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Edizione di riferimento:
Il canto iii dell’Inferno letto da Antonio Zardo nella sala di Dante in Orsanmichele, Firenze, G. C. Sansoni Editore, 1901 - Firenze ‒ Tip. O. Carnesecchi e Figli.
Signore e Signori
Il canto III dell’Inferno dantesco è di quelli nei quali si manifesta più particolarmente l’imitazione dell’Eneide. Ho detto più particolarmente, poiché le reminiscenze dell’Eneide sono frequentissime nella Divina Commedia, anche dove meno si rivelano; tanto che un antico commentatore, il Landino, ebbe a dire: « Non senza cagione il nostro poeta si propone per guida e duce Virgilio, perché quello va imitando per ogni parte, benché sì copertamente che pochi se ne accorgono ». Se il fatto che pochi se ne accorgono prova la poca perspicacia degli interpetri, prova altresì la grande abilità del Poeta, la quale non è minore là dove, come nel caso nostro, l’imitazione è palese. Dante ‒ e chi non sa? ‒ è così grande poeta che, pur imitando, sa riuscire altamente originale. Egli dà il proprio suggello alla cosa che imita, facendola interamente sua; vi aggiunge nuove e singolari bellezze; le dà un nuovo atteggiamento e un nuovo significato. Di tali imitazioni il canto che devo esporvi offre uno dei più famosi esempi.
In questo canto, nel quale propriamente incomincia l’azione del poema, Dante descrive l’entrata dell’Inferno e il vestibolo di esso, dove sono puniti i vili, moltitudine innumerevole. Oltre il vestibolo è il fiume Acheronte, sul quale Caron dimonio tragitta dall’una all’altra riva i peccatori. Egli non accoglie Dante nella sua barca, e vedremo per qual ragione. Intanto un forte commovimento della regione infernale e un baleno di luce vermiglia fanno smarrire i sensi al Poeta, il quale cade come uomo che si addormenta, ed è trasportato, senza ch’egli sappia come, di là dal fiume infernale. Questo l’argomento del canto.
Non deve far maraviglia che Dante, poeta cristiano, introduca nel suo Inferno l’Acheronte e Caronte, per non dire che del fiume e della divinità del paganesimo che s’incontrano in questo canto. L’uno e l’altra esistevano già nelle visioni medievali, dove la tradizione carontea non è mai venuta meno, e dove le reminiscenze dell’Eneide sono più frequenti che comunemente non si creda. È naturale che Dante, studioso di Virgilio, dal quale tolse, come giustamente fu detto, non soltanto lo bello stile [1], e l’ombra del quale, per ciò appunto, egli prende a guida del suo viaggio nei regni d’oltre tomba, trasporti nel suo Inferno - adattandoli, ben s’intende, al concetto cristiano ‒ l’Acheronte e Caronte e gli altri fiumi e luoghi e divinità dell’Inferno virgiliano; tanto più che l’Inferno è un carcere anteriore al Cristianesimo.
Ho creduto opportuno premettere queste poche osservazioni, per poter procedere più liberamente nell’esposizione del canto, alla quale passo senz’altro.
Dante, guidato da Virgilio, giunge dinanzi alla porta dell’Inferno, sopra la quale legge l’iscrizione contenuta nei primi nove versi del canto, dando così, con terribile efficacia, persona e favella alla porta stessa; talché i dannati sanno già prima di entrare qual sorte li aspetti.
« Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’ eterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore,
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza, e il primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create,
se non eterne, ed io eterno duro:
lasciate ogni speranza, voi ch’entrate ».
La città dolente non è, come intendono alcuni, la città che ha nome Dite, la quale ha la sua porta speciale, che da’ demonii verrà chiusa in faccia ai poeti; ma l’intero Inferno, dove dappertutto, e fuori e dentro la città di Dite, il dolore è eterno e la gente perduta. Nella stessa maniera il Poeta chiama ripetutamente nel primo canto, città il Paradiso:
che quello imperador che lassù regna,
perch’ io fui ribellante alla sua legge
non vuol che in sua città per me si vegna.
In tutte parti impera, e quivi regge,
quivi è la sua città e l’alto seggio.
Di grande efficacia è la ripetizione delle parole Per me si va al principio di ciascun verso della prima terzina, nel concetto della quale c’è, nonostante, una progressione; poiché se il primo verso ci dice che la porta mette nella città del dolore, il secondo ci fa sapere che questo dolore è eterno, e il terzo che la città è abitata dalla gente perduta.
La giustizia vuole ‒ è sempre la porta che parla in nome di tutto l’Inferno ‒ che i malvagi siano puniti, e, per punirli, Iddio, che è somma giustizia, fabbricò l’Inferno. Il Poeta, cristiano e cattolico, distingue Iddio nelle persone della Trinità, per mezzo dei loro attributi: la divina potestate, il Padre; la somma sapienza, il Figliuolo; il primo amore, lo Spirito Santo; tre persone e un solo Dio.
Nel canto xiv del Paradiso, Dio è così definito :
Quell’Uno e Due e Tre che sempre vive,
e regna sempre in Tre e Due ed Uno,
non circoscritto e tutto circoscrive.
Prima dell’Inferno non furono create che cose eterne, cioè gli angeli, i cieli e la materia prima. Per gli angeli ribelli, infatti, e non per l’uomo, che non è eterno, ma mortale, e che ancora non esisteva, fu creato l’Inferno. Qui eterne è usato in significato di perpetue, cioè che non avranno mai fine, ma che hanno avuto principio, come dimostrano e il fatto che furono create e la voce eterno, in cambio di eternamente, riferita alla porta dell’Inferno, la quale pure fu creata. Eterno è propriamente ciò che non ha avuto principio e non avrà mai fine, e tale è soltanto Iddio.
Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: Maestro, il senso lor m’è duro.
Ed egli a me, come persona accorta:
qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.
Noi sem venuti al loco ov’io t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose,
c’hanno perduto il ben dello intelletto.
E poi che la sua mano alla mia pose,
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro alle segrete cose.
Le parole sono, non solo materialmente ma anche moralmente, di colore oscuro, soprattutto per la sentenza con la quale si chiudono. Il senso loro è duro, cioè gravoso, spiacevole al Poeta, sia per ciò che gli toccherà vedere nell’Inferno, sia pel timore di non poterne più uscire; timore destato in lui dalle terribili parole:
lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.
Virgilio che s’accorge di ciò che passa nell’animo di Dante, gli dice che, essendo essi venuti all’Inferno, come gli aveva promesso allorché mosse in suo aiuto, è necessario lasciare ogni sospetto ed ogni viltà. Chiama i dannati:
le genti dolorose,
ch’hanno perduto il ben dello intelletto,
cioè Dio, che è il primo Vero, nella cognizione del quale consiste la spiritual beatitudine. In questo senso dice il Petrarca:
Siccome eterna vita è veder Dio... [2]
Dopo ciò, Virgilio, con lieto viso, come di chi nulla teme, prende Dante per mano, talché questi ne rimane confortato, e lo introduce nell’Inferno:
mi mise dentro alle segrete cose,
cioè nascoste agli occhi degli uomini.
Dalle linee generali in fuori, nulla di comune ha questa entrata di Dante e Virgilio all’Inferno con quella di Enea e della Sibilla nel libro VI dell’Eneide. Le parole che Virgilio rivolge a Dante:
qui si convien lasciare ogni sospetto ecc.
ricordano, è vero, quelle della Sibilla ad Enea, che il Caro traduce così:
. . . . . . . or d’uopo, Enea,
fa d’animo e di cor costante e fermo;
ma non pare che Enea, il quale, del resto, si trovava in condizione ben diversa di quella di Dante, avesse troppo bisogno d’essere incoraggiato, dacché egli segue con arditi passi, haud timidis passibus, la sua guida, che, invasa da furore, entra nella spelonca infernale.
Ma torniamo al nostro Poeta:
Quivi sospiri pianti ed alti guai
risonavan per l’aër senza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche e suon di man con elle,
facevan un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aria senza tempo tinta,
come la rena quando il turbo spira.
Ed io ch’avea d’orror la testa cinta,
dissi: Maestro, che è quel ch’i’odo?
e che gent’è, che par nel duol sì vinta?
Ed egli a me : Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser senza infamia e senza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
degli angeli che non furon ribelli,
né fur fedeli a Dio, ma per sé fòro.
Cacciârli i Ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno gli riceve,
che alcuna gloria i rei avrebber d’elli.
Ed io: Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar gli fa si forte?
rispose: Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che invidiosi son d’ogni altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia gli sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Appena entrato nell’Inferno, il Poeta ode risuonare per l’aria oscura sospiri, pianti ed alti guai, si che rimane commosso fino alle lagrime. Quantunque i versi di Dante ricordino quelli di Virgilio:
Quinci di lai, di pianti e di percosse
e di stridor di ferro e di catene
o tale un suono udissi, che spavento
Enea sentinne ;
tuttavia il sentimento n’è diverso. Dante, com’è naturale, rimane semplicemente commosso; egli non ode che le manifestazioni del tormento morale: sospiri, pianti ed alti guai, Enea rimane soprattutto spaventato dal suono di ciò ch’è strumento materiale del dolore: percosse, stridor di ferri e di catene.
Dopo i sospiri, i pianti e gli alti guai, il nostro Poeta ode distintamente:
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche e suon di man con elle.
Mirabile è qui la gradazione dal più al meno: lingue, favelle, parole, accenti, voci, e insieme un batter di mani, i quali suoni intrecciandosi, rompendosi, confondendosi, producevano un tumulto che s’aggirava, senza posa, per quell’aria eternamente oscura, al modo stesso della rena in balia del turbine. Il paragone è tutto dantesco, cioè altamente appropriato ed originale.
A quel tumulto la compassione cede il posto all’orrore nell’animo del Poeta, il quale chiede a Virgilio, che qui, come appresso in questo canto, chiama Maestro, per le spiegazioni e gl’insegnamenti che da lui si ripromette, che è ciò ch’egli ode e chi sono coloro che sembrano così oppressi dal dolore. E Virgilio gli risponde che sono i vili, cioè coloro che non ebbero il coraggio di fare né il male né il bene, e per ciò non meritarono né l’infamia dovuta ai malvagi, né la lode dovuta ai buoni. Soggiunge che sono mescolati alla vile schiera degli angeli che nella ribellione di Lucifero a Dio, non si dichiararono né per l’uno né per l’altro, ma furono neutrali, per sé fôro. Di questa specie di angeli non è cenno nella Bibbia, ma Clemente Alessandrino è d’opinione che nella lotta tra Lucifero e Dio, alcuni angeli rimanessero neutrali. [3] Il Poeta, uomo di parte e nemico acerrimo d’ogni viltà, segue volentieri la sentenza dell’Alessandrino, dacché gli offre occasione di condannare al disprezzo tutti, senza distinzione, i vili, e forse, toccando degli angeli neutrali, egli intendeva ferire quelli tra’ suoi concittadini che nelle lotte delle fazioni s’erano tenuti prudentemente in disparte. I Cieli cacciarono lungi da sé gli angeli codardi, perché la loro bellezza non fosse da quelli deturpata, né li accoglie il profondo Inferno, imperciocché i dannati avrebbero cagione di gloriarsi di averli seco, sia perché quelli non furono ribelli com’essi, ma soltanto vili; sia perché essi almeno fecero qualche cosa per meritarsi la punizione, mentre quelli non fecero nulla di nulla.
Taluni, seguendo il Monti, interpretano alcuna per niuna, parendo loro che, in tal modo, la manifestazione del disprezzo sia più piena: « Li cacciarono i Cieli per non esser deturpati dalla loro presenza, né il profondo Inferno li riceve, imperciocché i dannati non avrebbero di che gloriarsi della loro compagnia ». Ma, prima di tutto, non dipende dalla volontà dei dannati il riceverli, bensì dai decreti della divina giustizia; in secondo luogo sarebbe questa l’unica volta in tutto il poema, che il Poeta adopera alcuna per niuna, poiché è dimostrato evidentemente che tale valore non ha l’alcuna nell’altro verso del canto xii dell’Inferno, che il Monti cita a sostegno della sua tesi:
ch’alcuna via darebbe a chi su fosse.
Il Poeta, infatti, paragona la ruina per la quale egli discende nel settimo cerchio, a quella
. . . . . . che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco;
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano, è si la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi su fosse.
Se alcuna avesse valore di niuna, la similitudine non reggerebbe; anzi sarebbe in contraddizione con la cosa che dovrebbe spiegare, poiché Dante, in fine, la trova questa via nella ruina infernale :
Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre.
Il senso, pertanto, non può essere che il seguente: « La roccia era dirupata in siffatta guisa da dare alcuna via a chi volesse scendere ». Osservo inoltre che, tanto in questo caso come nel nostro, se Dante avesse voluto dir ciò che il Monti pretese, poco gli sarebbe costato il sostituire, per maggior chiarezza, niuna ad alcuna, dacché, tanto nell’uno come nell’altro verso, non avrebbe avuto bisogno di alterare menomamente l’ordine delle parole.
Chiede Dante a Virgilio qual sia la pena tanto grave che fa che i vili alzino così grandi lamenti, e Virgilio gli risponde: Te lo dirò assai brevemente: Costoro son certi che la loro miseria non avrà mai fine, e la loro condizione inonorata ‒ tale fu nel mondo e così è anche nell’Inferno ‒ è tanto depressa che invidiano qualunque altra condizione, sia pure quella dei dannati nel più profondo. La memoria, infatti, della loro viltà è ad essi più grave di qualunque pena. Il mondo, continua Virgilio, non conserva alcuna fama di loro né buona né cattiva; la misericordia di Dio, che si manifesta particolarmente nel Paradiso, non li cura, e così pure la divina giustizia, che si manifesta nell’Inferno in tutta la sua terribilità. Questo verso:
misericordia e giustizia gli sdegna
richiama gli altri :
Cacciârli i Ciel ecc.
Virgilio conchiude sdegnosamente col mirabile verso :
non ragioniam di lor, ma guarda e passa,
che, per esprimere nel modo più perfetto il pensiero, cioè brevemente ed efficacemente, è, come tanti altri della Divina Commedia, divenuto proverbiale.
Ed io che riguardai, vidi un’ insegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogni posa mi pareva indegna :
e dietro le venia sì lunga tratta
di gente, ch’ io non avrei mai creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
guardai e vidi l’ombra di colui
che fece per viltate il gran rifiuto.
Incontanente intesi, e certo fui,
che quest’era la setta dei cattivi,
a Dio spiacenti ed a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
Dante, dopo quanto ha inteso da Virgilio, non può frenare le natural curiosità di dare ancora un’occhiata a que’ vili, e, nel rivolger loro lo sguardo, vede una bandiera che, girando intorno al vestibolo infernale o Antinferno, che dir si voglia, [4] correva con tanta velocità, che gli pareva insofferente, impaziente, sdegnosa d’ogni benché minima pausa. In questo senso parmi debba interpretarsi la voce indegna, cioè indignata, benché altri intendano immeritevole, cioè non degna, parendo, dicon essi, al Poeta che quella bandiera fosse condannata a girare eternamente. Dietro alla bandiera veniva una così lunga schiera di gente, ch’io, dice Dante, non avrei mai creduto che tanti uomini fossero morti:
e dietro le venia sì lunga tratta
di gente, ch’io non avrei mai creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Quale idea grandiosa della moltitudine infinita dei vili e, nel medesimo tempo, dell’ampiezza del vestibolo infernale, che può contenerli tutti! Que’ vili sono condannati a correre, senza posa, dietro alla bandiera, perché in vita poltrirono nella infingardaggine. Alla stessa maniera corrono, senza posa, gli accidiosi nel xviii del Purgatorio; ma quelli, loro malgrado; questi, mossi dal vivo desiderio di riparare alla negligenza, da cui si lasciarono sopraffare in vita:
Noi siam di voglia a muoverci si pieni,
che ristar non potem.
Ma per qual ragione il Poeta immagina che i vili siano condannati a correre dietro a una bandiera? Probabilmente, perché nel mondo non ne seguirono alcuna, ma per sé fôro.
Il Poeta, dopo che n’ebbe riconosciuto alcuno, guarda e vede
. . . . . l’ombra di colui
che fece per viltate il gran rifiuto.
Chi questi sia non si sa veramente. Il Poeta, certo a bello studio, lo indica in modo così indeterminato da render lecite le più svariate supposizioni. È naturale che non ne faccia il nome, perché i vili non meritano di esser ricordati:
Fama di loro il mondo esser non lassa;
ma avrebbe potuto, se gli fosse piaciuto, additarlo in maniera da escludere ogni dubbio, come ha fatto di altri in altri luoghi della Divina Commedia. Egli avrà avuto dunque una ragione per lasciare nell’incertezza i lettori. Ciò non ostante, anzi appunto per ciò, è presumibile ch’egli abbia voluto alludere a Celestino V, e non, come vogliono alcuni, ad Esaù o a Diocleziano o a Romolo Augustolo o ad altri ancora. I più tra i commentatori, compresi i più antichi, sono di questo parere. Qual rifiuto, infatti, avrebbe potuto meritare, specialmente per Dante, l’epiteto di grande, se non quello del Papato? E non derivò da quel rifiuto l’elezione di Bonifazio VIII, il nemico di Firenze e di lui? Ma Celestino fu uomo di santa vita, e come tale era stato conosciuto da tutti. Avrebbe potuto il Poeta ‒ il quale forse, come uomo di parte, intese fare una sua vendetta, ‒ alludere a lui apertamente? Ne dubito. Questa, se non m’inganno, è la ragione del modo indeterminato col quale lo indica.
Non direi, anzi escludo, ch’essa possa cercarsi nel fatto che Celestino V fu canonizzato nel 1313 da Clemente V. A quel tempo l’Inferno probabilmente era compiuto, e poi forse Dante non sapeva della canonizzazione, dacché è stato notato che lo stesso Villani e il Boccaccio la riferiscono al 1328, [5] nel quale anno soltanto fu pubblicato da Giovanni XXII il decreto relativo. Si potrebbe opporre che il Poeta non poteva far carico a Celestino della rinunzia, poiché dovevano essergli note le astute arti con le quali il Gaetani, che fu poi Bonifazio VIII, lo aveva indotto ad essa. [6]
Diffusa era al tempo di Dante la storiella, che fu più tardi narrata da Ser Giovanni Fiorentino; [7] quella, cioè, della tromba posta a capo del letto di Celestino, con la quale il Gaetani, fingendosi un angelo, lo avrebbe persuaso a rinunziare al papato. Ma, posto pure ‒ com’altri vorrebbe ‒ che al Poeta non fosse nota [8], non fa egli che Niccolò III, dalla buca infocata, dov’è punito tra i simoniaci, credendo di parlare a Bonifazio, gli dica:
Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio,
per lo qual non temesti tôrre a inganno
la bella Donna, e di poi farne strazio [9] ?
Quell’espressione tôrre a inganno potrebbe, è vero, riferirsi non già alle arti con le quali Bonifazio avrebbe indotto Celestino a rinunziare al pontificato, bensì a quelle con le quali fece eleggere se stesso. Ma, si riferisse, oltre che a queste, anche a quelle, la colpa di Celestino non era per ciò minore agli occhi di Dante, dacché quegli non aveva saputo fortemente resistere. E a questa colpa pare vogliano alludere le parole che nel xxvii dell’Inferno, il Poeta immagina abbia detto Bonifazio a Guido da Montefeltro:
Lo ciel poss’io serrare e disserrare,
come tu sai; però son due le chiavi,
che ’l mio antecessor non ebbe care.
È nota, del resto, la severità con la quale Dante giudica i Papi. Oltre Celestino, pone nell’Inferno, per non dire d’Anastagio, ch’egli, secondo i commentatori, scambia con un imperatore dello stesso nome caduto in eresia, [10] Niccolò III, e prepara un posto a Bonifazio VIII e Clemente V, ancor vivi. Nel Purgatorio, Clemente IV è ricordato come colui che mise alla caccia di Manfredi il Pastor di Cosenza, Adriano V sconta la pena dell’avarizia, Martino IV della ghiottoneria. Nel Paradiso, Giovanni XXII è fulminato insieme con Clemente V da S. Pietro, con le parole:
Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s’apparecchian di bere. [11]
I rammentati con lode sono antichi tutti: Pietro, Lino, Sisto, Pio, Callisto, Urbano, Silvestro, Gregorio Magno, e più prossimi a Dante, Innocenzo III e Onorio III, che approvarono la regola di S. Francesco. A questi si deve aggiungere Giovanni XXI, il quale altri non fu che Pietro Ispano, [12] uno dei dodici spiriti della seconda corona, che circonda la prima, nel cielo del Sole, e della quale fa parte S. Bonaventura, che lo addita, con gli altri suoi compagni, a Dante. È singolare, del resto, che il Poeta faccia parola di lui, senza alludere menomamente all’alta dignità della quale fu rivestito in terra.
Comunque sia, ben grave dev’esser stato, secondo il Poeta, quel rifiuto, se la sola vista di colui che lo fece, lo rese incontanente persuaso esser quella la setta dei cattivi, cioè dei vili,
a Dio spiacenti ed a’ nemici sui.
Anche questo verso di terribile significato, richiama alla mente gli altri sul cattivo coro degli angeli che non furon ribelli, né fur fedeli a Dio: «Cacciârli i Ciel... » « né lo profondo inferno li riceve ». Ora questi sciagurati, che, vivendo, non avevano mai fatto nulla né di bene né di male, erano ignudi, come ignuda d’ogni bontà e nequizia, era stata la lor vita ed erano stimolati da mosconi e da vespe, le quali, con le loro punture, facevano scorrere sui loro volti a righe il sangue che, mescolato alle lagrime, era succiato a’ lor piedi da fastidiosi vermi. Gastigo più conveniente alla loro pigrizia e viltà non avrebbe potuto immaginare il Poeta; quella è stimolata dai mosconi e dalle vespe, questa è simboleggiata nei vermi fastidiosi.
E poi che a riguardar oltre mi diedi,
vidi gente alla riva d’un gran fiume:
per ch’io dissi : Maestro, or mi concedi
Ch’io sappia quali sono, e qual costume
le fa parer di trapassar si pronte,
com’io discerno per lo fioco lume.
Ed egli a me: Le cose ti fien conte,
quando noi fermerem li nostri passi
sulla trista riviera d’Acheronte.
Allor con gli occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir gli fusse grave,
infino al fiume di parlar mi trassi.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave :
non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi all’altra riva,
nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo.
E tu che se’ costì, anima viva,
partiti da cotesti che son morti
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
disse: Per altre vie, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti.
E il duca a lui: Caron non ti crucciare :
vuolsi così colà, dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.
Quinci fur quete le lanose gote
al nocchier della livida palude,
che intorno agli occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che inteser le parole crude.
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l’umana specie, il luogo, il tempo e il seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, alla riva malvagia,
che attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie ;
batte col remo qualunque s’adagia.
Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso dell’altra, infin che il ramo
rende alla terra tutte le sue spoglie;
similemente il mal seme d’Adamo:
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni, com’augel per suo richiamo.
Così sen vanno su per l’onda bruna,
ed avanti che sian di là discese,
anche di qua nova schiera s’aduna.
Per essere convinti della sovrana bellezza di questo tratto, basterebbe l’averlo letto; ma poiché è quello nel quale il Poeta imita davvicino Virgilio, fermiamoci alquanto a vedere in che consiste questa imitazione, e per quali pregi superi l’originale, ed anche in che si scosti da esso. A meglio intenderci, premetterò la descrizione virgiliana nella traduzione di Annibal Caro:
Quinci preser la via (Enea e la Sibilla) là’ve si varca
il tartareo Acheronte. Un fiume è questo
fangoso e torbo, e fa gorgo e vorago,
che bolle e frange, e col suo negro loto
si devolve in Cocito. È guardïano
e passeggiero a questa riva imposto
Caron demonio spaventoso e sozzo,
a cui lunga dal mento, incolta ed irta
pende canuta barba. Ha gli occhi accesi
come di bragia. Ha con un groppo al collo
appeso un lordo ammanto, e con un palo,
che gli fa remo, e con la vela regge
l’affumicato legno, onde tragitta
su l’altra riva ognor la gente morta.
Vecchio è d’aspetto e d’anni; ma di forse,
come dio, vigoroso e verde è sempre.
A questa riva d’ogn’intorno ognora
d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado
a schiere si traean l’anime spente,
e de’ figli anco innansi a’ padri estinti.
Non tante foglie ne l’estremo autunno
per le selve cader, non tanti augelli
si veggon d’alto mar calarsi a terra,
quando il freddo li caccia ai liti aprichi,
quanti eran questi. I primi avanti orando
chiedean passaggio, e con le sporte mani
mostravano il desio dell’altra ripa.
Ma il severo nocchiero, or questi or quelli
scegliendo e rifiutando, una gran parte
lunge tenea dal porto e da l’arena.
Enea la moltitudine e ’l tumulto
meravigliando: Ond’à, vergine, disse,
questo concorso al fiume? e qual desio
mena quest’alme? e qual grazia o divieto
fa che queste dan volta, e quelle approdano?
Domanda consimile fa Dante a Virgilio; ma, mentre la Sibilla appaga tosto la curiosità di Enea, Virgilio risponde brevemente a Dante che saprà ogni cosa quando saranno pervenuti alla riva d’Acheronte; per modo che il nostro Poeta, temendo riuscire importuno alla sua guida, abbassa gli occhi e si astiene di parlare fino al fiume.
Ed ecco Caronte che vien su pel fiume a imbarcare le anime, per condurle all’altra riva in caldo e in gelo, i due supplizii dominanti nell’Inferno dantesco. Di mirabile effetto è questa apparizione di Caronte. Noi lo vediamo, col Poeta, avvicinarsi alla riva ed udiamo con terrore le sue minacciose parole alla turba affollata su quella. Ciò che in Virgilio è una semplice descrizione, qui diventa una rappresentazione vera e propria. Virgilio si compiace di dipingere minutamente la figura di Caronte; Dante ce lo mette innanzi in pochi e rapidi tratti:
un vecchio bianco per antico pelo.
Questa è la prima impressione, e più innanzi, dopo le parole di Virgilio a quello:
Quinci fur quete le lanose gote
al nocchier della livida palude.
E finalmente:
Caron dimonio, con occhi di bragia.
La figura non potrebb’essere né più viva, né più terribile !
Le parole che Caronte rivolge in Dante alle anime affollate sulla riva, e che accrescono terrore all’apparizione di lui, non sono in Virgilio, e ciò è naturale, poiché in Virgilio, Caronte, secondo il concetto pagano, trasporta all’altra riva tutte indistintamente le anime de’ morti, buone e cattive, queste al Tartaro, quelle agli Elisi. Egli soltanto rifiuta il tragitto ai morti non ancora sepolti, i quali devono vagolare cent’anni intorno alla riva, prima d’essere ammessi al passaggio; della qual cosa il nostro Poeta farà suo pro, volgendola a nuovo significato, allorché dirà del passaggio delle anime al Purgatorio. Qui, nell’Inferno dantesco, Caronte non è che un demonio come tutti gli altri, il quale ha per ufficio di trasportare nella sua barca i morti peccatori dall’una all’altra riva dell’Acheronte; e poiché vede Dante anima viva, sia perché congiunta ancora col corpo, sia perché tale nella grazia di Dio, gl’ingiunge di scostarsi dagli altri che son morti, così del corpo, come dello spirito, perché privi della grazia. Anche in Virgilio, Caronte alla vista di Enea:
Olà ferma costì, disse gridando,
qual che tu sei, ch’al nostro fiume armato
ten vai sì baldanzoso; e di costinci,
di’ chi sei, quel che cerchi, e perché vieni;
che notte solamente e sonno ed ombre
han qui ricetto, e non le genti vive,
cui di varcare al mio legno non lece;
ma assai più breve ed efficace, senza dire dell’alto significato che nasconde, è la ingiunzione del Caronte dantesco. Più che questa, parmi reminiscenza della virgiliana quest’altra d’uno dei centauri nel xii dell’Inferno:
. . . . . A qual martiro
venite voi, che scendete la costa?
Ditel costinci.
Ma al comando di Caronte, Dante non si muove, e quegli che comprende non esser egli uno de’ reprobi, soggiunge che sarà trasportato ne’ regni eterni da più leggera barca, alludendo al vasello snelletto e leggero sul quale l’angelo trasporta le anime al Purgatorio.
Severa e che non ammette replica è la risposta di Virgilio: Tale è la volontà di Dio: Vuolsi cosi colà ecc. Eguale risposta darà più innanzi a Minosse e non guari diversa a Pluto.
Caronte non fa più motto « Quinci » dice il Poeta, con immagine che parla agli occhi,
« Quinci fur quete le lanose gote
al nocchier della livida palude ».
Ma le anime dei dannati, ch’erano lasse e nude, non appena intesero le crudeli parole di Caronte, impallidirono per terrore e batterono i denti, come chi è cólto dalla febbre, e non potendo altrimenti sfogare il loro sdegno impotente, proruppero in bestemmie contro Dio, i genitori, gli uomini tutti, il paese, il giorno in cui nacquero e la stirpe dalla quale trassero origine. Poi si ridussero tutte insieme, con alti pianti, sulla riva del fiume. Mirabile è l’atto di Caronte che, col semplice cenno, le fa entrare nella barca, picchiando col remo quelle che vanno a rilento o s’indugiano. E per farci passare di meraviglia in meraviglia, ecco la stupenda similitudine: Come d’autunno ecc., e subito dopo l’altra: gittansi di quel lito ecc. Così l’una come l’altra sono state suggerite a Dante da Virgilio; ma quale trasformazione non hanno esse subito nel passaggio dall’uno all’altro poeta? In Virgilio sono adoperate a dare un’idea della moltitudine, in Dante del modo con cui le anime dei dannati si gettano dalla riva nella barca. Di comune non hanno che le foglie e gli augelli; in tutto il resto sono affatto diverse.
E che dire della bellissima pittura: si levan le foglie ecc., corrispondente al gittarsi delle anime dal lito, ad una ad una, ai cenni di Caronte; nella stessa maniera che gli uccelli calano nel paretaio, tirati dai richiami dell’uccellatore? «Così» prosegue il Poeta « sen vanno su per l’onda bruna ». Magnifico verso che fa vedere quelle anime allontanarsi e sparire nell’oscurità del fiume infernale. E prima che siano giunte alla riva opposta, su quella lasciata libera si raccoglie una nuova schiera non meno numerosa, talché non è mai interrotto l’affollato sopraggiungere dei dannati alla riva d’Acheronte, il che contribuisce a rendere anche più grande e terribile la pittura.
Figliuol mio, disse il Maestro cortese,
quelli che muoion nell’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogni paese:
e pronti sono a trapassar lo rio,
che la divina giustizia gli sprona
si che la tema si volge in desio.
Quinci non passa mai anima buona,
e però se Caron di te si lagna,
ben puoi saper ornai che il suo dir suona.
Finito questo, la buia campagna
tremò si forte, che dello spavento
la mente di sudor ancor mi bagna.
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia,
la qual mi vinse ciascun sentimento:
e caddi, come l’uom cui sonno piglia.
Virgilio risponde spontaneamente alla domanda che Dante gli aveva già fatto, quando vide la moltitudine delle anime sulla riva dell’Acheronte; domanda alla quale il Maestro non aveva creduto allora opportuno di rispondere. Qui, dopo che Dante ha veduto co’ propri occhi di che si trattava, gli dà le spiegazioni richieste, e per ciò il Poeta lo chiama cortese. « Quali sono » gli aveva chiesto Dante, « e qual costume » ossia qual legge, « le fa parer di trapassar si pronte »? Ed ora Virgilio gli risponde: «Tutti coloro che muoiono nel peccato, si raccolgono qui da ogni parte del mondo »
e pronti sono a trapassar lo rio,
che la divina giustizia gli sprona
sì che la tema si volge in desio.
Non è possibile immaginare nulla di più spaventoso della condizione di questi dannati che, mentre inorridiscono dinanzi alla pena ch’è loro preparata e vorrebbero fuggirla, s’affrettano fatalmente ad essa, incalzati dalla divina giustizia, Nemesi inesorabile, che sta lor sopra e alla quale non possono in verun modo sottrarsi, talché la paura si converte in desiderio. È una sublime pittura, per la quale il Poeta ‒ mi valgo d’un’espressione efficace del Monti ‒ « ha tinti i pennelli nell’ira di Dio; egli è stato il maestro di Michelangelo». [13] L’alto concetto racchiuso in questi versi, fa sì che i dannati di Dante sulla riva dell’Acheronte siano, com’è naturale, al tutto diversi dalle anime che sulla medesima riva implorano in Virgilio il passaggio del fiume:
I primi avanti orando
chiedean passaggio, e con le sporte mani
mostravano il desio dell'altra ripa.
(Stabant orantes primi transmittere cursum,
Tendebantque manus ripae ulterioris amore).
In questi non è che il vivo desiderio dell’altra riva, e dolenti sono coloro che, per non essere il loro corpo stato sepolto, sono respinti. Di quest’ultimi, ma con un concetto profondamente diverso, sarebbero una reminiscenza i vili danteschi, rifiutati dall’Inferno ed aggirantisi senza posa pel vestibolo.
« Per qui » conchiude Virgilio, « non passa mai anima che sia nella grazia di Dio, e per ciò tu puoi ben comprendere ormai il valore delle parole che Caronte ti rivolse ». Dopo ciò, ecco tremare l’oscura regione così fortemente, che il ricordo dello spavento avuto (dello spavento la mente) bagna ancora di sudore il Poeta. « La terra lagrimosa » cioè l’Inferno o meglio il vestibolo, perché bagnato dalle lagrime dei vili, mandò fuori un vento « che balenò una luce vermiglia » la quale fece smarrire a Dante i sensi, sì ch’egli cadde come uomo preso dal sonno. Durante questo sonno avviene il passaggio del Poeta dal vestibolo al primo cerchio dell’Inferno, dov’è riscosso da un greve tuono. Or che significa il sonno? E come avvenne il passaggio? Il sonno è probabilmente ‒ come opina il Fornaciari ‒ è quell’accecamento conducente al peccato, che sorprende l’anima abbagliata dai beni del mondo, e la fa cadere [14]». Esso è un’insidia infernale, operata da Caronte, che, non essendo riuscito, con le parole, a distogliere il Poeta dal viaggio, ricorre alla forza. Il vento è la passione suscitata dai beni terreni, che son cagione di lagrime, la luce vermiglia simboleggia gli splendori mondani, e il terremoto l’agitazione interna della passione.
Quanto al modo nel quale avvenne il passaggio, il Poeta non dice nulla; ma i commentatori hanno voluto indagare come possa essere avvenuto, e chi sostiene sia stato un angelo che ha trasportato Dante all’altra riva, chi Caronte stesso, chi Virgilio, chi il vento e chi, finalmente, Lucia. [15] L’ipotesi comunemente accettata è la prima; ma poiché il Poeta non ha voluto dirci come il passaggio sia avvenuto e lascia all’ immaginazione dei lettori il figurarselo come meglio lor piace, non sarebbe più ragionevole fare come han fatto alcuni dei più antichi commentatori, quali Pietro di Dante, Benvenuto, il Boccaccio ed altri, che lasciarono insoluta la questione, anzi non la toccarono nemmeno? Oppure come il Daniello e il Vellutello che si contentano di dire che ciò fu fatto per divina grazia?
A me ‒ o m’inganno ‒ pare di sì.
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6
Dinanzi a me non fur cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate. 9
Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: Maestro, il senso lor m’è duro. 12
Ed elli a me, come persona accorta:
Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto. 18
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta? 33
Ed elli a me: Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli. 42
E io: Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?.
Rispuose: Dicerolti molto breve. 45
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 51
io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69
E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: Maestro, or mi concedi 72
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume. 75
Ed elli a me: Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte. 78
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: Guai a voi, anime prave! 84
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90
disse: Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti. 93
E ’l duca lui: Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare. 96
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111
Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117
Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120
Figliuol mio, disse ’l maestro cortese,
quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona. 129
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135
e caddi come l’uom cui sonno piglia.
Note
________________________
[1] Vedi lo scritto di F. d’Ovidio, Non soltanto lo bello stile tolse da lui in Atene e Roma anno I, n. i. Fu riprodotto ultimamente nel volume Studii sulla Divina Commedia, Milano-Palermo Sandron editore, 1901.
[2] Parte I, son. 139.
[3] Anche nella leggenda di S. Brendano sono angeli cacciati dal cielo, ma non perché abbiano cospirato, bensì per mala voglia.
[4] 1 Osserva R. Fornaciari che gl’ignavi sono a degnamente collocati nell’Antinferno, perché se l’Inferno allegoricamente è il regno dei peccati, la indolenza e la indifferenza sono quei precursori, che al peccato incamminano ». Il passaggio dell’Acheronte e il sonno di Dante in Nuova Antologia, serie III, vol. XVI. Questo scritto fu ripubblicato di recente con altri, nel volume Studj su Dante. Firenze, G. C. Sansoni, editore, 1901.
[5] Vedi Felice Tocco, Questioni Dantesche in Atti della reale Accademia di scienze morali e politiche, vol. 28°, Napoli, 1897. Il fatto che il Villani e il Boccaccio pongono esplicitamente la santificazione di Celestino nel 1328, gli fa supporre che anche Dante ignorasse come erano passate le cose in Avignone. Vedi, inoltre, Francesco D’Ovidio, Tre discussioni Dantesche, Ibidem.
[6] Vedi lo scritto di A. Roviglio, La rinuncia di Celestino V, che fa parte del volume Celestino V ed il VI centenario della sua incoronazione, Aquila, 1894.
[7] Novella 26a.
[8] Di questa opinione è Arturo Graf, il quale scrive: « E Dante n’ebbe egli un qualche sentore? Crediamo di no; o, se l’ebbe, non se ne diè per inteso ». Il rifiuto di Celestino in Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo. Volume secondo, Torino, 1893.
[9] Inf. canto xix.
[10] Il Bartoli, nella sua Storia della Letteratura italiana vol. VI, Par. II, non trova, e credo con ragione, che Dante abbia fatto quella confusione tra il papa e l’imperatore che i commentatori lamentano.
[11] Canto xxvii.
[12] Vedi Francesco Cristofori, Di Pietro Hispano ricordato da Dante nel canto XII del Paradiso e dell’identità di lui con il papa Giovanni XXI provata e difesa in Nuovo Giornale Arcadico, serie III.
[13] Vedi la Lezione su Dante nel vol. III delle Opere inedite e rare, Milano, 1832.
[14] Vedi Il passaggio dell’Acheronte e il sonno di Dante.
[15] Che sia stata Lucia, la quale qui trasporta Dante, addormentato nell’Antinferno, di là dall’Acheronte, come poi, in visione, lo trasporterà dalla valletta de’ Principi nell’Antipurgatorio, alla porta del Purgatorio, sostiene, con molta dottrina ed acutezza, il Fornaciari nello scritto citato.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2010 |