Novella di una donna

che fu lisciata dal diavolo

scritta da frate

Filippo da Siena

Edizione di riferimento:

Novella di una donna che fu lisciata dal diavolo scritta da frate Filippo da Siena Tipografia di B. Canovetti Lucca 1859

Novella d’una donna de la città di Siena

che fu lisciata dal diavolo

Negli anni mille trecento vinti et due fu ne la città di Siena una nobile donna di nobile parentado, moglie d’uno richissimo scittadino il quale era molto grande in Comune, et amava questa sua donna molto fuore di misura. Undechè ciò ch’ella sapeva pensare o chiedare di robba, o drappi, o fregiature, o adornamenti d’oro o d’ariento o di perle, tutto pienamente l’aveva dal marito, tanto era el disordenato amore che il marito le portava. Era la detta donna mondanamente savia et accostumata, et onestissima del corpo suo, et l’era piacevole, et cortese fuor che a povari; et con Dio o con Santi poco s’impacciava. Et anco era dotata da Dio d’una gratia, cioè ch’ell’era quasi incredibile di bellezza, quale a molta gente sarebbe meglio che fussero più sozze ch’una berta, però che è cagione della loro dannatione, et dell’altrui. Undechè la detta donna launque ell’andava, o a feste o a prediche o a nozze, andava tanto lisciata et parata con tanti adornamenti et tanto disonestamente, che non tanto le menti debili et fragili che la vedevano, ma etiandio le menti salde et ferme molte n’ammollava, et corrompeva a libidine et mala concupiscentia verso di lei. Undechè la misera era esca e lacciuolo del diavolo a mandare l’anime allo ’nferno. Et così oggi molte misere fanno el somigliante, et anco aggiungono male sopra male: che le fanciulle loro, le quali debbono allevare ’n buoni atti et in buoni costumi et nel timore di Dio, allevano similmente impudiche et disoneste. E siccome alleno hanno male speso la vita loro en servigio del diavolo, così similemente si studiano d’allevare le figliuole. E anco molte volte per volere isforzare la natura, loro medesime et le figliuole loro, stando et faciendo stare tutto dì a ’nfracidare et ad ardarsi el ciaravello al sole, et così spesse volte sono micidiali di loro medesime et de le proprie figliuole.

Era in quel tempo la città di Siena in tanta pace et in tanta abbondantia d’ogni bene terreno, che quasi ogni dì di festa si facevano nella città enfinite nozze di donne novelle, a le quali la sopradetta misera era sempre ’nvitata perchè era molto famosa et sì per la sua bellezza, et sì perchè era di grande parentado, et sì che ’l marito era nel reggimento de la città un grande cittadino. Avvenne che la sopradetta misera vivendo et consumando la vita sua come detto è, una volta ’nfra l’altre dovendosi fare un corredo d’una donna novella nel quale fu[ron] envitate molte donne de la città, fra le quali fu envitata questa misera. Unde ella accettando et promettendo d’andarvi, avvenne che la sera dinanzi chiamò la sua cameriera et impose che la mattina all’alba dovesse andare a lei et portarle liscio et bambagello et certi unguenti odoriferi che al suo mestiero bisognava. Undechè la cameriera partendosi, disse che sarebbe fatto ciò ch’ella comandava et volentieri. Avvenne che la mattina in sul far prencipio dell’aurora el demonio dello ’nferno prese figura et forma della detta cameriera, et con quelle cose che gli bisognava a lisciarla n’andò a la camera de la sopra detta misera, et subitamente bussò l’uscio de la camera, dicendo ch’era la cameriera sua venuta per acconciarla. Unde la misera dicendo che si maravigliava perchè era venuta sì per tempo, et anco che gli unguenti ch’ella aveva arrecati non le parevano buoni al suo mestiero. Allora la cameriera rispose che non era sì per tempo come le pareva, et che gli unguenti erano finissimi, et che di ciò n’aveva chiara sperientia, et che sopra di lei si lassasse acconciare che l’acconciarebbe sì ch’ella apparebbe et sarebbe singolarmeute onorata in cospetto de la gente, et che di quello mestiero era perfetta maestra. Undechè la misera acconsentì, et lassossi acconciare a suo modo. Allora el diavolo la lisciò et l’addornò en qualunque modo gli piacque. E puoi la misera mirandosi ne lo specchio parvele essare maravigliosamente bella, et di ciò lodandola et ringraziandola che sì bene l’aveva acconcia. E puoi aprendo la finestra et mirando che otta fusse et vedendo che era per tempo, sì la riprese perchè v’era andata così tosto. Unde il demonio disse che bene era vero, ma che non se ne curasse, perocché l’acconciarebbe a sedere in sul letto en tal modo ch’ella si riposarebbe, et di ciò non avarebbe danno nessuno. Allora l'acconciò a sedere ’n sul letto, et copersela dietro a le spalle con un mantello foderato. E fatto questo, el diavolo disse ch’ella si riposasse che tosto verrebbero le donne per lei, et puoi subitamente si partì et tirò a se l’uscio de la camera. E, sendo el demonio partito, poco stette che gionse all’uscio la cameriera sua co’ le cose che bisognavano a quel mestiero, secondamente che l’era stato comandato. E bussando l’uscio de la camera la donna rispose chi era, et respondendo la cameriera che era venuta per acconciarla sì com’ ella aveva comandato la sera dinanzi. Undechè la donna di ciò maravigliandosi, et respondendole con remprocci dicendo: tu ci fusti testé, et hami acconcia: ora che vuoli, se’ tu impazzata come tu ti mostri? Allora la cameriera turbandosi, et dicendo: la mpazzata mi parete voi, perciò ch’io non ci fui più darsera in qua. Undechè la donna tremando, e scese del letto, et accese el lume a la lampana ch’aveva appiè el letto in una certa finestra, et disse a la cameriera: aspetta, che ti vengo a aprire. Poi andò col lume in mano, et aperse a la cameriera sua ch’aspettava all’uscio de la camera. E subitamente che la cameriera la vidde, fu ripiena di tanta paura che cadde subbito ’n terra tramortita; e la donna ciò vedendo, per la grande paura et terrore che l’era entrato addosso, gridò; a le quali grida trasse ’mprima el fante de la casa, et similemente vedendola, per la grande paura subbito tramortì Allora la donna emmaginandosi ciò ch’era ritornò dentro ne la camera, subitamente si lavò molto bene ’l viso. E benché quello colore per lo lavare si partisse, nondimeno rimase tanto escura che nullo era che potesse tenere gli occhi fissi a mirarla; et nullo era che per tutto il mondo si fosse voluto ritrovare a solo con lei in nessuna parte, tanto era la scurità, el terrore, et la puzza che del suo viso usciva. E secondamente che ridisse ’l fante et la cameriera che la viddero innanzi ch’ella si lavasse, ch’era tanto escura che certamente nulla creatura humana a solo o accompagnato l’arebbe guatata, che subitamente non fusse caduto in terra o morto o tramortito; E la misera lavato ch’ella s’ebbe ’l viso el meglio ch’ella potè, subbitamente si mirò ne lo specchio, et videsi tanto escura che sbalordì de la paura, et venne sì meno che quasi come morta cadde in terra. Allora traendo giù tutta la fameglia de la casa, et con molta paura et terrore la riposero en sul letto, et subitamente prendendola una febbre continua, en tal modo che la trasse di se medesima, el terzo dì miserabilmente passò di questa vita. Et le robbe sue che allora aveva in dosso, tanto era la puzza che n’esciva che mai per persona a nulla cosa si potero adoprare. Et li parenti suoi, temendo la vergogna mondana misero el corpo suo in una cassa, et impeciarla et conficcarla, dando scusa che se l'era rotta una posta, et però non volevano che si vedesse. Et a ciascuno che queste cose sapeva si posero in secreto, massimamente al fante et a la cameriera. Ma non permise Idio che al tutto si celasse: che prima el fante et la cameriera el dissono in secreto a certi loro amici, undechè puoi di boce in boce sì pure sparse per la città per tal modo, che molte si diero a spirito, et lassaro ogni liscio, et pompe, et vanità mondane. E’ parenti suoi, temendo la vergogna mondana, negavano vigorosamente che ciò non era vero, el demonio aitandoli a trarlo di capo a la gente. Et anco el fante et la cameriera en palese ’l negavano per paura de’ parenti, undechè in breve tempo si dimenticò, però che non metteva bene al demonio che queste cose si sapessero.

Sicché io frate Filippo da Siena de’ frati romitani di santo Augustino, vedendo che ’l sopra detto assempro era dimenticato quasi al tutto, et io essendo certificato da persone degne di fede, fra le quali ve n’ebbe una che l’udì da la sopradetta cameriera, l’ho voluto scrivare acciò che non rimanga dimenticato et Idio mel richiedesse puoi de le mie mani. Et le misere che commettono et fanno tutto dì simigli peccati et peggiori, per lo sopra detto assempro s’amendino et si corregano, sicché meritino d’avere la gloria celestiale; la quale ci conceda Idio per la sua pietà et misericordia, che è benedetto in secula seculorum. Amen.

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Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2010