Dott. Ernesto Manara

< PAPE SATAN, PAPE SATAN ALEPPE >

dal "Propugnatore" - 1888

Edizione di riferimento:

Il Propugnatore, nuova serie, periodico bimestrale diretto da Giosuè Carducci Vol. I. - Parte I. Bologna presso Romagnoli-Dall' Acqua, Libraio-Editore della regia Commissione pei testi di lingua 1888.

 

Le interpretazioni date finora al noto verso dantesco

Pape Satan, pape Satan aleppe[1]

non possono soddisfare alcuno, perché nessuna è la vera.

Chi dubitò che non avesse senso di sorta ammise implicitamente che l’Alighieri avesse potuto volere, in alcuna circostanza della sua vita, non esprimere niente.

I più convennero che la lingua ivi adoperata fosse la cosidetta lingua sacra, l'ebraica; ma non avvalorarono la sana ipotesi con una interpretazione accettata dal comun consenso dei dotti.

Ora, che sia ebraica la lingua ivi adoperata, e quale ne debba essere l’interpretazione, credo aver buono argomento per dimostrarlo.

Chi entri nel sovrano tempio della cristianità, il San Pietro di Roma, che rappresenta in terra la soglia del Paradiso, sia egli credente o no, si vede accolto da queste profetiche e insieme minacciose parole, scritte ad enormi caratteri sulla circonferenza basilare interna della cupola:

PORTAE INFERI NON PRAEVALEBUNT ADVERSUS EAM.

Sono prese ad imprestito dal Vangelo di Matteo (capo XVI, V. 18): sono la promessa di Cristo, l' anima della indefettibilità della Chiesa.

Ora domando io: alla soglia dell'Inferno, e sulla enfiata labbia di Plutone, che è spinto a fare maggiore sfoggio del suo potere dalla presenza del cristiano che s'avanzava, Dante, quali altre parole , se non il rovescio di quelle, avrebbe potuto mettere il poeta, per essere interprete vero e fedele della situazione creatasi nella sua mente?

E per vero

Pape Satan, pape Satan aleppe

sono, parola per parola, le ebraiche:

Bab e-sciatan, Bab e-sciatan alep;

cioè:

porta Inferi, Porta Inferi praevaluit

– la porta dell'Inferno, la porta dell'Inferno prevalse.

Pape è la voce caldaica Bab (בב ) cioè porta.

Satan è la voce ebraica Sciatan  ( שטן ) cioè diavolo.

Aleppe è la voce ebraica Aleb  ( ץלב ) cioè prevalere, opprimere.

E-sciatan è il genitivo costrutto della voce ebraica Sciatan, e significa del diavolo.

È da osservare, per chi nol sapesse, che ebraico e caldaico sono due lingue di tale affinità che nella Bibbia molti libri che sono scritti in caldaico passano per ebraici.

Quanto al b ebraico diventato p sotto la penna di Dante deve avvertirsi che esso ha subito la sorte ordinaria del b semitico in bocca latina. Così il p latino diventa b in bocca semitica. Un arabo che voglia pronunziare a mò d'esempio la voce popolo dice infallibilmente bobolo. Quelle due lettere si danno il cambio a seconda del paese.

Quanto al raddoppiamento della consonante p in aleppe, mentre la voce ebraica è aleb, è da osservare che era richiesto dal verso e anche dal genio della lingua italiana. Così pure un italiano pronunzia difficilmente la parola lapis, che è pure della lingua: senz'accorgersene dice lapise. Sono difficoltà che un semitista non muoverebbe di certo; e neanche chi fosse solo iniziato agli studi linguistici. Pure io cerco di moltiplicare le obbiezioni, perchè il dubbio che una difficoltà puerile potesse alle volte mettere in forse questa interpretazioue, mi fa guardingo di soverchio.

Non so se in Italia, dove pochissimi si occupano degli studi semitici, essa potrà essere favorevolmente accolta dagli interpreti e dai lettori del divino poema; ma in Malta, in quest'ultimo sasso d'Italia, dove per una stranissima anomalia etnografica la lingua parlata è schiettamente semitica, cioè affine alla fenicia, punica, ebraica, caldaica ed arabica, l'interpretazione che ho esposta è da tempo l’unica accettata, perchè le voci del verso dantesco sono del linguaggio comune. Chi infatti prescindendo da quel verso, anzi del tutto ignorandolo, volesse tradurre in dialetto maltese questo pensiero eminentemente orientale: la porta dell’Inferno prevalse, dovrebbe dire così e non altrimenti:

Bap e-scitan, bap e-scitan alep.

E si osservi che in maltese il b ebraico finale diventa p, come nel verso dantesco, e ciò perché nei maltesi il genio semitico è sposato al latino; infatti la lingua scritta del paese è l’italiana, come italiana è la maggior parte dei cognomi di famiglia.

Col soccorso di questa interpretazione, dovuta ad un orientalista maltese, il signor Ferdinando Giglio, le parole d'incoraggiamento che Virgilio rivolge a Dante si spiegano benissimo.

Dante osa inoltrarsi nell'Inferno perchè si fa forte dell'egida di Dio. Trovatosi di fronte Plutone, che pecca sempre di superbia, epperò accoglie il sopravenuto colla minaccia della propria onnipotenza, cioè col vanto che il principio del male aveva trionfato del principio del bene, Dante s'impaura. Ed ecco soccorrerlo Virgilio esortandolo a discacciare la sua paura, chè, poter che abbia, Plutone è impotente contro i due poeti, e rintuzzando la vanteria di Plutone col ricordargli che v' è altri superiore alla sua potenza, perchè Vuolsi così colà dove si puote Ciò che si vuole.

E questa interpretazione spiega pure perché Dante avesse così gelosamente custodito il segreto di quel verso enigmatico. E per vero egli avrebbe messo a serio repentaglio la fortuna del proprio libro se l'avesse svelato. Niun pontefice avrebbe permesso, anche in bocca a Plutone, l'audace smentita alla promessa fatta da Cristo che le porte dell'Inferno non avrebbero giammai prevalso.

Sembra però che Dante rinunciasse malvolentieri alla futura intelligibilità di quel verso, e gli sorridesse la speranza che i posteri ne sarebbero venuti a capo. E si provò fors'anche ad ajutarli nel difficile compito, badando però soprattutto a non iscoprirsi di troppo.

M'induce in questa credenza l'aver osservato che mentre il primo verso del settimo canto dell'Inferno è scritto in una lingua non dichiarata dall'autore, per contrario il primo verso del settimo canto del Paradiso comincia con parole notoriamente ebraiche e caldaiche.

Gli antichi si dilettarono parecchio di questi contrasti; e vi mettevano una certa tal quale malizia.

Valletta (Malta), 26 Novembre 1888.

Dott. Ernesto Manara

&

Postilla di Giuseppe Bonghi

La vicenda mi sembra abbastanza chiara: una scritta ritenuta ancor oggi frutto di invenzione particolare e senza nessun significato apparente sia semantico che semiologico di Dante. Ma questo scrittarello ribalta l’intera situazione: cava fuori da un repertorio linguistico conosciuto solo a specialisti di quel particolare e piccolo settore linguistico che è la lingua caldaico-ebraica antica, di cui restano vestigia nei linguaggi attuali anche a qualche millennio di distanza, e che pubblicato su una rivista specializzata, alla fine dell’Ottocento riservata a pochi associati, non ha avuto alcun seguito, nemmeno quello di una citazione in uno dei tanti “autorevoli” commenti alla Divina Commedia. Eppure la spiegazione, anche se vogliamo prenderla solamente dal lato puramente linguistico è logica e perciò convincente.

Al mistero (tutto sommato apparente) del riserbo di Dante, che preferì per motivi contingenti di salvezza personale dalla reazione papale, da unire a quelli già noti legati agli anni 1298-1302 e che non lo preservarono del tutto nemmeno dopo morto, si unisce oggi il mistero di tanto silenzio intorno a poche parole che forse sono la punta dell’iceberg che raccoglie i contenuti della setta del “Fedeli d’Amore” e della lotta contro un apparato ecclesiale che poco o nulla aveva di religioso e molto di potere politico economico. Sarà per questo che i commentatori dell’Otto-Novecento, alcuni anche molto autrevoli, e ben in grado di sopportare polemiche letterarie e quant’altro, hanno preferito glissare?

Eppure era già da molti decenni  che non si correvano più i rischi di un Gioacchino da Fiore, o anche semplicemente di un Galilei.

La potenza della parola presso i capi politici e religiosi è sempre stata un grosso problema. Sarà per questo che si è permesso di pubblicare solo ciò che non provocava problemi ed era in sintonia col potere: il resto, pubblicato più o meno clandestinamente, spesso col placet della curia, era inserito nell’index librorum prohibitorum.

Oggi questa spiegazione, a qualunque livello di potere politico-religioso, non farebbe più effetto; ma proprio questo rende ancora più strano il fatto che specialisti moderni non abbiano affrontato la questione e non l’abbiano condannata né avallata, condannandola di fatto a un penoso silenzio.

GB

Nota

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[1] Inf., c. VII, 1

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011