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Edizione di riferimento:
Prof. Francesco Torraca, Il canto V Dell’ “INFERNO”, Dalla Nuova Antologia ‒ 1‒16 luglio 1902, Roma DIREZIONE DELLA NUOVA Antologia, Via San Vitale, n. 7, 1902.
Anticipando un’idea generale del cerchio, nel quale non è ancora disceso, il poeta avverte: questo secondo cerchio dell’Inferno è meno ampio del primo; men loco cinghia. Ma cinge tanto più dolore. Nel precedente, nel primaio, « non avea pianti ma’ che di sospiri », perchè le anime non vi soffrivano alcuna pena sensibile: in questo il dolore, a guisa di punta acuminata, penetrante, strappa lamenti, pugne a guaio. Del modo della discesa non dice; una parola, una sillaba: giù, e noi l’imaginiamo non breve, né facile. Un’altra parola di suono aspro scatta al principio del quarto verso, annunziando qualche cosa di non aspettato, di pauroso; e il brivido, che percorse la persona di lui, lo comunica a noi: Stavvi Minos.
Di un mitico re legislatore di Creta, gli antichi avevan fatto uno de’ giudici de’ morti, Minos teneva quest’uffizio nell’Odissea, che Dante non lesse, nobilmente, assiso in trono, lo scettro in mano. Nell’ Eneide, ridotto a poco più di un nome, muove l’urna, chiama la folla delle ombre, apprende dalla loro bocca come vissero e in che peccarono. Dante non sa di troni né di scettri, non ha che farsi dell’urna; lo atteggia ringhioso come un cane; gli appicca, lunga lunga, la coda, di che l’imaginazione popolare aveva fornito il demonio; lo descrive nell’atto dell’uffizio. Io leggo:
Stavvi Minos, orribilmente ringhia,
esamina le colpe nell’entrata,
giudica e manda...;
e credo legger meglio di que’ copisti antichi ed editori moderni, i quali, sviati da facile sbaglio, staccarono il primo verso dagli altri, non badando che il poeta espone impressioni e osservazioni in una serie continua e veloce, corrispondente alla successione loro, che fu ininterrotta e rapida.
Come qui, al principio, così in tutto il canto vedremo le reminiscenze dell’antichità rinnovellarsi con diverso rigoglio, rifiorire con diverso splendore; vedremo l’ispirazione classica congiungersi col sentimento gagliardo del poeta, e nascere dal fecondo amplesso imagini, forme, scene, mai prima vedute, di bellezza perfetta.
Minos giudica e manda: in qual modo, sapremo ben presto; ma già sentiamo che, nell’adempiere l’uffizio, è concitato e imperioso.
Nell’Eneide Minos agita l’urna, chiama, apprende; Radamanto costringe le anime a confessarsi; qui l’ombra, spronata dalla giustizia divina, « sì che la tema si volge in desio », si avanza non chiamata, quasi spinta da molla interna, e tutta si confessa. Tutta: il posto assegnato a questa parola nel verso, l’accento, che la percuote fortemente su la
prima sillaba, le danno singolare efficacia. I giri della coda intorno alla persona di Minos indicano a quali cerchi le anime sieno condannate; ma il movimento della coda non basterebbe da solo per quei cerchi, che sono scompartiti in gironi, in bolge, in cerchietti; perciò, talora, egli si cinge e parla. Quella, che qui è semplice e breve descrizione, si muterà in vivissima rappresentazione nella memoria e nelle parole di Guido da Montefeltro:
A Minos mi portò; e quegli attorse
otto volte la coda al dosso duro,
e, poi che, per gran rabbia, la si morse,
disse : « Questi è de’ rei del fuoco furo ».
Ripigliando il racconto, ritardato se non raffreddato, per un momento, dalla spiegazione, il poeta nota:
sempre dinanzi a lui ne stanno molte.
Le ombre giungono incessantemente, il giudice non ha mai tregua: il senso è chiarissimo; ma non del senso volevo dire, bensì del rilievo, che esso acquista nel verso, per le due parole sempre, molte, l’una al principio, l’altra alla fine, su le quali bisogna fermar la voce, e, con la voce, l’attenzione. Vanno al giudizio le anime l’una dopo l’altra, a vicenda; dicono le colpe speditamente; odono dalla voce grave di Minos la condanna in un attimo ‒ « giudica e manda » ‒ e poi son giù volte. Minos non ha uscieri, né guardie; le anime « cadono » ciascuna al cerchio, che le è assegnato, come corpi lanciati in un precipizio. Dicono e odono: due parole sdrucciole, pare s’inseguano, sì che la voce trascorre su l’incontro di tre vocali ; e poi son giù volte, quattro monosillabi, uno dei quali, giù, fortemente accentato, e poi ancora una sillaba accentata, tutti insieme, con la successione rapidissima e i suoni brevi e rotti, ci porgono come la visione di una turba fuggente e minante. Altrove Dante dirà a punto, di un’anima: «Ella ruina in siffatta cisterna ».
Son giù volte, mandate ai diversi cerchi della « valle inferna »; ma di quelle, che al secondo cerchio si fermano, si poteva, con proprietà di linguaggio, dire che eran volte giù? Stava Minos non al basso della discesa dal primo cerchio, sul piano del secondo; bensì di sopra, nell’entrata, al confine, all’orlo, tra il cerchio superiore e l’inferiore. Consideriamo dove il poeta incontra Pluto e il Minotauro.
Giù, nel fondo, la bufera infernale avrebbe continuamente turbato « l’atto di cotanto uffizio »; il vociar de’ peccatori carnali, quando giungevano alla « ruina », frastornato il giudice; ed altro non è la ruina, che il dirupo, scheggioso, tutto sassi, come altrove, per il quale Dante discende. Altro piccolo, ma più curioso problema: se, e per quale via o sentiero, le anime traversino lo spazio dalla prima circonferenza a piè della parete interna del cerchio, al punto, dove si
scoscende il piano e cominciano il precipizio e la parete del cerchio seguente; e così via via. I cerchi sono troppo larghi perchè basti alle anime far de’ capitomboli dall’uno all’altro per giungere ciascuna là, dove Minos la manda. Curioso problema; ma esso e tanti altri di eguale importanza piacque a Dante lasciar intatti all’acume dei commentatori.
O tu, clic vieni al doloroso ospizio,...
guarda com’entre...
L’apostrofe giunge improvvisa al lettore, come giunse al poeta, e lo scuote. Minosse interrompe i giudizi, lascia l’atto di cotanto uffizio – cotanto ‒, quale, infatti, più solenne e più delicato di quello ‒ grida; ma non comanda, come aveva fatto Caronte, il rozzo e bisbetico nocchiero; procura di dissuadere Dante dal viaggio scemandogli l’ardimento ‒ guarda com’entre! ‒ ispirandogli sfiducia della guida ‒ e di cui tu ti fide ‒ sgomentandolo con un’allusione, tanto più paurosa quanto meno determinata, alle difficoltà dell’impresa:
non t’inganni l’ampiezza dell’entrare.
Oscure parole, non soltanto compendiano in un endecasillabo quattro esametri di Virgilio; ma sostituiscono ad una esposizione di fatti una minaccia. « Facile scendere all’Averno », aveva detto la Sibilla: « notte e giorno sta aperta la porta del nero Dite; ma rifare il cammino, e di nuovo uscire alle aure superne, questa è l’impresa, questo il travaglio ». L’eroe troiano poteva anche credere che la Sibilla intendesse incoraggiarlo, esortarlo; Dante doveva mentalmente ripetere a sé stesso: « Io non Enea, io non Paolo sono ».
Minos, in fondo, a me non pare animato da cattive intenzioni. Severo quanto si vuole, incallito nell’uffizio di ministro della vendetta divina; quando chiama doloroso ospizio, albergo di dolori, l’Inferno, lascia trasparire i resti della nativa disposizione a « dolersi dell’altrui male».‒ La vera giustizia non è nemica della misericordia; oltre a ciò, nell’Inferno classico Minos aveva giudicato così i malvagi come i buoni. Qui, se non erro, egli esagera il pericolo a fin di bene. Ma Virgilio tronca gl’indugi: Perchè pur gride? Tanto, che giova?
Non impedir lo Suo fatale andare!
E calca la voce sopra fatale, perchè l’altro intenda bene e subito; e ripete le parole, che avevano quetato le lanose gote di Caronte.
Qui comincia veramente l’Inferno; ora succedono ai sospiri, « che l’aura eterna facevan tremare », le dolenti note, le voci di dolore; ora molto pianto percuote l’orecchio e l’animo di Dante: In antitesi con le note dolenti e col pianto molto, il luogo è muto d’ogni luce ‒ rammentate « il sole », che « tace » ; ‒ mùto di lùce, mùgghia come fa mar per tempesta: altra serie di suoni, prima profondi, lunghi, uniformi; poi brevissimi e tronchi; infine aspri, stridenti. Contrari ferma un istante; ma venti trascina via il verso con l’impeto di una raffica. L’accento cade sopra tra, ti‒è, tu; cinque t s’incalzano, si urtano; combattuto fa sentire da ultimo lo sbattere delle onde. E, dopo tanto fragore e moto, due parole con arte squisita scelte, congiunte e accentate, bufèra infernàl, riassumono l’animato quadro e l’impressione di esso in sintesi maravigliosamente concisa e comprensiva.
La bufera infernale dura sempre, mai non resta – ecco il primo dei mai di questo canto, tutti notevoli, diversamente espressivi perchè diversamente collocati, ‒ mena gli spiriti con moto violento, irresistibile. Mena: così più volte in questo, e, di nuovo, nel canto XI: « quei, che mena il vento »; rapina chiama Dante nel Convivio il movimento, inconcepibilmente celerissimo, del Primo Mobile. La bufera, non solo incessante e rapidissima, ma è vorticosa; volta ognuno degli spiriti; li percuote l’un contro l’altro a crescere l’ambascia loro. Quando essi giungono davanti alla ruina:
quivi le strìda, il compianto, il lamento.
Ricordate il suo primo entrar nell’Inferno:
Quivi sospiri, pianti ed alti guai
risonavan per l’aër senza stelle.
Ora inverte l’ordine: dalle voci più alte e più acute, alle più fievoli, e l’intonazione stessa del verso, al quale conferisce efficacia la omissione del verbo, viene giù giù digradando. Colà gli spiriti bestemmiano la virtù divina, perchè la ruina, dall’alto della quale precipitarono nel vortice, attesta quella potenza, che li punisce e punirà anche dopo la fine dei secoli.
Dante intese, udì da Virgilio quali peccatori fossero dannati a così fatto tormento.
La qualità del tormento corrisponde alla natura della colpa. La bufera trascina, rapisce, volta, percuote coloro, che in terra si abbandonarono all’appetito carnale, si lasciaron tirare dalla passione d’amore. La ragione sottomisero al talento: il concetto era antico: «è da far sì », lasciò scritto Cicerone, « che gli appetiti ubbidiscano alla ragione, alla quale sono sottomessi per legge naturale » ‒ la locuzione, già nota ai Provenzali, non infrequente nell’uso del tempo di Dante. Ma ben altro importa osservare. Assegnando ai peccatori carnali il secondo cerchio, il primo di quelli, che accolgono i peccati d’incontinenza, Dante si allontana dalla dottrina di Aristotile, conforme alla quale aveva concepito la triplice divisione dell’Inferno. Aristotile insegnava esser l’incontinenza di concupiscenza peggiore, più turpe, dell’incontinenza d’ira: Dante, sottraendosi alla « venerabile autorità » di lui, punisce gl’irosi più sotto, più gravemente, forse perchè gli parve sottile troppo la distinzione, per cui era giunto il Maestro a questo concetto, dopo aver ammesso « doversi maggiormente perdonare coloro, che seguono gli appetiti naturali, comuni a tutti »; forse perchè, giudicando meno da filosofo e più da uomo, sottomise la ragione alla pietà; o forse, e meglio, per ragioni d’arte, non essendo credibile che egli, sin da quando ebbe ideato il secondo cerchio, non pensasse a quei due, di cui avrebbe fatto, nel quadro, le principali figure.
Come accada non si sa; ma, sembra, abituatosi, a poco a poco, a discernere nel buio, Dante vede gli spiriti sballottati dalla bufera raccolti, addensati in una schiera, e ripensa gli stornelli, « le folte caterve di stornelli, direbbe il Sannazaro, veduti in terra nel freddo tempo, d’autunno inoltrato. Il Sannazaro aiuta a intendere larga e piena: « nel fruttifero autunno le folte caterve di storni, volando, in drappello raccolte, si mostrano a’ riguardanti quasi una rotonda palla nell’aria». Le ali portano gli stornelli; gli spiriti sono portati dal vento, dal fiato. Ma non finisce qui la similitudine; come, secondo, il capriccio e l’istinto, secondo che sono attirati o spaventati da ciò, che vedono, gli stornelli, bizzarramente, e, per noi, inesplicabilmente, si lanciano a volo qua e là, su e giù; così
. . . . quel fiato gli spiriti mali
di qua, di là, di su, di giù gli mena.
So bene che taluno mette due punti, o un punto fermo addirittura, dopo mali; ma io domando se sia opportuno supporre un secondo porta sottinteso ‒ il fiato « porta » ‒ di contro al primo, quando viene subito dopo mena; se, per il caritatevole, ma non desiderato proponimento di toglier dalla coscienza di Dante grammatico un pleonasmo, del quale non mancano altri esempi in questo stesso canto, si debba fare a Dante scrittore, a Dante poeta, il torto di mozzare da una sua similitudine il verso più bello, il verso, che la compie ed illumina. Le ali portano gli stornelli, nel freddo tempo, a schiera larga e piena; ma in qual modo? Ma dove li portano? Certo, di qua, di là, di su, di giù; e così il fiato mena gli spiriti mali. Con questa differenza, che gli stornelli, di tratto in tratto, si calano su i tralci rosseggianti, dove qualche raspo rimane, su gli ulivi nereggianti di bacche mature; ma gli spiriti non si posano mai. Qua e là, huc et illuc, l’appetito trascina l’uomo, a giudizio di Cicerone, in un libro, che Dante conosceva assai bene; non direi, però, nato da questo passo il bellissimo verso dantesco, il quale trova più esatto riscontro nell’elegia di Arrigo da Settimello:
nunc hac, nunc illac, nunc sursum, nunc rotor infra
Ma Arrigo non poteva prender sonno, e si voltolava nel suo letto: gli spiriti mali non possono nemmeno aver la speranza di pena minore, che, in tanto tormento, sarebbe conforto inestimabile. Nulla speranza... mai?
In questa similitudine, la seconda parte descrive insieme l’andare degli spiriti e il volare degli stornelli. Se ancora qualcuno dubitasse, ponga mente alla similitudine, che segue. « I gru van cantando lor lai », le ombre vengono verso Dante « traendo guai »; ma « i gru » fanno « in aer di sé lunga riga », e, quantunque ciò non sia detto delle ombre, bisogna averlo per detto, perché, a tacer d’altro, Virgilio le nomina come se stessero in fila: « la prima, l’altra, poi... » Dante trovava nell’Eneide, che seppe « tutta quanta », i Rutuli paragonati alle gru, « quando sotto le nere nubi traversano l’aria strepitando, e fuggono i venti con grande schiamazzo ». Dante attenua lo schiamazzo, clamor, a canto di lai. I Francesi chiamarono lai composizioni poetiche, quando narrative, quando liriche, accompagnate da musica, che imitarono dai Bretoni; i Provenzali, di buon’ora, avevano esteso l’uso del vocabolo a significare il canto degli uccelli. Un trovatore., del quale Dante ebbe molta stima, aveva descritto gli uccelli intenti a pregar d’amore le loro compagne con « dolce clamore e grida, lai, canti e gorgheggi ».
Ma Dante aggiunge:
facendo in aër di sé lunga riga,
verso malinconico e lento, che ritrae il costume delle gru, forse da lui direttamente osservato, forse desunto dal Tesoro di Brunetti Latini. Il Tesoro gl’insegnava: «le gru sono uccelli, che volano a squadre, a modo di cavalieri, che vanno in battaglia ».
L’imagine era piaciuta al poeta: nel Purgatorio paragonerà alle gru i golosi
(Come gli augei, che vernan lungo il Nilo,
alcuna volta in aër fanno schiera,
poi volan più in fretta e vanno in filo)
ed anche, ma in altro modo, i lussuriosi.
Trarre guai, non raro presso i suoi contemporanei, frequente nelle sue liriche, si ritrova altre volte nella Commedia: sta per lo più in fine di verso, acconciamente, per il suono imitativo, spiccato ed alto della parola guai. Dalla detta briga si deve, pare, alla tirannia della rima, alla quale nemmeno egli si potè sottrarre, e della quale avremo un altro saggio più sotto: «la schiera ov’è Dido ». Briga, nel linguaggio del Trecento, dice assai meno che non qui; non parrebbe abbastanza efficace: ma anche altrove Dante l’usò a significare gli effetti del vento impetuoso accennando al « golfo, Che riceve da Euro maggior briga ».
Dante chiede:
. . . Maestro, chi son quelle
genti, che l’aër nero sì castiga?
Castiga a questo modo? ovvero: così duramente? Mentre Virgilio gli mostra a dito e nomina sette ombre famose, e poi un grande numero di altre, più di mille, che Amore dipartì di questa vita, ossia che morirono prima del tempo per cagion d’Amore; noi faremo due osservazioni.
La prima è questa. Restringendo in pochi versi, e modificando in parte un lunghissimo episodio dell’Odissea, Virgilio aveva raccontato nell’Eneide: Enea, poco dopo il suo ingresso nel Tartaro, oltrepassati gl’infanti morti in culla e i suicidi, giunse al Campo del pianto, per il quale ‒ posso citar il Caro, a questo luogo non troppo infedele ‒
... fra chiusi colli e fra solinghe
selve di mirti, occulte se ne vanno
l’alme, ch’ha feramente arse e consunte
fiamma d’amor, ch’ancor ne’ morti è viva.
Là vide Fedra, Procri, Erifile ed altre; là incontrò Didone, e le parlò. Non v’ha dubbio, da questo luogo dell’Eneide trasse Dante la prima idea del suo secondo cerchio. Ma come la trasformò! Lasciando stare la diversa lunghezza de’ due episodi ‒ nell’Eneide l’enumerazione occupa in tulto sei esametri, ‒ lasciando stare che nell’Eneide le ombre son tutte di donne; alla selva di mirti Dante ha sostituito l’estensione immensa d’un cerchio infernale; alle malinconiche, sì, ma tranquille passeggiate delle ombre, la bufera infernale incessante, che mena gli spiriti con la sua rapina. Non v’ha dubbio: la Sibilla ed Enea da un lato, Didone dall’altro, Enea, che rivolge la parola a Didone, sono l’abbozzo della grande scena, ch’empie la seconda parte del canto. Ma, con la riverenza dovuta, a un poeta come Virgilio, non v’ha cosa più insipida della lunga, freddissima tirata di Enea. Come! l’eroe, maximus heros, caldo ancora, ben si può dire, dei baci di Didone, non riesce a tirar fuori del suo cuore di pomice altra domanda, per cominciare garbatamente il colloquio, che questa:
Dunque, Dido infelice, e’ fu pur vera
quell’empia, che di te novella udii,
che col ferro finisti i giorni tuoi?
Non una parola d’amore, non un sospiro di rimpianto, non un accenno ai lieti giorni passati con l’infelicissima. Egoista fin sopra la cima dei capelli, il pio Enea parla unicamente del suo signor Io. Ma che dire di lei, Didone? Abbandonata, tradita, in un accesso di disperazione s’era uccisa! Chi sa quanto soffre a rivedere l’infido! Chi sa quale patimento le rode il cuore « a scorza a scorza!... » Errore. Disdegnosa e torva volta le spalle all’amante di ieri, e...
. . . . . . . . e, nella selva,
al suo caro Sicheo, cui fiamma eguale
e par cura accendea, si ricondusse.
Insomma, nel mondo di qua s’era consolata della perdita di Sicheo con Enea; nel mondo di là si consola dell’abbandono di Enea con Sicheo. Ah, no! ‒ dovette pensare Dante ‒ no, maestro, no, poeta! Codesto non è amor vero, l’amore, che affronta sicuro la morte, e dura dopo la tomba, eterno. Canterò io, di questo a te ignoto amore, canto immortale; e me, non amante riamato, ma uomo, uomo, che sente e comprende le grandi, le tragiche passioni umane, me vedrai cader disteso a terra, abbattuto dalla sola forza della pietà.
Ed ecco l’altra osservazione. Chi ricordi che, nel primo cerchio, al posto lasciato vuoto dai Padri quando Gesù li trasse al cielo, Dante, precorrendo l’Umanesimo, edificò un castello luminoso per i poeti, i guerrieri, i savi dell’antichità, greci e romani, e, precorrendo la grande tolleranza del tempo nostro, accolse nel castello un principe e due dotti musulmani; potrebbe supporre con lo stesso criterio avesse composto la schiera di ombre, di cui Virgilio gli fa l’enumerazione nel secondo cerchio. Non coglierebbe nel segno. Nel primo cerchio Dante fu novatore, ardito novatore; nel secondo fu interprete del suo secolo. Quelle donne antiche, quei cavalieri erano familiari, cari alle imaginazioni del tempo di Dante quanto e più che i personaggi de’ grandi romanzieri del secolo xix alle nostre. Su le tradizioni classiche era germogliata tutta una nuova letteratura; tutta un’altra letteratura s’era svolta dalle leggende celtiche.
L’immenso vivaio era stato la Francia, ed egli lo sapeva bene. I Francesi, diceva, si gloriano di avere narrato o inventato tutto ciò, che si racconta in prosa; ciò sono i libri, che raccontano le geste dei Romani e de’ Troiani e le bellissime avventure del re Artù. L’occasione portava ch’egli ricordasse la sola prosa; ma l’uno e l’altro ciclo si erano intrecciati e confusi ne’ repertori de’ giullari vagabondi, ne’ versi e nelle canzoni de’ trovatori provenzali, nelle liriche dei « dottori siciliani», nelle menti così degli uomini letterati come degl’incolti, nei canti del popolo. Al principio del Trecento, in una bella giornata di primavera poteva darsi che un menante stesse ricopiando da un vecchio « esemplo » la canzone del re Giovanni :
E Tristano se ’u godia
de lo bel viso rosato,
che Isaotta blonda avia:
ancor che fosse peccato,
altro far non ne potia;
ch’a la nave li fui dato
onde ciò li dovenia;
mentre, sul prato vicino, donne e giovinette menavan caròle cantando :
Non sentì mai Achille
per Pulisena bella
le cocenti faville
quant’io senti’per quella...
Dante spesso e volentieri non dirò che facesse sfoggio della dottrina e dell’erudizione sua vastissima; ma ne « ministrava » il pane ai meno colti. Così spiegherei perchè Semiramis ‒ forma dell’uso, al pari di Cleopatras e di Paris ‒ si prenda uno spazio, nove versi, il quale può sembrare sproporzionato. Non era in tutto dimenticata la prima delle reggitrici di imperi, la prima delle donne famose per libertinaggio ‒ la ricordano nel secolo xii Maria di Francia e Arnaldo di Maroill; ‒ ma non godeva, pare, di fama e popolarità quanto le altre nominate dopo di lei da Virgilio. Or Dante, che aveva letto Orosio, e lo pregiava molto, si compiacque di rimare le curiose notizie di Semiramis, che Orosio gli offriva, parte riassumendo, parte traducendo a lettera. « Morto Nino Semiramis sua moglie gli succedette nel regno... Questa... ardendo di libidine... si macolava di lussuria... Il suo privato peccato volle coprire col palese male; e però comandò che tra padre e figliuola, non servando alcuna reverenza naturale, secondo che piacesse a catuno si potessero coniungere ». Libito fe licito son le proprie parole del testo latino. Ma il maestro non si profonda tanto nel passato antichissimo, da dimenticare il presente :
Tenne la terra che ’l soldan corregge.
Si pretende che Dante abbia confuso Babilonia d’Egitto, dove risiedeva il soldano, con Babilonia di Siria, capitale di Nino e di Semiramide; però terra non significa solo città, e, secondo Orosio, l’Egitto era parte dell’Asia, la quale fu « tutta conquistata » da Nino.
Meglio conviene a Virgilio esser breve mostrando a dito Didone, colei che s’ancise amorosa ‒ Dante aveva narrato di Amore: « El m’ha percosso in terra, e stammi sopra Con quella spada, ond’egli ancise Dido »: ‒ meglio conviene a lui tradurre quasi un suo esametro: « Non servata fides cineri promissa Sychaeo ». S’intende che il poeta latino, il glorificatore di Roma e di Augusto, accenni in fretta e con disgusto a Cleopatras, il « mostro » che minacciò di riescir fatale a Roma e ad Augusto: la terminazione e l’accento danno al nome della regina l’apparenza d’un dispregiativo, e la dieresi, allungando l’epiteto lussuriosa, gli conferisce il tono d’una di quelle ingiurie, che paiono frustate. Si intende che egli ricordi non la maravigliosa bellezza di Elena bianca più del cigno; ma l’assedio di Troia, occasione di rovine, di stragi, di lutti, la caduta della superba città, il lungo errore di Enea e di tanti altri nobili eroi; tutto ciò in un inciso di ammirabile concisione, forse suggerito da Orosio, il quale allo stesso proposito aveva usato la parola « turbo »: per cui tanto reo tempo si volse. S’intende che il cantore del « giusto figliuol d’Anchise » non dimostri ad Achille molta simpatia. Lo chiama, sì, grande, come l’aveva chiamato nella IV egloga ; ma la lode tradizionale riceve nuova luce, e non bella, dal verso seguente. « Quel dei Frigii terror, quel delle mille Città pelasghe onor, tutela e guarda, Quel capo invitto in guerra »; quell’Achille « instancabile, iracondo, inesorabile, feroce », finalmente ‒ al fine della vita non lunga ‒ combattè con Amore. Combatteo, e fu vinto. Nella rifioritura medioevale della leggenda, Amore aveva dimostrato ad Achille « suo sforzo e suo podere verso cui nullo si può difendere ». Si compiangeva il grande, e smaniava: « Ahi lasso! che forte disavventura mi è avvenuta, ch’io perdo tutto mio pregio per amore?... Non fu, nè dee esser uomo, che più follemente ami di me; e, se mio coraggio mi riprende, che vale, ch’io no li credo, nè a mio savere altresì? Sì non mi vale qui Vassallaggio, nè ardimento. Chi è colui, che si possa difendere contro Amore? »
Virgilio addita Paris, Tristano; ma gli basta nominarli, sia perchè « il tempo sarìa corto a tanto suono », sia perchè i soli nomi di Paris ‒ il fortunato pastore oggetto d’invidia a tutti gli amanti, ‒ del pro’ Tristano di Leonois ‒ « l’amatore », il fedele, il fino ‒ quante leggiadre e gioconde reminiscenze svegliavano nella memoria di Dante!
La vista delle donne antiche, le quali il Medio Evo non s’era stancato di dipingere con i più vaghi colori; la vista de’ cavalieri più celebrati per valore e per cortesia ‒ anche gli eroi dell’antichità erano chiamati cavalieri, da cavalieri pensavano ed operavano, ‒ tutti periti per la stessa cagione, tutti puniti per la stessa colpa, in quel cerchio, a quel modo, comincia a commuover Dante:
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
Quasi: commozione da letterato, da erudito, lenta a venire: lasciamo che veda ombre di suoi contemporanei, che parli con loro, e verrà meno.
E Dante si volge al « poeta ». Poco prima l’ha chiamato « maestro »: il nome più dolce precede e pronunzia la preghiera più viva, forse men facile a contentare. Per la prima volta Dante sente il desiderio di parlare alle anime, e lo esprime, naturalmente, con una certa titubanza e soggezione. Senza che narri o descriva, dalle parole sue noi apprendiamo, via via, che cosa veda, e perchè dalla maraviglia nasca in lui la curiosità: due ombre, due, che insieme vanno. Strana cosa per Dante e per noi! Ma la maraviglia cresce, mescolandovisi un senso di simpatia, in lui ed in noi, per un’altra singolarità osservata dopo:
e paion si al vento esser leggieri.
E cresce la curiosità. Sì leggieri, non perchè più duramente percossi, più rapidamente trasportati dal vento; ma perchè all’urto della forza cieca esteriore si aggiungeva l’impulso interiore, l’impulso dell’amore vicendevole. Amore li mena, sentiremo, di qui a poco, da Virgilio. Dante non dice che si tenessero per mano: pure, si studiavano di andar a paro, come colombe, di non essere divisi; e questa cura assidua, questo continuo sforzo del volere pareva accelerasse il loro andare.
Buono il consiglio di Virgilio, e opportuno; efficacissima la preghiera in nome delle persone o degli affetti più cari al pregato. Ma Dante, non appena il vento piega le due ombre verso di lui ‒ nella premura grande si manifesta il desiderio grande, ‒ o dimenticanza cagionata dalla commozione, o presentimento, o intuizione del più profondo effetto, che su quegl’infelici produrrebbe una testimonianza inattesa e schietta di compassione, grida:
. . . . . . O anime affannate,
venite a noi a parlar. . . . . .
Per l’affanno, che patiscono, le prega; non per quell’amore, che le mena; ma quasi non ha finito d’invitare, e già lo coglie un dubbio. Verranno? Non sarà loro vietato di accostarsi e di parlare? Pure, Virgilio aveva assicurato: « e quei verranno ». Ma Dante, ancora al principio delle maraviglie, che per lui si compiranno nell’altro mondo, per la prima volta ha osato chiamar delle anime, e dubita che l’invito possa essere accolto:
Venite a noi a parlar... s’altri non niega.
Nell’Eneide una colomba spaurita sbuca strepitando dalla grotta, dove ha il suo dolce nido, poi s’abbandona all’aria quieta « e non muove le celeri ali »; due colombe volano insieme dal cielo sul verde terreno, poi vanno insieme a posarsi sopra un albero. Non perchè ne avesse bisogno; ma perchè gli si presentavano insieme da sè alla memoria, Dante congiunse in uno i modelli virgiliani, sfrondando molto, secondo il suo costume, mutando e aggiungendo:
Quali colombe dal desio chiamate,
con l’ali aperte e ferme, al dolce, nido
volan per l’aër dal voler portate.
Non fuggono queste dal dolce nido; vi tornano, a rivedere e nutrire « i dolci nati »: il volar loro non è soltanto descritto, ma interpretato. Le chiama il desìo, le porta il volere: anche altre volte il poeta nostro rappresenta gli animali dotati d’intelligenza quasi umana. « Celeres neque commovet alas » la colomba di Virgilio; le colombe di Dante volano con l’ali aperte e ferme, e non è proprio lo stesso. Perchè avanzano se le ali stanno ferme? Che è, dunque, che le porta ? Il volere. Il desio le ha chiamate, ma a quel modo, con le ali aperte e ferme, le porta, o sembra le porti, il volere. Dal voler portate, dopo desio, non è ripetizione inutile.
Simili a colombe uscirono le due ombre dalla schiera; ma le colombe volano, su la terra, « nell’aër dolce, che dal sol s’allegra », le ombre vanno per l’« aër maligno ». Quale differenza in tanta somiglianza! Il desio chiama le colombe; l’affettuoso grido di Dante, le ombre; il grido forte, efficace, perchè non di sola curiosità. Quale, infatti, il primo pensiero dell’ombra, che parla per tutt’e due? Commossa, riconoscente, chiama Dante animal grazioso e benigno ‒ la grazia, si legge nel Convivio, « s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente operare, dolce e cortesemente servire ed operare » ; la grazia nasce da benignità ‒ e vorrebbe compensarlo di tanta pietà. È l’ombra di una donna: la gratitudine è la gentilezza nativa le ispirano un pensiero delicatissimo, mal rattenuto dalla coscienza della sua indegnità :
Se fosse amico il re dell’Universo,
noi pregheremmo lui per la tua pace,
poi che hai pietà del nostro, mal perverso.
Per la tua pace: ella sa, per dolorosa esperienza, che sia non aver pace. Quando accennerà al Po ed ai seguaci sui, non dirà che mette foce nel mare; ma che discende alla marina per aver pace. Un pensiero similmente delicato avrà nel Purgatorio un’altra peccatrice, la Pia: ma l’esprimerà con la fiducia che il suo augurio possa essere, anzi con la certezza che sarà soddisfatto :
Deh! quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via...
e vi aggiungerà una preghiera, che l’altra, in condizione troppo diversa, non osa concepire o teme di palesare: «Ricordati di me! »
Con l’intuito, ch’è tanta parte dell’anima femminile; l’ombra ha compreso di parlare ad un uomo vivo, il quale, perchè vivo, doveva trovarsi all’Inferno per visitarlo, non per rimanervi. Ma anch’egli soffre, e sensibilmente: come, dev’esser penoso ad uomo vivo andare per il buio dell’Inferno, per l’aer perso! Il color perso dell’aria infernale le suggerisce, in contrasto, il ricordo del sangue, di che ella e gli altri dannati, che Amore dipartì dalla nostra vita, tinsero il mondo morendo. La rima avrà voluto sanguigno, in vece di sangue; ne viene un’attenuazione nel rosso della tinta, che sembra cercata non dal poeta, bensì dall’ombra.
Non potendo pregare, s’offre spontanea, volenterosa, a udire e parlare di quel che udire e che parlare piacerà a lui ed al compagno, mentre, finché il vento seguiterà a tacere, come fa ‒ tace il vento perchè il desiderio di Dante possa essere appagato; ‒ però non mantiene tutto quanto sembra promettere. Senz’aspettar domande, ricorda dove e come siede la terra, in cui nacque, ma non la nomina; ricorda la bella persona, che le fu tolta, ma copre d’un denso velo le circostanze della morte, lasciando solo indovinare che ancora la riempiono d’orrore ‒ il modo ancor m’offende; ‒ ricorda l’assassino, e sa che non è morto, ma tace chi sia. Quantunque colpevole, quantunque dannata, conserva molto della ingenita nobiltà di carattere. « Lo pudico e nobile uomo », ammonisce il Convivio, « non parlò sì che a una donna non fossero oneste le sue parole ». E avrebbe egli, l’autore del Convivio; costretto una donna, una gentile donna, a narrare, per filo e per segno, la colpa, la quale coprì di vergogna lei, la famiglia ond’era uscita, la famiglia in cui era entrata, la città nativa? Una cosa può e vuole confessare, e la confessa francamente, altamente: la pur dolce e prepotente cagione della colpa, della morte, della dannazione. Amore! Amore! Amore! Amor, che a nullo amato amar perdona !
Gentilezza, pudore, verecondia rendono decoroso, riservato il linguaggio dell’ombra quando comincia la confessione. Ai momenti, in cui la passione sta per traboccare, un ostacolo invisibile la rattiene. Perciò il discorso non procede copioso, unito ed uguale; ma succinto, interrotto da parentesi, da incisi, come di chi pesa le parole, tante e non più, e teme di non essere inteso esattamente, e, quando ha detto o accennato un pensiero, vi torna su, a chiarirlo, a determinarlo meglio. Vuol dire che egli l’amò, perchè ella era bella; comincia: Amor... e si ferma a rilevare che fu non un amore de’ soliti; non un amore volgare, anzi il più fino, l’amore, che a cor gentil ratto s’apprende. Si ferma, ‒ perchè la dichiarazione, alta lode per lui, è pure lode per lei: gentile e nobile sono, per Dante, sinonimi; nobiltà è la somma e la perfezione di tutte le virtù; A pena le ha sorriso un istante l’imagine lieta della bella persona sua, sorviene il ricordo amaro: mi fu tolta, al quale un altro subito si aggrappa e sovrappone, amarissimo: il modo ancor mi offende. Ripiglia: Amor... Vuol dire che, sapendosi amata, non le fu possibile non ricambiare l’amore, e, di lancio, solleva il fatto, non sempre vero, il suo fatto, alla solennità d’una legge universale; l’enuncia in tono da non consentire dubbi, da non ammettere replica. Vuol dire che su la terra amò fortemente; ma, ecco, sente, proclama, e se ne gloria, che quel sì forte amore ancor non l’abbandona.. Vuol dire chi fu che spense la loro giovinezza, la loro bellezza, il loro amore, tanto e siffatto, e che egli cadrà giù, al più basso cerchio dell’Inferno; ma le manca l’ardimento: lascia un istante guizzare fuori la fiamma dell’odio e della vendetta ‒ Caina attende, ‒ ma s’affretta ad attenuarla, a nasconderla; e cerca e trova una frase, la quale le risparmii l’onta e lo strazio di pronunziare un nome, quel nome aborrito, che fu nel mondo il suo nome ; di rivelare, pronunziandolo, tutta intera la sua colpa !
Per tante e tali gradazioni, in così delicate sfumature Dante condusse la sua analisi, e raggiunse la compiuta oggettività della rappresentazione. E non finirei se volessi enumerare tutte le finezze di sentimento, di stile, di versificazione. Rifacciamoci un poco indietro :
Siede la terra, dove nata fui,
su la marina, dove il Po discende,
per avere pace, co’ seguaci sui.
Quando il poeta scrisse questo terzetto, non aveva veduto Ravenna.
Io trovo nel latino d’un cronista di Faenza, morto quarant’anni prima che Dante nascesse: « Siede la detta città » ‒ proprio così ‒ « sul lido del mare Adriatico, e, per duecento affluenti, il fiume Po la nobilita ». Dante, credo, non lesse quella cronaca; probabilmente egli e il cronista trassero il cenno da una più antica descrizione d’Italia; ma egli, tra discende e co’ seguaci sui, insinua una pennellata magistrale, altamente poetica: per aver pace. Ed ecco l’abbozzo di descrizioncella acquistar valore di documento psicologico. Amore, che s’apprende a cor gentile, era concetto oramai comune nel repertorio poetico: ricordate il Guinizelli, il « nobile uomo », il « saggio » al quale Dante attribuì il merito della teoria:
Al cor gentil ripara sempre Amore...
né fe’ Amore anti che gentil cose,
né gentil cose auti che Amor natura...
Foco d’amore in gentil cor s’apprende, ecc.;
ricordate Dante stesso:
Amore e cor gentil sono una cosa.
Ma l’ombra, mentre sembra ripetere, quasi con le parole del Guinizelli, la teoria, v’introduce una non dirò novità, ma innovazione: ‒ ratto, ‒ la quale la modifica profondamente. Alla teoria ‒ secondo cui l’amore coesiste col cuore ab initio; vi riposa dentro fino a quando beltà di donna, piacendo agli occhi, fa nascere nel cuore un desìo della « cosa piacente », e il desio tanto dura che sveglia l’amore ‒ l’ombra oppone il fatto, il fallo, di cui fu testimone e partecipe: l’amore, che ella conosce e rammenta, si apprese d’un tratto al cor gentile dell’amante di lei. Nel medesimo istante cadde la scintilla e divampò l’incendio. E non è tutto.
Il linguaggio dell’amore « fino », dell’amore puro, dell’amore per la fanciulla, che passa su la terra come angelo, dell’amore, che regge ‒ parole della Vita Nuova ‒ con « lo fedele consiglio della ragione »; l’ombra lo usurpa e trasporta, fuori delle convenzioni della scuola poetica, a significare non pure l’amore «folle», ma l’amore incestuoso, che la tradizione poetica, non meno severa e schiva della Chiesa, condannava. Amor, che a nullo amato amar perdona: pare un gioco di parole; ma risuona come una successione di squilli, e ritrae la persistenza d’un unico pensiero, indomito, dominante, ne’ vari suoi atteggiamenti: Amore non concede a nessuno, il quale sia amato, di non ricambiare chi l’ama; non risparmia nessuno. Nullo: provatevi a dirlo e non sentire che la forza del concetto e la bellezza del verso è tutta in lui. Quest’uso di perdona non fu esclusivamente dantesco; fra Guittone, per esempio, aveva scritto: « Morte perdona uom, per mercede, A uom, che di morir servito ha bene ». Giova il confronto. Quanto più lungo l’Aretino, e come impacciato! Anche amor mi prese di uno o di qualche cosa, era locuzione consacrata dall’uso due volte secolare nella lirica di Provenza e di Italia. Qui è ripetuto: quel, che avvenne a lui, avvenne tal quale a lei. Piacere non era la sola bellezza fisica, ma l’impressione fisica e morale di essa. Nel Convivio si legge: « Quando il corpo è ben ordinato e disposto, allora è bello per tutto e per le parti, che l’ordine debito delle nostre membra rende un piacere non so di che armonia mirabile ». Non è possibile dire: Amor condusse noi ad una morte, senza fermarsi ad una. Morirono insieme; la morte fu il loro castigo e il loro premio. Amor, Amor, Amor... La soavissima parola, al principio di ciascun terzetto, con intonazione ogni volta più alta, tiene raccolta intorno a sè, e composta, la folla de’ ricordi. Contrasto tanto più spiccato quanto meno preveduto: dopo l’effusione veemente, a mano a mano crescente, infine irrefrenabile, l’ultimo verso si spezza in due, e manda suono quasi di singhiozzo; poi, nel secondo emistichio, si trascina languido, cascante :
Caina attenda... chi in vita ci spense.
Dopo aver udito quelle anime offense ‒ pare che non alluda alla pena, ora; ma al fatto doloroso, e ai sentimenti, che le parole dell’ombra gli avevano svelato; del pari, più in là, i martìri di Francesca non sono soltanto il buio, la bufera, le percosse ‒ Dante china il viso, nell’atto di chi è turbato ed afflitto. Torneremo presto a lui; vediamo chi furono quei due.
Del fatto nessuna cronaca contemporanea, nessun documento ci ha conservato memoria; primo, e solo narratore contemporaneo, Dante, Questo importa fermar bene. Si è molto parlato, e si parla, di storia, d’indagini, di scoperte, di documenti: bisogna distinguere. Si sono raccolte alcune poche notiziole concernenti i tre personaggi del dramma, poche date; ma niente, proprio niente del dramma stesso. Come cominciasse e come finisse sappiamo dal poeta; come si svolgesse, ignoriamo affatto. L’ignoranza nostra, oggi, dopo infinito frugare e disputare, è quasi tanto grande, quanto nel Cinquecento, allorché il dotto e diligente storico di Ravenna, Girolamo Rossi, avvertiva: se non avessimo gli antichi commentatori, si potrebbe dubitare che la terra, dove la donna dice d’esser nata, sia Ravenna; perchè, su la marina dove il Po discende, sorgono anche Rimini, Pesaro, Fano, Ancona... Un solo documento nomina « la defunta madonna Francesca »; il testamento del suocero, dettato nel 1311, circa venticinque anni dopo la morte di lei: la nomina a proposito della dote, che Malatesta asserisce di aver « soddisfatto ». Il più antico commentatore ‒ nel 1324, tre anni dopo la morte di Dante, ed era, si badi bene, bolognese ‒ quasi non potè altro che porre i nomi propri sotto le perifrasi di Dante: « Devi sapere, o lettore, che queste due anime furono Paolo figliuolo del signor Malatesta da Rimini e madonna Francesca di messer Guido da Polenta, moglie di Gianni Ciotto de’ Malatesti, i quali tanto si amarono tra loro, che il detto Gianni uccise la detta Francesca sua moglie e il detto Paolo suo fratello, avendoli trovati che si amavano insieme ». Su per giù lo stesso riferì Jacopo della Lana, altro bolognese; ma con due circostanze nuove, una molto curiosa, e non so sedi sua invenzione « correttane più volte dal suo marito, non se ne castigava »; l’altra probabilmente dedotta dal testo di Dante: « infine (Johanni) trovolli in sul peccato, prese una spada, e conficcolli insieme in tal modo che, abbracciati ad uno morirono [1]». Pietro di Dante Alighieri, che dimorò in Ravenna, e vi chiuse gli occhi del padre, non volle dire o non seppe di più, se non questo: che la figliuola di messer Guido era chiamata Franceschina.
Primo un fiorentino, l’autore dell’Ottimo Commento ‒ verso il 1334, un cinquantanni dopo il fatto ‒ asserì che il matrimonio di Francesca con Giovanni fu conchiuso per « fermezza della pace » tra le due grandi case de’ Malatesta di Rimini e di quelli da Polenta di Ravenna, « le quali... per la loro grandezza ebbero guerra ». La supposizione, benché non disforme dai costumi del tempo, manca di fondamento storico. Quando, più o meno, il matrimonio avvenne, i Malatesta avrebbero potuto aver guerra con i Polentani, se guerra avesse combattuto Rimini con Ravenna; perchè ‒ giova ricordarlo se altri se ne dimentica ‒ allora, tanto i Malatesta, quanto i Polentani, erano semplici cittadini nelle rispettive città; autorevoli cittadini, potenti capi di parte, ma cittadini, non principi. Non era passato un secolo da quando Giovanni Malatesta da Verucchio, con la corda al collo e tenendo per la punta la spada sguainata, innanzi ai consoli ed al popolo, aveva giurato obbedienza e fedeltà al comune di Rimini; un secolo giusto era passato da quando l’abate del monastero ravennate di San Giovanni Evangelista aveva concesso agli antenati di Francesca, in enfiteusi, il piccolo castello di Polenta, che ancora possedevano per indiviso tutti i membri della numerosa famiglia. Cominciarono ad avere importanza, come capi di parte, nell’anarchia, che seguì, in Romagna, alla morte di Federico II: al governo non giunsero se non, di tratto in tratto, come podestà. Diventarono dopo signori, tiranni; ma non erano tra il 1270 e il 1290. Guido da Polenta errò lungo tempo, esule, fuori di Ravenna; Rimini cacciò i Malatesta nel 1288. Di una guerra combattuta in quel periodo tra Riminesi e Ravennati non resta nessuna menzione; invece, si sa con certezza che Guido minore ‒ il padre di Francesca, chiamato così per distinguerlo dal cugino Guido riccio ‒ e Malatesta da Verucchio furono alleati, perchè guelfi tutt’e due, ed amici: qui basti dire che, quando Malatesta sposò la terza moglie, i capitoli matrimoniali furono redatti in Ravenna, nella casa di Guido.
Un’altra supposizione dell’autore dell’Ottimo Commento non richiese davvero grande sforzo d’imaginazione, ossia che Giovanni Ciotto ebbe notizia della sua sventura « per alcuno familiare ». Quanto all’indole e alle qualità de’ due fratelli, questo commentatore trasse in inganno antichi e moderni, i quali non badarono che egli interpretava Dante a suo modo, alla meglio; ma non pretendeva di fornire notizie di fatto, da lui comunque raccolte. Non ce n’erano; infatti Benvenuto da Imola ‒ un romagnolo! ‒ dovette contentarsi di tradurre, e letteralmente tradusse, la chiosa dall’Ottimo. La qual chiosa tenne presente anche il Boccaccio; ma il Boccaccio era copioso scrittore e grande novellatore; vedeva un fuscello e descriveva una trave. Per esempio, l’Ottimo accenna alla buona: « ebbero guerra insieme (le due case), della quale fecero pace; alla cui fermezza, Gianni Sciancato... tolse per moglie Francesca »; e passa. Un uomo, uno scrittore come il Boccaccio, che leggeva Dante dalla cattedra al popolo fiorentino, rassegnarsi a ripetere senz’aggiunger verbo? Mai e poi mai! E lasciate fare a lui: «È adunque da sapere che... essendo stata lunga guerra e dannosa..., addivenne che, per certi mezzani, fu trattata e composta la pace tra loro. La quale, acciocché più fermezza avesse, piacque a ciascuna delle parti di volerla fortificare per parentado... ». L’Ottimo, più in là, scrive che « per alcuno famigliare » fu « data posta a Gianni ». E l’autore del Decameron: « Della qual cosa avvedutosi un singulare servidore di Gianni, andò a lui, e raccontògli ciò che della bisogna sapea, promettendogli, quando volesse, di fargliele toccare e vedere... Gianni... da questo cotale, avendo veduto Polo entrare nella camera di madonna Francesca, fu in quel punto menato all’uscio della camera ».
Ho voluto fare questi confronti perchè ognun veda, e si persuada, che il Boccaccio si servì della trama dell’Ottimo, e su di essa ricamò a suo piacimento. Non si creda che egli racimolasse le altre circostanze del suo racconto, le quali l’Ottimo e Benvenuto ignorarono, a Ravenna. Prima di tutto, quando egli vi andò, non meno di sessanta anni erano passati dalla morte di Francesca; in secondo luogo, non sognava, allora, che, di lì ad altri trent’anni, sarebbe stato chiamato a leggere la Commedia; in terzo luogo, dalla novella di Nastagio degli Onesti nel Decameron appare chiarissimo che seppe assai poco, e assai male, della storia ravennate del secolo xiii; infine, non sarebbe difficile rintracciare le fonti, romanzesche, non storiche, della maggiore e più nuova parte del suo racconto. Ecco qui. Paolo va da Rimini a Ravenna, e vi sposa Francesca, ma non per sè, per suo fratello; Francesca, ingannata, « incontanente in lui pone l’animo e l’amor suo »; un « singulare servidore » avverte della tresca il marito promettendogli di fargli toccare e vedere; Paolo tenta fuggire dalla camera di Francesca per una cateratta. Or bene: Tristano va dall’Inghilterra in Irlanda a chieder la mano d’Isotta per il re Marco suo zio, e la sposa a nome di lui; Isotta, ingannata, crede su le prime che marito le debba essere Tristano; Adriette (Andret), altro nipote di Marco, conta al re che messer Tristano ama Isotta « di folle amore », e, perchè l’altro non gli presta fede, gli promette: « Io di ciò vi farò chiaramente vedere »; Tristano fugge una volta, una delle tante volte, dalla camera d’Isotta, per una finestra... Una sostituzione di persona fu pensata perchè il re, la sera delle nozze, non s’accorgesse del fallo d’Isotta; cautamente la sera delle nozze Giovanni si sostituì a Paolo.
Che Francesca credesse di sposar Paolo, mentre questi era solo « il procuratore » di Giovanni, non è ammissibile. Data la vicinanza di Ravenna a Rimini ‒ appena una cinquantina di chilometri tutti in pianura, ‒ date le relazioni amichevoli dei Polentani coi Malatesta, la figliuola di Guido, se pure fosse stata tenuta in una specie di clausura, non poteva ignorare cose, che tutti, in Ravenna, sapevano: che Paolo non era Giovanni; che Paolo era diritto come un fuso, e Giovanni, poveraccio, sciancato; che Paolo da molti anni era ammogliato con Beatrice di Ghiaggiolo. Appunto per la contea di Ghiaggiolo, Paolo aveva avuto una lite con il Capitolo di Ravenna: i canonici, essendo vacante la sede, avevano designato il loro procuratore con pubblico strumento, redatto nel portico del duomo di Ravenna; chi non volle vedere, non vide; chi non volle sentire, non sentì.
Non ha, dunque, nessun fondamento storico il racconto del Boccaccio; altre buone ragioni lo dimostrano inverisimile. Guido da Polenta, da quel poco, che di lui si può raccogliere nelle cronache del secolo xiii, specialmente in quella di Salimbene, pare uomo di senno e di nobile carattere: possibile che si piegasse alla frode di far passare Paolo per Giovanni? Che deliberatamente tendesse alla propria figliuola un inganno atroce? Nè aveva bisogno di ricorrere alla frode; perchè in quel tempo la volontà delle fanciulle contava poco o nulla, e spesso erano maritate prima di raggiunger l’età del discernimento. Malatesta, per citare un esempio, promise ad un figliuolo di Guido da Montefeltro la mano di una sua bambina, che non aveva due anni. Volendo rendere credibile la storiella dell’inganno, e così dare una ragione della colpa di Francesca, una di quelle ragioni palpabili, materiali, che a lui garbavano, il Boccaccio dovette inventare che un amico dicesse a messer Guido : « Voi dovete sapere chi è vostra figliuola, e quanto ell’è di altiero animo, e se ella vede Gianni, avanti che il matrimonio sia perfetto, nè voi, nè altri, potrà mai fare che ella il voglia per marito ».
Questa perla di amico e di galantuomo, questo fior di senno temeva lo « scandolo » del rifiuto di Francesca, e non prevedeva che ben altro « scandolo » poteva « seguire » dalle « sposalizie artifiziosamente contratte!» Ma di grazia: chi aveva fornito al Boccaccio queste informazioni del carattere di Francesca? Un’invenzione tira l’altra. Quando una fanciulla di nobile e ricca famiglia andava a marito, specialmente se in città diversa dalla sua, si facevano grandi feste: parenti, amici, familiari, clienti, l’accompagnavano con pompa. Leggiamo ancora in una cronaca, scritta da testimone oculare, che « una moltitudine di cavalieri » accompagnò da Faenza a San Roffillo la Zambrasina di Tebaldello Zambrasi, quando fu maritata a Tano de’ Fantolini: questa Zambrasina, rimasta vedova, sposò Giovanni sciancato, dopo la morte di Francesca. Tebaldello e Tano, in Faenza, non erano più nobili, più ricchi, più potenti dei Polentani a Ravenna, dei Malatesta a Rimini; voglio dire, che con pompa e numeroso corteo, nè di soli Ravennati, dovett’esser condotta Francesca da Ravenna a Rimini. Possibile che tanta gente si rendesse complice, involontariamente o no, dell’inganno? Possibile, infine, che Francesca, alla quale non era davvero mancato il tempo e l’agio di veder Paolo e di parlargli, a Ravenna e durante il viaggio, si lasciasse ingannare come il re Marca di Cornovaglia e come Pipino il Breve?
Al racconto del Boccaccio si è fatto troppo onore attribuendogli valore storico; è una novella, l’ultima novella composta dal grande certaldese. Tutt’al più, si potrebbe ammettere che egli avesse riferito secondo una tradizione ravennate la morte de’ due amanti; una tradizione, bisogna soggiungere, che non arrivò ‒ cosa strana! ‒ agli orecchi dei commentatori bolognesi e del commentatore imolese. E il modo da lui narrato, non si vede perchè dovesse offender tanto, ancora nell’Inferno, Francesca; ma l’offende davvero, perchè le toglie l’amara voluttà di morire con Paolo, di una morte. Certo, senza volerlo, il più grande nemico di Francesca fu Giovanni Boccaccio!
Le tarde cronache riminesi sono aride più dei primi commenti. Unico storico della colpa e della sventura di Francesca rimane Dante; unico storico, e, sia detto senz’offesa per nessuno, poeta sinora insuperato.
I risultati delle ricerche moderne non hanno diminuito, chi ben guardi, anzi hanno accresciuto la drammaticità del fatto. Dal matrimonio di Giovanni con Francesca era nata una fanciulla. Chi oserebbe affermare che Francesca non l’amasse? Nondimeno, la passione che ella concepì per il cognato, superò, forse non senza intimi contrasti, l’amore materno. Paolo aveva moglie e due figli. Tutto fa credere ohe il suo fosse stato un matrimonio di convenienza e d’interesse, voluto da Malatesta perchè ai domini della famiglia si aggregasse la contea di Ghiaggiolo. Forse egli non amò mai Orabile Beatrice; forse non l’amava più, dopo circa quindici anni di matrimonio; ma ella era sua moglie, ed egli le doveva rispetto e fedeltà. Chi oserebbe affermare che Paolo non amasse il fratello? Che non si prendesse pensiero della tatua della famiglia, della sorte de’ figliuoli? La passione per la cognata ruppe tutt’i freni, svelse e travolse tutti gl’impedimenti. E tlirtì che nessun poeta drammatico ha veduto la vena abbondante di poesia, che da questi contrasti, chi sapesse rintracciarla, scaturirebbe!
Orabile, moglie e madre, ancor giovine ‒ nel 1269 dichiarava di avere quindici anni, ‒ probabilmente non brutta, spinta dalla gelosia, potrebbe avviare il dramma alla catastrofe. Vivevano tutti nella casa di Malatesta; una grande casa, ma non ancora un palazzo e tanto meno una rocca. Malatesta, astuto politico, valoroso, benché non sempre fortunato guerriero, guelfo di origine, di sentimenti, di antecedenti, dovette accozzarci co’ Ghibellini, sedar discordie, procurar paci e leghe quando i rettori della Romagna accennarono a voler domare i potenti, che male rodevano il freno del dominio pontificio. Altro che i tranquilli e vuoti ozi di Gradara! Malatesta, che Benvenuto da Imola preferiva agli eroi Latini e Rutuli di Virgilio, è figura degna di tentare un artista. A ogni modo, escluderlo dal dramma significa mutilare la storia. In casa sua volle esser egli il padrone fino al termine della sua vita, che fu lunghissima. In quella casa, in mezzo a queste persone e a molte altre; sotto gli occhi, quasi, di Margherita, la terza moglie di Malatesta; Francesca e Paolo si amano e raggiungono il fine de’ loro desidèri. Capisco: riproducendo l’« ambiente » storico vero, sarebbe assai diffìcile evitare di scivolar nel comico, di cader nel triviale. Vedete i due ideali, i due poetici amanti della leggenda celtica. A quanti sotterfugi e mezzucci non sono costretti, sin dal primo giorno dell’arrivo d’Isotta in Cornovaglia! Tristano si lancia come un capriolo al letto d’Isotta, si arrampica su gli alberi per entrarle in camera, si traveste da donna, si finge lebbroso, pazzo... Lo capisco; ma nelle difficoltà si pare la nobiltà dei grandi ingegni. Francesca e Paolo si muoverebbero, opererebbero, mostrerebbero con i fatti di amarsi; non passerebbero il tempo a recitar monologhi, a declamar tirate.
Nel 1282 Paolo aveva certamente trentasei anni, perchè potè reggere in Firenze una carica, per la quale gli Statuti fiorentini prescrivevano quella età. Poniamo ne avesse trentasette o trentanove; sarebbe l’età degli eroi di Bourget. Ma Giovanni, primogenito, aveva qualche anno di più, e un difetto fisico deturpava la sua persona; un difetto non leggero, se gli procurò i soprannomi di ciotto e di sciancato. Così lo chiamavano tutti, anche i notai, che, alla sua presenza, redigevano strumenti, nei quali occorreva far menzione di lui. Qual maraviglia se Francesca s’invaghì del cognato, più giovane, ben fatto, di gran lunga più bello, generalmente ammirato per la persona aitante e prestante? Perchè ciò avvenisse bastava che ella guardasse, ascoltasse e confrontasse. La storiella dell’inganno è un’ipotesi inutile a noi; dovette appigliarvisi il Boccaccio perchè, non avendo capito bene Dante, gli convenne pur cercare una ragione plausibile della colpa di Francesca, e credette trovarla nel desiderio di vendetta.
Sappiamo dal poeta che Francesca era bella: io la credo, inoltre, giovanissima. Morì tra il 1283 e il 1286. Dopo il febbraio del 1283 non accade più di trovar nessuna traccia di Paolo; nel febbraio del 1287, a un atto di grande importanza politica, intervengono i suoi fratelli, non lui. Nel 1288, il vecchio Malatesta s’impegna alle future nozze di Malatestino, non suo figlio, quello « che vedeva pur con l’uno »; ma un bambino, che Giovanni aveva avuto da Zambrasina, la seconda moglie: se anche il bambino non avesse superato un anno di età, il matrimonio di Zambrasina con Giovanni doveva essere avvenuto due anni innanzi, nel 1286. Or, se è vero che la passione di Paolo nacque, e lo vedremo meglio in seguito, d’un tratto; sembra verisimile nascesse non molto dopo che Francesca fu entrata in casa Malatesta. D’altra parte, in quella casa, per le ragioni accennate, non era possibile che l’amore de’ due cognati rimanesse lungamente celato altrui. Infine, la rappresentazione, che Dante ci lasciò di Francesca, conviene meglio ad una giovinetta che a donna di più matura età.
Suppose il Rossi, e qualche moderno ha ripetuto, che Giovanni Malatesta sposò Francesca nel 1275 o poco dopo, perchè in quell’anno egli condusse a Guido da Polenta una masnada dì cavalieri per aiutarlo a rientrare in Ravenna. Il compenso dell’aiuto sarebbe stata la mano di Francesca. Sennonché, delle due fonti di questa notizia, una dice che Guido ebbe l’aiuto « da Rimini »; l’altra, che l’ebbe « da Malatesta da Rimini »; entrambe tacciono di Giovanni. Perciò niente vieta di porre la data delle nozze malaugurate verso il 1283, ed anche più tardi.
Dante è rimasto non breve tempo col viso chinato e basso. Quando Virgilio gli domanda: Che pense? Aspetta ancora un poco, poi, non risponde direttamente; riassume i suoi pensieri in una esclamazione dolorosa :
. . . . . . . Oh lasso!
Quanti dolci pensier, quanto desio
menò costoro al doloroso passo.
Riassume: non mi pare che Dante resti tanto tempo a meditare unicamente su i dolci pensieri e sul desìo. Francesca non ha detto chi ella sia; ha taciuto i nomi della terra nativa, dell’amante, del marito. Solo dopo l’allusione di lei alla loro morte ed al cerchio infernale, dove cadrà chi li spense, Dante può essere sicuro di aver capito con chi parli. Allora, o m’inganno, alle poche e vaghe allusioni di lei riannoda nomi e circostanze, che già conosceva. E vi ragiona su, al lume delle teorie, fors’anche dell’esperienza personale. Un amore come questo dovette esser preceduto da un periodo d’incertezze, di speranze lungamente accarezzate nel segreto delle anime, di dubbi. Si sa ‒ egli l’aveva scritto nel Convivio ‒ « non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto; ma vuole alcun tempo e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrari che l’impediscono ». Quanti pensieri contrari all’amore di questi due, due cognati, impediti l’uno dall’affetto fraterno, l’altra dalla fede dovuta al marito, tutt’e due dalla santità del matrimonio, dalle mille difficoltà della vita! Ben dolci, dunque, furono i pensieri, ben grande il disio. Ma a quali indizi o segni, a che e come seppero che s’amavano?
La domanda poteva parere indiscreta, e Dante si mostra tuttora incerto, impacciato a muoverla :
Poi mi rivolsi a loro... e parla’ io...
e cominciai...
Nessuno aveva mai saputo, ciò ch’egli vorrebbe sapere. I due amanti non confidarono il loro segreto a persona viva: lo confideranno a lui? Ne dubita; e, perchè il suo desiderio non rincresca, gli manda innanzi l’attestazione del dolore e della pietà; la persuasione, tratta dalla calda eloquenza di Francesca, che il principio della colpa loro fosse stato una benigna concessione di Amore. Ma alla domanda di lui, determinata e chiara, le parole di Francesca non corrispondono. No, ella non sa di dolci sospiri cautamente repressi; tace affatto di dubbiosi desiri; ella vuole, invece, provare che Dante, come forse molti altri, s’era ingannato. L’amore loro non era stato de’ soliti; non nacque, non si svolse conforme alle teorie. Ratto s’era appreso al core gentile di Paolo, ratto aveva imposto a lei di riamare. Il vero inizio di esso ‒ la prima radice, avverte, correggendo indirettamente l’interlocutore ‒ fu improvviso, inaspettato, un « colpo di fulmine ». Questo proverà, e la narrazione sarà, insieme, la sua scusa e il suo vanto.
Così, con un mezzo semplicissimo, felicemente pensato dal poeta, la gentile donna non si coprirà di « trista vergogna »; della sua storia dolorosa scoprirà la sola parte, che la poesia della passione riempì ed abbellì, la brevissima parte che precedette la colpa.
. . . Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria...
Sentenza non nuova, anzi ovvia, già detta e ridetta in prosa e in rima; Francesca la rinnova e nobilita dandole forma impersonale, tono assoluto, come di assioma, la cui verità tutti vedano a primo sguardo. Forma e tono non c’ingannino: il tempo felice è quello, che ‒ ahi troppo brevemente! ‒ ella godette; la miseria è la sua miseria, eterna. La verità della sentenza non ha bisogno di prove; non una prova, infatti, aspetta Francesca da Virgilio, silenzioso spettatore ed uditore; ma ella non può presentire il proprio dolore, e non pensare, accorata, che un altro infelice l’ascolta. Non Virgilio ‒ e come l’avrebbe ella ravvisato? ‒ bensì « colui, che ti conduce » (ductor), un morto, un’ombra, sa lo strazio di richiamare alla memoria, nell’Inferno, la felicità perduta per sempre. Ma di pregare per quel vivo, che le ha dimostrato pietà, le è vietato! Ma ricambiare la pietà di lui e tanta brama, cotanto affetto di sapere, anche a costo di patire il più acuto strazio, è così degno! Ma il ricordo del tempo felice ha tale fascino! Ma la verità fu così bella, che Francesca muove, e non sai se rassegnata o animosa, incontro al massimo dei dolori:
farò come colui, che piange e dice!
Leggevano per diletto. Leggevano a caso o per abitudine, come altre volte, senz’altra intenzione che di divertimento; un giorno, un qualunque giorno, non prestabilito, non preveduto, non aspettato. Leggevano di Lancillotto, come avrebber potuto leggere di Tristano, di Percivalle, di Troilo. Tutte queste circostanze, apparentemente staccate l’una dall’altra, delle quali la seconda determina la prima, la terza chiarisce la prima e la seconda; mentre riflettono lo sforzo della memoria, che fruga dentro di sè e le riconnette via via che le si riaffacciano, lasciano l’impressione d’un quadretto fiammingo, di una scena spirante serenità, compostezza, grazia quasi idillica. Chi mai avrebbe potuto prevedere il dramma imminente? Erano soli, come doveva accadere spessissimo; soli perchè quasi fratelli, una sola famiglia in una sola casa; soli e senz’alcun sospetto nella dimestichezza spensierata, nell’intimità confidente della vita ordinaria. Non temevano nè di altri nè di sè stessi. E perchè avrebbero temuto? O di che?
Quanto tempo lessero? Il libro è lungo e prolisso; l’episodio, non breve. Probabilmente avevan ripreso la lettura al punto, a cui l’avevano interrotta un altro giorno; sapevano già di Lancillotto, e come celatamente egli amasse, riamato, Ginevra. Ovvero cominciarono dall’arrivo del giovinetto leggiadro e prode alla corte di Artù, quando Ginevra « tantosto innamorò di lui ed egli di lei? » La prima supposizione piace meglio: come amor lo strinse allude, se non m’inganno, al tempo, in cui più veemente, più ardente Lancillotto sentì l’amore; al tempo, in cui diventano brame impazienti e pungenti « i dubbiosi desiri ». Lo strinse: per lunga consuetudine la parola esprimeva insieme le più fiere pene d’amore e le ardite risoluzioni, o temerarie, alle quali esse spingono l’innamorato. Enzo re aveva cantato:
Così mi stringe amore
ed hammi così priso,
in tal guisa conquiso,
ch’en altra parte non ha pensamento.
E l’autore di Flamenea: « Nè forza nè torre vale a impedire che un cuore, poi che Amore lo stringe, non faccia, prima o poi, il voler suo ».
E quella lettura più volte sospinse gli occhi dell’uno a cercare, a indovinare negli occhi dell’altro, e li fece impallidire ‒ li scolorò nel viso ‒ quando si accorsero, procedendo, che il libro raccontava una situazione non dissimile dalla loro. Galeotto allontana il siniscalco: poi pensa che il giovine amico « voglia dire alla reina il suo pensiero a solo a solo », e si allontana anch’egli. Soli, finalmente, Ginevra e Lancillotto; soli Paolo e Francesca. In quel momento, per la prima volta, notarono che nessuno era con loro. Proprio nessuno: invece, il siniscalco e Galeotto s’erano semplicemente allontanati, e di poco; la dama di Malehaut guardava, sorvegliava, e, vedendola, il giovine cavaliere si sentiva tutto turbare. Poi, la regina, con accorte domande, stimola alla dichiarazione Lancillotto. « E io dissi: a Dio, dama. E voi dicesti: a Dio, mio bello dolce amico. Questo fu il motto, che mi fece valente uomo, se io lo sono, nè mai di poi fui a sì gran pericolo, che io non me ne ricordassi. Questo motto mi ha riconfortato in tutti i miei affanni. Questo motto mi ha difeso da ogni male e guardato da ogni pericolo. Questo motto mi ha saziato della più grande fame. Questo motto mi ha fatto ricco in mezzo della povertà ». Sentendo la suprema dolcezza di amare così, d’esser amati così, i due cognati si guardavano, spiando l’uno le impressioni dell’altro. Oh la felicità di amare e sapersi amati con questa devozione! Compiere le geste più gloriose per esser degni dell’amore della donna adorata! Sapere che il segreto delle nobili azioni dell’uomo adorato è l’amore! Perchè questa certezza inebriante, questa felicità, questa gioia, sarebbe negata ? Esiste al mondo cosa alcuna che le pareggi? Che sono il dovere, ogni altro affetto, la famiglia, la fama, i figliuoli, la vita, al confronto? Che è la morte stessa, il più terribile dei dolori? Paolo non è forse bello, gentile, prode da quanto Lancillotto? Francesca non è bella al pari di Ginevra? Anzi... meno risoluta, meno ardita; perciò più leggiadra, più amabile. ‒ E gli occhi cercavano gli occhi, avidamente; lo sguardo, a lampi, rivelava affollarsi e tumultuare aspirazioni vaghe, desidèri confusi. Impallidivano, e il pallore, nei silenzi frequenti, aveva, ben più delle infocate parole di Lancillotto, affascinante eloquenza.
Proseguiva il romanzo, e, proseguendo, illuminava l’oscurità delle animo loro. Così fanno gli amanti veraci! Questo vogliono, questo chiedono gli amanti leali! « Dama, dice Gallehault, abbiatene pietà, egli è tale, che vi ama più di sè medesimo ». Oh, l’occhiata di Paolo! « Io ne arò, diss’ella, tale pietà, come voi vorrete... ma egli non mi richiede di niente ». Oh, lo sguardo di Francesca! « Certamente, dama, dice Gallehault, ei non si ardisce; per il che non vi domanderà mai cosa alcuna per amore, perciò teme; ma io ve ne priego per lui ». Il libro pregava per Paolo. « Dama, dice Gallehault... io vi priego che voi gli doniate il vostro amore, e lo riteniate sempre per vostro cavaliere, e divegnate sua leale dama tutta la vostra vita, e l’arete fatto più ricco che se voi gli avessi donato tutto il mondo. ‒ Certamente, dice essa, io gliene prometto, ma che egli sia mio ed io tutta sua». Così, così, per tutta la vita, anche di là dalla vita! E i due cognati pur tacevano dinanzi alla testimonianza del pallore, degli sguardi, della voce mutata dalla commozione. « Dama, dice Gallehault... baciatelo avanti a me per cominciamento di vero amore. ‒ Del baciare, dice essa, io non ci veggo nè luogo, nè tempo; e non dubitate, dice essa, che io non lo facessi, anzi volentieri lo farei; ma queste dame che sono qui... nondimeno, se voi volete, io lo bacerò volentieri ». Paolo e Francesca erano soli; non dame, non siniscalchi, non altro Galeotto che il libro in quella solitudine, in quella sicurezza. Anche essi volevano, oramai; il viso, la persona, tutto l’esser loro, mutamente, manifestava i pensieri più intimi; ma non osavano. Ed ecco il punto, il solo punto, che li vinse; il solo, perchè dall’esempio trassero l’ardimento. « La regina vede bene che il cavaliere non osa far altro; sì lo prende per il mento, e... lo bacia ».
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò, tutto tremante.
Il riso ‒ « ridere », dice Dante nel Convivio, « non è se non una corruscazione della dilettazione dell’anima » ‒ il riso disiato, è ancora la bella bocca ridente di Ginevra? Cotanto amante è ancora il figliuolo del re Bano? Una sostituzione, vorrei dire una compenetrazione di anime è avvenuta. Crede Francesca di riassumere le finzioni del libro; ma riproduce invece, rifà la scena veramente avvenuta, che la legò con Paolo di nodo indissolubile. Il disiato ‒ e disiato si distende, si apre quasi a lasciar passare il frèmito di lui, l’ebbrezza di lei; e spunta di mezzo al verso una rima, baciato, meglio che l’eco, l’effetto immediato di tanto desio ‒ il disiato riso era il suo, cotanto amante era Paolo. E Paolo tremava!
Il tremore fu la testimonianza evidente, il pegno certo dell’amore di lui. In quel bacio, in quel tremore, ella sentì Paolo darsele tutto, per sempre, e lo sente ora come quel giorno. Ah sì, lealmente le ha tenuto fede; con lei, tra le braccia di lei morì; fu, e sarà con lei, come aveva promesso; onde il grido trionfale, che sfida la bufera e l’eternità della pena, e sembrerebbe sfidar il cielo stesso, se non vi si potesse distinguere una nota di profonda gratitudine. Mai da me non fia diviso! L’ha punita il re dell’universo, punita come ella meritò; ma le ha lasciato il suo Paolo.
Amore sì fatto, che la morte non disgiunse, che l’Inferno non ha spezzato, nè spezzerà mai, oh di quanto s’innalza su quello di Ginevra e di Lancillotto! La regina tanto bella, tanto gaia, ora è sola, abbandonata, dolorosa, tra le ombre, che l’aer nero castiga: Lancillotto, il suo fedele, non morì della stessa morte: « calò le vele delle mondane operazioni; nella sua lunga età a religione si rendè, ogni mondano diletto e opera diponendo ». Andrà al cielo, se già non vi è andato; ma solo, dimentico di colei, che tanto l’amò, forse aborrendola e disprezzandola.
Altra differenza: tra Paolo e Francesca non vi furono mezzani; nessuno preparò il primo colloquio d’amore, nessuno li invitò e spinse al primo bacio; Galeotto fu il libro, e, perciò, chi lo scrisse. Non mi pare una scusa; il fatto è ricordato a meglio segnare la differenza. Giacché Francesca non dimentica un momento che la suggestione del libro fu come la chiave magica, la quale le aprì i tesori, a lei prima ignoti, dell’amore. Noi leggevamo, dice subito, cominciando; e soggiunge: quella lettura; e dopo: quando leggemmo; infine: più non vi leggemmo; perciò nel suo racconto s’intrecciano sino a confondersi in un tutto i particolari della scena letta con quelli della scena avvenuta. Forse, come suole accadere, nel tempo felice tornarono, ella e Paolo, a quelle pagine sempre care; certo, nel buio e nell’orrore dell’Inferno, ella non può non ricordare con simpatia e riconoscenza il solo consigliere, il solo discreto, testimone del primo bacio di Paolo. Dicendo: Galeotto fu il libro, ella ricongiunge la fine del racconto col principio: soli eravamo e senza alcun sospetto. Ma, col bacio di Paolo, il diletto della lettura e l’incanto della finzione cessero il posto a più soave gaudio, a più maraviglioso incanto. Vero il bacio; vivo e bello e gentile chi su le labbra di lei l’aveva impresso! Quel giorno, più non vi leggemmo avante. La poesia della realtà nuova e dolcissima, inattesa e inebbriante, li avvolse, li dominò, li trasse alle espansioni, alle confidenze, alle promesse, ai giuramenti, che seguono la prima mutua rivelazione della passione. Spiegare altrimenti, sarebbe non intendere, sarebbe profanare la squisita delicatezza della creazione di Dante. Quale io la vedo e cerco di spiegarmi, Francesca non può alludere, non può pensare che ai momenti ineffabili, ne’ quali, il sentimento ancora attonito, ancor trepido, quasi ancora incredulo e incerto, rapisce i sensi come in un’estasi di beatitudine sovrumana. Questi momenti resero avventuratissimo per loro quel giorno.
Ultima differenza; ma non meno delle altre notevole: nel romanzo Ginevra bacia Lancillotto; nell’episodio dantesco, Paolo bacia Francesca. Questo portava la diversità della situazione; ma non è piccolo merito del poeta averla veduta e rilevata. La regina, alla presenza di Galeotto, poco lungi dalle sue donne, ci appare troppo sfacciata e procace; Francesca, sola con Paolo, vereconda e pudica. Non ultima ragione, questa, della simpatia, ch’ella ispira.
Tale fu la prima, vera, unica radice dell’amore de’ due cognati. Tale essendo, non li giustifica; ma, con la sua semplicità ed ingenuità, invita a comprendere i traviamenti, i falli, le colpe di questa povera umana natura, quando l’ammaliano le due seduttrici irresistibili, giovinezza e bellezza, e la travolgono nel turbine vorticoso della passione di amore. Hanno rimproverato a Dante d’essere stato indulgente. Pure Dante assegna alla colpa pena adeguata. Il divino Maestro fu quegli, che disse alla peccatrice: « Molto ti sarà perdonato, perchè molto hai amato ».
Mentre Francesca raccontava, Paolo piangeva dirottamente. Niente più drammatico di un uomo, che piange. Le ricordanze del tempo felice ‒ e quali ricordanze! ‒ ravvivate, nell’orribile luogo, dalla dolce voce di Francesca, la passione di lei sempre eguale, e che si attesta immutabile, la pietà dell’ascoltatore si ripercuotono nel cuore di Paolo, e lo sforzano al pianto. Lassù, nel Paradiso terrestre, Dante, udirà i rimproveri, i sarcasmi di Beatrice, senza lacrime; ma il gelo che gli avrà stretto il cuore, si scioglierà, uscirà per la bocca e per gli occhi, quando gli angioli gli daranno segni di compassione. Sono fatti psicologici fuggevoli, ma non privi d’« interesse », come fu detto, se è vero che l’uomo è per l’uomo l’argomento di studio più degno; che tanto più alta e delicata è l’Arte, quanto meglio, con i propri mezzi, riproduce, rifà la natura e la vita. Del resto, Dante stesso aveva acutamente osservato: «quando gli miseri veggiono di loro compassione altrui, più tosto si muovono a lagrimare, quasi come di sè stessi avendo pietate ». La suggestione è vicendevole: la pietà vince il poeta, e lo getta a terra. Nell’ultimo verso la pausa dopo la terza sillaba ci dà come l’impressione del forte colpo, che, a un tratto, gli toglie il sentimento; l’allitterazione e la ripetizione ci dà come il suono della caduta:
E caddi... come corpo morto cade;
suono assai differente da quello d’un altro verso, in apparenza somigliantissimo:
E caddi... come l’uom, cui sonno piglia,
nel quale par di vedere e sentire l’assonnato adagiarsi e distendersi.
Francesca rivelò a Dante « la prima radice » del suo amore; chi rivelerà a noi le prime radici di questo episodio stupendo? Difficilissima impresa investigare le scaturigini delle grandi creazioni dell’arte; degna però di esser tentata, se la critica non deve ammirare soltanto, ma acquistar anche coscienza piena della sua ammirazione.
Una mattina di febbraio del 1282, i banditori del nobile e potente uomo messer Niccoluccio da Iesi gridarono per le vie di Firenze: che i cavalieri e i borghesi muovessero incontro al nuovo capitano e conservatore della pace, il quale, in quel giorno, sarebbe solennemente entrato nella città. Del successore di messer Niccoluccio si era già parlato, e molto, per più ragioni. In quel tempo il capitano non aveva palazzo proprio; alloggiava in una casa ‒ in un « ospizio », dice il latino delle Consulte, ‒ della quale il Comune pagava il fìtto. Lungamente si discusse ne’ consigli, e, naturalmente, anche fuori, se fosse opportuno spendere 25 libbre di fiorini a « riattare e riparare » quella casa, o la spesa si dovesse far salire sino a 300 libbre, o si dovesse cercare un altro alloggio; ma il nuovo capitano giunse prima della definitiva deliberazione. La sua venuta annunziava già prossimo il ritorno del Comune all’intera indipendenza, perchè era egli l’ultimo de’ capitani, che, per la pace del cardinale Latino, erano stati designati dal Papa. Già i più accorti, i meglio previdenti, i più ambiziosi tra i Guelfi meditavano di distrigarsi dalle pastoie poste dal cardinale, di riprender con vantaggio la lotta contro i « cani paterini » Ghibellini; già i popolani « grassi » vagheggiavano di acquistare nel governo del Comune maggior forza ed autorità. Chiedevano i più vecchi e saputi se il nuovo capitano possedesse tutte le qualità, non meno di dodici, enumerate da messer Brunetto Latini nel Tresor. I sindaci, che gli avevan portato le lettere di elezione, lo dicevano assennato, cortese, liberale e ben parlante; non era stato rettore di altri Comuni, ma, benché da poco, aveva raggiunto l’età, che gli statuti prescrivevano; della nobiltà del lignaggio non metteva conto parlare, tutti sapendo come antichi e potenti fossero quei da Verucchio, venuti di Germania con Ottone I; e nemmeno della felicità della scelta, molti ricordando che, quattordici anni innanzi, il padre del nuovo capitano aveva retto Firenze per il re Carlo. Si affollavano i giovani intorno a qualcuno degli stipendiari, che l’anno prima avevan combattuto in Romagna, il quale grandi e belle cose narrava del valore e della prodezza dell’atteso, e come egli e i fratelli, per forza d’armi, avesser tratto da grave pericolo, di mezzo ai nemici, il capo supremo dell’esercito pontificio, messer Giovanni d’Appia, di che l’Apostolico stesso con suo breve li aveva lodati e ringraziati. Ma non pure « molto sperto in fatto d’arme », anche « gentile uomo » era, e « giovane e bellissimo del corpo », di che più specialmente le donne e le fanciulle si compiacevano.
Lo spettacolo, dunque, che ogni anno si rinnovava due volte, per l’entrata del capitano e del podestà, quella volta suscitava curiosità più viva. Grande folla accorse a vedere. E quando, nel corteggio, tra giudici e notai, valletti e sergenti e berrovieri, preceduto dall’insegna di sua famiglia ‒ la testa del saraceno su le ossa in croce, ricordo di gloriose geste compiute dagli antenati in Oriente ‒ accanto a messer Niccoluccio da Iesi, comparve il nobile signore, e salutò con onesta baldezza; tutti gli occhi si fissarono a lui. Un mormorio di compiacimento e di ammirazione l’accompagnò fino al duomo, dove egli pregò e depose su l’altare l’offerta, e, dal duomo, all’« ospizio ». Tra quella folla guardava un giovinetto di diciassette anni, « a cui nella quiete serena del profilo etrusco spirava il raccoglimento della contemplazione pensosa ». Così Dante Alighieri vide la prima volta Paolo Malatesta [2].
E molte altre, volte lo rivide, perchè non due o tre mesi, come si è creduto e si ripete, ma undici mesi e mezzo Paolo tenne la carica. Per cagioni esterne ed interne, il suo reggimento non fu tranquillo. Nell’aprile, a Palermo, su l’ora de’ vespri, il popolo levatosi in furore, al grido di « Mora! Mora! » uccise tutt’i Francesi, infino ai teneri bambini, e a quelli, che racchiudeva ancora il seno materno. Firenze si commosse e mandò, in servizio del re Carlo, ben cinquecento cavalieri. In calendimaggio il terribile ghibellino e nemico di Santa Chiesa Guido da Montefeltro sterminò l’esercito di Giovanni d’Appia, e, dentro le mura di Forlì, « fe’ sanguinoso mucchio » di Francesi, di Toscani, di Fiorentini. Gravissimo colpo, quello, alla potenza di parte guelfa, molto lutto portava in Firenze. Parve opportuno invitare gli altri Comuni guelfi di Toscana a provvedere d’accordo a quelle « novità »; poi, fermata la lega, o, come si diceva, la taglia, bisognò eleggere un comandante generale e fornirlo di soldati. Tralascio i lunghi e delicati negozi col cancelliere del re de’ Romani, con la Curia, con i Comuni di Siena, di Pistoia, di Pisa, di Colle, di Empoli, con la Repubblica di Genova e col Comune di Asti; tralascio i molti provvedimenti d’interna amministrazione. Frattanto, nel mese di giugno il popolo, accordatosi Con i Guelfi, istituiva la nuova magistratura de’ Priori, che da « debile principio », salì ben presto al governo supremo del Comune; nell’agosto, opponeva al Capitano del popolo il Difensore delle arti.
Il 1° febbraio 1283, improvvisamente, il nobile uomo signor Paolo Malatesta domandò in grazia speciale, per sè e per la sua famiglia, licenza di tornarsene a Rimini per suoi « grandi, vari ed ardui affari », senza attendere la fine dell’anno, alla quale, del resto, un solo mese mancava. La licenza fu concessa, ed egli e i suoi giudici, notai e berrovieri, il 6 febbraio, deposero gli uffizi. Questa risoluzione è parsa a qualche moderno buona prova di un’asserzione dell’autore dell’Ottimo Commento, dal quale Benvenuto da Imola la tolse di peso, che, cioè, Paolo fosse « acconcio più a riposo che a travaglio »; tanto più se presa, come si credeva, dopo tre o due mesi di reggimento. Qualche altro ha supposto che Paolo, sommettendo la ragione politica al talento, avesse lasciato in asso i buoni Fiorentini per correr tra le braccia di Francesca, che l’aspettavano. A un esame diligente e sereno queste supposizioni non reggono. In Firenze l’istituzione de’ Priori e del Difensore aveva reso difficilissimo l’esercizio della carica e diminuita di molto l’autorità del Capitano [3]: proprio il 29 gennaio, le giuste sentenze pronunziate da lui a favore di cittadini sbanditi e condannati, erano state, con un artifizio di procedura, sospese, ed egli invitato a non occuparsene più. Era, diremmo oggi, un voto di sfiducia bell’e buono, al quale dignitosamente Paolo fece seguire le dimissioni. In Romagna cominciavano gli apparecchi alla « grande vendetta», che Martino IV aveva giurato di prendersi sopra Forlì e sopra Guido da Montefeltro.
Già s’annunziava prossimo l’arrivo di Guido di Montfort, il quale avrebbe ricondotto l’esercito pontificio e le forze de’ Guelfi di Romagna e di Toscana sotto le mura della bellicosa ed ostinata città; ma, proprio allora, il Comune di Rimini, con grave malcontento del papa, pareva risoluto a licenziare i cento cavalieri assoldati per la « prosecuzione del negozio di Romagna ». La presenza di Paolo in Romagna, a Rimini, se forse non necessaria, certo sarebbe stata utilissima: perciò egli non mentiva, non mendicava un pretesto, allegando il bisogno di partire per provveder di persona agli affari suoi grandi, vari ed ardui!
In quasi un anno, frequenti, quotidiane occasioni ebbe Dante d’imbattersi in lui. Forse gli parlò; ma non credo, come il D’Annunzio ha imaginato, nella casa di Brunetto Latini, in compagnia di Guido Cavalcanti. Ser Brunetto aveva espressamente vietato al reggitore di Comuni « di consigliarsi in privato con alcuno della città, di cavalcar con lui, di andare a casa di lui per mangiare nè per bere, nè per altra cosa, perchè da ciò nasceva sospetto di lui ed invidia tra i concittadini ». Ser Brunetto era de’ Guelfi più autorevoli e più ardenti, e il Capitano doveva, per meglio conservar la pace tra le parti, non mostrar simpatia per l’una più che per l’altra. In quel tempo il meraviglioso giovinetto Dante veniva vedendo « per se medesimo l’arte del dire parole per rima »; ma solo nel giugno del 1283, dopo il suo incontro con Beatrice, compose il sonetto A ciascun’alma, al quale, con altri, « fue risponditore » il Cavalcanti: « e questo », dice Dante, « fue quasi lo principio de l’amistà tra lui e me, quando elli seppe ch’io era quelli che li avea ciò mandato ».
Partendo da Firenze, Paolo Malatesta non vi lasciava odi, nè rancori, perchè l’opposizione del popolo e de’ Guelfi era non alla persona, ma alla carica da lui tenuta; vi lasciava buona fama e la simpatia, che la maschia prestanza della persona, la cortesia de’ modi, la gentilezza dell’animo ispirano sempre alle moltitudini. Quando, non molto dopo, si seppe in Firenze che egli era morto, morto ucciso, ucciso dal proprio fratello, scarso non dovette essere il rincrescimento e il rimpianto. Ma egli era morto per cagion d’amore, tra le braccia di una donna bellissima, e la donna, con lui, nello stesso punto, era morta. Queste circostanze s’impressero nella memoria di Dante, il quale era appunto innamorato, perciò più facilmente disposto alla compassione per gli amanti sventurati, e sentì più di ogni altro quella pietà, che poi ‒ disse bene il De Sanctis ‒ doveva esser « la musa » dell’episodio della Commedia [4].
La prima, profonda impressione, potè più volte ravvivarsi. Il sonetto, in cui Dante si rappresentò tutto intento a guardare la Garisenda, fu trascritto dal notaio bolognese Enrichetto delle Querce in un memoriale del 1287; dunque il poeta, in quell’anno ‒ o piuttosto nel precedente, per le buone ragioni esposte dal Pellegrini, ‒ dimorava in Bologna, andatovi probabilmente per ragione di studi. Frequenti notizie riceveva Bologna della vicina e sempre agitata Romagna; forse Dante vi si trovava già quando tutti furon presi da orrore a sentire che frate Alberigo de’ Manfredi e il figliuolo e il cugino, nel castello di Cesate, in un banchetto, al comando: « Vengano le frutte! » avevano trucidato i loro congiunti Manfredo e Alberghetto. A quel misfatto seguirono condanne, fughe, vendette, guerra aperta, sin che, tra la fine del 1286 e il principio del 1287, non procurò pace, per il comune interesse minacciato da’ rettori pontifici, Malatesta da Verucchio, il padre di Paolo. Tre anni dopo, col solito accompagnamento di giudici, notai, berrovieri e valletti, andò a Firenze, chiamatovi podestà, Guido da Polenta, il padre di Francesca. Verso il 1303 il poeta tornò in Romagna e rimase qualche tempo a Forlì, presso Scarpetta degli Ordelaffi. Viveva ancora Malatesta, viveva ancora Giovanni. Uberto di Ghiaggiolo, figliuolo di Paolo, di guelfo mutatosi in ghibellino, dava rovello e travaglio ai congiunti, all’uccisore di suo padre: nel 1300 aveva retto Cesena.
Altre occasioni, dunque, dopo la prima, si offrirono a Dante di sentir ‒ forse in nuova maniera ogni volta, come suole accadere ‒ riparlare dell’uccisione de’ due cognati; voglio dire, non dovette attendere, assurda ipotesi, che l’impulso a imaginare e scrivere l’episodio del quinto canto gli venisse in Ravenna. Quando, negli ultimi anni di sua vita, egli riparò a Ravenna, aveva da gran tempo composto e, forse, divulgato l’Inferno.
Un’impressione degli anni giovanili, da ragioni estrinseche e personali resa profonda e durevole, a più riprese ridestata e ravvivata, fu la prima ispiratrice dell’episodio di Francesca. Allorché Dante meditò valersi di essa nel poema, l’Eneide gli offrì i contorni, le linee generali; il romanzo di Lancillotto, l’aneddoto del bacio. Probabilmente un altro romanzo celebre gli suggerì la scena della lettura. Anni sono pensai, e l’ipotesi incontrò buona accoglienza tra gli studiosi, che quella scena Dante non l’avesse tutta imaginata ‒ ho già osservato che nessuno ne potè saper nulla, e ingenuamente il Boccaccio conferma l’osservazione confessando: « mai non udii dire se non quello, che l’autore ne scrive » ‒ non tutta imaginata, ma che ne avesse tolto l’idea dalla leggenda di Tristano. Come cominciò l’amore, che condusse Tristano e Isotta alla felicità e alla morte? Veleggiando verso l’Inghilterra, un giorno « si puosono allo scacchiere a giucare a scacchi, come erano usati ». Avendo sete, chiesero da bere, e bevvero al «bottaccino», al fiaschetto, che conteneva il «beveraggio», un filtro «amoroso». «E avendo Tristano bevuto questo beveraggio, egli si maraviglia molto molto, perchè sua volontà nè suo pensiero egli in alcuno modo non poteva raffrenare. E simile e in tal modo era infiammata madonna Isotta; cioè di lui: e per tale, l’uno guatava l’altro; e, per lo molto mirare, l’uno conosce il disio e la volontà dell’altro. E a quel punto dimenticarono lo giuoco degli scacchi... ».
Ora possiamo veder meglio l’altezza dell’ispirazione e la potenza dell’arte di Dante. Che ha fatto egli? Ha evitato la materialità, la volgarità e l’inverisimiglianza, sostituendo al bottaccino il libro, all’effetto fisiologico più che morale del filtro, la suggestione della lettura; o, piuttosto, perchè il libro non porge se non l’esempio e l’invito, la forza trapotente della bellezza e della giovinezza. Del pari, al bacio, che, nel romanzo di Lancillotto, dopo tanta attesa, tanto desiderio, e così lunghi preparativi, riesce ben freddo, ha ridato la freschezza e il profumo delle impressioni, che l’accompagnarono. Ha, inoltre, fatto in modo che alla donna resti la poesia di aver consentito, non il biasimo di aver sedotto.
Entrato in gara con Virgilio, ha rappresentato dopo la morte un amore immortale, e v’ha aggiunto l’infinita pietà, che gonfia il cuore
Note
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[1] Si sa che il Comento alla cantica dell’Inferno pubblicato dal Vernon nel 1848 (Firenze, Baracchi) è traduzione del commento di ser Graziolo; ma non mi pare si sia osservato che il primo contiene una chiosa, la quale manca al secondo, e somiglia moltissimo al passo di Jacopo della Lana citato nel testo. « Anciotto... di queste cose fecie più volte riprendere Paulo suo fratello, e per questo lopera non rimanea... Avenne che la fortuna permise che un dì Anciotto gli trovo amendue congiunti insieme allora esso Anciotto collo spuntone suo gli conficcò in quello medesimo luogo sì e in tal modo che subito moriro ». Onde tolse questi particolari il traduttore? Li ebbe dal commento di Jacopo, o per altra via? Non ometterò, a sua lode, che egli, forse primo e, per lungo tempo, solo, capì che Paolo e Francesca « s’inamorarono l’uno dell’altro impreveduto e non pensato, leggendo un dì il libro di Lancilotto sviziati e pur con buona fe’ »
[2] Perchè anche recentissimamente si è ripetuto che Paolo fu capitano del popolo in Firenze « per poco più di due mesi », giovi notare: Il 20 febbraio 1282 e il capitano nuovo » presiedette il Consiglio dei Quattordici e delle Capitudini, nel quale si discusse dell’abitazione per lui e per la « famiglia »; il 1° marzo giurarono i suoi berrovieri, tra i quali Mangia da Rimini, Uomo dei Santi da Rimini, Pangrati da Rimini. (Gherardi, Le Consulte della Repubblica Fiorentina, I, pag. 66 e 71).
[3] Cfr. Salvemini, Magnati e Popolani in Firenze, pag. 111.
[4] Adopero qui parole mie, che tolgo da un articolo stampato dieci anni sono nella Nuova Antologia; ripubblicato nelle mie Nuove Rassegne il 1895. In quell’articolo fui, credo, il primo ad accennare come possibile che Dante avesse conosciuto di persona Paolo Malatesta.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2010 |