Dante Alighieri

Epistole

Edizione di riferimento del testo latino

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Edizione di riferimento del testo italiano

Epistole di Dante Alighieri, edite e inedite, aggiuntavi la dissertazione intorno all’acqua e alla terra e le traduzioni respettive a riscontro del testo latino, con illustrazioni e note di diversi. Per cura Di Alessandro Torri, Veronese, Dottore in belle lettere e socio di varie accademie. In Livorno, coi tipi di Paolo  Vannini. M.DCCCXLII.

Epistola  II

ARGOMENTO

La famiglia de’ conti Guidi, nata dal ceppo di Gaido il vecchio e dalla bella Gualdrada, figliuola di Bellincion Berti, moltiplicando in diversi rami, ebbe diversi titoli e dominii in Toscana. Dei Guidi signori di Romena nel Casentino nacque il conte Alessan­dro, magnanimo difensore di parte bianca. Egli ebbe sotto le sue insegne Dante nel tem­po che i Bianchi fortuneggiavano, trattavansi gli accordi col Cardinal di Prato, e nel celebre radunamento fattosi nel Castel di Gargosa, che fu guasto e perduto per la pazza furia di Baschiera della Tosa. Fallita miseramente ogni prova di tornare in patria, Dante andavasi vagabondo di terra in terra, quando udì la morte del suo vecchio capitano Alessandro: Nè potendo condursi in persona all'esequie, di lui, scrisse ad Oberto e Guido nipoti del defunto, esortandoli a farsi eredi delle virtù dello zio, com'erano delle sue fortune, e scusando se stesso della involontaria assenza a causa di povertà. Morì il conte Alessandro prima del passaggio di Arrigo in Italia.

Fin dai tempi di questa epistola il me urget rei familiaris angustia che non abbandonò mai l’esule infelice, neppure sotto gli auspicj di Cangrande Scaligero.

Epistula II

Epistola II

[Hanc epistolam scripsit Dantes Alagherii Oberto et Guidoni comitibus de Romena post mortem Alexandri comitis de Romena patrui eorum condolens illis de obitu suo].

[Questa epistola  scrisse Dante Alighieri ad  Oberto  e Guido  Conti di  Romena, dopo la  morte d’Alessandro Conte di Romena loro zio, condolendosi  con essi della sua morte.]

[1]. Patruus vester Alexander, comes illustris, qui diebus proximis celestem unde venerat secundum spiritum remeavit ad patriam, dominus meus erat etmemoria eius usque quo sub tempore vivam dominabitur michi, quando magnificentia sua, quesuper astra nunc affluenter dignis premiis muneratur, me sibi ab annosis temporibus spontesua fecit esse subiectum. Hec equidem, cunctis aliis virtutibus comitata in illo, suumnomen pre titulis Ytalorum ereum illustrabat. Et quid aliud heroica sua signa dicebant, nisi "scuticam vitiorum fugatricem ostendimus"? Argenteas etenim scuticas inpurpureo deferebat extrinsecus, et intrinsecus mentem in amore virtutum vitia repellentem. Doleat ergo, doleat progenies maxima Tuscanorum, que tanto viro fulgebat, et doleant omnes amici eius et subditi, quorum spem mors crudeliter verberavit; inter quos ultimos me miserum dolere oportet, qui a patria pulsus et exul inmeritus infortunia mea rependens continuo cara spe memet consolabar in illo.

1. Lo illustre conte Alessandro vostro zio, il quale ne’ passati giorni tornossi, giova sperare, alla patria celestiale, ond’era venuto, fu mio signore; e la memoria sua, fino a tanto ch’io mi conduca nella vita temporale, signoreggerà lo spirito mio: perciocché la sua magnificenza, la quale ora sopra le stelle è di degno premio largamente guiderdonata, fecemi essere suo vassallo da tempo antico. E veramente questa, accompagnatasi in lui con tutte le altre virtudi, illuminava il suo nome scol­pito in bronzo avanti a’ titoli degl’Italiani. E che altro le eroiche sue insegne dicevano, se non «mostriamo la ferza di tutti vizii discacciatrice»? Portando egli nel di fuori ferza d’argento in campo vermiglio, e dentro di sé intelletto amico delle virtù e respingitore de’ vizii. Volgasi dunque, dolgasi la più nobile generazione de’ Toscani, che prenda luce da così splendido personaggio; e dolgansi tutti gli amici e vassalli suoi, le spe­ranze de’ quali morte crudelmente percosse. E fra questi ultimi ben ho da dolermi io meschino, che sbandito della patria ed esule immeritevole, con la mente tutto il giorno fissa nelle mie disavventure, m’andava in lui tuttavia racconsolando di cara speranza.

[2]. Sed quanquam, sensualibus amissis, doloris amaritudo incumbat, si considerentur intellectualia que supersunt, sane mentis oculis lux dulcis consolationis exoritur. Nam qui virtutem honorabat in terris, nunc a Virtutibus honoratur in celis; et qui Romane aule palatinus erat in Tuscia, nunc regie sempiterne aulicus preelectus in superna Ierusalem cum beatorum principibus gloriatur.Quapropter, carissimi domini mei, supplici exhortatione vos deprecor quatenus modice dolere velitis et sensualia postergare, nisi prout vobis exemplaria esse possunt; et quemadmodum ipse iustissimus bonorum sibi vos instituit in heredes, sic ipsi vos, tanquam proximiores ad illum, mores eius egregios induatis.  

2. Ma quantunque, perdute le consolazioni sensibili, l’amarezza del dolore ne aggravi; nondimeno, se prendiamo a considerare i beni del’intelletto che sopravanzano, certo agli occhi della mente nascerà lume di dolce conforto. Imperciocché colui che onorava le virtudi in terra, ora dalle virtudi è onorato in cielo; e di palatino ch’egli era nella ro­mana corte in Toscana, ora, divenuto cortigiano elettissimo della reggia immortale, stassi gloriando co’principi de’ beati nella superna Gerusalem­me. Per la qual cosa con supplichevoli esortazioni prego voi, Signori miei carissimi, che vogliate dolervi temperatamente, e gittare le cose sensibili dietro le spalle, se non quanto vi possono giovare d’esempio: e nello stesso modo ch’egli giustissimo vi stabilì eredi delle sue fortune, voi ancora, come suoi più stretti prossimani, gli egregi costumi di lui sappiate rivestire.

[3]. Ego autem, preter hec, me vestrum vestre discretioni excuso de absentia lacrimosis exequiis; quia nec negligentia neve ingratitudo me tenuit, sed inopina paupertas quam fecit exilium. Hec etenim, velut effera persecutrix, equis armisque vacantem iam sue captivitatis me detrusit in antrum et nitentem cunctis exsurgere viribus, hucusque prevalens, impia retinere molitur.

3. Io poi, oltra questo, come leale servidore scusomi presso la discrezion vostra, s’io non mi condussi in persona alle dolorose esequie, perchè non me ne ritenne difetto di non curanza né d’ingratitudine, ma colpo d’improvvisa povertà che dall’esilio mi venne. Costei, sic­come perseguitatrice fierissima, privo d’armi e di cavalli m’ha cacciato oggimai nelle bolge di sua prigionia; e avvegna ch’io adoperi ogni mia forza per levarmi di terra, infino a qui mi vince di gagliardia, e macchina l’empia di tenermi tuttavia fra gli artigli.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2007