Dante Alighieri

Epistole

Edizione di riferimento del testo latino

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Edizione di riferimento del testo italiano

Epistole di Dante Alighieri, edite e inedite, aggiuntavi la dissertazione intorno all’acqua e alla terra e le traduzioni respettive a riscontro del testo latino, con illustrazioni e note di diversi. Per cura Di Alessandro Torri, Veronese, Dottore in belle lettere e socio di varie accademie. In Livorno, coi tipi di Paolo  Vannini. M.DCCCXLII.

Epistola  I

ARGOMENTO

Il cardinale Niccolo Albertini di Prato, gran politico de' suoi tempi, nemico del furor delle parti, benché d'origine ghibellino, fu mandato il 1303 da Benedetto XI a Firenze con autorità di Legato e Paciere per accomunare i Guelfi e Neri signoreggianti co' Ghibellini e Bianchi fuorusciti. Firenze si diede spontaneamente nelle mani del Legato il marzo del 1304, ma per sospetto preso dai Neri la pace universale non seguì. Andossene il Cardinale a Prato; e villanamente di colà cacciato, venne di nuovo a Firenze, ove tentò gli ultimi mezzi del cominciato accordo, facendo dall'una e dall'altra parte venir commissarii, e indirizzando messaggi e lettere agli usciti, acciocché desistessero da ogni assalto, e deposte le armi commettessero le loro ragioni al suo paterno giudizio. Essi già prima erano corsi armati fino a Crispino e in Mugello, come narra il Villani; ed allora, per le ammonizioni del Cardinale ristretti a consiglio, attendevano i successi del negozio. Vedesi nel principio dell'epistola (se la sigla non è da interpretarsi diversamente) che il conte Alessandro di Romena era lor capitano anche prima della infelice impresa della Lastra, che pose il suggello alla dappocaggine de' Bianchi. Fra i consiglieri o sindaci era Dante, autor dell'epistola. Egli persuadeva che si desse ascolto alle parole del Legato. Nel contesto abbiamo deliberazioni difficili, insegne spiegate e ferri imbranditi a solo fine di costringere alla pace la parte contraria. I Bianchi si protestano figliuoli devoti e pronti ad ubbidire. Questi trattati ebbero fine con la partita del Cardinale da Firenze, ch’ei lasciò interdetta, e con guerre cittadine, incendii ed uccisioni ch’indi seguirono.

Dal contesto di questa lettera può dedursi quanto vivo fosse il desiderio dei Bianchi che cessassero in Firenze i parliti, e che gli animi si riconciliassero al loro ritorno in patria, e Dante che la scrisse, benché rseentito della ingiusta condanna e dei tanti mali da quella derivatigli, non è da credersi che non esprimesse lealmente i sentimenti delle fazioni con cui divideva i travagli dell’esilio, ma fu il rancor sospettoso de' Neri che si frappose agli accordi, e ruppe le trattative col Cardinale; di che poi ebbero luogo i tristi avvenimenti che narra la storia.

Epistula I

Epistola I

Reverendissimo in Christo patri dominorum suorum carissimo domino Nicholao miseratione celesti Ostiensi et Vallatrensi episcopo, Apostolice Sedis legato, necnon in Tuscia Romaniola et Marchia Tervisina et partibus circum adiacentibus paciario per sacrosanctam Ecclesiam ordinato, devotissimi filii A. capitaneus Consilium et Universitas partis Alborum de Florentia semetipsos devotissime atque promptissime recommendant.

Al reverendissimo in Cristo, al più caro dei loro signori, a messer Niccolò, per misericordia celeste vescovo di Ostia e di Velletri, legato della Sede Apostolica, ed anche, ordinato dalla sacrosanta Chiesa, paciaro nella Tuscia Romagnola e nella Marca Trevigiana e nelle zone circostanti i devotissimi figli A. (Alessandro di Romena) Capitano del Consiglio e tutta la parte dei Bianchi di Firenze  con totale devozione e disponibilità raccomandano se stessi.

[I]

1. Preceptis salutaribus moniti et Apostolica pietate rogati, sacre vocis contextui, quem misistis post cara nobis consilia, respondemus. Et si negligentie sontes aut ignavie censeremur ob iniuriam tarditatis, citra iudicium discretio sancta vestra preponderet; et quantis qualibusque consiliis et responsis, observata sinceritate consortii, nostra Fraternitas decenter procedendo indigeat, et examinatis quae tangimus, ubi forte contra debitam celeritatem defecisse despicimur, ut affluentia vestre Benignitatis indulgeat deprecamur.  

[I]

1. Ammoniti dai salutari comandamenti, e dall’apostolica pietà dimandati, rispondiamo al contesto della sagra voce che ne indirizzate, dopo i graziosi consigli. E se ne fosse apposto difetto di negligenza o d’infingardia, la vostra santa discrezione scemi la misura del giudicare; e considerando quali e quante deliberazioni e risposte sieno necessarie alla no­stra fratellanza per procedere come si conviene, serbando lealtà di consorzio, e disaminate altresì le ragioni che qui tocchiamo, ove per avventura sembrasse aver noi mancato alla debita prestezza, come figliuoli non ingrati supplichiamo che la sovrabbondanza di vostra bontade ne sia cortese di perdono.

[II]

2. Ceu filii non ingrati litteras igitur pie vestre Paternitatis aspeximus, que totius nostri desiderii personantes exordia, subito mentes nostras tanta letitia perfuderunt, quantam nemo valeret seu verbo seu cogitatione metiri. Nam quam, fere pre desiderio sompniantes, inhiabamus patrie sanitatem, vestrarum litterarum series plusquam semel sub paterna monitione polluxit. Et ad quid aliud in civile bellum corruimus, quid aliud candida nostra signa petebant, et ad quid aliud enses et tela nostra rubebant, nisi ut qui civilia iura temeraria voluptate truncaverant et iugo pie legis colla submitterent et ad pacem patrie cogerentur? Quippe nostre intentionis cuspis legiptima de nervo quem tendebamus prorumpens, quietem solam et libertatem populi florentini petebat, petit, atque petet in posterum Quod si tam gratissimo nobis beneficio vigilatis, et adversarios nostros, prout sancta conamina vestra voluerint, ad sulcos bone civilitatis intenditis remeare, quis vobis dignas grates persolvere attentabit? Nec opis est nostre, pater, nec quicquid florentine gentis reperitur in terris. Sed si qua celo est pietas que talia remuneranda prospiciat, illa vobis premia digna ferat, qui tante urbis misericordiam induistis et ad sedanda civium profana litigia festinatis.

[II]

2. Vedemmo dunque le lettere della pietosa paternità vostra, le quali consuonando a tutti nostri desiderii, incontanente diffusero nelle nostre menti tanta letizia, quanta non potrebbe né voce né intelletto umano misurare. Imperciocché quella salute della patria, alla quale con ardentissimo affetto eravamo intenti, quasi per lo desiderio sognando, ora nell’ordine delle vostre lettere sotto paterna ammonizione più volte a noi si promette. E per qual altro fine a civil guerra corremmo? A che levammo al vento le candide nostre insegne? E le nostre spade e lance per qual’altra impresa rosseggiavano, se non perché coloro, i quali con folle presunzione aveano spezzati i diritti civili, sottomettessero il collo al giogo di pietosa legge, e alla pace della patria per forza si conducessero? Perché la punta legittima della nostra intenzione, dal nervo che tendevamo scoccando, al solo riposo, alla sola libertà del popolo fiorentino mirava, mira, e mirerà nel tempo avvenire. Ora se per benefizio a noi gratissimo vegliate con tanta cura, e ponete così vivo studio affinché i nostri avversarii tornino ai solchi di buona cittadinanza, chi sarà sì ardito di renderne a voi grazie condegne? Non è ciò possibile a noi, né a quanta fiorentina gente trovasi in terra. Ma se in cielo è pietà che provveda a rimunerare cotali benedette opere, ella ne renda a voi le giuste mercedi, a voi che di così nobile città vestiste misericordia, e i profani litigii de’ cittadini correte a spegnere.

[III]

3. Sane, cum per sancte religionis virum fratrem L. civilitatis persuasorem et pacis premoniti atque requisiti sumus instanter pro vobis, quemadmodum et ipse vestre littere continebant, ut ab omni guerrarum insultu cessaremus et usu, et nos ipsos in paternas manus vestras exhiberemus in totum nos filii devotissimi vobis et pacis amatores et iusti, exuti iam gladiis, arbitrio vestro spontanea et sincera voluntate subimus, ceu relatu prefati vestri nuntii fratris L. narrabitur, et per publica instrumenta solempniter celebrata liquebit.

[III]

3. Certamente da poi che per frate L., uomo di santa religione, persuasore di cittadinanza e di pace, fummo da voi ammoniti e istantemente richiesti, come annunziavano le stesse vostre lettere, di por termine ad ogni assalto e ardimento di guerre, e di commettere in tutto le nostre persone nelle paterne vostre mani, noi figliuoli a voi devotissimi e amici della pace e del giusto, deposte oggimai le spade, con sincera e spontanea volontà ricoveriamo sotto il vostro arbitrio, come vi sarà narrato per le risposte del sopraddetto frate L. vostro messo, e per pubblici solenni strumenti si vedrà manifesto.

[IV]

4. Idcirco pietati clementissime vestre filiali voce affectuosissime supplicamus quatenus illam diu exagitatam Florentiam sopore tranquillitatis et pacis irrigare velitis, eiusque semper populum defensantes nos et qui nostri sunt iuris, ut pius pater, commendatos habere; qui velut a patrie caritate nunquam destitimus, sic de preceptorum vestrorum limitibus nunquam exorbitare intendimus, sed semper tam debite quam devote quibuscunque vestris obedire mandatis.

[IV]

4. Per la qual cosa con filial voce e con grande amore alla clementissima pietà vostra supplichiamo, che vogliate dolcemente irrigare del sonno di tranquillità e di pace quella già da molti anni tempestosa Firenze; e noi, che sempremai difendemmo il suo popolo, e coloro che sono di nostra legge, quasi pietoso padre avere per raccomandati. I quali siccome in nessun tempo divenimmo tiepidi di carità del natio loco, così fermi siamo di non isviarci, per cosa che sia, dai confini de’ vostri precetti, ma di prestar sempre a quanto vi piaccia comandarne debita e leale ubbidienza.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2007