete".

 CXXXIV

MalaBocca

Udendo MalaBocca c[h]’Astinenza

Sì forte il biasimava e riprendea,

Sì·ssi crucciò, e disse ch’e’ volea

C[h]’andasser fuor della su’apartenenza:

"Vo’ credete coprir Bellacoglienza

Di ciò che quel valetto far credea.

Be·llo dissi e dirò, che la volea

Donargli il fior, e quest’era sua ’ntenza.

Quel [n]onn-errò del bascio, quest’è certo:

Per ch’i’ vi dico, a voi divinatori,

Che questo fatto non fia già coverto.

Vo’ mi parete due inganatori:

Andate fuor di casa, che ’n aperto

Vi dico ch’i’ non vo’ tapinatori".

CXXXV

Falsembiante

FalsoSembiante disse: "Per merzede

Vi priego, MalaBocca, c[h]’ascoltiate;

Ché, quand’uon conta pura ver[i]tate,

Molt’è folle colù’ che no·lla crede.

Vo’ sete ben certan che·ll’uon non vede

Che ’l valletto vi porti nimistate;

Sed egli amasse tanto l’amistate

Del fior quanto vo’ dite, a buona fede,

Egli à gran pezza ch’e’ v’avria morto,

Avendogli voi fatto tal oltraggio;

Ma non vi pensa e non si n’è acorto,

E·ttuttor sì vi mostra buon corag[g]io,

E servireb[b]evi a dritto e a torto

Come que’ ch’è cortese e prode e saggio".

 CXXXVI

La ripentenza MalaBocca

Ser MalaBocca si fu ripentuto

Di ciò ch’egli avea detto o pur pensato,

Ched e’ credette ben aver fallato;

Sì disse a Falsembiante: "Il vostro aiuto

Convien ch’i’ ag[g]ia, ch’i’ non sia perduto";

E ’mantenente si fu inginoc[c]hiato,

E disse: "I’ sì vogli’esser confessato

D’ogne peccato che m’è avenuto".

AstinenzaCostretta il prese allora,

Che·ss’era molto ben sobarcolata,

E Falsembiante col rasoio lavora:

A MalaBocca la gola à tagliata.

E po’ ru[p]per la porta san’ dimora:

Larghez[z]a e Cortesia l’àn[n]o passata.

 CXXXVII

Cortesia e Larghezza e la Vec[c]hia

Tutti quat[t]ro passarono il portale,

E sì trovaron dentro a la porpresa

La Vec[c]hia, che del castro era [di]scesa;

Quando gli vide, le ne parve male,

Ma tuttavia non ne fece segnale.

Larghez[z]a e Cortesia sì l’àn[n]o atesa,

E disserle: "Madonna, san’ difesa

Potete prender quanto il nostro vale:

Chéd egli è vostro, sanza farne parte,

E sì ve ne doniàn già la sagina

E sopra tutto vi vogliàn far carte".

La Vec[c]hia, che sapea ben la dottrina,

Ché molte volte avea studiato l’arte,

Gline marzìa molto e gline ’nchina.

 CXXXVIII

Falsembiante

Falsembiante a la Vec[c]hia sì à detto:

"Per Dio, gentil madonna preziosa

Che sempre foste e siete pietosa,

Che vo’ ag[g]iate merzé del buon valletto!

Ch’e’ vi piaccia portarle un gioeletto

Da la sua parte a quella graziosa

Bellacoglienza, che gli fu nascosa,

De ch’egli à avuto il cuor molto distretto!

Vedete qui fermagli ch’e’ le manda,

E queste anella e questi intrecciatoi,

Ancora questa nobil[e] ghirlanda.

Il fatto suo si tien tratutto a voi;

Ciascun di noi per sé lui racomanda:

Del fatto vostro penserén ben noi".

 CXXXIX

La Vec[c]hia e Falsembiante

La Vec[c]hia sì rispuose san’ tardare,

Ché ’l male e ’l ben sapea quantunque n’era:

"Vo’ mi fate [co]sì dolze preghera

Ch’i’ no lo vi saprei giamai vietare.

Questi gioelli i’ sì vo’ ben portare

E dargli nella più bella maniera

Che io potrò; ma una lingua fiera,

Che quaentr’è, mi fa molto dottare,

E·cciò è MalaBocca maldicente,

Che [con]truova ogne dì nuovi misfatti,

Né non riguarda amico né parente".

"No’l ridottate più giamai a fatti,

Ché noi sì l’ab[b]iàn morto, quel dolente,

Sanza che ’n noi trovasse trieva o patti.

 CXL

La Vec[c]hia e Falsembiante

"Certanamente noi gli ab[b]iàn segata

La gola, e giace morto nel fossato:

E’ nonn-à guar’ che noi l’ab[b]iàn gittato,

E ’l diavol sì n’à l’anima portata".

La Vec[c]hia sì rispuose: "Or è amendata

Nostra bisogna, po’ ch’egli è sì andato.

Colui cu’ vo’ m’avete acomandato,

I’ metterò in servirlo mia pensata.

Dit’al valetto ch’i’ ne parleròe:

Quando vedrò che ’l fatto sia ben giunto,

I’ tutta sola a chieder sì·ll’andròe".

Allor si parte, ed ivi fece punto,

E tutti quanti a Dio gli acomandòe.

Molto mi parve che ’l fatto sie ’n punto.

 CXLI

La Vec[c]hia e Bellacoglienza

Dritta a la camera a la donna mia

N’andò la Vec[c]hia, quanto può trot[t]ando,

E quella la trovò molto pensando,

Come se fosse d’una voglia ria.

Crucciosa so ch’era, che non ridia:

Sì tosto al[l]or la va riconfortando,

E disse: "Figl[i]uola mia, io ti comando

Che·ttu nonn-entri già i·mmalinconia;

E vê·cciò che tu’ amico ti presenta".

Allor le mostra quelle gioielette,

Pregandola c[h]’a prenderl’aconsenta:

"Reguarda com’elle son belle e nette".

E quell’a domandar non fu già lenta

Chi era colui che gliele tramette.

 CXLII

La Vec[c]hia

"Il bel valetto di cu’ biasmo avesti

Giadisse, sì [è] colui che·lle ti manda,

E ’l rimanente c[h]’à è a tua comanda:

Unquanche uon più cortese non vedesti.

E priegati, se mai ben gli volesti,

Che per l’amor di lui questa ghirlanda

Deg[g]ie portare, e sì sé racomanda

Del tutto a te: gran peccato faresti

Se ’l su’ presente tu gli rifusassi;

Ch’i’ son certana ch’e’ si disper[r]ebbe

Se·ttu così del tutto lo sfidassi;

Ché, quanto ch’e’ potesse, e’ sì fareb[b]e

Per te, e sofferria che·llo ’ngaggiassi,

E, se ’l vendessi, sì gli piacereb[b]e".

 CXLIII

Bellacoglienza e la Vec[c]hia

"Madonna, i’ dotto tanto Gelosia

Ch’esto presente prender non osasse;

Che·sse domane ella mi domandasse:

"Chi ’l ti donò?", io come le diria?".

"Risposta buona i’ non ti celeria:

Che s’ogn’altra risposta ti fal[l]asse,

Sì dì almen ched i’ la ti donasse,

Ed i’ le dirò ben che così sia".

Allor la Vec[c]hia la ghirlanda prese,

E ’n su le treccie bionde a la pulcella

La puose, e quella guar’ non si contese;

E po’ prese lo spec[c]hio, e sì·ll’apella,

E disse: "Vien’ qua, figl[i]uola cortese.

Riguàrdati se·ttu se’ punto bella".

 CXLIV

Bellacoglienza e la Vec[c]hia

Al[l]or Bellacoglienza più non tarda:

Immantenente lo spec[c]hi’ eb[b]e i·mmano,

Sì vide il viso suo umile e piano;

Per molte volte nello spec[c]hio guarda.

La Vec[c]hia, che·ll’avea presa en sua guarda,

Le giura e dice: "Per lo Dio sovrano,

Ch’unquanche Isotta, l’amica Tristano,

[...............................-arda]

Come tu·sse’, figl[i]uola mia gentile.

Or convien che·ttu ab[b]ie il mi’ consiglio,

Che cader non potessi in luogo vile.

Se non sai guari, no·mmi maraviglio,

Ché giovan uon non puot’esser sottile,

Chéd i’, quanto più vivo, più asottiglio

 CXLV

La Vec[c]hia

"Figl[i]uola mia cortese ed insegnata,

La tua gran gioia sì è ancor a venire.

Or me convien me pianger e languire,

Ché·lla mia sì se n’è tutta passata

Né non fie mai per me più ritrovata,

Chéd ella mi giurò di non reddire.

Or vo’ consigliar te, che dé’ sentire

in caldo del brandon, che sie avisata

Che non facessi sì come fec’io:

De ch’i’ son trista quand’e’ me’n rimembra,

Ch’i’ non posso tornare a·lavorio.

Per ch’i’ te dico ben ched e’ mi sembra:

Se·ttu creder vor[r]à’ ’l consiglio mio,

Tu sì non perderai aver né membra.

 CXLVI

La Vec[c]hia

"Se del giuoco d’amor i’ fosse essuta

Ben sag[g]ia quand’i’ era giovanella,

I’ sare’ ric[c]a più che damigella

O donna che·ttu ag[g]ie og[g]i veduta:

Ch’i’ fu’ sì trapiacente in mia venuta

Che per tutto cor[r]ea la novella

Com’i’ era cortese e gente e bella;

Ma·cciò mi pesa, ch’i’ non fu’ saputa.

Or sì mi doglio quand’i’ mi rimiro

Dentro a lo spec[c]hio, ed i’ veg[g]o invec[c]hiarmi:

Molto nel mi[o] cuore me n’adiro.

Ver è ched i’ di ciò non posso atarmi,

Sì che per molte volte ne sospiro

Quand’i’ veg[g]io biltate abandonarmi.

 CXLVII

La Vec[c]hia

"Per tutto ’l mondo i’ era ricordata,

Com’io t’ò detto, de la mia bieltate,

E molte zuffe ne fur cominciate,

E molta gente alcun’ora piagata;

Ché que’ che mi crede’ aver più legata,

Assà’ mostrav’i’ più di duritate:

Le mie promesse gli venian fallate,

C[h]’altre persone m’avieno inarrata.

Per molte volte m’era l’uscio rotto

E tentennato, quand’io mi dormia;

Ma già per ciò io non facea lor motto,

Perciò ched i’ avea altra compagnia,

A cui intender facea che ’l su’ disdotto

Mi piacea più che null’altro che·ssia.

CXLVIII

La Vec[c]hia

"I’ era bella e giovane e folletta,

Ma non era a la scuola de l’amore

Istata; ma i’ so or ben per cuore

La pratica la qual ti fie qui detta.

Usanza me n’à fatta sì savietta

Ched i’ non dotterei nessun lettore

Che di ciò mi facesse desinore,

Ma’ ched i’ fosse bella e giovanetta:

Chéd egli è tanto ched i’ non finai

Che·lla scienza i’ ò nel mi’ coraggio;

Sed e’ ti piace, tu l’ascolterai,

Ma i’ no l’eb[b]i sanza gran damag[g]io:

Molta pen’e travaglio vi durai;

Ma pur almen sen[n]’è [re]mas’e usag[g]io.

CIL

La Vec[c]hia

"Molti buon’uomini i’ ò già ’ngannati,

Quand’i’ gli tenni ne’ mie’ lacci presi:

Ma prima fu’ ’ngannata tanti mesi

Che’ più de’ mie’ sollaz[z]i eran passati.

Centomilia cotanti barattati

N’avrei, s’i’ a buon’or gli avesse tesi,

E conti e cavalieri e gran borgesi,

Che molti fiorin’ d’oro m’avrian dati.

Ma quand’i’ me n’avidi, egli era tardi,

Chéd i’ era già fuor di giovanez[z]a,

Ed eranmi falliti i dolzi isguardi,

Perché ’n sua bàlia mi tenea vec[c]hiez[z]a.

Or convien, figlia mia, che tu ti guardi

Che·ttu non ti conduchi a tale strez[z]a.

 CL

La Vec[c]hia

"Molto mi dolea il cuor quand’i’ vedea

Che·ll’uscio mio stava in tal sog[g]iorno,

Che vi solea aver tal pressa ’ntorno

Che tutta la contrada ne dolea.

Ma, quanto a me, e’ no·me ne calea,

Ché troppo più piacea loro quel torno,

Ch’i’ era allora di sì grande attorno

Che tutto quanto il mondo mi’ parea.

Or convenia che di dolor morisse

Quand’i’ vedea que’ giovani passare,

E ciaschedun parea che mi schernisse.

Vec[c]hia increspata mi facean chiamare

A colù’ solamente che giadisse

Più carnalmente mi solea amare.

CLI

La Vec[c]hia

"Ancora d’altra parte cuore umano

Non pensereb[b]e il gran dolor ch’i’ sento

Tratutte l’ore ch’i’ ò pensamento

De’ be’ basciar’ che m’ànno dato mano.

Ogni sollaz[z]o m’è og[g]i lontano,

Ma non ira e dolori e gran tormento:

Costor sì ànno fatto saramento

Ch’i’ non uscirò lor mai di tra mano.

Or puo’ veder com’i’ son arivata,

Né al mi’ mal nonn-à altra cagione

Se non ched i’ fu’ troppo tosto nata.

Ma sap[p]ie ched io ò ferma intenzione

Ch’i’ sarò ancor[a] per te vendicata,

Se·ttu ben riterrai la mia lezione.

 CLII

La Vec[c]hia

"Non ne pos[s]’altrementi far vengianza

Se non per insegnarti mia dottrina,

Perciò che·llo me’ cor sì m’indovina

Che·ttu darai lor ancor gran micianza,

A que’ ribaldi che tanta viltanza

Me diceano da sera e da mattina:

Tutti gli met[t]erai anche a la china,

Se·ttu sa’ ben tener la tua bilanza.

Ché sie certana, s’i’ fosse dell’ag[g]io,

Figl[i]uola mia, che tu·sse’ or presente,

Ch’i’ gli pagherè’ ben di lor oltrag[g]io,

Sì che ciascuno farè’ star dolente:

Già tanto non sareb[b]e pro’ né sag[g]io

Ched i’ non ne facesse panchiedente.

CLIII

La Vec[c]hia

"In gran povertà tutti gli met[t]esse,

Sì come t’ò di sopra sermonato,

E sì sareb[b]e il primo dispogliato

Colui che più cara mi tenesse.

Di nessun mai pietà no·mi’n prendesse,

Ché ciaschedun vorrè’ aver disertato:

Ché sie certana ch’e’ nonn-è peccato

Punir la lor malatia, chi potesse.

Ma e’ non dottan guari mia minac[c]ia

Né non fan forza di cosa ch’i’ dica,

Perciò ch’ò troppo crespa la mia fac[c]ia.

Figliuola mia, se Dio ti benedica,

I’ non so chi vendetta me ne faccia

Se non tu, ch’i’ per me son troppo antica.

 CLIV

La Vec[c]hia

"Molte volte mi disse quel ribaldo

Per cu’ i’ eb[b]i tanta pena e male,

Ched e’ ver[r]eb[b]e ancor tal temporale

Ched i’ avrei spesso fredo e caldo.

Ben disse ver, quel conto ò i’ ben saldo;

Ma, per l’agio ch’i’ eb[b]i, tanto e tale

Che tutto quanto il cuor mi ne trasale,

Quand’i’ rimembro, sì ritorna baldo.

Giovane donna nonn-è mai oziosa,

Sed ella ben al fatto si ripensa

Per ch’ella sti’ a menar vita gioiosa:

Ma’ ch’ella pensi a chieder sua dispensa,

Sì ch’ella non si truovi sofrattosa

Quando vec[c]hiez[z]a vien poi che·ll’ade[n]sa.

 CLV

La Vec[c]hia

"Or ti dirò, figl[i]uola mia cortese,

Po’ che parlar possiamo per ligire

E più arditamente, ver vo’ dire,

Che·nnoi non solavàn (quest’è palese):

Tu sì sa’ ben ch’i’ son di stran paese,

E sì son messa qui per te nodrire;

Sì ti priego, figl[i]uola, che·tt’atire

In saper guadagnar ben tue spese.

Non ch’i’ te dica ch’i’ voglia pensare

Che·ttu d’amor per me sie ’nviluppata;

Ma tuttor sì te voglio ricontare

La via ond’io dovrè’ esser andata,

E ’n che maniera mi dovea menare

Anzi che mia bieltà fosse passata.

 CLVI

La Vec[c]hia

"Figl[i]uola mia, chi vuol gioir d’Amore,

Convien ch’e’ sap[p]ia i suo’ comandamenti.

Ver è ched e’ ve n’à due dispiacenti:

Chi se ne ’mbriga, sì fa gran follore.

L’un dice che ’n un sol luogo il tu’ cuore

Tu metta, sanza farne partimenti;

L’altro vuol che·ssie largo in far presenti:

Chi di ciò ’l crede, falleria ancore.

I·nulla guisa, figlia, vo’ sia larga,

Né che ’l tu’ cuor tu metti in un sol loco;

Ma, se mi credi, in più luoghi lo larga.

Se dài presenti, fa che vaglian poco:

Che s’e’ ti dona Lucca, dàgli Barga;

Così sarai tuttor donna del g[i]uoco.

 CLVII

La Vec[c]hia

"Donar di femina si è gran follia,

Sed e’ non s’è un poco a genti atrare

Là dov’ella si creda su’ pro fare,

E che ’l su’ don radoppiato le sia.

Quella non tengh’i’ già per villania:

Ben ti consento quel cotal donare,

Ché·ttu non vi puo’ se non guadagnare;

Gran senn’è a far tal mercatantia.

Agl[i] uomini lasciàn far la larghez[z]a,

Ché Natura la ci à, pez[z]’è, vietata:

Dunque a femina farla si è sempiez[z]a;

Avegna che ciascun’è sì afetata

Che volontier di lei fanno stranez[z]a,

Sed e’ non s’è alcuna disperata.

 CLVIII

La Vec[c]hia

"I’ lodo ben, se·ttu vuo’ far amico,

Che ’l bel valletto, che tant’è piacente,

Che de le gioie ti fece presente

E àtti amata di gran tempo antico,

Che·ttu sì·ll’ami; ma tuttor ti dico

Che·ttu no·ll’ami troppo fermamente,

Ma fa che degli altr’ami sag[g]iamente,

Ché ’l cuor che·nn’ama un sol, non val un fico.

Ed io te ne chiedrò degl[i] altri assai,

Sì che d’aver sarai tuttor guernita,

Ed e’ n’andranno con pene e con guai.

Se·ttu mi credi, e Cristo ti dà vita,

Tu·tti fodrai d’ermine e di vai,

E la tua borsa fia tuttor fornita.

 CLIX

La Vec[c]hia

"Buon acontar fa uon c[h]’ab[b]ia danari,

Ma’ ched e’ sia chi ben pelar li saccia:

Con quel cotal fa buon intrar in caccia,

Ma’ ched e’ no·gli tenga troppo cari.

L’acontanza a color che·sson avari

Sì par c[h]’a Dio e al mondo dispiaccia:

Non dar mangiar a que’ cotali in taccia,

Ché ’ pagamenti lor son troppo amari.

Ma fa pur ch’e’ ti paghi inanzi mano:

Ché, quand’e’ sarà ben volonteroso,

Per la fé ched i’ dô a san Germano,

E’ non potrà tener nulla nascoso,

Già tanto non fia sag[g]io né certano,

Sed e’ sarà di quel disideroso.

 CLX

La Vec[c]hia

"E quando sol’a sol con lui sarai,

Sì fa che·ttu gli facci saramenti

Che·ttu per suo danar non ti consenti,

Ma sol per grande amor che·ttu in lui ài.

Se fosser mille, a ciascun lo dirai,

E sì ’l te crederanno, que’ dolenti;

E saccie far sì che ciascuno adenti

Insin c[h]’a povertà gli metterai.

Che·ttu·sse’ tutta loro, dé’ giurare;

Se·tti spergiuri, non vi metter piato,

Ché Dio non se ne fa se non ghignare:

Ché sie certana ch’e’ non è peccato,

Chi si spergiura per voler pelare

Colui che fie di te così ingannato.

CLXI

La Vec[c]hia

"A gran pena può femina venire

A buon capo di questa gente rea.

Dido non potte ritenere Enea

Ched e’ non si volesse pur fug[g]ire,

Che mise tanta pena in lui servire.

Or che fece Gesono de Medea,

Che, per gl’incantamenti che sapea,

El[l]a ’l sep[p]e di morte guarentire,

E po’ sì la lasciò, quel disleale?

Und’è c[he] ’ figl[i]uoli ched ella avea

Di lui, gli mise a morte, e fece male;

Ma era tanto il ben ch’ella volea,

Ch’ella lasciò tutta pietà carnale

Per crucciar que’ che tanto le piacea.

CLXII

La Vec[c]hia

"Molti d’assempri dartene saprei,

Ma troppo saria lungo parlamento:

Ciascuna dé aver fermo intendimento

Di scorticargli, sì son falsi e rei.

S’i’ fosse giovane, io ben lo farei;

Ma io so’ fuor di quel proponimento,

Ché troppo fu tosto il mi’ nascimento,

Sì ch’i’ vendetta far non ne potrei.

Ma·ttu, figl[i]uola mia, che·sse’ fornita

D’ogn’armadura per farne vengianza,

Sì fa che ’nverso lor sie ben sentita,

E presta di dar lor pen’e micianza:

Se·ttu ’l fai, d’ogni mal m’avrà’ guerita

E alleg[g]iata d’ogne mia pesanza.

CLXIII

La Vec[c]hia

"Tutti quanti le vann’og[g]i blasmando,

E ciaschedun sì le ’ntende a ’ngannare:

Così ciascuna di noi dé pensare

A far che·lla ric[c]hez[z]a i metta bando.

E non dob[b]iamo andar il cuor fic[c]ando

In un sol luogo, ma dob[b]iàn pensare

In che maniera gli possiàn pigliare,

E girgli tutti quanti dispogliando.

La femina dé aver amici molti,

E di ciascun sì dé prender su’ agio,

E far sì c[h]’uon gli tenga per istolti;

E far lor vender la tor[r]e e ’l palagio,

O casa o casolari o vero i colti,

Sì che ciascun ci viva a gran misagio.

 CLXIV

La Vec[c]hia

"Ne·libro mio so ben che studierai,

Figlia, quando sarai da me partita:

Certana son, se Dio ti dona vita,

Che·ttu ter[r]ai scuola e leg[g]erai.

Di leg[g]erne da me congìo tu n’ài;

Ma guàrdati che·ttu sie ben fornita

Di ritener la lezion c[h]’ài udita,

E saviamente la ripeterai.

In casa non istar punto rinch[i]usa:

A chiesa o vero a ballo o vero a piaz[z]a,

In queste cota’ luogora sì usa;

E fa che·ttu gli die ben de la maz[z]a,

A que’ che per vederti sta a la musa

E che d’averti giorno e notte impaz[z]a.

 CLXV

La Vec[c]hia

"Or sì·tti vo’ parlar del guernimento,

Come ciascuna dé andar parata,

Che per sua falta non fosse lasciata

Sì ch’ella fosse sanza adornamento.

In ben lisciarsi sia su’ ’ntendimento;

Ma, prima che si mostri a la brigata,

Convien ch’ella si sia ben ispec[c]hiata,

Che sopra lei non ag[g]ia fallimento.

E s’ella va da·ssera o da mattina

Fuor di sua casa, vada contamente:

Non vada troppo ritta né tro’ china,

Sì ch’ella piaccia a chi·lla terrà mente;

E se·lla roba troppo le traina,

Levila un poco, e fiene più piacente.

 CLXVI

La Vec[c]hia

"E s’ella nonn-è bella di visag[g]io,

Cortesemente lor torni la testa,

E sì lor mostri, sanza far aresta,

Le belle bionde treccie d’avantag[g]io.

Se non son bionde, tingale in erbag[g]io

E a l’uovo, e po’ vada a noz[z]e e a festa;

E, quando va, si muova sì a sesta

C[h]’al su’ muover nonn-ab[b]ia punt’oltrag[g]io.

E gentamente vada balestrando

Intorno a·ssé cogli oc[c]hi a chi la guarda,

E ’l più che puote ne vad’acrocando.

Faccia sembianti che molto le tarda

Ched ella fosse tutta al su’ comando;

Ma d’amar nullo non fosse musarda.

 CLXVII

La Vec[c]hia

"La lupa intendo che, per non fallire

A prender ella pecora o montone,

Quand’e’ le par di mangiar [i]stagione,

Ne va, per una, un cento e più asalire.

Così si dé la femina civire

Sed ella avesse in sé nulla ragione:

Contra ciascuno riz[z]ar dé il pennone

Per fargli nella sua rete fedire;

Chéd ella non sa quale riman preso,

Insin ch’ella no·gli à tarpata l’ala,

Sì dé tener tuttor l’aiuol su’ teso,

E prendergli a’ gheroni e a la sala;

Ma se sapesse, o ch’ell’avesse inteso,

Ch’e’ fosse pover, gittil per la scala.

CLXVIII

La Vec[c]hia

"E s’ella ne prendesse gran funata,

Di que’ che ciaschedun la vuol brocciare,

Sì si dé ben la femina avisare

D’assegnar a ciascun la sua giornata:

Chéd ella rimar[r]ia troppo ’ngannata

Se·ll’un l’altro vi potesse trovare,

C[h]’almen le conver[r]eb[b]e pur fallare

Alla gioia che ciascun l’avria recata.

Ché non si vuoi lasciar già lor niente

Di ch’e’ potesser far grande ’ngrassata,

Ch’egli è perduto tutto il rimanente.

Perciò convien che ciascuna avisata

Sia, sì che pover rimanga il dolente,

Ed ella sia ricca e ben calzata.

CLXIX

La Vec[c]hia

"In poveruon no·metter già tu’amore,

Ché nonn-è cosa che poveruon vaglia:

Di lu’ non puo’ tu aver se non battaglia

E pena e povertate e gran dolore.

Lasciar ti farian robe di colore

E sovente dormire in su la paglia:

Non t’intrametter di cotal merda[g]lia,

Ché troppo i’ ’l ti por[r]ia a gran fallore.

Né non amar già oste trapassante:

Però che mutan tante ostellerie

C[h]’aver non posson cuor fermo né stante;

Lor fatti non son che baratterie.

Ma se·tti donan, non sie rifusante;

E fa co·llui infinte druderie.

CLXX

La Vec[c]hia

"Né non amar già uon che ’n sua bel[l]ez[z]a

Si fidi, né ch’egli a lisciarsi ’ntenda:

In quel cotal non vo’ che·ttu t’intenda,

Ma ’l più che puo’, da·llu’ fa istranez[z]a.

L’uon che si piace, fa gran scipidez[z]a

E grand’orgoglio, e l’ira di Dio atenda;

E Tolemeo sì ’l dice in sua leg[g]enda,

C[h]’aver non p[u]ote amore né franchez[z]a;

Né non puote aver cuor di ben amare:

Ché tutto ciò ch’egli avrà detto a l’una,

Sì tosto il va a l’altra ricontare;

E così pensa a far di ciascheduna,

Né non intende c[h]’a·llor barattare:

Udita n’ò la pianta di più d’una.

CLXXI

La Vec[c]hia

"E s’e’ viene alcuno che·tti prometta,

E per promessa vuol c[h]’a·llui t’attacci,

I’ non vo’ già perciò che·ttu lo scacci,

Ma digli c[h]’altro termine ti metta,

Perciò c[h]’avrai allor troppo gran fretta;

E sì vo’ ben che ’l basci e che·ll’abracci,

Ma guarda che co·llui più non t’impacci,

S’e’ non iscioglie prima la maletta.

O s’alcun ti mandasse alcuno scritto,

Sì guarda ben la sua intenzione,

Ched e’ non ab[b]ia fintamente scritto;

E poi sì gl[i]ene fa risponsione,

Ma non sì tosto: atendi un petitto,

Sì ch’egli un poco stea in sospez[z]one.

CLXXII

La Vec[c]hia

"E quando tu udirai la sua domanda,

Già troppo tosto non sie d’acordanza,

Né non fare di lui gran rifusanza:

Nostr’arte sì no’l vuol né no’l comanda.

Cortesemente da·tte sì ’l ne manda,

E stea il su’ fatto tuttora in bilanza,

Sì ch’egli ab[b]ia paura ed isperanza

Insin ch’e’ sia del tutto a tua comanda.

E quand’e’ ti farà più pregheria,

Tu gli dirai tuttor che·ttu sie presta

A fargli tutta quanta cortesia,

E dì che ’l su’amor forte ti molesta;

E così caccia la paura via.

Po’ dimora con lui e fagli festa.

CLXXIII

La Vec[c]hia

"Gran festa gli farai e grand’onore,

E dì come gli ti se’ tutta data,

Ma non per cosa ch’e’ t’ag[g]ia donata,

Se non per fino e per leal amore;

Che·ttu à’ rifiutato gran signore,

Che riccamente t’avreb[b]e dotata:

"Ma credo che m’avete incantata,

Per ched i’ son entrata in quest’errore".

Allor sì ’l bascierai istrettamente,

Pregando’l che·lla cosa sia sagreta,

Sì che no’l senta mai nessuna gente.

A·cciò ch’e’ vorrà fare, istarà’ cheta;

Ma guarda che non fosse aconsentente

A nessun, se non se per la moneta.

 CLXXIV

La Vec[c]hia

"Chi ’l su’ amico non cessa di pelare

Infin ch’egli ag[g]ia penna in ala o in dosso

E che d’ogn’altro bene e’ sia sì scosso

Ched e’ non si ne possa mai volare,

Quella cotal dovria l’uon maneg[g]iare:

Ché, quanto ch’ella costa più di grosso,

Più fia tenuta cara, dirlo posso,

E più la vorrà que’ tuttor amare.

Ché·ttu non pregi nulla cosa mai

Se nonn-è quel che·ttu n’avrà’ pagato:

Se poco costa, poco il pregerai;

E quel che·tti sarà as[s]ai costato,

A l’avenante caro il ti terrai,

Con tutto n’ag[g]ie tu ben mal mercato.

 CLXXV

La Vec[c]hia

"E al pelar convien aver maniera,

Sì che l’uomo a veder non si ne desse,

Che tutto in pruova l’uon glile facesse:

Forse ch’e’ volgeria la sua bandiera.

Ma faccia sì la madre, o ciamberiera,

Od altri in cui fidar ben si potesse,

Che ciascuna di lor sì gli chiedesse

Paternostri o coreg[g]ia od amoniera.

Ancor la cameriera dica: "Sire,

A questa donna una roba bisogna,

Ma sì vi teme che no’l v’osa dire.

Gran danno l’à già fatto [la] vergogna,

Ma vo’ sì no’l dovreste sofferire;

Nonn-à dove le carni sue ripogna".

CLXXVI

La Vec[c]hia

"Ancor gli dica un’altra de l’ostello:

"Se madonna volesse far fol[l]ag[g]io

Con un bel[l]issim’uon di gran parag[g]io,

In fatto suo sareb[b]e ben e bello,

E sì sareb[b]e donna d’un castello;

Ma ’nverso voi à sì leal corag[g]io

Ch’ella non prendereb[b]e nul vantag[g]io

Di che doman vo’ foste su’ ribello".

Allor la donna, come ch’e’ le piaccia

Udir quelle parole, sì lor dica

E comandi che ciascuna si taccia;

E puote dir: "Se Dio mi benedica,

Tropp’ò del su’ quand’i’ l’ò tra·lle braccia";

E facciagli sott’al mantel la fica.

 CLXXVII

La Vec[c]hia

"E se·lla donna punto s’avedesse

Che quel dolente fosse ravisato

Che troppo largamente l’à donato,

E ch’e’ di sua follia si ripentesse,

Allora in presto domandar dovesse

E dir di renderglile a dì nomato;

Ma egli è ben in mia lezion vietato

Ched ella mai nessun non ne rendesse.

E quando un altro vien, gli faccia segno

Ched ella sia crudelmente cruc[c]iata,

E dica che·lla roba sua sia ’n pegno:

"Molto mi duol c[h]’uon crede ch’i’ si’agiata".

E que’ procaccierà danari o ’ngegno,

Sì che la roba sua fie dispegnata.

 CLXXVIII

La Vec[c]hia

"E se ’l diavol l’avesse fatto sag[g]io,

E che·lla donna veg[g]ia ch’à dottanza

Di non volerle far questa prestanza,

Imantenente sì gli mandi un gaggio:

La roba ch’ell’avrà più d’avantaggio;

E dica che·lla tenga in rimembranza

De’ suo’ danari, e non faccia mostranza

Ched e’ le paia noia né oltrag[g]io.

E poi atenderà alcuna festa,

Pasqua o Kalendi Mag[g]io o Pentecosta,

E sia intorno a·llui sanza far resta,

Dicendo che giamai a la sua costa

Non dormirà, se que’ no gl[i]ele presta:

La roba, in questa guisa, sì gl[i]el’osta.

CLXXIX

La Vec[c]hia

"E s’alcun altro nonn-à che donare,

Ma vorràssi passar per saramenta,

E dirà che·lla ’ndoman più di trenta

O livre o soldi le dovrà recare,

Le saramenta lor non dé pregiare,

Chéd e’ non è nes[s]un che non ti menta;

E dice l’un a l’altro: "La giomenta

Che·ttu ti sai, mi credette ingannare;

Ingannar mi credette, i’ l’ò ’ngannata".

Per che già femina non dee servire

Insin ch’ella non è prima pagata:

Ché, quando à fatto, e’ si pensa fug[g]ire,

Ed ella si riman ivi scornata.

Per molte volte fui a quel martire.

CLXXX

La Vec[c]hia

"Sì dé la donna, s’ell’è ben sentita,

Quando ricever dovrà quell’amante,

Mostralli di paura gran sembiante,

E ch’ella dotta troppo es[s]er udita,

E che si mette a rischio de la vita.

Allor dé esser tutta tremolante,

Dir ch’ivi non puot’es[s]er dimorante:

Poi stea, che·llor gioia sia compita.

Ancor convien ched ella si’ acorta

Di far ch’e’ v’entri per qualche spiraglio,

Ben potess’egli entrarvi per la porta:

Ché tutte cose c[h]’uom’à con travaglio,

Par c[h]’uon le pregi più, e le diporta;

Quel che non costa, l’uon non pregia un aglio.

CLXXXI

La Vec[c]hia

"E quand’ella serà rasicurata,

Tantosto sì gli dé cor[r]ere indosso,

E dir: "Lassa tapina, be·mi posso

Chìamar dolente, s’i’ son arivata

Ched i’ sì amo, e sì non son amata!

Molt’ò lo ’ntendimento rud’e grosso,

Quando il me’ core s’è sì forte ismosso

D’esser di voi così inamorata".

E po’ sì gli rimuova quistione,

E dica: "La lontana dimoranza

C[h]’avete fatta, nonn·è san’ cagione.

Ben so che voi avete un’altr’amanza,

La qual tenete in camera o ’n pregione";

Sì moster[r]à d’averne gran pesanza.

CLXXXII

La Vec[c]hia

"Quando ’l cattivo ch’è·ssarà ’ncacato,

La cui pensea non serà verace,

Sì crederà che ’l fatto su’ ti piace

Tanto, c[h]’ogn’altro n’ài abandonato,

E che ’l tu’ cuor gli s’è tretutto dato;

Né non si guarderà de la fallacie

In che la volpe si riposa e giace,

Insin ch’e’ non serà ben corredato.

Ché molt’è folle que’ che cred’avere

Nessuna femina che·ssia sua propia,

Per don ched e’ facesse di su’avere.

Que’ che·lla vuol, la cheg[g]ia ’nn-Atiopia,

Ché qua no·lla pott’io ancor vedere,

E s’ella ci è, sì porta l’aritropia.

CLXXXIII

La Vec[c]hia

"Da l’altra parte elle son franche nate:

La leg[g]e sì·lle trã di lor franchez[z]a,

Dove Natura per sua nobilez[z]a

Le mise quando prima fur criate.

Or l’à la leg[g]e sì condizionate

Ed àlle messe a sì gran distrezza,

Che ciascheduna volontier s’adrez[z]a

Come tornar potesse a franchitate.

Vedi l’uccel del bosco quand’è ’n gab[b]ia:

E’ canterà di cuor, ciò vi fi’aviso,

Ma no·gli piace vivanda ch’egli ab[b]ia;

Ché Natur’a franchez[z]a l’à sì miso

Che giorno e notte de l’uscirne arrab[b]ia,

Nonn-avrà tanto miglio o grano o riso.

 CLXXXIV

La Vec[c]hia

"E se quell’uon desdir non si degnasse,

Anzi dirà, per farla più crucciosa,

Che·nn’à un’altra, ch’è·ssì amorosa

Di lui che per null’altro no’l cambiasse,

Guardisi quella che non si crucciasse.

Con tutto ciò se ne mostri dogliosa

Di fuor, ma dentr’al cuor ne sia gioiosa:

Ancora più s’egli s’a[re]negasse;

E dicagli che già quella vendetta

Non sarà fatta se non sol per lei,

Sì ch’ella il pagherà di quella detta.

Allor da·llui sì mi dipartirei;

Di far amico moster[r]è’ gran fretta,

Sì ch’io in quella angoscia il lascierei.

 CLXXXV

La Vec[c]hia

"S’avessi messo termine a un’ora

A due, c[h]’avresti fatto gran follia,

E l’un conteco in camera sia,

E l’altro viene apresso san’ dimora,

Al di dietro dirai ch’egl[i] è ancora

El signor tuo lassù; ch’e’ non poria

Far dimoranza, ma tost’una fia:

"Il fante o voi, tornate a poca d’ora".

E poi sì ’l butti fuori e torni suso,

E trag[g]a l’altro fuor della burella,

Che molto gli è anoiato star rinchiuso;

Po’ i trag[g]a la guarnac[c]a e la gonella,

Dicendo ch’ell’è tanto stata giuso

Per lo marito ch’era nella cella.

 CLXXXVI

La Vec[c]hia

"Ne·letto su’ si metta in braccio in braccio

Co·llui insiem’e faccian lor diporto;

Ma dica tuttor: "Lassa, crudel torto

E` questo che ’nverso il mi’ sire faccio".

E nella gioia c[h]’à, gli metta impaccio,

Sì ch’egli ab[b]ia paura e disconforto:

Dicer li dee ch’e’ sarebbe morto,

Sanz’averne rispetto, molt’avaccio,

Se·ll’uon sapesse ch’e’ fosse co·llei:

"Ed i’ lassa dolente, malaurata,

So che vitiperata ne sarei

E ch’i’ per man de’ mie’ sarè’ ismembrata".

E in questa paura i’ ’l metterei,

Che da lui ne sareb[b]e più amata.

CLXXXVII

La Vec[c]hia

"Quand’a quel lavorio messi saranno,

Ben sag[g]iamente deg[g]ian operare,

E l’un atender e l’altro studiare,

Secondo ch’egli al[l]or si sentiranno;

Né sì non dé parer lor già affanno

Di voler ben a modo mantacare,

C[h]’amendue insieme deg[g]ian afinare

Lor dilettanza; e dimorasse un anno!

E se·lla donna non v’à disianza,

Sì ’nfinga in tutte guise che vi sia,

Sì gline mostri molto gran sembianza:

Istringa ’l forte e basci ’l tuttavia;

Quando l’uom’avrà sua dilettanza,

Sì paia ch’ella tramortita sia.

CLXXXVIII

La Vec[c]hia

"Se l’uon può tanto far ched ella vada

Al su’albergo la notte a dormire,

Sì dé alla femina ben sovenire

Ched ella il faccia star un poco a bada.

E que’, che guarderà tuttor la strada,

Certana sie ch’e’ li parrà morire

Insin ched e’ no·lla vedrà venire:

Ché·ll’amor c[h]’uom’atarda, vie più agrada.

E quand’ella sarà a l’ostel venuta,

Sì dica a que’, che·nn’è sì amoroso,

Ched ella per su’amor tropp’è arguta;

Ché ’l su’ marito n’è troppo geloso,

Sì che dubita molto esser battuta:

Così gli faccia forte il pauroso.

CLXXXIX

La Vec[c]hia

"Se quel geloso la tien sì fermata

Ch’ella non poss’andar là ov’ella vuole,

Sì gli faccia intendente che·ssi duole

D’una sua gotta, che d’averl’è usata:

Per ch’e’ convien ch’ella sia stufata,

Ché colla stufa guerir se ne suole;

Po’ bullirà ramerin e viuole

E camamilla e salvia, e fie bagnata.

E ’l geloso dirà: "Va arditamente,

E mena teco buona compagnia";

Ma molto ne fia nel su’ cuor dolente,

Ma vede ch’e’ desdir no·gliel poria.

Quella mena conseco alcuna gente,

La qual sapranno ben sua malatia.

CXC

La Vec[c]hia

"Ancor non dé aver femina credenza

Che nessun uon malia farle potesse,

Néd ella ancor altrui, s’ella volesse

C[h]’altri l’amasse contra sua voglienza.

Medea, in cui fu tanta sapienza,

Non potte far che Gesono tenesse

Per arte nulla ch’ella gli facesse,

Sì che ’nver’ lei tornasse la sua ’ntenza.

Sì non dea nessun don, che guari vaglia,

A null’amante, tanto l’apregiasse:

Doni borsa, guanciale o tovaglia,

O cinturetta che poco costasse,

Covricef[f]o o aguglier di bella taglia,

O gumitol di fil, s’egli ’l degnasse.

CXCI

La Vec[c]hia

"Ma ciascun uon c[h]’avesse in sé ragione

O che del mondo ben savio sareb[b]e,

Ma’ don’ di femina non prendereb[b]e,

Ché non son che·llacci di tradigione:

Ché quella che facesse donagione,

Contra la sua natura pec[c]hereb[b]e,

E ’n gran follia ciascun gliele por[r]eb[b]e,

Sed ella no’l facesse a falligione.

Perciò ciascuna pensi, quando dona,

Che doni nella guisa c[h]’ò parlato:

Sì che, quand’ella avrà passata nona,

Il guardacuor suo sia sì fodrato

Ch’ella non cag[g]ia a merzé di persona;

E ciò tien tutto al ben aver guardato.

CXCII

La Vec[c]hia

"Al ben guardar fallì’, lassa dolente,

Ché·cciò c[h]’all’un togliea, a l’altro donava:

Come ’l danaio venia, così n’andava;

Non facea forza d’aver rimanente.

I’ era di ciascun molto prendente,

E tutto quanto a un ribaldo il dava,

Che puttana comune mi chiamava

E mi battea la schiena ben sovente.

Questi era que’ che più mi piacea,

E gli altri "amici dolci" i’ apellava,

Ma solamente a costui ben volea,

Che mol[to] tosto s’apacificava

Comeco, sì battuta no·m’avea,

Ché troppo dolzemente mi scuf[f]iava.

CXCIII

La Vec[c]hia

"S’i’ fosse stata, per l’anima mia,

Ben savia in giovanez[z]a e conos[c]ente,

Ch’i’ era allor sì bella e sì piacente

Che ’n ogne parte novelle ne gia,

I’ sarè’ troppo ric[c]a, in fede mia;

Ma i’ sì ’l dava tutto a quel dolente,

C[h]’a ben far non fu anche intendente,

Ma tutto dispendea in ribalderia.

Né no·gli pia[c]que nulla risparmiare,

Ch’e’ tutto no’l beves[s]e e no’l giucasse,

Tant’era temperato a pur mal fare:

Sì c[h]’a la fin conven[n]e ch’i’·lasciasse,

Quand’i’ non eb[b]i più che gli donare;

E me e sé di gran ric[c]hez[z]a trasse".

CXCIV

La Vec[c]hia

Così à quella vec[c]hia sermonato.

Bellacoglienza molto queta è stata

E molto volontier l’à ascoltata,

E molto e’ n’è ’l su’ cuor rasicurato:

Sì ch’e’ seria leg[g]ier a far mercato,

Se Gelosia non vi fosse trovata

E’ tre portier’, che fanno gran veg[g]hiata,

Ché ciascun dotta d’es[s]er barattato.

Di MalaBocca, che già era morto,

Nessun di lor non facea lada ciera,

Ché chi l’amasse sì faria gran torto:

Ché non finava di dìe né da sera

Di dar a Gelosia nuovo sconforto,

Né non dicea giamai parola vera.

CXCV

Bellacoglienza

Bellacoglienza la parola prese

E sì rispuose, come ben parlante:

"Gentil madonna, i’ vi fo grazie mante

Che di vostr’arte mi siete cortese;

Ma ’l fatto de l’amor no·m’è palese,

Se non se in parole trapassante.

Ched i’ sia di danar ben procacciante?

I’ n’ò assai per farne belle spese.

D’avere in me maniera bella e gente,

A·cciò vogl’i’ ben metter mia balia,

In tal maniera che·ssia sofficiente.

Se voi mi parlate di malia,

Ch’ella non può tornar già cuor di gente:

Creda ’l chi vuol, ch’i’ la teng’a·ffollia.

CXCVI

Bellacoglienza

"Del bel valetto che vo’ mi parlate,

In cui tanta vertute è riposata,

Sed e’ la s’à, per me gli sia chitata:

S’i’ l’amo, i’ l’amerò come mi’ frate.

Ma, per le gioie ch’e’ m’à presentate,

La mia veduta no·gli fia vietata;

Ma venga il più che puote a la celata,

E sed e’ piace a voi, sì ’l ci menate.

Ma’ che sia fatto tosto san’ dimora,

Perciò che Gelosia non può sofrire

Ched ella stea sanza vedermi un’ora:

Ché molte volte si parte per gire,

E ’l diavol, che di notte in lei lavora,

Sì·lla fa·mantenente rivenire".

CXCVII

La Vec[c]hia e Bellacoglienza

La Vec[c]hia sì la va rasicurando,

E dice: "Sopra me lascia la cura

Di questo fatto; non aver paura,

Chéd io il saprò ben andar celando.

E gisse Gelosia tuttor cercando

Qua entro, sì seria grande sciagura

S’ella ’l trovasse, ma i’ son sicura

Che poco le varria su’ gir sognando".

"Dunque potete voi farlo venire,

Ma’ ched e’ si contegna come sag[g]io,

Ch’e’ non pensasse a·ffar nes[s]un ardire".

"Figl[i]uola mia, e’ non fece anche oltrag[g]io

I·nessun luogo, ch’i’ udisse dire,

Ma troppo il loda l’uon di gran vantag[g]io".

CXCVIII

L’Amante e la Vec[c]hia

Al[l]or sì fecer fine al parlamento.

La Vec[c]hia se ne venne al mi’ ostello,

E disse: "Avrò io sorcotto e mantello

Sed i’ t’aporto alcun buon argomento

Che ti trarrà di questo tuo tormento?".

I’ dissi: "Sì, d’un verde fino e bello;

Ma, sì sacciate, non fia san’ pennello

Di grigio, con ogn’altro guernimento".

D’Amico mi sovenne, che mi disse

Ched i’ facesse larga promessione,

Ma ’l più ch’i’ posso, il pagar soferisse:

Avegna ch’i’ avea ferma ’ntenzione

De dar ben a coste’, s’ella m’aprisse,

Che quell’uscisse fuor della pregione.

CIC

La Vec[c]hia

La Vec[c]hia disse allor: "Amico mio,

Queste son le novelle ch’i’ t’aporto:

Bellacoglienza salute e conforto

Te manda, se m’aiuti l’alto Dio;

Sì ch’i’ ti dico ben ched i’ cred’io

Che·lla tua nave ariverà a tal porto

Che·ttu sì coglierai il fior dell’orto".

(Questo motto fu quel che mi guerìo).

"Or te dirò, amico, che farai:

All’uscio c[h]’apre verso del giardino,

Ben chetamente tu te ne ver[r]ai;

Ed i’ sì me ne vo ’l dritto camino,

E sì farò c[h]’aperto il troverai,

Sì che·ttu avrai il fior in tuo dimino".

CC

L’Amante

La Vec[c]hia atanto da me si diparte,

E ’l camin eb[b]e tosto passeg[g]iato;

E quand’i fui un poco dimorato,

Verso ’l giardin n’andai da l’altra parte,

Pregando Idio che mi conduca ’n parte

Ch’i’ de mia malatia fosse sanato.

Aperto l’uscio sì eb[b]i trovato;

Ver è ch’era soc[c]hiuso tutto ad arte.

Con molto gran paura dentro entrai;

Ma, quand’i’ vidi MalaBocca morto,

Vie men del fatto mio sì mi dottai.

Amor trovai, che mi diè gran conforto

Co·l’oste sua, e molto m’allegrai

Che ciascun v’era ’n aiutarm’acorto.

CCI

L’Amante e Bellacoglienza

Com’i’ v’ò detto, a tutto lor podere

Lo Dio d’Amor e la sua baronia

Presti eran tutti a far senn’e follia

Per acompiérmi tutto ’l mio volere.

Allor pensai s’i’ potesse vedere

DolzeRiguardo per cosa che sia:

Inmantenente Amor a me lo ’nvia,

Di che mi fece molto gran piacere.

E que’ sì mi mostrò Bellacoglienza,

Che ’nmantenente venne a salutarmi,

E sì mi fece grande proferenza;

E po’ sì cominciò a merziarmi

Delle mie gioie: di ch’ell’avea vogl[i]enza

Di quel presente ancor guiderdonarmi.

CCII

L’Amante e Bellacoglienza

I’ le dissi: "Madonna, grazie rendo

A voi, quando prender le degnaste,

Che tanto forte me ne consolaste

Ch’a pena mai mag[g]ior gioia atendo;

E s’i’ l’ò mai, da voi aver la ’[n]tendo;

Sì c[h]’a me piace se ciò che pigliaste

O la persona mia ancora ingag[g]iaste

O la vendeste: mai non vi contendo".

Quella mi disse: "Molto gran merzede.

Di me vi dico fate ’l somigliante,

C[h]’a bene e a onore i’ v’amo, a·ffede".

Delle sue cose i’ non fu’ rifusante;

Ma spesso falla ciò che ’l folle crede:

Così avenne al buon di ser Durante.

CCIII

L’Amante e lo Schifo

Quand’i’ udì’ l’oferta che facea,

Del fatto mi’ credett’es[s]er certano:

Allor sì volli al fior porre la mano,

Che molto ringrossato mi parea.

Lo Schifo sopra me forte correa

Dicendo: "Trãt’adietro, mal villano;

Che·sse m’aiuti Idio e san Germano,

I’ non son or quel ch’i’ esser solea.

El diavol sì ti ci à or [r]amenato:

Se mi trovasti a l’altra volta lento,

Or sie certan ch’i’ ti parrò cambiato.

Me’ ti varria che fossi a Benivento".

Allor al capez[z]al m’eb[b]e pigliato,

E domandò chi era mi’ guarento.

CCIV

Vergogna e Paura

Po’ sentì ’l fatto Vergogna e Paura,

Quand’ell’udiron quel villan gridare,

Ciascuna sì vi corse a·llui aitare,

E quello Schifo molto s’assicura.

Idio e tutti i santi ciascun giura

Ched el[l]e ’l mi faranno comperare:

Allor ciascun mi cominciò a buttare;

Molto mi fecer dispett’e ladura;

E disson ch’i’ avea troppo fallato,

Po’ che Bellacoglienza per su’ onore

E lei e ’l suo m’avea abandonato,

Ched i’ pensava d’imbolarle il fiore.

Dritt’era ch’i’ ne fosse gastigato,

Sì ch’i’ ne stesse ma’ sempre in dolore.

CCV

L’Amante

Allor Bellacoglienza fu fermata

Da questi tre portier’ sotto tre porte,

E con una catena molto forte

Quella gentil eb[b]ero ’ncatenata.

Po’ corser sopra me, quella brigata,

E disson: "Sopra te cadran le sorte".

Allor credetti ben ricever morte,

Tanto facean di me gran malmenata:

Sì ch’i’ misericordia domandai

A Paura, a Vergogna e a quel crudele;

Ma i·nessuna guisa la trovai.

Ciascun sì mi era più amar che fele;

Per molte volte merzé lor gridai:

Que’ mi dicean: "Per niente bele".

CCVI

L’Amante

Come costor m’andavar tormentando,

E l’oste al Die d’Amor si fu sentita,

E sì cognob[b]or ch’i’ avea infralita

La boce: inmantenente miser bando

Che ciasc[hed]un si vada apparec[c]hiando

A me socor[r]ere a campar la vita,

Ch’ella sareb[b]e in poca d’or fallita

Sed e’ no·mi venis[s]er confortando.

Quando i portir’ sentiron quel baratto,

Inmantenente tra lor si giuraro

Di non renderla a forza né a patto;

E que’ di fuor ancor sì si legaro

Di non partirsi se non fosse fatto,

E di questo tra·llor si fidanzaro.

CCVII

La battaglia

Franchez[z]a sì venne primieramente

Contra lo Schifo, ch’è molto oltrag[g]ioso

E per sembianti fiero e corag[g]ioso;

Ma quella venne molto umilemente.

Lo Schifo sì ponea trop[p]o ben mente,

Ché ’n ben guardar era molto invioso,

Che quella non potesse di nascoso

Entrar dentr’a la porta con sua gente.

Franchez[z]a mise mano ad una lancia,

Sì s’aperse per dare a quel cagnone,

E crudelmente contra lui la lancia.

Lo Schifo sì avea in mano un gran bastone,

E co·lo scudo il colpo sì·llo schiancia,

E fiede a·llei e falla gir boccone.

CCVIII

Lo Schifo e Franchez[z]a

La lancia a pez[z]i a pez[z]i à dispez[z]ata,

E po’ avisa un colpo ismisurato,

Sì che tutto lo scudo à squartellato:

Franchez[z]a sì è in terra rovesciata.

E que’ de’ colpi fa gran dimenata,

E la bella merzé gli à domandato,

Sì c[h]’a Pietà ne prese gran peccato:

Verso il villan sì·ss’è adiriz[z]ata;

E con uno spunton lo gì pungendo,

E di lagrime tuttora il bagnava,

Sì che ’l vlllan si venia rendendo,

C[h]’aviso gli era ched egli afogava.

Allor Vergogna vi venne cor[r]endo

Perché lo Schifo "Socorso!" gridava.

CCIX

[……]

Vergogna sì venne contra Pietate,

E molto fortemente la minaccia;

E quella, che dottava sua minaccia,

Sì s’aparec[c]hia a mostrar sua bontate,

Ché ben conosce sua diversitate.

Vergogna a una spada la man caccia,

Sì disse: "I’ vo’ ben che ciaschedun saccia

Ched i’ te pagherò di tue der[r]ate".

Allora alza la spada a·llei fedire;

Ma Diletto sì venne a·llei atare,

E di suo scudo la sep[p]e coprire;

E poi si torna per lei vendicare:

Ma Vergogna sapea sì lo schermire

Che que’ no·lla potea magagnare.

CCX

[……]

Vergogna mise allor man a la spada

E sì se ne vien dritta ver’ Diletto.

Inmantenente lo scudo eb[b]e al petto,

E disse: "Come vuole andar, sì vada,

Ched i’ te pur farò votar la strada,

O tu farai di piana terra letto".

Allor lo fie’ co·molto gran dispetto,

Come colei ch’a uc[c]iderlo bada;

Sì che lo mise giù tutto stenduto,

E sì l’avreb[b]e fesso insino a’ denti;

Ma, quando BenCelar l’eb[b]e veduto,

Perciò ch’egli eran distretti parenti,

Inmantenente sì gli fece aiuto.

Vergogna disse: "I’ vi farò dolenti".

CCXI

[……]

Molt’era buon guer[r]ier quel BenCelare:

Alzò la spada, e sì fiede Vergogna

Sì gran colpo ched ella tutta ingrogna,

E poco ne fallì d’a terra andare.

E poi la cominciò a predicare,

E disse: "Tu non devi aver vergogna

Di me, chéd e’ nonn-à di qui a Bologna

Nessun c[h]’un fatto saccia me’ celare

Che saprò io, e perciò porto il nome".

Vergogna sì non sep[p]e allor che dire.

Paura la sgridò: "Cugina, come?

À’ tu perduto tutto tuo ardire?

Or veg[g]h’i’ ben che vita troppo dura,

Quando tu ài paura di morire".

 CCXII

[……]

A la sua spada mise man Paura

Per soccor[r]er Vergogna sua vicina:

A BenCelar diè per sì grande aina

Ched e’ fu de la vita inn-aventura.

Contra lei battaglia poco dura:

Ardimento s’occorse a la miccina

Con una spada molto chiara e fina,

E sì·lle fece molto gran paura.

Ma tuttavia Paura si conforta

E prese cuore in far sua difensione

E disse c[h]’ameria me’ d’esser morta

C[h]’Ardimento le tolga sua ragione:

Allora in testa gli diè tal iscorta

Ched ella ’l mise giù in terra boccone.

 CCXIII

[……]

Quando Sicurtà vide c[h]’Ardimento

Contra Paura avea tutto perduto,

Sì corse là per dargli il su’ aiuto

E cominciò il su’ torniamento.

Ma contra lei non eb[b]e duramento:

Paura quello stormo eb[b]e vincuto,

E anche un altro, s’e’ vi fosse essuto.

Ma Sicurtà sì eb[b]e acorgimento:

Ispada e scudo gittò tosto in terra,

E·mantenente con ambo le mani

A le tempie a Paura sì s’aferra.

E gli altri, ch’eran tutti lassi e vani,

Ciascun si levò suso, e sì s’aterra

A quella zuffa, com’e’ fosser cani.

 CCXIV

[……]

Molto durò tra·llor quella battaglia,

Che ciascun roba e carni vi si straccia.

L’un l’altro abatte per forza di braccia.

Non fu veduta mai tal rapresaglia,

Che que’ d’entro facien troppo gran taglia

Di que’ di fuor; Amor allor procaccia

Che tra lor una trieva sì si faccia

Di venti dì, o di più, che me’ vaglia:

Ch’e’ vede ben che mai quella fortez[z]a,

Se·lla madre non v’è, non prendereb[b]e.

Allor la manda a chieder per Franchez[z]a.

Contra colei sa ben non si ter[r]eb[b]e:

Che s’ella il su’ brandon ver’ lor adrez[z]a,

Imantenente tutti gli ardereb[b]e.

CCXV

[……]

Franchez[z]a sì s’è de l’oste partita,

E Amor sì·ll’à ben incaricato

Che·lli dica a la madre ogne su’ stato,

Com’egli è a gran rischio de la vita,

E che sua forza è molto infiebolita:

Ch’ella faccia che per lei si’ aiutato.

Allor Franchez[z]a sì à cavalcato,

E dritto a Ceceron sì se n’è ita,

Credendo che vi fosse la diessa:

Ma el[l]’er’ita in bosco per cacciare,

Sì che Franchez[z]a n’andò dritt’a essa.

Sott’una quercia la trovò ombreare:

Quella sì tosto in ginoc[c]hie s’è messa,

E dolzemente l’eb[b]e a salutare.

CCXVI

[……]

"Molte salute, madonna, v’aporto

Dal vostro figlio: e’ priegavi per Dio

Che ’l socor[r]iate, od egli è in punto rio,

Ché Gelosia gli fa troppo gran torto;

Ch’ e’ nonn-à guar ched e’ fu quasi morto

‘N una battaglia, nella qual fu’ io.

Ancor si par ben nel visag[g]io mio,

Che molto mi vi fu strett’ed atorto".

Allor Venusso fu molto crucciata,

E disse ben che·lla fortez[z]a fia

Molto tosto per lei tutta ’mbraciata;

Ed a malgrado ancor di Gelosia

Ella serà per terra rovesciata:

No·lle varrà già guardia che vi sia.

CCXVII

[……]

Venusso sì montò sus’un ronzino

Corsiere, ch’era buon da cacciagione,

E con sua gente n’andò a Cicerone:

Sì comanda che sia prest’al matino

Il carro suo, ch’era d’oro fino.

Imantenente fu messo i·limone

E presto tutto, sì ben per ragione

Che, quando vuol, puote entrar in camino.

Ma non volle caval per limoniere

Né per tirare il car[r]o, anzi fe’ trare

Cinque colombi d’un su’ colombiere:

A corde di fil d’or gli fe’ legare.

Non bisognava avervi carettiere,

Ché·lla dea gli sapea ben guidare.

CCXVIII

[……]

Di gran vantag[g]io fu ’l carro prestato.

Venusso ben matin v’è su salita,

E sì sacciate ch’ell’era guernita

E d’arco e di brandon ben impennato;

E seco porta fuoco temperato.

Così da Ciceron sì s’è partita,

E dritta all’oste del figl[i]uol n’è ita

Con suo’ colombi che ’l car[r]’àn tirato.

Lo Dio d’Amor sì avea rotte le trieve

Prima che Veno vi fosse arivata,

Ché troppo gli parea l’atender grieve.

Venus[so] dritta a lui sì se n’è andata,

Sì disse: "Figl[i]uol, non dottar, ché ’n brieve

Questa fortez[z]a no’ avremo ater[r]ata.

CCXIX

[……]

"Figl[i]uol mi’, tu farai un saramento,

E io d’altra parte sì ’l faròe,

Che castitate i’ ma’ non lascieròe

In femina che ag[g]ia intendimento,

Né tu in non che·tti si’ a piacimento.

Ed i’ te dico ben ch’i’ lavorròe

Col mi’ brandone: sì gli scalderòe

Che ciaschedun verrà a comandamento".

Per far le saramenta sì aportaro,

En luogo di relique e di messale,

Brandoni e archi e saette; sì giuraro

Di suso, e dis[s]er c[h]’altrettanto vale.

Color de l’oste ancor vi s’acordaro,

Ché ciaschedun sapea le Dicretale.

CCXX

[……]

Venus[so], che d’assalire era presta,

Sì comanda a ciascun ched e’ s’arenda

O che la mercé ciascheduno atenda,

Ch’ella la guarda lor tratutta presta.

E sì lor à giurato, per sua testa,

Ched e’ non fia nessun che si difenda,

Ch’ella de la persona no·gli afenda:

E così ciaschedun sì amonesta.

Vergogna sì respuose: "I’ non vi dotto.

Se nel castel non fosse se non io,

Non crederei che fosse per voi rotto.

Quando vi piace intrare a·lavorio,

Già per minaccie no·mi ’ntrate sotto,

Né vo’ né que’ che d’amor si fa dio".

CCXXI

[……]

Quando Venùs intese che Vergogna

Parlò sì arditamente contr’a·llei,

Sì gl[i] à giurato per tutti gli dèi

Ch’ella le farà ancor gran vergogna;

E poi villanamente la rampogna,

Dicendo: "Garza, poco pregerei

Il mi’ brandon, sed i’ te non potrei

Farti ricoverare in una fogna.

Già tanto non se’ figlia di Ragione,

Che sempre co’ figl[i]uoi m’à guer[r]eg[g]iato,

Ch’i’ non ti metta fuoco nel groppone".

Ed a Paura ancor da l’altro lato:

"Ben poco varrà vostra difensione,

Quand’i’ v’avrò il fornel ben riscaldato".

CCXXII

[……]

Molto le va Venus[so] minacciando,

Dicendo, se no·rendono il castello,

Ched ella metterà fuoco al fornello,

Sì che per forza le n’andrà cacciando.

E disse: "A mille diavol’ v’acomando,

Chi amor fug[g]e, e fosse mi’ fratello!

Perdio, i’ le farò tener bordello,

Color che l’amor vanno sì schifando:

Chéd e’ non è più gioia che ben amare.

Rendetemi il castel, o veramente

I’ ’l farò imantenente giù versare;

E poi avremo il fior certanamente,

E sì ’l faremo in tal modo sfogliare

Che poi non fia vetato a nulla gente".

CCXXIII

[……]

Venus[so] la sua roba à socorciata,

Crucciosa per sembianti molto e fiera;

Verso ’l castel tenne sua caminiera,

E ivi sì s’è un poco riposata;

E riposando sì eb[b]e avisata,

Come cole’ ch’era sottil archiera,

Tra due pilastri una balestriera,

La qual Natura v’avea compas[s]ata.

In su’ pilastri una image avea asisa;

D’argento fin sembiava, sì lucea:

Trop[p]’era ben tagl[i]ata a gran divisa.

Di sotto un santuaro sì avea:

D’un drap[p]o era coperto, sì in ta’ guisa

Che ’l santuaro punto non parea.

CCXXIV

[……]

Troppo avea quel[l]’imagine ’l [vi]saggio

Tagliato di tranobile faz[z]one:

Molto pensai d’andarvi a processione

E di fornirvi mie pelligrinag[g]io;

E sì no·mi saria paruto oltrag[g]io

Di starvi un dì davanti ginoc[c]hione,

E poi di notte es[s]ervi su boccone,

E di donarne ancor ben gran logag[g]io.

Ched i’ era certan, sed i’ toccasse

L’erlique che di sotto eran riposte,

Che ogne mal ch’i’ avesse mi sanasse;

E fosse mal di capo, o ver di coste,

Od altra malatia, che mi gravasse,

A tutte m’avria fatto donar soste.

CCXXV

[……]

Venùs allora già più non atende,

Però ched ella sì vuol ben mostrare

A ciaschedun ciò ched ella sa fare:

Imantenente l’arco su’ sì tende,

E poi prende il brandone e sì l’ac[c]ende;

Sì no·lle parve pena lo scoc[c]are,

E per la balestriera il fe’ volare,

Sì che ’l castel ma’ più non si difende.

Imantenente il fuoco sì s’aprese:

Per lo castello ciascun si fug[g]ìo,

Sì che nessun vi fece più difese.

Lo Schifo disse: "Qui no·sto più io";

Vergogna si fug[g]ì in istran paese,

Paura a gra·fatica si partìo.

CCXXVI

[……]

Quando ’l castello fu così imbrasciato

E che·lle guardie fur fug[g]ite via,

Alor sì v’entrò entro Cortesia

Per la figl[i]uola trar di quello stato;

E Franchez[z]’e Pietà da l’altro lato

Sì andaron co·llei in compagnia.

Cortesia sì·lle disse: "Figlia mia,

Molt’ò avuto di te il cuor crucciato,

Ché stata se’ gran tempo impregionata.

La Gelosia ag[g]i’or mala ventura,

Quando tenuta t’à tanto serrata.

Lo Schifo e Vergogna con Paura

Se son fug[g]iti, e la gol’à tagliata

Ser MalaBocca per sua disventura.

CCXXVII

[……]

"Figl[i]uola mia, per Dio e per merzede,

Ag[g]ie pietà di quel leal amante,

Che per te à soferte pene tante

Che dir no’l ti poria, in buona fede.

In nessun altro idio che·tte non crede,

E tuttora a·cciò è stato fermo e stante:

Figl[i]uola mia, or gli fa tal sembiante

Ch’e’ sia certano di ciò c[h]’or non vede".

Bellacoglienza disse: "I’ gli abandono

E me e ’l fiore e ciò ch’i’ ò ’n podere,

E ched e’ prenda tutto quanto in dono.

Per altre volte avea alcun volere,

Ma nonn-era sì agiata com’or sono:

Or ne può fare tutto ’l su’ piacere".

CCXXVIII

[……]

Quand’i’ udì’ quel buon risposto fino

Che·lla gentil rispuose, [ m’ inviai ]

Ed a balestriera m’adriz[z]ai,

Ché quel sì era il mi’ dritto camino;

E sì v’andai come buon pellegrino,

Ch’un bordon noderuto v’aportai,

E la scarsella non dimenticai,

La qual v’apiccò buon mastro divino.

Tutto mi’ arnese, tal chent’i’ portava,

Se di condurl’al port’ò in mia ventura,

Di toccarne l’erlique i’ pur pensava.

Nel mi’ bordon non avea fer[r]atura,

Ché giamai contra pietre no·ll’urtava;

La scarsella sì era san’ costura.

CCXXIX

[……]

Tant’andai giorno e notte caminando,

Col mi’ bordon che non era ferrato,

Che ’ntra’ duo be’ pilastri fu’ arivato:

Molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.

Dritt’a l’erlique venni apressimando,

E·mantenente mi fu’ inginoc[c]hiato

Per adorar quel [bel] corpo beato;

Po’ venni la coverta solevando.

E poi provai sed i’ potea il bordone,

In quella balestriera ch’i’ v’ò detto,

Metterlo dentro tutto di randone;

Ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto

L’entrata, che ’l fatto andò in falligione.

La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.

CCXXX

[……]

Pe·più volte fallì’ a·llui ficcare,

Perciò che ’n nulla guisa vi capea;

E·lla scarsella c[h]’al bordon pendea,

Tuttor di sotto la facea urtare,

Credendo il bordon me’ far entrare;

Ma già nessuna cosa mi valea.

Ma a la fine i’ pur tanto scotea

Ched i’ pur lo facea oltre passare:

Sì ch’io allora il fior tutto sfogl[i]ai,

E la semenza ch’i’ avea portata,

Quand’eb[b]i arato, sì·lla seminai.

La semenza del fior v’era cascata:

Amendue insieme sì·lle mescolai,

Che molta di buon’erba n’è po’ nata.

CCXXXI

[……]

Quand’i’ mi vidi in così alto grado,

Tutti i mie’ benfattori ringraziai,

E più gli amo og[g]i ch’i’ non feci mai,

Che molto si penãr di far mi’ grado.

Al Die d’Amor ed a la madre i’ bado,

E a’ baron’ de l’oste chiamo assai

D’esser lor[o] fedele a sempremai

E di servirgli e non guardar ma’ guado.

Al buono Amico e a Bellacoglienza

Rendé’ grazie mille e mille volte;

Ma di Ragion non eb[b]i sovenenza,

Che·lle mie gioie mi credette aver tolte.

Ma contra lei i’ eb[b]i provedenza,

Sì ch’i’ l’ò tutte quante avute e colte.

CCXXXII

[……]

Malgrado di Ric[c]hez[z]a la spietata,

Ch’unquanche di pietà non seppe usare,

Che del camin c[h]’à nome TroppoDare

Le pia[c]que di vietarmene l’entrata!

Ancor di Gelosia, ch’è·ssì spietata

Che dagli amanti vuole il fior guardare!

Ma pure ’l mio non sep[p]’ella murare,

Ched i’ non vi trovasse alcuna entrata;

Ond’io le tolsi il fior ch’ella guardava:

E sì ne stava in sì gran sospez[z]one

Che·lla sua gente tuttor inveg[g]hiava.

Bellacoglienza ne tenne in pregione,

Perch’ella punto in lei non si fidava:

E sì n’er’ella don[n]a di ragione.

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Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2007