Alessandro Chiappelli

Il Canto XXVI dell’Inferno

letto da Alessandro Chiappelli

nella sala Dante in Orsanmichele

Edizione di riferimento:

Alessandro Chiappelli Il canto XXVI dell’Inferno, letto nella sala Dante in Orsanmichele, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1901. Tip. Q. Carnesecchi e Pigli.

LECTVRA DANTIS

§ 1

Fra queste antiche mura che sovrastano alle severe arcate della Loggia e dell’Oratorio ove Andrea di Cione Orcagna, orafo e poeta, elevò quel mirabile altare che è una gloria di colori e di linee vaghissime: ove Bernardo Daddi dipinse, su fondo d’oro, la più soave imagine della Vergine che sia escita da pennello trecentistico: e le cui volte colorì, con magistero sottile, d’azzurro stellato e di figure sante Iacopo del Casentino, meglio suonerebbe il commento alla cantica Dantesca della luce e degli angeli. Ma questo paradiso dell’arte, quale è veramente Orsanmichele, parve anch’esso sorgere un giorno dalle fiamme di quel furioso incendio che il fuoco dell’ire cittadine vi appiccò il 1304, e a cui forse accenna il poeta nell’esordio del canto odierno. E d’altronde, poiché Dante per l’atro regno della morte cercò la via della vita spiritale e della beatitudine, così noi dobbiamo prima discendere con lui, maestro e duce, di giro in giro, nel profondo abisso, nell’imo della valle nebulosa. La trilogia dantesca è, difatti, come il grande albero cosmogonico della vita, l’albero igdrasil della leggenda odinica, che ha le sue radici nella terra profonda, e, adergendosi sul tronco robusto, si dirama nel cielo portando, i frutti della vita, mentre sulle sue cime s’infiorano, fra la luce e i cantici, gli angeli, questi divini uccelli ». Linfa vitale di questa gran pianta, saliente dalle radici ai sommi rami, la virtù della parola e dell’arte di Dante, che noi proseguiamo, di collo in collo, nella sua ascensione trionfale.

E pure anche laggiù nell’imo fondo, fra le tenebre infernali, tra le fiamme e le voci alte e fioche delle ombre dolenti, qualche spiracolo di luce s’insinua e penetra dal dolce mondo superno, come apertura di cielo, che, fra i torbidi nuvoli, annuncia lontani spazi sereni. Né qui si vuol dire soltanto figuratamente dei segni di grandezza morale che tralucono qua e là come « notturna lampa » nell’ inferno dantesco: la magnanimità cittadina di Farinata, la fede di Pier della Vigna, la riverenza filiale che ispira Brunetto, o la « pietà dei due cognati »; sì ancora di quelle visioni del mondo sensibile che ritornano tormentatrici al memore pensiero dei miseri. O all’aer dolce che del Sol s’allegra sospirino dalla lorda pozza gl’iracondi; o ai ruscelletti del Casentino aneli sitibondo Maestro Adamo: o la marina adriatica Francesca ripensi con accorato rammarico; o la visione dell’Italia bella e del lago lombardo sorrida a Virgilio; o si apra il fatale oceano ad inghiottire l’audace legno d’Ulisse: prima che per il pertugio tondo, ond’escono i due poeti dal pozzo d’inferno, s’intravedano da lungi scintillare le stelle del cielo australe.

Due volte, adunque, già tra i fumi e le caligini infernali ritorna l’apparizione serenatrice del mare. Fuggevole come un baleno, lontana come un ricordo, nel canto dell’infelice da Rimini; più riposata e durevole nel racconto dell’errore marinaresco d’Ulisse. E bene sta che voi, affaticati pur ora dallo spettacolo terribile dei ladri fiorentini e pistoiesi, che tra il fumo si trasfigurano in serpenti e s’inceneriscono e, come Dante, « contristati gli occhi e il petto », ritorniate per una volta oggi meco a rivedere il chiaro mondo, prima che vi si richiuda di nuovo, come il mare sul capo ai naufraghi compagni d’Ulisse. Ed è ragione che qui presso al palagio, dove ebbe stanza una delle Arti maggiori che spandevano pel mondo il nome e il commercio fiorentino, onde Firenze per mare e per terra batteva l’ali, si vada ragionando dell’audace navigazione dell’eroe antico, fatta viva dall’arte di Dante; il quale forse non senza segreta ragione pose il nome di Firenze al principio di questo racconto d’un ardimentoso viaggio.

Ma se in questo fondo dell’inferno dantesco talora sembra filtrare qualche raggio dello dolce lume, è poi anche come adombrata e prefigurata per certi segni la visione del regno celestiale. Perché Dante chiuda nelle fiamme i falsi consiglieri, non è malagevole intendere. Per quelle fiamme del « fuoco furo » che involano la loro figura, come la frode era stata ad essi visiera calata sulla faccia, ei rende omaggio al nobile dono dell’ingegno; e, distinguendo costoro per quella veste fiammea dalla lordura delle bolge finitime, fa che in essi si osservi, in qualche modo, lo contrappasso. Colla divina fiamma della mente avvilupparono la fede altrui, e colla lingua sparsero incendi, e ciò che gli avvolge ora è favilla, e la lor voce è data da lingue di fuoco: occulti i loro consigli, nascosta la loro persona [1]. Così queste animate fiamme dolenti preludiano alle altre che nei lumi del Paradiso si letiziano sfavillando, e dove sarebbero forse accolti quei consiglieri [e specie i due magnanimi che ci presenta], se al bene, non al male avessero volta la virtù che sortirono in vita. Onde per tale prefigurazione di paradiso nell’inferno il poeta mira a delineare certa rispondenza di forme fra l’imo regno e il sovrano, e a ricordare, almeno nella esterna parvenza, il divino che quell’anime pure avevano in sé medesime.

Ma l’eroe greco fa poi, fra quei rei, parte per sé stesso. Fra il terribile canto dei ladri, e l’altro, pieno di rodimento e di rancore, di Guido da Montefeltro, sta, nella sapiente distribuzione dantesca quasi riposo pel nostro spirito, il canto d’Ulisse. Qui non più le fiere orribili e selvagge; ma non ancora la fiamma muggente ove geme la crucciosa anima del mal consigliere di Papa Bonifazio; bensì fiamme vaganti che suggeriscono al poeta gentili imagini campestri o richiamano bibliche reminiscenze; fra le quali fiamme quella dell’uomo antico sta solitamente diritta e queta. Non più la sconcia bestemmia dei ladri, o il fischiare serpentino dell’anime diventate fiere; ma non ancora il rancore segreto che cova in quello del cordigliero, la cui fiamma mugge come il bue ciciliano e poi dolorando sen va

torcendo e dibattendo il corno aguto;

bensì un parlare virile e grave di questa eroica anima fiammante: quale conviensi all’uomo antico, le cui passioni già da secoli sono spente, e che non è chiamato a rivelar di sé stesso se non atti magnanimi.

Quale segreto riveli questa pacata fiamma, e quale ne sia il senso e il valore, vedremo dopo aver seguitata la lettera di Dante.

§2

Ecco: Siamo ancora nella settima bolgia. Né Dante se ne diparte, senza che dal suo petto erompa, una di quelle invettive magnanime contro la città sua, che incidono con solco indelebile, e sono asperse di quella amara ironia che non tace nemmeno sulle ultime e serene cime del Paradiso, di dove lancia l’ultima rampogna, dicendo d’esser venuto all’eterno dal tempo

e di Fiorenza in popol giusto e sano

(Parad., xxxi, 39)

Giotto figurava nel Palagio del Podestà il Comune espoliato dai ladri fiorentini. Dante ha veduti nella bolgia dei ladri cinque « cotali cittadini », cioè di così grandi casate; ed egli, l’accusato di baratteria, ne arrossisce. Erano i Brunelleschi, gli Abati, i Cavalcanti, i Donati, i Caligai ; uomini di parte Bianca e di parte Nera, ma tutti de’ Grandi della città, sui quali come era scesa crosciando la giustizia divina, così cadeva ora il severo giudicio di Dante.

Ma dalla rampogna, in chi molto ama e molto fu offeso, scoppia naturale l’imprecazione e si leva il grido dell’esule. Se è lecito arguire dal principio che il poeta vede; se, come diceva un’antica tradizione ancor popolare, si deve dar fede ai sogni del mattino

quando la niente nostra peregrina

alle sue vision quasi è divina :

(Purg. IX, I6).

se, insomma, il buono o il mal giorno si vede dal mattino, Firenze giungerà in breve a tale, che non soltanto Pisa e Arezzo e Pistoia, il cui ladro poco fa aveva in lui maledetto il Bianco, e tutte le altre città sue nemiche, ma le stesse terre a lei vicine e suddite, come Prato, ne invocheranno la ruina.

Siamo qui ai primi anni dell’esilio, alle prime calamità di Firenze, dopo la cacciata dei Bianchi; anche se non precisamente si accenni al 1304, come vogliono molti chiosatori, i quali pensano al Cardinale da Prato e al Cardinale Orsini, che dopo l’infelice prova di paciari, lanciarono il loro anatema sulla ribelle città.

E la ruina oramai inevitabile, invoca il poeta sollecita; non perché tema che, invecchiando, l’animo suo sarebbe meno atto a sopportarne l’angoscia, secondo ripetono molti commentatori dal Lana al Casini, e tanto meno perché a lui tardi di gustare la vendetta, come altri chiosano; ma perché il grande esule Bianco, sospirando affretta la caduta di Parte Nera che lo serrava fuori del bello ovile, sicché gli se ne riaprano le porte. In quel verso pieno di stanchezza e di rammarico

Che più mi graverà, com più m’attempo

ti par di sentire il sospiro dell’esule che anela alla patria, e trema al pensiero presago che la vita non gli basti per ritornarvi. Tale l’esordio, il quale è più l’eco, nell’anima di Dante, della bolgia antecedente, che non l’annuncio delle nuove pene.

E il viaggio infernale prosegue. I poeti, per l’erta malagevole, risalgono l’argine ond’erano discesi, arrampicandosi per le sporgenze infissevi come pietre di canto: quando si scopre alla vista spettacolo doloroso e nuovo, ammonimento per Dante a non volgere in male la virtù dell’ingegno, la bolgia dei mali consiglieri. Dopo il « furar frodolento » di Vanni dei Lazzari, che seppe nascondersi per modo da fare apporre altrui falsamente la sua rapina, di Caco che, rubando, ingannava Ercole, di Agnolo Brunelleschi che per rubare si travestiva, è giusto seguano i « consiglieri frodolenti », prima che appariscano i seminatori di scandali e di scismi. La valle è piena di fiamme vaganti: a figurar le quali soccorrono due imagini; l’una che ne significa la moltitudine, l’altra l’aspetto. Così le lucciole errano a valle nelle serene sere di Giugno, e il villano le vede dall’alto scintillare come stelle, nella oscurità della sera, fra i campi seminati e le vigne.

Chi dalle alture di Fiesole ha visto nelle sere di primavera la valle d’Arno tutta stellata di queste piccole luci, intende la freschezza e l’evidenza della similitudine dantesca.[2] Ma l’imagine ha richiami letterari; e ricorda il tocco dello Shakespeare, quando allo spirito del Re, apparso ad Amleto, fa dire che oramai la lucciola impallidisce allo spuntare dell’alba; o fa tornare alla mente i versi del Leopardi quando vedeva la lucciola errare appo le siepi, e in sull’aiuole del giardino paterno.

Ogni fiamma del « fuoco furo » nasconde un peccatore, sicché non pare; come Elisah profeta non vide d’Elia, rapito al cielo, se non una fiamma saliente come una nuvola. Ricordo biblico, si dice comunemente; ma forse anche reminiscenza che le arti figurative, care all’amico di Giotto, gli suggerirono. Fra i sarcofagi d’Arles, là ove il Rodano stagna, veduti e ricordati da Dante, eran comuni le imagini d’Elia trionfante della morte, d’Elia che s’inalza sulla quadriga tirata da focosi cavalli. Questa nota del mio amico Alfredo Venturi[3] mi piace richiamar qui, a dichiarar meglio il testo dantesco.

Che sieno e che involgano quelle fiamme Dante indovina, prima già che il Maestro ne lo certifichi. Ed è intento a quella vista, e quasi proteso della persona, per la novità dello spettacolo; poiché qui come nella dolorosa selva dei suicidi non vede figura umana.

Ma dove colà non udia che pianti, qui le fiamme distinte l’una dall’altra e moventisi lo mettono sull’avviso che vi siano dentro anime. Quand’ecco una fiamma bilingue s’avanza verso il poeta; pari a quella che anche il suo Stazio narrò essersi formata dal rogo ove arsero i due fratelli tebani. Vi si nascondono Ulisse e Diomede, congiunti ora nella pena, come furono, viventi, nella colpa. A far note le colpe che vi si espiano basta una parola di Virgilio. Astuzie ed inganni dell’uomo multiforme; non già, notiamo fin da ora, atti o pensieri di superbia ribelle contro il volere divino. Ma quel cenno accende il desiderio in Dante; non per quello che sa, o che Virgilio gli rammemora del peccatore, ma per quello ch’ egli e Virgilio non sanno dell’eroe, la sua fine. Il che, nel linguaggio dantesco, significa che da nessuna tradizione antica è derivata la poetica narrazione che segue: poiché la rivelazione d’un segreto per parte d’un’anima significa una libera invenzione del poeta.[4] Quel desiderio di conoscer la fine d’Ulisse Virgilio indovina (ho concetto ciò che tu vuoi); e prende egli la parola perché avendo cantata la guerra troiana e le gesta degli eroi, aveva, in certo modo ben meritato, di essi.

Ed eccoci al momento solenne del canto. La fiamma dell’antica anima, non rugge dal di dentro come farà quella del Montefeltrano, ma oscilla mormorando quasi commossa dal pianto; poi, agitandosi quasi fosse una lingua di fuoco, parla. Queste anime dantesche, chiuse ora in un tronco, ora in una fiamma, gemono, prima di emettere voce umana. E le imagini sorgono vive, scultorie. Ora è il tizzo verde, che arde e geme, e il vento si converte in voce: ora è la fiamma che lingueggia e gitta fuori un suono; ora è ricordato il toro muggente di Falaride. E queste voci che escono dalle anime gementi, come anche quelle delle gaudenti chiuse nei lumi del paradiso, hanno alcunché di oracolare, e di augusto nel loro mistero. Quanto meno è visibile l’essere da cui parte la voce, tanto pitì questa ha dell’arcano. Il verso allora prende una andatura solenne, come una larga onda di campana, una specie di cadenza, come di salmodia, con quella ampiezza epica onde altri spiriti incomincian dall’alto, e della quale tanti esempi s’incontrano nelle tre cantiche il loro dire

Siede la terra dove nata fui.

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

Oh! rispostegli, a pie del Casentino

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

la maggior valle in che l’acqua si spande

Infra Tupino e l’acqua che discende

Tale suona qui anche la parola d’Ulisse, che s’annunzia solenne, e si mantiene, lungo il racconto, d’una obiettività narrativa così nitida che ti ricorda l’Epos omerico. Nessun rapporto colle passioni vive di Dante, che muto ascolta la fiamma antica: e nemmeno direttamente con Virgilio, cui risponde impassibile e come mossa da un potere superiore, aspettando solo da lui la licenza per partirsene. La fiamma non parla, ma canta; ed Ulisse si fa qui l’Omero di questa sua ultima Odissea.

E tale è questo loro nitore, che le sue parole non han bisogno di gran commento. Partito dalla maliarda Circe, la figlia del Sole, là presso il monte Circello, non lungi da Gaeta (e qui Ulisse ricorda l’Enea Virgiliano), nessun affetto domestico trattiene l’avventuroso eroe, che si sente chiamato ad alte imprese. L’ardore dell’ animo anelante a conoscere vince difficoltà e disagi. La stessa tarda età sua e dei suoi compagni, che avrebbe dovuto persuaderlo a calar le vele, lo stimola invece a spiegarle ed è consigliera d’ardimenti magnanimi. Il desiderio d’esplorare è insaziabile, ed Ulisse è oramai impaziente d’indugi.

La narrazione procede, quindi, rapida come l’imaginato viaggio. Con un manipolo di compagni, già vecchi e tardi, ma fidi e animosi, con un sol legno, s’allarga nell’alto mare. E vola il folle volo. Passano nella visione dei naviganti i due lidi, affricano ed europeo: passano le isole del Tirreno. Si lasciano a destra Siviglia, a manca Ceuta, di contro a Gibilterra: ed eccoli al passo Gaditano, fra i due monti che nella imaginazione popolare erano le colonne o i segni piantati da Ercole, per ammonimento ai naviganti audaci. Il duce dell’eroico manipolo indovina forse qualche dubbiezza sul volto dei vecchi compagni, e vuol prevenire ogni esitanza. Due parole bastano a dileguarla; ma di tal natura che s’imprimono nell’anima colla forza di un suggello indelebile. Enea consolava i compagni dei recenti danni colla certezza di giungere ai lidi latini. Questi esorta i fratelli già vecchi e tardi ad un viaggio, di cui non può antivedere la fine, solo per amore di virtù e di conoscenza.[5] Ad essi, oramai prossimi all’occaso della vita, non giova il consumare i brevi giorni che avanzano, senza tentare questo cammino verso i mari che si credono inabitati, o negarsi a questa esperienza dell’ignoto. E sarà stella al loro avventuroso viaggio il sentimento ch’egli accende, o ravviva in essi, della dignità umana.

Meravigliosa virtù di questa esortazione solenne. Non solo per essa ogni esitanza è vinta, ma gli animi divengono, come d’un tratto, anelanti d’un desiderio ormai irrefrenabile.

Brevi ed efficaci le parole: rapida e quasi impetuosa quindi l’azione. Volta la poppa all’Oriente, volan sul mare.

Dei remi facemmo ala al folle volo.

La imagine omerica dei remi «ali di nave», ripresa da Dante, s’incontra con quella della sua Firenze aleggiante pei mari e per le terre.

Ma nell’uom savio, in colui che conobbe uomini e cose, la ragione governa l’entusiasmo ed è timone alla nave. Onde volendo tentare il mare australe piega, con assennato accorgimento, verso il lato sinistro per chi esca dal folle varco gaditano, seguendo la linea della costa africana e senza perdere il cammino del Sole, nella direzione, cioè, di austro-ponente.

E il tempo vola come lo spazio. Per chi è arso dalla sete d’esplorare e di scoprire, cinque mesi sembrano un istante. Ai naviganti nell’alto oceano lo spettacolo si fa sempre più solenne; poiché di notte scorgono già le stelle scintillanti dell’emisfero australe, che Dante vedrà nella loro pienezza prima d’ascendere il santo monte, Sirio, Argo, Orione, la Croce del Sud; mentre l’Orsa minore e la stella polare declinano, e l’arco del cielo boreale s’incurva sulla distesa del mare. Sono, dunque, presso la linea equatoriale, se non l’hanno già oltrepassata. Quando ecco, come tanti secoli dopo i compagni di Colombo, pare d’udirli gridare anch’essi: terra, terra. ‒ Era una montagna, immersa nei vapori d’occidente, che si scopriva alla vista, bruna per la distanza, ma altissima, quanto non aveva veduto mai chi aveva trascorsa la vita nell’Eliade o nelle isole dell’Egeo o del Tirreno. Non l’Etna fumante, non l’Olimpo o il Pindo potevano adeguare l’altezza di quella nuova montagna.

A quella apparizione i cuori urgono nei petti affannosi. È una nuova terra. Ma ecco che in quel punto medesimo una potenza misteriosa arresta il cammino degli audaci. Dalla montagna lontana, o piuttosto dalla «nuova terra», vera Sirena fatale al nuovo Ulisse, si leva un turbine, che, formato un vortice marino, percuote dapprima la prora audace, e in un gorgo immane aggirando il piccolo legno, lo travolge e lo inabbissa.

La catastrofe del dramma è compiuta; e il mare, impassibile e sereno, si ricompone sul capo ai naufraghi e li ricopre per sempre

in fin che il mar fu sopra noi richiuso.

Verso lapidario, solenne, quasi una grande epigrafe eterna. Anche l’Arno travolge il corpo del misero Buonconte :

poi di sua preda mi coperse e cinse.

Ma da questo verso a quello ci corre quanto da un fiume al mare. È un verso immenso, come il mare, che sulle sue vittime si richiude come immane lapida sepolcrale, e fa il silenzio dei secoli.

Ed ora sia lecito il chiederci; Che cos’è mai questa solenne persona dell’Ulisse dantesco, che si leva come un eroe antico, tra le figure medievali dei ladri fiorentini e quella di Guido da Montefeltro? Che significa questo misterioso ed avventuroso viaggio di lui nell’Occidente? Come nella mente di Dante potè sorgere la forma sostanziale di questo grandioso concepimento?

Giova dire in primo luogo che cosa l’Ulisse dantesco non sia, per aprirci l’adito a vedere che cosa più probabilmente sia. Ora esso non è, certo, derivato dall’Odisseo Omerico. Dante non conosce Omero se non dai suoi latini. La peregrinazione dell’Ulisse dantesco nell’ultimo Occidente è l’antitesi del Νόστος dell’Ulisse omerico ad Itaca. Questi visita il regno delle ombre nella Νέχυια omerica; dove l’Ulisse dantesco ne è impedito, dal turbo generato dalla montagna bruna, se questa s’ha da intendere per il monte del Purgatorio. Odisseo sfugge alle insidie delle Sirene; mentre l’Ulisse dantesco, contro ogni tradizione antica, v’incappa, come apparisce dai versi del Purgatorio

Io son, cantava, io son dolce sirena

che i marinari in mezzo al mar dismago,

tanto son di piacere a sentir piena.

Io volsi Ulisse dal suo cammin vago

al canto mio

D’un viaggio d’Ulisse dopo il suo ritorno in Itaca, parla bensí il poeta omerico: ma è un viaggio verso lontane terre, «fuori» del mare; fra popoli che non conoscono il salso sapore delle onde, né videro mai prora di nave, e ai quali il remo portato sulle spalle da Ulisse sarebbe sembrato un ventilabro.

Né Dante conosceva la materia omerica trasfigurata variamente nella lunga tradizione, dai poemi ciclici antichi fino al così detto Pindaro Tebano, o alla storia troiana di Darete Frigio e di Ditti cretese e ai tanti rifacimenti medievali del Roman de Troie. Di questi compendi ebbe, se mai, notizia da Vincenzo di Beauvais, o dalla storia della guerra troiana del giudice Guido dalle Colonne. Ma o li conobbe poco, o poco se ne valse. La morte d’Ulisse in Itaca per mano di Telegono figlio di lui e di Circe, narrata già nella «Telegonia», ignora. Del ritorno d’Ulisse nella petrosa Itaca anzi, checché altri ne dica[6], non sa; e le allusioni che ne trovava nel suo Tullio (De off. I. 31), gli dovevano tornare oscure.

Poiché Dante vede il mondo greco così di lontano e in una incerta luce, è naturale il pensare che il terreno da cui fiorisce originale la figura dell’Ulisse dantesco sia la tradizione post-omerica e propriamente la tradizione latina, consacrata principalmente dai poeti. E dall’Ulisse virgiliano ed ovidiano dipende il dantesco: ma solo per ciò che concerne le gesta troiane di lui, ricordate nelle tre colpe onde è punito nell’inferno dantesco, ove il tipo d’Ulisse, per questo rispetto, riproduce il saevus il dirus Ulisse virgiliano, e di tutta la tradizione romana. Ma dal momento in cui l’Ulisse dantesco parla, comincia la leggenda a prendere linee e colori nuovi. Che se dal racconto di Macareo nelle Metamorfosi Ovidiane prende la mossa la narrazione dantesca degli errori marittimi d’Ulisse; e se Dante ha derivato da quello alcuni tratti particolari, ben rilevati dal Fornaciari nostro, [7] il racconto ovidiano si arresta ad una vaga predizione di Circe intorno ai saevi pericula ponti dove la narrazione dantesca muove dal punto in cui invece ogni timore è vinto dagli animosi navigatori, e la vela è data ai venti.

Fra le molte e varie stratificazioni storiche attraverso le quali il carattere d’Ulisse andò trasfigurandosi nella poesia e nella leggenda,[8] la più tarda ad apparire è quella in cui l’eroe antico è raffigurato sotto l’aspetto di errante e avventuriero; quell’aspetto che, forse[9]  è il primo ed antichissimo nucleo del mito d’Ulisse. Dal tipo di guerriero valoroso e sagace, talora paziente ed infelice, tal’ altra prossimo alla comicità, ma sempre venerato, quale appare nella letteratura greca; dallo scaltro e scellerato quale lo raffigura la poesia romana, si va solo a poco a poco nella letteratura alessandrina disegnando il tipo dell’avventuriere animoso; finché il Medio Evo, dimentico della grandezza dell’eroe antico, come trasfigura tutti i grandi personaggi dell’antichità mitica e storica, così va facendo d’Ulisse sempre più un pellegrino della terra e del mare, il quale va nei suoi fortunosi viaggi espiando i suoi gravi peccati, un cavaliere di ventura, una specie di secondo ebreo errante, quando non lo trasforma in una figura simbolica. Dante ha dinanzi a sé, da un lato, tutta questa elaborazione romantica della figura d’Ulisse: e dall’altro, tutto un insieme di motivi e di elementi fornitigli dalle tradizioni e dalle vaghe leggende del Medio Evo sulle grandi navigazioni oceaniche. Le ricordanze di conti meravigliosi, forse uditi da fanciullo, dei viaggi compiuti dai Normanni e dai Sassoni; di quelle grandi odissee monastiche a cui si legavano ai nomi di S. Brandano o di S. Maclovio, viaggianti in cerca delle isole fortunate ove aveva sede il Paradiso terrestre; o dei più tardi viaggi leggendari di Merlino il Mago, Ugone di Bordeaux e di Uggeri il Danese: tutte queste leggende, tutti questi poemi del mare dovevano fluttuare nella memore fantasia di Dante, e fornirgli elementi e motivi al nuovo concepimento. Né forse rimase estranea ad esso, come ha congetturato assai acutamente un dantologo tedesco, lo Schück,[10] le fiabe meravigliose sul così detto Monte della Calamita, la cui tradizione occidentale risale già a Plinio e a Tolomeo, e discende viva e divulgata nella corrente letteraria e nella coscienza popolare lungo il Medio Evo, fino ai tempi di Dante.[11] Favoleggiavano d’un Monte misterioso formato di calamita, ‒ che una tradizione, seguita anche da Guido Guinizzelli, poneva anzi nel mare d’Occidente; ‒ il quale monte, attraendo le ferramenta onde erano saldate le navi, le sfasciava, e i marinari perivano. Pietro d’Abano, contemporaneo di Dante, parlava un po’ dubbiosamente di città poste a mezzogiorno dell’Affrica, cui l’accedere era negato perché s’interponevano alte montagne che avevano il malaugurato potere di attrarre come l’adamante.[12] Né sembra forse senza qualche fondamento il ravvicinare la « Montagna bruna » a quella isola inaccessibile (ὰπρόσιτος νἡσος) che già Tolomeo poneva nel gruppo delle Canarie, nella direzione in cui sembra solcare la nave d’Ulisse, e particolarmente si riconosceva nell’isola di Teneriffa, che anche le carte nautiche medievali indicano quale isola infernale.

Ma più che questi motivi e ricordanze particolari, la grande idea simbolica ond’è governata e penetrata tutta la cultura del tempo, induceva Dante ad intessere questo episodio nell’ordito del poema, coordinandolo al sistema morale e religioso che lo regge in ogni sua parte, ed è come la grande centina su cui si eleva l’immenso edificio. Poiché la ragione di questo episodio non può esser soltanto quella di colorire una veduta geografica di Dante. Il senso religioso ed allegorico di esso non è lecito revocare in dubbio. Il naufragio dell’Itacense appare quale decreto divino (come altrui piacque) e fatal termine del folle varco tentato da lui. E poiché nella cosmografia del poema altra terra non v’ha nell’emisfero australe, coperto dalle acque che sono i moenia mundi, se non la montagna altissima del Purgatorio, di cui giusto sull’aprirsi della seconda cantica, è detto:

che mai non vide navigar sue acque

uom che di ritornar sia poscia esperto,

con assai chiaro riferimento ad Ulisse, così era naturale il pensare, e molti han ripetuto, che il monte sulla cui cima fiorisce, nell’idea dantesca, il Paradiso terrestre, debba essere una cosa sola col monte negato all’eroe pagano. Il quale non è Enea, non Paolo, non Dante medesimo, cui per salire al monte dell’espiazione convien tenere altro viaggio, la via figurata della purificazione spirituale. Ulisse, per questo aspetto, raffigura il mondo antico che intravede il vero lontano, ma erra senza consiglio e senza guida. Onde l’antitesi fra la temeraria impresa dell’antico, e il mistico viaggio del poeta cristiano. Quello è lo spirito errante che, affidandosi al folle volo della ragione, naviga « per lo gran mar dell’essere » in cerca d’una verità sospirata invano; questi, il poeta, soccorso da virtù divina, naviga « un’acqua che mai non si corse », e il suo legno, con sicura vela, « cantando varca » verso lidi immortali.

Se non che tutto ciò non basta a darci dell’episodio dantesco la misura adeguata. Poiché al senso allegorico nel poema s’intesse sempre il letterale, e dal fondo religioso fiorisce sempre il concetto civile. Da quel facile, ed anche legittimo, ravvicinamento della « montagna bruna » con quella del Purgatorio dantesco, non convien difatti lasciarsi trarre in inganno. Se Ulisse, arando il mare australe, incontra quel monte santo ed inaccesso, a lui negato da volere superno, poiché un pagano non poteva saperne, anche nella finzione dantesca, l’esistenza, così è eliminata ogni colpa dall’impresa ed è giustificato l’eroe da ogni sacrilegio. Che se questi ai compagni aveva parlato d’un mondo senza gente, non intendeva già accennare al regno dei morti, come altri disse[13],  bensì a regioni geografiche inesplorate. Né il solo ardore di conoscere d’altronde poteva esser colpevole anche per Dante[14]; onde il fatto, ben raro se non unico, nel sistema dantesco, che il segreto rivelato da Ulisse non ha che fare colla cagione di sua pena. La quale è soltanto il consiglio fraudolento, non l’ardimento nuovissimo.

Dopo le brevi parole dichiarative di Virgilio, il guerriero scaltro e « multiforme » scompare, e sottentra il navigatore animoso. Allora non ti sta più dinanzi il peccatore, ma l’eroe; e Virgilio che sa le antiche colpe di lui, non gli chiede se non della sua ignorata fine. Se non fosser quelle antiche colpe, meglio che fra queste fiamme egli starebbe nel « nobile castello », fra l’« orrevol gente » degli antichi savi. E se invece fosse colpa quel suo voler veder troppo, come di lui disse il Petrarca, ei forse starebbe invece fra i miseri che fan petto delle spalle (Inf. xx, 37)

perché voller veder troppo davante.

Ora quanto meno Dante si mostra di consueto benevolo, come altri notò[15], verso quei greci che furono uomini d’arme e d’azione, tanto più notevole è che per questi nutra invece segreta riverenza.

E l’eroe antico è qui illuminato dal poeta in tutta la sua grandezza. Suggerimenti particolari a colorire questo episodio già gli venivano da tradizioni classiche. Le leggende antiche dell’isola Atlantide, o dell’isola dei Beati: la vaga, ma costante tradizione, d’una terra antartica, ora tenuta per abitata ora creduta inospite e deserta, che dai noti versi di Seneca vien giù fino a Ristoro d’Arezzo, a Fazio degli Uberti, al Petrarca: tutti i vaghi accenni ad una tradizione della fine d’Ulisse nei mari d’Occidente negli scrittori della decadenza, dopo Tibullo, in Seneca[16], Tacito e Plinio e Claudiano: tutto questo doveva premere come alta vena di memorie antiche nella mente del poeta.

Ma la risonanza del mondo classico meglio la senti qui nella parola stessa dell’Itacense, che, atteggiato d’eroica dignità nella sua diritta fiamma, impersona veracemente in sé la descrizione dell’uomo magnanimo, che Dante trovava nel suo Aristotele. Quanta distanza fra lo sconcio ladro pistoiese, cui piacque vita bestiale, e questi che ammonisce

« fatti non foste a viver come bruti!

ma quanta anche ne corre fra lui e il cruccioso Capaneo o il disdegnoso Farinata! Il suo parlare è parlare onesto e pieno di maestà nuova, e di alti e virili sensi umani. Mentre la fiamma del cordigliero, compiuto che ha il suo dire, si parte dolorando e torcendo e dibattendo il corno acuto o muggendo come il bue ciciliano, l’anima dell’eroe antico noi la vediamo fiera ed eretta in quel verso

Già era dritta in su la fiamma e queta

e dopo il racconto che Dante ha studiosamente allineato con quello, così pieno di lacrime, del Montefeltrano, si ricompone senza gemiti e senza lamenti, fiera ed eretta nella sua forma consueta di fiamma salda. Se Virgilio dice che pur entro quelle fiamme piangesi e si geme, noi non sappiamo imaginare in quell’eroe né pianto né pentimento dell’impresa generosa. Anzi quest’anima altera di lui veramente martire d’una idea, è tale che irradia intorno a sé la sua luce e il calor suo, elevando a più alto segno le anime circostanti. Così sempre operarono i grandi spiriti nella storia; i quali non soverchiarono ed oppressero come il Nietzsche ha imaginato di esseri superumani, bensí suscitarono intorno a sé l’ardore della fede; e furono, non terrore ai piccoli, ma incitamento ed esempio agl’ ignavi.

Da quale fonte Dante abbia più propriamente attinta la prima ispirazione a foggiare questo tipo di Plinio redivivo, l’ha additato per primo, credo, uno dei maggiori dantologi inglesi, il Moore[17]. Il motivo iniziale venne al Poeta dal suo Marco Tullio. Poiché questi non solo aveva scritto (De Off. III, 26), non essere onesto consiglio per Ulisse il consumare in ozio la vita ad Itaca, coi genitori colla moglie e col figlio[18]; ma aveva altresí, traducendo e dichiarando altrove un luogo omerico (De Fin. V, 18, 49), attribuita ad Ulisse una viva cupidità di sapere, superiore in lui all’amor di patria, per la quale era stato appunto tentato dalle Sirene.

Ma anche in questa parola dell’antico testo Dante non trovava se non la potenzialità vaga, non l’atto vivo dell’ultima audacia in lui; la quale è tanto maggiore, nella concezione dantesca, in quanto che la grandezza dell’eroe non vi esce dalle contingenze o dai termini umani. L’Ulisse di Dante non è un’astrazione ma un carattere vivo; è un uomo che indulge alle seduzioni delle Sirene, pagando il suo tributo alla fragilità umana[19]. E se da questa caduta si redime per propria virtù, e se gli affetti domestici immola ad uno più possente e dominatore della mente sua, quelli affetti ei pur sente e ricorda con parole di rammarico accorato

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né il debito amore

di che dovea Penelope far lieta.

L’animo eroico, insomma, fiorisce in lui dal fondo umano.

Ora codesta umanità dell’Ulisse dantesco ci apre la via ad intenderne la modernità. Poiché in questa, che è, certo, una delle maggiori e più solenni figure del poema, l’antico si congiunge col nuovo, come nella coscienza di Dante. La ragione umana, col naufragio d’Ulisse, è vinta. Vinta, ma non doma. E poiché anche l’eroe, nel pensiero di Dante, non è punito del suo ardimento, così è aperto l’adito ai magnanimi dell’avvenire che, con più sicura vela, tenteranno le vie del mare. L’Odissea omerica era stato il canto delle prime esplorazioni dell’occidente; poiché gli errori del ramingo Ulisse, dal principio riferiti alla Propontide e al mar Nero, vennero come prolungati nel Tirreno e sulle coste della Campania, e quindi indirettamente congiunti colla leggenda di Enea e della fondazione di Roma. Di quell’occidente, mondo ignoto all’età omerica, e popolato quindi di dèmoni e di mostri. La terra dei Lestrigoni, l’isola di Calipso, la grotta dei Cimmerii, l’isola dei Ciclopi: tutta una regione favolosa e terribile. Il canto dantesco è invece il primo accenno ad una nuova conquista d’un ultimo occidente, a questo finale passaggio dall’occidente mediterraneo al grande occidente oceanico, dietro il cammino del sole, che è il cammino stesso della civiltà.

Ora io non so se Dante possa dirsi un precursore dell’idea del Colombo, o se questi possa aver mai tratto qualche incitamento da questo canto dantesco, come ha pensato, non primo, ma più noto d’altri, un chiaro uomo politico italiano[20]. Il ravvicinamento pare più generoso e seducente che vero; e Colombo, come notava acutamente il Bonghi[21], avrebbe dovuto, se mai, sentirsi meglio dissuaso che sollecitato, dalla lettura della fine d’Ulisse, a navigar l’occidente. Ma tuttavia c’è in questo racconto della navigazione d’Ulisse, dove la simbolica montagna bruna diviene ad un tratto nel verso dantesco la nuova terra, come un alito di nuovi tempi, e vi si prenunzia, se anche in forma di vago presentimento, quello spirito d’esplorazione, onde colla scoperta del nuovo mondo s’apriranno nuove vie alla civiltà. E questo adombramento d’una idea nuova sentirono e indovinarono già nella pagina dantesca altre grandi anime di poeti, primaché il germe racchiuso in esse avesse la sua meravigliosa espansione nella coscienza stientifica e nella vita civile dei nuovi tempi. Se il Petrarca, travestendo in rampogna la glorificazione dantesca, chiamò Ulisse, colui

che desiò del mondo veder troppo,

con ben più alti sensi lo celebrava il Tasso, quale precorritore audace delle navigazioni transoceaniche; e dai meravigliosi versi danteschi, in un breve ma squisito poema, esemplato sul canto dantesco, trasse ispirazione ai dì nostri un grande lirico inglese, il Tennyson a cantare di Ulisse, cui nei riposi d’Itaca punge il desio d’esperienze nuove nei giorni numerati che gli avanzano[22]. Tutta questa breve odissea del poeta inglese non è che una variazione geniale del motivo dantesco. Sul quale s’esempla altresì il racconto poetico del nostro Graf sull’ultimo viaggio d’Ulisse, breve poema anch’esso, ove regna un senso di alta pietà per le generose avventure, quasi sempre frustrate dalla ingiustizia degli uomini e delle cose[23].

Ma codesto anelare a cieli nuove e terre nuove che anima il canto dantesco, codesto vago annuncio di lontane terre, non rimane circoscritto nelle pure visioni della poesia e dell’arte, bensí fruttifica su più saldo terreno. Altri già disse di quell’episodio: «tu senti che è scritto dopo i viaggi di Marco Polo »: ma scendendo più vicino agli anni, e alla terra di Dante, e all’immaginato viaggio, piace il pensare che a lui, forse nell’ospizio dei Malaspina, fosse giunta voce di alcuni viaggiatori genovesi che appunto negli anni della sua giovinezza avevano tentati i mari d’occidente. Narravano i cronisti genovesi del tempo, che nel 1291 Ugolino Vivaldi e Teodosio Dona, costruite due navi per trovare la via della India, passate che ebbero le colonne d’Ercole, viaggiassero verso l’occidente; ma che di loro nulla più si seppe mai. Onde Pietro d’Abano circa il 1300, lamentava che dopo trent’anni di quelle due audaci galèe non fosser giunte novelle[24].

E v’è poi, se consentite, un’aura specialmente fiorentina in questo canto, dove il poeta che ha maledetta la Fiorenza dei ladri, prenuncia ora quella degli esploratori e degli esperimentatori. Nell’atmosfera ideale del tempo di Dante alitava, per così dire, quello spirito d’avventure, quella sete dell’ignoto, quasi polline diffuso onde doveva germinare il fiore della vita e della scienza moderna. Ora i grandi poeti, come da Platone al Carlyle si è ripetuto, sono anche grandi anime di profeti. E il genio divinatore di questo gran vate Dante, che qui veramente ha il sogno rivelatore del mattino, e la visione d’un altro firmamento ideale, par additare coll’epica parola d’Ulisse la via che dovrà condurre alle grandi esplorazioni geografiche e alle grandi esperienze scientifiche[25]: quella via in cui, coll’opera loro, s’inoltrarono tanto i grandi viaggiatori fiorentini da Francesco Balducci e da Giovanni Marignolli al Vespucci, e sulla quale procedeva poi col pensiero divinatore Paolo Toscanelli, grande ammiratore di Dante e consigliatore di Colombo, che, misurando le stelle, pensava i mari. Se l’Odissea omerica era stata la glorificazione della patria e della famiglia, la breve Odissea dantesca è invece la divinazione dell’avvenire. Poiché collo spirito d’avventura che vi aleggia, vi si delinea anche già il concetto di quello che dovrà essere lo strumento massimo della scienza nuova. Una parola che nel Medio Evo era apparsa solitaria nei libri di Rogero Bacone, la parola « esperienza », qui ritorna due volte, con un senso nuovo e inaudito. Non è più l’esperienza degli uomini e dei popoli dell’eroe omerico: ma l’esperienza del mondo e della natura. Parola nuova e idea nuova. Su questa via, voi lo sentite già, lo spirito fiorentino avanzerà con passo animoso e risoluto, per condurci dal Toscanelli all’Alberti, e dall’Alberti a Leonardo, prima che vi stenda tanta ala Galileo, e l’esperienza delle terre e dei mari si dilati nell’esperienza dei cieli. Dei cieli dove Firenze si elevò sull’ali della poesia di Dante, prima che vi penetrasse il pensiero misuratore di Galileo.

Signori,

Ho negli occhi e nell’anima la visione luminosa e serena della marina Cumana, ove la eggenda antica fece approdare Ulisse, nella regione dei Cimmeri, e presso l'isola delle Sirene. Il cobalto liquido del mare, trapunto di luci stellate come il sole luminoso lo percuote sotto le scogliere di Capri rupestre, fa pensare al riso innumerabile del mare, celebrato dal vecchio Eschilo, e fa sentire quivi, come tutte le aperte anime di poeti dal Boccaccio al Goethe sentirono, ancora vivo il leggiadro mito delle Sirene, di queste Muse del mare. Le onde internandosi in quei sinuosi recessi, in quelle grotte stillanti, disseminate di conchiglie ritorte e di coralli che immobili rameggiano, mandano, frangendosi, dei suoni di musica dolcissima, che vince in un sopore d’incantamento.

Da quello spettacolo luminoso a questa luce che piove austera e mite dalle vetrate d’Orsanmichele, quanta distanza di spazi e di tempi! Eppure la veggente anima di Dante si stende dall’uno all’altro termine; l’anima che fra il cozzo delle armi fratricide, fra le torri merlate delle città e delle castella, trasvolava a più sereni lidi lontani. Cosí mentre fermava con possente evidenza l’imagine dell’affocata città di Dite, intravedeva talora marine cerulee e cieli d’orientale zaffiro, che i suoi occhi mortali non videro mai.

O Dante, che veramente per ogni terra ed oltre ogni mare batti l’ali, le grandi ali del tuo spirito, prefigurate già nello stemma aligero di tua casata, a te, come disse il geniale scrittore cui toccò l’onore grande d’inaugurare in questo anno commemorativo di tua visione la lettura del tuo libro, a te reverenti torniamo.

Tu a costui insegna che il pane dell’arte, onde sei dispensatore alle generazioni, fu sempre bagnato di lacrime, dal Poema di Job al tuo poema; che non il culto della forma bella o del piacere forma l’anima dell’arte e regge la vita: ma quella il sentir profondo, questa lo esercizio operoso di ogni virtù e il culto del bene.

E a noi tutti che ricorriamo a te, ritempra l’animo affaticato e stanco nelle tristi ore. Tu ci ridona la speranza che illumina, la virtù che crea. A te, fronte d’Italia, per la nostra patria, per l’Italia bella chiediamo, un altra volta, salute; poiché noi sentiamo, o Padre, che per essa tu veramente hai sempre la parola di vita.

Godi, Firenze, poi che se’ sì grande,

che per mare e per terra batti l’ali,

e per lo inferno il tuo nome si spande.                       3

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini, onde mi vien vergogna,

e in in grande onranza non ne sali.                            6

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai di qua da picciol tempo

di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.                  9

E se già fosse, non saría per tempo.

Cosí foss’ei, da che pure esser dee;

che più mi graverà, com’più m’attempo.                 12

Noi ci partimmo, e su per le scalee,

che n’avean fatte i borni a scender pria,

rimontò il Duca mio, e trasse mee.                            15

E proseguendo la solinga via

tra le schegge e tra’ rocchi dello scoglio,

lo piè senza la man non si spedìa.                             18

Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio,

quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi;

e più lo ingegno affreno ch’io non soglio,                 21

perché non corra, che virtù nol guidi;

sí che se stella buona, o miglior cosa

m’ha dato il ben, ch’io stesso nol m’invidi.             24

Quante il villan, ch’al poggio si riposa,

nel tempo che colui, che il mondo schiara,

la faccia sua a noi tien meno ascosa,                         27

come la mosca cede alla zanzara,

vede lucciole giù per la vallea,

forse colà dove vendemmia ed ara:                            30

di tante fiamme tutta risplendea

l’ottava bolgia, sí com’io m’accorsi,

tosto che fui là ’ve il fondo parea.                              33

E qual colui che si vengiò con gli orsi,

vide il carro d’Elia al dipartire,

quando i cavalli al cielo erti levorsi;                          36

Che noi potea sí con gli occhi seguire,

che vedesse altro che la fiamma sola,

s’ come nuvoletta, in su salire:                                   39

tal si movea ciascuna per la gola

del fosso, che nessuna mostra il furto,

ed ogni fiamma un peccatore invola.                        42

Io stava sovra il ponte a veder surto,

sì che s’ io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giù senza esser urto.                              45

E il Duca, che mi vide tanto atteso,

disse: Dentro da’ fuochi son gli spirti:

ciascun si fascia di quel ch’egli è inceso.                 48

Maestro mio, risposi, per udirti

son io più certo; ma già m’era avviso

che così fusse, e già voleva dirti:                                51

chi è in quel fuoco, che vien sí diviso

di sopra, che par surger della pira,

ov’Eteòcle col fratel fu miso?                                      54

Risposemi: Là entro si martira

Ulisse e Diomede, e così insieme

alla vendetta corron com’all’ira;                                57

e dentro dalla lor fiamma si geme

l’aguato del caval, che fe’ la porta

ond’uscí de’ Romani il gentil seme.                           60

Piangevisi entro l’arte, perché morti

Deidamía ancor si duol d’Achille,

e del Palladio pena vi si porta.                                    63

S’ei posson dentro da quelle faville

parlar, diss’io, Maestro, assai ten priego

e ripriego, che il priego vaglia mille,                         66

che non mi facci dell’attender niego,

finché la fiamma cornuta qua vegna:

vedi che del disio ver lei mi piego.                             69

Ed egli a me: La tua preghiera è degna

di molta lode, ed io però l’accetto;

ma fa, che la tua lingua si sostegna.                          72

Lascia parlare a me: ch’io ho concetto

ciò che tu vuoi: ch’ e’ sarebbero schivi,

perch’ei fur Greci, forse del tuo detto.                       75

Poiché la fiamma fu venuta quivi,

ove parve al mio Duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:                            78

o voi, che siete duo dentro ad un fuoco,

s’io meritai di voi mentre ch’ io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco,                                   81

quando nel mondo gli alti versi scrissi,

non vi movete: ma l’un di voi dica

dove per lui perduto a morir gissi.                             84

Lo maggior corno della fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica.                           87

Indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gittò voce di fuori, e disse: Quando                           90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

prima che sí Enea la nominasse:                                93

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né il debito amore,

lo qual dovea Penelope far lieta,                                96

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’ i’ ebbi a divenir del mondo esperto,

e degli vizii umani e del valore:                                  99

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola, dalla qual non fui deserto.                          102

L’un lito e l’altro vidi insin la Spagna,

fin nel Marrocco, e l’isola de’ Sardi,

e l’altre che quel mare intorno bagna.                      105

Io e i compagni eravam vecchi e tardi,

quando venimmo a quella foce stretta,

ov’ Ercole segnò li suoi riguardi,                                108

acciocché l’uom più oltre non si metta;

dalla man destra mi lasciai Sibilla,

dall’altra già m’avea lasciata Setta.                          111

O frati, dissi, che per cento milia

perigli siete giunti all’occidente,

a questa tanto piccola vigilia                                      114

de’ vostri sensi, ch’è del rimanente,

non vogliate negar l’esperïenza,

diretro al sol, del mondo senza gente.                      117

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.                          120

Li miei compagni fec’io sí acuti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che appena poscia gli avrei ritenuti.                          123

E, volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ale al folle volo,

sempre acquistando del lato mancino.                     126

Tutte le stelle già dell’altro polo

vedea la notte, e il nostro tanto basso,

che non surgeva fuor del marin suolo.                      129

Cinque volte racceito, e tante casso

lo lume era disotto dalla luna,

poi ch’entrati eravam nell’alto passo,                        132

quando n’apparve una montagna bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto,

quanto veduta non n’aveva alcuna.                           135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

che dalla nuova terra un turbo nacque,

e percosse del legno il primo canto.                            138

Tre volte il fé* girar con tutte l’acque,

alla quarta levar la poppa in suso,

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,                   141

infin che il mar fu sopra noi richiuso.

Letto nella Sala di Dante in Orsanmichele

il dí xii di Aprile MCM

Note

________________________

[1] Cfr. D’Ovidio in Nuova Antologia, 16 Sett 1892 p. 204, 16 Maggio p. 21.

[2] V. il Comento del P. Berthier a q. l. 1884.

[3] Venturi, Dante e Giotto in « Nuova Antologia », 1900.

[4] Qnesto fu ben dimostrato, mi pare, dal D’Ovidio, Guido da Montefeltro nella D. C. in a Nuova Antologia » 1892.

[5] Il TORRACA, Bullettino della Società Dantesca ital., II, fasc. 912 (pag. 26 dell’estr.) ricorda qui assai acconciamente le parole di Alessandro nel poema di Filippo Gualtiero, che hanno una notevole analogia colla orazione picciola dell’Ulisse dantesco.

[6] P. e. lo Scartazzini, Camm. Lips. I, 301.

[7] Fornaciari, Studi su Dante, Firenze 1883.

[8] Vedi il buon lavoro di P. Cesareo, L’evoluzione storica del carattere di Ulisse in « Rivista di stor. antica », Messina 1889 a. II-IV.

[9] P. e il Meyer, Dff Ursprung d. Odysseus-Mythus, in « Hermes » 1895, p. 241.

[10] Schück, Dante’s classiscke Studien, in « Neue Jahrbücher für Philolog. » voL 92, 1865, p. 272-76.

[11] Graf, Miti e Leggende del M. E. II, 363 segg. Torino 1893.

[12] Cfr. S. Ferrari, I tempi, la vita, le dottrine di P. D’Abano, Genova 1900, p. 276 e i luoghi ivi citati.

[13] Fornaciari, Ib. L’ esistenza di terre abitate agli antipodi, oltreché a molti altri scrittori antichi, era nota, accettata o combattuta ad Aristotele (Meteorol. II, 5), ad Alberto Magno, a S. Tommaso, a Rogero Bacone, a Pietro d’Abano. È combattuta bensì nello scritto attribuito a Dante Quaestio de aque et terre cc. xx-xxii. Ma che questo sia opera di Dante, nonostante le recenti difese del Moore, Studies in Dante, Second series Oxford 1889, p. 358-374 e dell’Angelitti Bullett. della Soc. Dant. N. S. f. 3-4, 1901, p. 52-71, è ancora lecito dubitare.

[14] Qui il Cesareo, op. cit,, p. 75 scambia gradi e termini diversi.

[15] Fornaciari, op, cit. cfr, anche Fearon, Dante ad Paganism, in «Nineteenth Century » XLIII, p. 301-311.

[16] Queste fonti, dice il D’Ovidio, (Nuova Antol. 1892) non ci dovevano essere. Bfa che una incerta tradizione sai viaggi ooddentali d’ Ulisse, oltre il mondo conosciuto dagli antichi, vi fosse, apparisce già dai versi di Tibullo, Eleg. IV, i, 79 s. e più ancora da un luogo di Seneca, noto certamente a Dante. Epist. Mor. X, 3. « Non vacai audire utrum Ulixes inter Italiam et Siciliam jactatus sit, an extra notum nobis orbem »; ed è poi confermato da Plinio H. N. IV, 21 s. fino al noto luogo di Claudiano In Ruf. I, 123, ove Ulisse appare in una isola dell’Oceano e poi discende agl’inferi. Forse da Claudiano, o, come il Cesareo ed altri suppongono, da Strabone ed Olimpiodoro, venne a Dante l’idea del viaggio ulisseo.

[17] MOORE, Studies in Dante, I Ser. - Scripture and classical Authors in Dante, Oxford 1896, p. 264.

[18] Torraca, nel Bullett. della Soc, Dantesca, N. S. vol. II, fasc. 912, p. 25.

[19] Questo lato umano dell’Ulisse dantesco è assai ben lumeggiato nella nota, del resto assai tenue, di V. Bonassisi, L’Ulisse dantesco, negli « Atti dell’Accad. d’Archeologia, Lettere ed Arte », Napoli 1899.

[20] G. Finali, Cristoforo Colombo e il viaggio d’Ulisse nel Poema di Dante, Città di Castello 1895. Oltre al Cornoldi, già addotto dal Tarducci e dal Finali (op. cit., p. 45), nel medesimo senso si era espresso anche il P. Marcellino da Civezza, in Dantis Aldigherii Com., Prato 1891, p. 328; e lo aveva già notato anche il De Sanctis, Nuovi saggi Critici, Napoli 1879, p. 28.

[21] In una recensione del libro del Finali pubblicata da lui nella Cultura di quell’anno.

[22] Ulysses in « The works of Tennyson », 1892, p. 96.

[23] Le Danaidi, Torino 1897, p. 45.

[24] Il Celesia, Dante in Liguria, Genova 1865 pensò che Dante attingesse questa descrizione del viaggio d’Ulisse dal genovese Andalò di Negro, nell’astronomia dottissimo, o da Pietro Visconti, autore di otto mappe antiche, che ornano oggi la biblioteca imperiale di Vienna cfr. Terrazzi, Manuale Dantesco, IV, p. 26.

[25] Questo non vide il Tommaseo, quando scriveva nel Commento »I 374» che qui Dante non è punto vate.

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2010