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Edizione di riferimento
Il canto I dell’Inferno letto da Isidoro Del Lungo nella sala di Dante in Roma con appendice e facsimile concernenti la lezione dei versi 4-9, Firenze, G. C. Sansoni, Editore. - Tip. G. Carnesecchi e figli ‒ Piazza Mentana

« Nel primo capitolo de la prima parte, la qual si « chiama Inferno, l’Autore fa proemio a tutta l’opera »: così, o con somigliante dicitura, si legge in molti de’ più antichi e pregiati manoscritti della « Comedia »; i quali poi al secondo Canto appongono: « Capitolo secondo de la prima parte, nel qual fa proemio a la « prima cantica, cioè a la prima parte di questo libro « solamente ». Con ciò si venivano a considerare come proemiali i due primi Canti; proemiale al Poema l’uno, proemiale all’Inferno l’altro, e il « trattato », dice il Butese, incomincia col terzo « Per me si va nella città dolente ». Nel canto primo, la selva con le altre cose e Virgilio; nel secondo, l’antefatto, narrato da Virgilio, della discesa di Beatrice a lui per muoverlo in soccorso di Dante. Ma proemio a tutta l’opera, e aggiunto per tale ufficio ai 33 normali di ciascuna Cantica, è questo primo Canto o Capitolo. Capitoli i cento canti, come canzoni le tre cantiche, e comedia il Poema: denominazioni tutte, che attestano il primigenio carattere, tutto popolare, che dagli autentici intendimenti del Poeta accolsero e si appropriarono gli uomini dell’età sua. E « comedia » egli stesso il Poeta, due volte nell’Inferno, dice umilmente; « tragedia » invece, con alta reverenza, la gesta virgiliana d’Enea: ma « Poema sacro» e « sacrato Poema », nella Cantica terza; suggellando anche col titolo la mistica nobiltà di quei concetti, de’ quali ch’egli abbia avuto sin dalle prime mosse il sentimento e il proposito, ben lo addimostra la triplice invocazione « alle muse; all’ingegno, alla mente », sul principio del canto secondo.
La denominazione « comedia », a cui la religiosità del tema e l’ammirazione fecero poi ne’ tempi soggiunger « divina », attiene alla dottrina dantesca sul linguaggio della poesia, teorizzato nel De vulgari eloquentia: tragico, comico, elegiaco; cioè alto, mezzano, umile. Dante, dopo avere alle canzoni filosofiche « d’amore e virtù » applicato dal latino di Virgilio « lo bello stile », ossia il linguaggio « tragico » del neovolgare italico; e ne’ sonetti e ballate d’amore, che le donne gentili pianamente ripetessero, l’« elegiaco »; chiedeva al « comico », cioè al linguaggio che più è in mezzo alle cose, le energie di una rappresentazione compiuta, qual egli si proponeva, della realtà umana, dalle visioni del divino riflessa. Donde, per ragioni dunque, innanzi tutto, di forma, il titolo « comedia » ; rispondente poi, nella sostanza, allo svolgimento dell’azione sua in scene, che d’una in altra procedono pel giro de’ nove giorni computati sino al perdersi nella infinità senza tempo, con successione molteplice di luoghi per una linea continuativa (che dà unità a quel molteplice); linea continuativa, prima discendente, poi ascendente, e in ultimo trasvolante le sfere celesti sino all’infinità del divino.
Questo canto primo, e proemiale al Poema, dice losmarrimento di Dante nella selva peccaminosa della gran valle della vita; la tentata ascensione del colle luminoso; l’impedimento delle tre fiere; l’apparizione di Virgilio salvatore; l’incamminarsi con lui alla contemplazione dell’eternità ne’ suoi tre regni di giustizia.
È la notte dal giovedì al venerdì santo, dal 7 all’8 di aprile del 1300: la discussione dei giorni, quella (pur voluta fare) dell’anno, sono aliene dall’assunto nostro. L’uomo nel vigore e bollore delle virili passioni,
nel mezzo del cammin di nostra vita,
cioè a trentacinque anni, calcolando biblicamente a settanta il corso di questa, si è ritrovato per la selva oscura, ossia il male, che ingombra la grande valle della vita attiva. La scena è dunque una valle; in essa, una selva, la quale occupa la più profonda parte della valle, e si prolunga e congiunge con le falde di un colle, la cui sommità i raggi del mattino sono per illuminare. La valle selvosa può immaginarsi situata, dell’emisfero nostro, sopra un punto qualsiasi, purché toccato dalla circonferenza della quale il Poeta pone centro Gerusalemme, creduta punto medio di esso emisfero, e ch’egli immagina antipode al monte del Purgatorio nell’emisfero australe. Infatti da qualsiasi punto dell’immenso circolo, che è la base del cono rovescio in cui è conformato l’inferno, è egualmente possibile l’entrata nel circolo stesso, e quindi la mossa a discendere di cerchio in cerchio lungo i fianchi ri-stringentisi del cono. Né collocare la selva presso Gerusalemme, come, per contrapposizione alla setva del Paradiso terrestre su quel.monte del Purgatorio, arriderebbe, e in dritta linea con la Gerusalemme celeste, possiamo; ove si ripensi che se Gerusalemme sta sopra al centro del baratro infernale, il sotterra di Gerusalemme è assolutamente vuoto, e quindi non acconcio al discendere, quale egli se lo descrive, di Dante.
Dalla valle, chi abbia tenuta la diritta via, cioè chi rettamente viva ed operi, ascende agevolmente al bene, che solo esso è felicità, solo esso è principio e cagion di tutta gioia, sotto i raggi benefici del vero supremo. Ma chi
la diritta via abbia smarrita,
chi percorrendo la valle abbia deviato nella selva, o perisce in essa, perché nel male è la morte dell’anima (il male non lasciò giammai persona viva); o se, ravvedendosi in tempo per la paura e l’affanno stesso che l’avvilupparsi nel male dà all’anima, si argomenti d’uscirne, si trova appiè del colle in condizioni più sfavorevoli all’ascensione perché da luogo più basso che non dalla valle non selvosa, e dovendo superare fieri conrasti: cioè, chi travia nel male deve poi usare grandi sforzi e combattere per risollevarsi verso il bene. Dante, che è esso medesimo l’uomo quale egli ce lo rappresenta cosi traviato e smarrito, non descriverà la selva. Ci passa sopra con uno de’ suoi versi potenti,
tanto è amara che poco è più [amara] morte;
e la morte, cioè la morte dell’anima, descriverà parte a parte nel regno della morta gente, nell’Inferno, al quale la selva corrisponde, siccome il male vissuto al peccato punito. Della selva dirà solo quanto occorre al suo trattato del bene ch’egli ci trovò (trattar del ben ch’io vi trovai, è frase attinente alle intenzioni morali didattiche del Poema), cioè ne dirà solamente quant’occorra alla intelligenza del viaggio spiritale contemplativo che fu la sua salvezza, il suo bene, e che egli trovò nella selva in persona di Virgilio, che a quel viaggio lo indirizzò, lo confortò, lo condusse. Le altre cose (altre, non alte; lezione questa non coerente al contesto) le altre cose ch’ei v’ha, nella selva, scorte, sono, sull’estremo di essa, appiè del colle, le tre fiere, che nella selva, se Virgilio non era, lo avrebbero ricacciato.
E quanto a dir qual era cosa dura
questa selva selvaggia e aspra e forte,
che nel peusier rinnova la paura,
tanto è amara che poco è più morte:
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò dell’altre cose ch’io v’ho scorte.
La connessità sintattica di queste due terzine (quali io ve le ho lette) in un solo concetto (connessità, che da qualche altro interprete fu già confusamente sentita), è confortata anche da autorità di manoscritti contro la volgata e tradizionale lezione, Ahi quanto a dir qual era è cosa dura (con lo spiacevole accozzo di quell’era è). Vi piaccia confrontare le due sintassi e le due versioni: « Ahimè quanto è cosa dura descrivere quale era quella orribile selva, di paurosa memoria! essa (la selva, si domandano [nella lezione che io non accetto] i commentatori, o la cosa?) essa è dolorosa quasi al pari della morte. « Ma... », logicamente dovrebbe susseguire, « Ma tuttavia la descriverò... » Invece sussegue: « Ma per trattare di ciò che vi trovai di bene, dirò delle altre cose che in essa selva ho veduto ». Con che la conchiusione devia dalla premessa. L’altra versione, quella che si appoggia e a manoscritti autorevoli e a buone ragioni di critica, ci dà questo logico e agevole senso: « E quanto al dire qual dura cosa era quell’orribile selva di paurosa memoria, basti ch’ella è dolorosa quasi al pari della morte: ma per trattare di ciò che vi trovai di bene, non mi asterrò dal dire delle altre cose che in essa ho vedute » (e quelle ce le descrive davvero), il cui incontro e contrasto, col ricacciarlo dentro al buio della selva, è stato cagione dell’offrirglisi soccorrevolmente Virgilio. Alla futura critica del testo, la sentenza. Io intanto vi leggo que’ sei versi nella maniera che son convinto essere l’autentica.
Il traviamento dell’uomo dall’aperta valle nella selva aspra e forte, si fa per le insidiose attrattive del male senza ch’egli se ne accorga. Nessuno di quanti nella selva ci perdiamo sa ben ridire com’ei v’entrò; tanto si è pieni di sonno (cioè dell’assonnamento de’ buoni istinti, nel sopraffare de’ cattivi) in su quel punto che abbandoniamo la verace via. Ben può un salutare risveglio dei sentimenti nostri migliori, farci avveduti, che, sprofondati nella selva, tanto più faticoso ci è addivenuto lo ascendere verso l’altezza luminosa della virtù. E poiché, traverso alla selva, saremo giunti a piè del colle col quale quella valle confina e termina; e da cotesta più bassa parte di essa valle, ci avverrà di guardare in alto e vedere le spalle, la sommità, del colle vestite dei raggi dell’astro benefico che mostra a tutti la strada da dover tenere, mena dritto altrui per ogni calle; ci faremo animo, e ci riavremo un poco dalla paura che ci ha fin nel fondo del cuore rimescolato il sangue, durante la buia traversata, la notte affannosa, della selva: e come il naufrago che si volge al mare dond’è a mala pena campato, e guata, ci volgeremo indietro verso il passo orrido, il passo della valle selvoso, che non lasciò giammai persona viva, ossia nel quale chi s’avviluppa ostinatamente e s’impiglia è uomo morto; e ci poseremo un poco, piglieremo fiato, e poi riprenderemo la via che ci siam voluta rendere più difficile, la erta via dell’ascensione. Sì: ma le passioni saranno più forti di noi, e ci ricacceranno indietro.
Ma poi ch’io fui al pie d’un colle giunto,
là ove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
(pianeta il sole, secondo il sistema tolemaico)
che mena dritto altrui per ogni calle.
Selva profonda; colle da ascendere; altezza luminosa; aombrano inferno, purgatorio, paradiso.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor
(la cavità del cuore ch’è ricettacolo del sangue)
m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
E come quei quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago alla riva
si volge all’acqua perigliosa e guata,
(scena e figura, che ci paiono nel verso di Dante tratteggiate da Leonardo)
così l’animo mio, che ancor fuggiva,
(virgiliano: animus meminisse horret luctuque refugit »; e un altro latino « aufugit mihi animus »)
si volse indietro a rimirar lo passo
che non lasciò giammai persona viva.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
(lezione di questo verso men grata all’orecchio per quell’arcaico èi (ebbi), ma che pur è voluta dai più autorevoli testi, ed è meglio conforme e graduata alla giusta misura del breve posare, non riposare, di Dante)
ripresi via per la piaggia diserta,
si che il piè fermo sempre era il più basso.
Verso di prolifica, non che bizantina, commentatura; del quale io vorrei sperare di avere antivenuta la spiegazione (che è quella data bonamente dagli antichi espositori), se vi ho ben fatto comprendere, come il Poeta significhi con esso, che da quel più basso fondo della valle, nella quale egli inselvandosi si era cacciato, più aspra si presentava l’erta di salvezza, che non sarebbe stato salendo dalle parti della valle non selvose e men basse, donde avrebbe potuto, come poi fa appiè del colle del Purgatorio, « prendere il monte a più lieve salita »: perciò
il piè fermo sempre era il più basso;
inquantoché nel movimento alternato de’ piedi di chi sale, il piede che si alza viene ad essere sopra un piano più elevato, che non il piede il quale intanto sta fermo (come il contrario, di chi scende): e ciò tanto più, quanto da più basso luogo si salga verso più alto.
Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,
(avvertite bene, si è sempre nella selva; e questa, dal fondo della valle, nel quale Dante è sceso, investe con l’estrema sua boscaglia le falde del colle)
quasi al cominciar dell’erta,
(a mala pena incominciato a salire, subito appena incominciate a salire le falde tuttavia boscose del colle)
.... ecco ....
una lonza.
Le tre fiere (la cui immagine Dante esemplò forse da una delle profezie di Geremia), le tre fiere siccome cose ch’egli ha scorte nella selva, non possono figurarsi fuori di essa; ed è infedele al concetto del Poeta la iconografia dantesca, che suole rappresentarcele sul colle, e quasi da esso discendenti verso il Poeta. No: esse, i tre peccati, sbucano dalla selva; in essa sono, che è il male della vita: e Dante le incontra salendo la prima erta, su per la quale la selva a poco per volta cessa.
E prima incontra la lonza, poi il leone, poi la lupa: cioè gli fanno ostacolo, secondo la volgata interpretazione, prima la Lussuria, poi la Superbia, poi l’Avarizia o Cupidigia; od anche (con rispondenza, che io credo illusiva, al verso di Ciacco) Superbia, Invidia ed Avarizia : ma, secondo il criterio di simmetria all’ordinamento etico e penale dell’Inferno e del Purgatorio danteschi, la Frode, la Violenza, l’Incontinenza; con ordine decrescente di gravità, e crescente di pericolo, imperocché nel peccato men grave, nella forma del male di men dannosi effetti, è più facile rimanere impigliati e cosi remossi dal bene.
Prima, dunque, e con l’assalto dei tre meno grave, la Frode; dalla quale l’animo bennato, più che da qualunque altra forma di male, istintivamente ripugna. seconda la Violenza, a’ cui eccessi l’animo anche bennato può talvolta lasciarsi andare : terza, e più di tutte anche ad animo bennato pericolosa, la Incontinenza nelle sette sue forme o capi di peccato, la cui forza mortale, troppo spesso irresistibile, è negl’istinti medesimi, se non si governano, deli; umana natura. La Lonza frodolenta poi, che prima delle altre male bestie e più aderentemente e più insinuativamente, sebbene con men grave pericolo e da sperar di cansarlo, contrasta i passi dell’uomo nel riprendere la diritta via, è (passando al simbolo politico) il Comune italiano nel quale Dante vive cittadino ed opera, è (e perciò la Lonza investe Dante più presto e più da vicino) è la sua guelfa, astuta, ingegnosa, Firenze. Il Leone, più gravemente infesto e da incuter timore, è la « gran potenza », come dicevano, della real Casa di Francia, la violenta patrona del Comune guelfo. La Lupa, insaziabilmente bramosa di tutto, il pericolo più grave e da disperarne fino a tempi migliori infin che il Veltro verrà, è la Curia romana. Una lonza, dunque,
una lonza leggiera e presta molto,
(una fiera agile, mobilissima... par di vederla...)
che di pel maculato era coperta
(di apparenze ambigue, svariate; versipelle);
e non mi si partia dinanzi al volto,
(la vi viene addosso, vi sta alle costole, non vi si leva di tra’ piedi... Anche il canbarbone mefistofelico aggira, incalza, accerchia, avvolge, il Fausto leggendario...)
anzi impediva tanto il mio cammino,
ch’io fui per ritornar più volte vòlto
(bisticcio o equivoco, di quelli nei quali Dante trascorre in questo e in qualche altro luogo del Poema; come di cosiffatti si deliziavano i rimatori di maniera provenzale e guittonesca).
Ma tali, visibili a tutti e perciò incontroverse, caratteristiche della Lonza dantesca, son esse distintivi appropriabili alla Lussuria? appropriabili all’Invidia? o non piuttosto alla Frode ? — E quanto al significato della Lonza politico, sono da avere a mente due cose. L’una, che questa bestia ambigua (ambigua anche zoologicamente; tanto ehe gl’interpreti traducono lonza, a comodo delle respettive interpretazioni, chi in pantera chi in lince chi in leopardo la si trova, proprio col nome di lonza (« leuncia » nel latino fiorentino, cioè popolare, del 1285 (e così il Boccaccio, nel Commento, ha « una leonza, o lonza che si dica »), la si trova, dico, in un documento consiliare, che ci attesta presso il Palagio, del Potestà avere i contemporanei di Dante veduta in gabbia la « lonza » ; come dietro al Palagio de’ Priori ruggirono per secoli, coronato simbolo della Signoria popolana, i leoni. L’altra cosa da notare è che in Malebolge, e non in altra parte dell’Inferno, pone Dante, come nell’olimpicolacunare del Palazzo dei Dogi Paolo Veronese la sua Venezia in gloria, così Dante in Malebolge, nel regno della Frode, pone il trionfo di Firenze:
Godi, Firenze, poi che sei sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per l’inferno il tuo nome si spande!
Dunque la lonza politica e Firenze frodolenta sono la stessa malnata cosa nell’ira e nella simbologia del Poeta. Dunque la Lonza è la Frode: e le altre due Fiere sono in quella simbologia le altre due grandi rappresentanze del male, Violenza e Incontinenza.
Ma la lonza sgomenta sì, non però disanima, lo smarrito viatore. È una bella mattinata di primavera, come in sulla creazione dell’universo:
Tempo era dal principio del mattino,
e 'l sol montava in su con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’Amor divino
mosse da prima quelle cose belle;
(cose belle, le stelle, qui dove le vede ancora prima di entrare sotterra, e nelle ultime linee dell’Inferno quando torna a rivederle riuscendo all’aperto sulla marina del Purgatorio: le « belle stelle » che taluno dei dannati, durante il cammino tenebroso, gli augura angosciosamente di « rivedere »)
sì che a bene sperar m’era cagione
di quella fera
(cioè che avrei superati gl’inpedimenti ch’ella mi faceva) alla (dalla) gaietta pelle (leggiadra per varietà e vivacità di colori), l’ora del tempo e la dolce stagione
Come lo bellezze della natura, godute in stagione od ora propizia, massime dopo sofferte sensazioni opposte, dispongono l’animo, e quasi lo dischiudono, a confidare di sé e delle cose che ne circondano; così è che Dante, scampato, come crede, agli orrori della selva, e resa lena al corpo affannato, trae da quella serenità di mattino, nella mitezza primaverile, cagione a sperare che gli verrà fatto di sbarazzarsi della lonza, non feroce né aggressiva, e non spaventevole, anzi di aspetto gentile e grazioso, ma solamente importuna e circuente.
A cotesto bene sperare di felice esito nell’avventura della Lonza, appartiene un altro luogo della prima Cantica, che ha con questo relazioni di capitale importanza. Una delle speranze che a Dante si affacciarono, di liberarsi dalla Lonza, era stata (egli stesso in quell’altro luogo del Poema ci narra) di «prenderla» e soggettarsela mediante una «corda», che la notte dopo, fra il sesto e il settimo cerchio dell’abisso, egli, per comando di Virgilio, si scinge dai fianchi, e la consegna al Maestro, il quale effettivamente se ne serve per assoggettarsi Gerione, la «sozza imagine di froda» che deve calarli in Malebolge:
Io aveva una corda intorno cinta,
e con essa sperai alcuna volta
prender la lonza alla pelle dipinta.
È, senza dubbio, uno dei passi del Poema più misteriosi; non dicendosi ivi espressamente che corda sia quella, né scorgendosi bene come il «gettarla» Virgilio «giuso in quell’alto burnito» abbia per effetto, questa volta conseguito, il «prendere» o almeno l’avere a sé, il variopinto Gerione, come l’«altra volta» fu a Dante effetto «sperato» il «prendere con la corda» stessa la variopinta Lonza. Dal che appunto la identità de’ due simboli in «imagine di froda» emerge, checché altro in contrario si voglia sottilizzare, provata a fil di logica e suggellata. Or io, senza troppo digredire su questo argomento, il quale altresì per la vita di Dante ha importanza non di mera curiosità, affermo sembrarmi nel vero coloro (e sono ormai i più) i quali da uno de’ meglio autorevoli fra gli antichi commentatori derivano l’opinione, che cotesta corda, la quale Dante dice di avere a’ fianchi materialmente, sia il cordone o cordiglio di san Francesco, e propriamente quello dei secolari ascritti al Terz’ordine francescano; a quella « grande fraternità », come il Sabatier la chiama, mediante la quale il Santo dell’universale amore vagheggiò, di là dal convento de’ suoi frati, diffondersi per tutta la società cristiana una unione di pace, che attuasse nella vita di tutti i giorni, in tutte le condizioni sociali e civili, le virtù magnanime dell’Evangelo: sovrana fra queste, l’amore del prossimo, il bene altrui; virtù che combatte e sottomette quel pravo intendimento dell’«ingiuria altrui» che, secondo l’etica di Dante, è il substrato del peccato ; e più profondamente, della forma di peccato « più a Dio spiacente » la Frode. Contro la Frode, sotto aspetto di Lonza, sperò Dante gli sarebbe valso, fra i parteggianti e maldisposti uomini dell’età sua, parteggiante e mondano egli stesso, il sacro cordiglio, cioè non tanto la qualità sua di Terziario, che egli (come giustamente rileva un altro moderno critico di religiosità medievale, il Kraus) avrebbe avuta comune « con centinaia di migliaia, con milioni forse, di suoi contemporanei », quanto l’amore opposto all’odio, la carità fraterna al rancore e alle « ree volontà »; le « ree volontà », deplorate dal magnanimo Dino: contro la Frode, personificata in Gerione, gli vale ora, nell’eternità contemplata al lume e con la scorta e la forza della Ragione, quel simbolo dell’amore e della carità che avvincono i figliuoli d’un medesimo padre, simbolo del « vincol d’amor che fa natura », del vincolo che ne’ peccati di frode si « ancide » e si spezza; quel simbolo di bene attuosamente voluto nelle opere, che trionfa del male voluto e operato nella forma di peccato più « sozza » secondo Dante, e più profondamente (sempre secondo la sua teoria nobilissima) più profondamente « lesiva dell’umana coscienza »:
la frode ond’ogni coscïenza è morsa.
E ciò è ben altro, mi sia lecito il dirlo, che la corda « cingulum castitatis », mediante la quale si vorrebbe (secondo l’altra interpretazione delle tre fiere) che Dante avesse sperato di vincere, nel mondo di qua, gli assalti, pover’uomo, della lussuria; per finir poi con l’accorgersi nel mondo di là, che la virtù di quello specifico, inefficace contro le lonze in gonnella leggiadre e dipinte, era invece eccellente per assicurarsi de’ Gerioni di quel mondo e di questo.
Ma la lonza, di fronte alla quale i ripetuti tentativi e le virtuose speranze di Dante fallivano, non era sola:
. . . . a bene sperar m’era cagione
....
ma non sì, chee paura non mi desse
la vista, che m’apparve, d’un leone.
Anche questa volta il verso, come subito appresso nel ritrarre le magrezze fameliche della Lupa, seconda mirabilmente l’evidenza scultoria delle immagini, e l’impressione che da quelle emana e quasi si diffonde.
Questi parea che contro, me venesse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
si die parea che l’aer ne temesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca nella sua magrezza,
e molte genti fe’ già viver grame,
questa, mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza dell’altezza
(cioè di potere ascendere alla sommità luminosa del colle).
Ho già accennato le ragioni, sia rispettive al senso morale, sia al politico, secondo le quali è la gradazione del farsi innanzi, l’una dietro l’altra, le tre Fiere; e della maggiore o minor forza di ciascuna di esse, nel contrastare il ravviamento di Dante sulla diritta via. Mi si permetta qui aggiungere, quanto al significato politico, come la vita civile di Dante, e la condizione della Parte sua Guelfa reggente in Firenze in quella primavera del 1300, siano tanto fedelmente ritratte in questa scena appiè del colle, nella « diserta piaggia » selvosa, quanto è più possibile chiedere alla rappresentazione fantastica d’una storica realtà. La scissione di parte Guelfa in Bianchi e Neri si è venuta maturando: ancora pochi giorni, e « già trabocca il sacco »: la cittadinanza guelfa, in tutti e tre i suoi ordini di popolo grasso, popolo minuto, Grandi, parteggia, peggio che da Guelfi a Ghibellini. « Niuno » (parole d’uno di loro, Dino) « niuno non si può difendere, che con l’animo non si dia alle dette parti, chi a una chi a un’altra ». Dante, non meno degli altri smarrito in quella « trista selva »; col tardo, impotente, rammarico di esser « giù caduto » dalle serene contemplative idealità della sua « vita nuova », irraggiate prima dagli « occhi giovanetti » di Bice viva, e poi dalle « visioni » e dalle « spirazioni » con le quali ella, dalla « vita seconda », dopo « salita da carne a spirto », lo ha « rivocato »; Dante, sopraffatto ormai dalle cure della vita attiva, « smarrito nella valle » si trova alle prese con quella sua guasta e corrotta cittadinanza, in mezzo alla quale vive, che non gli si parte dinanzi al volto, che da tutte le parti lo aggira e lo confonde e lo sgomenta, ma non gli toglie tuttavia quelle medesime oneste speranze, che consegnò alla storia nelle dolenti sue pagine l’altro grande cuore de’ Guelfi Bianchi, il Compagni: non « poter pensare che altro che a concordia si sarebbe, per amor di parte e di patria, potuti venire »; e che l’ « umiltà» dei « buoni uomini » avrebbe trionfato della « grande malizia » dei « malvagi cittadini pieni di scandoli ». Ma dietro i Guelfi Neri, è Casa di Francia: e dietro questa, e sopra tutti, Corte di Roma, papa Bonifazio. E i Neri « tanto han fatto con papa Bonifazio », così bene ne han saputo carezzare i violenti sdegni e le fiere ambizioni teocratiche, che egli « ha promesso « di prestar loro la gran potenza di Carlo di Valos de’ Reali di Francia ». E Francia si fa avanti; è già in vista:
... la vista che m’apparve d’un leone...,
spargendo intorno a sé, con la tradizionale reverenza per la Casa cristianissima, il terrore di quella sua « grande potenza »,
(... sì che parea che l’aer ne temesse...):
e dietro, sommovitrice, la Lupa, la Curia bonifaciana, profano ricettacolo di tante passioni terrene, quante la Incontinenza nel magro orrido corpo di bestia affamata ne accoglie; la Curia, adulteratrice della Chiesa di Cristo, e oltrapotente guastatrice dell’umano consorzio
(... e molte genti fe’ già viver grame...),
sul quale attinge indegnamente dal principio religioso una l’orza superiore a qualsiasi altra, più che il Leone, più che la Lonza, e toglie la speranza di quell’altezza, verso la quale dovrebbe essa confortare le anime che vi aspirano. Anime travagliate, che disingannate della vita, « disviluppate » a mezzo « del mondo fallace », guardano incerte, trepidanti, dal basso all’alto, dall’oscuro alla luce; e riprendono, con speranza ahimè scarsa, a salire; e fanno tesoro del poco che vengano guadagnando sulla strada malagevole, come 1’ avaro di qualsiasi anche menomo acquisto....
E quale è quei che volentieri acquista...
Ma come all’avaro poi
...giugne il tempo che perder lo face,
die in tutti i suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece....
così
l’antica lupa
che più di tutte l’altre bestie ha preda
per la sua fame senza fine cupa;
(Incontinenza, negli ordini morali; Curia mondana nei civili);
bestia senza pace.
che non l’ha né la dà; ripiglia subito il sopravvento sul benincamminato, gli fa perder terreno: non circuitiva come la Lonza, non aggressiva come il Leone; ma lentamente, bensì senza tregua, avanzantesi, investendolo senza scampo, incombendogli, per ricacciarlo al buio fondo dov’ella, la mala bestia,, nel peccato trionfa:
tal mi fece la bestia senza pace,
che venendomi incontro a poco a poco,
mi ripingeva là dove il sol tace.
A questo punto è la divisione del Canto proemiale (lasciando questa volta, come scolastiche e minuziose, le partizioni, ‒ per altri Canti opportunissime, anche esteticamente, ‒ dei vecchi espositori), è, dico, a questo punto la divisione del Canto nelle due sue parti :
* la Selva e le Bestie, che l’una e le altre sono il male;
* la Ragione umana e Sapienza antica, salvatrici, nella persona di Virgilio poeta.
Non apparizione luminosa, come, a suo tempo, sulla vetta del Monte santo, sarà Beatrice; non figura circondata d’alcun emblema della sua immortale grandezza, perché non autentica anzi posticcia è la corona d’alloro con che i figura tori grafici del viaggio dantesco incappellano accademicamente Maestro e Discepolo; una con attributi convenienti ad una grande virtù rimasta per lungo tempo compressa e soffocata, come la ragione nell’intimo della coscienza, come la sapienza e l’arte grecolatine per entro le ombre addensate e le accumulate rovine della Barbarie; ‒ Virgilio, il poeta non però morto mai, che al Risorgimento della civiltà è una delle insegne più altolevate e più fulgide; che lo stesso barbaro medioevo ha nelle spire della leggenda attratto dalle scuole alle piazze, per farne un taumaturgo ed un mago; e gli scoliasti e i teologi han rintracciato nella poesia de’ suoi pastori i presentimenti del Cristianesimo, e nel suo Enea italico gli auspicii della predestinazione eterna di Roma; ‒ Virgilio agli occhi di Dante si offre, mentre egli è dalla lupa ricacciato nel cuor della Selva, apparendogli in un angolo di questa, ombra pallida, silenziosa, e che a Dante sembra, per le ragioni del simbolo, sia come persona da lungo silenzio disavvezza del far sentire la sua voce: la voce della Ragione all’uomo traviato; la voce della Sapienza all’uomo dei tempi che allora appena vengono dispogliando il greve involucro della Barbarie.
Mentre ch’io rovinava in basso loco,
dinanzi agli occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Ma Dante non sa ancora chi costui sia: dinanzi agli occhi mi si fu offerto chi... la forma più indeterminata, notate, di indicazione pronominale.... uomo vivente? ombra? chi sa? e il suo rivolgersi al misterioso interrompitore di quella solitudine paurosa,
quand’i’ vidi costui nel gran diserto,
è, né altro può essere, un angoscioso grido d’invocazione verso l’ignoto:
miserere di me, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra o uomo certo.
La parola di Virgilio; ‒ la prima delle tante confortatrici, ammonitive, ammaestrative, severe, che egli rivolgerà a Dante, da questo punto, che si offre a salvarlo, sino a quando, sulle soglie del paradiso terrestre, redentolo dalla servitù del male, rintegrato nel « sano e dritto arbitrio » di sé, lo licenzierà alle rivelazioni celesti per le quali Beatrice, l’angelica Beatrice, lo aspetta; ‒ la parola del Maestro è solenne:
Risposemi: Non uomo...
La figura simbolica si annunzia subito : simbolica del soprumano: non nomo. L’ignoto, testé invocato disperatamente da Dante nell’estremo pericolo, si determina: ed è cosa di là dall’umano. Dall’umano, nel quale-Dante è tinche rimarrà nella selva; dall’umano, del cui male, del cui brutto, ivi presso gli sovrastanno, orribile incarnazione, le Fiere, e più a ridosso, fin colaggiù venutagli implacabile alle spalle, la Lupa; l’umano peccaminoso e bestiale, dal quale Virgilio, che è l’umano influito dal divino, e mosso da questo (da Beatrice), lo salverà.
Non uomo; uomo già fui,
il simbolo assume persona; ma quale persona? ‒ Chi ho mai, deve Dante dimandarsi, chi ho io mai dinanzi a me? ‒ E la persona si fa storica, e si rivela: prima italiano; poi vissuto in Roma, in Roma imperiale; poi poeta; poi Virgilio:
e li parenti miei furon lombardi,
e mantovani per patria ambedui.
Nacqui sub Iulio,
(fra il settimo e l’ottavo secolo di Roma, fra gli anni 70 e 19 avanti Cristo)
ancor che fosse tardi
(tardi pe’ trenta anni, di che Giulio Cesare precede Virgilio: ma la grandezza cesarea, veramente, si svolse negli ultimi venti anni della sua vita, fra il sesto e il venticinquesimo di Virgilio)
e vissi a Roma sotto il buono Augusto
(sotto Cesare Ottaviano, che negli ultimi otto anni da Virgilio vissuti fu Augusto)
al tempo degli dei falsi e bugiardi.
Un pagano, dunque, nato nella Gallia romana cisalpina, vissuto fra Cesare e Augusto, che ha veduto in Roma la fondazione dell’Impero. Il buono apposto ad Augusto è titolo, per Dante, quasi equivalente al divus imperiale; e ne fregia anche il Cesare germanico, « sotto lo imperio del buon Barbarossa », in uno de’ più esotici e antitalici impersonamenti che questo abbia avuto.
Poeta fui...
Oh come a Dante, già compreso di reverenza pe’ grandi nomi che l’ombra ignota ha pronunziati, di Roma e d’Impero; e di pia compunzione altresì compreso, nell’aver dinanzi a sé quest’uno de’ pagani, che possono ora, di là, riconoscere le verità di fede, e la palingenesi delle anime nell’oltretomba cristiano; oh come a Dante poeta balza il cuore alla parola poeta, « il nome che più dura e più onora! »
Poeta fui ; e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise
(« pius Aeneas »),
che venne da Troia
(« Troiae qui primus ab oris Italiam fato profugus Lavinaque venit litora »)
poi che il superbo Ilion fu combusto
(« ceciditque superbum Ilium »). Dante ha dunque a sé dinanzi, Dante ode i suoi stessi versi pronunziargli, Virgilio. Virgilio bensì è, innanzi tutto, il suo soccorritore: a tale uopo « Beatrice lo ha fatto andare »; non per soltanto rivelarglisi nell’aureola di poeta, nella missione di esaltatore della provvidenzial grandezza di Roma, e figura quasi sacerdotale della Sapienza antica; ma, di tali augusti caratteri circondato, ravviarlo, per virtù razionale, dalle « presenti cose » e loro mondana illusione, lungo gli ardui sentieri della vita contemplativa, alle altezze dell’ideale e del divino.
Ma tu perché ritorni a tanta noia ?
(noia, nel senso, frequente agli antichi nostri, di ben più che « tedio »: è la « molestia grave, con pericolo od anche già con danno », il male e peggio, come or ora, della selva, dirà Dante stesso)
perché non sali il dilettoso monte,
ch’è principio e cagion di tutta gioia?
Il dilettoso monte, il colle, è immagine similare del Purgatorio, del Monte santo, lungo i fianchi del quale si consuma l’espiazione che è principio e cagione di beatitudine; e il colle ben sa Virgilio che non può ormai « essere salito » dal traviato e sprofondato nella selva mondana. Ma la domanda perché non sali? è la maniera più efficace sicché Dante stesso, nella risposta, confessandogli quella sua impotenza, si acconci ad accogliere da Virgilio la proposta e i conforti al viaggio spiritale che dovrà, per vie ben diverse, ma conducenti al medesimo ultimo termine, alla grande finalità divina, riabilitarlo al bene e salvarlo.
E Dante risponde, ma con aspetto dimesso e vergognoso, come si addice al trovarsi in presenza d’una delle più alte nobilitazioni dell’umana natura:
Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonte
che spande di parlar si largo fiume?
(dal poeta, come da fonte, deriva e si diffonde benefico il fiume della parola che avviva e feconda; e di Omero dice Ovidio « fonte perenne »)
risposi lui con vergognosa fronte.
O degli altri poeti onore e lume,
(onorare l’arte, avendone profondo il sentimento e la reverenza; e illuminarne con l’esempio il segreto magistero: questo è de’ grandi e pochi)
vagliami
(nell’atto stesso che paga, con abbondanza di cuore, il tributo al Maestro, insinua subito la necessità che egli ha dell’aiuto suo): valga a me, per ottener questo aiuto,
il lungo studio e 'l grande amore
che m’han fatto cercar
(svolgere parte a parte con amorosa diligenza)
lo tuo volume
(il libro delle tue opere).
Tu se’ lo mio maestro
(che insegna il magistero dell’arte)
e 'l mio autore
(che ispira e informa l’ingegno);
tu se’ solo colui da cui io tolsi
lo bello stile che m’ha fatto onore.
Cioè, non già il latino vero e proprio, interpretazione che rimpiccolisce l’immagine e l’intenzione, oltre poi al contraddire alla positiva storia della cultura di Dante anteriormente all’anno della Visione; ma è da intendere per lo bello stile lo stil « tragico », ossia nobile, alto (ripeto qui), secondo la triplice distinzione, da Dante seguita, di « tragico, comico, elegiaco » alto, mezzano, umile: lo stile, dunque, proprio della « tragedia » virgiliana, e proprio altresì delle Canzoni filosofiche, per le quali, già assai prima dell’anno della Visione, il nome di Dante, se «ancora molto non sonava », e certamente non quanto poi sonò, era bensì sopra alla comune rinomanza de’ rimatori nel « parlar materno», e ne aveva avuto onore. Da uno de’quali rimatori, Bonagiunta, facendo Dante, in un episodio del Purgatorio, chiamare « nuove rime » e « dolce stil novo » la sua poesia giovanile d’amore, vi comprendeva e quella di stil tragico (le Canzoni) e, sempre secondo cotesta sua medievale denominazione, quella (i Sonetti e le Ballate) elegiaca. Allo stil comico (cioè figurativo, senza eccezione, delle realtà della vita) era riserbata la Comedia; e con la Comedia, la suprema grandezza di Dante.
E cosí reso, con tanta solennità d’affetto, l’omaggio suo reverente al Maestro immortale,
Vedi la bestia
prosegue, con altrettanta intensità di linguaggio..
Vedi la bestia per cui io mi volsi;
(per cagion della quale io mi sono volto per ritornare giù nella selva; la bestia che mi ha fatto tornare indietro; e tace delle altre due, perché quella il cui ostacolo aveva sentito invincibile, e più gagliarda la forza di repulsione dal colle verso la selva, era stata la lupa: sí la lupa dell’incontinenza, e sí la lupa curiale):
aiutami da lei, famoso saggio
(« Saggio, Savio », titolo d’onore e di reverenza, che il Medio Evo attribuiva volentieri anche a poeti; con sentimento di ciò che poi il Vico teorizzò sulla « sapienza volgare e poetica », antecedente, nella storia de’ popoli, alla « sapienza filosofica),
ch’ella mi fa tremar le vene
(frase tal quale degli anatomisti medievali)
le vene e i polsi
E queste parole dice Dante a Virgilio con lacrime. Sono le lacrime della resipiscenza non confortata ancora dalla speranza: lacrime amare, che spreme il sentimento della propria debolezza, e il rammarico del bene perduto. Virgilio asciugherà queste lacrime, rintegrerà la speranza, incorerà la fiducia; annunziando vie di salvezza altre da quelle che l’uomo ca duto in basso, ruinato in basso loco, sole ormai avvisa possibili, dalla valle fuor della selva su pel colle. L’uomo, tutto ormai involto nelle « cose presenti » e sensibili, ne’ « beni secondi », e verso questi perduta la « misura » del retto « amore »; e così divenuto « preda » de’ molteplici appetiti del peccato di « fame senza fine cupa », l’incontinenza; potrà ancora esser salvo, se consentirà alla Ragione, che essa dai pericoli e dalle fallacie della vita attiva lo volga senz’altro alla contemplativa; se alla Sapienza antica darà degnamente la signoria del proprio intelletto e dell’animo, sin ora vilmente mancipati alle giornaliere passioni; se, cittadino di città guasta e « partita», si eleverà all’ideale della civile e religiosa unità che Dio ha congiunta ai fati di Roma, da Virgilio consacrati nel verso sovrano. Questa contemplazione delle cose sovrasensibili, questo emancipamento razionale, « da servo » dell’incontinenza « a libertà » di virtù, questa visione ideale degli umani destini; sono il viaggio pei tre regni, nel quale e mediante il quale Virgilio a Dante, che piange umiliato e sgomento, annunzia e promette salvezza:
A te convien tenere altro viaggio,
rispose poi die lagrimar mi vide,
se vuoi campar d’esto loco selvaggio:
...
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno,
che tu mi segui, ed io sarò tua guida;
e trarrotti di qui per luogo eterno,
ove ...
Ma prima che questo gli abbia detto, e del viaggio proffertogli gli abbia tracciato pel mondo eterno l’itinerario; vuole Virgilio, che del male, dal quale è per salvarlo, sia a Dante ben manifesta la rea natura; sappia di questo male, nel mondo nostro, le condizioni e le nocive funzioni morali e civili; e quali, rispetto ad esso, le future sorti dell’umanità, in relazione sempre con quelle ab eterno poste di Roma. E il salvatore di Dante, assumendo persona di vate dell’umanità, si fa profeta.
A te convien tenere altro viaggio...
che questa bestia, per la qual tu gride,
(« miserere di me ! gridai a lui »)
non lascia altrui passar per la sua via
(che è pure la via della vita umana; perché la incontinenza è negl’istinti secondo i quali, da potersi però e doversi governare razionalmente, è la vita che si vive),
ma tanto lo impedisce che l’uccide
(lo precipita nel peccato, lo ripinge nella selva, nel male, nella morte dell’anima);
ed ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia
e dopo il pasto ha più fame che pria
(la insaziabilità è carattere espresso della incontinenza; carattere ribadito addosso alla lupa anche là dove nel Purgatorio la maledice come « bestia affamata » che più delle altre fa « preda » di anime).
Molti son gli animali a cui s’ammoglia
(tanti quanti i peccati che sotto l’unico nome di Incontinenza comprende la filosofia; e designandoli col nome esauriente di capitali o mortali, la Chiesa),
e più saranno
(qui spicca il volo la profezia)
e più saranno ancora, infin che il Veltro
verrà, che la farà morir con doglia
(fin che verrà un virtuoso che inaccessibile a incontinenza, e perciò scevro da qualsiasi disonesto commercio con la Lupa, ne stirperà dal mondo i malefici effetti, facendola morire di dolorosa morte). Ciò, innanzi tutto, nei limiti morali dell’allegoria: la quale però, a questo punto, fa suo principale il significato civile o politico, pur rimanendo e di conserto con esso procedendo il significato morale.
Il Veltro (io vi espongo, o Signori, senza arrogarmi infallibilità, ma con pieno convincimento da lunghi anni di studî e di riflessioni confermato, quella che ormai è noto essere la interpretazione mia e di altri « migliori miei », pur contro autorevoli e degnissimi contradittori) il Veltro è un uomo virtuoso e continentissimo, che si proporrà di stirpare dal viver civile la incontinenza, restituendo nel mondo la primitiva rettitudine di costumi. L’opera di quest’uomo, sovranamente morale spirituale e religioso (taluno degli antichi non credè altro Veltro adeguato alla figura dantesca, se non Cristo e l’avvento del regno suo ristaurato fra gli uomini), l’opera di quest’uomo non potè essere da Dante attribuita che a un futuro Pontefice: quello che il Medio Evo pietosamente vagheggiò col nome di « Papa angelico ». Pontefice, ahimè (sospirò Dante con quel molti son gli animali a cui la Lupa s’ammoglia, e più saranno ancora), Pontefice il quale, così virtuoso e insieme (caratteristiche del Veltro) animoso e gagliardo, è ancora di là da venire! E questa locuzione, e più saranno ancora, esclude (e i commentatori trecentisti, tanto più cauti dei dopovenuti, ben se ne accorsero) esclude assolutamente qualsivoglia allusione a Veltri determinati, allora viventi, con che sono senz’altro tolti_di mezzo e il virtuoso pontefice Benedetto XI (pei sostenitori d’un Veltro imperiale) l'austera e melanconica figura di Arrigo VII, e quei (tutt’altro che virtuosi) ghibellini, sopra i quali con fortuna favorita dal casuale riscontro di altra dantesca (nel XVII del Paradiso) figura di profezia, primeggiò, presso molti e anche insigni interpreti, Cane (Veltro, si disse anche nel nome) Cane Scaligero.
Molti son gli animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora
(come_molti i peccati, e forme di peccati, che l’incontinenza abbraccia e fa lega, e farà ancora con molti non pur cattivi pastori, ma lupi [« in veste di pastor, lupi rapaci, pastori, cui i fiorini han fatto diventar lupi »: altri atteggiamenti danteschi della medesima allegoria]; con molti, dunque, cattivi e pontefici e prelati [si abbiano presenti la terribile immagine del fóro infocato destinato in Malebolge, l’un dopo l’altro, ai pontefici simoniaci, e nel cerchio degli Avari la moltitudine spaventevole di coloro che « tutti fur cherci... e papi e cardinali»])
e più saranno ancora
(ancora per molto tempo; perché lontano di là da venire, è l rintegramento della società civile e della Chiesa di Cristo),
infin che il Veltro
verrà, che la farà morir con doglia
(fin che l’animale con cui la Lupa s’ammoglia [la zoografia allegorica era popolare nel Medioevo in profezie sul Papato e la Chiesa; e basta vedere quelle, a Dante note, che andavano sotto il nome
del calavrese abate Gioachino
di spirito profetico dotato].
invece di essere uno dei soliti lupi, sarà anzi l’animale nemico naturalmente del lupo, un veltro, animale non coniuge, ma giustiziero, della lupa malnata), che la farà dolorosamente morire.
Questi non ciberà
(non avrà, non vorrà, per suo cibo)
terra
(possessi terreni, signorìa temporale, giurisdizioni d’impero)
né peltro
(metallo, pecunia),
ma sapïenza e amore e virtute
(ma il cibo dello spirito, che solo si addice a un eroe spirituale e a un pontefice),
e sua nazion sarà tra Feltro e Feltro
(e la sua nascita sarà tra Feltre del Friuli e Montefeltro di Romagna, nell’Italia superiore, come paese piu immune dai sinistri influssi della Curia Romana e della francese Casa d’Angiò. Esclude le regioni italiche più aderenti, e geograficamente e politicamente, a Roma sede della Curia. Designazione, quel tra Feltro e Feltro, della cui enimmatica indeterminatezza [cotesti feltri sono in continua lavorazione nelle « fucine stridenti » della crittografia dantesca] fu ingiustamente censurato il Poeta; ingiustamente, perché l’enimmatico anzi l’indecifrabile finché il fatto non si sia avverato, sono i caratteri essenziali delle profezie: e sulla base d’una indicazione geografica del luogo di nascita (nazione per « nascita, origine » era allora uso comune), faceva buon giuoco all’ enimma la giugnificazione materiale del sostantivo feltro, della quale poi gl’interpreti si sono impossessati ferocemente, esclusivamente, sbizzarrendovisi sopra e trascurando, nel doppio senso, l’intenzione ai due Feltri geografici.
Di quell’umile Italia fia salute,
per cui morì la vergine Camilla,
Eurialo e Niso e Turno di ferute.
Qui è reminiscenza virgiliana: ‒ espressa reminiscenza nel nominarsi eroi dell’Eneide; e si avverta, da ambedue gli eserciti troiano e laziale, perché in quella guerra erano, così gli uni come gli altri, instrumento all’attuazione di ciò che Dio aveva stabilito, cioè della grandezza civile e religiosa di Roma, di Roma predestinata al papato (« cose che furon cagione di sua vittoria [d’Enea] e del papale ammanto »), al papato, virtuoso ed eroico ne’ suoi inizi, poi con le ambizioni temporali guasto dalla Lupa: ‒ e virgiliana reminiscenza, meno espressa, ma altrettanto sicura e di non dubitabile interpretazione, quell’umile Italia, che è l’« humilem Italiam », quale nel III dell’Eneide apparisce dall’alto mare ai naviganti con Enea. È insomma l’Italia cisappennina, la « bassa » Italia; in opposizione alla transappennina o « alta », scolpitamente indicata ne’ suoi termini tra Feltro e Feltro.
Questi la caccerà per ogni villa
(« di città in città »: e allude specialmente ai Comuni e più ai Comuni guelfi; e la frase ogni villa ben si addice al numero e respettiva piccolezza di quei tanti staterelli: e l’immagine di questa universal cacciata di terra in terra ben risponde all’autorità universale del Romano Pontefice),
fin che l’avrà rimessa nell’inferno
(e questa è altresì immagine, quanto sconveniente ad autorità civile, sia pur quella a tutte sovrastante dell’Impero, altrettanto conveniente a Pontefice, potestà spirituale ‒ e regione l’Inferno, una delle tre spiritali sulle quali nessun’altra autorità fuor quella del Pontefice, potrebbe arrogarsi, da questo mondo giurisdizione)
nell’inferno,
là onde invidia prima dipartilla
di dove, già prima, già da molti secoli, la tirò fuori l'invidia di Lucifero, il gran peccatore. Invidioso, contro Dio prima, nella sua ribellione; invidioso poi contro l’uomo, inducendolo all’incontinenza e con ciò tirando fuori dall’inferno la mala bestia, ed invidioso altresì contro la Santa Chiesa, di Dio, addossandole la Curia incontinente e mondana, la Curia lupa e moglie di lupi. Il Pontefice virtuoso, il Papa angelico, la rimetterà nell'inferno, come Incontinenza e come Curia. E ufficio cosiffatto, Dante, geloso osservante dei limiti fra le due, da lui egualmente riverite, autorità pontificia e imperiale, non poté mai né ragionevolmente concepire, e nemmeno per passione politica volere attribuito a un Imperatore. Che se altrove, con altre immagini (principale quella del « Cinquecento dieci e cinque ossia DXV), ebbe la mira all’Impero, quelle immagini sono ben distinte da questa del Veltro; echi ne fa una cosa col Veltro, non è Dante, ma sono i dantisti.
Ond’io
(qui dunque, finita la digressione profetica, ripiglia con la profferta di Virgilio a Dante l'azione del Poema)
Ond’io per lo tuo me’
(pel tuo meglio, per la tua salvazione)
penso e discerno,
(pensiero ragionato e discretivo de’ partiti da prendere)
che tu mi segui,
(me Ragione, me antica Sapienza, me il tuo Maestro e il tuo Autore)
ed io sarò tua guida;
e trarrotti di qui per luogo eterno
(intendete e inferno e purgatorio, distinti subito appresso),
ove
(nell’inferno)
udirai le disperate strida,
vedrai gli antichi spiriti dolenti
(che da secoli e secoli sono in dannazione),
che la seconda morte ciascun grida:
(ciascun de’ quali, o grida [secondo una tra le varie interpretazioni], invoca, una seconda morte, che lo sottragga a quella atroce eternità di pena; o [secondo altra interpretazione, forse più attendibile] attesta, dimostra in sé, con fiero spettacolo, od anche con le disperate strida, quella che la Scrittura e i Padri chiamano appunto la seconda morte, cioè la morte dellanima, la dannazione),
e
(nel purgatorio)
vederai color che son contenti
nel foco
(cioè le anime, che nel purgatorio dantesco espiano le colpe con diverse, come anche nell’inferno, maniere di pena: nel foco, propriamente i soli lussuriosi; ma qui foco, e altrove « foco temporale » chiama il purgatorio, « foco eterno » l’inferno, appropriandosi senz’altro l’immagine popolare e teologica di quei luoghi di contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia alle beate genti
(al paradiso):
alle qua’ poi se tu vorrai salire...
I versi, ultimi del Canto proemiale, che seguono, suggellano d’un’impronta luminosa le estreme linee dell’azione in esso contenuta. Sopra l’oscurità di quell’angolo di selva, nel quale Dante si è soffermato dinanzi a Virgilio; ‒ e gli è alle spalle cupa e minacciosa la lupa, e a minor vicinanza non han cessato di fronteggiarlo ostili le altre due fiere; ‒ su quella oscurità che vien facendosi maggiore col declinare del giorno, e a Dante risveglia le paure della notte ivi passata con tanta pietà, si apre, per le parole di Virgilio, un lembo luminoso di cielo, e in quella luce di paradiso si annunzia Beatrice:
anima fia....
Ma Virgilio ne parla come ne può parlare un reietto:
anima... a ciò di me più degna...
La coscienza del suo paganesimo ha sonato dolorosamente nella parola di lui fin da quando si è fatto conoscere siccome uno de’ vissuti al tempo degli Dei falsi e bugiardi. Ora la nota è anche più dolorosa.
Se Dante vorrà salire al cielo (e lo vorrà, mediante una, lungo il viaggio, graduale conformazione della volontà propria a quella di Dio),
anima fia a ciò di me più degna
(è Virgilio che sente, per quanto grandissimo, la sua inferiorità dinanzi alla cristianità di quell’anima, ed è poi la Ragione, e la Sapienza antica delle cose umane, che s’inchinano alla Scienza delle cose divine o Teologia razionale, alla Fede);
con lei ti lascerò nel mio partire:
Virgilio che ha da Beatrice (come nel canto secondo egli stesso narrerà a Dante) l’ufficio pio di condurre Dante traverso al viaggio contemplativo di inferno e purgatorio, sino a lei che lo solleverà alle più sublimi visioni paradisiache; Virgilio, dopo avere operato secondo le prescrizioni e le intenzioni di lei, si ritrarrà al discendere di Beatrice dal cielo nel paradiso terrestre: e il suo ritrarsi, anzi sparire, ma lasciandolo, con lei (parola piena di affetto), sarà colassù pianto filialmente da Dante, come qui è da Virgilio stesso prenunziato con accorato sentimento della propria indegnità a condurre Dante più oltre, più in alto, sino alla beatificante visione di Dio:
che quell’imperador che lassù regna,
perch’io fui ribellante alla sua legge,
(cioè uno di quelli, pur virtuosi, che non adorâr debitamente Dio; e che vissuti innanzi Cristo, non appartennero all’antica legge dei « credenti in Cristo venturo »: e questi ribellanti a cotesta legge, se virtuosi, stanno relegati in un recesso, luminoso del limbo)
non vuol che in sua città per me si vegna.
In tutte parti impera, e quivi regge,
(frasario che il Poeta imperialista pensatamente appulcra intorno a questa quasi gerarchia intrinseca della onnipotenza di Dio: Signore dell’universo, e reggitore del cielo; quasi a esemplare di ciò che quaggiù l’Imperatore del mondo e Re dei Romani)
quivi è la sua cittade
(la «Roma onde Cristo è Romano»)
e l’alto seggio
(la residenza):
o felice
(e qui la voce di Virgilio finisce in un sospiro)
o felice colui cu’ivi elegge!
Breve, e con affetto già filiale verso il suo salvatore, e di sé fin d’ora rincorato, risponde Dante :
Ed io a lui: Poeta,
(quello che poi nel viaggio chiamerà coi più dolcinomi di « guida, duce, maestro, padre », qui è, nella primitiva maestà in che gli si è rivelato, « il Poeta »)
io ti richeggio,
per quello Dio che tu non conoscesti
(questo pregarlo per lo Dio non conosciuto quanto solo può essere, una pur comunanza cristiana fra essi due),
acciò ch’io fugga questo male
(la selva, o la lupa che ve lo ricaccia)
e peggio,
(cioè che il pericolo attuale divenga danno irreparabile, che io, ora pericolante, mi perda)
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io vegga la porta di san Pietro
(quella dell’eternità beata, di cui san Pietro ha, così del purgatorio, come del paradiso, le chiavi),
e color che tu fai
(rappresenti a me)
cotanto mesti
(gli spiriti dolenti)
Allor si mosse, ed io gli tenni dietro.
E s’incammina, retrocedendo, per entro la selva (« entrai per lo cammino alto e Silvestro », come dirà in fine del canto seguente), poiché dalla selva è la via verso l’inferno. Retrocede verso la selva e verso l’inferno. Ma questa volta Dante non la percorrerà, la selva, come lo smarrito della gran valle della vita: non precipiterà nell’Inferno, ma lo viaggerà dominandolo. È secolui Ragione e Sapienza, e i suoi passi sono rivolti per vie, ardue e malagevoli ma sicure, di salvazione e di trionfo.
In questa aspirazione all’alto e al bene, e alle vittorie della parte nostra migliore sulla difettiva e peccante, e al trionfo dell’uomo in Dio, ultimo termine di tuttociò che è; sta la perpetua grandezza della poesia dantesca. La forma, inimitabilmente appropriata, le aggiunge: ma il suo mirabile è ch’ella ha viva sostanza di pensiero e sentimento umani. Ispirata dall’amore e dal dolore, negli occhi e sulla tomba d’una donna educata nei contrasti della vita pubblica e nelle agonie dell’esilio; nutrita del succo vigoroso dell’antico sapere, contemperato al sentimento cristiano, la poesia di Dante risponde, e risponderà sempre, a quanto di più nobile possa di sé promettere la poesia umana all’intelletto ed al cuore.
Sull’inizio di questa lettura del testo in Roma, che ho inaugurata con animo compreso di trepida reverenza verso il Poeta nel quale da sei secoli l’Italia nostra è lei; e verso le due città latine, nella civiltà moderna gloriosamente congiunte, Roma madre e Firenze che il medioevo consacrò « nobile figliuola di Roma »; il mio pensiero si volge, o Signori, a quei simboli radiosi, che dalla Selva del peccato alla Rosa della beatitudine segnano come la traccia dell’ascensione ideale del Poeta e, in lui, dell’uomo: Virgilio, Catone, Matelda, Beatrice, e la « donna gentile del cielo » Maria. Virgilio: il mondo antico, e Roma predestinato italico seggio delle due autorità ‒ Catone: la libertà virtuosa ‒ Matelda: la vita attiva virtuosa ‒ Beatrice: l’amore e la contemplazione ‒ Maria: la consacrazione del divino nell’umanità. A questi ideali sublimi è ordinato il Poema che Dante ben potè chiamar sacro. Al quale è gloria d’Italia che siano, di secolo in secolo della storia nostra, rimaste congiunte le ragioni supreme dell’idioma pel quale siamo nazione; e le aspirazioni di questa più vigorose verso il diritto suo e la civiltà universale.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita. 3
E quanto a dir qual era cosa dura
questa selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinnova la paura, 6
tanto è amara che poco è più morte:
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò dell’altre cose ch’io v’ho scorte. 9
I’ non so ben ridir com’io v’entrai;
tant’ era pien di sonno in su quel punto,
che la verace via abbandonai. 12
Ma poi ch’io fui al piè d’un colle giunto,
là ove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15
guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta,
che mena dritto altrui per ogni calle. 18
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’ era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21
E come quei, che con lena affannata
uscito fuor del pelago alla riva,
si volge all’acqua perigliosa, e guata; 24
così l’animo mio, che ancor fuggiva,
si volse indietro a rimirar lo passo,
che non lasciò giammai persona viva. 27
Poi ch’éi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che il piè fermo sempre era il più basso. 30
Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel maculato era coperta; 33
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi impediva tanto il mio cammino,
ch’io fui per ritornar più volte volto. 36
Tempo era dal principio del mattino;
e ’l sol montava in su con quelle stelle
ch’eran con lui, quando l’Amor divino 39
mosse da prima quelle cose belle;
sí che a bene sperar m’era cagione
di quella fera alla gaietta pelle 42
l’ora del tempo, e la dolce stagione:
ma non sí, che paura non mi desse
la vista, che mi apparve, d’un leone. 45
Questi parea che contra me venesse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sí che parea che l’aer ne temesse. 48
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca nella sua magrezza,
e molte genti fe’ già viver grame, 51
questa, mi porse tanto di gravezza
con la paura, ch’ uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza dell’altezza. 54
E quale è quei che volentieri acquista,
e giugne il tempo che perder lo face,
che in tutt’i suoi pensier piange e s’attrista 57
tal mi fece la bestia senza pace,
che venendomi incontro a poco a poco,
mi ripingeva là dove il sol tace. 60
Mentre ch’io rovinava in basso loco,
dinanzi agli occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63
Quand’ i’ vidi costui nel gran diserto,
Miserere di me, gridai a lui,
qual che tu sii, od ombra o uomo certo. 66
Risposemi: Non uomo; uomo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
e mantovani per patria ambedui. 69
Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto il buono Augusto,
al tempo degli dei falsi e bugiardi. 72
Poeta, fui; e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise, che venne da Troia
poi che il superbo Ilïon fu combusto. 75
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte,
ch’è principio e cagion di tutta gioia? 78
Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonte
che spande di parlar sí largo fiume?
Sí risposi lui con vergognosa fronte. 87
O degli altri poeti onore e lume,
vagliami il lungo studio e ’l grande amore.
che m’han fatto cercar lo tuo volume. 84
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
tu se’ solo colui da cui io tolsi
lo bello stile che m’ha fatto onore. 87
Vedi la bestia per cui io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. 90
A te convien tenere altro viaggio,
rispose poi che lagrimar mi vide,
se vuoi campar d’esto loco selvaggio: 93
che questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo impedisce che l’uccide; 96
ed ha natura si malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo il pasto ha più fame che pria. 99
Molti son gli animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che il Veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza e amore e virtute,
e sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 105
Di quell’umile Italia fia salute,
per cui morí la vergine Camilla,
Eurialo e Niso e Turno di ferute. 108
Questi la caccerà per ogni villa,
fin che l’avrà rimessa nell’inferno,
là onde invidia prima dipartilla. 111
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno,
che tu mi segui, ed io sarò tua guida:
e trarrotti di qui per luogo eterno, 114
ove udirai le disperate strida,
vedrai gli antichi spiriti dolenti.
che la seconda morte ciascun grida 117
e vederai Color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia alle beate genti: 120
alle qua’ poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò di me più degna;
con lei ti lascerò nel mio partire: 123
che quell’imperador che lassù regna,
perch’io fui ribellante alla sua legge,
non vuol che in sua città per me si vegna. 124
In tutte parti impera, e quivi regge,
quivi è la sua cittade e l’alto seggio:
o felice colui cu’ ivi elegge! 127
Ed io a lui: Poeta, io ti richieggio,
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, 130
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io vegga la porta di san Pietro,
e color che tu fai cotanto mesti. 133
Allor si mosse, ed io gli tenni dietro.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2010 |