P. J. Fraticelli

Introduzione alla Vita Nuova

di Dante Alighieri

Edizione di riferimento

La vita nuova di Dante Alighieri a corretta lezione ridotta e con illustrazioni dichiarata da P. J. Fraticelli socio corrispondente dell’Accademia Tiberina Toscana, della Valdarnese del Poggio, di quella del Petrarca d’Arezzo, degl’Incamminati di Modigliana, ec., Firenze dalla tip. di Leop. Allegrini e Gio. Mazzoni nella Badia Fiorentina 1839 -

Dal Codice Balì Niccolò Martelli

La Vita Nuova di Dante Alighieri è un’ingenua storia de’giovenili suoi amori con Beatrice Portinari, da lui dettata in forma di Commento sopra alcune sue poesie. In questo elegante Libretto, l’Autore brevemente narrato il principio del suo innamoramento, riporta, secondo l’ordine del tempo in cui furono scritti, i suoi poetici componimenti; e dando a conoscere in quante parti sian essi divisi, dispiega ciò che ha voluto dir nella prima, ciò che ha inteso nella seconda; e le circostanze dell’un componimento facendo succedere e legando a quelle dell’altro, tesse l’istoria della sua vita giovanile, dall’età cioè di nove anni fino ai ventisei o ventisette. Dei tratti interessanti per una graziosa semplicità, e per un sentimento di malinconia, ch’è lo stato abituale dell’anima dello Scrittore, rinvengonsi frequentemente in questo Libretto, il quale considerato anche per il solo lato della lingua e della elocuzione, comecchè nella prima apparisca una non comune purità, nella seconda una non usitata nobiltà, non può a meno d’aversi in gran pregio. Ed essendo che l’Amore è stato sempre quello che ha inspirato i giovani poeti, non dovrà recar meraviglia se i poetici componimenti che quivi stanno inseriti, e che sono i primi parti della Musa Dantesca, abbiano Amore per argomento. Quando possa aver sembianza di vero ciò che dice il Ginguenè, che cioè Dante scrisse il presente Libretto per aver luogo di collocarvi i suoi versi, non potrà esser men vero che egli il facesse per erigere un piccolo monumento alla memoria di colei che egli amò con un affetto sì costante e sì puro.

Era in Firenze antica costumanza, che con feste e conviti si solennizzassero i primi giorni della Primavera. L’anno 1274 Folco Portinari, cittadino di ottima fama, e di molte facoltà provvisto, aveva accolto nella sua casa i congiunti e gli amici, e fra questi Allighiero Allighieri padre di Dante, onde, a dimostrazione del giubilo che infonde nell’animo l’aspetto della ridente stagione, festeggiare il primo giorno di Maggio. Dante, abbenchè non avesse per anco oltrepassato il nono anno dell’età sua, era stato condotto dal Padre ad una tal festa, quando in sul finire di quella, essendosi cogli altri fanciulli tratto in disparte a trastullarsi, s’imbattè in una piccola figlia di Folco, la quale, come dice il Boccaccio, era assai leggiadretta secondo la sua fanciullezza, e ne’suoi atti gentile, a piacevole molto, con costumi e parole assai più gravi e assennate, di quello che il suo picciol tempo, d’ott’anni allora compiuti, non richiedesse: ed oltre a questo aveva le fattezze del volto ottimamente disposte, e piene di tanta onesta vaghezza, che quasi un’Angioletta rassembrava. Il nome di questa fanciulla era Beatrice, che per vezzo sincopatamente dicevasi Bice; e o fosse la conformità de’loro sentimenti, o quella violenza di simpatia che ci forza ad amar l’un oggetto piuttostochè l’altro, Dante, quantunque fanciullo, s’accolse nel cuore la bella immagine di lei con tanta affezione, che fin da quel giorno dee dirsi che incominciasse ad esser signoreggiato dalla passione d’Amore. Ma lasciando di parlare degli accidenti della puerizia, dice il Boccaccio, che coll’età moltiplicarono l’amorose fiamme cotanto, che niun’altra cosa gli era piacere, riposo o conforto, se non il vedere quel caro oggetto delle sue affezioni. Quali e quanti fossero poi i pensieri, i sospiri, le lagrime e le altre passioni gravissime da lui per questo amore nella giovenile età sostenute, egli medesimo il racconta nel presente Libro della sua vita nuova, e perciò stimo superfluo il ripeterlo. Laonde lasciando di narrare ciò che dall’Autore stesso è narrato, io dirò sole alcune parole sul titolo del Libro e sulle controversie che fino ad oggi si sono agitate intorno quest’amore di Dante: nel che fare, se andrò ripetendo alcuni di que’ fatti, ed alcuni di quelli argomenti che furono da me posti in campo, allorchè nel Ragionamento filologico-critico sul Canzoniere dell’Alighieri feci la storia de’ di lui amori, spero mi verrà di leggieri perdonato, essendo che daranno un qualche peso alle mie asserzioni, e porranno in una qualche luce la verità del mio assunto.

Alcuni Filologi non arrivando a investigar la ragione per cui Dante intitolasse Libro della Vita Nuova quest’opuscolo, se ne trasser fuori dicendo, che egli avealo così intitolato, perchè così gli era piaciuto. Altri credendo che per quel titolo avesse voluto indicare la storia d’uno stadio, o d’un periodo di vita che succede ad un altro, ne dedussero, averlo chiamato il Libro della Vita Nuova, o perchè va quivi descrivendo un periodo della sua vita nel quale parvegli di sentire un gran cambiamento, e d’incominciare un’esistenza novella (e quest’era l’epoca del suo innamoramento con Beatrice); o perchè va descrivendo una piccola parte di quel periodo del viver suo, che incominciò dalla morte di essa Beatrice, e che fu per lui una vita diversa, una vita successiva a quella da lui già trascorsa. D’una simile opinione sembra essere stato ancora il Trivulzio, essendochè nella Prefazione alla stampa della Vita Nuova da esso procurata in Milano, disse essere indubitato, che quivi Dante tratti della rigenerazione in lui operata da Amore.

Ma i primi e i secondi andarono assai dilungi dal vero, inquantochè Dante nè pose al suo libro quel titolo a capriccio ed a caso, nè volle per esso indicare un nuovo periodo del viver suo, ovvero una rigenerazione della sua vita. Infatti come mai quello Scrittore, il quale non pubblicò mai cosa che non avesse prima in se lungamente meditata, potea porre ad una sua operetta un titolo senza una giusta ragione, un titolo che non rispondesse esattamente all’argomento in quella trattato? Noi sappiamo che Dante nel suo Convito divide l’umana vita in quattro periodi, che etadi appella: della prima parlando, niuno dubita, ei dice, ma ciascun savio s’accorda in stabilire, che ella dura insino al venticinquesimo anno [1]. Ecco pertanto che il secondo periodo, il secondo stadio dell’umana vita comincia, secondo lo stesso Scrittore, nell’anno ventesimosesto. Ma di quali anni della vita di Dante abbiamo in questo Libretto la storia, se non principalmente di quelli, che dal nono trascorsero per infino al ventesimosesto? E come mai poteva l’Alighieri intitolar questo Libro la storia d’un secondo periodo della sua vita, quando in esso ci dà la storia del periodo suo primo, della prima età di ragione, ch’ei fa cominciare dal suo nono anno, perciocchè davanti di quello, poco, dice, potersi trovare nella sua memoria?

Libro della Vita Nuova non altro dunque significa letteralmente e naturalmente, che Libro della Vita giovanile. Novo, novello per giovanile, giovane si rinvengono di frequente negli antichi Scrittori; e i dodici esempi che qui appresso riporto, credo poter esser bastanti a far persuaso qualunque non per anco lo fosse:

.     .     .     .     . Tutta l’età mia nova

Passi contento, e ’l rimembrar mi gioca.

Petr[arch]. Canz. XII, St. 2.

Questi fu tal nella sua vita nova

Virtualmente, ch’ogni abito destro

Fatto averebbe in lui mirabil prova.

Dante Purg[atorio]. XXX, 115.

Nella sua vita nova, idest, nella sua prima età.

Landino, Comm. alla Commedia

Nella sua vita nuova, idest in pueritia.

Benvenuto da Imola.

Novo augelletto due e tre aspetta,

Ma dinanzi dagli occhi de’pennuti

Rete si spiega indarno o si saetta.

Dante Purg[atorio]. XXXI, 61.

Innocenti facea l’età novella.

Dante Inf[erno]. XXXIII, 88.

 Dice l’autore che la tenera etade nella quale elli erano, li scusava ec.

L’Ottimo, Com. alla Commedia

Io sono stato tolto da questa che voi chiammate vita, per gl’inganni della mia novella sposa.

Fir. As. 60.

Bello era e fresco, e nella nuova etade.

BoccaccioTeseide lib. X, St. 69.

Un poco pur la tua novella etade.

BoccaccioTes[eide]. lib. IV, St. 7.

 Per la novella età che pur nove anni

Son queste ruote intorno di lui torte.

Dante, Par[adiso]. XVII, 80.

E noi in donne ed in età novella

Vediam questa salute (la gentilezza).

Dante, Canz[oniere]. XVIII, St. 6.

Se per una parte può far meraviglia, come un significato sì facile e sì naturale non venisse in mente ad alcun di loro, che presero a parlare di questo Libretto Dantesco, non farà per l’altra meraviglia minore l’intendere come i seguaci de’ Filelfi e de’ Bisconi, levando oggi molto arditi la testa, ed affannandosi a comprovare lo scetticismo di cotesti Novatori, asseriscano pertinacemente, che la Donna di Dante, come tutte quelle dagli altri suoi contemporanei, siano una sola e identica allegoria: sicchè se loro tu presti fede, se’costretto quasi ad inferirne, che un gentile e naturale amore nel petto di que’grandi uomini fosse una cosa del tutto impossibile. Il buon Canonico Biscioni pensò (come già molto innanzi pensato aveva Mario Filelfo), che la Beatrice di Dante non fosse una donna vera e reale, e quindi la Portinari: Che la Vita Nuova fosse un trattato d’amore meramente intelletuale, senza alcun mescuglio di profano, e si raggirasse tutta quanta sopra l’allegoria, restando affatto esclusa ogni specie di vera storia: Che l’oggetto dell’amore di Dante fosse la Sapienza, in largo significato presa, e poscia individuata alla suprema spezie, o vogliamo dire alla più alta cognizione dell’umano intendimento, alla quale egli pose nome Beatrice: Che l’amore del Poeta significhi lo studio, conforme egli ha di propria bocca confessato nel Convito; la subita sollevazione de’tre spiriti, vitale, animale e naturale, alla prima vista della sua donna, siano i contrasti che si sentono in noi nell’accingersi a malagevole impresa, e spezialmente nell’età giovanile; il saluto di Beatrice mostri la capacità alle Scienze, per esser quelle facilmente corrispondenti a chi ha intelligenza, ed è ben disposto ad apprenderle: Che per le diverse donne, che con Beatrice s’accompagnano, si debbano intendere le scienze tutte, le quali della medesima Beatrice sono ancelle; e che la morte del Padre di questa donna si possa credere essere stat la mancanza del maestro di Dante [2]. Tutto questo però confessando il Biscioni aver detto per un certo zelo che egli ebbe sempre verso il buon nome di questo sovrano autore, e concedendo parimente che la Beatrice Portinari sia stata in questo mondo, e potesse esser dotata di pregevoli doti, e forse anche ben conosciuta e praticata da Dante per la vicinanza delle loro abitazioni [3], pretende nulladimeno mostrare che la Dantesca Beatrice non sia colei nè alcun altra donna, ma una femmina ideale, a bello studio dal Poeta inventata. Egli perciò si sdegna contro Gio. Boccaccio, Benvenuto da Imola, Leonardo Aretino, Cristoforo Landino, il Vellutello, il Daniello, e tutti gli altri biografi ed espositori di Dante, che credettero reali gli amori di lui colla figlia di Folco Portinari, e pensarono che la Vita Nuova prendesse da quelli argomento.

Ma dappoichè il fantastico edifizio del Biscioni incominciò a ruinare per opera del valoroso Dionisi, e dappoichè fu per altri osservato che se un’allegoria era la donna di Dante, avrebbonlo dovuto essere pur l’altre de’di lui contemporanei, che parlando d’amore tenevano tutti egualmente un mistico e platonico linguaggio, surse ardito il Rossetti a puntellarlo, imprendendo non solo nelle Note alla Divina Commedia, ma altresì, e più ampiamente, in un apposito libro [4] a dimostrare, che Beatrice sì come Giovanna, Selvaggia, Laura, Fiammetta ec. altro non erano che una personificazione della Potestà Imperiale, da Dante, Cavalcanti, Cino, Petrarca, Boccaccio ec. invocata dominatrice e riformatrice d’Italia [5]. E dietro alle orme del Biscioni e del Rossetti non mancarono altri che battessero la stessa via, o piuttoso professassero la stessa opinione, dacchè niun novello argomento riuscirono a mettere in campo, da quelli in fuori portati già da que’due loro antesignani. Questo eco recente di un antico paradosso, rivelando una frivola tendenza ad abbandonare le vie del semplice e del vero per voglia di raffigurare nelle tradizioni storiche ancor le più ovvie un carattere simbolico ed allegorico, e tentando e sforzandosi di cancellare Beatrice, Giovanna e le altre dal novero delle gentili femmine vissute ad ornamento della nostra patria, e ad ispirazione de’suoi ingegni migliori, mi richiama ad un’accurata analisi critica, e ad una severa confutazione di esso.

Il Biscioni ed il Rossetti dicono, che il racconto dell’innamoramento di Dante non si ha che dal Boccaccio, essendochè Benvenuto, Lionardo, il Landino, il Vellutello, il Daniello, non altro fecero che ricpoiare le parole di quel primo biografo: perciò le costoro autorità insieme sommate, non poter dare che un solo. A ciò primieramente rispondo, non esser vero, che Lionardo Bruni, parlando degli amori giovenili di Dante, abbia ricopiata la narrazione del Certaldese, perchè quegli studiossi a tutto suo potere di contradire a quanto il suo predecessore avea di Dante narrato, fino al punto di esclamare: Perdonimi il Boccaccio, ma i suoi giudicii sono molto fievoli, e molto distanti dalla vera opinione. E in altro luogo narrando come Dante si trovò per la patria a combattere virtuosamente nella battaglia di Campaldino, soggiunge: Io vorrei che il Boccaccio di questa virtù avesse fatta menzione, più che dell’amore di nove anni, e di simili leggerezze che per lui si raccontano di tant’uomo. Or bene, se il Bruni, il quale protesta di volere scrivere non un romanzo, ma una veridica storia dell’Alighieri, ci dirà che Dante nella sua gioventù fu signoreggiato dalla passione d’amore, ragion vuole che lo si tenga per vero, nè che lo si reputi detto per una cieca credenza al racconto di colui, al quale egli cerca in ogni pagina di contradire. Odasi dunque ciò che questo secondo biografo asserisce: L’Alighieri fu usante in giovinezza sua con giovani innamorati, ed egli ancora di simile passione occupato, non per libidine, ma per gentilezza di cuore; e ne’suoi teneri anni versi d’amore a scrivere cominciò, come si può vedere in una sua operetta volgare che si chiama Vita Nuova.

Secondariamente rispondo, non esser questi due Scrittori i soli che affermino un simile innamoramento, ma esservene un altro, ancor più d’essi, autorevole, perchè contemporaneo e familiare dell’istesso Alighieri: ed egli si è l’antico anonimo Commentatore della Commedia, che alcuni chiamano il Buono, altri l’Ottimo. Questi nel proemio al Canto XXX del Purgatorio ho trovato che dice: Laicamente si potrebbono sporre a lettera le parole di Beatrice, prendendo lei per quella Madonna Beatrice, che egli (Dante) amò con pura benivolenza. E chiosando il v. 121. Dice qui Beatrice in riprensione di Dante, che declinando l’Autore a lascivia e vanitade, ella il sostenne per alcun tempo con la bellezza del volto suo, conducendolo in parte diritta e virtuosa. E questa lettera ha due sposizioni; l’una puoi riferire, che egli parli di Beatrice, in quanto ella fu tra’mortali corporalmente, che aveano tanta forza le sue bellezze su Dante, che toglievano da lui ogni malo pensiero, e inducevano e cercavano ogni pensiero buono; . . . . . . l’altra è da riferire a spirito ed intelletto ec.

In terzo ed ultimo luogo io rispondo, che quand’anche non sussistesse alcuna testimonianza per parte altrui, sarebbero piu che bastanti le parole dell’Alighieri medesimo non tanto della Vita Nuova, quanto del Convito e della Commedia, a renderne persuasi e certissimi, aver egli provato una profonda passione amorosa, e la Beatrice della sua giovinezza essere stata una donna vera e reale, e non un ente immaginario e simbolico. E qui dirò, l’errore del Biscioni, asserisce il Rossetti, asseriscon altri, che queste tre Opere abbiano fra di loro una stretissima corrispondenza, e siano dipendenti l’una dall’altra, anzi congiunte e connesse come anelli d’una stessa, dirò così, catena scientifica, da prima disegnata,e poscia compita dalla gran mente del loro Autore. Ma la fallacia di quest’asserzione ci si farà tosto ben chiara, se si consideri, che allorquando il giovine Dante nella sua età di ventisei o al più ventisett’anni, compose questo suo primo libretto, non possedeva punto le Sceinze, nè poteva quindi formare il piano d’un così vasto e coordinato lavoro scientifico. Come per me fu perduto, dice egli nel Convito [6], il primo diletto della mia anima (cioè Beatrice) io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente che s’aromentava di sanare, provvide . . . . . ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio, nel quale cattivo e discacciato consolato s’avea. E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro nel quale trattando dell’amistà, avea toccate parole della consolazione di Lelio, . . . . misimi a leggere quello. E avvegnachè duro mi fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v’entrai tant’entro, quanto l’arte di gramatica ch’io avea, e un poco di mio ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sogando, già vedea, siccome nella Vita Nuova si può vedere. Qui adunque l’Alighieri ingenuamente confessa, che nella sua giovinezza non possedeva le scienze, e che all’infuori del proprio ingegno e dell’arte di grammatica, valer d’altro non si potè per la composizione del suo primo Libro. Ora proseguiamo ad ascoltarlo: E siccome essere suole, che l’uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro, io che cercava di consolarmi, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d’autori e di scienze e di libri; li quali considerando, giudicava bene che la filosofia, che era la donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma coas. E immaginava lei fatta come una donna gentile, e non la potea immaginare in atto alcuno se non misericordioso. Per che sì volentieri lo senso di vero l’ammirava, che appena lo potea volgere da quella. E da questo immaginare cominciai ad andare là ov’ella si dimostrava veracmente, cioè nelle scuole de’Relgigiosi, e alle disputazioni de’filosofanti: sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire della sua dolcezza, che il suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. Da questo passo avrà il Lettore agevolmente raccolto, che Dante fino a tre anni dopo morta Beatrice non pervenne a gustare le dolcezze della filosofia, ed a cangiare il primo verace e naturale amore in un secondo intellettuale e allegorico. È forza dunque inferirne che la Vita Nuova essendo da lui stata scritta un solo anno appresso la morte di quella donzella che fu l’oggetto del suo primo amore [7], si aggiri tuttaquanta su questo e non già sull’altro, del quale non aveva egli per anco provata la virtù e la posanza. Al Convito poi incominciò l’Alighieri a por mano, compito il corso de’suoi filosofici studi; nè v’è principio di dubbio che la donna in quel libro encomiata sia la Filosofia. Ma donde mai la piena certezza di ciò? Dalle parole di Dante medesimo: Questa Donna fu figlia di Dio, Regina di tutto, nobilissima e bellissima Filosofia [8] . . . . . Boezio e Tullio inviarono me nell’amore, cioè nello studio di questa donna è la Filosofia [9] . . . Si vuole sapere che questa donna è la Filosofia, la quale veramente è donna piena di dolcezza, ornata d’onestade, mirabile di sapere, gloriosa di libertade [10]. . . . . Questa donna è quella dello intelletto che Filosofia si chiama [11]. Anche il Biscioni, alloraquando si fa a provare che la donna del Convito è un ente puramente intellettuale, si appoggia a questi passi da me riportati, ed aggiunge che una veridica storia dell’Alighieri non si può compiutamente fare se non ricercando da Dante medesimo la verità la vita d’alcuno o bisogna esser vissuto al tempo di colui, del quale scriver si vuole, ed avere con esso domesticamente conversato; ovvero fa di mestieri, con istudio e fatica dalle opere di lui, o da altri legittimi documenti, che autentici dichiarare si possano, le notizie ritrarne [12]. Or se questo dunque insinua il Biscioni, e perchè poscia non vuole che la storia degli amori di Dante per Beatrice Portinari si appoggi alle di lui stesse confessioni sparse nelle proprie Opere? perchè non vuole che le sincere narrazioni della Vita Nuova siano prese alla lettera, quand’egli prende pure alla lettera le altre del Convito or riportate? Il nome di Beatrice, l’età sua, la morte del Padre, e quella ancora di lei stessa, le peregrinazioni e infermità di Dante, i fatti e i detti d’altre donne ec. sono,  egli dice e asserisce, tutte cose ideali, ed a figura ridurre si debbono. Ma perchè? Perchè (egli risponde, e il Lettore noti bene questa magistrale risposta) perchè elle non furono con più particolari distintivi specificate dal Poeta [13]. Ma Dio buono è egli possibile di bevere così grosso? è egli possibile di produrre in buona fede di cotali ragioni? E sarà egli d’altronde possibile, che un Lettore sensato voglia più prestar fede agli altrui sogni che non al proprio discernimento? Narra in questo suo LIbretto l’Alighieri, che la prima volta che Beatrice apparve davanti a’suoi occhi, non aveva ancor nove anni d’età: narra che essa era di sì nobili e laudabili portamenti, che di lei poteano dirsi quelle parole d’Omero “ Ella non pare figlia d’uom mortale, ma di Dio”: narra che se trovavasi in luogo, ov’ella fosse, un repentino tremore per tutta la persona assalivalo: narra che abbenchè Amore baldanzosamente il signoreggiasse, tuttavolta la bella immagine della sua amata non sofferiva, che ei lo reggesse senza il fedle consiglio della ragione: narra che egli cercava con ogni studio di celare altrui que t’amore, e che d’altre donne fingendo essere innamorato, fece d’esse schermo alla verità attalchè molti non conoscendo la femmina per cui distruggevasi, non si sapeano come chiamarla: narra che compose un Serventese in lode delle sessanta più belle donne della città, fra le quali collocò pure la donna sua: narra che uno de’piu grandi suoi desiderii era quello di venir da lei salutatu: narra che un dì la vide venire appreso Giovanna, la donna del Cavalcanti, e che quand’ella passava per via, tutti le si facean d’attorno per ammirarla: narra infine che essa morì il 9 Giugno del 1290 nella giovanile età di cinque lustri, e che egli a disacerbare alquanto l’immenso dolore ch’erasi fatto distruggitore dell’animma sua, scrisse la Canzone Gli occhi dolenti ec.

Questi e cento altri piccoli fatti, dettagli ed aneddoti che si rinvengono nella Vita Nuova, potrann’eglino forse non dirsi bastantemente dal Poeta specificati? potrann’eglino forse ridursi a figura? Ma il Biscioni insiste e sentenzia: essere inverisimile che Beatrice fosse una donna vera, perchè Dante chiamolla la gloriosa Donna non del suo cuore ma sibbene della sua mente, vale a dire dell’intelletto [14]; perchè dissela desiderata in cielo dagli Angeli e da’Santi, ove null’altra mancanza avevasi che di lei [15]; perchè la predicò distruggitrice di tutti i vizj, e regina delle virtù [16], e la credè un numero nove, cioè un miracolo della Santissima Trinità [17] ec., prerogative nobilissime ed eccelentissime, confacevoli solo a creatura più che umana e mortale [18]. Or io domando al Biscioni, se quella Laura, la quale egli dice trovare grandissimamente differente da Beatrice [19], perciocchè fu una vera donna, non riscotesse dall’innamorato Petrarca le medesime enfatiche ed iperboliche lodi. Apriamo il di lui Canzoniere, e lo vedremo ben tosto:

Gentil mia donna, io veggio

Nel mover de’vostri occhi un dolce lume,

Che mi mostra la via, che al ciel conduce.

. . . . . . . . . . . . . .

Quest’è la vista ch’a ben far m’induce,

E che mi scorge al glorioso fine.

. . . . . . . . . . . .

Chi vuol veder quantunque può Natura

E’l Ciel fra noi, venga a mirar costei.

. . . . . . . . . . . . .

Non era l’andar suo cosa mortale

Ma d’angelica forma.

. . . . . . . . .

. . . . Laura mandata in terra

A far del ciel fede tra noi.

 

Se alcuno mi domandasse il perchè (aveva giàdetto il Dionisi) il perchè, essendo Beatrice una femmina

In carne, in ossa e colle sue giunture,

Dante ne abbia parlato nella Vita Nuova in un mondo quasi del pari maraviglioso, come se fosse la donna del Convito: per questo appunto, risponderei, che Dante era poeta, celebrò Beatrice poeticamente con lodi superiori alle umane. Ma essendochè in quella prima etade non aveva egli la cognizione delle scienze, lodolla quanto sapeva e poteva col solo lume della ragione, descrivendo in questo suo Opuscolo un amore razionale e metafisco, non quale in fatti esso era, ma quale doveva o poteva essere dalla scorta fedele condotto della ragione. Ma poi ch’egli s’ebbe dato allo studio, cioè all’amore della Filosofia, lodò e celebrò altamente questa quasi seconda donna nel suo Convito e nelle sue filosofiche Canzoni con tutto il lume ch’egli avea di scienza e d’arte. Finalmente nella poetica e presso che divina visione da lui descritta nella Commedia, tornò a lodar la sua prima donna, cioè Beatrice, fatta già cittadina del regno de’Beati, col lume sovrannaturale e scientifico della fede.

Quali effetti producesse in Dante quel primo amore per la Portinari, il quale altro non era che una naturale inclinazione d’un cuor gentile per donzella adorna di tutti i pregi, il palesa egli stesso quando racconta, che considerando nell’oggetto amato un modello di bellezza, d’onestà e di virtù, si elevarono le sue idee e si posero con esso a livello; senti quindi in sè medesimo un cambiamento, nè più trovò l’uomo di pria. Sublimandosi la sua mente, il suo affetto altresì infermossi di spiritualità e di purezza, come la sua volontà acquistò rettitudine ed energia. Laonde egli asseriva che il saluto di Beatrice, il quale era il massimo suo desiderio, operava in lui mirabilmente e virtuosamente [20]; e diceva, buona essere la signoria d’amore; perchè trae l’intendimento del suo fedele da tutte le vili cose [21]. Simili concetti esprimeva nelle sue Canzoni, esclamando:

Io giuro per colui

Ch’Amor si chiama, ed è pien di salute,

Che senza oprar virtute

Nissun puote acquistar verace loda.

Canz. XV, St. V.

Da te (Amor) convien che ciascun ben si muova,

Per lo qual si travaglia il mondo tutto;

Senza te è distrutto

Quanto avemo in potenza di ben fare.

Canz. VIII St. I.

Il sistema immaginato da Platone sulla gradazione delle bellezze, per cui l’anima inalzandosi dalla contemplazione del bello materiale e visibile a quella del bello spirituale ed invisibile, trova la sua felicità nel distaccamento da’sensi, e nella calma delle passioni, era in moda nel secolo cavalleresco dell’Alighieri. Non già che i dotti di quell’età avessero in generale attinte quelle loro sublimi o piuttosto fantastiche idee dai libri del Greco Filosofo, perciocchè allora erano poco o punto conosciuuuti in Italia, ma aveanle ricavate da quelli di S. Agostino. Le Opere di questo Padre tutto Platonico formavano in gran parte la Fiolsofia di que’tempi, e quelle parloe disce amare in creatura Creatorem, et in factura Factorem furon bastanti per fondarvi sopra tutti i sistemi amoros-platonici de’nostri primi rimatori entusiasti. Gli omaggi del cuore e della mente venivano quindi da essi accompagnati con una specie di culto. Eglino non cessavano di ripetere che niente più amavano nelle loro donne, quanto le bellezze interiori dell’anima: che i loro spiriti d’un’origine celeste si cercavano e si vagheggiavano qui in terra senza alcuna mescolanza d’impurità e di materia: che se talvolta il loro entusiasmo sembrava tropp esaltarsi in vista della fisica bellezza, ciò non era, dicevan essi, che in virtù dell’estasi sublime che eccitavasi in loro all’aspetto delle prodigiose fatture dell’Onnipotenza e dei capi d’opera di perfezione che il cielo si compieceva di mostrare alla terra. Per ciò appunto, e’dicevano, la somma Sapienza formando col suo potere l’Universo, volle nelle sue creature farsi in parte visibile all’Uomo, e volle in esse splendere in cotal guisa, affinchè allettando gli occhi del corpo, invaghisse quelli dell’intelletto ad inalzarsi per insino a Lei [22]. Ond’è che ogni amore naturale o intellettuale, ovvero umano o divino, asserivano essere senza errore (conforme l’assomia, opus naturae, opus intelligentiae non errantis), e supponevano prender origine dalla prima mente, e ad essa dover ritornare [23]. Tale era il linguaggio del Platonicismo amoroso, assai familiare nel Parnaso Italiano fino dal tredicesimo Secolo, e che durò per insino al decimosesto [24].

Così Giovanni dell’Orto Aretino, che fiorì nel 1250, cantava:

Amor solo, però ch’è conoscente

D’alma gentile e pura,

Sovr’essa gira, e pur ad essa torna;

E poi ch’è giunto a lei immantinente,

D’un ben sovra natura

Perfettamente lei pasce ed adorna.

Così Loffo Bonaguida:

Che Iddio vi formò pensatamente

Oltre natura ed oltre uman pensato.

Così Guittone d’Arezzo:

Che non può cor pensare,

Nè lingua divisare

Che cosa in voi potesse esser più bella.

Ah Dio! com’sì novella

Puote a esto mondo dimorar figura,

Ched’è sovra natura?

Che ciò che l’uom di voi conosce e vede,

Somiglia per mia fede

Mirabil cosa a buon conoscitore [25].

Così il Cavalcanti nella Canz. VIII e II.

Amore che innamora altrui di pregio,

Da pura virtù sorge

Dell’animo, che noi a Dio pareggia.

. . . . . . . . . . . . .

Di questa donna non si può contare;

Che di tante bellezze adorna viene

Che mente di quaggiù non la sostiene.

Così Cino da Pistoja nella Canz. I.

Quando Amor gli occhi rilucenti e belli,

Ch’han d’alto fuoco la sembianza vera,

Volge ne’miei, sì dentro arder me fanno,

Che, per virtù d’Amor, vengo un di quelli

Spirti, che son nella celeste sfera.

. . . . . . . . . . . . .

Dal lampeggiar delle due chiare stelle . . . .

Prende il mio cuore un volontario esiglio

E vola al Ciel tra l’altre anime belle.

. . . . . . . . . . . . .

Donna, i vostri celesti e santi rai

Vedendo avvolto in tenebre il mio core

Immantinente il fer chiaro e sereno;

E dal carcer terreno

Sollevandol talor, nel dolce viso

Gustò molti de’ben del Paradiso.

ed altrove

Come poteva d’umana natura

Nascere al mondo figura sì bella

Com’voi, che pur maraviglia mi fate?

Credo che in ciel nascesse esta soprana

E venne in terra per nostra salute.

. . . . . . . . . . . . .

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare [26]

Io non dirò che questo fosse il vero modo di trattare l’amore, e che qu’primi italiani poeti rinvenissero un bello sconosciuto a Tibullo e a Properzio; ma dirò solo che tale si era il mistico e bizzarro gusto del tempo. Perciò l’Alighieri, non tanto dalla sua elevata fantasia, e dalla nobiltà del suo animo, quanto dall’esempio de’suoi contemporanei, fu spinto a sublimare l’affetto per la sua donna, e a far di essa un essere meraviglioso e più che terreno. Che se a ciò avesse voluto por mente il Biscioni, non avrebbe mosso tante dubbiezze intorno Beatrice, nè avrebbe prodotta quella sua speciosa opinione intorno l’amore del divino Poeta, affannandosi tanto nel torgli di dosso una taccia che egli ha comune con tutto il genere umano, e sforzandosi nel far creder che uno solo ed identico, cioè quello della Sapienza, sia stato l’amore, ch’egli ha sì vivamente descritto in tutte e quattro le sue opere italiane, la Vita Nuova, il Canzoniere, il Convito, e la Divina Commedia. Parecchi dati storici, parecchie deduzioni, e parecchi argomenti stanno per me a proavr questo: che Dante dopo avere ne’suoi più verdi anni amato Beatrice Portinari non per libidine, ma per gentilezza di cuore, si diede nella sua gioventù alla passione e allo studio della Filosofia morale ch’è la bellissima femmina del Convito, e da questo passò poi facilmente all’amore della celeste Sapienza o Scienza delle cose divine, simboleggiata nella gloriosa Beatrice della Commedia.

E se io di leggieri vorrò concedere, che gli ultimi due amori possano prendersi l’uno per l’altro e identificarsi, non vorrò nè porò concedere altrettanto del primo, accettando per buone e per vere le ragioni del Biscioni e de’suoi illusi seguaci, percicchè io tengo opinione che possa fino all’ultima evidenze mostrarsi come due, cioè il naturale e l’intellettuale, siano stati gli amori di Dante Alighieri: della qual cosa a far persuasi color che di tali ricerche prendon vaghezza, stimo conveniente il ragionare alcun poco.

Più volte dice Dante nella Vita Nuova, nel Canzoniere ed anco nella Commedia, che egli erasi innamorato di Beatrice fino dalla sua puerizia:— Nove fiate appresso il mio nascimento era tornato lo cielo della luce quasi ad un medesimo punto (cioè erano trascorsi quasi nove anni), quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente, la quale fu chiamata Beatrice (Vita Nuovapag. 3).— E Amore mi dicea queste parole . . . . . . voglio che tu dica certe parole per rima, nelle quali tu comprenda la forza ch’io tegno sopra te per lei (per Beatrice), e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia (Vita Nuova, pag. 17).— La mia persona parvola (pargoletta) sostenne Una passion nuova, E a tutte mie virtù fu posto un freno (Canz. X, st. V).— Nella vista mi percosse L’alta virtù che già m’avea trafitto Prima ch’io fuor di puerizia fosse (Purg[atorio]. XXX, 40.—Altrove poi egli dice (e lo abbiamo veduto più sopra da uno squarcio del Trattato II del Convito), che s’innamorò della Filosofia ovvero della Sapienza, qualche cnno appresso la morte della Portinari, avvenuta (narra egli stesso) il 9 Giugno del 1290; le quali cose valgogno a significare che Dante s’innamorò della Filosofia in età pressochè di sei lustri. Qui pertanto abbiamo due innamoramenti, l’uno da giovinetto, l’altro da adulto: dunque (e la deduzione è facile) l’Amore di Dante non è stato uno solo: dunque il secondo era tutt’altro che il primo.

Fastidium est in rebus manifestissimis probationes adducere, dice il nostro Alighieri nel terzo libro della Monarchia: nulladimeno prendendoci di buona voglia questo fastidio, proseguiremo ad ascoltare lo scrittore medesimo, e così la nostra certezza vedremo farsi sempre più maggiore.— Certo sono (egli esclama nel Tratt. II. cap, 9 del Convito) Certo sono ad altra vita migliore dopo questa passare, là dove quella gloriosa donna (la beata Beatrice, da lui poco innanzi nominata) vive, della quale fu l’anima mia innamorata quando contendea. Chi pretende che tutti gli amori di Dante siano allegorici, dice, come ho già notato, non esser giammai esistita l’innamorata dell’Alighieri, e per essa doversi intendere la Filosofia o la Sapienza. Ma se la donna di Dante, rappresentata sotto il nome di Beatrice, è sempre, e non altrimenti, la Filosofia, come mai nel tempo istesso che egli dichiara, e ad ogni momento protesta di esserne innamorato, qui dice che già lo fu? Non è egli da ciò evidente, che Dante è stato invaghito prima d’una femmina, e poscia d’un’altra, l’una corporea, cioè Beatrice figlia di Folco Portinari, la seconda simbolica ed intellettuale, cioè la Sapienza? Ed avvertasi che l’Alighieri dopo aver detto che di Beatrice fu l’anima sua innamorata, aggiunge, quando contendea, ad indicare che la sua anima ne fu innamorata per tutto quel tempo, nel quale la potenza sensitiva contese coll’intellettuale, fino a che questa ebbe su quella vittoria.

Si considerino ancora questi altri squarci del Trattato Il del Convito, trattato scritto da Dante appenachè compiti i Filosofici studj ebbe cambiato il primo naturale amore in un secondo spirituale; e si giudichi se in essi non abbia assai chiaramente parlato di due amori, l’uno susseguito all’altro, e il primo dal secondo affatto differente: A pieno intendimento di queste parole, Io vi dirò del cor la novitate, Come l’anima trista piange in lui ec., dico che questo non è altro che un frequente pensiero a questa nuova donna commendare e abbellire; e quest’anima non è altro che un altro pensiero (il naturale), accompagnato di consentimento, che repugnando a questo (lo spirituale) commenda e abbellisce la memoria di quella Beatrice (pag. 139) . . . . . . Poi quando dico, Or apparisce chi lo fa fuggire, narro la radice dell’altra diversità, dicendo siccome questo pensiero di sopra suole essere contrario; che naturalmente l’uno contrario fugge l’altro; e quello che fugge mostra per difetto di virtù fuggire . . . Susseguentemente mostro la potenzia di questo pensiero nuovo ec. (pag. 146.) Cominciai tanto a sentire della dolcezza della Filosofia, che il suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero: per ch’io sentendomi levare dal pensiero del primo amore alla virtù di questo, quasi maravigliandomi apersi la bocca nel parlare della proposta Canzone, mostrando la mia condizione sotto figura d’altre cose, perocchè della donna di cui io m’innamorava non era degna rima di volgare alcuno palesemente parlare (pag. 173). Questi squarci, parmi, com’ho detto, che parlino chiaro abbastanza; ma vogliamo noi da Dante una qualche dichiarazione ancor più sicura ed evidente delle altre addotte? Eccone due: Pensai che da molti sarei stato ripreso di levezza d’animo, udendo me essere dal primo amore mutato. Per lo che a torre cia questa riprensione, nullo migliore argomento era che dire qual era quella donna che m’aveva mutato (pag. 210). Dico ed affermo che la donna di cui m’innamorai APPRESSO LO PRIMO AMORE, fu la bellissima e onestissima figlia dell’Imperatore dell’Universo, alla quale Pittagora pose nome Filosofia (pag. 201). Dal periodo infatti che trovasi sul finire della Vita Nuova, e che dice: Apparve a me una mirabil visione, nella quale vidi cose che mi fecero proporre di non dir più degnamente trattare di lei ec. apparisce evidentemente che appena estinta Beatrice, cominciava l’Alighieri a cambiare il suo amore, e a dargli una nuova e più sublime direzione; poichè applicatosi con quanto studio poteva all’acquisto delle filosofiche discipline [27], mirava già a far l’apoteosi della gentile donzella, col celebrarne in un grandioso Poema le virtù, anzi col formar di lei la Sapienza medesima. Questo secondo amore che, non v’ha dubbio, dee dirsi totalmente spirituale, nuovo di forma e di sostanza, da Dante veramente creato e sentito, siccome dal Petrarca forse pure immaginato, fu quello che ogni influenza sulla mente innamorata operando, divenne in lui principio e seme d’ogni ben fare, stimolo a virtù, eccitamento a valore, e fonte di tanti concetti impossibili a formarsi da ogni altro umano discorso; amore infine, il quale levandolo da queste nebbie terrestri, il fe’poggiare sopra il cielo, e quivi contemplando l’ultimo nostro desio indiarsi. Ma tanto è vero che la Beatrice, della quale ei volle formare quell’altissimo simbolo, era stata pur troppo una donna, sì come le altre, mortale, che tale ella stessa si manifesta ripetutamente ancor nella Divina Commedia.

Nel Canto XXX e XXXI del Purgatorio, rimproverando a Dante i suoi mondani trascorsi, Beatrice va dicendo così:

Alcun tempo ’l sostenni col mio volto:

Mostrando gli occhi giovinetti a lui

Meco’l menava in dritta parte voltò.

Sì tosto come in su la soglia fui

Di mia seconda etade, e mutai vita,

Questi si tolse a me, e diessi altrui.

Quando di carne a spirto era salita

E bellezza e virtù cresciuta m’era

Fu’io a lui men cara e men gradita.

Avvisti qui il Lettore fra le altre quell’espressione non punto equivoca Quando di carne a spirto era salita; e poscia consideri queste altre che seguono:

O Dante, perchè me’vergogna porte

Del tuo errore, e perchè altra volta

Udendo le Sirene sie più forte,

Pon giù’l seme del piangere ed ascolta;

Sì udirai com’in cotraria parte

Muover doveati mia carne sepolta.

Mai non t’appresentò natura ed arte

Piacer, quanto le belle membra, in ch’io

Rinchiusa fui, e ch’or son terra sparte:

E se’l sommo piacer sì ti fallìo

Per la mia morte, qual cosa mortale

Dovea poi trarre te nel suo disìo?

Se Beatrice era dunque un essere di carne, che presso al secondo stadio della sua esistenza mutò vita, e divenne spirito; se la natura non avea mai fatto tanto di bello quanto eran belle le membra nelle quali quell’essere animato stava rinchiuso, e le quali divennero ben presto terra e cenere, non è egli veramente da dirsi e asseverantemente da ripetersi, che la Beatrice del giovine Dante fosse una donna vera, in carne e in ossa e colle sue giunture? Se nel Serventese dall’Alighieri composto, e che oggi sventuratamente è perduto, erano celebrate le sessanta più belle donne fiorentine, fra le quali stava pure Beatrice, come mai potrà egli asserirsi che sola quest’ultima non fosse una donna? E se Beatrice non fosse stata infatti una donna, come mai avrebbe potuto Dante esclamare

Dal primo giorno ch’io vidi il suo viso

In questa vita ec.?

Parad[iso]. XXX, 28.

Dice di lei Amor: cosa mortale

Com’esser puote sì adorna e pura?

Canz. I., st. 4.

Come mai avrebbe temuto cotanto, che ella morisse, raccontando,

Che sospirando dicea nel pensiero:

Ben converrà che la mia donna mora;

Canz. II, st. 3.

e che questo pensiero mettea in lui gravissimo shigottimento? Come mai in una grave malattia di Beatrice avrebbe indiretto una Canzone alla Morte, supplicandola a rattenere il colpo già mosso contro di lei? Come raccontare ch’ella aveva un fratello, da cui fu pregato a comporre alcun verso in morte di essa? Come confessare di aver cominciato a sentire un qualche affetto per un’altra gentil femmina un anno appresso la dipartita di quella prima [28]?

Queste obiezoni che io faccio ai seguaci del buon Canonico, non sono appena una metà di quelle che potrei loro fare, e che qui non riporto per non tediare di troppo il mio Lettore. Il quale se vorrà finir di convincersi che la Beatrice della Vita Nuova era una donna che mangiava e beveva e vestia panni, non avrà da far altro che per un poco considerare il seguente Sonetto, scritto da Dante nella sua adolescenza, e da lui indirizzato al suo primo amico Guido Cavalcanti:

Guido, vorrei, che tu, Lapo ed io

Fossimo presi per incantamento,

E messi in un vascel, ch’ad ogni vento

Per mare andasse a voler vostro e mio;

Sicchè fortuna od altro tempo rio

Non ci potesse dare impedimento,

Anzi vivendo sempre in un talento,

Di stare insieme crescesse’l desìo.

E Monna Vanna, a Monna Bice poi

Con quella ch’è in sul numero del trenta

Con noi ponesse il buono incantatore;

E quivi ragionar sempre d’amore,

E ciascuna di lor fosse contenta,

Siccome credo che sariamo noi.

La Bice quì nominata è, come ognuno conosce, la Beatrice di Dante; Vanna o Giovanna era l’amorosa di Guido Cavalcanti; quella ch’e in sul numero del trenta, cioè quella che nel Serventese in lode delle sessanta belle fiorentine cadeva in sul numero trenta (come la Beatrice, apprendiamo dallaVita Nuova, cadeva in sul numero nove), era la donna di Lapo Gianni, la quale, se non erro, chiamavasi Monna Lagia. Potrà egli mai il Lettore supporre, che fra queste femmine fiorentine la sola Beatrice fosse una Scienza od un Simbolo, e che Dante volesse condurla seco a diporto, come nel Sonetto si esprime? Se tale d’altronde fosse da dirsi colei, converrebbe dir tali, cioè simboli e scienze, anche le amanti di Guido e di Lapo, e così una grande stranezza condurrebbe ad un’altra maggiore, come di fatto ha condotto il Rossetti, il quale s’è dato affatto a credere, che le donne de’ nostri primi Poeti siano tutte fantastiche e ideali [29], e che il linguaggio da essi tenuto sia un gergo convenzionale e furbesco della setta ghibellina o imperiale.

Io non denego punto a questo moderno interpetre la lode di uomo dottissimo e assai studioso delle opere del divino Poeta e degli altri nostri antichi Scrittori: affermo anzi che molte cose pertineti alla storia siano da esso state ben vedute, e ben dichiarate nella Divina Commedia, e presentate al Lettore con un apparato imponente d’erudizione storica e filologica: nientedimeno quella effrenata intemperanza di novità, che lo ha portato a rinvenire un gergo settario in un linguaggio erotico-platonico, che al più potrà dirsi iperbolico, è ciò che non puossi consentire da chi non è timido amico del vero. Forte mi duole, che ad un llustre figlio d’Italia balestrato dalle fortune plitiche nelle nebbie del Settentrione, e tuttavia amantissimo

Di questa terra,

Che fuor di se lo serra,

Vuota d’amore, e nuda di pietade,

io sia costretto in questa disquisizion letteraria a dimostrarmi contrario: ma l’amore ch’io porto agli scritti ed alla fama di Dante, mi chiede imperiosamente, ch’io dimostri l’insussistenza del sistema Rossettiano: sistema che il forte e sublime linguaggio del Poeta divino riduce a quello meschinissimo de’logogrifi e degli acrostici, e che, come il nordico fantastico miticismo, minaccia d’operare nella filologia e nella esegesi storica e letteraria, una dannosissima e vergognosa rivoluzione. Della quale insussistenza se io qui non terrò lungo discorso, avvegnachè me lo riserbi a tempo e luogo più opportuno, darò per lo meno un cenno in ciò che possa aver relazione al presente Libro della Vita Nuova.

Avevano i Ghibellini (dice il Rossetti [30]) un gergo convenzionale, a tutti i più distinti lor personaggi comune, per mezzo del quale fingendo parlar d’una cosa, parlavano d’un’altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunacazione . . . . . Secondo codesto gergo il Ghibellinismo fu detto Vita, ed il Guelfismo Morte: perciò Dante chiamò Vita Nuova il nuovo corso di sua vita politica, e Nascimento appellò l’istante in cui v’entrò [31]. Altrove poi il Rossetti contradicendosi narra [32], che Dante ancor giovinetto cantò rime d’amore, e fece una specie di romanzo sparso di prosa e di poesia, che intitolò la Vita Nuova, cioè il suo innamoramento, che diè quasi un nuovo corso alla sua vita. Senza ch’io mi diffonda a far rilevare minutamente la contadizione, in cui questo Scrittore è caduto, dirò che il titolo Vita Nuova non altro suonando (siccome più sopra ho pienamente provato) che Vita giovanile, distrugge quel di lui supposto: che accenni un Nuova corso di vita politica, cioè di vita ghibellina. E on ha egli il Rossetti daltronde veduto, oppur non ha voluto vedere, come quello ch’ei chiama nuova vita politica, e che io dico innamoramento dell’età giovanile, ebbe luogo, per quanto lo stesso Autore in quest’istesso Libro racconta, nella sua età d’anni nove? Qual conseguenza, secondo quel peregrino supposto, verrebbe da ciò? Che Dante fino ad oltre gli otto anni fu guelfo, e in sul compire de’nove si fe’ ghibellino!!!

Donna o Madonna (segue a dire il Rossetti [33]) chiamavano i Ghibellini la Potestà Imperiale, ed a questa ciascuno applicava un nome proprio, che, secondo la mente sua, avesse un qualche senso allegorico. Questa donna, cioè Domina, era per conseguenza quella mente dominatrice, quella sapienza generale, per la quale la terra tutta regger si dovesse, concentrata in un sol uomo potentissimo, immagine di Dio regolator dell’Universo. Quindi conseguita che la Beatrice di Dante è un vocabolo ideale e fittizio, da essolui immaginato per servire all’allegoria, e uniformarsi al gergo della fazione imperiale [34]. Ma se tale si è questa femmina, e perchè il Rossetti ci dice [35]: che Dante fornito d’animo assai gentile fu sommamente inclinato all’amore, a cui dobbiamo i più grandi poeti; e che il suo primo affetto fu la fanciulla Beatrice Portinari, di cui s’invaghì prima ch’ancor di puerizia uscisse ; e che la morte glie la rapì, ed ei la pianse amaramente? E perchè ci dice altrove [36] parlando della Commedia: In questo viaggio misterioso Dante avea bisogno d’una guida; Virgilio era il suo autor prediletto, Beatrice fu l’adorata sua donna; e quindi chiamò l’uno e l’altra ad accompagnarlo?

Asserisce poi questo Scrittore, e di frequente ripete, che la paura del Papa e del Guelfo partito fu quella che ai Ghibellini fe’ rinvenire quel linguaggio convenzionale, furbesco e anfibologico, il quale non dovesse porsi in uso che dagl’iniziati ne’ loro misteri, nè potesse essere inteso da’ guelfi loro nemici. Scopo di questa filosofico-poetica setta era quello di stabilire l’unità dell’Italia, e in un col reggimento civile riformare la disciplina ecclesiastica per il bene della patria loro, e della umanità [37]. Grande per altro era la gelosia, con cui i segreti di questa setta venivano custoditi; ed a ragione; perciocchè trattavasi della vita [38]. Donna o Madonna chiamavan essi (com’ora ho notato) la Potestà Imperiale, Vita il Ghibellinismo, Morte il Guelfismo o Papismo, Salute l’Imperatore, Iddio l’Impero ec.; e spesso per significare le stesse cose usavano vocaboli equivalenti, e così a Vita sostituivano Cortesìa da Corte, perchè l’Imperatore n’era il capo; a Morte sostituivano Pietà da Pietas Religione, perchè regolatore n’era il Papa. Amore poi, parola che offriva loro due proprietà, poichè tronca ( Amor) invertesi e dice Roma, intera dividesi e dice Amo Re, significava l’affetto per l’Imperatore e l’Impero [39] (39). Ond’è che questo moderno Interpretre non può tenersi dall’esclamare: Quanta e qual era la paura di Dante, che occhio profano non giungesse a leggere nell’anima sua il vero senso del suo amore , cioè del suo ghibellinismo! Della Morte ei tremava in doppio senso e tutti di quella setta doveano avere lo stesso batticuore! Essi si vigilavano a vicenda con non interrotta sentinella, e misero chi si lasciasse fuggir dalle labbra un sol motto che potesse compromettere la pace di tutti gli altri! Non vi era per lui luogo di rifugio, e il solo suo silenzio eterno potea trarre gli altri d’affanno [40]!

Cotesti antichi poeti ghibellini erano dunque, secondo il Rossetti, paurosi cotanto della guelfa potenza, che a manifestarsi vicendevolmente i loro sentimenti non aveano altro espediente, che quello d’un gergo composto di segni convenzionali ed arcani. Essi tremavano al solo nome di Guelfo come i fanciulli al nome dell’Orco, e guardinghi e diffidenti si spiavano l’un l’altro, paventando ognora i ceppi, i pugnali e i veleni de’quali il Guelfismo servivasi contro i propri avversarii [41]. Dante altresì, che era timido e pauroso sì come gli altri [42], dovè appigliarsi al partito di nascondere sotto i segni convenzionali della sua setta, e sotto frasi e maniere fatte a mosaico, i suoi liberi sensi tendenti alla civile e religiosa rigenerazion dell’Italia; perciocchè in quei semibarbari tempi nei quali egli visse, tempi di oppressioni e di vendette, avrebbe ben presto pagato a prezzo di sangue il fio di cotanta arditezza. Questa ragione a chi non avesse vedute le opere dell’Alighieri, nè conoscesse la storia del di lui secolo, potrebbe sembrare sodisfaciente: ma qual è quegli, il quale, iniziato per alcun poco nella nostra Letteratura, non sappia che Dante fiero ed indomito per carattere, compiacendosi ne’patimenti siccome prove a dimostrar sua fortezza, e ne’propri difetti siccome inevitabili seguaci a virtù tutte lontane dalle battute vie, non avea ritegno ad urtare uomini ed opinioni? Alcune delle sue Canzoni, varie delle sue Epistole, molti passi del Convito, ed il Trattato della Monarchia non racchiudono forse alti, arditi e liberi sensi? Ma che dico? La Divina Commedia stessa, il capolavoro di Dante, è forse meno l’opera di una immensa dottrina, che di una bile generosa? In questo Poema particolarmente egli prende occasione di esalare tutta l’amarezza d’un cuore esulcerato. Il suo risentimento vi comparisce senza alcun velo. Tutto ciò che l’ignoranza e la barbarie, gli odj civili, l’ambizione, l’ostinata rivalità del trono e dell’altare, una politica falsa e sanguinaria ebbero mai d’odioso e di detestabile, tutto entra nel piano che il poeta si propose.

Il colorito e la tinta di questi differenti oggetti è sempre propozionato alla loro nerezza, ed il pennello di Dante non comparisce mai tanto sublime, quanto allorchè tratteggia fieramente quegli orrori. Quale scrittore pertanto, o fra gli antichi o fra i moderni, svelando le turpitudini di tanta gente del suo secolo, ha osato senza alcun velame d’allegoria, e senza ricorrere ad un arcano linguaggio, parlar più forte e più libero di Dante? Per fare che i buoni imparassero a sperare (dice uno Scrittore della vita de lui), e i tristi a temere, presentò loro un Libro, ogni pagina del quale ha impressa in fronte questa sentenza: Discite justitiam moniti et non temnere Divos. Nell’eseguire sì ardito disegno si determinò a parlar liberamente de’suoi contemporanei e massime de’potenti, cagione delle comuni calamità; e ne assegna per ragione quella stessa per cui la tragedia si versa sempre sulle vicissitudini di uomini illustri, dal che vien detta tragedia reale; vale a dire perchè gli esempi tratti da gente ignota sono meno istruttivi di quelli che si desumono da cognitissimi personaggi: onde non timido amico del vero, e rimossa da se ogni menzonga, fè come il vento che le più alte cime più alte cime più percuote. Molti de’suoi contemporanei e conoscenti, di soverchio timidi e circospetti, lo tacciavano d’imprudente, e lo consigliavano a raffrenarsi; ma ei gl’incolpava di pigri e di vili, e fe’dirsi dalla Filosofia, Purg. V, 13.

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

Sta’, come torre, fermo, che non crolla

Giammai la cima per soffiar di venti.

E in tutto il suo misterioso corso non dimenticò mai quel precetto di Polibio che gli dicea: Nè dal riprendere l’amico, nè dal lodare l’avversario ti resterai quando verità te lo imponga. Or sa egli il Lettore chi sia mai il biografo che così scrive di Dante?

È quell’istesso Rossetti [43] che poco innanzi ce lo ha dipinto timido e meticuloso sì come una femmina.

Se questo moderno Interpetre è spesso e gravemente caduto in contradizione con se medesimo, non ha meno dato nel falso, quando per tirar le sentenze al proprio sistema s’è posto a interpetrare questo e quel luogo, e a definire quel tale o quel tal altro vocabolo. Colla parola settaria salute, la quale oggi ha più spesso il significato di salvezza, venne, secondo il Rossetti [44], chiamato l’Imperatore ancora da Dante, e ne cita gli esempi seguenti: Voi, i quali oppressi piangete, sollevate l’animo, imperocchè presso è la vostra Salute (Lettera alla venuta di Arrigo).— E quando questa gentilissima Salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine ec. (Vita Nuova).— Quando la mia Donna appariva da parte alcuna, per la speranza dell’ammirabile Salute, nullo nimico mi rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di carità la quale mi facea perdonare a chiunque m’avesse offeso (Ivi). Sicchè appare manifestatamente, che nella sua Salute abitava la mia beatudine (Ivi).

Piacciavi di mandar vostra salute . . . .

Dunque vostra salute omai si muova.

Canz. XI.

Ma io rispondo dicendo, che questo vocabolo nel primo esempio ha indubbiamente il significato di salvezza; nel secondo è lezione errata, e dee leggersi gentilissima Donna, come leggono più testi; negli altri quattro dipoi ha quello di saluto, salutazione, come s’incontra di frequente negli antichi Scrittori, e come appare ancor dagli esempi seguenti: A’ perfidi e crudeli dell’Isola di Cicilia Martino Papa quarto quella salute, della quale degni sete. Gio. Villani 1. 66. 2.— Per questo quella salute, che per me desidero, ti mando. Bocc[accio]. Filoc. 3. 196.— Ch’appena gli potei render salute. Petr[arch]. cap. 2.

Nel Sonetto che incomincia Nelle man vostre, o dolce donna mia, e che il Rossetti sull’asserzione d’alcuni Editori suppone di Dante, si rinviene l’espressione La morte che non ho servita. Questa frase è, secondo lui, ghibellina e settaria, ed equivale a quest’altra: Il Guelfismo che non mi ha avuto a seguace o sivvero a cui non ho prestato servigio. Ma del verbo servire nel significato di meritare s’incontrano diecine e centinaja d’esempj nei nostri antichi Scrittori di prose, non che di versi; ed eccone alcuni: I nostri sudditi, che, contro a noi, hanno servita morte, domandan patti. Gio. Villani 1. 67. 4.— Perchè menate voi a imendere questo cavaliere? ed elli risposero: perocchè egli ha bene morte servita. Nov. ant. 60. 3.— Avendo dal Comune di Firenze le paghe ch’avea servite. Matt. Villani 11. 18.— Non ti voglion rendere il trionfo che tu hai servito nelle lontane battaglie. Tav. Dicer.— Poich’egli è adunque evidente, che quelle semplici e nude parole non altro suonano se non La morte che non ho meritata , il settario della frase non esiste che nella fantasia del sistematico Interpetre.

Crucciose invettive contro cotesta Morte, vale a dire contro il Guelfismo, s’incontrano, dice il Rossetti [45], in molti degli antichi Poeti: e delle varie di Dante c’invita a veder quella della Vita Nuova, di cui ecco il principio

Morte villana, di pietà nemica,

Di dolor madre antica, ec.

e l’altra del Canzoniere,

Morte poich’io non trovo a cui mi doglia.

Io non vo’ passare in rassegna i tanti e tanti esempj ch’ei cita de’nostri antichi Rimatori, ma fermerommi su questi di Dante; e a prima giunta dirò, che il Rossetti non riporta mai per intero un componimento, nè lo dispiega in tutte le sue parti, facendo osservare la continuità dell’allegoria e la regolarità dell’arcano e misterioso linguaggio; ma con fino artifizio ne riporta solo de’squarci, e bene spesso goffamente alterati, comelà dove [46] cambiò l’avverbio imperò nel vocabolo Impero,

Difendimi, o Signor, dallo gran vermo,

E sanami, Impero, ch’io non ho osso,

Che conturbato possa omai star fermo.

Dante, Sal. I.

Se la Canzone alla Morte (la quinte del Canzoniere), possa mai sotto la scorza delle parole racchiudere quegli arcani sensi, che il Rossetti pretende, e non sia piuttoso un componimento d’amore, nel quale Dante supplichi caldamente la Morte a rattenere il colpo già mosso contro Beatrice, potrassi scorgere agevolmente da chi voglia gettarvi su l;occhio, anco per sola una volta; nè io mi so persuadere come mai quell’Interpetre siasi ripromesso dal Lettore una sì grande e sì cieca credenza. Relativamente poi a’due versi della Ballata, dirò, che se Morte è Guelfismo, e Pietà è sinonimo di Morte, qual discorso sarebbe mai questo, Morte Villana di Pietà nemica , cioè Guelfismo villano, del Guelfismo nemico ? Inoltre, come mai questa setta, la quale non esisteva se non da pochi anni, avrebbe potuto esser chiamata Di dolor madre antica? Veda adunque il Lettore quali e quante bellezze racchiudano bisticci sì fatti!

Quando morì Beatrice, Dante scrisse a’ Principi della Terra [47]. E a qual proposito, esclama il Rossetti [48], scrivere a’Principi della Terra (ai Sovrani del Mondo), per la morte di Madonna Beatrice Portinari (cioè d’una privata donzella)? Si sappia, egli prosegue, che i Principi della Terra sono i Cardinali, perchè tale era lo specioso titolo conferito loro da Pio II; e chi sia Beatrice lo appureremo in appresso, ciò non essendo, com’egli s’esprime, di veruna utilità nella questione presente. Così l’Interpetre del Ghibellinismo francamente discorre, quasichè non si sappia che terra significava e significa non tanto il nostro pianeta, quanto città, paese. Aprasi il libro di Giovanni Villani, e il detto vocabolo vi si rinverrà con questo significato, sto per dire, a ogni pagina. Che vale adunque quella frase della Vita Nuova? Vale che Dante scrisse della morte di Beatrice a’principali cittadini della Città di Firenze. Ecco alcuni esempj della voce in quistione, usata perfino dal Tasso,

Goffredo alloggia nella terra (in Gerus.) e vuole

Rinnovar poi l’assalto al nuovo sole.

Gerus. lib. C. XXX. 50.

È una usanza in tutte le terre marine. Bocc[accio]. nov. 80. I. — A una sua possessione forse tre miglia alla terra vicina. Bocc[accio]. Nov. 94. 4.— Standosi domesticamente co’cittadini per la terra in pace e in sollazzo. Matt. Villani 9. 27.— Di continuo si facea solenne guardia per la terra di dì e di notte. Cron. d’Amar. 224.

Nulla poi io dovrei dire del modo strano e inusitato con cui il Rossetti fassi a provare l’esistenza degli arcani o settari vocaboli ascosi da Dante ne’ versi del suo Poema, perciocchè non della Commedia, ma sì della Vita Nuova io intendo qui far discorso; pure non posso a meno di porre sotto gli occhi del Lettore soli due tratti, il primo indicante il modo con cui il Poeta ha celato il nome di Arrigo, il secondo con cui ha nascosto il nome del Papa “Dante (dice il novello Interpetre [49] ) s’è valuto molte volte di tal mezzo (del mezzo che si usa negli acrostici e ne’logogrifi) per presentarci netto netto il nome dell’Imperatore Enrico od Arrigo . . . . . . L’ombra d’Argo, che Dante nomina nell’ultimo Canto del Paradiso, è l’ombra d’ARriGO. E quest’ombra appunto manderà una voce dal Cielo come di cuor che si rammarca, la quale dirà alla Chiesa corrotta O navicella mia, com’mal se’carca! E se volete saper per sicuro chi è che grida così, non avete a far altro che trascrivere quel verso co’ due seguenti, e guardare alle parole finali: eccoli:

O navicella mia, com’ mal se’ cARca

Poi parve a me che la terra s’apRIsse

Tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un DraGO.

Quel solenne dialogo fra Dante e Beatrice (Purg[atorio]. XXXI), nel quale Madonna accusa l’amante di essersi tolto a lei, e dato altrui; quella terzina

Confusione e paura insieme miste

Mi pinsero un tal sì fuor della bocca,

Al quale intender fur mestier le viste;

e il paragone che immediatamente vien dopo, . . . . c’invitano a ricercare chi è cotesta Beatrice. Or raccomandiamoci a s. Lucia, esaminiamo quella similitudine, e vedremo qual è mai quella parola mal compiuta per paura:

Come il balestro frange quando scocca

Da troppa tesa, la sua corda e l’arco,

E con men foga l’asta il segno tocca,

 

Sì scoppia’io sott’esso il grave cARco,

Fuori sgorgando lacrime e sospiRI,

E la voce allentò per lo suo varCO.

Dunque la voce allentò l’ultima sillaba GO, talchè pronunziata con men foga divenne CO. E si sappia che io non avrei mai pensato a farne ricerca, se non me lo avesse avvertito Dante medesimo in un certo luogo della Vita Nuova. Ben ci ha servito la vista, o Messere, a riconoscere colei che tu denominasti la gloriosa Donna della mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, i quali non sapeano che si chiamare . Basti per ora riguardo ad un tal nome: gli altri esempj gli ammucchierò a luogo più opportuno. Nè io gl’indicherò: Dante che mi ha svelato ove son questi, Dante ci additerà pure ove son gli altri. Povero Poeta! ti sei tanto affaticato a lavorare quella chiave ingegnosissima, sperando che si troverebbe finalmente un’anima possente che ne scoprisse l’uso, ma lo sperasti invano per cinque secoli. Essa è corsa per cento mani, e nessuno ha saputo che farsene! Ma la formasti di sì complicato magistero, che s’io qui cessassi, nessuno forse potrebbe seguire a volgerla per trarne le maraviglie che chiudesti! Mi si perdoni questa vanità [50]!

Siccome nostro Signore fu ravvisato in alcune figure simboliche, quali sono l’arca di confederazione, l’arco di pace ec., così Dante ci offrì in figura nell’ARCO SESTO delle Bolgie Infernali, ARriCO SESTO, dicendo tutto spezzato al fondo è l’arco sesto . E ad allontanare ogni dubbio sulla giustezza di questa interpretazione, mostrerò che quella frase giace tutto spezzato al fondo è uno de’soliti cenni, il quale ne avvisa che il resto del nome giace al fondo della prima sillaba, ma tutto spezzato. Vedetelo:

Tutto spezzato al fondo l’ARco sesto

E se l’andar avati puR vI piace,

Andatavene su per questa GrOtta [51].

Il Poeta descrivendo la bocca della voragine, da cui usciva orrendo fetore, disse ch’era formata da alcune pietre rotte, e tosto col suo solito giochetto di sillabe indicò che significassero figuratamente Pietre e Pietra:

In su l’estremità d’un’alta riPA,

Che facevan gran Pietre rotte in cerchio,

Venimmo sopra più crudele stiPA.

E temendo che il suo lavoro di tarsia, essendo fuori di similitudine, non fosse bene scorto, pose lì presso il nome del PAPA in faccia ad una Pietra [52]. Così nel Canto primo, dove si parla della Lupa, ne’due emistichj quinarj de’v. 48. e 49., è scritto:

Sì che PArea che l’aer ne temesse;

Ed una luPA che di tutte brame, ec.[53].

Or quale giudico, quale confutazione farò io d’interpretazioni sì fatte, per le quali fra le altre stupende cose apprendiamo che la Vita Nuova scritta da Dante nel 1291, parla non della morte di Beatrice, ma della morte d’Arrigo, avvenuta ventidue anni dopochè il libro era scritto? Non andrebb’egli perduto qualunque discorso io mi studiassi tenervi sopra, sia che parlassi a persona, che già di per se n’avesse veduta la ridicolezza, sia che volessi far ricredere chi dalla parte del Rossetti pertinacemente si stesse? Il Sole è lucido: chi lo vuol credere opaco, sel creda. E dappoichè il Rossetti implora dal Pubblico il perdono della sua vanità di chiamarsi il primo scuopritore di tali arcani sensi di Dante, io sono il primo di buon grado a concederglielo e ad esclamar secolui povero Poeta! pur con lui conchiudendo: quanti altri artifizj (del parlare enimmatico) vi sarann’eglino (secondo un simil sistema) negli scritti di que’Socj di setta, senza contar quelli che il Rossetti v’ha già discoverti! Nè solo mosaici di sillabe illusorie, ma pur anco anagrammi ed acrostici bizzarri esser vi deggiono [54]!

Lasciamo finalmente il fortunato Interpetre Napoletano scuopritore di nuovi mondi, e torniamo al Biscioni, del quale ora vo’porre in vista alcune maliziette, ed alcune false e vane interpetrazioni, onde sempre più s’apprenda in qual conto tener si debbano i trovati ingegnosi di chi per voglia di novità s’è allontanato dalle vie del semplice e del vero. Io ho detto più sopra, che la Vita Nuova fu scritta da Dante nel ventesimosesto o al più ventesimosettimo anno dell’età sua. Il Biscioni peraltro pretende provare che lo fosse nell’anno ventesimoquarto; nè ciò è senza molta malizia; poichè se fosse così, Dante avrebbe narrato la morte della sua amata innanzi che la Portinari morisse, e così vero sembrerebbe quello che il Biscioni opina, vale a dire che la Beatrice, di cui nella Vita Nuova si tien discorso, non sia le più volte nominata figlia di Folco. Asserisce il Boccaccio che Dante compose quella prima Operetta nel suo anno ventesimosesto, duranti ancora le lacrime per la morta Beatrice [55]; ed il Villani aveva già detto [56], che la compose nella sua giovanezza. A tutto questo s’aggiunga quanto Dante medesimo intorno a ciò manifesta [57], cioè che quando scrisse la Vita Nuova non avea fatto studj di scienze, e che ad essi solo si diede un anno e più dopo la morte della sua donna (la quale mancò ai vivi il 9 Giugno del 1290 secondo che abbiamo da lui medesimo, non che dal suo primo biografo il già citato Boccaccio), ed avremo un’altra sicura conferma dell’error del Biscioni: poichè se un anno o due aggiungeremo al 1290, avremo che l’Alighieri, nato nel Maggio 1265, scriveva il Libretto in questione nel ventesimosesto o ventesimosettimo anno dell’età sua. E questo per altre indagini non infeconde di resultati sarà opportuno ch’io mi dilunghi alquanto nel dimostrare.

Il concetto de Dante nel comporre le tre sue Opere (la Vita Nuova, Il Convito e la Divina Commedia), ridicolosamente opina il Biscioni [58], essere stato quello di far sì che fossero corrispondenti alle tre principali etadi dell’uomo, che cioè la Vita Nuova corrispondesse all’Adolescenza, il Convito alla Gioventù, la Commedia alla Vecchiezza, e come tali dovessero dimostrare le qualità proprie di quelle. Tutto questo, secondo il Biscioni, desumesi da ciò che Dante dice nel Tratt. I. Cap. I. del Convito con queste parole: Quella (la Vita Nuova) fervida e passionata, questa (il Convito) temperata e virile essere si conviene. Chè altro si conviene e dire e operare ad un’etade che ad altra, perchè corti costumi sono idonei e laudabili ad un’etade, che sono sconci e biasimevoli ad altra, siccome di sotto nel quarto Trattato sarà propria ragione mostrata. Ed io in quella dinanzi (nella Vita Nuova), all’entrata di mia gioventute parlai, e in questa dipoi (nel Convito) quella già trapassata. E di fatti in quel quarto Trattato al Cap. XXIV si veggiono indicati i termini di quelle età, nelle quali Dante divide la vita umana; l’Adolescenza che dura per insino al venticinquesimo anno; la Gioventù dal venticinquesimo al quarantesimoquinto; la Vecchiezza dal quarantesimoquinto fino al settantesimo; e la Senettù da questo per infino alla morte. Sicchè, dice il Biscioni (e qui, per confutarlo convienmi riportare le sue stesse parole) “si può con tutta ragione conchiudere che la Vita Nuova sia stata ad arte dall’Autore composta sotto sembianza di giovanili concetti, ma che però in sustanza essa sia di virili pensieri tutta quanta ripiena. Da questa costituzione di tempi, che non a caso è stata stabilita da Dante, si viene a scuoprire un anacronismo del Boccaccio. Egli vuole che il nostro Autore componesse la Vita Nuova nel suo anno ventesimosesto; e Dante medesimo afferma che ciò fu dinanzi all’entrata di sua gioventute , cioè avanti il venticinquesimo, che al più sarà stato l’anno ventiquattresimo. Oltre a ciò, il Boccaccio afferma che la Bice Portinari aveva quasi meno un anno di Dante, e che ella morì di ventiquattro anni; e Dante stesso nella Vita Nuova racconta la morte della sua Beatrice ed anco l’anniversario, o com’egli dice l’annovale di lei, con molte altre cose dopo quel tempo seguite. Ora se nel suo anno ventiquattresimo il Poeta trattò di cose occorse più d’un anno dopo la morte di Beatrice; ed ella avente quasi meno un anno di lui, morì d’anni ventiquattro, indubitato sarà o ch’ella, quando Dante narrò la sua morte, non era ancor morta, o che morisse d’anni ventidue, o che d’altra donna intendesse l’Autor di parlare, il che sarà più probabile. Non si ved’egli chiaro, che il Boccaccio a bello studio fece comporre a Dante la Vita Nuova due anni dopo il suo vero tempo, per accordare la sua asserzione col termine della vita della vera Beatrice Portinari” [59]?

Fino a questo punto, combattendo le opinioni del Biscioni, uomo d’altronde dotto, e in più maniere di studj versato, io ho tenuto inverso di lui un contegno ed un linguaggio tale, quale conviensi all’urbanità delle Lettere: ma in questo suo paragrafo, ed in altri ancora che porrò sott’occhio dappoi, egli ha ammucchiato tanti spropositi, tante contradizioni e tante falsità maliziose, che, perdonerammi il Lettore, se io andrò lasciando un po’il freno al mio sdegno. Se Dante non ci avesse egli stesso indicato l’anno, il mese, ed il giorno in cui dal secolo partì Beatrice, se nel suo Libro dellaVita Nuova non ci avesse narrato ciò che in fatto d’amore gli avvenne ne’diciotto mesi che seguitarono a quella lacrimata dipartita; l’asserzion del Biscioni potrebbe al più tenersi sì come una congettura: ma dappoichè non ignoriamo che quella vezzosa femmina morì nel 1290 quando Dante contava 25 anni d’età; dappoichè Dante medesimo dice di avere scritto la Vita Nuova un anno e più posteriormente a quell’epoca, e dappoichè tutto ciò era pur troppo noto al Biscioni, come mai questi si lascia a dire, che l’Alighieri scriveva il controverso Libretto al più nell’anno ventiquattresimo? Come mai egli ha l’impudenza di far comparire il Boccaccio un biografo sì malizioso che falsando le date abbia voluto a bello studio accomodare i fatti alle sue non vere asserzioni? Tutto il furbesco artifizio del Biscioni intorno la presente ricerca consiste in questo, di non far trapelare al Lettore la vera epoca della morte della Portinari narrata da Dante colle seguenti parole: Io dico che secondo l’usanza d’Italia l’anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l’usanza di Siria si partì nel nono mese dell’anno, perchè il primo mese è ivi Tirsi, il quale a noi è Ottobre (e se il primo è Ottobre, il nono sarà Giugno), e secondo l’usanza nostra ella si partì in quello anno della nostra dizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero (il dieci) nove volte era compiuto in quel centinajo, nel quale in questo mondo ella fu posto; ed ella fu de’Cristiani del terzodecimo centinajo [60]. Dunque la prima ora del nono giorno del Giugno 1290 fu l’estrema per colei che destò nel petto di Dante i primi palpiti dell’amore. Nella Commedia altresì (Purg[atorio]. XXXII, 1) dicendo il Poeta che fisamente guardava Beatrice, adopra le frasi seguenti

Tanto eran gli occhi miei fisi ed attenti

A disbramarsi la decenne sete

Che gli altri sensi m’eran tutti spenti.

Or chi non vede che quella voce decenne accenna il lasso de’dieci anni dalla morte di Beatrice decorsi fin a quel punto nel quale Dante finge di rivederla su nella vetta del Purgatorio, che fu nell’Aprile del 1300? Oltre di questo, se nel Convito manifesta l’Autore (siccome ho già detto) d’aver composta l’Operetta sua prima, quando per anco non erasi dato agli studj scientifici; se manifesta che ad essi applicossi alcun tempo appresso la morte della Portinari, e se nell’ultimo paragrafo della Vita Nuova racconta che lì faceva fine a quell’opera, poichè, essendosi determinato a parlar di Beatrice in un modo più degno, erasi dato a studiare quanto poteva, non avremo noi netto e sicuro il fine del 1291, o il principio del 1292, quando l’Alighieri stava su’ventisette anni? Or bene, interrogherammi il Lettore, tuttociò essendo evidente e verissimo, come sta che in quello squarcio del Convito, da cotesto Interpetre addotto, dice l’Alighieri d’avere scritto la Vita Nuova, dinanzi (o innanzi) l’entrata di sua gioventù, che è quanto dire, innanzi l’anno venticinquesimo ? Oh qui sì, risponderò io, che tutti gli addebiti dal Biscioni dati al Boccaccio potranno giustamente rivolgersi ad esso il Critico? Oh qui sì, che ad esso il Critico, e non già al Criticato, si vedranno appartenere gli anacronismi, i falsamenti e le stravolte interpetrazioni! Dante nel passo da cui il Biscioni ha tolto coteste parole, dopo aver nominate per ordine le sue due Opere in prosa italiana, dapprima cioè la Vita Nuova, e poscia il Convito, prosegue dicendo: ed io in quella dinanzi, all’entrata di mia gioventute parlai, e in questa dipoi, quella già trapassata . Fa egli forse d’uopo della dottrina di Prisciano per rilevare che gli avverbi dinanzi e dipoi appartengono non già alle parole che loro susseguitano, ma sibbene a quelle che loro precedono? Fa egli forse di mestieri dell’acutezza d’Eustazio per interpetrare che suonino quelle frasi, e per intendere come per esse dice Dante avere scritta la Vita Nuova in sull’entrare della sua gioventù, e d’aver dettato il Convito nella etade, che alla gioventù viene appresso, cioè nella virilità?

Vero è che va errato il Boccaccio nel riferire che Dante nella età provetta vergognassesi molto d’avere scritto l’amatorio libro della Vita Nuova, dappoichè veggiamo che l’Autore stesso ne fa grata ricordanza in altra sua Opera [61]; ma il volere come pretende il Biscioni, che ella sia siccome il Convito di virili (cioè filosofici) pensieri tutta quanta ripiena, è errore forse più gratuito e più strano di quello del Certaldese. E le parole di Dante nell’Introduzione al Convito — quella (la Vita Nuova) fervida e passionata, questa (il Convito) temperata e virile essere si conviene — a chiare note lo dicono; essendochè per la distinzione assoluta e decisa, che in esse racchiudesi, viene a manifestarci l’Autore di aver da giovane scritta la Vita Nuova con modo e intorno argomento tutt’affatto differente da quello dell’Opera, ch’egli aveva allora fra mano; sì perchè (egli dice) altro si conviene e dire e operare ad un’etade che ad altra; sì perchè (egli prosegue) certi costumi (ed il Lettore avvisti bene questo vocabolo) sono idonei e laudabili ad un’etade, che sono ad altra sconci e biasimevoli. E qui notar debbo come il Biscioni sostenendo l’identità dell’argomento di queste due Opere, e riportando [62] il paragrafo di Dante che incomincia, Se nella presente Opera, la quale è nominata Convito ec., maliziosamente tralascia le parole da me ora addotte, che dello stesso paragrafo fanno parte, e che chiaramente palesano l’assurdità della sua asserzione.

Che dirò poi di quel bizzarro trovato, che Dante colle sue opere intendesse rappresentare le tre principali etadi dell’uomo? Dirò, che le opinioni, qualunque elle siano, hanno tanto più d’uopo di dimostrazioni e di prove, quanto meno si appoggiano sulle verità già comprovate ed antiche: e rinviando il Lettore a ciò che dissi nel § VII. della mia Dissertazion sul Convito, ove contro un seguace dell’opinion Biscioniana tenni non lungo discorso, dirò altresì, che l’unico argomento dal Biscioni portato in campo a sostegno della propria opinione, nulla vale e nulla conchiude, poichè a tutt’altro che alle Opere Dantesche egli appare d’aver relazione. E se di questo visionario Interpetre volessi un momento prendermi giuoco, non potrei io concedergli tutto, secolui asserendo che la Vita Nuova, il Convito, e la Divina Commedia rappresentino l’Adolescenza, la Virilità e la Senettù con le qualità proprie di quelle, e secondo questo principio conchiudere e dirgli: come dunque la Vita Nuova, che rappresentar dee l’Adolescenza e le proprie sue qualità, vorrà esprimere, siccome voi dite, virili e filosofici concetti, e non piuttosto parlare d’amore ch’è la passione propria di quell’età?

Curioso poi ne torna il vedere, com’egli in appoggio delle proprie opinioni citi bene spesso de’passi, che fann’anzi contro di esse. Dopo avere dapprima insinuato, che le donne di Dante sono in sostanza una sola ed identica, cioè la Sapienza, viene a dirci dappoi, che desse son due, la Filosofia morale cioè, e la Scienza delle cose divine [63]: la riprova e dimostrazione di ciò deducesi, secondo lui, dal noto dialogo fra Dante e Beatrice là nel XXX del Purgatorio, del quale ho fatto io pure qualche parola più sopra, e del quale ei riporta parecchi ternarii. E i ternarii da lui riportati racchiudendo le note frase Quando di carne a spirto era salita ec. ec., le quali danno chiaro a vedere che la Beatrice che quivi ragiona è colei delle cui corporali bellezze fu innamorato il Poeta, e contenendo un aspro e severo rimprovero per l’amore quasi del tutto da esso obliato, mostrano il difetto de’suoi sillogismi, e distruggono i suoi deboli e vacillanti argomenti. Come infatti la Sapienza Divina potrebbe a Dante rimproverare d’aver dato opera alla morale Filosofia o scienza umana se più chiamare si voglia, che pur da essa divina trae origine, e immediatamente procede? Non mi valse il richiamarti al diritto sentiero colle ispirazioni e co’sogni , ella rimprovera a Dante: tanto ti abbandonasti al tuo accecamento, che per ritrartene mi fu d’uopo mostrarti i castighi delle genti perdute . Nè qui solo s’arresta; ma: dimmi, dimmi, ella prosegue (Canto XXXI), se questo, di che io ti rimprovero, sia vero: tanta accusa conviene esser congiunta alla tua confessione, ec. ec. E Dante confuso e pauroso, a voce bassa risponde di sì: quindi dopo la tratta d’un amaro sospiro esclama piangendo: Le cose caduche di questa terra col falso loro piacere trassero a se li miei passi, appenachè il vostro bel viso si nascose per morte . Tutto questo, e il molto più che nel dialogo si discorre, e il dirvisi che l’Alighieri dandosi in preda ad altri amori avea seguito fallaci immagini di bene, che non rendono intera alcuna promessa; e l’esortazione al Poeta a mostrarsi un’altra volta più forte nell’udir le Sirene ingannevoli, nè a porsi altrimenti d’attorno a giovinette o ad altre vanitadi, le quali han sì brev’uso, può egli veramente dirsi il linguaggio della Scienza Divina, che a Dante rimprovera l’essersi tolto da lei coll’aversi dato alle umane discipline, quasichè fosse delitto l’applicarvisi, e l’uno studio non sia piuttosto scala a quell’altro? Veda dunque il Lettore a che adduce una critica superficiale e imperfetta.

Manifesta l’Alighieri nel Convito [64] che, a togliere ogni falsa opinione, per la quale fosse sospettato, il suo amore essere per sensibile dilettazione, aveasi posto a dichiarare i vocaboli, le frasi e i concetti nelle sue filosofiche Canzoni contenuti. E il Biscioni, avvistato quel passo, e legatolo coll’altro della Vita Nuova [65], nel quale l’Autor medesimo confessa, che pesavigli duramente il parlare che alcuni del suo amore facevano oltre i termini della cortesia, dice al solito che queste due Opere hanno insiem tra di loro una stretta corrispondenza, ed al solito esclama: Chi non vede che Dante vuole, che Beatrice non fosse creduta donna vera, com’egli prevedeva dover seguire? Io però ne’passi indicati non so punto vedere quella corrispondenza e quel legame che il Biscioni vi scorge. E se il primo parla dicendo che l’Amore, nel Convito descritto, non era di sensuale dilettazione (e in ciò non v’è principio di dubbio), l’altro della Vita Nuova parla non meno chiaro, esponendo come Dante a celare l’amor suo per Beatrice, forse allora maritata a Simone de’Bardi, mostravasi tanto preso d’un’altra femmina, che molta gente ne ragionava oltra i termini della cortesia: lo che dando all’Alighieri, come quegli ch’amava per gentilezza di cuore, voce e fama d’amatore vizioso, pesavagli duramente. Anzi io dico all’opposto, che se la femmina del Convito è la Filosofia [66], se l’amore per essa è lo studio [67], se il senso è il core[68], se il riso, gli occhi ec. sono le sue persuasioni e dimostrazioni [69] ec., e se tutto questo ripetutamente l’Alighieri fa noto e dispiega al Lettore; e perchè non fec’egli altrettanto nellaVita Nuova, candidamente dicendo e dichiarando che gli amori in questo libro descritti non doveano intendersi alla lettera, ma che si stavano a rappresentare de’simboli?

Un anno appresso la morte di Beatrice, Dante incominciò a innamorarsi d’un’altra gentile donzella, giovane, bella, e savia, principalmente per questo che gli si mostrava pietosa nella sua tribolazione [70]. Ond’è che due contrarj pensieri faceano battaglia nell’animo suo; l’uno del primo amore per Beatrce già morta, l’altro d’un nuovo affetto per codesta gentile. Ed il Monti opinò che sotto la figura d’una tal nuova femmina, Dante rappresentasse la filosofia, pel grande amor della quale andava dimenticando l’amore di Beatrice, emblema della Teologia. Veramente quello che ho già detto più volte, che, cioè, soltanto nel dar cominciamneto al Convito, Dante dichiarò d’aver fatto succedere al primo naturale affetto l’amore per la Sapienza, fa rilevare l’erroneità dell’opinione del Monti; e chiunque d’altronde legga il racconto del nostro giovine innamorato, e vegga in qual modo confessi d’esere stato tentato di una nuova passione per quella compassionevol donzella, non può a meno di ritenere, ch’ivi parli del tutto fuori d’allegoria. Egli vi dice primieramente, che vedea colei farsi da una finestra, e guardarlo in atto pietoso; e secondariamente chiama vilissimo il pensiero che di lei parlavagli, e dicelo anche avversario della ragione, desiderio malvagio e vana tentazione, come quello che movea da un amor sensuale. Or, come questo sarà egli da ritenersi per un linguaggio allegorico da potersi convenientemente applicare alla morale Filosofia?

Il Marchese Trivulzio nella Prefazione alla stampa della Vita Nuova da lui procurata in Milano (Prefazione che nella massima parte qui in nota [71] riporto), facendo osservare che Dante istesso dichiara nel Convito, come le Scritture si possono intendere e debbonsi esporre massimamente per quattro sensi , i quali sono da lui individuati nel letterale che dicesi anche istorico, nell’allegorico, nel morale e nell’anagogico, conchiude doversi tenere per definito, che nella Vita Nuova Dante tocchi letteralmente de’suoi amori colla Beatrice Portinari, e allegoricamente de’suoi amori colla Sapienza. Questa ingegnosa interpretazione se non è interamente vera, molto di verità ritiene, inquantochè pone per primo, trattarvisi storicamente degli amori per la figlia di Folco, e d’altronde le astrazioni platoniche, i modi mistici, ed iperbolici sparsivi dall’Autore, possono agevolmente far credere starvi sotto nascosa una qualche allegoria, od almeno un qualche metaforico senso, da non potersi a prima giunta avvistare. Se non che io ripeterò quello che ho detto di sopra, domandando il perchè non l’abbia l’Autore avvertito, mentre avvertillo più volte nella sua Opera filosofica e nella sua Visione poetica: ond’è che non avendo egli di questo doppio senso dato al Lettore contezza, io ritengo che la Vita Nuova parli sì con le più ardite figure rettoriche, e con que’colori poetici ch’erano allora d’uso fra’rimatori, ma si aggiri sempre sull’amore di Dante per la Portinari, e on per la Filosofia, o la Scienza delle cose divine, alla quale il suo Autore non avea per anco incominciato a dar opera. Quando Dante ha voluto nelle sue scritture racchiuder più sensi, parmi l’abbia fatto in modo da offrirlo facilmente all’immaginazion del Lettore. La Selva, il Colle e le Belve ch’aprono la scena del suo Poema, chi non vede esser simboli? Chi non vede esser allegorico l’amor del Convito, avvegnachè l’Autore non l’avesse manifestato? Chi non scorgerà che il seguente Sonetto faccia parole di due amori, il primo naturale, il secondo intellettuale?

Due donne in cima della mente mia

Venute sono a ragionar d’amore;

L’una ha in se cortesia e valore,

Prudenza ed onestate in compagnia.

L’altra ha bellezza e vaga leggiadra,

E adorna gentilezza le fa onore,

Ed io, mercè del dolce mio signore,

Stommene a piè della lor signoria.

Parlan bellezza e virtù all’intelletto,

E fan question, com’un cuor puote stare

Infra due donne con amor perfetto.

Risponde il fonte del gentil parlare,

Che amar si può bellezza per diletto,

E amar puossi virtù per alto oprare.

La leggiadria delle forme è l’oggetto dell’amor sensuale; la bellezza della virtù è l’oggetto di quello intellettuale. L’amar bellezza per diletto è il fine dell’uno; l’amar virtù per alte opere è il fine dell’altro. Quegli poi che il Poeta chiama fonte del gentil parlare, si è Amore, nella guisa ch’altrove chiamollo il fonte del gentile operare. E due, non v’ha dubbio, sono stati gli amori di Dante, il primo vero e naturale, il secondo allegorico e spirituale. Il primo noi lo troviamo definito in un verso delle sue Liriche,

Amore e cor gentil sono una cosa;

e in suo verso egualmente, noi troviamo la definizione del secondo,

Amor che muove sua virtù dal cielo:

ma la Vita Nuova (e per gli argomenti e le prove, che sono andato finora adducendo credo averlo bastantemente provato) si aggira tutta quanta sul primo, descritto forse in un modo mistico ed iperbolico, ma non già sul secondo, il quale non avea per allora presa assoluta signoria sulla mente del giovine Dante. Se questi infatti si determinò a non parlar più di Beatrice, insintantochè non potesse in altro modo più degno trattare di lei, e se per venire a ciò si mise a studiare di tutta forza; se egli si proponeva dire un giorno di lei quello che mai era stato detto d’alcuna, e se dopo più lustri, e dopo studj continuati e profondi, attenne la sua promessa formando della sua amata il personaggio principale del suo Poema, anzi il più alto simbolo dell’umano intelletto, qual’è la Scienza delle cose divine, come potrà egli dirsi che la Commedia sia una continuazione della Vita Nuova, anzi un secondo lavoro congiunto con quel primo, e connesso sì per i modi, sì per l’allegorie, e sì per lo scopo? La Vita Nuova, io ripeto, è un’ingenua storia de’giovenili amori di Dante per la vezzosa figlia di Folco, nè ha connessione alcuna col Convito, come sostiene il Biscioni, o sivvero colla Commedia, come pretende il Rossetti.

Restami ora a parlare del modo da me tenuto nel pubblicare la presente edizione di questo Libro di Dante. Nella stampa del Sermartelli ed in parecchi MSS. furono (come avverte pure il Biscioni) tolte via tutte le Dichiarazioni e Divisioni de’poetici componimenti, le quali l’Autore stesso a guisa di chiose o sommarii avea poste per entro a questa sua operetta. Nelle stampe moderne peraltro tali Dichiarazioni furono restituite a’lor luoghi; ed io parimente ciò facendo, ho creduto bene di stamparle in un carattere corsivo, affinchè a prima vista distintamente conoscansi od anche si saltino da chi in leggendo non ami le interruzioni, e voglia piuttosto tener dietro alle diverse narrative, che intorno i suoi amori fa in questo libro l’Autore. Nè ho creduto opportuno di collocarle a modo di note, come hanno praticato gli Editori Pesaresi, perchè nei Codici esse seguono immediatamente i componimenti ai quali appartengono, e sono quindi inframezzate col testo nella guisa che pur lo sono nel Convito, ove le Divisioni o Somarii delle Canzoni stanno per entro il corpo dell’opera, come può vedersi nel secondo Capitolo di ciaschedun Trattato.

Rapporto alla lezione io ho tenuto a riscontro le quattro principali edizioni che di esso libro abbiamo (Sermatelli 1576, Biscioni 1723, Poliani 1827, e Nobili 1829), e ne ho trascelta quella che m’è apparsa la migliore od almen la più vera. Oltredichè ho pur riscontrato un Codice della Libreria del Sig. Cav. Balì Niccolò Martelli, dalla cui gentilezza, pel mezzo del Sig. Canonico Basi, ho potuto ottenere di consultarlo a mio agio [72]: e dirò che la lezione di questo prezioso Codice, e la stampa procurataci dal Trivulzio (Poliani 1827) sono più specialmente state il fondamento di questa mia edizione. Nella quale io avrei volentieri riportate in postilla tutte le varianti che le stampe ed i Codici ne presentano, e che da me sono state fedelmente notate, se lo avesse comportato il formato di essa. Il quale per esser di troppo piccolo ed a ciò disadatto, mi fa procrastinare un tale divisamento fino ad altro tempo, a quello cioè, nel quale io pubblicherò una seconda magnifica edizione di queste Opere minori di Dante.

Finalmente io mi sono studiato pel primo di fare a questo Libretto, nella guisa che praticai nel Canzoniere, delle illustrazioni e note filologiche, istoriche e critiche, affinchè più agevole ad ogni condizion di Lettori ne riuscisse l’intelligenza, ed affinchè non si vedesse con nostro rammarico uno de’più antichi ed eleganti scritti che vanti l’italiano idioma, andarne nel pubblico privo d’ogni qualunque Commento.

 

Note

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[1] Pag. 498.

[2] Prefaz. alle Prose di Dante, pag. XXVI e XXXVII.

[3] Gli Alighieri abitavano non più di cinquanta passi lontano da’ Portinari, poichè questi avevano le loro case dov’è ora il Palazzo Ricciardi, già de’Duchi Salviati in via del Corso presso il Canto de’Pazzi, e quelli abitavano sulla Piazza di s. Martino, e precisamente in sull’angolo della via che porta a s. Margherita, e le loro case (chè più d’una ne possedevano) rispondevano in sulla Piazza de’Donati, altrimenti detta della Rena.

Beatrice nacque nell’Aprile del 1266, e dal Testamento di Folco rogato nel 15 Gennajo 1287, e pubblicato dal Richa (Vol. VIII, p. 229) s’apprende che innanzi cotesta epoca ella era stata maritata a Simone de’Bardi. Ecco la particola del Testamento: “Item Dominae Bici filiae suae et uxori Domini Simonis de Bardis reliquit libr. 50 ad floren.”. Qui potrebbe da alcuno farsi una domanda, ed è questa: come mai Dante, ch’era tanto innamorato di Beatrice non cercasse di ottenerla in isposa? Si vuol rispondere a ciò: che forse Dante non avrià omesso di tentarlo, ma che la discrepanza delle loro fortune, giacchè Folco era doviziossimo, (come quegli che con una parte delle sue ricchezze potè fondar lo Spedale di s. Maria Nuova) ne sarà stato probabilmente l’ostacolo.

[4] Dello Spirito Antipapale.

[5] “È cosa sicurissima che la donna di questo esercito d’amatori era una sola.”Rossetti, Comm. di Dante, vol. II. pag. 427, ed altrove).

[6] Pag. 170, e segg.

[7] Che la Vita Nuova fu scritta da Dante un anno o due al più appresso la morte di Beatrice, si deduce dall’ultimo pargrafo del libro stesso, dal cap. I. del Tratt. I. del Convito, e dallo squarcio superiormente riportato. Anche il Boccaccio narra che Dante la compose nel suo anno ventesimo sesto; e nel suo ventesimoquarto la vuole composta il Biscioni. Che il Boccaccio abbia intorno a ciò narrato il vero, e che laVita Nuova sia stata scritta da Dante nel 1291, o nel 1292, lo proverò pienamente alquanto più sotto.

[8] Pag. 175.

[9] Pag. 197.

[10] Pag. 197.

[11] Pag. 282.

[12] Pag. IX.

[13] Pag. XII.

[14] “Quando alli miei occhi apparve prima la gloriosa donna della mia mente”. (Vita Nuovapag. 3.)

[15]      Lo cielo che non have altro difetto

Che d’aver lei, al suo Signor la chiede.

. . . . . . . . . . . .

Madonna è desiata in l’alto cielo.”Canz. I.

[16] “Quella gentilissima, la quale fu distruggitrice di tutti i vizj, e reina delle virtù ec.” (Vita Nuovapag. 15).

[17] “Questa donna fu accompagnata dal numer nove a dare ad intendere ch’ell’era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade”.(Vita Nuovapag. 55).

[18] Biscionipag. XIII, e XXXI.

[19] Pag. XII.

[20] Pag. 15.

[21] Pag. 19.

[22]            Ciò che non muore, e ciò che può morire,

Non è se non splendor di quella idea

Che partorisce amando il nostro Sire.

Dant[e], Par[adiso] XIII, v. 52.

Io veggio ben sì come già risplende

Nell’intelletto tuo l’eterna luce,

Che vista sola sempre amore accende;

E s’altra cosa vostro amor seduce,

Non è se non di quella alcun vestigio

Mal conosciuto che quivi traluce.

Parad[iso]. V, 7.

[23]            Amor che muovi tua virtù dal Cielo

Come’l Sol lo splendore.

Dant[e]. Canz. VIII, 1.

 

La beltate ch’Amore in voi consente

A virtù solamente

Formata fe dal suo decreto antico.

Canz. XVI, St. 1.

[24] Il Salvini illustrando que’versi del Petrarca Aprasi la prigione ov’io son chiuso, E che’l cammino a tal vita mi serra, dice: “Questi sono i misteri della Platonica filosofia, e non che uno s’abbia a fissare in amando tutto il tempo di sua vita una creatura, senza mai cercare di levarsi a migliore, più sublime, più conveniente e più bello senza comparazione e più amabile oggetto. Scala non è dunque questa del tutto immaginaria, ma presa pel suo verso, e non abusata viene ad essere assai più vicina a buoni e non adulterati nè falsi mistici e alla dottrina de’nostri contemplativi, che sino dalle cose irrazionali prendono di continuo motivi ed occasione beata di portarsi in Dio, e dalla moltitudine delle cose di quaggiù ridursi all’Uno di lassù anagogicamente”.

[25] Anche nella sua lettera V diretta a una donna, Guittone adopra consimili espressioni: “Gentil mia donna, l’onnipotente Dio mise in voi sì maravigliosamente compimento di tutto bene, che maggiormente sembrate angelica creatura che terrena in detto ed in fatto, e in le sembianze vostre tutte, che quant’uomo vede di voi sembra mirabil cosa a ciascun buon conoscidore. Perchè non degni fummo che tanta preziosa e mirabile figura, come voi siete, abitasse intra l’umana generazione d’esto secolo mortale, ma credo che piacesse a Lui di poner voi tra noi per fare maravigliare ec.”.

[26] Tutti sanno in quanto gran numero furono in Italia i servilii imitatori del Patrarca, e perciò non sopraccarico il mio discorso con inutili citazioni.

[27] Studio quanto posso.Vita Nuova, pag. ult.

[28] Vita Nuova, pag. 63, e Convito, pag. 101, 102.

[29] La Donna di Guido Cavalcannti era la stessa che quella di tutti gli altri allegorici Rimatori. Rossetti vol II, pag. 471.

[30] Vol. II, p. 351.

[31] Vol. II., pag. 355.

[32] Vita di Dante pag. XXXVII.

[33] Vol. II., pag. 355.

[34] Nel Commento alla Commedia e nello Spirito Antipapale, passim.

[35] Vita di Dante pag. XX.

[36] Vita di Dante pag. XXXI.

[37] Vol. II, pag. 312.

[38] Vol. II, pag. 405.

[39] V. tutto il Capitolo II, del volume II,pag. 354 ed altrove.

[40] Vol. II, pag. 412.

[41] Lo dice e lo ripete cento volte nella Disanima del Sistema Allegorico, e nello Spirito Antipapale.

[42] Ivi.

[43] Vita di Dante, pag. XXXIII.

[44] Vedi fra gli altri luoghi la pag. 374 del Vol. II.

[45] Vol. II. pag. 377.

[46] Vol. II, p. 286.

[47] Vita Nuova, pag. 55.

[48] Vol. II. p. 439.

[49] Vol. II, p. 499.

[50] Vol. II. p. 501.

[51] Vol. II, pag. 523.

[52] Vol. II, pag. 529.

[53] Vol. II, pag. 523.

[54] Vol. II, p. 394.

[55] Vita di Dante parte II.

[56] Lib. IX. cap. 136.

[57] Ne ho citati i passi, trenta pagine più sopra.

[58] Pag. XXIV.

[59] Pag. XXV.

[60] Vita Nuova, pag. 54.

[61] Nel Convito, Trat. I. cap. I. verso la fine.

[62] Pag. XVIII.

[63] Pag. XXXV e XXXVI.

[64] Tratt. III, cap. 3.

[65] Pag. 14.

[66] Pagg. 175, 197, 282 ed altrove.

[67] Pag. 293.

[68] Pag. 136.

[69] Pag. 314.

[70] Vita Nuova pag. 63.

[71] “Che nella Vita Nuova si tratti della rigenerazione operata nell’Antore da Amore, è indubitato. Ma quest’amore è poi reale o allegorico? reale od allegorica la donna che nè l’oggetto? Il Canonico Biscioni risponde: La Beatrice di Dante non essere (come già avea molto tempo innanzi opinato Mario Filelfo) donna vera, e perciò non quella de’Portinari ec. ec. . . . . . Chi poi dal Biscioni passa a Monsignor Dionisi, l’ode tessere la storia della passione amorosa che Dante ebbe nella sua adolescenza per la famosa Beatrice, contro di chi opinò e scrisse, lei non essere stata figlia di Folco Portinari, nè donna vera ec. . . . Degli altri Critici quale si accosta al Biscioni, e quale al Dionisi; e chi senza alcuna preoccupazione si fa a leggere la Vita Nuova rimane irresoluto s’ei debba attenersi piuttosto all’una opinione che all’altra. Poichè talvolta incontrasi in cose che gli farebbero conchiudere trattarsi qui d’un amore reale con donna vera, o direbbe il Dionisi, con donna

In carne e in ossa e colle sue giunture;

e talvolta ei trovasi per modo assorto fra le astrazioni ed il mistero, che gli è forza di confessare non poter essere questo amore di Dante altro che allegorico. Se non che

Hi motus animorum atque haec certamina tanta

Pulveris exigui jactu compressa quiescent;

e questa pugno di polvere lo prenderemo dal Convito Tratt. II, cap. 1. Ivi l’Autore dice chiaramente, che le Scritture si possono intendere, e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi, i quali sono da lui individuati nel letterale, che dicesi anche istorico, nell’allegorico, nel morale e nell’anagogico, cioè sopra senso. E queste medesime cose egli ripete nella Lettera latina, con cui dedica la terza Cantica della Divina Commedia a Can grande della Scala; dove, come pure nel Convito, arreca gli esempj a dichiarazione di ciascun senso.”

“Ora, dove’egli spiega il senso anagogico, prende ad esempio il Salmo In exitu Israel de Ægypto, domus Jacob de populo barbaro: Facta est Judaea santificatio ejus, Israel potestas ejus ; e dice (Trattato II, cap. I): Che avvegna, essere vero secondo la lettera, sie manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che nell’uscita dell’anima dal peccato, essa si è fatta santa e libera in sua podestate ; soggiungendo poi, che in dimostrare questo, sempre lo letterale dee andare innanzi, siccome quello nella cui sentenza gli altri sono inchiusi; . . . . che in ciascuna cosa naturale e artificiale è impossibile procedere alla forma, senza prima essere disposto il suggetto, sopra che la forma dee stare, siccome impossibile è la forma di loro venire, se la materia, cioè lo suo suggetto, non è prima disposta ed apparecchiata; . . . . che la letterale sentenza sempre sia suggetto e materia dell’altre , e cose simili. Dal che noi deduciamo, che letteralmente ed istoricamente la Beatrice della Vita Nuova sia la figlia del fiorentino Folco Portinari, di cui Dante innamorò in età di nove anni; in cui egli contemplò ed amò finch’ella visse il complesso di tutte le virtù morali ed intellettuali, che vicina e lontana occupava tutti i suoi pensieri, quantunque ei cercasse di far credere altrimenti ad ognuno cui lodò nelle sue Rime fra le sessanta più belle della città, confondendola tra esse, e ponendone il nome sul numero nono; e che immaturamente rapitagli dalla morte gli fu cagione d’amarissimo dolore e di alto sbigottimento; di che forse cercò di consolarsi accasandosi colla Gemma de’Donati. Su questo fondamento istorico della vera Beatrice, adorna d’ogni virtù, e donna del cuore di Dante, noi crediamo senza tema d’errare, che sia piantata l’allegoria della Beatrice fantastica, donna della sua mente, a cui pose amore nella sua puerizia, cioè della Sapienza, ch’egli coltivava collo studio di tutte le scienze e di tutte le arti, d’alcuna delle quali credevasi per gli altri ed era fatto credere da lui, ch’ei fosse unicamente invaghito. E si noti che nel Convito (Tratt. II, cap. 15) egli scrive della Sapienza con Salomone: Sessanta sono le regine, e ottanta le amiche concubine; e delle ancelle adolescenti non è numero: una è la colombia mia e la perfetta mia . Ma la Sapienza che tutti a se traeva gli spiriti del giovinetto Dante era la Scienza morale, quella che nel Convito paragona al nono cielo, e senza la quale dice che l’altre scienze sarebbono celate alcun tempo, e non sarebbe generazione nè vita di felicità, e indarno sarebbono scritte, e per antico trovate ; quella che mette capo nella Scienza divina, ch’è piena di tutta pace e perfettamente ne fa il Vero vedere, nel quale si cheta l’anima nostra (Tratt. II, cap. 15), siccome il nono cielo precede immediatamente all’Empireo, a cui egli dice che ha comparazione la Teologia. Per tal modo, morta la Beatrice allegorica, cioè raffreddatosi in Dante l’amore d’una tale Sapienza (e forse ciò avvenne nel tempo che la Portinari morì) indarno col cedere agli allettamenti d’altra donna, vale a dire di quella filosofia ch’è puramente mondana e non si sublima a così alto scopo, egli cerca di consolarsi, finchè Beatrice dall’alto cielo, ov’era salita cioè dov’era stata trasportata da lui a significare la Scienza delle divine cose, non gli si mostra di nuovo nel suo Poema per farlo felice.

Le quali cose tutte perfettamente riscontransi nelle parole ch’ei pone in bocca a Beatrice beata, nel trentesimo del Pugatorio: Questi fu tal nella sua vita nuova ec. ec. Per egual maniera il Petrarca dal contemplare tutte le perfezioni giunte con mirabili tempre nella sua donna, facevasi scala al Fattore. Se non che l’amante della bella Avignonese non può tanto abbandonarsi ai voli del suo amore platonico, che perda di vista colei che n’è l’oggetto: chè anzi di pensiero in pensiero, di monte in monte la va cercando e raffigurando per tutto, e dopo la morte di lei porta invidia alla terra avara, che chiude il velo che egli ha tanto amato; dolendosi pur sempre di essere separato dalla donna leggiadra e gloriosa, che fu già colonna d’alto valore, ed è fatta nudo spirito e poca terra. Laddove l’Alighieri dall’avere amate ed ammirate una volta in Beatrice tutte le virtù, tanto vien sollevato alla speculazione delle cose superiori, che dimentica quanto in essa ha di terreno e di materiale per ascendere nella regione delle forme a contemplare nella Beatrice beata salita a gloriare sotto le insegne di Maria, l’immagine ch’egli s’è formata della Scienza divina. E tanto si perde fra queste astrazioni, che ne fa perfino dubitare se Beatrice possa mai aver esistito fuori della sua fantasia.

Ben è il vero, che sarebbe opera perduta quella di chi volesse trovare come ogni circostanza istorica si confronti perfettamente colle allegorie della Vita Nuova, ovvero e converso. Per riescire in tale inchiesta, bisognerebbe vivere a minor distanza di tempo dall’Alighieri; o che egli, invece d’avvolgere a bello studio ogni cosa nel mistero, avesse voluto a noi rivelarla. Nè forse ogni particella di questo libro contiene ambidue i sensi; ma quale sarà semplicemente istorica, e quale semplicemente allegorica, bastando che il doppio senso possa convenire alla somma dell’opera e delle principali sue parti. Quel poco però che abbiamo accennato, e il più che il Lettore, potrà da se medesimo andare appuntando su quelle tracce, è sufficiente a disspiare le mistiche nebbie, in cui gli Eruditi avevano finora lasciata involta quest’operetta; ove tengasi per definito che qui Dante tocca letteralmente de’suoi amori colla Sapienza e colle Scienze che di quella sono amiche ed ancelle. E se alcune circostanze parranno o troppo sottili, o troppo strane, e, vogliam pur dirlo, meschine, si rifletta che quando Dante scriveva la Vita Nuova era ancor giovinetto, ch’egli amava le sottigliezze, come può vedersi nel Convito, ove spiega se stesso, e che le nostre Lettere uscivano per lui dalle tenebre in cui giacevano da molti secoli.” Così il Trivulzio.

[72] Questo è quel medesimo Codice di cui mi valsi pel confronto delle Rime liriche, e di cui feci menzione a p. XVII del mio Ragionamento. Esso è membranaceo in fol. picc., ed appartiene al sec. XIV: contiene un frammento d’un Antico Novelliere, Proverbia Salomonis, le Vite de’ Filosofi e loro sentenze. Nomina Lapidum et (eorum) virtutum, Expositio somnium, Varie Rime di Dante e del Cavalcanti, ed in fine la Vita Nuova.

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011