ANGELO DE FABRIZIO

IL “ MIRAG „ DI MAOMETTO

esposto da un frate salentino del sec. XV

Edizione di riferimento:

A. De Fabrizio, Il «mirag» di Maometto esposto da un frate salentino del secolo XV, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. XLIX (fasc. 2-3) anno XXV Fasc. 146-147, diretto e redatto da Francesco Novati e Rodolfo Renier, Casa editrice Ermanno Loescher, Torino 1907.

Or son parecchi anni, il professor Alessandro D'Ancona, imprendendo in questo Giornale [1] uno studio già vagheggiato dal Renan (esaminare le opinioni che corsero tra i cristiani intorno a Maometto fino al giorno in cui la critica ne ricostruì la figura storica), percorreva dottamente un vasto tratto dell' intricato campo. Il venerando maestro, che aveva l'intento particolare d'illustrare della leggenda i due punti messi in maggior rilievo nei rifacimenti italiani del Tesoro di Brunetto Latini, - l'anteriore cristianità del fondatore dell'Islamismo e il modo della sua morte, - rifacendosi dagli agiografi arabi, seguiva passo passo le trasformazioni e le aggiunte che al primo nucleo della tradizione apportarono gli scrittori d'Occidente, fino alla metà del secolo XIV. Terminando con Fazio degli Uberti le sue ricerche, egli osservava che « sarebbe utile insieme e curioso proseguirle ancora rispetto alle discorse favole, e s'augurava ancora, con una eccessiva modestia, che altri più dotto nella materia e più esperto delle fonti a cui attingere trattasse a fondo l'argomento ».

Lungi dal crederci adatti al difficile assunto, nel riproporlo ai competenti, noi vogliamo richiamare la loro attenzione sopra un importante episodio della vita del Profeta, che un autorevole orientalista d'oltralpe pensa abbia contribuito al concepimento della Divina Commedia [2]. L'attrattiva non potrebb' essere più seducente: l'episodio al quale accenniamo é il Mirag o ascensione di Maometto nei regni eterni, di cui riferiremo una esposizione in volgare del secolo XV, che forse porterà qualche aiuto all'indagine.

Giova intanto dir brevemente l'origine e il contenuto della leggenda. Il primo verso della sura XVII del Corano parla in modo vago di un viaggio notturno di Maometto: - Lode a Colui che in una notte fece viaggiare il suo servo dalla moschea sacra al tempio più lontano, il cui recinto benedicemmo, per fargli veder le nostre maraviglie [3]. - La moschea della Mecca é naturalmente pei Musulmani sacra per eccellenza (al masgid al haram); il tempio di Gerusalemme è poi detto il più lontano (al masgid al alesa) perché tale riesce rispetto ai due santuari della Mecca e di Medina. Si sa che i commentatori arabi del Corano, secondando l'indole immaginosa del loro popolo, il quale, come già aveva importunato in vita il Profeta con insistenti richieste di miracoli, era sempre desideroso di conoscerne nuovi, ogni volta che avevano nel testo sacro un appiglio, v'adattavano subito il racconto d'un prodigio, utilizzando i voluminosi libri di tradizioni, dov'era raccolta un'immensa congerie di aneddoti biografici di Maometto, che si dicevano narrati da lui stesso, dai suoi congiunti o dai primi seguaci. Un'ascensione sarebbe stato il massimo dei portenti, la prova manifesta della veridicità dell'Inviato di Dio. Un giorno anche suo cugino Abdallah, mentre giustificava le petulanti pretensioni dei Beduini, ebbe a confessargli, poco garbatamente: - Io per me non ti crederò, finché non ti abbia visto con gli occhi miei salire in cielo, e discendere con una carta in cui quattro angeli faccian testimonianza in tuo favore; ma penso che neppure allora, per Dio! ti crederei![4]. - Ora il verso citato del Corano alludeva ad una visione di questo genere, e fu facile su quel tema foggiare il racconto di un vero Mirag.

Un breve sunto di una delle redazioni più diffuse della leggenda [5] basterà per darne un'idea sufficiente. Una notte di venerdì, mentre Maometto dormiva in casa di Umm-Hânî, sorella di suo genero Alì, andarono a trovarlo Gabriele e Michele accompagnati da settanta mila angeli, menando un animale più piccolo d'un mulo e più grande d'un asino, chiamato Burak, dal volto umano, bardato di tutto punto. Gabriele, che andava innanzi: - O Maometto, gli disse, Allah vuol farti salire in Cielo e onorarti delle sue grazie. - Il Profeta salì sulla strana cavalcatura e in un istante giunse al tempio di Gerusalemme, dove fu ricevuto da Abramo, Mosé, Gesù Cristo e dagli altri centoventiquattro mila Profeti. Accompagnato dai due arcangeli, Maometto passò pei sette cieli, fatto segno delle più liete accoglienze da parte degli angeli, che lo aspettavano ab eterno: così pervenne al trono di Allah, che ordinò a Gabriele di fargli visitare il paradiso e l'inferno. Indi il Burak ricondusse il Profeta al cospetto di Dio, che gli disse: - Prometti ai giusti le delizie del paradiso, e minaccia ai reprobi i supplizi infernali. - La mattina, destatosi, Maometto narrò il viaggio misterioso ad Umm-Hânî, che a sua volta lo riferì a Malik, compagno del Profeta, da cui ha origine la tradizione.

La quale, così autenticata, si divulgò a somma gloria di Maometto e divenne il motivo preferito dei componimenti apologetici [6]. Pochi anni fa lo vedemmo nella elegante traduzione, che il caro e dotto amico Giuseppe Gabrieli ci fece gustare del più popolare elogio poetico del Profeta, la Burdalt di Al Busiri [7]. Il poeta supplice canta

 

Tu viaggiasti in una notte dal santuario della Mecca a quello di Gerusalemme, come viaggia la luna piena nelle fitte tenebre:

e salisti in quella medesima notte sino a giungere in un posto, lontano sol due tratti d'arco dal trono di Dio, a cui nessun altro arrivò mai nè aspirò.

Tutti i Profeti e gli Apostoli colà cederonti il passo, come al padrone si dà la precedenza sui servi.

E traversasti alla loro testa i sette cieli contigui: in mezzo al corteo tu portasti l' insegna;

affin di conseguire una unione con Dio   -   oh quanto arcana agli occhi dei mortali!, e un mistero - oh quanto recondito!

Di questa fiaba è riportata una esposizione in volgare in un trattato ascetico intitolato Lo specchio della Fede, del noto predicatore di penitenza fra Roberto da Lecce (1425-1495) [8]. Questa conoscenza specifica d'un determinato episodio della vita di Maometto è un indizio dell'interesse che gl'Italiani prendevano per le genti islamitiche durante il Rinascimento, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli: interesse che del resto risaliva al tempo delle Crociate, e s'era allora accresciuto per varie circostanze, quali, al dir del Burckhardt [9], « il modo di governare mezzo maomettano dei principi, la tacita avversione, anzi il disprezzo verso la Chiesa già corrotta e degenerata, la frequenza e l'attività sempre maggiori dei viaggi e dei commerci nei porti orientali e meridionali del Mediterraneo ». Eran tuttavia cognizioni piú estese, ma ancora lontane dal vero, come dimostrano i passi di storici dei secoli XV e XVI che il prof. D'Ancona citava in fondo al suo studio [10].

Fra Roberto però era mosso a cercar notizie intorno a Maometto e alle sue dottrine da ragioni più particolari: egli era nato in quell'estremo d'Italia [11] maggiormente esposto al pericolo turco e in più intimi rapporti con l'Oriente; nel 1457 fu mandato da Callisto III nunzio apostolico nello Stato di Milano e nel Monferrato per predicar la Crociata; fu confidente di Ferdinando I d'Aragona nel periodo di aperta ostilità contro il sultano Maometto II, ed accompagnò il Duca di Calabria nell'impresa di Otranto (1480-81). Egli si mostra in vero fornito di varia dottrina - che non gli negò neppure il Filelfo, sì poco tenero pei Minori - soprattutto nello Specchio della Fede, la più erudita delle sue opere, dedicata al Duca Alfonso, « defensore strenuo della cristiana religione contro la gente Turchesca » [12].

Ecco dunque come il frate salentino racconta il Mirag di Maometto, premettendovi alcune vaghe notizie sul nascimento della nuova religione, ch'ei però, seguendo un pregiudizio, radicatosi nelle menti degli uomini del medio evo, considera come una eresia e, appaiata col Giudaismo, oppone al Cristianesimo.

La prima cosa da dechiarare de quella infidele setta de Macometh, la originatione. E a questo è da notare, secondo tutti historiografi, che incomenzò et hebe origine al tempo de uno Heraclito imperatore, e, secondo pone fra Ptholomeo di Luca in una sua historia, lo principio e occasione fo la gran tyrannìa de Heraclito.

Questo, da po' molte vittorie e recuperato lo ligno della croce, distrutto e morto Cosdroe, re di Persia, tornato in Constantinopoli, se abandonò alla lascivia, e morta la sua donna Racoxia, se pigliò per moglie la nepote, figliola de la sua sorella, la quale havea havuto un altro marito; e morta in puocho tempo quella, si pigliò per moglie la figliola sua de quello altro marito. E de male in pegio, diventò heretico, seguendo la heresia di Eutices, lo quale falsamente dicea essere una natura del verbo de Dio e de la carne in Christo. Poi se abandonò tutto alla avaricia et ogni dì agravava indebitamente di pagamenti Persi, Arabi, Chaldei e quelli populi orientali; per la quale cosa tutti erano mal contenti et apparichiati a ribellione, ma timiano per non avere capo.

Vedendo questo Macometh, audace e malicioso, se fece capo de alchuni de quelli populi, e dede loro animo, in modo [che] amazaro quelli che mandava lo imperatore ad exigere dinari. E così pigliaro exempio li altri populi e accostàrose tutti a Macometh, e lui, per firmarsi in quella signoria, pensò fare una nova setta, e col consiglio di uno Sergio, monaco heretico, finxe che era profeta et apostolo mandato da Dio.

In un'altra historia se dice che Macometh con sua malicia prese per moglie una donna vedova, la quale signoreggiava una provincia in Arabia. E volendo ampliare la sua Signoria, finxe che era profeta mandato da Dio, e così [fece col] consiglio de uno Iudeo rabi et uno Sergio monaco, chi compose lo Alchorano, ponendoce alchune cose della lege mosayca e alchune della evangelica e molte cose false. E in quello Alchorano dixe che Moyse fo profeta e gran signore, e che Christo fo maximo di profeti et nato della vergine Maria, ma non moro, e quando li Iudei lo volseno crucifigere, si montò in cielo e fece venire là uno simile ad esso, e quello fu crucifixo.

E della fictione la quale trovò è scripto in uno libro chiamato da saracini in lingua arabica Helmacrich, el quale se interpreta in alto salire, e in volgare si dice la scala di Macometh, dove si exponeno le parole di Macometh nell'Alchorano. Laus eius sit qui transire fecit servum suum sub una nocte ab oratorio Ellaharam, quae est domus Mecquae, usque ad oratorium remotissimum, quae est domus sancta in Ierusalem, quam benediximus: laude sie de quello Dio lo quale fece passare et andare el suo servo in una notte dallo oratorio di Hellaharam, che è una casa in Mecqua, insino all'oratorio remotissimo, el quale è la casa sancta in Ierusalem, a chi noi benedissemo.

La expositione è questa nel predicto libro Helmacrich [13]: che si andò Macometh in Mecqua nella casa sua, e posando in letto con la sua mogliere [14], li apparse l'angelo Gabriele [15], e la sua faza era biancha più che neve, e li capilli erano rossi come coralli, e era vestito de bianco e molto ornato, e disse: - O Macometh, levati suso, che Dio ti volo questa notte mostrare li secreti della sua potentia. - E levandosi andò fore la porta della casa, e là stava l'angelo Gabriele, lo quale tenea la briglia di una bestia chiamata Alborach, poco più grande de uno asino, e havea la faza de homo [16], e li crini de perle, e lo petto de smaraldo, e la coda de rabino, e una sella preciosa di perle e de oro, e dintorno quella bestia stavano molti angioli a sua guardia. E disse lo angelo Gabriele a Macometh: - Cavalca! - E quella bestia non volea stare ferma, e l'angelo li disse: - Alborach, sta ferma, perchè io ti giuro per lo nome di Dio che mai tale homo te ha cavalcato nè cavalcarà. - E quella bestia dimandò: - Chi è questo? - E l'angelo rispose: - Questo è Macometh, messo e profeta de Dio. - Subito quella bestia stette mansueta e l'angelo tenea la staffa, e così Macometh cavalcò e quella bestia se incomenzò a movere. Et erano li passi suoi tanto grandi che intra uno passo e l'altro era tanto spatio quanto pò l'homo guardare con gli occhi: et andava verso lo tempio di Ierusalem, e l'angelo andava in compagnia dalla banda destra. E gionto che fo allo tempio de Salomone [17], innanci la porta discese da quella bestia, l'angelo la ligó ad uno saxo, e pigliando per mano Macometh, lo introdusse allo templo e lì dentro trovano tutti profeti, li quali Dio fece uscire dalli sepulchri per fare honore a Macometh, e tutti lo abrazaro e féroli gran festa. E poi usciro dal tempio e l'angelo li mostra una scala che durava dalla terra insino ad primo cielo, e li gradi o scalini erano di pietre preciose, e li angioli stavano a torno, e lo Gabriele li disse che salisse per quella scala. E salendo un poco suso, trovò un angelo molto grande, lo quale sedeva sopra una sedia e tenia in mano una tavola [18] la quale durava da levante a ponente, e in una hora guardava a quella tavola, in un'altra lo mondo. E disse lo Gabriele a Macometh: - Saluta questo. - E lui lo salutò, e quello li rispose con lo capo, ma no con la bocca. E lo Gabriele li disse: - Como non saluti lo megliore homo di questo mondo? - E quello rispose: - Chi è questo? - E lo Gabriele disse: - Questo è Macometh, messo e profeta di Dio. - E così quello lo saluta con la bocca. E andando più suso per quella scala, trovò un altro angelo così grande che tenea lo capo sopra lo cielo e li piedi allo abisso, et era facto a modo di gallo, a chi Dio monstrava quando era tempo de oratione, e venia ad esso una voce dal cielo e dicia: « Lauda Dio », e subito quello angelo dicia ad alta voce: « Benedicto sia Dio, re sanctissimo, Signore di tutte creature », e a questa sua voce cantavano tutti galli del mondo. Poi salì un poco più suso e trovoe un altro angelo, e la metà sua era fuoco e la altra neve, e lo fuoco non guastava la neve nè la neve smorzata lo fuoco, e questo pregava Dio che, como havea coniuncto in esso lo fuoco e la neve; così coniunge lo core della gente [19]. Andando più ad alto per quella scala, arrivarono allo primo cielo de la luna tutto di ferro, e battendo lo Gabriele alla porta, venne un angelo così grande, che in lungheza occupava tanto spatio quanto pò caminare uno homo in mille anni, e tanto anco era in largheza. E domandò chi volia intrare, e lo Gabriele disse: - Macometh, profeta di Dio. - Subito gli aperse le porte, e intrato, vide Macometh septanta milia angioli, e havìano la faza como huomini, e li corpi como vacche, e le ale a modo de aquile, e ogni uno havea septanta milia capi, e ogni capo septanta milia corne, e ogni corno septanta milia nodi, e intra uno nodo e l'altro era tanto spacio quanto possesse caminare uno homo in quaranta anni, e in ogni capo erano septanta milia faze, e ogni faza hevea septanta milia bocche, e ogni bocca havea septanta milia lingue, e ogni lingua parlava septanta milia lenguaggi, e laudavano Dio septanta milia hore dello dì. E po' salero al secondo cielo lo quale era de argento, e qui trovano angioli li quali havìano le faze a modo de vacche; e allo terzo cielo, lo quale era de oro, trovano septanta milia angioli e haveano le faze come aquile, e ogni uno havea septanta milia ale, e ogni ala havea septanta milia penne, e ogni penna era longa septanta milia cubiti. Poi gionsero ad uno quarto cielo tutto di perle, e qui era un angiolo tutto di fuoco, e havea septanta milia braze, e in ogni brazo septantamilia mane, e in ogni mano septanta milia digiti[20]. E poi molte altre bestialità e paccie, conclude como arivò all'ultimo cielo, dove trovò Dio e da quello pigliò la lege [21], e ritornò per quella medesima scala, e cavalcò quella bestia, e gionse a casa sua e rivelò alla sua donna quello che havea veduto. Ogni homo donque di sana mente pò pensare quante cose bestiale e senza alcuna rasone nè naturale nè fidele se contienìeno in la sopradicta fictione.

Fra Roberto in seguito spiega la facile diffusione dell'Islamismo, adducendo l'ovvia semplicità dei suoi precetti in confronto della difficoltà d'intendere i dogmi del Cristianesimo, e insiste sulla ragione apportata dagli scrittori precedenti ed anche per lungo tempo posteriori, l'indulgenza cioè verso le passioni del senso, per cui si permetteva ogni sorta di delizie in questa vita e se ne promettevano ancor maggiori nell'altra. Ma è puerile la spiegazione ch'ei vuol dare del fatto che uomini d'innegabile ingegno, come Avicenna, Averroè, Alfraganio, Algazel, seguissero quelle « paccie »: essi, secondo lui, in realtà non vi prestavan fede, anzi se ne beffavano, ma pure mostravano di credere, perchè ritenevano pericoloso contradire all'opinione comune.

Con la solita autorità generica « tutti historiografi », il predicatore leccese incomincia il passo citato, dando qualche cenno intorno a Maometto. In particolare però, dall'Historia del domenicano Tolomeo o Bartolomeo da Lucca, vescovo di Tortello, fiorito sul principio del secolo XIV, ricava le notizie passionate su Eraclio, dotto eutichiano piuttosto che monotelista, e sulla rivolta che avrebbe procurato un dominio a Maometto, il quale poi, per assicurarselo, si sarebbe finto profeta. Secondo un altro autore, che non è nominato, questo dominio gli sarebbe venuto dalla moglie, la ricca vedova Cadigia, quae, dice Jacopo da Varagine, praeerat cuidam provinciae nomine Corocanica. É accolta anche la notizia di carattere eziologico della collaborazione di Sergio, monaco eretico, e di un ebreo nella composizione del Corano, e tra i riflessi biblici che ricorrono in esso, si citano quelli piú spesso menzionati degli scrittori occidentali, i quali, in verità, del libro sacro dell'Islam conoscono bene la parte che si riferisce a Gesú Cristo. E non è difficile in questo tratto avvertir l'analogia con le parole dell'autore della Legenda aurea: «Asseruit etiam psoudopropheta quod Moyses fuit magnus propheta, sed Christus maior est, summus prophetarum, natus ex Maria Virgine, virtute Dei absque semine hominis;.... Christum non vere passum nec vere surrexisse dixit, sed alium quemquam hominem sibi similem huiusmodi egisse vel passum esse docuit » [22].

Tutto ciò racconta fra Roberto molto sommariamente, come se si trattasse di cose già note al lettore, ed ei avesse premura di dare un saggio delle stranezze della « infedele setta ». A questo scopo si mette a tradurre, riducendolo, un commento arabo del primo verso della sura XVII, intitolato Al Machriq, del quale sembra ch'egli abbia tenuto una versione latina di autore cristiano, come si può arguire dallo spostamento dell'attributo sacro, tolto al tempio della Mecca e aggiunto a quello di Gerusalemme. Delle accennate varianti, per cui questa redazione si scosta dalle altre, la piú notevole riguarda la persona che per prima fu messa a parte della visione. Comunemente si riteneva ch'essa fosse stata la sorella di Alì, in casa della quale il Profeta era andato a dormire, mentre fra Roberto parla di Cadigia. Ma, se il fatto avvenne, secondo la tradizione piú accettata, un anno avanti l'Egira, e precisamente la notte del ventisettesimo giorno del mese di Regeb, la moglie di Maometto era già morta, e l'errore è nel racconto del frate. Lo scambio delle due persone fu evidentemente occasionato da una circostanza consimile nelle relazioni delle due donne con la Missione del Profeta; perchè anche Cadigia era stata la prima a conoscere un segreto assai più importante, quello dell'inizio della Missione stessa: per modo che fu agevole sostituire alla prima confidente del Mirag la prima confidente dell'Apostolato, di gran lunga più nota dell'altra.

Fra Roberto interrompe improvvisamente la narrazione dopo il quarto cielo, quasi stanco dell'uggiosa filastrocca, e con questa opportuna reticenza lascia immaginare un seguito di piú stravaganti ciurmerie, nè fa parola dei premî dei beati e delle pene dei dannati, che nelle altre redazioni occupano gran parte, della leggenda.

Veniamo alla interessante ipotesi a cui accennammo in principio. Il Blochet, mentre investiga le origini del Mirag nel Mazdeismo iranico, che ha numerose Visioni rivelanti agli uomini i misteri oltramondani, promette di mostrare con altro suo lavoro come la leggenda passasse in Italia e conferisse alla genesi del poema di Dante Alighieri. Intanto osserva : « Il est bien difficile qu'une similitude aussi profonde entre des récits si éloignés dans l'espace soit due à un simple hasard; il fait bien remarquer d'ailleurs que la letture des auteurs grecs et latins fournit • de nombreux renseignements sur la religion de l'Iran, et que les ouvrages des Pères de l'Église fourmillent d'allusions souvent curieuses a l'état religieux de l'Iran sous le règne des Sassanides; en tous cas, cette source ne devait pas étre la « seule » [23].

L'osservazione del Blochet, benchè si presenti, negli angusti limiti di una nota, come una semplice intuizione da verificare, par che consenta d'inferire dalle analogie tra il Mirag e la Commedia un'indubbia attinenza di derivazione. Ma, se anche si trattasse di « similitude profonde » e non di mere analogie, bisognerebbe vedere se Dante trovasse nella tradizione letteraria medioevale altre leggende di viaggi oltramondani, altre descrizioni escatologiche, e poi stabilire quali tra queste gli fossero più alla mano, o corrispondessero meglio alle sue tendenze e ai suoi intenti. Ora è noto com'egli avesse intorno a sé, nel corredo delle sue letture più familiari, larga messe d'esempi, sì per rappresentare i luoghi di delizie e d'espiazione nell'altra vita, sì per rivestire di forme allegoriche i concetti morali e dottrinali, e d'altra parte, dato pure ch'ei conoscesse la più estesa redazione del Mirag, non avrebbe avuta alcuna ragione di servirsene a preferenza. Non vi avrebbe trovato in vero nulla che nelle altre Visioni non fosse. Lo schema del paradiso e dell'inferno del Mirag è esso stesso imitazione, conforme al gusto arabo, di altre descrizioni note a Dante; l'idea del contrappasso nelle pene, che si trova nell'inferno islamitico, era già nella legge mosaica del taglione e di fatto era praticata in parecchi supplizi medioevali; il visitatore dei regni eterni è sempre accompagnato da una guida, come Enea dalla Sibilla cumana, san Paolo da un angelo; l'angelo portiere del purgatorio dantesco è un duplicato di san Pietro, esempi di festose accoglienze sono nella Visione di san Paolo e nella leggenda del pozzo di san Patrizio; gli angeli simbolici erano stati descritti dai Padri e dai Dottori; un albero allegorico è nella Visione di Tundalo. Di un mezzo materiale dell'ascensione non è a parlare, perchè Dante si solleva dalla vetta dell'isola del Purgatorio trasumanato dallo sguardo di Beatrice, e il Blochet stesso dimostra come nel prototipo persiano del Mirag non ci fosse questo mezzo tangibile, di cui lo spirito semitico [24], più grossolano dell'iranico, non sapeva fare a meno. D'altronde i mostri adoperati nella Commedia per attraversare i passi più difficili, come Nesso, Gerione, Anteo, son presi dalla mitologia classica [25] e non hanno nulla che vedere col Burak [26], e quanto alla scala ch'è in Saturno, si son proposte fin troppe fonti, oltre a quella di Giacobbe. Questi son gli elementi che si trovano nel Mirag: se poi dovessimo enumerarne le lacune, non finiremmo così presto; ma, per dir la più appariscente, chi non sa che nel mondo dei morti immaginato dai Musulmani manca il Purgatorio, il luogo del pentimento e della speranza, la più nobile incarnazione del Cristianesimo medioevale, che ispirò a Dante la soave cantica ch'è come la mesta eco delle amarezze del suo esilio?

Posto ciò, non escludiamo la possibilità che Dante avesse notizia dell'ascensione di Maometto, anzi presentiamo che uno studio accurato sulla vita e le opere di fra Ricoldo da Montecroce, il celebre peregrinatore domenicano del sec. XIII, porterebbe molta luce non solo alla nostra questione, ma intorno a tutte le conoscenze del poeta sull'Oriente [27]. Dopo un dato positivo di tal fatta, la scena della nona bolgia dell'Inferno si potrebbe riguardare sotto un nuovo punto di vista. Maometto aveva chiesto chi fosse Dante:

Nè morte il giunse ancor, nè colpa il mena,

Rispose il mio Maestro a tormentarlo;

Ma per dar lui esperienza piena,

A me che morto son convien menarlo

Per lo inferno quaggiù di giro in giro

E questo è ver così com'io ti parlo.

 Virgilio vorrebbe dire: Il viaggio che costui, vivo, accompagnato da me, morto, fa per questo luogo di pena, è vero e reale, non è una fandonia, come quella che si conta di te [28]. Anche le parole che Maometto rivolge a Dante, nel dargli l'ambasciata per fra Dolcino, - « tu che forse vedrai lo sole in breve », - si potrebbero tirare ad esprimere una ostentazione di perizia in questa sorta di viaggi. Bisogna però convenire che siffatte interpetrazioni, se non sono sostenute da una base sicura, non hanno per sè alcun valore decisivo.

In conclusione: sorta nella mente di Dante, al tempo della composizione della Vita nova, la prima idea d'una visione celeste, determinatosi quindi, per le dolorose vicende della sua vita e per peculiari tendenze del suo spirito, il concetto concreto del triplice viaggio allegorico, gli si porsero, nell'attuazione del gran disegno, innumerevoli esemplari, che egli stesso, rammentando due altri privilegiati a cui fu concesso il misterioso cammino (io non Enea, io non Paolo sono), ci suggerisce di raggruppare in due ordini di fonti, le classiche e le cristiane. Che i Visionari medioevali conoscessero il Mirag è probabile; che lo conoscesse Dante, pur essendo ammissibile, non si può, allo stato odierno degli studî, affermare; in ogni modo, esclusa l'ipotesi d'una imitazione diretta, consapevole, definiti i riscontri in pochi particolari comunissimi nella letteratura, rimarrebbe la possibilità d'una impercettibile efficacia, che nell'orditura della Commedia la leggenda avrebbe avuta, confusa con altre più importanti narrazioni affini, se non assorbita da esse.

Ci preme per altro affermare l'utilità del promesso studio del Blochet sul passaggio del Mirag in Italia, anzi le considerazioni, che per incidenza abbiamo fatte, ce ne hanno accresciuta l'aspettativa. Il nostro compito modestissimo era di portarvi un piccolo contributo, additando la versione del frate salentino, che potrebbe porgere il bandolo della ricerca.

ANGELO DE FABRIZIO.

 

Note

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[1] Vol. XIII, pp. 199-281: La leggenda di Maometto in Occidente.

[2] E. Blochet, Études sur l'histoire relig. de l'Iran: II. L'ascension au ciel du prophète Mohammed, nel t. XL, ni 1 e 2, della Revue de l'hist. des religions.

[3] Ad una visione accenna pure il verso 61 della sura stessa: « E Noi t'abbiam detto: Il tuo Signore circonda gli uomini, e la visione che Noi t'abbiamo mostrata confonderà gli uomini come l'albero maledetto menzionato dal Corano ».

[4] Cfr. Giuseppe Gabrieli, Al Burdatan, ovvero i due poemi arabi del « Mantello » in lode di Maometto. Contributo storico-critico allo studio della leggenda di Maometto nell'Oriente musulmano, Firenze, 1901, p. 91.

[5] Il testo turco intitolato Libro dell'Ascensione fu pubblicato da Pavet de Courteille nel 1882 e riassunto dal Blochet nell'art. cit.

[6] Anche Fazio degli Uberti nel suo Dittamondo (lib. V. cap. 13: edizione Silvestri, p. 406), narrando brevemente il viaggio notturno di Maometto, nota in principio l'interesse degli Arabi per la fiaba

       Ancor che essendo la notte ben negra

       Iddio per lui Gabriello mandava;

       E di ciò il Saracino udir s'allegra.

E termina il racconto, accennando alle frange che v'aggiungono i commentatori

      Su vi montò, e pria che fosse giorno,

      Ne 'l portò a Mecca; e qui lor dottor sono

      Che chiose fan, qual dèi pensar, d'intorno.

[7] Op. cit., vv.117-120, 123, pp. 70-74.

[8] Per la vita di Roberto Caracciolo vedi F. Torraca, Studi di storia letteraria napoletana, Livorno, 1884, pp. 165-203. Dello Specchio della Fede finora non s'è tenuto conto, ma ora si sta preparando una monografia completa sul frate leccese, dov'è ampiamente esaminata quest'opera.

[9] Iacopo Burckhardt, La civiltà del Rin. in It.,Firenze, 1900, vol. II, p. 273.

[10] Giornale, vol. XIII, pp. 269, 270, nota.

[11] Fioriva allora nel Salento un insigne orientalista, Pietro Colonna da Galatina. Presso il popolo di questa regione si racconta anche oggi qualche leggenda su Maometto, il cui nome si usa come spregiativo nell'espressione: « bruttu Mamuziu ! ».

[12] L'esemplare dello Specchio della Fede, del resto rarissimo, da noi consultato é un volume in fol. a due colonne di carte CLV, con illustrazioni, stampato a Venezia da M. Piero de Quarengis nel 1517. Nella didascalia finale è detto che l'opera fu composta dall'autore nel 1490. Nel passo che riporteremo ci siamo limitati a sciogliere le abbreviazioni, acconciando un po' la ortografia.

[13] I commentatori sogliono premettere la discussione di qualche questione preliminare: Perchè il Mirag avvenne di notte e non di giorno? L'ascensione avvenne col corpo, o la sola anima volò al Cielo? A questa seconda domanda un commentatore anonimo accortamente risponde: « Se diciamo che l'ascensione in Cielo avvenne a due riprese, la prima volta tutt'e due, l'anima e il corpo di Maometto andarono insieme, la seconda l'anima sola fece il viaggio, quest'asserzione sarà più vicina all'ortodossia e più lontana dall'eresia ». Confronteremo la narrazione di fra Roberto con questo Commentario anonimo (Ms. della fine del sec. XIII, n° 57 del Supplément Persan della Bibl. naz. di Parigi) tradotto dal Blochet in appendice all'art. cit., perchè esso utilizza i più importanti Commentari precedenti.

[14] Il Comm. anon. è d'accordo coi più, dicendo che Maometto dormiva in casa di Umm-Hânî. Essi pregarono insieme prima d'andare a letto; dopo, la donna andò a dormire, ma Maometto rimase in orazione. Quand'egli destò la sorella d'Alì per la preghiera dell'aurora, le raccontò la visione.

[15] Neppur l'Anonimo parla di Michele, ma nota che gli avvertimenti che Maometto udiva di destra (Gabriele) eran ripetuti da una voce di sinistra.

[16] Benchè tutti gli autori descrivano il Burak col volto umano, senz'altro, le miniature dei manoscritti, per grazia, lo fanno col volto femminile. Cfr. la miniatura riprodotta nell'art. del Blochet.

[17] Secondo l'Anon., prima dell'arrivo al tempio di Gerusalemme, Maometto incontra delle schiere di uomini premiati e di puniti.

[18] È la tavola sacra, dov'era il prototipo del Corano, di cui Gabriele prese copia durante la notte del Qadr o del destino.

[19] Brevemente l'Anon., non parlando di questi angeli preliminari, dice: « Gli angeli proposti alla guardia del cielo, quando s'accorsero del mio arrivo, mostrarono viva gioia e grande allegrezza ». Fra tutti nota l'angelo della Morte e Màlik, il guardiano dell'inferno.

[20] I cieli degli altri commenti non corrispondono nè per la topografia nè pei personaggi. Per essi Maometto nel 1° cielo trova Adamo, nel 2° Gesù e Giovanni, nel 3° Giuseppe profeta, nel 4° Enoch, nel 5° Aronne, nel 6° Mosè, nel 7° Abramo.

[21] Dopo l'albero terminale (Sidrah) Maometto s'avvicinò a Dio, che gli disse: « La tua parola sarà la mia parola; approverò ciò che tu approverai; tutti quelli che ucciderai, son coloro ch'io già avrò uccisi; tutti quelli che salvaguarderai, io li avrò già salvaguardati » (Comm. anon.).

[22] Jacopo da Varagine potrebbe infatti essere, per questa parte, la fonte remota, se non prossima, di fra Roberto. Cfr. art. cit. del D'Ancona, pp. 256-8.

[23] Art. cit., pp. 7, 8, nota.

[24] Art. cit., pp. 203, 204. Anche gli Ebrei immaginarono l'ascensione del profeta Elia sopra un carro di fuoco.

[25] Inf., XII, XVII, XXXI. Son tutt'e tre nel mito di Ercole: Nesso, il centauro che s'avvicina alquanto al Burak, aveva anche nel mito l'ufficio di trasportare i viaggiatori dall'una all'altra sponda del fiume Eveno.

[26] Il Blochet combatte l'opinione del Rajna (Le fonti dell'Orl. Fur., p.99), che l'Ippogrifo dell'Ariosto (c. IV, 18) derivi dal Pegaso, e vuol dimostrare che invece sia un'imitazione del Burak. Ma, mentre oppone che le differenze tra l'Ippogrifo e il Pegaso « sont fort importantes », confessa che l'Ariosto, per trasformare il Burak in Ippogrifo l'ha dovuto modificare, e la ragione evidente, secondo l'orientalista francese, è questa, che il poeta « bien « qu'il s'inquiétât fort peu de la vraisemblance, ne pouvait aller jusqu'à mettre en scène un animal fantastique à téte de femme » (p. 221). Ci pare che si cerchi lontano ciò che si ha sott'occhio: l'Ariosto effettua la mescolanza del Grifo con la giumenta, già immaginata da Virgilio (jungentur jam grypes equis, Egl. VIII, 21) e ottiene 1'Ippogrifo, che ha i caratteri del padre e della madre.

[27] Fazio degli Uberti pone in Bocca a fra Ricoldo la esposizione della vita e della dottrina di Maometto, mostrando di seguire le opere di lui (Ditt. l. V, c. 10-13). È notevole anzi pel caso nostro che Fazio pare si serva di diverse fonti per raccontare nel cap. 10 la vita del Profeta, ma attinga esclusivamente da fra Ricoldo le notizie sulla legge maomettana riferite nei cap. seguenti fino al 130, nel quale è appunto narrato il Mirag. Cfr. D'Ancona, vol. cit. del Giornale, p. 266.

[28] Se alla maraviglia dei dannati si facesse anche partecipare Maometto, non vi sarebbe contradizione, perchè si potrebbe ammettere ch'egli pensasse: Come? La mia ingannevole finzione s'è davvero effettuata in un altro?

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011