Sergio Cecchin

Introduzione

al De Vulgari Eloquentia

Edizione di riferimento:

Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET, Torino 1986

Il vigore intellettuale e il carattere stesso dei temi affrontati nel De vulgati eloquentia esercitano sul lettore un notevole fascino, che tuttavia non è mai disgiunto da un certo senso di disagio, prodotto dalla difficoltà di ridurre a una visione unitaria e perfettamente coerente la complessa costruzione dantesca. Ciò è dovuto in parte all'incompiutezza del trattato, [1] che non consente di apprezzare interamente la struttura complessiva e di considerare nel loro giusto valore le singole parti, e in parte a un'innegabile divergenza esistente fra primo e secondo libro. Il primo libro tratta infatti la natura, l'origine, la storia del linguaggio, la sua differenziazione e distribuzione geografica, la situazione delle lingue romanze e dei dialetti italiani e, in relazione a questi ultimi, la formulazione del concetto di volgare illustre. Il punto centrale è dunque la locutio, che in tempi e per gradi successivi discende ai vari ydiomata e ai molteplici vulgaria, per poi ritrovare una parziale unità nel vulgare illustre: ci troviamo quindi di fronte a una problematica squisitamente linguistica. Il secondo libro si occupa invece degli autori abilitati a usare il volgare illustre, nonché dei temi, della forma metrica e dello stile che ad esso sono adatti. Il tema principale è dunque il vulgare illustre nella sua concreta realizzazione costituita dalla canzone, e intorno ad esso ruota una serie di questioni e di argomenti schiettamente retorici. In presenza di questa bipolarità è lecito chiedersi anzitutto quali siano la vera intenzione dell'autore e l'esatta natura dell'opera. I due proemi e il capitolo conclusivo del libro I dichiarano ripetutamente di volere doctrinam de vulgari eloquentia tradere e affermano che la trattazione, almeno nei piani originari, doveva enciclopedicamente estendersi alla poesia e alla prosa, in tutte le loro espressioni. Sembra quindi fuor di dubbio che Dante si proponesse di scrivere un trattato di retorica e di poetica, che doveva comprendere, secondo un uso non ignoto al Medioevo, sia le opere concepite in forma metrica sia quelle composte in forma prosastica. È un programma che si adatta perfettamente all'ampia e minuziosa elaborazione dell'ars cantionis del secondo libro, ma che pare escludere ogni considerazione sulla locutio e sui problemi connessi. Questa anomalia appare ancor più evidente se accostiamo il De vulgari eloquentia ad alcuni ovvi termini di riferimento, quali la Rhetorica ad Herennium, il De inventione di Cicerone, e l'Ars poetica di Orazio (indiscussi modelli e auctoritates per i contemporanei del nostro poeta) o, in àmbito medievale, la parte retorica del Tresor e la Rettorica di Brunetto Latini, il Candelabrum di Bene da Firenze, la Poetria nova di Geoffroi de Vinsauf, l'Ars versificatoria di Matthieu de Vendôme e la Poetria de arte prosayca metrica et ritmica di Giovanni di Garlandia (opere di notevole importanza e probabilmente note al nostro poeta). In nessuno di questi testi viene infatti affrontata la tematica linguistica, che così vivacemente è sviluppata nel I libro del De vulgari eloquentia. Sembra quindi che essa sia sostanzialmente estranea agli interessi della retorica, che piuttosto che occuparsi della natura e dell'origine della lingua si preoccupa di curarne l'elaborazione artistica. Per trovare un'affinità con gli argomenti del nostro primo libro, dobbiamo invece cambiare completamente settore di studi e rivolgerci alla cultura filosofica medievale, che in margine alla Genesi o ad opere di Aristotele (specialmente il De interpretatione, il De anima e la Politica) o seguendo particolari indirizzi di ricerca (quali la grammatica speculativa) si muove in una cerchia di idee e di problemi simili a quelli danteschi. Possiamo quindi affermare che la problematica del primo libro è essenzialmente filosofica, mentre gli argomenti svolti nel secondo libro hanno carattere retorico. Ciò non produce tuttavia una netta bipartizione nella struttura del De vulgari eloquentia e, malgrado qualche contraddizione, non dissolve il trattato in due sezioni poco omogenee e scarsamente congruenti, ma indica piuttosto la volontà di affrontare la materia retorica con un orizzonte più vasto e complesso. In tale prospettiva il primo libro non risulta una prefazione fine a se stessa e gratuitamente giustapposta al resto dell'opera, ma appare come una necessaria introduzione: essa infatti, svolgendo temi generali, giustifica e arricchisce culturalmente la trattazione che inizia col secondo libro e che nelle intenzioni di Dante doveva comprendere almeno quattro libri. Questa concezione, che da un punto di vista compositivo è obliterata dall'incompletezza del testo, da cui vengono snaturati i rapporti fra le parti, trova però conferma in molteplici elementi presenti in entrambi i libri e traspare continuamente nella scelta del metodo, dei criteri, degli schemi concettuali e della terminologia. Invece dell'andamento proprio dei trattati retorici, in cui il discorso si snoda pacatamente fra precetti ed exempla, troviamo qui un impianto di tipo dimostrativo, in cui vengono abilmente utilizzati l'auctoritas e la ratio, che sono i principali strumenti della speculazione medievale. Come nelle opere filosofiche che le sono contemporanee, rileviamo infatti nel De vulgari eloquentia il ricorso frequente ad assiomi generali (normalmente aristotelici) per spiegare fatti particolari, l'impiego di distinzioni logiche, l'introduzione di possibili obiezioni alla tesi sostenuta dall'autore, l'utilizzazione di procedimenti deduttivi, induttivi e sillogistici, l'uso di enumerare schematicamente e gerarchicamente le conclusioni. Si tratta di una tecnica che si avvicina molto al metodo della Scolastica e che talora (come in V. E. I, iv, 5-7 o II, i, 2-10) ne assume interamente la tipica forma della quaestio (del resto ampiamente sfruttata in àmbito grammaticale dai modisti), nel suo caratteristico schema comprendente l'enunciato, la presentazione di soluzioni erronee, l'esposizione della conclusione esatta, la confutazione delle tesi errate. A ciò si aggiunge la presenza frequente e spesso determinante per lo sviluppo delle argomentazioni di termini tecnici, di nozioni, di dottrine e persino di esempi e di immagini topiche. Da quanto abbiamo osservato appare evidente che il tessuto stesso su cui poggia il De vulgari eloquentia è di natura speculativa e che paradossalmente ci troviamo di fronte a un trattato filosofico di argomento retorico. Questa caratteristica, che non manca, come vedremo, di provocare qualche difficoltà e incoerenza, influenza chiaramente la formulazione di concetti fondamentali, e in particolare quella del vulgare illustre. Tale nozione, che viene esplicitamente definita e compiutamente elaborata solo alla fine del primo libro, è tuttavia il punto di arrivo della trattazione precedente e costituisce il tema principale del libro secondo. Essa percorre dunque tutto il nostro testo (almeno nella forma frammentaria in cui ci è giunto), che si viene sviluppando e articolando proprio intorno ad essa. Si tratta quindi di un punto di osservazione privilegiato, che conviene sfruttare seguendo particolareggiatamente l'itinerario intellettuale di quest'idea, in quanto tale percorso si identifica sostanzialmente con lo svolgimento concettuale dell'opera.

Dopo aver affrontato i problemi connessi con l'origine e la natura della locutio, il nostro autore giunge, non senza grande enfasi, all'episodio di Babele (cap. VII). Secondo la Genesi, esso segna l'inizio della differenziazione e della dispersione delle lingue e offre al nostro poeta l'inoppugnabile supporto teologico per le pagine di storia e geografia linguistica che si accinge a scrivere. Dopo la confusione babelica, l'interesse di Dante isola l’ydioma tripharium che si estendeva a tutta l'Europa e a parte dell'Asia (territorio che una tradizione autorevole assegnava ai discendenti di Iafet) e ne fa derivare tre altri ydiomata: un'originaria lingua «greca», un'originaria lingua «germanica» e un'originaria lingua «romanza» (cap. VIII). Da quest'ultima con un ulteriore passaggio logico e cronologico vengono fatte discendere la langue d'oil, la langue d'oc e la lingua del sì (cap. VIII, 5-6; IX, 2). A questo punto il nostro testo invoca il principio aristotelico della conformità di causa ed effetto e, forte dell'autorità del massimo dei filosofi, rileva l'estrema mutevolezza umana e deduce l'infinita variabilità della lingua, che è appunto effetto dell'uomo (cap. IX, 6-11). Poi, dopo aver appena abbozzato e subito abbandonato un confronto fra francese, provenzale e italiano, concentra la sua attenzione sul volgare del e traccia una carta delle varietà geografiche in cui si distingue (cap. X). Fin qui il ragionamento di Dante si fonda su un'esplicitazione delle conseguenze dell'episodio di Babele. Dopo aver posto opportunamente in evidenza il dato garantito dalle Scritture, e quindi incontestabile per la speculazione medievale, della differenziazione linguistica come risultato del peccato babelico, il nostro poeta affianca ad esso, valendosi abilmente di un assioma di Aristotele, la dottrina della variabilità del linguaggio, e in particolare della variazione nel tempo e nello spazio, e può così estendere gli effetti dell'avvenimento biblico ai dialetti moderni. Nasce così uno schema che attraverso una serie di distinzioni triadiche scende dai tempi di Babele a quelli dell'autore, che vi può organicamente inserire le notizie ricavate dalle sue fonti e i risultati delle sue osservazioni personali. In questo contesto culturale Dante può finalmente occuparsi dei volgari italiani (capp. XI-XV). L'esame che ad essi dedica il De vulgati eloquentia risulta sorprendente per la singolare modernità della conoscenza della realtà dialettale del nostro paese e per la notevole sensibilità alle caratteristiche proprie di ogni parlata e alle affinità che la legano con le altre. Esso tuttavia riceve il suo pieno significato ed è completamente comprensibile solo all'interno del sistema tipicamente medievale che abbiamo esposto, e rimanda alla cultura del Medioevo anche per il metodo di cui si avvale e per l'impostazione che lo anima. Non si prefigge infatti di rappresentare asetticamente i vulgaria municipalia, ma si propone, secondo la tecnica ampiamente sfruttata nella critica letteraria fin dall'antichità, di stabilire una gerarchia di valori all'interno di essi; conseguentemente non applica un procedimento analitico e descrittivo, ma si affida alla scelta di exempla icastici, che si avvicinano ai modi parodistici della poesia comico-realistica e che rivelano come sia implicito nell'operazione dantesca un giudizio aprioristicamente negativo nei confronti dei dialetti.

In realtà l'esame di questi ultimi è concepito in funzione del loro rifiuto e costituisce la pars destruens del processo che porterà alla formulazione del concetto di volgare illustre: non a caso infatti proprio in questi capitoli compaiono per la prima volta le espressioni vulgate illustre, vulgare aulicum (che solo nei capp. XVII e XVIII saranno compiutamente spiegate) e sintagmi ad esse connessi. I dialetti che qui vengono presentati e scartati rappresentano infatti ciò che il volgare illustre non è, e permettono pertanto di prospettare la possibilità di una diversa e superiore entità linguistica. Possibilità non solamente teorica, ma ben reale: il rifiuto, o più esattamente il distacco di alcuni eletti poeti dalla propria materna locutio (criterio generalizzato in questo passo per dimostrare la qualità inferiore delle parlate considerate) provano e contrario la concreta, «fisica» esistenza del volgare illustre. La prima immagine che abbiamo di esso è dunque tutta in negativo: si tratta cioè di un volgare privo delle imperfezioni e dei difetti municipali, professato da un ristretto numero di eccelsi doctores. L'individuazione nei suoi tratti distintivi del vulgare illustre avviene invece nel cap. XVI e comporta un radicale e significativo cambiamento di metodo.

Fino a questo punto infatti, pur sullo sfondo dell'impalcatura dottrinale che ha così accuratamente costruito, Dante ha proceduto in modo sostanzialmente empirico, esaminando sommariamente i vari dialetti, alla ricerca di quei requisiti di eccellenza che avrebbero costituito il segno rivelatore, inequivocabile, anche se generico, del volgare supremo. Fallito (come dovevasi dimostrare) il tentativo di riconoscere quest'ultimo in una delle varietà geografiche elencate, il nostro poeta ne riscontra tuttavia la presenza nelle poesie di alcuni insigni autori. In considerazione di questo fatto, il successivo sviluppo della trattazione sembrerebbe scontato: ci aspetteremmo infatti un'analisi della lingua di questi esemplari, da cui emergessero le linee essenziali della struttura linguistica cercata. Ma questo procedimento non viene neppure preso in considerazione: viene semplicemente lasciato cadere con la secca affermazione che d'ora innanzi sarà usato un metodo rationabilior. Questo modo d'indagine fornito di maggior fondamento razionale, quindi più scientifico, ci riporta in un àmbito squisitamente speculativo. Il nostro poeta parte infatti da nozioni filosofiche ormai ben radicate nella cultura dei suoi tempi, adattandole per la soluzione dei problemi che lo interessano. Viene riproposta all'attenzione dei lettori la ben nota dottrina aristotelico-scolastica secondo cui in ciascun genere l'entità più semplice costituisce l'unità di misura per tutte le altre (V. E., I, xvi, 2). In conformità con le esigenze della dimostrazione, tale teoria generale viene applicata alle azioni umane (considerate globalmente come un genere), nell'intento appunto di determinare quale sia questo termine di confronto. Esso non risulta unico per tutte le azioni, ma, a seconda delle specie in cui esse si distinguono, viene individuato nella virtù per l'agire in assoluto, nella legge per l'agire da cittadini, in alcuni semplicissima signa et morum et habituum et locutionis per l'agire da Italiani [ib., § 3). Fra questi ultimi, la cui principale caratteristica è di appartenere a tutte le città senza esser propri di nessuna di esse, rientra secondo Dante anche il volgare illustre, che, come si è visto, non è identificabile col dialetto di alcuna regione (ib., § 4). E facile constatare come sia avvenuto un completo rovesciamento nel metodo che sorregge la ricerca dantesca: mentre nei capitoli dedicati ai vulgana municipalia si prendeva l'avvio dal dato concreto per verificarlo empiricamente e trarne eventuali conseguenze di ordine generale, qui invece il punto di partenza è costituito da un principio di validità generale, da cui si fanno discendere fatti concreti e puntuali. A un procedimento sperimentale e induttivo viene dunque sostituito un procedimento astratto e deduttivo. Come risultato di questo cambiamento, il concetto di volgare illustre assume un valore universale e, ponendosi come un assoluto, preesiste logicamente alle realizzazioni contingenti (rappresentate dai componimenti dei poeti insigni), che al massimo ne costituiscono una semplice conferma. Questa dimensione filosofica, per cui è forse lecito ricordare il modo di procedere della grammatica speculativa, se da un lato assicura a questa entità linguistica un fondamento incontestabile garantito dalla necessità logica della deduzione, dall'altro mal si adatta all'impostazione retorica dichiarata da Dante e prevalente, come abbiamo visto, nel secondo libro. Il carattere di assolutezza e di astrattezza implicito nell'idea di simplicissimum signum (che deve appunto valere per tutti senza essere esclusivamente proprio di nessuno) non sembra infatti essere del tutto conforme alla nozione di lingua propria della retorica, tutta incentrata sul particolare e sul concreto (e pertanto gerarchicamente divisa in stili, e minuziosamente attenta alla natura specifica e alla congruenza di temi, costrutti, forme metriche, verbo).

Il rigore di questa posizione viene peraltro attenuato da alcuni corollari alla «dimostrazione» del vulgate illustre. Anzitutto la dottrina su cui si regge quest'ultima, cioè la dottrina concernente la più semplice entità di ciascun genere, viene ripresa puntualmente e con i medesimi esempi topici, ma secondo una angolazione neoplatonica (V. E., I, xvi, 5). Ciò permette a Dante di istituire un significativo paragone fra la più semplice delle sostanze, cioè Dio, e il volgare illustre, e di affermare che, come la divinità traspare in maggior o minor misura nei vari esseri, così il volgare illustre si «fa sentire» in modo maggiore o minore nelle varie città. Questo parallelo, se contribuisce da un lato a conferire un carattere mistico a questa lingua, dall'altro istituisce un rapporto fra essa e i vari vulgaria. Tale rapporto viene ribadito e precisato nell'ultima sezione del De vulgari eloquentia, che tenta, con una tecnica non ignota alla teologia e alla filosofia medievale, di determinare meglio l'essenza di questo volgare

esaminando e interpretando gli epiteti che gli competono. La spiegazione etimologica dell'aggettivo cardinalis (V. E., 1, xviii, i) permette infatti di chiarire la funzione di guida che esso assume nei confronti dei dialetti. Esso risulta così connesso con realtà immediatamente verificabili e perde parte di quel carattere teorico che inevitabilmente gli derivava dal modo intellettualistico della sua definizione. Nella stessa direzione si muove l'esegesi degli altri attributi: illustris (V. E., I, xvii, 2-7) collega il nostro volgare con l'alta cultura (confermando ciò che era implicito nei capitoli precedenti, in cui erano designati a suoi unici rappresentanti alcuni insigni scrittori) e con il potere; aulicus (V. E., I, xviii, 2-3) e curialis (ib., § 4-5) lo collocano più precisamente nell'ambito di organismi (sia pure potenziali) quali la corte e la curia. Il vulgare illustre esce dunque dal suo splendido filosofico isolamento per assumere tratti più concreti: esso si presenta infatti come il primo e più importante di un gruppo di vulgaria che in parte gli assomigliano, e appare ancorato al grado più alto della società. Queste caratteristiche sembrano avvicinare il concetto di volgare illustre a una visione retorica della lingua, che prevede appunto livelli stilistici strettamente legati ai livelli sociali dei personaggi e del destinatario dell'opera, e che ammette una pluralità di stili gerarchicamente ordinati. Tuttavia, nonostante queste attenuazioni, la tensione fra impostazione speculativa e sistemazione retorica permane e appare evidentissima nel cap. XIX del libro I, che costituisce la cerniera fra le due sezioni superstiti del trattato. Nella prima parte del capitolo (§ 1) Dante giunge infatti, mediante un processo induttivo, alla definizione di vulgare latium come « volgare di tutta l'Italia » e procede poi ad identificare senz'altro tale volgare con il vulgare illustre, cardinale, aulicum et curiale, in quanto quest'ultimo è usato dai doctores illustres di tutta Italia. Nella seconda parte (§ 2_3) presenta invece il piano della trattazione successiva e annuncia che comincerà ad occuparsi del volgare illustre, perché è «il più eccellente», ne fisserà le modalità d'impiego e si rivolgerà poi ai vulgaria inferiora. Nel primo caso il testo sembra dunque considerare il volgare illustre un'entità singola e a sé stante (coerentemente con la nozione di simplicissimum signum) e perentoriamente lo indica come il volgare italiano in assoluto; nel secondo caso pare invece presupporre una serie di vulgariii, di cui il vulgare illustre (cioè, secondo quanto è stato dimostrato, il vulgare latium) è il grado supremo. Le due concezioni non integrano perfettamente fra loro e si può fondatamente eccepire che, qualora il vulgate illustre coincida in tutto e per tutto col vulgate latium, dovrebbe, in quanto indice di italianità, essere usato in ogni circostanza e non solo in determinate condizioni (come viene accennato nel corso di questo capitolo e ampiamente dimostrato nei capp. I e II del libro II), e che, sempre in base a tale identificazione, i vulgaria inferiora non dovrebbero evidentemente essere considerati italiani ed esulerebbero pertanto dalla trattazione.

In realtà con questa sfasatura riemerge, malgrado tutto, quella differenza di impostazione fra i due libri che abbiamo già notato e che, come qui appare con incontestabile evidenza, giunge fino a investire il concetto stesso di vulgate. Nel primo libro l'indirizzo linguistico-speculativo comporta infatti la fondamentale opposizione fra vulgaria municipalia e vulgare illustre e attribuisce quindi decisamente a quest'ultimo il valore di «lingua»; nel secondo libro l'orientamento retorico presuppone invece la triade vulgare humile - vulgare mediocre - vulgare illustre, e pertanto impiega prevalentemente il termine nel senso di «livello linguistico». Quest'ultima accezione è peraltro essenziale per la struttura del secondo libro: essa permette infatti di situare immediatamente il volgare illustre all'interno della costruzione dottrinale e di collegarlo senza ulteriori passaggi logici (come, per esempio, l'uso di un sermo illustris per indicare il grado più alto della lingua) a nozioni fondamentali di questa sezione del trattato, quali appunto la scelta della tematica, dello stile, della forma metrica, del costrutto e del lessico particolare. Se dunque l'impianto e i concetti principali di questo libro sono sostanzialmente retorici, una diffusa attitudine speculativa è però ben viva e operante anche in questa parte del De vulgari eloquentia. Gli schemi e le teorie retoriche non vengono passivamente enunciati, ma sono elaborati, formulati e dimostrati secondo i metodi e con gli strumenti della filosofia, da cui ricevono sostegno e autorevolezza. Così, in margine a dottrine specificamente retoriche si sviluppano spesso alcune delle pagine più filosofiche dell'intera trattazione, come il cap. I (in cui il problema di chi debba usare il vulgare illustre viene trattato come una vera e propria quaestio e risolto in base al principio della convenientia, che viene applicato secondo il tipico modulo aristotelico-scolastico della triade genere-specie-individuo) o come il cap. II (in cui la determinazione dei temi adatti al volgare supremo viene sottilmente fatta discendere dalle tre potenze dell'anima umana). Ma anche dove l'impronta della filosofia sembra meno profonda e dove è persino dato cogliere qualche punto di contatto con i concetti e la terminologia della trattatistica retorica medievale, la tendenza speculativa ricompare sotto forma di una maggior apertura all'elaborazione concettuale e di una più sentita esigenza di sistematicità. Si pensi alla complessa gerarchia di costrutti che Dante istituisce nel cap. VI, partendo dalla tradizionale distinzione fra constructio congrua e constructio incongrua, o alla classificazione delle parole in grandi categorie secondo le loro caratteristiche formali (verba puerilia, muliebria, virìlia, ecc.) con cui nel cap. VII supera l'insegnamento troppo particolare, eccessivamente precettistico e spesso episodico, in cui la retorica fin dall'antichità risolveva il problema delle scelte lessicali.

Lo stesso atteggiamento culturale che abbiamo fin qui tratteggiato si può osservare nei confronti dell'altro importante tema strettamente legato e, per così dire, complementare alla questione del vulgare: il problema cioè dei rapporti fra quest'ultimo e il latino. La rilevanza di questo punto nel pensiero di Dante è notevole, e infatti esso viene accennato subito in apertura di trattato, immediatamente dopo la definizione di volgare. Ma anche in questo caso l'argomento viene affrontato da un punto di vista generalissimo: i termini intorno a cui si sviluppa il discorso non sono infatti la lingua del sì e il latino, ma il vulgare in genere (di cui, come si è visto, la lingua del sì è una delle tante varietà) e la gramatica (di cui il latino costituisce una delle realizzazioni concrete, ma non l'unica: il nostro autore ne cita espressamente almeno un'altra, cioè il greco). Con questo termine gramatica viene indicato un tipo di lingua artificiale, convenzionale e immutabile, che è, nel senso più concreto e letterale della parola, risultato di un'invenzione. Esso è infatti derivato da un accordo fra gli inventores gramaticae facultatis, che, appartenendo a popoli e nazioni diverse, lo fissarono per sempre nella sua forma definitiva e non suscettibile di trasformazioni, al fine di poter comunicare fra loro. Questa concezione, che a noi moderni appare strana e inconsueta, germina anch'essa dal terreno della speculazione medievale, presentandosi, nella dichiarata strumentalità della lingua, come un'applicazione rigorosa della dottrina aristotelica (del resto enunciata nei primi capitoli del De vulgari eloquentia), secondo cui la locutio è un signum atto a trasmettere il pensiero. Ma più ancora è forse dato cogliere punti di contatto con il concetto di grammatica elaborato dai modisti, complice forse l'identità del termine usato. Tale grammatica è la scientia locutionis, cioè, in sostanza, la «grammatica speculativa» (e qui il divario con Dante è notevole, perché egli sostiene invece esplicitamente che la gramatica è una locutio), di cui i filosofi, suoi inventores, fissarono i prima principia, isolando quegli elementi fondamentali e quelle norme generali che sono validi per qualsivoglia lingua e che permettono quindi di superare la molteplicità del linguaggio. La stessa origine, la stessa funzione unificatrice e le stesse esigenze di stabilità e di universalità ricompaiono nella nozione di lingua grammaticale introdotta dal nostro autore, che può infatti essere presentata come un primo rimedio all'infinita variabilità del linguaggio, il quale dopo Babele è ormai indissolubilmente connesso, con legame di effetto-causa, all'estrema mutevolezza della natura umana. Essa appare pertanto come un complemento del volgare e, come tale, si inserisce non marginalmente nell'asse principale della trattazione del I libro (che, come abbiamo visto, dalla dispersione babelica, giunge, con opportuni passaggi, fino al vulgare illustre), attuandovi un contrappunto ricco di implicazioni. La presenza di un termine di riferimento (e di un termine di riferimento dotato di sufficiente comprensività, in quanto slegato dalle peculiarità di una singola lingua) spinge infatti Dante a considerare con maggior attenzione i fenomeni linguistici che rientrano nella categoria del volgare e a cercare di definirne le caratteristiche generali, prescindendo dalle particolarità contingenti dei dialetti italiani. Così, il contrasto con l'inalterabilità della gramatica pone in piena luce la variabilità nel tempo e nello spazio del volgare (V. E., I, ix, 6-ii); la valutazione dei rapporti logico-cronologici intercorrenti fra i due linguaggi rivela l'originarietà e l'anteriorità del vulgare, che, in quanto materna locutio imparata spontaneamente, precede sia nella formazione sia nell'apprendimento la convenzione della lingua grammaticale (V. E., I, 1, 2 e 4); la scarsa diffusione di quest'ultima, che è mezzo espressivo riservato ai dotti, mette in evidenza la schiacciante preponderanza numerica di quanti parlano in volgare (V. E., I, 1); il carattere naturale del vulgare è infine reso manifesto per antitesi dall'artificialità della gramatica (V.E., I, 1). Abbiamo dunque un vero e proprio confronto fra due tipi di lingua che proprio con questo paragone si definiscono a vicenda, mostrandosi l'uno instabile e variabile, ma primario, larghissimamente usato e naturale, l'altro invece immutabile, ma posteriore, ristretto a pochi e artificiale. La syncrisis si conclude naturalmente, secondo le regole canoniche, con un giudizio di valore, che privilegia, in base alle sue qualità (ma specialmente, come vedremo, in virtù del suo essere naturalis) il volgare. Questo verdetto non implica tuttavia una svalutazione e un rifiuto della gramatica, che anzi per alcuni caratteri connessi alla sua artificialità (in particolare la stabilità e regolarità della sua struttura, la presenza di norme che la disciplinano nei suoi vari aspetti, l'uso di tecniche codificate) viene altamente apprezzata. Così non solo è un pregio per i poeti della lingua del l'essere vicini alla gramatica (V. E., I, x), ma è anche abitudine lodevole imitare il sermo e l'ars regularis degli artisti che si sono espressi in tale lingua (V. E., II, IV), ai quali ci si può anche utilmente ispirare per il costrutto supremo (V. E., II, vi). Pare dunque che la funzione esemplare tradizionalmente esercitata dal latino (che per Dante è appunto la specifica incarnazione della gramatica nel mondo occidentale) non venga posta in discussione. Ma forse, come è stato recentemente suggerito, la gramatica esercitò sulla nostra trattazione un'ulteriore influenza, fornendo, con la sua essenza di lingua universale e artificiale, lo schema concettuale per il vulgare illustre, lingua anch'essa universale, ma naturale, tale quindi da superare la situazione degli innumerevoli ydiomata e vulgaria, che sono sì naturali, ma che non possono certamente avanzare alcuna pretesa di universalità.

Tuttavia, a parte tutte queste considerazioni, l'affermazione della supremazia del volgare è nel De vulgari eloquentia netta e incontestabile. Ciò permette di istituire un interessante punto di contatto (e di contrasto) all'esterno del trattato, collegandolo con quella parte della produzione dantesca che gli è cronologicamente più prossima. Essendo stato scritto nei primi anni dell'esilio e, almeno in parte, prima del 1305, esso risulta infatti assai vicino al Convivio, nel cui primo libro Dante anzi annuncia «uno libello ch'io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza». Ora, anche nel Convivio viene affrontata la questione dei rapporti fra il latino e il volgare, ma con esiti del tutto diversi. Vi si dimostra infatti che il latino è «più bello, più virtuoso e più nobile» del volgare. Il contrasto con l'affermazione del De vulgari eloquentia secondo cui delle due lingue nobilior est vulgaris è dunque puntuale, anche nella scelta dei termini. Questi giudizi così divergenti nascono da contesti differenti e riflettono prospettive diverse, rispetto alle quali appaiono entrambi del tutto coerenti. Il Convivio tocca infatti il problema soltanto di scorcio, per giustificare l'uso del volgare in un settore come quello del commento, che la cultura medievale riservava tradizionalmente al latino. Il primato di quest'ultimo è quindi legato a una situazione contingente e appare funzionale all'argomentare dell'autore, che tende a dimostrare come, secondo il principio della convenientia, non sia corretto servirsi del latino per interpretare canzoni scritte in italiano, lingua che gli è inferiore. Il De vulgari eloquentia affronta invece la questione in tutta la sua vastità e anzi, come abbiamo notato, la prospetta in termini quanto più possibile universali, prescindendo dalla condizione italiana. Nel primo caso il tema viene quindi ridotto in un àmbito molto ristretto e specifico, nel secondo viene invece svolto con la massima ampiezza e generalità. Ma nonostante questa diversità di impostazione, o forse proprio in virtù di essa, le tesi cui pervengono le due opere appaiono difficilmente conciliabili e la vigorosa affermazione della dignità e dell'eccellenza del vulgare sembra piuttosto costituire una nuova conquista del pensiero di Dante. Questo ulteriore passo della riflessione linguistica conferma ancora una volta l'influenza decisiva che la filosofia esercita sulla nostra trattazione. A voler infatti considerare attentamente le caratteristiche su cui si fonda la valutazione espressa dal nostro autore in V. E., I, 1, ci accorgiamo che le doti di anteriorità e di maggior diffusione erano già state individuate e attribuite al volgare nel Convivio, senza peraltro determinare un giudizio positivo. L'elemento nuovo, che significativamente non compare nel trattato italiano, è invece il riconoscimento del carattere naturale del volgare. Tale particolarità consente di utilizzare la teoria aristotelico-scolastica della superiorità della natura sull'ars e di dedurne quindi la maggior nobiltà della locutio vulgaris. È ancora quindi la speculazione contemporanea che offre a Dante i mezzi per uscire dalle concezioni tradizionali e per giungere alle sue affermazioni più originali. Se nel Convivio la preminenza dell'«arte» sull'«uso» assicurava il primato in campo estetico del latino, qui invece la supremazia della «natura» sull'«arte» garantisce la superiorità del volgare. A un criterio di tipo retorico viene sostituito un assioma filosofico che offrendo un punto di vista anomalo modifica i termini della questione e rovescia i consueti schemi valutativi.. Anche in questo caso viene dunque confermata quella tendenza speculativa che, come abbiamo osservato, costituisce l'aspetto più caratteristico del nostro trattato, di cui rappresenta l'elemento più fecondamente innovatore. Tale disposizione culturale induce il nostro poeta a frequentare e utilizzare una letteratura tecnica che, se, come è ovvio, ha il suo centro nei testi di Aristotele (principalmente l'Etica Nicomachea, la Metafisica, la Fisica e la Politica), comprende Tommaso d'Aquino (soprattutto la Stimma theologiae, la Summa cantra gentiles e i commenti alle opere aristoteliche precedentemente citate) e, in relazione ai vari argomenti, una serie di autori più o meno importanti, come Agostino, Pietro Lombardo, Rabano Mauro, Boezio, il Liber de Causis, l'enciclopedista Vincent de Beauvais, probabilmente Boezio di Dacia, Sigieri di Brabante e altri. Ma più che la presenza e l'accumularsi delle fonti (che in alcuni punti, come apparirà dal commento, si sovrappongono e si integrano vicendevolmente), conta in quest'opera il desiderio e la capacità di appropriarsi di dottrine, concetti, schemi, termini, esempi propri dell'ambito filosofico. Gli scritti dei filosofi assumono quindi non tanto la funzione di auctoritates atte a sostenere la trattazione, quanto piuttosto quella di modelli di metodo e di repertori capaci di fornire gli strumenti e i materiali necessari allo svolgimento della ricerca.

Da questo modo di procedere deriva un'estrema scarsità di citazioni esplicite e, nel contempo, il frequente ricorso a teorie così comuni e vulgate che spesso non è possibile stabilire con precisione da quale scrittore siano state desunte. Ma, come abbiamo più volte osservato, il vero merito di Dante (che non è un filosofo professionista e non scrive un'opera filosofica) non consiste nel possesso di una profonda cultura specialistica o nell'impiego di dottrine originali, ma nell'intrepida e disinvolta volontà di applicare in campi nuovi tecniche e procedimenti propri della filosofia, che gli permettono di affrontare con un'ottica innovatrice i problemi connessi col sorgere del volgare.

 

Nota

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[1] L'opera infatti si interrompe bruscamente all'inizio del cap. XIV del libro II.

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011