Dante Alighieri

Epistole

Edizione di riferimento del testo latino

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Edizione di riferimento del testo italiano

Epistole di Dante Alighieri, edite e inedite, aggiuntavi la dissertazione intorno all’acqua e alla terra e le traduzioni respettive a riscontro del testo latino, con illustrazioni e note di diversi. Per cura Di Alessandro Torri, Veronese, Dottore in belle lettere e socio di varie accademie. In Livorno, coi tipi di Paolo  Vannini. M.DCCCXLII.

Epistola  III

A CINO DA PISTOJA.

( 1308? )

PRAEFATIO WITTIANA.

ARGOMENTO

Il primo a pubblicar colle stampe questa Epistola fu il Prof. Carlo Witte, il quale la trasse dal Codice 8, Plut. XXIX della Laurenziana. Fino dal 1740 il P. Lagomarsini aveva fatto uso di questo medesimo Codice, e nel 1759 l’Ab. Mehus ne aveva tratto la nota Lettera di Frate Ilario del Corvo, che tanta luce diffonde sulla storia della Divina Commedia, come che abbia dato luogo a controversie non ancora ultimate. Anche il Canonico Angelo Maria Bandini, nel descrivere accuratamente quel Codice nel bel Catalogo de’ MSS. Laurenziani, avea fatto parole di questa e di altre due Lettere (l’una all'Amico Fiorentino, l’altra ai Cardinali italiani riuniti al Conclave di Carpentras), ma non erasi accorto ch’elle fossero di Dante Alighieri, ed aveale quindi asserite d’un anonimo. Il Mehus però nel tornar sopra quel Codice, si avvide che la Lettera all'Amico Fiorentino era cosa di Dante Alighieri, e di questa scoperta fece parte al Canonico Dionisi, il quale se ne valse ben tosto, pubblicando nel quinto de’ suoi Aneddoti, Perotta 1790, quella interessantissima Epistola, che nella presente edizione e la V. (a - Nella nostra è in ordine la XIII. )

Ma in progresso il Sig. Conte Troya nell'esaminare sa quel medesimo Codice la Lettera di Frate Ilario, che presentavagli il più forte argomento a risolvere la questione da esso trattata intorno al Veltro allegorico, s'avvide che non una, ma tutte e tre le Lettere or ora indicate appartenevano egualmente a Dante Alighieri. E nel dar di ciò contezza alla Repubblica Letteraria, volle pubblicare nell'Appendice al Libro del Veltro un brano di quella fra le due inedite che sembragli la più importante, e che qui sta col numero IV. (È quella ai Cardinali Italiani. In questa edizione è registrata al n.° XII.)

Or tornando alla Lettera a Cino da Pistoia (exulanti Pistoriensi) dirò esser questa una responsiva. Apparisce che Cino interrogasse l’amico suo, se l’anima nostra trapassare si possa di passione in passione. E alla quistione proposta Dante rispose con questa Lettera, la quale egli accompagnò d'un poetico componimento, che forse, secondo il Witte, fu la Canzone Voi che intendendo, e che probabilmente avrà fatto parole di quell'amore allegorico, che di sensuale cambiandosi in intellettuale (testimone l'Autore stesso nel suo Convito) accese, dopo la morte di Beatrice, il petto dell'Alighieri. Che il Pistojese Giureconsulto e Poeta, spenta la sua Selvaggia, passasse ad altri amori di femmine, e fosse in quelli molto mobile ed incostante, la è cosa certissima, secondo la testimonianza de’ suoi biografi, ed anche per le parole di Dante medesimo (Son. LI):

Io mi credea del tutto esser partito

Da queste vostre rime, o Messer Cino,

Che si conviene omai altro cammino

Alla mia nave, già lunge dal lito.

Ma perch' io ho di voi più volte udito

Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino,

Piacemi di prestare un pocolino

A questa penna lo stancato dito.

Chi s' innamora sì come voi fate,

Ed ad ogni piacer si lega e scioglie,

Mostra ch'Amor leggiermente il saetti.

Se ’l vostro cuor si piega in tante voglie,

Per Dio vi priego, che voi 'l correggiate,

Sicché s' accordi i fatti a’ dolci detti.

Nel fine poi di questa Epistola trovansi alcune parole di consolazione che Dante porge all' amico, pur esso sventurato, siccome quegli che trovavasi in bando dalla sua patria, l’esilio di Cino fu dall’anno 1307 al 1319; laonde è certo, che la Lettera, la quale nel Codice Laurenziano non porta data, appartiene a tal intervallo di tempo. Ed abbenchè questa e le altre due Epistole, nello stesso Codice contenute, non esprimano il nome di Dante se non per mezzo della iniziale D seguita da un punto (Epistola D. de Florentia), pure sì per quell'aggiunto de Florentia, sì per l’altro nella Lettera presente florentinus exul immeritus, e sì specialmente pel lor contenuto, non possono lasciare il minimo dubbio, ch'esse non appartengano a Dante Alighieri.

P. Fraticelli.

1842

Epistula III

Epistola III

Exulanti Pistoriensi Florentinus exul inmeritus per tempora diuturna salutem et perpetue caritatis ardorem.

Al Pistoiese che vive in esilio il Fiorentino esule immeritevole salute per lungo tempo e perpetuamente ardore d'amore

[I]. Eructuavit incendium tue dilectionis verbum confidentie vehementis ad me, in quo consuluisti, carissime, utrum de passione in passionem possit anima transformari: de passione in passionem dico secundum eandem potentiam et obiecta diversa numero sed non specie, quod quamvis ex ore tuo iustius prodire debuerat, nichilominus me illius auctorem facere voluisti, ut in declaratione rei nimium dubitate titulum mei nominis ampliares. Hoc etenim, cum cognitum, quam acceptum quamque gratum extiterit, absque importuna diminutione verba non caperent: ideo, causa conticentie huius inspecta, ipse quod non exprimitur metiaris.

 

[II]. Redditur, ecce, sermo Calliopeus inferius, quo sententialiter canitur, quanquam transumptive more poetico signetur intentum, amorem huius posse torpescere atque denique interire, nec non huius, quod corruptio unius generatio sit alterius, in anima reformari.

 

[III]. Et fides huius, quanquam sit ab experientia persuasum, ratione potest et auctoritate muniri. Omnis namque potentia que post corruptionem unius actus non deperit, naturaliter reservatur in alium: ergo potentie sensitive, manente organo, per corruptionem unius actus non depereunt, et naturaliter reservantur in alium; cum igitur potentia concupiscibilis, que sedes amoris est, sit potentia sensitiva, manifestum est quod post corruptionem unius passionis qua in actum reducitur, in alium reservatur. Maior et minor propositio sillogismi, quarum facilis patet introitus, tue diligentie relinquantur probande.

 

[IV]. Auctoritatem vero Nasonis, quarto De Rerum Transformatione, que directe atque ad litteram propositum respicit, superest ut intueare; scilicet ubi ait, et quidem in fabula trium sororum contemtricium in semine Semeles, ad Solem loquens, qui nymphis aliis derelictis atque neglectis in quas prius exarserat, noviter Leucothoen diligebat: “Quid nunc, Yperione nate”, et reliqua.

 

[V]. Sub hoc, frater carissime, ad prudentiam, qua contra Rhamnusie spicula sis patiens, te exhortor. Perlege, deprecor, Fortuitorum Remedia, que ab inclitissimo phylosophorum Seneca nobis velut a patre filiis ministrantur, et illud de memoria sane tua non defluat: “Si de mundo fuissetis, mundus quod suum erat diligeret”.

[5] Inoltre, fratello carissimo, ti esorto alla prudenza, per mezzo della quale puoi sopportare i colpi della Ramnusia (Nemesi). Leggi attentamente, ti prego, I rimedi delle cose fortuite, che da Seneca, il più insigne dei filosofi, ci sono elargiti come da un padre ai figli, e dalla tua sana memoria non sfugga quel detto che dice: «Se foste stati del mondo, il mondo amerebbe ciò che è stato suo»

[seguiva il seguente sonetto, ndr.]

Io sono stato con Amore insieme

da la circulazion del sol mia nona

e so com'egli affrena e come sprona,

e come sotto lui si ride e geme.

Chi ragione o virtù contra gli sprieme,

fa come que' che 'n la tempesta sona,

credendo far colà dove si tona

esser le guerre de' vapori sceme.

Però nel cerchio de la sua palestra

liber arbitrio già mai non fu franco,

sì che consiglio invan vi si balestra.

Ben può con nuovi spron' punger lo fianco,

e qual che sia 'l piacer ch'ora n'addestra,

seguitar si convien, se l'altro è stanco.

PRAEFATIO WITTIANA.

Clarissimus Troya, cujus in Dantem merito laude mei sunt omnino majora, in codice Laurentiano Plut. XXIX, cod. 8 (de quo conferantur Bandinius, et imprimis celeberr. Ciampius in elegantissimo libello cui titulus: Lettera di M. Gio. Boccaccio, Fir. 1827) ineditam, Dantique facile tribuendam epistolam continere primas observavit. Quem se-quutus, quum longiorem illam, quam infra exibebo ad Cardinales epistolam, ex eodem scriberem codice, hanc etiam oculis perlustratus sum, cujus tamen jejunitas temporis mihi concessi conjuncta, ne in schedas praesens eam referrem me impedivit. Capto vero omnium quae extant Dantis epistolarum edendarum consilio, ne ab aliis notatarum quam neglexisse arguerer, ill. Ciampium, cis et trans Alpes paris famae, probataeque in me benevolentiae virum, rogavi, ut describendae illius in se susciperet curam. Nec defuit petitis vir humanissimus, cui tanti de liberalitate me meritas agentem gratias socios habiturum fore lectores confido. Brevem hanc, nec omnino elegantem epistolam, eorumque quae auctorem apertius produnt nihil fere continentem, fide dignam vel indignam pronuntiare ardua res est. Fateor quidem non solum nihil offendisse, quod a moribus Dantis modove scribendi abhorreret (cf. tamen notas 7 et 20), sed etiam satis aptam epistolam mihi sese praebere interpretationem, si auctorem ejus faciamus Alligherium. Exulem enim Pistoriensem, Cinum Sinibuldum esse nemo facile negabit. Hunc autem praeter Silvaticam Vergiolensem non unam adamasse puellam nota res est, cujus exemplum in sonitu Dantis, cui principium — Io mi credea del tutto esser partito — Quae mobilitas, quum aliorum ei excitaret vituperationes, Cinum Dantem consuluisse puto, num amori, ab una in alteram transferri, omnino esset contrarium. Cui Dantes, allegorici illius amoris memor, quo post Beatricis obitum, teste Amoroso Convivio, Philosophiam amplexus est, negando, quae in textu continentur respondet. De anno epistolae statuere nescio, sed certum est, in exilium Cini ( 1307-1319) eam incidere (cf. Ciampium in vita Cini, Ed. 3, pagg 42, 73).

Edizione 1842 di Alessandro Torri

Epistole di Dante Alighieri, edite e inedite, aggiuntavi la dissertazione intorno all’acqua e alla terra e le traduzioni respettive a riscontro del testo latino, con illustrazioni e note di diversi. Per cura Di Alessandro Torri, Veronese, Dottore in belle lettere e socio di varie accademie. In Livorno, coi tipi di Paolo  Vannini. M.DCCCXLII.

PROEMIO

Il primo a pubblicar colle stampe questa Epistola fu il Prof. Carlo Witte, il quale la trasse dal Codice 8, Plut. XXIX della Laurenziana. Fino dal 1740 il P. Lagomarsini aveva fatto uso di questo medesimo Codice, e nel 1759 l’Ab. Mehus ne aveva tratto la nota Lettera di Frate Ilario del Corvo, che tanta luce diffonde sulla storia della Divina Commedia, come che abbia dato luogo a controversie non ancora ultimate. Anche il Canonico Angelo Maria Bandini, nel descrivere accuratamente quel Codice nel bel Catalogo de' MSS. Laurenziani, avea fatto parole di questa e di al­tre due Lettere ( l’una all'Amico Fiorentino, l’altra ai Cardinali italiani riuniti al Conclave di Carpentras), ma non si erasi accorto ch'elle fossero di Dante Alighieri, ed aveale quindi asserite d'un anonimo. Il Mehus però nel tornar sopra quel Codice, si avvide che la Lettera all'Amico Fiorentino era cosa di Dante Alighieri, e di que­sta scoperta fece parte al Canonico Dionisi, il quale se ne valse ben tosto, pubblican­do nel quinto de' suoi Aneddoti, Perotta 1790, quella interessantissima Epistola, che nella presente edizione e la V. (Nella nostra è in ordine la XIII.)

Ma in progresso il Sig. Conte Troya nell'esaminare sa quel medesimo Codice la Lettera di Frate Ilario, che presentavagli il più forte argomento a risolvere la questione da esso trattata intorno al Veltro allegorico, s'avvide che non una, ma tutte e tre le Lettere or ora indicate appartenevano egualmente a Dante Alighieri. E nel dar di ciò contezza alla Repubblica Letteraria, volle pubblicare nell'Appendice al Libro del Veltro un brano di quella fra le due inedite che sembragli la più importante, e che qui sta col numero IV. (È quella ai Cardinali Italiani. In questa edizione è registrata al n.° XII.)

Or tornando alla Lettera a Cino da Pistoia (exulanti Pistoriensi) dirò esser questa una responsiva. Apparisce che Cino interrogasse l’amico suo, se l’anima nostra trapassare si possa di passione in passione. E alla quistione proposta Dante rispose con questa Lettera, la quale egli accompagnò d'un poetico componimento, che forse, secondo il Witte, fu la Canzone Voi che intendendo, e che probabilmente avrà fatto parole di quell'amore allegorico, che di sensuale cambiandosi in intellettuale (testimone l'Autore stesso nel suo Convito) accese, dopo la morte di Beatrice, il petto dell'Alighieri. Che il Pistojese Giureconsulto e Poeta, spenta la sua Selvaggia, pas­sasse ad altri amori di femmine, e fosse in quelli molto mobile ed incostante, la è cosa certissima, secondo la testimonianza de' suoi biografi, ed anche per le parole di Dante medesimo (Son. LI):

Io mi credea del tutto esser partito

Da queste vostre rime, o Messer Cino,

Che si conviene omai altro cammino

Alla mia nave, già lunge dal lito.

Ma perch' io ho di voi più volte udito

Che pigliar vi lasciate ad ogni uncino,

Piacemi di prestare un pocolino

A questa penna lo stancato dito.

Chi s' innamora sì come voi fate,

Ed ad ogni piacer si lega e scioglie,

Mostra ch'Amor leggiermente il saetti.

Se ’l vostro cuor si piega in tante voglie,

Per Dio vi priego, che voi 'l correggiate,

Sicché s' accordi i fatti a’ dolci detti.

Nel fine poi di questa Epistola trovansi alcune parole di consolazione che Dante porge all' amico, pur esso sventurato, siccome quegli che trovavasi in bando dalla sua patria, l’esilio di Cino fu dall' anno 1307 al 1319; laonde e certo, che la Let­tera, la quale nel Codice Laurenziano non porta data, appartiene a tal intervallo di tempo. Ed abbenchè questa e le altre due Epistole, nello stesso Codice contenute, non esprimano il nome di Dante se non per mezzo della iniziale D seguita da un punto (Epistola D. de Florentia), pure sì per quell' aggiunto de Florentia, sì per l’altro nella Lettera presente florentinus exul immeritus, e sì specialmente pel lor contenuto, non possono lasciare il minimo dubbio, ch'esse non appartengano a Dante Alighieri.

P. Fraticelli.

Exulanti pistoriensi [1] florentinus exul immeritus, per tempora diuturna salotem et perpetuae caritatis ardorem.

1. Eructavit [2] incendium tuae dilectionis verbum confidentiae vehementis a me, in quo consuluisti, carissime, utrum de passione in passionem possit anima transformari: de passione in passionem dico secundum eamdem potentiam, et objecta diversa numero, sed non specie; quod, quamvis ex ore tuo justius prodire debuerat, nihilominus me illius auctorem facere voluisti, ut [3] in declaratione rei nimium dubitatae [4] titulum mei nominis ampliares. Hoc etenim quam jucundum [5], quam acceptum, quamque gratum exstiterit, absque importuna deminutione verba non capiunt [6]: ideo, causa conticentiae hujus inspecta, ipse quod non exprimitur metiaris.

2. Redditur, ecce, sermo Calliopeus [7] inferius, quo sententialiter canitur, quamquam transsumptive more poetico signetur, intentum amorem hujus [8] posse torpescere atque denique interire [9], nec non [10] quod corruptio unius generatio sit alterius in anima reformati [11].

3. Et fides hujus, quamquam sit ab experientia persuasum, ratione potest et auctoritate muniri. Omnis enim potentia, quae post corruptionem unius actus non deperita naturaliter reservatur in alium: ergo potentiae sensitivae, manente organo, per corruptionem ejus actus non [12] depereunt, et naturaliter reservantur in alium. Quum igitur potentia concupiscibilis [13], quae sedes amoris est, sit potentia sen­sitiva, manifestum est, quod post corruptionem unius passionis, qua in actum reducitur, in alium reservatur. Major et minor propositio syllogismi, quarum facile patet introitus, tuae diligentiae relinquantur probandae.

4. Auctoritatem [14] vero Nasonis, quarto de rerum transformatione, quae directe atque ad literam propositum respicit, sedulus [15] intueare; scilicet ubi ait auctor (et quidem [16]) in fabula trium sororum contemtricum Numinis [17] in semine Semeles [18] ad Solem loquens (qui Nymphis aliis derelictis atque neglectis, in quas prius exarserat, noviter Leucothoen diligebat): «Quid nunc, Hyperione nate,»  et reliqua [19].

5. Sub hoc, frater carissime, ad potentiam, quod [20] contra Rhamnusiae [21] spicula sis patiens te exhortor. Perlege, deprecor, fortuitorum remedia; quae ab inclytissimo Philosophorum Seneca, nobis, velut a patre filiis, ministrantur, et illud de memoria sane [22] tua non defluat: «Si de mundo fuissetis, mundus, quod suum erat, diligeret» etc. [23]

Traduzione di Alessandro Torri

All’esulante Pistojese il Fiorentino confinato non meritamente prega per lunghi anni salute e perpetua fiamma di carità (c)

l. L’ardore della tua dilezione ruppe in parole di troppo maggior fede in me, o carissimo, nella consultazione se l’animo nostro possa trasmodarsi d’amore in amore; dico, se rinverdir possa di passione in passione colla stessa intensità e con idoli della stessa specie, ma di numero diversi. Della quale sentenza, comechè ella meglio potesse dalle tue labbra uscire, volesti pur farmi autore, perchè nella soluzione di cosa annodata si ampliasse l’onore del mio nome. La che come mi fosse accetto e grato, e come accolto con piacere, non è lingua che valga ad esprimerlo: onde, per questo stesso mio tacere, tu il mio difetto adeguerai.

2. Ti reco qui sotto versi (d), ne’ quali si canta per sentenza e astratticamente, come poesia comanda; e ove vedrai, uno smisurato amore aver potuto raffreddarsi, e finalmente morire: anche perchè tu conosca, che nel petto di chi si solleva più sublime, la corruzione d’un amore è la generazione d’un altro.

3. E sebbene dall’esperienza tragga prova quello ch'io dico, non meno si giova della ragione e dell’autorità. Perchè ogni potenza, che dopo la consumazione di un atto non pere, mantiensi per un altro atto; per ciò le forze sensitive, subito che l’organo resta, anche dopo la corruzione di un atto non perono, ma naturalmente per altro atto si conser­vano. Sendo adunque la potenza concupiscibile sede di amore sensitivo, è palese che dopo l’estinzione d’una passione, per cui agì, si conserva in altra. Alla tua diligenza la prova della maggiore e minore del sillogismo rimetto, essendone apertissimo l’adito.

4. Vuolsi poi por mente all’autorità di Ovidio, nel quarto delle Me­tamorfosi, ove dritto si mira al nostro, caso: dico in ispecie ove l’Autore (nella favola delle tre sorelle sprezzanti il Nume nella procreazione di Semele) parlando al Sole, che abbandonate e neglette le altre Ninfe, per le quali prima era arso, di nuovo amore amava Leucotoe, dice:

O figlio d’Iperione, a che ti vale

La bellezza e il calor ?

5. Con questo, o fratel caro, ti porgo alla pazienza conforti, per accomodarti ai balestramenti della sorte (e). Leggi, ti prego, gli ammonimenti per le repentine avversità, che da Seneca, tra’ filosofi di maggior valentia, come da padre ai figli, ci vengono dati (f); né mai ti cada dalla mente questo: Se foste stati del mondo, il mondo avrebbe amato quello ch'era suo.

 

(c) La versione italiana è del Professore Melchior Missirini. Le note al testo latino del Prof. Witte non sono contrassegnate; tutte le mie hanno l'asterisco.*.

(d) Per appendice alla nota (7) di contro circa il significato di Sermo Calliopeus, che noi pure intendiamo niente altro essere che un componimento poetico posto a piè della lettera, inferius, meritano d'esser lette le osservazioni erudite del ch. Prof. Sebastiano Ciampi, che alleghiamo a pag. 23, nota (g). *

(e) Questa transizione è chiaro, niente aver che fare col soggetto dei paragrafi an­tecedenti; ma l'infelice proscritto, côlta l’opportunità, non lascia d'esortare il com­pagno di sventura a soffrir con rassegnazione i travagli dell'esilio.*

(f) Accennasi al passo della lettera XVI a Lucilio, ove dice che la filosofia insegna obbedire a Dio, e sprezzare la fortuna e i casi fortuiti. Eccone le parole: «Haec (philosophia) adhortabitur, ut Deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter resistamus: haec docebit, ut Deum sequaris,  feras casum.»*

g) Osservazioni del Cav. Prof. Ciampi in risposta ad alcuni dubbj manifestati dal Prof. Witte sopra la interpretazio­ne delle parole: Sermo Calliopeus.

« Il chiar. Sig. Professore Carlo Witte nella sua edizione delle Lettere di Dante pubblicata col titolo — Dantis Alligherii epistolae quae extant, cum notis Caroli Witte, Patavii, sub signo Minervae, 1827, (Vratislaviae, apud edit.) — alla pagina 15 commenta le seguenti parole della epistola IV, ch'egli crede non senza fondamento essere indirizzata a Cino di Pistoja: « Redditur, ecce, sermo Calliopeus inferius » etc. (Vedi il §. 2. del testo latino di questa Witte. lettera , e la relativa nota n.° 7 del Prof. Witte. )

« Anche per lettera cortesemente mi prevenne, che non era affatto del mio avviso sopra di ciò , ed inclinava piuttosto ad ac­cettar per vera un'altra opinione, che pure si poteva dire accennata da me: “Credo, soggiungeva, che quelle parole ripetute parimenti nella epistola di Dante a Cino, non abbiauo a dir altro che un poema d' alto stile. Se poi fra le rime del Boc­caccio non si trova canzone col capoverso riferito nella lettera, la crederemo perduta con altri saggi giovanili del medesimo autore.”

« Io certamente non disapprovo l'opinione del chiar. Sig. Witte , molto più che in cosa dubbia è da cercarsene il significalo per amor del vero, e non per impegno di sostenere quel che può esser venuto in mente la prima volta. A maggiore schiari­mento dunque della questione osservo, che Sermo Calliopeus potrebbe significare non solamente poema d’alto stile, ma poema o scritto di senso figurato, allegorico. E primieramente, per quel che spetta alle pa­role della lettera di Dante — Redditur, ecce, sermo Calliopeus inferius, — non le inten­derei di qualche sua nobile poesia, che poi tralasciasse di accennarla in fine della lettera, ma bensì delle parole Scritturali che riporta in fine della stessa: “Et illud de memoria sane tua non defluat: Si de mundo fuissetis, mundus, quod suum erat, diligeret » (Joh. XV, 19). Ora, queste parole di senso allegorico si confrontino colle prece­denti: «Redditur ecce, sermo Calliopeus inferius” etc. Qui si tratta dell'amore mondano, della corruzione, ossia indebolimento, mancamento, dal quale si genera l'altro, cioè il riformato dell’anima, ossia lo spirituale. Questo è ciò che si vuol far intendere in sostanza, in quanto al senso, sebbene s'indichi, all'uso poetico, transuntivamente, ossia traslativamente, figuratamente nel Ser­mone Calliopeo (poeticamente figurato) che troverai più sotto, cioè Si de mundo fuissetis, mundus, quod suum erat, diligeret. “Se tu, o messer Cino, fossi stato uno del mondo, vale a dire avessi nutrito passioni ed affetti pari a quelli che seguono il partito perverso (i Guelfi), il mondo (i Guelfi) ti avrebbero amato come cosa loro; né tu ned io saremmo perseguitati.” Ecco, a mio parere, il Sermo Calliopeus inferius, di cui si tratta in quel luogo.

« Anche nella lettera II il Boccaccio, dopo averla finita e dopo essersi sottoscritto, aggiunge: Calliopeus vero sermo fuit iste: Dentro del cerchio a cui 'ntorno si gira , ec. Avea già detto: — “ Sed saevientis Rhamnusiae causa ac atrocitatis cupidinis importunae ‘Nubila sunt subitis tempora nostra malis,’ pro ut parvus et exoticus sermo Calliopeo moderamine constitutus.... declarabit inferius”—. Dovea dunque essere sermo parvus et exoticus Calliopeo modera­mine, sermone breve e fuori della comune maniera d'esprimersi per Calliopea, modulazione, cioè tale, che tutti non lo capissero: infatti comincia il primo verso: Dentro del cerchio a cui 'ntorno si gira. Questo principio ha tutta l'apparenza di qualche cosa di enigmatico e di allegorico.

«In fine alla lettera IV dopo la soscrizione si aggiunge — Calliopeus sermo est iste, etc. ; e nel corpo della lettera avea detto — ce Et qualiter in me regnaverit (amor) nulla refragante virtute, extra sinum, praesentium brevi Calliopeo Sermone quaeratis, ubi erit ambifarie pro palatus.» — Dunque il Sermo Calliopeus era parvus et exoticus, brevi» , e posto in fine ( inferiis, od extra sinum epistolae), come si vede da quelle brevi parole della S. Scrittura riferite da Dante, ambifarie propalatus, cioè con due sensi, uno apparente e letterale, l'altro mistico od allegorico.

« Così quando invoca Dante la Musa Cal­liope, non debbesi intendere, a parer mio, che invochi solo la Dea del Canto , ma la Dea del Canto allegorico, quale appunto è la Divina Commedia.

« Se rifletteremo che le allegorie erano in que' tempi uno de' primi requisiti delle petiche composizioni, vedremo che la voce pesia e la Dea Calliope non indicavano, soltanto componimenti poetici e sublimi per lo stile, ma specialmente pel senso allegorico che richiudevano. » (Vedi Monumenti di un manoscritto autografo e Lettere inedite di messer Giovanni Boccaccio, il tutto nuovamente trovato ed illustrato da Sebastiano Ciampi, seconda edizione dal medesimo rivista ed accresciuta. Milano, coi tipi di Paolo Andrea Molina, 1830», pag. 590 a 594 ).

Dopo le premesse cose noi conchiuderemo, che la chiave a ben intendere il discorso ci viene data dallo stesso Autore, il quale usò a un di presso eguale frase nel fine della Lettera a Marcello Malaspina, alludendo alla Canzone che in seguito a quella abbiamo allegato. *

 

Note

_______________________

 

[1] Cino Pistoriensi, jurisconsulto atque poetae, Dantisque amico, quem secundum dicere solet.

[2] Ps. XLIV, 2.

[3]lCod. et.

[4] Cf. Aristot. De generat. et corrupt. II, Th. 13.

[5] Cognitum in Cod., quod in jucundum mutavimus cum Fraticellio.

[6] Cod. cavent, quod, licet duritie motus, in capiunt mutaverim, tamen potest defendi. Eadem sententia saepius apud Dantem recurrit, ex. gr. in Carmine, cui initium Amor che nella mente mi ragiona. Parad. XXII, 55. XXX, 16.

[7] Sermo Calliopeus et a Boccaccio in Epistolis, quas ex eodem hoc nostro codice primus edidit Ciampius, usurpatur, p. 62, 63, 65, 69. De sensu vocabuli apud Bocc. cf. editorem p. 31, quem tamen acu rem tetigisse haud facile adducor ut credam. Mihi quidem Calliopeus sermo nil nisi poeticus nobiliorque; hoc enim loco Dantem ad carminum suorum unum vel alterum, illud fortasse quod incipit Voi che intendendo il terzo ciel movete, quod epistolae subnectere secum constituerat, respicere, certissimum videtur.

[8] Idest unius rei.

[9] Auct. Conv. II, 9.

[10] Cod. inserit hujus.

[11] Cod. reformari. — Cf. Aristot. De generat. et corrupt. l. Th. 17.

[12] Supplevimus non, quod deest in co­dice.

[13] Cod. concupiscibiliter.

[14] Cod. Autoritate.

[15] Cod. sed ut.

[16] Cod. subtraxit aut equidem, quae ex illit quae in textu reposuimus facile na­sci potuisse intelliges, dum memineris veteres ita per compendia scribere: s. ubi ait aut. et quidem.

[17] Cod. contemtrix cum, cf. Ovid. Me­tam. III, 611.

[18] Puta tres Mineydes; Alcithoen, Arsippen et Leucippen.

[19] Metam. IV, 192. — Conveniamus tamen, locum Ovidii, ad quem provocat noster, si quem alium, qnuestioni in qua versamur prorsus esse alienum.

[20] Cod. quam.

[21] Cod. Raynusie —. Ovid. Metam. III, 406. XIV, 694. Trist. V, 8, 9. — Cf. Boccaccium in Epistolis a Ciampio editis, editoremque ibidem. - ( In mediolanensi vero recensione anni 1830, pagg. 240, 244, itemqne pag. 275, 290 ). *

[22] Cod. sana.

[23] Joh. XV, 19.

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Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2007