![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Edizione di riferimento:
Dante Alighieri, Tutte le opere, Introduzione di Italo Borzi, I Mammut, Grandi Tascabili Economici, Newton Compton, Roma 1993, pagg. 873-879, introduzione di Nicola Maggi.
Poemetto, attribuito a Dante, è conservato, lacunoso, su quattro fogli membranacei legati, insieme ad altri frammenti di antichi manoscritti, nel codice Laurenziano-Ashburnhamiano 1234. Qui lo scoprì Salomone Morpurgo, che ne pubblicò una prima edizione sul "Propugnatore" del 1888. A lui si deve anche il titolo con cui il componimento è noto (il termine detto appare ai vv. 3 e 459). I fogli sono della stessa mano che compilò l'unico manoscritto del Fiore, di cui essi originariamente dovevano far parte come indicano l'uguale numero delle righe e la generale somiglianza. I 480 versi superstiti sono disposti su sedici colonne di trenta righe ciascuna e "vergati di mano nitida e abbastanza elegante" (Morpurgo). Il codice presenta un'iniziale colorata e rabescata al primo verso e altre due iniziali colorate al v. 125 e 167, al principio rispettivamente della risposta del poeta a Ragione e della descrizione della donna. Una lacuna, di ampiezza non determinabile, ma che, come risulta dall'economia complessiva, non dovrebbe essere troppo ampia, si individua dopo il v. 360.
Che il poemetto sia opera di Dante s'inferisce anzitutto per vie indirette, sulla base dell'identità del suo autore con quello del Fiore, già sospettata dal suo primo editore e dimostrata con prove inconfutabili dal Parodi, nell'introduzione alla sua edizione dei due testi (Firenze 1922). Nella dibattuta questione del Fiore, il Detto pesò in effetti a svantaggio dell'attribuzione dantesca, date le forti riserve degli studiosi della scuola storica per l'artificio tecnico e l'astrazione formale, che sono tipici dell'operetta. E lo stesso Parodi utilizzò il gemellaggio dei due testi come argomento determinante a sfavore della paternità dantesca, sostenuta da Guido Mazzoni. È merito di Gianfranco Contini aver ripreso, fondandola su un ordine di ragioni principalmente interne, l'ipotesi della paternità dantesca dei due testi, fornendo anche un primo gruppo di corrispondenze tra il Detto e la maggiore produzione dantesca.
La tradizionale ostilità degli studiosi appare oggi largamente superata dalla stessa profonda revisione dei cardini critici e storiografici tradizionali, mentre l'alto esercizio tecnico del Detto, la rigorosa disciplina formale che si esprime nel serrato gioco di rime equivoche, non appare difforme dai caratteri più tipici di sperimentazione e ascetismo formale propri dell'arte dantesca. A un Dante giovane, probabilmente non ancora attratto nell'ambito cavalcantiano, si convengono in modo esemplare anche le caratteristiche culturali del poemetto. Accanto al preponderante influsso del Roman de la Rose, esso rivela infatti una conoscenza larga e approfondita della tradizione poetica nostrana: dai siciliani a Guittone e i suoi seguaci, a Monte, al primo Guido. A questi nomi va poi aggiunto quello del maestro per eccellenza di Dante, Brunetto, largamente rappresentato sia nel Tesoretto che nel Favolello, e che di questa prima riduzione del romanzo francese è forse il patrocinatore. Al duplice influsso degli ottonari baciati del Roman de la Rose e delle canzoni di tutti settenari, costruite su un complesso gioco di rime equivoche, il cui capostipite è la guittoniana Tuttor s'eo veglio o dormo, va anche riportato (come osserva il Contini) il metro del poemetto (coppie di settenari a rime equivoche o composte).
Il poemetto si può considerare come un'esauriente trattazione e quasi summula dell'amor cortese, condotta secondo un disegno originale e autonomo rispetto al Roman de la Rose, anche se di qui vengono tratti in larga misura i brani che lo compongono (in particolare gli episodi di Ragione e di Ricchezza, e i finali comandamenti di Amore). Esso si divide in due parti, di cui la prima (fino al v. 270) tratta degli aspetti psicologici di Amore, la seconda di quelli sociali. La prima parte si compone di un prologo (vv. 1-5) in cui, secondo un modo tipicamente dantesco, si ricongiunge l'atto di poesia all'imperativo trascendente di Amore, e di quattro 'tempi'. Il primo (fino al v. 74) è un atto di fede e assoluta dedizione ad Amore (vi risalta in particolare il tema della certezza della remunerazione amorosa); su questa iniziale dichiarazione di fede si inserisce il momento antagonista rappresentato da Ragione (fino al v. 124), che cerca di distogliere il poeta da Amore, invitandolo a perseguire un bene razionale e teologico, che dà gioia senza fine (v. 110), sottratto alle alterne vicende di Fortuna. Il terzo tempo (fino al v. 166) è rappresentato dalla risposta del poeta, che ribadisce, e innerva di nuova forza dialettica, la primitiva certezza nella bontà di Amore. Nel quarto, il poeta passa a cantare le lodi della donna, in un'articolata descriptio delle singole parti del corpo. La seconda parte del poemetto sembra riprodurre in qualche modo la struttura della prima: all'intervento di Ragione corrisponde quello di Ricchezza (vv. 277 ss.), mentre alla descrizione della donna corrispondono i comandamenti finali, in cui Amore è visto nella sua azione di abbellimento dei costumi.
Questa codificazione dell'amore cortese avviene ordinando i vari momenti del culto amoroso in un diramato sistema di rapporti teologici, per cui basti citare le nozioni di credenza, 'fede' (v. 111), adorazione (v. 32), penetenza (v. 60), o, ai vv. 138-139, la metafora del convento / d'Amor (a rappresentare la comunità dei fedeli). Si tratta di una teologia metaforica e poetica, come quella della Vita Nuova sarà poi analogica e cristiana, ma che alla seconda sembra trasmettere importanti strutture concettuali.
Nella produzione giovanile dantesca, il Detto rappresenta un momento di trapasso dai modi lirici tradizionali alla nuova poetica stilnovistica. Il trapasso si attua di fatto sotto il magistero del Guinizzelli (cui il Dante della Commedia riconoscerà poi il privilegio di padre nella sua formazione poetica). La lezione del primo Guido si esprime nella particolare interpretazione dei temi euristici tradizionali, come nell'intenzione stessa della lode che occupa il centro del poemetto, e nella rappresentazione della donna come centro di un miracolo (o meglio 'incanto') di natura (cfr. i vv. 239-245).
Amor sì vuole, e par-li,
Ch’i’ ’n ogni guisa parli
E ched i’ faccia un detto,
Che sia per tutto detto,
Ch’i’ l’ag[g]ia ben servito. 5
Po’ ch’e’ m’eb[b]e ’nservito
E ch’i’ gli feci omaggio,
I’ l’ò tenuto o·maggio
E ter[r]ò giamà’ sempre;
E questo fin asempr’ è 10
A ciascun amoroso,
Sì c[h]’Amor amoroso
No·gli sia nella fine,
Anzi ch’e’ metta a fine
Ciò ch’e’ disira avere, 15
Che val me’ c[h]’altro avere.
Ed egli è sì cortese
Che chi gli sta cortese
Od a man giunte avante,
Esso sì’ l mette avante 20
Di ciò ched e’ disira,
E di tutto il dis-ira.
Amor non vuol logag[g]io,
Ma e’ vuol ben, lo gag[g]io,
Ch’è ’l tu’ cuor, si’a lu’ fermo. 25
Allor dice: «I’ t’afermo
Di ciò che·ttu domandi,
Sanza che·ttu do·mandi»;
E dónati in presente,
Sanz’esservi presente 30
Di fino argento o d’oro,
Perch’i’ a·llui m’adoro
Come leal amante.
A·llu’ fo graz[z]e, amante
Quella che d’ogne bene 35
È sì guernita bene
Che ’n le’ non truov’ uon pare;
E quand’ ella m’apare,
Sì grande gioia mi dona
Che lo me’ cor s’adona 40
A le’ sempre servire,
E di le’ vo’ serv’ ire,
Tant’ à in le’ piacimento.
Non so se piacimento
Le’ fia ched i’ la serva: 45
Almen può dir che serv’ à,
Come ch’i’ poco vaglia.
Amor nessun non vaglia,
Ma ciascun vuole ed ama,
Chi di lui ben s’inama, 50
E di colu’ fa forza
che [’n] compiacer fa forza
E nonn-à, i·nulla, parte.
Amor i·nulla part’ è
Ch’e’ non sia tutto presto 55
A fine amante presto.
Così sue cose livera
A chi l’amor no·llivera
E mette pene e ’ntenza
In far sua penetenza 60
Tal chente Amor comanda
A chi a·llu s’acomanda;
E chi la porta in grado,
Il mette in alto grado
Di ciò ched e’ disia: 65
Per me cotal dì sia!
Per ch’i’ già non dispero,
Ma ciaschedun dì spero
Merzé, po’ ’n su’ travaglio
I’ son sanza travaglio, 70
E sonvi sì legato
Ch’i’ non vo’ che legato
Giamai me ne prosciolga:
Se·nn’à d’altri pro’, sciolga!
Ch’i’ vo’ ch’Amor m’aleghi, 75
Che che Ragion m’alleghi:
Di lei il me’ cor sicura,
Né più di lei non cura;
Ella si fa dïessa:
Né·ffu né fia di essa. 80
Amor blasma ed isfama
E dice ch’e’ di[s]fama,
Ma non del mi’, certano:
Perch’i’ per le’ certan ò
Che ciaschedun s’abatte; 85
Me’ ched Amor sa, batte.
Ed a me dice: «Folle,
Perché così t’afolle
D’aver tal signoria?
I’ dico, signó·ri’ à 90
Chi porta su’ sug[g]ello.
I’ per me non sug[g]ello,
Della sua ’mprenta, breve,
Ch’e’ troppo corta e breve
La gioia, e la noia lunga. 95
Or taglia ’ geti, e lunga
Da lui, ch’eg[i] è di parte
Che, chi da lu’ si parte,
E’ fug[g]e e si va via.
Or non tener sua via, 100
Se vuo’ da·llu’ campare;
E se non, mal camp’ are,
Che biado non vi grana,
Anzi perde la grana
Chiunque la vi getta. 105
Perdio, or te ne getta
Di quel falso diletto,
E fa che si’a diletto
Del mi’, ched egli è fine,
Che dà gioia sanza fine. 110
Lo dio dov’ ài credenza
Non ti farà credenza
Se non come Fortuna.
Tu·sse’ in gran fortuna,
Se non prendi buon porto 115
Per quel ched i’ t’ò porto,
Ed a me non t’aprendi
E ’l mi’ sermone aprendi.
Or mi rispondi e di’,
Ch’egli è ancor gran dì 120
A farmi tua risposta;
Ma non mi far risposta
A ciò ch’i’ ò proposato.
Dì tu se pro’ posat’ ò».
E, quand’ i’ eb[b]i intesa 125
Ragion, ch’è stata intesa
A trarmi de la regola
D’Amor, che ’l mondo regola,
I’ le dissi: «Ragione,
I’ ò salda ragione 130
Con Amor, e d’acordo
Siàn ben del nostro acordo,
Ed è scritto a mi’ conto
Ch’i’ non sia più tu’ conto.
È la ragion dannata; 135
Perch’i’ t’ò per dannata,
Ed eb[b]i, per convento,
Po’ ch’i’ fu’ del convento
D’Amor, cu’ Dio man tenga,
E sempr’ e’ me mantenga. 140
Tu mi vuo’ trar d’amare
E di’ c[h]’Amor amar’ è:
I’ ’l truovà’ dolce e fine
E su’ comincio e fine
Mi pia[c]que e piacerà, 145
Ché ’n sé gran piacer’à.
Or come viverêo?
Sanz’Amor vive reo
Chi si governa al mondo;
Sanz’Amor egli è mondo 150
D’ogne buona vertute,
Né non può far vertute;
Sanz’Amor sì è nuìa,
Che, con cu’ regna, envia
D’andarne dritto al luogo 155
Là dove Envia à·lluogo.
E perciò non ti credo,
Se·ttu dicess’ il Credo
E ’l Paternostro e·ll’Ave,
Sì poco in te senn’àve. 160
Adio, ched i’ mi torno,
E fine amante torno
Per devisar partita
Com’ ell’ è ben partita
E di cors e di membra, 165
Sì come a me mi membra».
Cape’ d’oro battuto
Paion, che m’àn battuto,
Quelli che porta in capo,
Per ch’i’ a·llor fo capo. 170
La sua piacente ciera
Nonn-è sembiante a cera,
Anz’ è sì fresca e bella
Che lo me’ cor s’abella
Di non le mai affare, 175
Tant’à piacente affare.
La sua fronte, e le ciglia,
Bieltà d’ogn’ altr’ eciglia:
Tanto son ben voltati
Che’ mie’ pensier’ voltati 180
Ànno ver’ lei, che gioia
Mi dà più c[h]’altra gioia
In su’ dolze riguardo.
Di n[i]u·mal à riguardo
Cu’ ella guarda in viso, 185
Tant’à piacente aviso;
Ed à sì chiara luce
Ch’al sol to’ la sua luce,
E l’oscura e l’aluna
Sì come il sol la luna. 190
Per ch’i’ a quella spera
Ò messa la mia spera,
E s’i’ ben co·llei regno,
I’ non vogli’ altro regno.
La bocca e ’l naso e ’l mento 195
À più belli, e non mento,
Ch’unque nonn-eb[b]e Alena;
Ed à più dolce alena
C[he ne]ssuna pantera.
Per ch’i’ ver’ sua pantera 200
I’ mi sono, ’n fed’, ito,
E dentro v’ò fedito;
Ed èmene sì preso
Ched i’ vi son sì preso
Che mai, di mia partita, 205
No·mi farò partita.
La gola sua, e ’l petto,
Sì chiar’ è, ch’a Dio a petto
Mi par esser la dia
Ch’i’ veg[g]io quella dia. 210
Tant’è bianca e lattata,
Che ma’ non fu alattata
Nulla di tal valuta.
A me tropp’ è valuta.
Ched ella sì m’à dritto 215
In saper tutto ’l dritto
C[h]’Amor usa in sua corte,
Ch’e non v’à leg[g]e corte.
Mani à lunghette e braccia.
E chi co·llei s’abraccia 220
Giamai mal nonn-à gotta:
Né di ren’ né di gotta:
Il su’ nobile stato
Sì mette in buono stato
Chiunque la rimira. 225
Per che ’l me’ cor si mira
In lei e notte e giorno,
E sempre a·llei ag[g]iorno,
Ch’Amor sì·ll’à inchesto,
Néd e’ non à inchesto 130
Se potesse aver termine,
C[h]’amar vorria san’ termine.
E quando va per via,
Ciascun di lei à ’nvia
Per l’andatura gente; 235
E quando parla a gente,
Sì umilmente parla
Che boce d’agnol par là.
Il su’ danzar e ’l canto
Val vie più ad incanto 240
Che di nulla serena,
Ché·ll’aria fa serena:
Q[u]ando la boce lieva,
Ogne nuvol si lieva
E l’aria riman chiara. 245
Per che ’l me’ cor sì chiar’à
Di non far giamai cambio
Di lei a nessun cambio;
Ch’ell’è di sì gran pregio
Ch’i’ non troveria pregio 250
Nessun, che mai la vaglia.
Amor, se Dio mi vaglia,
Il terreb[b]e a·ffollore,
E ben saria foll’ o re’
Quand’ io il pensasse punto. 255
M’Amor l’à sì a punto
Nella mia mente pinta,
Ch’i’ la mi veg[g]io pinta
Nel cor, s’i’ dormo o veglio.
Unque asessino a·Veglio 260
Non fu giamai sì presto,
Né a Dio mai il Presto,
Com’ io a servir [a]mante
Per le vertù c’à mante.
E s’io in lei pietanza 265
Truov’, o d’una pietanza
Del su’amor son contento,
I’ sarò più contento,
Per la sua gran valenza,
Che s’io avesse Valenza. 270
Se Gelosia à ’n sé gina
Di tormene segina,
Lo Dio d’Amor mi mente:
Chéd i’ ò ben a mente
Ciò ched e’ m’eb[b]e in grado 275
Sed i’ ’l servisse a grado.
Ben ci à egli un camino
Più corto, né ’l camino,
Perciò ch’i’ nonn-ò entrata
Ched i’ per quell’entrata 280
Potesse entrar un passo.
Ric[c]hez[z]a guarda il passo,
Che non fa buona cara
A que’ che no·llà cara.
E sì fu’ i’ sì sag[g]io 285
Ched i’ ne feci sag[g]io
S’i’ potesse oltre gire.
«Per neente t’ag[g]ire»,
Mi disse, e co·mal viso:
«Tu·sse’ da me diviso, 290
Perciò il passo ti vieto;
Non perché·ttu sie vieto,
Ma·ttu no·m’acontasti
Unque, ma mi contasti;
E ïo ciascù·schifo. 295
Chi di me si fa schifo.
Va tua vita e sì procaccia,
Ch’i’ so ben, chi pro’ caccia,
Convien che bestia prenda.
Se fai che Veno imprenda 300
La guerr’ a Gelosia,
Come che ’n gelo sia,
Convien ch’ella si renda,
E ched ella ti renda
Del servir guiderdone, 305
Senza che guiderdone,
Ma tutor ti ricorde:
Se ma’ meco t’acorde,
Oro e argento aporta;
I’ t’aprirò la porta, 310
Sanza che·ttu facci’ oste.
E sì avrai ad oste
Folle-Larghez[z]a mala,
Che scioglierà la mala
E farà gran dispensa 315
In sale ed in dispensa
E ’n guardarobe e ’n cella.
Povertà è su’ancella:
Quella convien t’apanni
E che·tti trag[g]a ’ panni 320
E le tue buone calze,
Che giamai no·lle calze,
E la camiscia e brache,
Se·ttu co·lle t’imbrache.
Figlia fu a Cuor-Fallito: 325
Perdio, guarda ’n fall’ ito
Non sia ciò ch’i’ t’ò detto;
E sie conmeco adetto,
E mostra ben voglienza
D’aver mia benvoglienza; 330
Ché Povertat’ è insom[m]a
D’ogne dolor la somma.
Ancor non t’ò nomato
Un su’ figliuol nomato:
Imbolar uon l’apella; 335
Chi da·llu’ non s’apella,
Egli ’l mena a le forche,
Là dove nonn-à for che
E’ monti per la scala,
Dov’ogne ben gli scala, 340
E danza a·ssuon di vento,
Sanz’ avé·mai avento.
Or sì·tt’ò letto il salmo:
Ben credo, a mente sa’ ’l mo’,
Sì ’l t’ò mostrato ad agio. 345
Se mai vien’ per mi agio,
Pensa d’esser maestro
Di ciò ch’i’ t’amaestro,
Che Povertà tua serva
Non sia, né mai ti serva, 350
Ché ’l su’ servigio è malo,
E ben può dicere "mal ò"
Cu’ ella spoglia o scalza:
Ché d’ogne ben lo scalza,
E mettelo in tal punto 355
Ch’a vederlo par punto.
E gli amici e ’ parenti
No·gli son aparenti:
Ciascun le ren’ gli torna
E ciascun se ne torna. 360
..............................».
*
..............................
Perch’Amor m’ag[g]ia matto,
O che mi tenga a matto
Ragion, cui poco amo,
Già, se Dio piace, ad amo
Ch’ell’ ag[g]ia no m’acroc[c]o. 365
Amor m’à cinto il croc[c]o,
Con che vuol ched i’ tenda
S’i’ vo’ gir co·llui ’n tenda.
E dice, s’i’ balestro
Se non col su’ balestro, 370
O s’i’ credo a Ragione
Di nulla sua ragione
Ch’ella mi dica o punga,
O sed i’ metto in punga
Ric[c]hez[z]za per guardare, 375
O s’i’ miro in guardare,
A·llui se non, ciò ch’ò,
Di lui non faccia cò;
Ma mi getta di taglia,
E dice che ’n sua taglia 380
I’ non prenda ma’ soldo,
Per livra né per soldo
Ched i’ giamà’ gli doni.
Amor vuol questi doni:
Corpo e avere e anima; 385
E con colui s’inanima,
Chi gliel dà certamente
(E chi altr’ ac[c]erta, mente),
E sol lui per tesoro
Vuol ch’uon metta ’n tesoro. 390
E chi di lui è preso,
Sì vuol ch’e’ sia apreso
D’ogne bell’ ordinanza
Che ’l su’ bellor dinanza.
Chi ’l cheta com’ e’ dee, 395
S’achita ciò ch’e’ dee.
D’orgoglio vuol sie vòto,
Chéd egli à fatto voto
D[i] non amarti guar’ dì
Se d’orgoglio no’l guardi: 400
Ché fortemente pec[c]a
Que’ che d’orgoglio à pec[c]a.
Cortese e franco e pro’
Convien che sie, e pro’
Salute e doni e rendi: 405
Se·ttu a·cciò ti rendi,
D’Amor sarai in grazia,
E sì ti farà grazia.
E se se’ forte e visto,
A caval sie avisto 410
Di punger gentemente,
Sì che la gente mente
Ti pongan per diletto.
Non ti truovi di letto
Matino a qualche canto. 415
Se·ttu sai alcun canto,
Non ti pesi il cantare
Quanto pesa un cantare,
Sì che n’oda la nota
Quella che ’l tu’ cor nota. 420
Se·ssai giucar di lancia,
Prendila e sì·lla lancia,
E corri e sali e salta,
Che troppo gente asalta:
Far cosa che·llor seg[g]ia 425
Gli mette in alta seg[g]ia.
Belle robe a podere,
Secondo il tu’ podere,
Vesti, fresche e novelle,
Sì che n’oda novelle 430
L’amor cu’ tu à’ caro
Più che ’l Soldano il Caro.
E s’elle son di lana,
Sì non ti paia l’ana
A devisar li ’ntagli, 435
Se·ttu à’ chi gli ’ntagli.
Nove scarpette e calze
Convien che tuttor calze;
Della persona conto
Ti tieni; e nul mal conto 440
Di tua boc[c]a non l’oda,
Ma ciascun pregia e loda.
Servi donne ed onora,
Ché via troppo d’onor’ à
Chi vi mette sua ’ntenta. 445
S’alcuno il diavol tenta
Di lor parlare a taccia
Sì li dì che·ssi taccia.
Sie largo; e d’altra parte
Non far del tu’ cuor parte; 450
Tutto ’n quel luogo il metti
Là dove tu l’ametti:
Ch’egli è d’Amor partito
Chi ’l su’ cuor à partito,
Ch’e’ non tien leal fino 455
Chi va come l’alfino,
Ma sol con que’ s’acorda
Che ’l su’ camin vâ corda.
Mi’ detto ancor non fino,
Ché d’un amico fino 460
Chieder convien ti membri,
Che metta cuor e membri
Per te se·tti bisogna,
E ’n ogne tua bisogna
Ti sia fedele e giusto. 465
Ma, fé che dô a san Giusto,
Seminati son chiari
I buon’ amici chiari.
Ma, se ’l truovi perfetto,
Più ricco che ’l Perfetto 470
Sarai di sua compagna;
E s’à bella compagna,
La tua fia più sicura,
Ché Veno non si cura
Che non faccia far tratto, 475
Di che l’amor è tratto.
Di lor più il fatto isveglia,
Né ma’ per suon di sveglia
Né per servir ch’e’ faccia
No ’l guarda dritto in faccia 480
......
......
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()