Pio Gaja

Introduzione

QUESTIO DE AQUA ET TERRA

DE FORMA ET SITU DUORUM ELEMENTORUM

AQUE VIDELICET ET TERRE

di Dante Alighieri

Edizione di riferimento:

Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986

I. Origine e sfortuna della Questio.

La Questio è la stesura scritta di una conferenza tenuta da Dante ai « clerici » di Verona nel tempietto di S. Elena il 20 gennaio 1320, nella quale espose in modo sistematico il contenuto di un suo intervento ad un dibattito scientifico, svoltosi a Mantova, sul problema della rispettiva posizione della terra e dell'acqua nel quadro del sistema cosmologico antico. La questione era viva ai tempi di Dante ed egli vi si sentiva coinvolto anche per i riflessi che le varie soluzioni potevano avere sulla struttura cosmologica del suo Poema e sulla teoria dell'origine dei fiumi. Mantova e Verona erano città culturalmente vivaci per la presenza di dotti ingegni e scuole di scienze fisiche. Vescovo di Verona era il dotto agostiniano Tebaldo, interessato a dissertazioni erudite e particolarmente ai princìpi cosmologici sostenuti dal correligionario Egidio Colonna e diventati vincolanti per l'ordine agostiniano. Dante risiedeva a Verona, suo « primo ostello », ma è possibile (sebbene non documentato) un suo viaggio a Mantova, dati i frequenti scambi culturali e le relazioni diplomatiche e di parentela dei Prìncipi. Signore di Mantova infatti era Passerino Bonaccolsi, amico e alleato di Cangrande della Scala, Signore di Verona. Ancor prima un Guido Bonacolsi aveva sposato Costanza, figlia di Alberto della Scala, e un figlio di questi, Alboino, era stato podestà di Mantova.

Purtroppo però della disputa mantovana o della conferenza veronese non abbiamo notizia sicura in nessun documento storico e in nessun commentatore e biografo di Dante, ma soltanto un breve seppur significativo cenno nel commento di Pietro Alighieri alla Commedia.

Sfortunatamente non possediamo neppure un codice manoscritto della Questio, che però conosciamo perché all'alba del sec. xvi Benedetto Moncetti da Castiglione Aretino, Priore degli Agostiniani di Padova, scoprì l'autografo o una copia sperduta in vecchi armadi, e la pubblicò a Venezia nel 1508 in 14 facciate di testo, inserite in un contorno di lettere (una dedicatoria al Cardinale Ippolito d'Este) e di esecrabili versi del Moncetti stesso e del discepolo Gavardi. Non possiamo confrontare questa edizione con il manoscritto per verificare le dichiarate correzioni ed elaborazioni introdotte, perché è scomparso. La stessa edizione e la successiva ristampa del 1576 divennero rarissime e passarono quasi inosservate. Le cita qualche bibliografo, senza conoscenza diretta e senza dubbi sulla sua autenticità.

2. Contesa sull'autenticità della Questio.

I primi dubbi li avanzò Giuseppe Pelli nel 1758, seguito dal Tiraboschi, dal Foscolo ed altri. Si giunse perfino ad attribuirla bizzarramente a un Dante III, umanista veronese del 1500. Il primo che fondò l'opinione negativa su argomenti seri fu il Bartoli, seguito da Lodrini, Passerini, Ricci, Scartazzini e Luzio—Renier. La tesi dell'autenticità fu validamente sostenuta da Angelitti, Moore, Russo, Toynbee, Biagi e più recentemente da Mazzoni, mentre la tesi negativa trovava ancora agguerriti sostenitori in Boffito e in Nardi.

I negatori dell'autenticità si basano su alcune prove esterne, come il silenzio dei biografi e dei cronisti contemporanei sulla Questio, la mancanza di un codice manoscritto, la permanenza di Dante a Verona nel 1320 e il viaggio a Mantova, che non troverebbero conferma in nessun cronista del Trecento, ecc. A queste aggiungono varie prove interne, come le notizie precise e minute sul luogo, tempo e ragione dell'operetta, che non troverebbero riscontro in altre opere dantesche, la superflua registrazione finale del nome dell'autore, la lingua latina giudicata da alcuni più barbara (Lodrini, Kraus) e da altri più fluida e raffinata (Boffito) che in altre opere, la stonatura della qualifica di « minimus » in bocca a Dante, l'eccessiva frequenza di citazioni di autori, approssimative e fatte a memoria, quasi sfoggio di principiante (Boffito), sfasature e anacronismi in alcune dottrine, diversità nel metodo argomentativo e contrasto nel concetto cosmografico fondamentale (Boffito, soprattutto Nardi). Alcuni critici (Bartoli, Ricci, Luzio—Renier) considerarono perciò l'operetta come una falsificazione del Moncetti che, per la sua personalità morale di cortigiano vanitoso e scroccone, era predisposto a delinquere per unire il suo nome a quello di Dante e lusingare l'amor proprio degli Estensi per ottenere favori. Altri (Boffito), in alternativa, la fanno risalire all'agostiniano Paolo Veneto (sec. xv) sulla base di alcuni fedeli riscontri con il suo De Compositione mundi. Altri infine l'attribuiscono ad un ignoto autore del Trecento.

I sostenitori dell'autenticità criticano vittoriosamente tutte le suddette prove e combattono le diverse candidature, in particolare quella del Moncetti, facendo osservare che le opere moncettiane note hanno un latino artificioso, stentato, retorico, ampolloso e stravagante, tutto diverso da quello sobrio, semplice, preciso e sintetico della Questio, e non hanno di questa la sottigliezza dialettica e il metodo scolastico; che l'apparato moncet—tiano d'accompagnamento della Questio ha grafia, lingua e forma sintattica diverse dal testo; e inoltre che il Moncetti non aveva assolutamente le attitudini né le conoscenze letterarie (delle opere dantesche), scientifiche (status della questione) e filosofiche (uso critico di Aristotele) necessarie per la falsificazione.

La Questio venne quindi restituita a Dante in base a convincenti motivi. Intanto i dati storici forniti dalla Questio sono conformi ai risultati attuali della critica riguardante gli ultimi anni di Dante. Il metodo della quaestio, prima disputata e poi scritta, era usuale e Dante si dedicava a tali dispute (testi il Boccaccio e il Pucci). Il contenuto filosofico e scientifico della Questio non è anacronistico perché riflette quello dei vere philosophantes dell'epoca. C'è inoltre una perfetta concordanza della Questio con le opere genuine di Dante, sia riguardo al contenuto che alla forma lessicale e sintattica; troviamo le stesse espressioni caratteristiche, modi di argomentare, uso e interpretazione di Aristotele, citazione delle stesse fonti; vibra lo stesso animus caratterizzato da amore della verità, disprezzo dei falsi filosofi, senso del proprio valore, animosità, schietto sentimento religioso. Un falsificatore che si fosse così identificato con Dante sarebbe un miracolo. Aut Dantes aut diabolus, esclamava Toynbee. Vi sono infine prove esterne che sembrano decisive, come la tradizione di un certo Dante disputante a Verona, cui accorrevano tutti i dotti; il perfetto riscontro tra la Questio e il Dottrinale di Jacopo Alighieri, che, per più di 200 versi, parafrasa espressioni e riproduce quasi letteralmente la dottrina della Questio, rivelando la conoscenza del trattatello del padre; l'accenno al fatto di Verona e agli invidiosi contenuto nella seconda egloga di Dante a Giovanni del Virgilio, scritta dopo il 20 gennaio 1320; e infine il passo categorico e definitivo di Pietro Alighieri, che accenna alla disputa veronese e corrisponde testualmente al contenuto dei §§ XVIII—XXI, dimostrando che Pietro conosceva la Questio come oggi la possediamo o almeno gli appunti della stessa.

Il problema dei reciproci rapporti tra l'acqua e la terra abitata si era imposto alla cultura occidentale quando questa accolse l'aristotelismo con la sua visione cosmologica che poneva la terra al centro dell'universo e postulava la concentricità delle quattro sfere (terra, acqua, aria, fuoco) ove, nell'ordine, la sfera precedente è tutta circondata dalla seguente, e quindi la terra doveva risultare conglobata e sommersa dall'acqua, il che appariva in contrasto, oltre che con l'esperienza, anche con la separazione delle acque affermata dal Genesi. Le soluzioni proposte erano tre: o pensare ad un ritiro dell'acqua che, ammassandosi in qualche punto in una gibbosità, lasciasse scoperta in basso parte della terra (tesi di Brunetto Latini, Ristoro d'Arezzo, Bartolomeo Anglico e S. Tommaso); o pensare ad una eccentricità della sfera della terra rispetto a quella dell'acqua, per cui questa ricoprirebbe solo parzialmente la terra quasi intersecandola (tesi di Michele Scoto, astrologo di Federico II); oppure, conservando la piena concentricità, ammettere un'enorme gibbosità della terra, emergente sopra il livello dell'acqua (tesi di Campano, Egidio Colonna, Pietro d'Abano, Sacrobosco, Andalò del Negro). Dante, combattendo le due prime soluzioni, dimostra, con il Campano, la concentricità delle due sfere e ammette, con Egidio Romano, la gibbosità terrestre a forma di mezzaluna, causata dall'influsso delle costellazioni stellari dell'emisfero boreale. Ignora invece l'opinione quasi divinatoria (ed ereticale per i tempi) sostenuta da Antonio Pelacani di Parma, maestro di Fisica e Medicina a Bologna e Verona, il quale, pur mantenendo la concentricità, afferma che la terra contiene tutta l'acqua marina nei suoi avvallamenti e cavità.

Le linee architettoniche della Questio sono nette e armoniche. Inizialmente Dante pone il problema se l'acqua in qualche parte della sua superficie sferica sia più alta della terra scoperta (§ II); presenta poi la tesi affermativa col supporto di cinque argomenti principali (§§ III—VII); vi contrappone quindi la sua tesi negativa, e articola la trattazione scientifica del problema in cinque punti (§§ VIII—IX): nel primo dimostra la sua tesi ex absurdis, cioè fa vedere che, ammettendo l'ipotesi della maggior altezza dell'acqua, verificabile solo per una sua eccentricità o per una sua gibbosità, ne deriverebbero varie conseguenze impossibili, onde conclude che l'acqua è concentrica e sferica (§§ X—XIV); nel secondo dimostra che la terra è più alta dell'acqua con la prova d'esperienza della maggior altezza delle spiagge, e a fortiori della altre regioni della terra, sul livello del mare (§ XV); nel terzo prospetta l'obiezione che, data la concentricità dei due elementi e la sfericità della terra, questa, come corpo più pesante, dovrebbe essere sommersa dalle acque, ma rifiuta come soluzione la teoria della diversificazione della gravità nelle varie parti della terra, che, mentre salva la concentricità, spiegherebbe la non—equidistanza dal centro delle parti emerse, aventi un maggior volume, ma con lo stesso peso delle altre (§§ XVI—XVIII); nel quarto risponde all'obiezione con la teoria di una gibbosità della terra come eccezione alla legge di gravità (comportante di per sé una perfetta sfericità terrestre), voluta dalla Natura universale per fornire un luogo di mescolanza dei vari elementi naturali, affinché tutte le forme potenziali della materia possano passare all'atto. Una conferma della gibbosità della terra emersa si avrebbe nella sua figura di mezzaluna e non di calotta sferica. La causa efficiente di tale elevazione è l'influsso delle stelle che si trovano tra l'equatore e il circolo polare artico (§§ XVIII—XXII); infine nel quinto punto confuta i cinque argomenti degli avversari, esposti all'inizio (§§ XXIII—XXIV).

4. Valore della Questio.

Il contenuto cosmologico—geografico della Questio è privo di ogni valore scientifico perché superato, e solo l'ignoranza delle fonti faceva scorgere allo Stoppani la presenza nella Questio di nove scoperte cosmologiche. Tuttavia l'operetta ha un valore storico quale preziosa testimonianza dell'orizzonte culturale, dei princìpi e metodi scientifici del sec. xiv, e quale sintesi fedele e sicura del problema a lungo dibattuto dagli scolastici, anche se gli autori non sono mai citati. Sul valore letterario si può discutere; certo l'argomento scientifico non lasciava spazio a pretese letterarie, il latino è piano e dimesso (non barbaro), ma l'architettura del trattato è armonica e si snoda secondo l'ordine tipico degli articoli delle Summae scolastiche: alla tesi degli avversari Dante oppone la solutio auctoris, per ribattere infine uno ad uno gli argomenti contrari (disposti secondo il grado decrescente di forza probante); all'interno delle varie sezioni, l'argomentazione segue i princìpi ed i moduli scolastici (ricerca della causa finale, efficiente ecc.) ed i consueti schemi sillogistici in un discorso dialetticamente serrato, sottile, lucido e preciso, talvolta complesso, per lo sforzo di sintetizzare tutto il materiale erudito. L'organismo logico è di una meravigliosa nitida esattezza, e dove l'autore si anima della sua passionalità raggiunge anche toni stilisticamente coloriti ed efficaci. Ma oltre al valore formale e logico, la Questio applica anche dei princìpi metodologici che la scienza moderna confermerà e perfezionerà, come per es. l'uso razionale di princìpi e proprietà geometriche (circonferenza, sfere) per l'interpretazione della natura (§ XIX), l'uso del metodo induttivo nell'indagine fisica (§ XX), il principio di necessità e contingenza della natura, anche se visto in una prospettiva finalistica (§ XVIII).

Ma il maggior interesse e valore della Questio è il significato personale che essa ha per Dante. La spiegazione dell'emersione della terra nell'emisfero boreale causato dalla caduta di Lucifero [Inf., XXXIV) aveva attirato gravi critiche e forse derisioni personali vivamente sofferte, per cui Dante, pur non ritrattando l'ardita spiegazione preternaturale, vuol dimostrare che è in grado di dare la vera spiegazione razionale e scientifica. Certo il Nardi vede una contraddizione tra la visione aristotelico—averroistica e quella campano—egidiana e ne fa argomento contro l'autenticità, ma già Pietro Alighieri, come poi il Russo e il Parodi, distingueva l'atteggiamento poetico—fantastico della Commedia e quello scientifico della Questio. Il Mazzoni vede invece un mutamento di opinione in Dante, frutto di un suo approfondimento degli studi cosmologici, in analogia ad altri casi, mentre il Freccero non scorge contraddizione tra la visione teologica, che spiega l'emersione in termini di repulsione, e quella scientifica, che la spiega in termini di attrazione. Del resto la soluzione è fornita dalla stessa Questio che distingue esplicitamente i due diversi metodi d'indagine, in conformità ai due oggetti diversi, uno teologico e l'altro scientifico.

Pio Gaia

 

G. B. Moncetti, Questio florulenta ac perutilis de duobus elementis aquae et terrae tractans... scipta a Dante Fiorentino..., ed. Manfredi da Monferrato, Venezia, 1508.

Non possedendo nessun manoscritto della Questio, questa editio princeps è l'unica fonte di tutte le altre edizioni a stampa. Il Moncetti dichiara di aver limato e corretto il testo diligenter et accurate, e nell'Habes finale presenta la Questio come castigatam, limatam, elucubratam dal Moncetti stesso. Tali dichiarazioni sono vanterie, proprie del carattere vanitoso del curatore e consone all'uso del tempo, perché l'edizione è scorrettissima, con lezioni deteriori, abbreviazioni arbitrarie, errori di stampa. Il Boffito (II, 267) avanza il sospetto di un intenzionale intervento peggiorativo dell'editore d'accordo col curatore per dare colore d'antichità al testo. Sembra più giusto attribuire le scorrettezze ai gravi fraintendimenti di lettura di un testo manoscritto, forse del sec. xiv, in minuscola gotica e ricco di abbreviazioni; così l'intervento emendativo del Moncetti scomparirebbe e non sarebbero più giustificati i successivi tentativi di ipercorrezione e ricostruzione dell'Angelitti. L'edizione è rara, se ne conoscono sette esemplari: vaticano, marucelliano, trivulziano, bolognese (Università), perugino (Comunale), britannico (B. Museum), ithacense (Cornell University). Venne ristampata a Napoli nel 1576, presso Orazio Salviano, da Francesco Storcila che vi introdusse postille marginali come sommario dell'argomento (due esemplari: vaticano e ambrosiano).

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Dante

Progetto Duecento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011