Francesco Labruzzi

Quando nacque Dante Alighieri?

Edizione di riferimento:

Il Propugnatore, studii filologici, storici e bibliografici - appendice alla collezione di opere inedite rare di vari soci della Commissione pe' testi di lingua, anno X. dispensa 4.a luglio - agosto, 1877, Bologna, presso Gaetano Romagnoli Libraio-Editore della R. Commissione pe' testi di Lingua. Bologna — Tipi Fava e Garagnani

Poiché l'opinione che Dante nascesse nel maggio del 1265 ebbe così solenne conferma nelle splendide onoranze che, sei secoli dopo quella data, si resero alla memoria di lui nella gentile Firenze, muovere una dimanda che racchiude dei dubbi sulla verità di essa, potrebbe parere una sciocca temerità, ed essere accolta con quella sprezzante noncuranza, con la quale, per il solito, si risponde a chi difetti tanto del senso comune da chiedere di essere convinto prima di conformare la propria all'universale opinione. Misera dunque risoluto a vigilare attentamente perchè quei dubbi non si arrischiassero di uscire giammai donde erano nati, quando un dì, coltomi alla sprovveduta, se ne vennero fuori piano piano, e si presentarono a taluni miei amici, molto conoscenti delle opere e della vita dell'Alighieri, umilmente chiedendo loro che giudicassero s'eglino fossero poi così strani da doversene stare eternamente rimpiattati nel loro nido, per non recar scorno alla paterna saviezza. Que' miei buoni e dotti amici, dopo consideratili per ogni parte, con una schiettezza che grandemente li onora, conchiusero unanimemente di non saperne dare sicuro giudizio; e mi consigliarono di lasciarli correre la loro ventura per il mondo, accompagnandoli di una mia preghiera alle persone sapienti e discrete, perchè volessero usarmi la cortesia di prenderli ad esame, e di sapermi poi dire che cosa io m'abbia a pensare de' fatti loro. Obbedendo, come ho per costume, al parere dì chi ne sa più di me, io sebbene dopo molta peritanza, mi sono finalmente determinato di lasciar uscire di casa que' poveri reclusi, tanto più che mi facevano dentro tale un tumulto da togliermi affatto il modo di attendere ad altro; ed ora li licenzio a dar prova di sé, non senza ripeter loro, cambiata qualche parola, la saggia ammonizione con che messer Francesco Petrarca accomiatò la sua famosa canzone all'Italia.

Se a quegli stessi che hanno famigliarissimo il sacro poema, e sanno recitarvene intieri canti senza pure sbagliare una sillaba, si domandasse com'abbia avuto origine l'opinione che Dante nascesse nel maggio del 1265, io scommetto che novantanove su cento farebbero spallucce, e, come i sullodati miei amici, confesserebbero ingenuamente di non saperlo. Peraltro, siccome fra essi insieme con moltissimi il cui sapere dantesco sta tutto nella facilità appunto di ripetere a mo' di pappagallo e quasi sempre a sproposito centinaia di versi di Dante, vi ha pure di quelli che alla copia della dottrina uniscono ottimo giudizio, io mi terrei ben fortunato se questi valentuomini volessero essermi cortesi del loro parere sopra i dubbi che mi accingo a proporre, e però stimo necessario di farmi ab ovoo, e venir divisando com'ebbe principio la comune credenza intorno al tempo della nascita dell'Alighieri. Non padre di essa, ma certamente padrino e propagatore, perchè il primo a recarla in iscritto, fu ser Giovanni Boccaccio, senza il quale, dice il Balbo, la vita di Dante si ridurrebbe a congetture tratte dalle opere di lui. Appresso al Boccaccio quasi tutti coloro che scrissero la vita o comentarono il poema di Dante, accettarono fidatamente quella data, persuasi che non avesse neppure bisogno di essere esaminata. Vero è che il Landino, seguito da alcuni altri pochi [1], nel suo comento sulla Divina Comedia scrisse che Dante nacque nel 1260. Ma come lo seppe il Landino? Lo argomentò solamente o lo trasse da qualche antica scrittura? S'ignora. E come egli non si volle prendere la briga di provare la sua asserzione, cosìil pubblico non volle darsi quella di credergli, e continuò a ritenere per vera la data del Boccaccio. Certo che, autorità per autorità, vuol essere preferita quella del Boccaccio a quella del Landino; l'autorità di un uomo d'ingegno a quella di un pedante. Inoltre il Boccaccio, non saprei dire se per isgravio o per riprova, non omise di dirci anche il nome di colui dal quale ebbe quella data, e che fu un ser Piero di messer Giardini, ch'egli ci fa sapere essere stato uno dei più intimi amici e servitori che Dante avesse in Ravenna. Costui affermò al Boccaccio, che l'Alighieri nel 1321, giacendo nell'infermità della quale morì, gli disse di aver trapassato di tanto il cinquantesimosesto anno, quanto vi aveva dallo scorso maggio a quel dì; donde conseguirebbe eh' egli fosse nato appunto nel maggio del 1265.

Non è a negarsi che la testimonianza di un uomo, che ci viene rappresentato tanto intrinseco del poeta, abbia moltissimo peso. Se non che mi sembra che le si scemi alquanto valore, se si consideri come questo messer Piero Giardini fosse quel medesimo che inventò al Boccaccio la sciocca storiella dell'apparizione di Dante al figlio Iacopo per rivelargli ov'egli aveva riposto gli ultimi tredici canti del poema, che supponevano non avesse compiuto. L'aver prestato fede a questa novelletta o favola, per darle il nome che meglio le conviene, non potè essere perdonata al Boccaccio neppure da quella buona, schietta e credente anima del Balbo, il quale lo rimprovera di aver tolto autorità a tutto il racconto del ritrovamento dei canti con un tal segno di falsità. Se altri poi, anche più credente del Balbo, lo volesse invece stimare un segno di verità, sia pure; io ammirerò la profonda capacità della sua buona fede. Quanto a me dico schietto, che la non mi pare la migliore prova della veridicità di messer Pietro; e mi fa sospettare ch'egli si compiacesse di spacciare per dettogli o rivelatogli da Dante quello ch'egli andava immaginando o argomentando.

Ma se la novella dell'apparizìone non ci rassicura molto sul costante amore del Giardini per la verità, il dubbio peraltro più forte sulla data da lui fatta credere al Boccaccio lo si ricava, se mal non mi avviso, dalle parole stesse dell'Alighieri. Non v'ha, credo, persona che abbia letto pur una volta il poema, e non ricordi il bello ed affettuoso saluto che il poeta, innalzandosi di sfera in sfera per giungere là dove tace la punta d'ogni desio, manda alla costellazione de' Gemini:

O glorïose stelle, o lume pregno

Di gran virtù, dal quale io riconosco

Tutto, qual che si sia, il mio ingegno;

Con voi nasceva e s'ascondeva vosco

Quegli ch' è padre d'ogni mortal vita

Quand' io sentii da prima l'aer tosco. »

Chiunque abbia qualche cognizione, anche leggerissima, di astronomia, non può ignorare come fin dai tempi d'Ipparco, astronomo greco del primo secolo avanti Cristo, si conoscesse la precessione degli equinozi, cioè il movimento generale degli astri, i quali pur conservando la posizione rispettiva, si avanzano del continuo d'occidente in oriente; donde viene che i segni dello Zodiaco non corrispondono più alle loro costellazioni. Che l'Alighieri sapesse benissimo di questo avanzare delle costellazioni, mi si concederà facilmente; poiché non è a supporsi, senza fare grandissima onta a quel sommo ingegno, ch'egli ignorasse cosa da parecchi secoli già cognita, e che si atteneva a scienza di cui egli sapeva quanto ne era. Oltre questa ragione generale fanno fede di ciò pareechi passi del poema, e meglio anche di essi, quello in sul principiare della Vita nuova, in cui volendo egli indicare l'età ch'aveva Beatrice quando prima apparve a' suoi occhi, dice che « ella era già in questa vita stata tanto, che nel suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente l'una delle dodici parti di un grado ». Prova questa certa, positiva, diretta ch'egli conosceva perfettamente il movimento della « stellata spera da occidente ad oriente » come dichiara egli stesso nel secondo trattato del Convito.

Ora mi si permetta dimandare: con i versi testé riferiti, a chi dobbiamo credere noi che Dante accennasse? alla costellazione de' Gemini ovvero al segno di essa? Credo che la risposta, venisse pure da cento diverse persone, non potrebbe essere varia; credo che tutti, senza punto di dubbio, concordemente risponderebbero che non al segno ma ad essa proprio alla costellazione si rivolgesse il poeta. Infatti, per essa egli allora transitava, continuando il suo celeste pellegrinaggio; con lei si volgeva; la luce di lei lo illuminava, e da lei, e non da un punto dello spazio ov'essa erasi trovata tanti anni prima, doveva egli senza dubbio riconoscere, secondo l'opinione di quel tempo, la potenza del proprio ingegno.

Dicendoci dunque lo stesso Dante, siccome evidentemente apparisce dai versi or ora ricordati, di essere nato mentre il sole trovavasi in compagnia de' Gemelli, per sapere se la nascita sua avvenisse veramente di maggio, per assicurarci se le parole ch'egli consacrò nel poema combinano con quelle che il Giardini asserì aver udito da lui, pare a me che occorra ricercare in qual mese il sole, nel secolo decimoterzo, si congiungeva con quella costellazione.

Ipparco, il quale fissò i segni dello zodiaco sopra le costellazioni di cui portano il nome, stabilì l'entrata del sole in Gemini ai 21 di maggio. Ma siccome ogni anno le costellazioni precedono di 50" 3"', però dal tempo d'Ipparco, vissuto verso il 108 avanti l'era volgare, all'anno 1200 essendo scorsi 1308 anni, le costellazioni avevano preceduto di oltre a 18°, 10', che corrispondono a 18 giorni e 4 ore. È chiaro quindi che sin dal principiare del secolo decimoterzo il sole non trovavasi più in compagnia de' Gemelli nel mese di maggio, bensì in quello di giugno; e di qui il mio primo dubbio, il dubbio che Dante non nascesse di maggio, il dubbio che le parole del Giardini non suonino il vero, ed il sospetto che costui, ignorando affatto la teoria della precessione degli equinozi, e credendo, giusta l'opinione volgare, che nel mese di maggio il sole continuasse sempre a congiungersi, come ai tempi d'Ipparco, con la costellazione dei Gemini, arguisse dai citati versi che Dante fosse nato in quel mese, e andasse poi spacciando tale sua falsa induzione come cosa affermatagli da Dante medesimo.

Se questo mio primo dubbio ha qualche fondamento di vero, se esso può far sospettare che Dante non abbia detto al Giardini che nacque nel maggio, sembrami che possa altresì far dubitare che non gli dicesse neppure di essere nato nel 1265. Difatti, o Dante non toccò punto al Giardini del tempo della sua nascita, o, se gliene parlò, non potè avergli detto che tutta e sola la verità. Ma oltre a questo dubbio, per così dire di conseguenza, ve n'ha pure un altro affatto indipendente da quello primo, e che starebbe egualmente anche se il Giardini avesse ristretto la sua asserzione all'anno soltanto, senza avventurarsi a determinare anche il mese.

Dante stesso ci fa sapere come la sua famiglia seguisse la parte de' Guelfi; e nel X° dell'Inferno apprendiamo dal colloquio di lui con Farinata degli Uberti come due volte i suoi maggiori fossero scacciati di Firenze insieme con gli altri Guelfi per opera del magnanimo ghibellino, e come due volte peraltro eglino vi ritornassero. E il modo ch'essi tennero per ritornare ci è bastantemente dichiarato da quello stesso colloquio. Non fu, come forse taluno potrebbe credere, per qualche particolare grazia fatta dai ghibellini dominanti, grazia che, del resto, non mi pare verisimile che il capo della nemica fazione, l'Uberti, accordasse loro, sapendoli così fieramente avversi a sé, a' suoi ed a sua parte. Bensì perchè essi avevano appreso l'arte di riacquistare la patria per ingegno o per forza, non d'esservi restituiti dall'oltraggioso perdono degli avversari vittoriosi; l'arte di ritornarvi non in atto di malfattori raumiliati e graziati, ma per propria operazione e virtù, come dice il Boccaccio, col trionfo del loro partito; quell'arte cui l'Uberti predisse a Dante che fra non cinquanta lune avrebbe saputo quanto pesasse, come quegli seppe pur troppo allo stabilito tempo, nel luglio del 1304, quando i Bianchi fuorusciti, e con essi l'Alighieri, convenuti nell'abazia di S. Gaudenzio in Mugello, determinarono di rientrare in Firenze armata mano, e, capitanati da Baschiera della Tosa, giovane piuttosto temerario che animoso, si spinsero fin dentro la città, con le spade ignude nel pugno e le bianche insegne spiegate.

Poiché le parole stesse di Dante ci fanno sicuri che i maggiori di lui sì nel loro partirsi della patria come nel loro rientrarvi seguirono la sorte della propria fazione, mi occorre ricordare che l'ultima cacciata de' guelfi avvenne poco dopo la rotta di Montaperti, nel settembre del 1260, e il loro ultimo e difinitivo ritorno nel gennaio del 1267 [2]. Adunque delle due cose l'na: o Dante non nacque in Firenze, o egli vi nacque o prima del settembre 1260, ovvero dopo il gennaio del 1267. Ma poichè non si può porre in forse ch'egli sentisse primamente l'aer tosco in Firenze, affermando egli stesso d'aver colà ricevuto il battesimo, parmi doversi riconoscere per vera l'altra conseguenza, cioè ch'egli non nascesse nel 1265. E l'impossibilità che la sua nascita avvenisse durante l'esilio della fazione seguita con tanto ardore da' suoi parenti, fu riconosciuta da quegli stessi scrittori che accettarono la data del Giardini, come Leonardo Aretino, il Vellutello, il Sarassi ed altri; i quali per accordare quella data con il fatto dell'esser egli nato in Firenze furono costretti a riferire all'anno 1265 il ritorno de' Guelfi, cadendo così nel grossolano errore cronologico di anticipare di circa due anni quell'avvenimento. Per non contraddire al Giardini furono di necessità condotti a contraddire alla storia. Se quegli meriti più fede di questa, torna vano il discutere.

Peraltro, non credo già che il Giardini stabilisse del tutto a capriccio quell'anno. Mi sa più probabile e più naturale che, come fece pel mese, lo sia andato congetturando dai versi stessi dell'Alighieri, e precisamente dai primi due del poema. Egli avrà per avventura argomentato così: Dante finse che il suo viaggio per l'eterne regioni avvenisse nell'anno 1300; e assicura che quando si trovò nell'oscura selva aveva già percorsa la metà del cammino della vita, metà ch'egli nel Convito stabilisce al trentacinquesimo anno. Dunque se nel 1300 aveva trentacinque anni, che occorre di più per poter affermare ch'egli stesso abbia detto d'esser nato nel 1265?

Dirò schietto che questa obbiezione così facile ad affacciarsi e tanto chiara e precisa, mi parve per se stessa di assai più valore che tutte le parole del Giardini al Boccaccio; e, mi si passi il bisticcio, entrato più che mai in dubbio de' miei dubbi, mi detti a pensare e a studiare per vedere se mi venisse fatto di vincere le difficoltà che essi presentano alla comune opinione. Non ci riuscii. Allora rivolsi la mente allo scopo opposto, cioè a cercare se vi fosse maniera di mettere d'accordo quei due versi con i miei dubbi; e in quest'impresa mi è sembrato di essere di tanto proceduto da poter spiegare quelle parole di Dante in modo non solo da non far più contrasto con essi, ma da rinfrancarli e confortarli. Che la mia spiegazione sia proprio la vera, non affermerò io, che non posso tanto presumere di me medesimo. Se si chiarirà che i dubbi da me recati non fanno ostacolo all'opinione generale, essa cade da sè; ma se quelli non saranno risoluti, pare a me che faccia d'uopo di accettarla innanzi ad ogni altra, ove non si ami meglio di credere che Dante si sia contraddetto.

Nel primo canto del poema, e specialmente in quel complesso di allegorie che, a giudizio del Balbo « intese secondo la mente e la natura dell'autore sono introduzione prefazione opportunissima e necessaria ad un'opera di cui lo scrittore è il protagonista. Dante fa un sunto, una rassegna, una storia retrospettiva di tutta la vita intellettuale di lui ma particolarmente di quel decennio, dal 1290 al 1300, che corse dalla morte di Beatrice al suo miracoloso pellegrinaggio. L'affanno che l'oppresse alla morte della sua donna, il turbamento che gli occupò l'animo a quella sua grande sventura, i tentativi di distrarsene con altri amori, i conforti che cercò negli studi e nei negozi cittadini, l'abbandonarsi senza pure essersene accorto, alle malvage passioni, il suo dolore nell'avvedersene, gli sforzi per liberarsene, e il ricadere in quelle e il nuovo combattere con esse, tutto è ivi compendiosamente, celeremente, brevemente narrato, anzi, più che narrato, accennato. Ma appunto per quella brevità, inevitabile quando si pensi che dovea condensare in pochi versi moltiplici casi; per quella necessità di dover restringere in un inciso, talora in una parola e in un affisso, il ricordo di un fatto; specialmente poi per la forma che volle forse dovè dare, appunto per essere breve, a quella narrazione, tutta a figure e ad allegorie che si succedono, s'incalzano, si compenetrano l'una nell'altra, i vari avvenimenti della sua vita anteriore si avvicinano, si toccano, s'intrecciano alla loro volta; e come da quel complesso di allegorie una ne sorge che le domina e le immedesima tutte, così dall'insieme di quei fatti uno solo emerge sovrano, e in lui, come gli affluenti in un fiume, confondono tutti gli altri la loro diversità di natura e di tempo. Ma se si penetra con lo sguardo attraverso quel velo, forse troppo artifizioso; se a quella continuata successione di figure si sostituiscono le cose da esse rappresentate; se si rifà sopra di queste la storia della sua vita in quel decennio; allora le distanze si ristabiliscono, le confuse forme si ricompongono, e avvenimenti ch'erano sembrati succedersi l'uno precipitosamente sull'altro, riprendono il loro posto e il vero e regolare loro andamento.

Tolto di mezzo quell'apparente sincronismo di fatti che occuparono realmente dieci interi anni della vita del poeta, a me sembra, se mal non mi avviso, che l'anno trentacinquesimo dell'età sua non possa più parere lo stesso in cui finse di aver intrapreso, sotto la scorta di Virgilio, il miracoloso suo viaggio. L'anno trentacinquesimo è l'anno del suo ritrovamento nella selva; l'anno del suo viaggio, come fanno fede tutti gli accenni storici del poema, è l'anno 1300. Essendo la selva immagine com'è universalmente consentito, dei vizi cui s' era lasciato andare il poeta, se il suo ritrovarsi in essa coincidesse con l'anno 1300, bisognerebbe credere ch'egli non prima di quell'anno fosse diventato vizioso. Ciò è contraddetto da quanto sappiamo di quel periodo della vita di lui; è contraddetto dalla narrazione che, verso il fine del suo libello giovanile, fa egli stesso dei conflitti che sostenne tra le inclinazioni dell'animo, che lo portavano a novelli amori, e la ragione che cercava ritrarnelo; è contraddetto più chiaramente che altrove in parecchi passi dell' istesso poema, e specialmente nel XXIII del Purgagatorio, in cui veniamo a conoscere come compagno a lui in quella biasimevole vita fosse Forese Donati morto nel 1295; e nel XXX° di quella cantica stessa ove Beatrice tanto severamente eppure tanto affettuosamente lo rimprovera perchè, lei morta nel 1290, egli tosto

« .... volse i passi suoi per via non vera

Immagini di ben seguendo false

Che nulla promission rendono intiera. »

Tre, se non prendo errore, concatenati fra loro e dipendenti l'uno dall'altro, ma che si svolgono ciascuno da sè e per diverso spazio di tempo, sono i fatti principali accennati dal poeta in quella sua narrazione. Il primo per ordine di data, non di esposizione, è quello del suo entrare senza pure averlo avvertito, nella selva selvaggia:

« I' non so ben ridir com' io v' entrai,

Tant' era pien di sonno in su quel punto

Che la verace via abbandonai. »;

cioè quando egli, dopo la morte di Beatrice, si dette a quella viziosa vita fiorentina in cui, or volente, or invito, perdurò per ben dieci anni, finché ne lo trasse Virgilio, nel 1300, com'egli stesso racconta al suo compagoo Forese:

« Di questa vita mi volse costui

« Che mi va innanzi ».

Il secondo è quando si trovò nell'oscura selva:

« Nel mezzo del cammin di nostra vita

Mi ritrovai per una selva oscura »;

cioè quando egli, già entrato in essa senza saperlo, si avvide di esservi; quando, giunto alla pienezza dell'età e dell'intelletto, si accorse della disonesta vita che conduceva, e sentì vergogna di esservisi abbandonato, e desiderio di togliervisi, benché, contrastato da quelle malvage passioni, non trovasse in se stesso la forza di recare ad effetto il suo proponimento, e continuasse a vivere per alcun tempo sdegnoso e vergognoso schiavo del vizio. E questo periodo di ravvedimento, non di emendamento, trova, se veggo giusto, perfetto riscontro e conferma nella Vita nuova, sul finire della quale narra che: « Contra questo avversario della ragione si levò un dì, quasi all'ora di nona, una forte impressione in me; che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice con le vestimenti sanguigne, con le quali apparve prima agli occhi miei; e pareami giovane in simile etade a quella che prima la vidi. Allora cominciai a pensare di lei; e secondo l'ordine del tempo passato ricordandomi di lei, lo mio cuore s'incominciò a pentire del desiderio a cui così vilmente s'era lasciato possedere alquanti dì senza la costanza della ragione ». Dov'è da avvertire quanto egli stimasse importante e degno di particolare ricordo il tempo del suo tornare a coscienza, notandone qui l'ora, come notò poi nel poema l'età ch'egli aveva in quel punto. Peraltro l'apparizione della donna amata se valse a farlo accorto e pentito de' vizi, non bastò a liberamelo: lo dice ella stessa:

« Ma l'impetrare spirazion non valse

Con le quali ed in sogno ed altrimenti

Lo rivocai; sì poco a lui ne calse.

Tanto giù cadde che tutti argomenti

Alla salute sua eran già corti

Fuorché mostrargli le perdute genti ».

Allora f che la donna gentile, che si compiangeva dal cielo di quel suo traviamento, gli mandò in aiuto Virgilio, e con l'apparizione di questo principia l'ultimo e il principale periodo della vita di lui in quel decennio, quello in cui la sua ragione, con l'assistenza della divina grazia, e la scorta della morale filosofia, potè finalmente trionfare dei vizi, ed egli tornare alla prima onestà di sentimenti e di costumi. Quest'ultimo periodo, il periodo del suo riscatto morale, è quello appunto che principiò nell'anno 1300, Tanno del giubileo, l'ando in cui egli finse il miracoloso suo viaggio; ma l'altro periodo, quello della lotta tra la sua ragione e le sue passioni, aveva già principiato da qualche anno prima, cioè fin da quando egli si avvide di aver smarrito la via, quando si ritrovò per la selva oscura, nel mezzo del cammin di nostra vita, cioè nel suo trentacinquesimo anno. Adunque, se questa triplice divisione di tempo è conforme alla verità; se l'anno del suo ritrovarsi nella selva, cioè del suo combattere per liberarsi de' vizi cui s'era inavvedutamente abbandonato, è al tutto diverso da quello in cui dette principio al suo viaggio, cioè al suo ritorno a vita onesta e costumata, sembra doverne di necessità conseguire che il trentesimoquinto anno dell'età sua non coincìde con l'anno 1300; e però ecco rimossa la difficoltà che mi era sembrato dovesse sorgere dai due primi versi del poema, ed ecco perchè io domando più incerto e più dubbioso che mai s'egli nacque veramente nell'anno 1265.

Non vò porre fine al presente scritto senza prima dichiarare che io non ho inteso di rendere pubblici questi miei dubbi per la poco lodevole smania di mostrare d'essere giunto a vedere ciò che ad altri era passato inavvertito ; bensì perchè avrei molto a grado se i cortesi e dotti uomini che vorranno prenderli ad esame, riuscissero a quello che a me non fu dato di ottenere, cioè di pienamente risolverli e confutarli, liberandomi così dal rincrescimento che provo per dover stare incerto sul tempo in cui la provvidenza fece dono alla terra del più grande ingegno che mai sia stato e che forse sarà. Ma se questa incertezza non potrà essere dissipata; se il tempo della nascita di quest'Omero di una seconda civiltà, come parve al Gravina, ovvero inciviltà, come lo giudicò il Vico, dovrà, come quella del suo predecessore, rimanere avvolto nell'oscurità del dubbio, che danno ne verrà alla sua fama, che pregiudizio alle lettere? Se noi sapessimo quando il sole principiò a risplendere, forse più chiara sarebbe la sua luce, più benefico il suo calore ? E perchè il sacro poema ci apparisca in tutta la sua insuperata grandezza morale, civile, poetica, sarà proprio necessario dover sapere quando nacque Dante Allighieri?

Francesco Labruzzi di Nexima.

Note

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[1] V. il Comento di Christophero Landino fiorentino, Venezia 1491, e le altre edizioni di esso anteriori alla correzione del Sansovino. — Dolce, Vita di Dante, Venezia 1569. — Dante con nuove ed utilissime osservazioni per Gio. Ant. Morandi. — Daniello, Comento alla Div. Com.

[2] Gio. Villani, lib. vii. cap. 15. Ammirato lib. ii.

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2011