Tommaso Casini

Notizia sulla Vita Nuova

Edizione di riferimento:

La vita nuova di Dante Alighieri, con introduzione commento e glossario di Tommaso Casini, Biblioteca scolastica di classici italiani già diretta da Giosue Carducci, Firenze, Sansoni editore 1885

 § 1. Cenni sulla storia esterna della V. N. - § 2. Commentatori e Interpreti. 3. Tempo in cui fu scritta la V. N. - § 4. Composizione del libro: significato del titolo. - § 5. Le visioni e il numero nove. - § 6. Rime pertinenti alla V. N.

§ 1. Della Vita Nuova, come del resto di tutto le altre opere dell'Alighieri, a noi non è rimasto alcun esemplare di mano dell'autore: essa invece ci è stata conservata da non pochi manoscritti, i piú antichi dei quali non risalgono piú addietro della metà del trecento [1]. A giudicare dal numero delle copie d'innanzi la stampa, che ci sono pervenute, il libretto di Dante non deve aver avuto nei secoli xiv e xv una grande diffusione: pochi biografi e commentatori del poema lo ricordano; nessuno scrittore lo imitò; e forse, fuori di Toscana, fu letto da pochissimi, anche perché assai per tempo cominciarono a divulgarsi degli estratti della V. N. contenenti le sole poesie, [2] e poi perché la gloria della Commedia oscurò e fece dimenticare le altre scritture di Dante. Delle quali la V. N. fu l'ultima a venir pubblicata per le stampe: ché mentre il Convivio si aveva stampato sino dal 1490, il De vulgari eloquentia dal 1529 e il De Monarchia dal 1559, la prima edizione della V. N. comparve solamente nel 1576, in Firenze, curata da Niccolò Carducci; il quale o per difetto del manoscritto sul quale la condusse o per sua negligenza ce ne diede un testo infedele e incompiuto [3]. Dopo un secolo e mezzo, lungo periodo di interregno per i grandi scrittori toscani del trecento, venne fuori la seconda edizione della V. N. [4]; la curò Anton Maria Biscioni, che affermò, di aver consultato sette manoscritti [5], e, sebbene trascegliesse a caso le varietà di lezione e non sapesse ricavarne tutto il possibile vantaggio, corresse molti errori e compí le lacune della prima stampa. Il testo, quale era stato fermato dal Biscioni, fu riprodotto in tutte le ristampe posteriori della giovenile operetta di Dante; fino a che comparvero, quasi nello stesso tempo, due nuove edizioni che segnano il cominciamento di un lavoro piú metodico intorno alla lezione della V. N. poiché i loro autori si proposero di comunicare il testo di determinati manoscritti, come strumento a ulteriori indagini critiche: sono queste l'edizione milanese del 1827 condotta da Gian Giacomo Trivulzio su' due manoscritti di sua proprietà [6] e la pesarese del 1829 procurata da Odoardo Machirelli e Crisostomo Ferrucci sur un manoscritto della famiglia Nobili [7]. Seguirono le edizioni di Pietro Fraticelli [8], di Alessandro Torri [9], di Giambattista Giuliani [10]; le quali arrestarono piú che non affrettassero il cammino verso la costituzione di un testo critico della V. N., iniziato colla milanese e la pesarese: quei tre valentuomini, variamente benemeriti degli studî danteschi, volsero la mente piú tosto alla interpretazione del libro, e, se anche consultarono e spogliarono codici e stampe, troppo arbitrariamente permutarono, emendarono, corressero dove meglio loro parve di leggere cosí e cosí, secondo il criterio fallace del gusto. Un utile contributo invece alla critica del testo recò Ludovico Pizzo colla sua edizione veneziana, condotta sopra i due manoscritti marciani e accompagnata da una buona bibliografia delle stampe e delle traduzioni [11]. Ma il lavoro piú cospicuo intorno al testo della V. N. fu quello di Pio Rajna, per l'edizione pisana preparata dal D'Ancona [12]; la quale anche per questa parte riuscí notevolissima sebbene dispiacesse ad alcuno [13] che in molti casi dubbi si fosse accolta la lezione di manoscritti poco autorevoli o delle stampe precedenti, mentre era forse assai meglio ritornar francamente a quella del codice piú antico tra i sei consultati dal Rajna. Un progresso ulteriore nella critica del testo è segnato dall'edizione procurata da Carlo Witte [14], il quale la corredò di una ricca bibliografia dei manoscritti e delle stampe e ne raccolse tutte le piú notevoli varianti: ma anche l'illustre dantista non seppe liberarsi dal difetto, ch'egli giustamente rimproverò ad altri editori, di sostituire una lezione ad un'altra, non già secondo un criterio obbiettivo, ma in conformità del suo modo d'intendere l'operetta di Dante. Le stampe della V. N. posteriori a quella del Witte nulla o quasi nulla aggiunsero di utile alla costituzione critica del testo; alla quale sarebbe tempo di dare opera, partendo da una classificazione dei manoscritti sopravvissuti, o almeno tenendo a base uno dei manoscritti piú antichi. Non essendo stato mio intendimento di tentare quest'opera di ricostituzione, e non volendo d'altra parte in una nuova edizione ripetere questa o quella delle precedenti, ho seguito costantemente la lettera di uno dei codici piú antichi, non ancora consultato dai molti editori della V. N. [15]; e riproducendo questo testo con iscrupolosa fedeltà (salvo in alcuni pochissimi casi d'errore materiale [16]) ne è uscita una lezione che ha, a mio parere, le sembianze e tutto il colorito dello stile e della lingua dei tempi di Dante.

 

§ 2. Se scarso, o piú tosto condotto poco metodicamente fu sin qui il lavoro di critica del testo della V. N., altrettanto non si può dire di quello dell'interpretazione. Sino dal secolo xiv, in quel gran fervore di studi danteschi che seguitò alla morte del poeta, qualcuno degli interpreti del poema poté forse concepir l'idea di commentare la V. N., considerata giustamente sino d'allora come un'introduzione alla Commedia [17]: che l'idea fosse recata in atto non sappiamo, ma è certo che verso la fine del trecento correvano sotto il nome di Giovanni Boccaccio certe chiose al libretto di Dante, delle quali anzi una, scritta per giustificare l'omissione delle divisioni, ci è stata conservata da un diligente copista [18]. Ma se chiose o commenti sulla V. N. furono scritti, come è assai probabile, sino dal secolo xiv a noi non sono pervenuti: e primo illustratore di questo libro resta Anton Maria Biscioni, il quale, curandone come abbiamo già detto la ristampa, vi mise innanzi un lungo discorso illustrativo e vi raccolse in fine alcune poche annotazioni non senza valore. Altre note aggiunsero gli editori milanesi e pesaresi, ma i primi commentatori, nel vero senso della parola, furono il Fraticelli e il Torri: l'uno accompagnò le varie edizioni da lui sopravvedute di note esplicative sobrie e diligenti e di un'ampia dissertazione clhe illustra gli amori e le rime giovenili di Dante; l'altro corredò il suo testo di molte illustrazioni di vario valore, raccogliendovi tutto quello che da altri era stato scritto innanzi sulla V. N. e discutendo, da sé o per iscritture altrui, molte quistioni di senso, di lingua, di storia. Il commento del Fraticelli è forse insufficiente ai piú, poiché sorvola su molti luoghi difficili; quello del Torri è male ordinato e distribuito, e il lettore si perde facilmente in una selva di note e contronote, di preliminarí e di appendici: ma l'uno e l'altro, in mano di chi sappia farne uso, sono ottimi strumenti all'interpretazione della V. N. A questa volse con particolare amore le sue cure Giambattista Giuliani, scrivendo un commento che a' piú parve ottimo, e il Vitte lodò «per profonda penetrazione dei pensieri dell'autore, per gusto squisito e per somma chiarezza»: il metodo del Giuliani, com'è, noto, era quello d'interpretare «Dante con Dante», vale a dire di non cercar mai la spiegazione delle idee e dei sentimenti dell'autore, il significato delle parole da lui usate, i particolari di fatto che lo riguardano, fuori delle opere sue; un metodo, che è un po' esclusivo e anche, se vuolsi, cagione non infrequente all'interprete di aggirarsi in un circolo vizioso, non poteva dare un commento in ogni sua parte perfetto, sí bene conferire utilmente alla migliore intelligenza di molti luoghi e a mostrare i rapporti di forma e di pensiero tra le varie opere di Dante: e sarebbe vano il negare, per questo rispetto, il molto che gli studi danteschi in generale e anche quelli sulla V. N. devono al Giuliani. Opera di maggiore larghezza, che superasse tutte le precedenti, si propose Alessandra D'Ancona preparando con Giosuè Carducci e Pio Rajna l'edizione pisana del 1872: il discorso su la Beatrice di Dante, premesso dal D'Ancona alla V. N., è l'illustrazione più compiuta di questo libretto e in generale della gioventú dell'Alighieri [19]: le note del D'Ancona stesso e del Carducci, pur accogliendo e discutendo le interpretazioni dei commentatori precedenti, tanto le superano di novità e di precisione che un illustre dantista augurava ai classici antichi la sorte di essere commentati in tal modo. Dopo, piú tosto che veri commenti si ebbero edizioni annotate: fra le quali ricorderò solamente quella di Carlo Witte, con note parche e succinte che spesso ripetono, colle stesse parole, le spiegazioni del Fraticelli e del Giuliani; e quella di Attilio Luciani, che riassumendo in servizio delle scuole i commenti altrui vi pose del suo qualche osservazione utile e nuova. Furono poi, specialmente negli ultimi anni, frequentissimi gli studi critici attinenti a questa o quella parte della V. N., e specialmente alla questione della realtà o idealità o allegoria di Beatrice [20]. Da questi scritti si può trarre spesso qualche buona osservazione, e se n'ha a giovare l'interprete della V. N. per conoscere le opinioni messe innanzi dagli altri; ma mi pare inutile distenderne qui un elenco, che forse riuscirebbe manchevole di qualche nome: e basterà additare specialmente lo studio di Giosuè Carducci sulle rime di Dante, gli scritti danteschi di Giuseppe Todeschini e di Raffaello Fornaciari, e finalmente le storie della letteratura italiana di Adolfo Bartoli e di Adolfo Gaspary; poiché in questi libri è il meglio che sia stato scritto, all'infuori dei commenti già enumerati, sul giovenile libro di Dante. Invece non mi pare inutile il ricordare che all'intelligenza della V. N. possono utilmente conferire le traduzioni che ne abbiamo nelle principali lingue viventi: delle quali le piú osservabili sono le tedesche del Jacobson, dell'Oeynhausen, del Foerster; le inglesi del Garrow, dell'Eliot Norton, del Martin; e le francesi dello Zéloni e del Delécluze: osservabili anche perché ci attestano la diffusione dell'operetta di Dante presso i popoli stranieri.

 

§ 3. Non è bene accertato, non ostante la lunga discussione che se n'è fatta [21], il tempo in cui Dante scrisse la V. N.; o, meglio, in cui diede ordine ed organismo di libro a quella mescolanza di prosa e di rime, scritte in tempi diversi e raccolte poi e collegate in un solo racconto. Due opinioni principali tengono il campo. L'una risale alla testimonianza del Boccaccio, il quale nella biografia dell'Alighieri scrisse che «egli primieramente, duranti ancora le lagrime della sua morta Beatrice, quasi nel suo vigesimo sesto anno compose in un suo volumetto, il quale egli intitolò Vita Nuova, certe operette, siccome sonetti e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte da lui»; cosí che la composizione di questo libretto cadrebbe adunque all'incirca nell'anno 1292: e seguirono questa opinione, o di poco se ne scostarono, il Balbo, il Fraticelli, il Todeschini, e il Fornaciari. L'altra opinione muove dalla considerazione che i fatti accennati nella V. N. abbracciano un periodo di tempo che si estende oltre il momento del dolore per la morte di Beatrice, e dall'ipotesi che la visione accennata nell'ultimo capitolo sia quella stessa che è rappresentata nella Commedia; cosí che la composizione del libretto non potrebbe essere anteriore al 1300 e cadrebbe nella primavera di quell'anno: e questa opinione sostennero il Lubin, il D'Ancona, il Witte, il Wegele, lo Scartazzini, ed altri, salvo che almeno alcuni di essi ammisero la possibilità che una parte della narrazione fosse cominciata a scrivere subito dopo la morte di Beatrice e la restante vi fosse poi aggiunta piú tardi. In una questione, alla quale parteciparono tanti e tanto valenti cultori degli studi danteschi, ormai è impossibile portare in campo argomenti nuovi e definitivi; poiché tutti gli indizi e gli accenni al tempo che si tratta di determinare sono stati avvertiti, chiariti, discussi con ogni diligenza; ed ora una trattazione della questione non sarebbe altro che inutile ripetizione di cose già dette. Pur non voglio astenermi dall'osservare, che forse alla risoluzione de' dubbi fa impedimento finora il modo col quale essi furono posti; poiché i seguaci delle due opinioni sovraccennate partirono rispettivamente da un dato non bene accertato: per gli uni il fondamento di ogni deduzione fu l'attendibilità del Boccaccio, per gli altri l'identità della visione finale con quella della Commedia. Ora, per quanto non sia del tutto giusto il biasimo, che sino dal quattrocento il Bruni rivolgeva al Boccaccio, d'avere scritto la Vita di Dante piuttosto da poeta che da storico, biasimo tante volte ripetuto ai dí nostri, sebbene le indagini degli eruditi abbiano confermato molti de' particolari di quel libro, si potrà ammettere senza difficoltà che l'autore del Decameron sia stato molto scrupoloso nel determinare il tempo della composizione della V. N.? O non sarà forse piú ragionevole il ritenere che egli, sapendo solamente che il libretto di Dante era stato scritto pochi anni dopo la morte di Beatrice, e non avendo d'altra parte nozione alcuna di un anno determinato al quale riferirne la composizione, colle parole «quasi nel suo vigesimo sesto anno» abbia voluto non già precisare codesto tempo, ma solo indicarlo per approssimazione, come se intendesse dire che l'Alighieri scrisse la sua operetta in tempo non molto lontano dall'anno ventesimo sesto della sua vita? Ancora: pur ammettendo l'identità della visione finale con quella del poema, è necessario ammetterne la contemporaneità assoluta? Questa visione non è altro che l'idea del viaggio narrato nella Commedia: ma nella fine della V. N. è accennata come appena concepita, anzi come appena intravveduta nella mente di Dante, il quale dichiara di studiare quanto può per venire a «piú degnamente trattare» di Beatrice, ossia, come mi pare di dover intendere necessariamente, per determinare e concretare quella mirabile concezione che sarà poi la materia del poema sacro. Nell'anno 1300, al quale è riferita la visione per ragioni del tutto esteriori (che nella mente misticamente esaltata dell'Alighieri dovettero assumere una grande importanza), la concezione del poema doveva essere, se non in tutte le sue parti, almeno nelle linee generali compiuta e determinata; e però la composizione della V. N., le ultime parole della quale accennano sí a questa concezione, ma come ancora vaga ed indefinita nella mente del poeta, può, e parmi ragionevolmente, esser avvenuta qualche anno innanzi. Combinando il risultato delle precedenti considerazioni col fatto che la fine dell'episodio della donna gentile ossia il ritorno di Dante alla memoria di Beatrice coincide coll'iniziarsi della serie di canzoni filosofiche, delle quali prima è una composta nel 1294 [22], e considerando che nei tre capitoli seguenti sino alla fine l'autore si affretta alla conclusione e non accenna ad alcuna lunga separazione di tempo da ciò che ha narrato dinanzi, mi sono indotto a ritenere che la materia della V. N. vada poco oltre il 1294, e che Dante scrivesse il suo libretto in questo o nel seguente o ad ogni modo prima di compiere i trent'anni. La lacuna, avvertita dal D'Ancona, c'è tra l'episodio della donna gentile e la visione del poema; ed è riempita, com'egli osserva giustamente, dalle rime filosofiche che dovevano essere commentate nel Convivio: ma in questo senso, che le rime accompagnano e segnano anzi in un certo modo l'elaborarsi nella mente di Dante del concetto di un grande poema, dall'idea vaga e indistinta ch'ei n'ebbe primamente quando ritornò col pensiero al culto di Beatrice sino all'idea determinata e concreta del viaggio per i regni eterni, quale e' dispiegò nell'opera sacra a cui ha posto e mano e cielo e terra [23].

 

§ 4. Quale fosse l'organismo per dir cosí, della V. N. intendeva benissimo il Boccaccio, scrivendo che, Dante compose in essa «certe operette, siccome sonetti e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte..., di sopra ciascuna partitamente ed ordinatamente scrivendo le ragioni e cagioni, che a quelle fare l'avevan mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere». La V. N. insomma consta di tre elementi:

- le rime scritte per Beatrice e per alcune altre donne,

- le narrazioni de' fatti che furono come le occasioni alle poesie,

- e le divisioni o partizioni colle quali si dichiara e spiega il contenuto delle rime.

Questi tre elementi compose e collegò l'autore cosí strettamente, che non potessero esser separati, poiché si chiariscono e compiono a vicenda; sebbene le narrazioni non siano in molti casi altro che l'esplicazione delle rime, senza aggiungere alcun nuovo particolare di fatto, e le divisioni siano formulate in maniera che la continuità del racconto non cesserebbe ove esse mancassero e fossero tolte di mezzo. Già sino dal secolo xiv vi fu chi levò via dal testo della V. N. le divisioni, considerandole come dichiarazioni accessorie; ma nella maggior parte de' manoscritti e delle stampe rimasero come parte integrante del libro, dal quale veramente non si possono distinguere senza alterare quell'organismo formale che Dante volle dargli.

Nei codici e nelle prime edizioni la V. N. non ha alcuna partizione per capitoli o paragrafi; primo a introdurla fu il Torri, che vi distinse quarantatrè paragrafi; e la sua divisione fu accettata da' seguenti editori sino al Witte. Questi, considerando che il primo non era altro se non quel proemio, che Dante stesso considera come staccato dal corpo del libro [24] (e veramente altro non è che una dichiarazione del titolo), lo escluse dalla numerazione e suddivise quello che era secondo in due, comprendendo nell'uno l'incontro di Dante con Beatrice all'età di diciotto anni e nell'altro la prima visione, fatti che per vero sembrano da tenere distinti: cosicché nella stampa del Witte non venne ad essere alterato il numero delle parti introdotto dal Torri. Volentieri avrei anche per questa nuova edizione accolta senz'altro la partizione vulgata; ma in un luogo ho dovuto scostarmene, e precisamente nel capitolo ventesimosesto che tutti i precedenti editori divisero in due, il Torri introducendo nel testo una emendazione che giustificasse l'interruzione, il Witte invece passando da un capitolo al seguente senza alcuna pausa del senso, anzi con la sola distinzione d'una virgola [25]: e che sia impossibile qualunque divisione a questo luogo lo mostra il fatto che per tutto il capitolo stesso si tratta dello stesso argomento, degli effetti cioé di Beatrice rispetto agli uomini e alle altre donne. Ne è venuto quindi che nella presente edizione i capitoli della V. N. sono, oltre quello del proemio, solo quarantadue.

Piú importante della divisione esteriore e materiale per capitoli è quella che si può trarre dalla stessa contenenza del libro, e dallo svolgimento naturale dei fatti e dei sentimenti. Migliore di tutte le partizioni della V. N. che furono proposte mi pare esser quella che diede il D'Ancona, fondandosi specialmente sulle indagini instituite per determinare la cronologia del libro e sulla natura degli avvenimenti che Dante racconta e dei sentimenti da' quali è agitato ne' vari momenti. Questa partizione, leggermente modificata per metterla in armonia con le osservazioni fatte nel precedente paragrafo sul tempo in cui fu composta la V. N., è la seguente:

 

1a Parte, capp. i-xvii: Amori giovenili e rime sulla bellezza fisica di Beatrice (1274-1287).

2a   »     capp. xviii-xxvii: Lodi della bellezza spirituale di Beatrice (1287-1290).

3a   »     capp. xxviii-xxxiv: La morte di Beatrice e le rime dolorose (1290-1291).

4a   »     capp. xxxv-xxxviii: L'amore e le rime per la donna gentile (1291-1293).

5a   »     capp. xxxix-xlii: Ritorno all'amore e al culto di Beatrice estinta (1294).

 

Restano a fare alcune considerazioni sulle parole onde s'apre il libro, sul proemio in cui Dante dichiara di voler descrivere i ricordi della sua V. N. Qual senso dobbiamo dare alle parole di codesto proemio, e per conseguenza al titolo del libro di Dante? Variamente fu risposto a questa giusta domanda. Alcuni intesero che l'Alighieri volesse parlare dei fatti della sua prima età, cioè della adolescenza, che secondo la teoria dantesca dura fino all'anno venticinquesimo (Conv., iv, 21); ma fu osservato che i fatti della V. N. vanno piú anni oltre l'adolescenza di Dante abbracciando i primi della sua gioventú. Altri spiegarono Vita Nuova per vita giovenile, appoggiandosi specialmente sul fatto che, in Dante stesso e ne' principali scrittori del trecento, nuovo è usato spesso in un simile significato [26]. Altri in fine, movendo dall'idea che il titolo non accenni all'età sì bene al modo della vita descritta da Dante, intesero che vi fosse inclusa l'idea di una rigenerazione operatasi nell'animo di lui per virtú d'amore; e a quest'ultima interpretazione s'accostarono quasi tutti i piú recenti studiosi del libretto dantesco: cosí che V. N. significherebbe che l'amore per Beatrice fu al poeta principio di un nuovo essere. Di queste due ultime maniere d'intendere, dopo matura considerazione, inclinerei ad accoglier la prima [27], quella cioè che racchiude il concetto dell'età; perché mi pare che il titolo debba essere spiegato in relazione alle parole del proemio, in cui Dante distingue nettamente due momenti della sua vita, quello di cui non serba ricordi, e quello di cui nel libro della sua memoria è segnato il cominciamento colle parole: Incipit vita nova: ora, questa distinzione di momenti diversi include necessariamente l'idea di età nel titolo della rubrica; e poiché gioventú dell'uomo è appunto il periodo di tempo che va dall'anno diciottesimo al trentesimo, parmi che il titolo di Vita Nuova possa indicare la gioventú del suo autore, non nel senso ch'egli diede poi nel Convivio a questa parola, distinguendo le età umane secondo i gradi dello sviluppo intellettuale, ma in quello che le dànno le leggi eterne del sentimento e della vita.

 

§ 5. Leggendo la V. N. viene fatto di domandare perché mai Dante atteggi spesso in una forma speciale, quella della visione, la materia de' suoi fantasmi poetici Che cosa sono queste visioni? e a quale stato reale di animo rispondono e quale officio hanno nel libretto di Dante? Risponde bene il Bartoli che queste visioni « non possono essere che un mezzo poetico adoperato per certi suoi fini dallo scrittore; un mezzo che senza dubbio nacque spontaneo nell'Alighieri per influenza dei tempi e dell'ingegno suo individuale, un mezzo ch'egli trovava nella tradizione letteraria della sua età, e che quindi s'imponeva a lui, senza che egli se ne rendesse conto, senza che potesse neppur riflettere sulla sua maggiore o minore convenienza artistica » [28]. Sono adunque una finzione poetica formale; ma se non sono per sé stesse storicamente vere, devono per altro rispondere ad uno stato di animo o a un sentimento o a un fatto reale: e se le consideriamo attentamente, questo fondamento nella realtà delle cose ce lo devono presentare tutte le visioni [29]. La prima che noi incontriamo nella V. N. è la visione d'Amore che pasce Beatrice del cuore di Dante (cap. iii); interpretata già rettamente da Cino da Pistoia come significatrice dell'innamoramento. La seconda è l'apparizione d'Amore, che trae l'animo di Dante verso un novo piacere (cap. ix); e significa il suo innamorarsi di quella donna, ch'ei volle poi rappresentare come seconda difesa per nascondere il vero affetto. La terza è la visione, nella quale Amore consiglia Dante a scrivere una poesia per giustificarsi innanzi a Beatrice, ricordandole che l’affetto per la donna della difesa è una finzione (cap. xii); e può significare il pensiero d'abbandonare questi vani amori per darsi tutto a quello piú nobile e puro per Beatrice. La quarta è la spaventosa visione della morte della sua donna (cap. xxiii) e corrisponde al presentimento che Dante ebbe dell'avvicinarsi di questo doloroso avvenimento. La quinta, immediatamente seguíta alla precedente, piú tosto che una vera visione è l'espressione di quel che Dante pensò quando, dopo il terribile presentimento, vide Beatrice insieme colla donna del suo Guido Cavalcanti (cap. xxvi). Poi le visioni non hanno piú luogo, nella oppressione dolorosa per la morte di Beatrice e durante l'episodio della donna gentile; e le vediamo ricomparire nell'esaltamento dello spirito di Dante combattuto tra il novello amore e la memoria dell'antico. E allora egli ha l'apparizione, di Beatrice, quale ella gli si era dimostrata la prima volta nella fanciullezza (cap. xxxix), a significare che il suo animo, uscito vittorioso dalla lotta tra i due affetti, si rivolse all'amore purissimo che l’aveva occupato sino dai primi anni; e finalmente a Dante appare quella mirabile visione, della quale nulla ci dice in modo determinato (cap. XLII), perché essa, a mio avviso, significa il concepimento ancora vago e indistinto di un poema che dicesse di Beatrice quello che mai non fue detto d’alcuna. Si vede chiaro che queste visioni segnano, per dir cosí, i punti piú salienti dell'azione enarrata nella V. N.: l'innamoramento di Dante, la perdita del saluto di Beatrice, il desiderio di riacquistarlo, la gioia d’averlo nuovamente ottenuto, poi il doloroso presentimento della morte di lei, e, dopo i traviamenti, il ritorno al culto della sua donna e il proposito di celebrarla degnamente; e a rappresentar questi momenti ben s'intende che doveva presentarsi spontanea ad un uomo del medioevo la forma quasi sacra della visione.

Un fatto che ha richiamato costantemente sopra di sé l'attenzione degli studiosi della V. N., è il frequente ricorrere del numero nove in tutte le particolarità di tempo - che si riferiscono a Beatrice. Descrivendo il suo primo incontro con lei Dante insiste sulla circostanza ch'ella era quasi dal principio del suo anno nono, come egli era quasi da la fine del suo nono (cap. 1, 9); la rivide dopo che fuoro passati tanti dí, che appunto eran compiuti li nove anni dopo il primo incontro (cap. II, 1); n'ebbe il primo saluto che l'ora era fermamente nona di quel giorno (ivi, 129); e la visione, che segna il principio del suo amore, gli apparve nella prima ora de le nove ultime ore de la notte (cap. iii 29). Quando volle enarrare in un serventese i nomi delle sessanta piú belle donne di Firenze, non sofferse lo nome de la sua donna stare, se non in sul nove, tra li nomi di queste donne (cap. vi, 11). La visione, per la quale significa il desiderio di riacquistare il saluto di Beatrice, gli apparve ne la nona ora del díe (cap. xii, 55). Quella che gli fece presentir vicina la morte di Beatrice, l'ebbe Dante nel nono giorno della sua malattia (cap. xxiii, 6); e nel sonetto ove narra d'aver visto Beatrice e Giovanna il nome delle donne cade nel nono verso (cap. xxiv, 46). Nella data della morte della sua donna il numero nove pare ch'avesse molto luogo (cap. xxviii, 23); tant' è vero che secondo la cronologia arabica Beatrice morí ne la prima ora del nono giorno del mese, secondo la siriaca nel nono mese de l'anno, e secondo la nostra in quello anno in cui lo perfetto numero era compiuto nove volte in quello centinaio, nel quale in questo mondo ella fue posta (cap. xxix, 1-10). Finalmente la visione di Beatrice, apparsagli giovane in simile etade a quella in cui l'aveva vista la prima volta, accadde quasi ne l'ora de la nona (cap. xxxix, 2). Si afferma da alcuni che questo ricorrere del numero nove non può corrispondere ad una condizione di fatti reali, e quindi che la V. N. non ha alcun valore come narrazione storica; ma parmi che si trascuri una distinzione necessaria e fondamentale. Dante stesso si sforza di rendersi ragione di tutti questi nove, e la spiegazione che piú gli piace è quella che essi significhino Beatrice essere un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade (cap. xxix, 30). Egli aveva osservato il nove nell'età propria e in quella di Beatrice, al momento del primo incontro; aveva notato la coincidenza dell'essersi incontrato nuovamente con lei dopo altri nove anni; aveva badato che il nono luogo occupava il nome di lei nella serie delle donne enumerate nel suo sirventese: quando piú tardi si mise a descrivere le vicende del suo amore, si persuase che quel ricorrere del nove non ora fortuito, ma dipendente dalla natura mirabile della sua donna, e per conseguenza si mise alla ricerca di quel numero anche in talune circostanze di tempo in cui non era; e cosí vennero fuori il nove della prima visione e quelli della morte di Beatrice, veramente ricavati per una artificiosa e sottile considerazione del tempo e non corrispondenti alla realtà. Se quest'idea del nove non avesse avuto un fondamento nel fatto, Dante avrebbe potuto imaginarla in ogni circostanza, non avrebbe avuto bisogno di dare un'espressione approssimativa alle sue parole [30], e tanto meno poi di ricorrere a un artificio del ragionamento per trovare il nove in talune circostanze di tempo nelle quali non gli si presentava. In tutto questo Dante si mostra un uomo del suo tempo; non già cabalistico, come troppi ripeterono senza dichiarare il valore di simile appellativo, ma profondamente disposto dalle condizioni generali dello spirito all'idealizzazione delle piú concrete e determinate realtà dell'essere.

 

§ 6. Dante stesso accenna piú volte abbastanza chiaramente di non avere accolto nella V. N. tutte le rime composte nel periodo di tempo compreso nel suo libretto: già nel proemio alcuno potrebbe trovare questa restrizione, dove tocca delle parole, le quali era suo intendimento d'assemprare in questo libello, e, se non tutte, almeno la loro sentenzia; ma piú esplicitamente, parlando della donna della prima difesa, afferma d'aver fatte per lei certe cosette per rima, che intralascerà tutte, salvo alcuna cosa (cap. v, 21-26). La ricerca delle poesie di Dante, che si ricollegano con la V. N. è già stata fatta dal Bartoli e dal D'Ancona [31] e qui basterà riassumere i risultati piú sicuri delle loro indagini. Alla prima parte della V. N., oltre il serventese ricordato da Dante stesso, si ricongiungono: la canzone E m'incresce di me sí malamente [32] che si riferisce all'innamoramento per Beatrice; la ballata Deh nuvoletta che in ombra d'amore [33], appartenente a' primi momenti di questo amore; il sonetto Guido vorrei che tu e Lapo ed io [34] di poco posteriore al serventese; la canzone La dispietata mente che pur mira [35], scritta assai probabilmente per la donna della prima difesa; il son. Dagli occhi della mia donna si move [36], che rappresenta lo stato d'animo combattuto tra' vari pensieri (cfr. cap. xv); e la ballata Per una ghirlandetta [37], che se pur è di Dante, pare riferirsi ad un fatto molto simile a quello del cap. xviii. Alla seconda parte si collegano: la ballata Io mi son pargoletta bella e nuova [38], contenente le lodi della bellezza spirituale; i sonetti Onde venite voi cosi pensose, e Voi donne che pietoso atto mostrate [39], che si riferiscono alla morte del padre di Beatrice; e il son. Di donne io vidi una gentile schiera [40], relativo a un incontro con Beatrice e con Giovanna. Alla terza parte è da riferir la canzone Morte, perch'io non truovo [41], sebbene scritta prima della morte di Beatrice, poiché descrive le angosciose tribolazioni dell'amante pensando alla vicina perdita della sua donna. Infruttuosa sarebbe la ricerca delle poesie di Dante che possono riportarsi alle ultime due parti della V. N., poiché mancano nel canzoniere elementi bastevoli a una determinazione positiva; e solamente si può dire che al chiudersi del libro si apre la serie delle canzoni filosofiche.

 

Note

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[1] I mss. della V. N. che appartengono sicuramente al secolo xiv sono: A, chigiano l. viii. 305; B, magliabechiano vi. 143; C, cod. della famiglia Martelli (Firenze). Poi vengono alcuni scritti tra il cader del sec. xiv e il cominciar del xv: D, laurenziano xc sup., 136; E, riccardiano 10-50. Del sec. xv, e alcuni anche della prima metà del xvi sono certamente: F, laurenz. xl, 31; G, laurenz. xl, 42; H, magliabechiano vii. 187; I, magliabechiano vii. 1103; J, laurenz., fondo Ashburnham 679: K, laurenz, f. Ashburnham 843; L, magliabechiano, SS. Annunziata 1267; M, marciano cl. x, 26; N, vaticano, capponiano 262; O, corsiniano 1085; P, chigiano l. v. 176; Q, trivulziano 1058; R, trivulziano 1050; S, veronese, carpitolare 445; T, palatino 204; U, palatino 119; V, ambrosiano r. 95 sup. 13; W, bodleiano, canoniciano 114; X, braidense ag. XI, 5; Y, Napoletano xiii. c. 9; Z, codice della famiglia Nobili (Pesaro); a, cod. del Witte, ora di Strassburg; b, laurenz. xc sup., 137; c, riccardiano 1118; d, marciano cl. ix, 191; e, cod. della fiamiglia Cavalieri (Milano). Di altri codici che forse esisteranno non abbiamo notizia.

[2] Per es. nel cod. magliabechiano II, n, 40.

[3] Il titolo della prima edizione è il seguente: Vita Nuova di Dante Alighieri con xv canzoni del medesimo e la vita di esso Dante scritta da Gioranni Bocraccio. In, Firenze, nella stamperia di Bartolomeo Sermartelli MDLXXVI. Precede una lettera del Sermartelli, del 26 marzo 1576, a Bartolomeo Panciatichi, cui il libro è dedicato; nella quale l'editore dichiara d'aver avuto la V. N. dal Carducci. Nel testo mancano le divisioni, e tutte le espressioni che accennano a cose sacre (per es. capp. xxiii, 40; xxviii, I; xxx, 6 ecc.) sono omesse o cambiate.

[4] Nelle Prose di Dante Alighieri e di Messer Gio. Boccacci. In Firenze MDCCXXIII. Per Gio. Gaetano Tartini, e Santi Franchi.

[5] I mss. consultati dal Biscioni furono B, D, E, F, G, M, e un codice della famiglia Guadagni.

[6] Vita Nuova di Dante Alighieri ridotta a lezione migliore. Milano dalla tipografia Pogliani MDCCCXXVII. Sui codd. Q, R.

[7] Vita Nova di Dante Alighieri secondo la lezione di un codice inedito del secolo xv. Pesaro dalla tipografia Nobili 1829. È la stampa del cod. Z.

[8] Firenze, Allegrini e Mazzoni, 1839; Firenze, Barbèra, 1856,1861, 1882.

[9] Livorno, Vannini, 1843.

[10] Firenze, Barbèra, 1863; Firenze, Le Monnier, 1868, 1883.

[11] Venezia, Antonelli, 1865.

[12] Pisa, tip. Nistri, 1872; ristamp. ivi, 1884.

[13] Vedansi le osservazioni premesse all'ediz. wittiana, p. XXXIX-XL. E da notare che il Rajna non conobbe per il suo lavoro i codd. A, C; si giovò invece dei codd. B, E, H, I, L, P.

[14] Leipzig, Brockhaus, 1876.

[15] È il cod. segnato A, che appartiene alla 2a metà del sec. xiv: questo codice, di provenienza toscana e già appartenuto a un figlio di Coluccio Salutati, fu certamente ordinato e forse anche scritto da persona cólta di lettere e di poesia; e la V. N. vi sta in mezzo ad una ricca antologia di rime antiche, la quale, pur accogliendo saggi dei poeti meridionali, incomincia dal Guinizelli e mette capo al Petrarca. Questa raccolta di poesie, che è il più ampio monumento dello stil nuovo, fu pubblicata da E. Monaci e E. Molteni in Bologna, Fava e Garagnani, 1877.

[16] Vedansi, per le poche emendazioni introdotte nella lezione del codice, le Note per la critica del testo, in fondo al presente volume. È mio dovere ringraziare pubblicamente i carissimi amici Albino e Oddone Zenatti, dai quali ebbi una diligentissima collazione della stampa col manoscritto chigiano.

[17] Nel cod. a, in fine alla V. N. si legge che « secondo alcuni questo libretto si vorrebbe scrivere dinanzi al cominciamento dei libro che tratta dell'inferno »; ed. del Witte, p. xxix.

[18] Quello del cod. D: cfr. l'ediz. dei Torri, p. 99, e, più utilmente, quella del Witte, p. xix e seg.

[19] Nella ristampa del 1884 il D'Ancona ha aggiunto, oltre molte belle e preziose note, una prefazione, nella quale discute nuovamente la questione cronologica della V. N. Su questa ristampa si possono consultare con frutto le recensioni di A. Gaspary nel Literaturblatt f. germanische und romansche Philologie, anno v, n° 4; di R. Reuier nel Giorn. stor. della lett. ital., II, 366-395; e di F. D'Ovidio nella Nuova Antologia, 2a serie, XLIV, 238-268.

[20] Su Beatrice e le relative questioni sono da vedere con profitto lo studio di G. Puccianti, La donna nella Vita Nuova di Dante e nel Canzoniere del Petrarca, Pisa, Nistri, 1874; il libro di R. Renier, La Vita Nuova e la Fiammetta, Torino, Loescher, 1879; e lo scritto di P. Tartarini, La Beatrice di Dante e la Bice Portinari, Torino, Bona, 1885.

[21] Vedasi in proposito la pref. di A. D'Ancona alla ediz. di Pisa, 1884, pp. xvii e segg.; e gli scritti già citati del Todeschini e del Fornaciari, e quello di A. Lubin, Intorno all'epoca della V. N. di Dante, Gratz, 1862. Mentre era per licenziare alla stampa queste pagine mi è pervenuto lo scritto di P. Rajna, Per la data della V. N. e non per essa soltanto (Giorn. stor. della lett. ital., VI, 113-162), che autorevolmente propugna la lezione e l'interpretazione data da me nel passo disputato del cap. XL, I; dal quale molti trassero già una conferma all'ipotesi che la V. N. fosse scritta non prima del 1300.

[22] Accenno alla canz. Voi che intendendo il terzo ciel movete, prima di quelle commentate nel Convivio; la quale, se fu nota a Carlo Martello che la ricorda nel Par., viii, 34-37, non potè esser composta dopo il 1294, anno della venuta di Carlo in Firenze (cfr. Del Lungo, Dino Comp. e la sua cr., II, 503).

[23] L'idea che la V. N. fosse scritta nel 1295, o all'intorno, fu già messa fuori da altri; ma non so che altri l'abbia confortata di prove o di ragionamenti. Io la rimetto innanzi timidamente, perché in questi tempi di vantato positivismo, nulla è piú facile, specialmente nelle cose dantesche, che l'incontrare qualche dottorino, il quale gaiamente si metta a beffeggiare il risultato di lunghe e riposate meditazioni; magari perché non corredate di note immani e di erudizioni indigeste, che rendano imagine della piú sciocca e pretenziosa pedanteria.

[24] Cfr. cap. xxviii, 11: «se volemo guardare nel proemio, che precede questo libello».

[25] Questa partizione cade subito dopo le parole: « e però lassando lui » del cap. xxvi, 44.

[26] Vedasi p. es. Purg., xxx, 115: Questi fu tal nella sua vita nuova Virtualmente, ch'ogni abito destro Fatto averebbe in lui mirabil  prova; Petrarca, Canz. Una donna piú bella, 23: Tutta l'età mia nova Passai contento e 'l rimembrar mi giova, e Trionfo d'Am. 1, 64: per la nova età, ch'ardita e presta Fa la mente e la lingua; ecc.

[27] La sola obbiezione grave, che sia stata fatta a questa interpretazione, è che il titolo è in latino, e nova lat. non puó significare quello che esprime il nuova ital.: ma che cosa ci vieta di credere che appunto sull'analogia della forma ital. Dante abbia dato lo stesso senso alla latina? La difficoltà poi della teoria dantesca (Conv. iv, 24), che la gioventú corre dai 25 ai 45, è solamente apparente ; poiché in quella teoria si considera la vita umana in relazione allo sviluppo della ragione e la partizione è tutta scolastica, mentre poi per ciò che riguarda le passioni e i sentimenti, specialmente d'amore, la giovinezza è quell'etá che Dante descrive.

[28] St. della lett. ital., IV, 173.

[29] Questo del resto è secondo la dottrina dei sogni accennata da Dante nel Conv. Il, 9; la quale risale a quella di Tommaso d'Aquino: cfr. Summa theolog. P. II, 2ae qu. xcv, 6.

[30] Si noti: cap. I, 9, Beatrice di 8 anni e 4 mesi è quasi al principio del nono anno; cap. xxxix, 2 la visione appare quasi nell'ora nona ecc.

[31] Bartoli, op.cit., IV. 223-247; D'Ancona, V. N, 2a ed. pp. 117-123.

[32] Canz., ed. Fraticelli, p. 100; ed. Giuliani, p. 179.

[33] Fraticelli, p. 117; Giufiani, p. 231.

[34] Fraticelli, p. 80; Giuliani, p. 171.

[35] Fraticelli, p. 87: Giuliani, p. 176.

[36] Fraticelli, p. 119; Giuliani, p. 231.

[37] Fraticelli, p. 152; Giuliani, p. 359.

[38] Fraticelli, p. 156; Giuliani, p. 175. Non si deve dimenticare che, secondo l'Ottimo commentatore (ed. Torri, vol. II, p. 525), questa ballata sarebbe stata scritta per la donna gentile: e si collegherebbe quindi con la quarta parte della V. N.

[39] Fraticelli, pp. 108-9; Gíuliani, p. 172.

[40] Fraticelli, p. 116; Giuliani, p. 172.

[41] Fraticelli, p. 122; Giuliani, p. 182. I dubbi avanzati sulla attribuzione di questa canzone a Dante non mi sembrano di molto peso; i codici che la recano col suo nome essendo d'autoritá non inferiore a quelli che l'assegnano ad altri.

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011