Alessandro D’Ancona

La leggenda di Maometto in Occidente

Edizione di riferimento:

Studj di critica e storia letteraria, Zanichelli, Bologna 1912

Dagli Atti dell’Accad. dei Lincei serie IV, vol. IV, p. 111-267 (1888) e dal Giorn. Storico della Lett. Ital., XIII .1889 , p. 199 e segg.. con aggiunte.

La leggenda di Maometto in Occidente

I.

Nell’antico rifacimento in versi italiani del Tesoro di Brunetto Latini, [1] che probabilmente appartiene alla fine del XIII secolo, sotto brevità ma pur facendo una aggiunta al testo, si accenna per tal modo alle favole che corsero in Occidente fra le genti cristiane intorno al fondatore dell’Islamismo:

(159 r°) Poi li mise in errore Machumillo;

Ò udito dire che fue monaco e cardinale.

Che lui lasciò Eradio che dovesse predicare.

Era di vita el di spirito tanto,

Che Cristiani et Pagani l’adoravano per santo,

Et Pelagio era il suo nome;

Della casa della Colonna di Roma fue sua natione.

Ma il secondo versificatore del Tesoro, che compose l’opera sua nel 1310, maggiormente, com’è suo costume, si diffonde sulla vita e i fatti del Profeta, e così ne discorre:

(149 v°) Ò trovato e udito novellare

Ch’ Eradio lasciò oltre mare

Uno de’ Cardinali, romano,

Che predicasse [al popolo?] cristiano,

Ch’avea nome Pelasgio,

Monacho de la badia di San Damagio.

In quel tempo, come piacque a Dio.

El Papa ch’era allora si morio;

Pelagio adomandò a’ chardinali il papato.

E perchè lo domandò, nolli fue dato:

Che l’averebbe avuto,

Sì era a’ chardinali il fatto suo piaciuto;

E perciò, siccome gran dottore,

Rimase tutta quella gente in errore,

E avevavi adoperato tanto

Tutta la gente l’adorava per santo.

Egli era in ongni scientia perfetto,

E impuose[n]li nome Malchoumetto [2] :

È a dire, in eloquio romano :

Messo dell’alto Dio Sovrano. [3]

Ora un giorno ch’eran grandi le biade,

Pelagio chavalcava per le contrade

Con molta gente a sua compagnia.

Or avenne a una incrociata di via

Fecie ristare la gente.

E esso s’andò a purgare il ventre.

Nella ritornata molto piacente [4]

(Che ivi fossono, Pelagio nol sapea)

I porci li dierono addosso

E tutto lo ’nfransono la charne e llosso.

Et ebbe tardi il socorso,

Che una troia li diede di morso,

E gli altri porci l’aveano sì conchulchato

Che poco meno n’era ito il fiato.

Ma si aveva perduta la favella;

Per lo morso gli uscivano [5] le ciervella.

Ma innanzi che morisse,

Tutto acorto disse,

Che ’l batesimo avea [ch’] è lucerna [6]

D’ andare al rengno di vita eterna:

E perciò quelli che sono di quella corte

Quando s’aprosimano a la morte

Si fanno battezare,

E credonsi per quello cotale batesimo salvare

E perchè i porci Maometto attoiro

E ’n loro ydioma avea nome il porco Siro,

Statuirono et ordinarono comunemente

Che d’indi innanzi niuno di loro gente

Non manduchi della carne del ziro [7];

E chi lla manicasse, stabiliro

Che, sicome traditore e testimonio falso,

Che sanza rimedio dovesse essere uro.

E ’l corpo suo in Baldacha è tumulato

In uno avello di pietra et di ferro lavorato

Sotto uno avorio molto adorno;

Quattro colonne il sostengono intorno.

Che à rientro nel colmo della giuntura

Una pietra di chalamita pura.

Che vi sta come gemina in uno anello,

Che tiene inn’aria quello avello.

Qui dunque troviamo, compendiata tuttavia e mozza, anche nel secondo rifacimento, che pure è più diffuso, la leggenda occidentale sopra Maometto; intorno alla quale giustamente osservava il Renan, che una curiosa storia da farsi sarebbe questa appunto, del concetto che si fecero e lungamente mantennero le popolazioni cristiane sul fondatore dell’islamismo, sino al giorno in che la critica storica n’ebbe pienamente illustrata la vita. [8] Noi, sperando ch’altri più dotto nella materia e più esperto delle fonti a cui attingere, tratti a fondo quest’argomento, dell’ampia e complicata leggenda toccheremo almeno due punti, menzionati nei sopra riferiti testi: l’anteriore cristianità di Maometto e il modo della sua morte.

Facendo morire il profeta sbranato dai porci, la tradizione europea e cristiana non seguiva né trasformava nessuna relazione scritta od orale che venisse dall’Oriente, essendo concordi gli scrittori musulmani nel narrare che Maometto perisse di veleno; ma obbediva per tal modo ad un istinto di avversione contro il fondatore dell’ islamismo. Per quel ch’è, invece, dell’anteriore cristianità di Maometto, concorrevano a farla comunemente ammettere e il modo di sentire dei tempi e le tradizioni, non disformi in tutto dal vero, che dall’Oriente giungevano alle popolazioni occidentali. Le genti cristiane del medio evo non considerarono, nè potevano considerare l’Islamismo altrimenti che come una eresia, uno scisma; non videro nè potevano vedervi una religione nuova, che, venendo dopo il Giudaismo ed il Cristianesimo, doveva necessariamente tenere, come realmente tenne, dell’uno e dell’altro. Secondo la comune credenza, il Cristianesimo, unica religione di verità, era a suo tempo comparso nel mondo in adempimento d’immancabili promesse, come fede comune del genere umano; e a suo tempo avrebbe trionfato degli ultimi recalcitranti, che, non contando i pochi pervicaci giudei, raccoglievansi nella generale denominazione d’idolatri o pagani. Non essendovi perciò omai più che una religione, ogni novità di credenza diveniva necessariamente scissione dell’unità cristiana, prodotta, come qualsivoglia eresia, dall’orgoglio o da ignobili passioni, ad istigazione del diavolo, perpetuo nemico dell’uomo. L’islamismo adunque alle menti degli uomini dell’età di mezzo dovette naturalmente sembrare una delle tante aberrazioni dalla verità predicata da Cristo: uno dei tanti scismi che, già anche prima, aveano lacerato l’inconsutile veste: un episodio della guerra continua del re delle tenebre contro la vera fede introdotta da Cristo nel mondo: e i seguaci di Maometto, « haeresiarca potentior Arrio [9]», apparire come eretici e null’altro [10].

Se non che, se tale era il concetto che del maomettismo si formavano, e non potevano non formarsi, quelle antiche generazioni [11], vi erano anche innumerevoli e diffuse tradizioni, provenienti dai credenti stessi in Maometto, le quali confortavano siffatta opinione. Secondo tali racconti, un seguace di Cristo, un eremita avrebbe profetato l’opera di Maometto; non molto ci voleva poi, perchè colui diventasse iniziatore e maestro: e, via via procedendo, e talvolta i due personaggi confondendosi in uno, l’eremita salisse a patriarca, e il patriarca a cardinale; anzi, poco gli dovesse mancare per divenir Papa. Attratto dalla fiaba volgare in seno al cristianesimo. Maometto doveva avere, come tutti gli eretici che lo precedettero, un luogo eminente nella gerarchia. Ma l’origine e il punto di partenza di queste favole cristiane è nella tradizione musulmana, se non nella storia: e noi vogliamo appunto mostrare il nesso fra la leggenda occidentale e l’orientale, e seguire poi il naturale incremento ed ampliamento di quella fra le plebi europee nell’età di mezzo.

II.

Gli agiografi musulmani già di buon’ora introducono nella vita del loro legislatore un monaco [12] cristiano; e denominandolo più generalmente Bohayra o Bah)îrâ [13], o anche, come vedremo, Sergio, ne fanno un prenunziatore del profeta. Si sa che la tradizione musulmana è feracissima di racconti (hadit) intorno a Maometto; Bokhari, che visse nel secondo secolo dall’Egira, ne conosceva dugentomila, ma ne raccoglieva solo settemiladugentoventicinque, da lui tenuti per sinceri. Fra questi può mettersi, e non è rifiutata da parecchi biografi del profeta [14]. la tradizione dell’incontro di Maometto con Bohayra o Bahîrâ. Noi qui la riferiamo nella forma in che si trova in Ibn-Hiśâm [15], editore, come noi diremmo, della Vita del profeta (Sirât ar rasûl) di Ibn-Ish'âq (m. 768): e la traduzione del testo arabo ci fu fornita dalla cortesia del dotto amico Michele Amari.

Raccontato come Maometto fanciullo partì per la Siria col suo zio e tutore Abû T'âlib, in una carovana di mercatanti, Ibn-Ish'âq segue in questo tenore:

« Fermossi la carovana a Buśrà in Siria, ad un monastero, nel quale vivea un monaco per nome Bahîrâ (o Bohayra): uom dotto nella scienza cristiana: che ab immemorabili non era mai mancato in quel monastero un monaco, che possedesse la loro scienza, cavata, a quanto dicono, da un libro, che passava in eredità da superiore a superiore. Spesso la carovana erasi fermata in quel monastero, e Bahîrâ non aveva detto una parola a’ mercatanti, nè era andato loro incontro. Ma quest’anno, com’ei li vide adagiare presso il suo monastero, imbandì loro un gran desinare. Si crede ch’ei l’abbia fatto per qualche segno che vide; e dicono ch’egli dal monastero si accorse di una nuvola che facea ombra al Profeta, a lui solo fra tutta la carovana: e che, ferma che fu la carovana, e messasi sotto un albero, i rami di esso si accostavano l’uno all’altro per far ombra sul posto dove sedeva il Profeta. Bahîrâ allora mandò loro a dire: Io v’ho imbandito questo desinare, o signori Coreisciti, e voglio che tutti vi prendiate parte, giovani e vecchi, schiavi e liberi.

“Come va”, gli disse uno di loro, “o Bahîrâ, che oggi tu pensi a questo e non l’hai fatto mai le tante volte che siam venuti qui? che pensi tu oggi?”

“Hai ragione”, rispose il monaco: “ma oggi siete ospiti miei, e io bramo di farvi onore. Mangiate dunque tutti quanti.”

Allora si messero tutti a desinare, lasciando il Profeta là dov’era: e ciò per la sua fanciullezza, sicch’egli rimase sotto l’albero co’ cammelli. Ma Bahîrâ non vedendo in alcuno de’ convitati i segni a’ quali avea riconosciuto il Profeta:

“O signori Coreisciti, ripigliò, non va lasciato fuori dalla mia mensa niuno della brigata“.

Risposero:

“Non manca nessuno che possa presentarsi a te; soltanto un ragazzo, il più piccino, e però l’abbiam lasciato in disparte.”

“Oh no,” disse Bahirà, “chiamatelo, chiamatelo, e ch’ei segga a mensa con noi.”

E un coreiscita aggiunse:

“Sì per Allat o per ’Ozzah [16] sarebbe male di lasciare in disparte il figliuolo di ’Abd Allah ih Abd’ al Muttalib.”

E si volse a lui, lo prese in braccio e lo fe’ sedere cogli altri. Bahîrâ si messe fitto a guardarlo, e riconobbe nella sua persona alcuni segni, che egli aveva trovati nella descrizione del Profeta. D’onde, fornito il desinare e andati i commensali chi qua e chi là, Bahîrâ [preso in disparte il Profeta] gli disse:

“O giovane per Allat e per ’Ozzah, io ti chieggo che tu risponda alle mie domande.”

Ei disse così, perchè aveva sentita la gente della carovana giurare a quel modo. Or v’ha chi racconta che il Profeta rispose a Bahîrâ:

“Non mi scongiurare per Allah e per ’Ozzah, ma per Allah: io non ho mai profanato [Iddio] con codesti due nomi.”

Allora rispose Bahîrâ, “rispondimi per Allah!”

“Ebbene”, disse Maometto, “dimanda pure”.

« Lo interrogò circa alcuni fenomeni che gli avvenissero nel sonno, e delle immagini che gli si presentassero in mente, e d’ogni sua cosa, e Maometto gli raccontò tutto, in guisa che Bahîrâ si accertò della identità sua e alfine guardatogli il dorso, vi scoprì il suggello della profezia nel mezzo delle spalle. — Annota qui Ibn-Hiśâm che somigliava alla cicatrice d’una coppetta. — Ripiglia ibn Ish'âq che Bahîrâ, voltosi ad Abû T'âlib, gli domandò se quello fosse suo figliuolo, e rispostogli di sì, replicò: Non può essere: questo fanciullo non può avere padre vivente. Invero, disse Abû T'âlib, egli è figlio di un mio fratello. ‒ E del padre che n’è? — Morì lasciando la vedova incinta di questo bambino ‒ È il vero, disse allora Bahîrâ. Fa di ritornare con lui al suo paese e guardalo da’ Giudei, che, per Dio, se lo vedessero e sapessero di lui quel che so io, lo farebbero capitar male. Questo ragazzo avrà alto stato! Fa presto a ricondurlo al suo paese. E Abû T'âlib, fornite le sue faccende, ritornò presto alla Mecca. Secondo alcune tradizioni, si suppone che Zurair, Tammâm e Darîs, kitahii (uomini del libro, cioè Giudei, Cristiani o Sabii), avessero visto in quel viaggio gli stessi segni che Bahîrâ, e che fossero andati presso costui, ma che ci li abbia allontanati da Maometto, ricordando loro i comandamenti di Dio, e i segni che apparivano in Maometto. Dicesi ancora, che quei tre, andati presso Bahîrâ, non rimasero soddisfatti se non quando loro ebbe detta ogni cosa, e che allora si persuasero che fosse vero il suo giudizio, e andaron via ».

Così Ibn Ish'âq nell’ottavo secolo ci parla di Bahîrâ [17]; e quasi colle stesse sue parole la tradizione si ritrova due secoli dopo negli Annali del più illustre storiografo arabo, il Tabarî (m. 933). [18] Ma uscita dai confini dell’Arabia, noi la vediamo ben presto giungere e in Siria e in Mesopotamia: paesi in più strette e continue relazioni con Bisanzio, e perciò ottime e dirette vie alla propagazione di questa leggenda fra le genti cristiane.

La versione siriaca potrebbe, se non erriamo, esser rappresentata da due testi in cotesto idioma, che si conservano nella collezione Sachau della biblioteca di Berlino, e che furono fatti recentemente conoscere dal dott. Riccardo J. H. Gottheil di New-York. [19] Ambedue trovansi in copia moderna, ma evidentemente sono assai antichi, e i fatti menzionati nell’uno di essi ci porterebbero al nono secolo, ai tempi cioè di Hârun ar-Raśîd. L’un d’essi direbbesi di mano di un nestoriano, l’altro di un jacobita; ma il racconto parrebbe sostanzialmente appartenere, o per lo meno verrebbe appropriato a un Yesu’yab: forse quel Yesu’yab di Gadala che visse nel secolo settimo. [20] La versione jacobita è così intitolata: « Scrivo la storia di Rabbân Sargis, che è chiamato il Saraceno, Bahîrâ, e il Siro. Lo chiamano odiatore della croce, monaco che vive sul monto Sinai, e la storia di come insegnò a Maometto. Amen ». Il succo del racconto è questo. Cacciato dalla sua chiesa, per certe sue speciali opinioni sulla croce, Yesu’yab va in Yatrib (Medina) dove trova Bahîrâ (Sargîs), vecchissimo, che da oltre quarant’anni non aveva veduto cristiani, e che è grandemente lieto della sua venuta. Dopo sette giorni il vecchio muore, e un discepolo di lui, di nome Hakim, gli racconta le relazioni del monaco col Profeta. Dalla sua cella Sergio un giorno avea visto Maometto in una carovana, con un nembo di luce intorno al capo. Sergio gli predice la sua futura grandezza di riformatore religioso e gli inculca di dire che ricevette la sua dottrina dall’angelo Gabriele. Gli promette inoltre un libro, ch’egli dovrà attaccare alle corna d’una vacca: [21] raccolto poi il popolo, dirà aver ricevuto quel libro dal cielo.

La stessa immedesimazione di Bahîrâ con Sergio [22] troviamo in uno scrittore insigne del decimo secolo, cioè in Masûdi (900-950) di Bagdad. « Uno dei personaggi, così egli scrive, del fitrah (intervallo), fu, infine, Bohaîrâ il monaco. Era egli un cristiano zelante, il cui nome nei libri cristiani è Serdjes [23], e discendeva da Abd-el-Kaïs [24]. Quando il Profeta, in età di dodici anni, si recò in Siria per faccende di commercio collo zio Abû T'âlib, accompagnato da Abû-bekr e da Belâl, passarono innanzi la cella dove Bahîrâ viveva. Questi riconobbe il Profeta ai suoi lineamenti e a certi segni particolari, quali i suoi libri gli avevano rivelato, e scorse una nube, che circondavalo quand’ei posava. Fece scendere i viagggiatori, li ricevè con onore, e preparò loro un pasto. Uscì dalla sua cella per riconoscere il suggello della profezia fra le spalle del Profeta; pose la mano su cotesto segno e credette alla missione di lui. Rivelò poi a Abû-bekr e a Belâl ciò che doveva accadere a Maometto, che pregò di rinunziare al viaggio mettendo in guardia i suoi parenti contro le insidie dei Giudei e dei Cristiani. Abû T'âlib, lo zio del Profeta, avvisato di siffatti pericoli, ricondusse indietro il nipote ». [25]

III.

Cosiffatta è nella sua prima e più semplice forma la leggenda che l’Oriente [26] musulmano trasmetteva all’Occidente cristiano, e che chiesto avrebbe lentamente, ma costantemente trasformata. In essa abbiamo un eremita, un asceta, cristiano [27] ma eretico, e probabilmente, secondo la condizione de’ tempi e de’ luoghi, seguace di Nestorio, che prevede la futura grandezza del giovane coreiscita. Se non che, preannunziando egli la missione religiosa di Maometto, non vi prende parte alcuna: resta un disinteressato precursore, un mero privilegiato veggente. Già però nel testo siriaco, che è evidente scrittura di un settario cristiano, ei comincia a diventare, oltreché prenunziatore, cooperatore del Profeta.

Ma a poco a poco, anche presso alcuni scrittori musulmani noi vediamo attribuita maggior importanza a Bahîrâ. Narrano essi di un secondo viaggio di Maometto in Siria fatto in età più adulta, e quand’egli era già ai servigj di Cadiga (Hadîgah), la quale, fidando nella onestà e nella prudenza di lui, gli aveva affidato una quantità di merci da trafficare, e datogli per compagno Maysarah. Quando da costui ella seppe che due angeli proteggevano il capo di Maometto dai raggi del sole, [28] e ebbe veduto i vantaggi che il servo le aveva procurato nel mercatare, deliberò senz’altro di sceglierlo a marito. Ora, secondo tali scrittori, in questo secondo viaggio in Siria, Maometto, non più bambino ma uomo, si sarebbe imbattuto in Bahî[29]: e questi, dolente di vederlo prestar culto agli idoli, gli avrebbe comunicato la cognizione del vero Dio, e letto, inoltre, passi della legge, dei Salmi, degli Evangeli. [30] Altra menzione di Bahîrâ si trova presso alcuni commentatori del Corano, nel luogo dove si parla di ottanta uomini che accorsero in Medina al profeta, quand’egli già aveva cominciato la sua predicazione: fra quelli, e in mezzo a un maggior nucleo di abissini, vi sarebbe stato il rahîb Bahîrâ con altri sette sirj, fra i quali Zurair, Tammâm e Darîs. [31] Di queste tradizioni musulmane intorno a Bahîrâ passò in Occidente or la prima forma soltanto, or la seconda: or quella cioè che lo dava per un semplice veggente, or l’altra che lo dipingeva come maestro ed ispiratore di Maometto. E in quest’ultimo caso, Bahîrâ diventa il più spesso Sergio monaco eretico, che qualche autore arabo, come Ibn̒ Sad [32] chiama Nestorio, quasi personificando in lui la setta eretica cui apparteneva; e noi già abbiam visto che l’autore del libro siriaco e Masûdi conoscevano l’identità dei due personaggi di Bahîrâ e Sergio [33], e Masûdi cita gli autori cristiani che ricordavano Sergio. Già dunque dal decimo secolo la leggenda di Bahîrâ erasi largamente diffusa fuori dei paesi musulmani. Non però essa sola; ma insieme con essa anche quella che gli scrittori musulmani raccontavano intorno ad un altro asceta arabo: Varaka.

Varaka (Waraqah), figlio di Naufal, era uomo pieno dello spirito di Dio e desideroso di professarne il vero culto: scandalizzato perciò dell’adorazione prestata agli idoli ed alla pietra nera della Mecca. Già prima che Maometto principiasse la sua predicazione, egli aveva avuto un colloquio con alcuni amici, animati del suo stesso spirito, Otman, Obaydallab e Zayd, per provvedere insieme a toglier via l’errore e ricondurre gli arabi al vero. Ognun d’essi tentò proprie e diverse vie per raggiungere quest’alto fine: di Varaka si assevera che conoscesse l’ebraico, leggesse assiduamente il Vecchio e il Nuovo Testamento, finisse col farsi seguace del Vangelo, traducendone parte in arabo. [34] Quantunque più o meno cristianizzato, aveva ferma fede che ben presto dal seno stesso della sua gente dovesse sorgere un nuovo profeta. A lui, grave ormai d’anni e ricco di senno, ebbe ricorso Cadiga per sapere il vero circa le visioni che da qualche tempo agitavano Maometto, e nelle quali egli diceva mostrarglisi l’angelo Gabriele. Dei dubbj che tenevano così sospeso Maometto, tanto da credere alcuna volta di esser posseduto da maligni spiriti, sola Cadiga era partecipe: e mentre il profeta si ritirava sul monte Hira, cercando nella solitudine e nel silenzio di conoscere il vero su sè stesso, la fida moglie andava in persona [35] ad interrogare nel suo recesso Varaka, che era cugino suo. Il solitario la rassicurava, e le confermava che Maometto era l’atteso profeta [36].

Così, in sullo stesso nascere dell’islamismo, al punto della vita di Maometto quand’egli era ancora inconsapevole dei suoi destini e anche quando poi confuse voci lo chiamavano alla sua missione, la storia e la tradizione musulmana ponevano due solitarj, cristiani o semi-cristiani; l’un de’ quali non solo prevede quel che farà Maometto ma, secondo alcuni, anche lo ammaestra; e l’altro, distruggendone i dubbj, lo sospinge per la sua via. Dell’uno e dell’altro ebbero evidentemente contezza le genti occidentali [37] spesso anche confondendoli insieme; ma tanto bastava perchè scorgessero in Maometto il discepolo di un cristiano eretico, e poi, collo svolgersi della leggenda, facessero di Maometto stesso un apostata, e dell’Islamismo una corrotta diramazione del Cristianesimo.

Alla leggenda di Varaka si ricollega la più antica narrazione che di Maometto e de’ fatti suoi troviamo in scrittori non asiatici: vale a dire quella contenuta nella Chronographia di Teofane bizantino (751?-818). Ecco un sunto di ciò che Teofane scrive. Dopo aver raccontato che la morte di Maometto è imputabile a dieci Giudei, che in lui avevano dapprima scorto il Messia, e che poi vedendo che si cibava di carne vietata di cammello si eran ricreduti, ma erano rimasti presso di lui per far danno al cristianesimo, il cronista ripiglia di più addietro i fatti del Profeta; e fattane la genealogia, giunge alle nozze con Cadiga, proseguendo poi con queste parole: « Profectus autem in Palestina, cum Judaeis et Cristianis versabatur, et quædam de sacris eorum scriptis venatus est. Porro, cum morbo comitiali laboraret, uxor virum eo aliquando correptum animadvertens, gravem inde concepit dolorem; quod nobilis ipsa tali viro, non solum pauperi, sed etiam comitiali infirmitate affecto, conjuncta esset. Is autem eam delinire comminiscitur hujusmodi verbi: Angeli cognomento Gabrielis visio mihi manifestatur: cujus aspectum ipse ferre non valens, mentis deliquium patior, et concido. Illa, cum ad manum Monachum quemdam haberet, ob pravos in fidem sensus relegatum, et istic morari consuetum, hominem consuluit, cuncta viri secreta denunciavit, ac ipsius Angeli nomen. Is, cum mulieri rem plane persuasam vellet, dixit ei: Verum enunciavit: iste quippe Angelus ad omnes Prophetas destinatur. Ipsa itaque cæteris prior Pseudabbatis verbis credula, viro deinceps adhibuit fidem, ac inter alias feminas contribules eum Prophetam esse disseminavit etc. ». [38]

Sulle orme di Teofane procedono nelle loro narrazioni Anastasio bibliotecario (‒ m. prima dell’886), [39] Costantino Porfirogenita (905-959) [40], Gedreno (‒m. 1057) [41], Zonara (‒ m. 1130?) [42] ed altri, [43] salvochè i dieci Giudei non appariscono in essi come autori della strage di Maometto. Presso tutti questi autori, Varaka non è più, come nella tradizione orientale, un asceta arabo, alla cui mente, insieme con una confusa speranza di un nuovo messo di Dio, splendano più o men chiari alcuni dommi del cristianesimo; ma è un monaco esule, anzi cacciato dal suo convento per erronee dottrine, che, senza ragione apparente, conferma a Cadiga la missione celeste del marito. Andando innanzi vedremo che la ragione non mancherà: la leggenda svolgendosi logicamente, farà che per tal modo il monaco rejetto si vendichi della ricevuta offesa.

Quest’ulteriore svolgimento della leggenda di Varaka, presenta molta varietà; ma il più delle volte Varaka si confonde con Bahîrâ: non però col Bahîrâ mero prenunziatore, ma col Bahîrâ maestro ed istigatore di Maometto. Quando di tal personaggio si parla come di consigliere di Cadiga al momento in che si manifesa in Maometto il mal caduco e qual persuasore a lei della divina missione del marito, si ritrovano in lui i tratti essenziali di Varaka; laddove poi, quando dai racconti gli è attribuita tanta parte nella formazione del nuovo culto, e sopratutto quando se ne fa un cristiano, per quanto eterodosso, ei viene meglio a ragguagliarsi con Bahîrâ.

IV.

Cominciamo ad esaminare questa serie di leggende già iniziate nel racconto di Teofane, riferendo ciò che scrive l’abate Guiberto di Nogent (1052-1124). Trattando di Maometto, Guiberto evidentemente ignora quando precisamente egli vivesse, ma lo crede « parvae multum antiquitatis », perchè non trova nessun dottore della Chiesa che abbia scritto contro di lui; niuno si meraviglierà, dunque, se volendo parlarne, riferirà « quae a quibusdam disertioribus dici vulgo audierim ». Non è sicuro neanche del nome: ma « plebeja opinio » è che si chiamasse: «si bene eum exprimo, Mathomus ». Tra il fine dell’undecimo e il principiare del duodecimo secolo, il nome e la vita del fondatore dell’islamismo erano ormai, come si vede da quello che dice Giliberto, dominio della plebe, materia di popolare racconto; nè è perciò da meravigliarsi se al vero della storia si fosse così largamente mescolata, anzi sovrapposta, la favola.

Non so in qual tempo, prosegue Guiberto, morì un patriarca di Alessandria. Fra i suoi successori la voce pubblica indicava anche un eremita di quelle parti, ma quando si volle più addentro conoscerne le dottrine, si concluse che queste non erano rigorosamente conformi alla fede cattolica. Fu allora abbandonato anche dai suoi partigiani, sicché egli cominciò a pensare in qual modo potesse vendicarsi. Allora, l’antico nemico, vista l’opportunità, gli susurrò all’orecchio che ponesse mente ad un giovane di tali e tali fattezze, di tal e tal nome, che gli sarebbe occorso innanzi: lo istruisse nelle sue dottrine, e mentre ne avrebbe conforto all’ingiuria, conseguirebbe autorità maggiore di quella invano agognata. Il giovane si presentò, e fu amorevolmente accolto dall’eremita e da lui imbevuto delle sue ree credenze: e di povero che era fu fatto ricco, procurandogli il matrimonio con una ricca vedova, alla quale l’eremita aveva annunziato volerle dare in marito un profeta. Se non che, poco dopo le nozze apparve in Mathomus il mal caduco. La moglie, di ciò spaventata, ricorse al solitario, dicendogli preferire la morte al conjugio con uomo siffatto. Ma egli, astutissimo, cessa, o sciocca, le disse, di ascrivere ad obbrobrio ciò che è segno di gloria: non sai tu che, ogni qualvolta lo spirito profetico scende sull’uomo, non può questi resistere alla maestà divina che l’agita e scuote? Essa si lascia persuadere, e a poco a poco si sparge fra i popoli il grido che è sorto un nuovo profeta. Il quale intanto, consigliandosi col suo dottore, prepara la nuova legge, che a favore di chi la segua scioglierà i freni ad ogni turpitudine. Radunate le turbe, fattele per tre giorni digiunare, Mathomus annunzia loro che Dio manderà la nuova legge in modo insolito e meraviglioso. Aveva egli ammaestrato una vacca, dandole di sua mano il cibo, in modo che lui solo conoscesse, discernendolo fra tutti. [44] A lei legò fra le corna un libretto, e al terzo giorno essa uscì fuori da un nascondiglio, quasi prostrandoglisi. Il libro fu sciolto; e, letto alle avide turbe, venne da esse ricevuto con gaudio, per la licenza di costume che consacrava. Per questa perversa istituzione, che non solamente scusava i vizj della carne ma li imponeva come virtù, venne gran danno al Cristianesimo, dacché la nefanda dottrina si sparse fra breve in Affrica, in Egitto, in Etiopia, in Libia e sino in Spagna. [45]

Nè d’altronde che dalla tradizione orale, come Guiberto apertamente confessa, o da una forma assai simile a quella onde attingeva cotesto monaco di Nogent, e che sembra aver qualche relazione col libro di Yesu’yab, doveva trarre materia al poema su Maometto l’arcivescovo di Tours Ildeberto (1055-1133), se realmente è suo quel curioso componimento che va sotto il suo nome. Del quale tale è il sunto. Un ipocrita

... male devotus... baptismate lotus,

Plenus perfidia vixerat in Ecclesia,

Per magicus fraudes quaerens hominum sibi laudes,

Ut sua per studia corruat Ecclesia:

Quod dum celabat et caute dissimulabat,

Ceu lupus Ecclesiis sedit in insidiis. [46]

Questo monaco ipocrita [47] vorrebbe diventare patriarca di Gerusalemme: ma vi si oppone l’imperatore Teodosio, sì che fugge in Libia, dove, fingendosi buono e credente, entra nelle grazie del console. Si determina così in Ildeberto il teatro delle gesta di Maometto, che rimane ignoto nella narrazione di Giliberto. Servo del console di Libia è Mamuzio, [48] sul quale il monaco, o mago, che così è indistintamente chiamato, pone gli occhi pei suoi fini perversi, promettendogli di farlo console, se seguirà i suoi ordini. Il perfido fa per sua arte venire un morbo al console, ma poiché la malattia non riesce a spegnerlo, segretamente lo uccide. Tutti piangono la morte del buon signore: servi, monaci, clero. Poi induce la vedova a sposare Mamuzio, che per tal modo divien console. I due complici intanto, meditando altre imprese, nascondono in una caverna un torello, che solo dalle loro mani riceve il cibo, e solo essi vede e conosce. Muore nel frattempo il re di Libia

.    .    .    quo regnante pia floruit Ecclesia...

Africa moerebat, quasi pro se quisque dolebat.

Omnia christicola, miles et agricola.

I maggiorenti si adunano per eleggere un re; interviene anche Mamuzio e dice:

Nosco virum quemdam, non personam reverendam,

Sed contemptibilem, sed misero similem,

Et tamen est plenus hic religionis egenus.

Simplex et sapiens, quaeque futura sciens,

Et puto sermone sapientior esse Salomone,

Namque prophetia sunt sua consilia.

Iste requiratur ut judicet atque loquatur

Quid recti fiat, quid male conveniat.

Il consiglio è accettato, e si va a cercare il mago, che si fa molto pregare; poi si induce a venire, ma su un asino: more Domini. Prima però libera il toro e gli circonda la fronte di auree bende. Nel concilio dei maggiorenti così si esprime:

... de coelo vobis modo nota revelo.

Sensus et ista meus non dabit, immo Deus.

Digne regnabit taurum quicumque jugabit

Qui juga non tulerit, ferreque nescierit.

Il toro sciolto scorre il paese infuriando e uccidendo: ma arrivato presso a Mamuzio

Ore manus lambit, dominumque frequentius ambit,

Quem sicut voluit Mahometus tenuit.

Esso gli pone il giogo, e fra le corna del toro si legge :

Hunc Deus elegit cui me servire coegit.

E così Mamuzio o Maometto, benchè fingasi reluttante, è fatto re. Ma il mago gli promette di levarlo ancor più alto, se vorrà mutar le leggi del Vangelo, in specie quelle contro la carne:

Ut modo sit licitum quicquid erat velitum...

Ergo fac liceant omnia quae libeant...

Ut quicquid libeat, hoc etiam liceat.

Maometto acconsente; e il popolo, lieto di libertà siffatta, accetta la nuova legge:

O mens confusa, magico male dogmate lusa!

O socianda feris, o miseranda, peris!

Libera sum, dicis: libertas haec inimicis

Nostris eveniat, nosque, precor, fugiat!

Venere diventa il Dio dell’Affrica: ogni peccato di carne, adulterio, stupro, concubinato, incesto, divien lecito. Solo pochi rifiutano la nuova fede, e vengono uccisi se non fuggano presto nei deserti e nelle selve. Ma Dio manda a Maometto l’epilessia; e il mago inventa che ciò è segno di celeste protezione, e che durante gli assalti del male, quegli è rapito in cielo. Maometto conferma questa credenza :

Cum velut amentem me cernitis atque dolentem,

In coelum rapior et minime patior:

e al popolo annunzia l’avvenire glorioso della nuova religione. Ma una mattina, essendo uscito solo per preparar nuovi dogmi, è colto dal male:

Et cadit exanguis, torpens quasi perfidus anguis.

Sic absente mago, tenet hunc dum mortis imago,

Accurruere sues digna repente lues ;

Qui rapidus sic grex quasi spernens quod foret hic rex,

Totus in hunc properat, et miserum lacerat.

Ac vitae reliquum quod adhuc sustentat iniquum

Exhaurit leviter, ille gemit graviter;

Et tandem moritur, morienti Styx aperitur

Et stygius latro vertitur in barathro.

Et quia damnavit animas et corpora stravit,

Nil parcens animae, corporibus minime,

Nunc ipsum porcus, animam depascit et Orcus

Et sordis propriae vertitur in sanie.

Il mago vede la strage, ed al venir suo i porci fuggono. Egli si fa cuore, coll’esempio di Priamo:

.     .     .  quando pater Hectora flebat

Nunquid ei lacrymae profuerunt? minime!

Ne ricompone le membra su un letto ed empie la stanza di balsami: poi convocato il popolo, gli racconta ciò che avvenne, asseverando Dio aver ciò permesso per mostrare la viltà della nostra carne, e solo l’anima poter esser salvata seguendo i precetti di Maometto. Aggiunge il precetto di astenersi dalla carne porcina:

Ex hoc gens illa, contempta carne suilla,

Pollatum credit de sue quisquis edit.

Et quia porcorum grex regem rosit eorum.

Fida superstitio venit ab hoc odio.

Il mago fa preparare un magnifico sepolcro, scrivendoci sopra:

Hic bene quod peritur, per Mahumet dabitur.

La calamita tiene sospeso il tumulo in aria, con gran meraviglia del popolo:

Ergo rudes populi prodigium tumuli

Postquam viderunt, rem pro signo tenuerunt,

Credentes miseri per Mahumet fieri.

Pondere res plena quod pendeat absque catena,

Nec sit pendiculum quod teneat tumulum.

Haec ubi viderunt stulti Mahomet coluerunt,

Gente quod in Lybica fecerat ars magica,

Hactenus errorum quia causas diximus horum,

Musa manum teneat, et Mahumet pereat. [49]

Passiamo ad altro poema. Di quel maomettano convertito, dalla cui voce Waltherius o Gualterius, per mezzo dell’abate Varnerio professa di sapere ciò ch’egli riferisce su Maometto, non so se debba tenersi quel conto in che si tiene l’arcivescovo Turpino, invocato dagli autori di romanzi cavallereschi come testimone o narratore delle stranezze da essi raccontate. Tuttavia Waltherius potrebbe ben essere un Galterius di Gompiègne, monaco di Marmoutiers, che si sa esser vissuto nel secolo XII; e Warnerius, che dal maomettano convertito, per mezzo di un « clericus Senonum magnus in Ecclesia », avrebbe avuto i ragguagli poi trasmessi al poeta claustrale, potrebbe anch’esso identificarsi con un abate di Marmoutiers morto nel 1155. Ragguagliato con quello di Ildeberto, il poema di Waltherius ha con esso talune rassomiglianze come anche talune dissomiglianze, che ora vedremo; ma si ricongiunge in complesso colla tradizione, che il poema di Ildeberto doveva avere in certi punti capitali più stabilmente determinata e fatta comune. Ed anche qui ritroviamo Varaka, sebbene la parte sua non si restringa, come nella leggenda orientale, ai conforti largiti a Cadiga, ma si allarghi così da farne il maligno ispiratore di Maometto.

Il sunto che diamo anche di questo poema varrà meglio a determinare le modificazioni della leggenda orientale fra i volghi cristiani di occidente.

Illis temporibus et in illis partibus unus

Vir fuit, egregii nominis et meriti,

Conversans solus inter montana, rogansque

Pro se, pro populo, nocte dieque Deum.

More prophetarum gnarus prænosse futura,

Totus mente polo, carne retentus humo. [50]

A lui come ad uomo « Christi doctum legibus ac fide », venivano da ogni parte per consigli; e a lui si presentò anche Maometto, servo di un ricco e nobil signore. Il sant’uomo appena lo scorse, conobbe ch’era posseduto dal demonio, e si fece il segno della croce. Maometto gli si gettò ai piedi, ma l’eremita gli rispose:

... Vere possessio dæmonis es tu;

Lex sacra, sacra fides, te tribulante, ruet.

Maometto giura piuttosto voler essere arso, che produrre tale jattura; ma il santo uomo lo scaccia, ed egli si allontana rivolgendo in mente le cose predettegli; senonchè il demonio

Ducebat eum quocumque volebat.

Intanto muore il suo signore; e la vedova, dopo qualche tempo, si volge a lui per consiglio sul nuovo marito da prendere: egli piglia tempo a rispondere, e dopo otto giorni le si presenta:

Rhetoricosque suis verbis miscendo colores,

Cum domina tamquam Tullius alter agit,

e la trae a presceglier lui; e colla sua astuzia fa in modo che anche i « proceres » eccitino la vedova a sposare il fedel servo :

Præsentant proceres Machometum, suscipit illa.

De servo liber protinus efficitur.

Ma in mezzo alla festa delle nozze, Maometto è colto dal mal caduco. La sposa fugge nel talamo e vi si chiude: egli cerca invano di blandirla; finalmente le dice :

Quod me sperasti nuper tormenta tulisse,

Nulla fuit morbi passio, crede mihi:

De cælo virtus in me descendit, et illam

Immensam fragilis ferre nequivit homo.

E aggiunge che nel cadere gli apparve l’angelo Gabriele, che gli spiegò come fu istituita la legge di Cristo, la quale ora, essendo il mondo corrotto, è voler di Dio si corregga, rendendone più facile l’osservanza:

Legis onus minuet, tollet baptisma, decemque

Uxores unus ducere vir poterit.

Scribere mandavit Deus haec mihi per Gabrielem,

Cætera jussurus tempore quaeque suo.

His mihi de causis, Gabrielo superveniente,

Sicut vidisti, concido, spumo, tremo.

Ma la moglie irritata non vuol prestargli fede, ed egli così le replica:

.   .   . Ut credas profero testem,

De cujus dictis sit dubitare nefas.

Nos omnes scimus quod in isto monte propinquo

Est quidam magni nominis et meriti.

Vada a consultarlo, e saprà il vero. Essa accoglie tal proposta, e dice che vi andrà domani; ma Maometto ci va subito, e dapprima ricorda all’eremita ciò ch’egli tre o quattro anni innanzi gli aveva profetato sui danni che apporterebbe alla fede cristiana ed ai credenti. Se vorrà fare ciò ch’ei proporrà, si salveranno lui e il suo tempio e i discepoli che lo circondano:

Et miserante Deo, modico de semine posset

Christi cullorum surgere magna seges.

Il sant’uomo acconsente, purché non gli chieda nulla di contrario alla fede; e Maometto :

... Christi contraria multa videntur

Quae dispensanter sæpe licet fieri.

Del resto, ciò ch’ei chiede, è che confermi quello che ha asserito alla moglie :

Tunc sanctus, Christi plusquam sua commoda pensans,

Dicere promittit quae Machomes inonuit. [51]

La sposa ingannata crede ciò che il solitario le assevera e lo rivela ad altre donne, e queste ai mariti. Allora Maometto scava dei ripostigli ove pone latte e miele, e nasconde in una caverna un bianco vitello, che ivi cresce prendendo da lui solo il cibo. Le genti sono da lui convocate, perchè si riveli ad esse la volontà di Dio: tutti del resto desiderando che qualche segno celeste dimostri voler Dio stesso ammorbidire il rigor della legge. Maometto astutamente dà la via alle due fosse, e ne sgorgano fiumi di latte e miele, presagio della dolcezza che governerà il mondo. Il vitello, che sente la voce di Maometto, rompe i vincoli e corre ai suoi piedi: esso ha fra le corna un breve, dove è scritta la nuova legge: che cioè al battesimo sia sostituita la circoncisione, e che ogni uomo possa aver dieci mogli. Tutti credono in Maometto, e la sua potenza si amplia per nuovi seguaci. Quando poi muore, il suo corpo è posto in un’arca sospesa: e la Mecca è il luogo ove, non senza ragione, è sepolto:

Nam Machomes immonditiæ totius amator

Mœchiam docuit, mœchus et ipse fuit. [52]

Dopo esserci così a lungo intrattenuti su questo poema, sarebbe superflua ogni parola intorno alla traduzione che in francese ne fu fatta nel 1258 da Alessandro Da Pont [53]. Egli stesso cita per sua fonte (« mon exemplaire »: vv. 1159, 1161), il poema di Gautier (= Walther), che ne aveva ricevuto notizia dall’abate Gravier (= Guarnier = Warnerius), il quale si riferiva a ciò che Diudonnés, maomettano battezzato, aveva già raccontato al canonico Adans, suo signore, di Sens in Borgogna. La rispondenza fra il Roman de Mahomet e il suo originale è strettissima: salvo che, come osserva l’ultimo editore di quello, [54] ben si avverte che il poema latino è opera di un ecclesiastico, e il francese di un laico, che ha famigliare la materia cavalleresca.

V.

Mentre in molta parte d’Europa correvano su Maometto queste fiabe, e si diramavano ampiamente col mezzo delle scritture, da altri cercavasi di schiuder più pure fonti, tornando direttamente alla tradizione musulmana. [55] Questo tentò fare Pietro il Venerabile, abate di Cluny (‒ m. 1156), che nel 1143, [56] coll’aiuto di un saraceno di nome Mahumet, e di alcuni dotti cristiani, che studiavano in Spagna presso un astrologo: cioè Roberto Recensis (al. Recenensis e Retenensis), Ermanno dalmata, Pietro di Toledo, cui si aggiunse Pietro notaio, tradusse in latino il Corano, più una biografia del profeta e un dialogo fra un cristiano ed un maomettano (Disputatio Christiana eruditissimi et Saraceni sodalis ipsius), di tali materiali giovandosi a comporre quattro libri Contra sectam sive haeresim Saracenorum, nonché una Summula brevis contra haereses et sectam diabolicae fraudis Saracenorum, inviando ogni cosa con una sua Epistola a Bernardo abate di Chiaravalle [57].

Prima di esporre ciò che narra Pier di Cluny, giova notare che il nome che ricorre nella sua narrazione accanto a quello di Maometto, e dopo di lui più costantemente in molte altre, è quello di Sergio. Ma Sergio non corrisponde, come il monaco delle fiabe sinora esaminate, a Varaka, sibbene a Bahîrâ: non però, lo ripetiamo, al Bahîrâ veggente, che scoprì i destini di Maometto fanciullo, ma al Bahîrâ eretico nestoriano, in che Maometto si sarebbe, come vedemmo, imbattuto in un secondo viaggio in Siria. Già nel libro di Yesu’yab ed in Masûdi abbiam potuto notare l’identità di Bahîrâ con Sergio: vedremo, andando innanzi, che Sergio è identico con altri personaggi di diverso nome, ma che tutti rappresentano nelle leggende su Maometto la parte qui a Sergio attribuita.

Intanto in queste narrazioni sempre più apparisce la ferma credenza diffusa fra le genti dell’età media che l’islamismo fosse una eresia cristiana, e Maometto un perverso strumento di scisma in mano di un malvagio apostata inviperito, e operante per diabolica insufflazione [58]. Or qui è opportuho soffermarci più specialmente su siffatto modo di considerare cotesto grand’avvenimento storico, necessariamente proprio a quelle genti e a quella età. Che molta parte delle due anteriori religioni monoteistiche trapassasse nel maomettismo, è cosa ben naturale; nè gli scrittori musulmani tacciono o dissimulano le relazioni che il profeta ebbe con cristiani [59] e con giudei. [60] Ma laddove per i credenti nel Corano ciò che in questo si conserva delle leggi di Mosè e di Cristo è prova della verità della legge nuova, venuta a compiere, correggere, rettificare, perfezionare le antecedenti: ai cristiani invece, le rassomiglianze del Corano coll’Evangelio dovevano sembrare furti e plagj sacrileghi, e chi aveva a Maometto comunicato le dottrine di Cristo, apparire un malvagio eretico, un perfido apostata, che, mescolando il vero al falso, per orgoglio o per vendetta, strappava dal grembo della Chiesa nazioni che già vi posavano, o che un giorno immancabilmente vi sarebbero accolte.

Ed è pur da notare che la gran parte attribuita da Pier di Cluny e da altri ai Giudei nelle fallacie maomettane, corrisponde non tanto forse a una reale ma confusa notizia storica [61], attinta a fonti arabe, quanto ad un nuovo impeto d’odio e furore di persecuzione, che a que’ tempi appunto arse in Occidente contro i Giudei [62].

Pietro di Cluny narra adunque [63] che Satana stesso congiunse insieme Maometto e Sergio monaco, seguace dell’eretico Nestorio, espulso dalla Chiesa e venuto nelle parti di Arabia. Sergio porse a Maometto ciò che appunto gli mancava, comunicandogli notizia del vecchio e del nuovo Testamento, giusta però la interpretazione di Nestorio, che negava Cristo esser Dio; e aggiungendo poi alcune favole tolte dai libri apocrifi, fece del suo discepolo un vero cristiano nestoriano. Ma perchè nulla mancasse alla iniquità di Maometto e alla perdizione di lui e de’ seguaci suoi, all’eretico si aggiunsero alcuni Giudei, anch’essi adoperandosi con le favole che gl’insinuarono, a far sì che Maometto non fosse un vero cristiano. Così, istruito da ottimi maestri giudei ed eretici, Maometto compose il suo Alcorano, intessuto di favole giudaiche e di eretiche nenie [64].

Questa biografia di Maometto, della quale il primo nucleo parrebbe appartenere ai mutazeliti, seguaci eterodossi del Profeta, cui poi i Cristiani avrebbero aggiunta la satanica insufflazione, e gli uni e gli altri data tanta parte alla comune avversione contro i Giudei, doveva ormai nel duodecimo secolo essere assai diffusa in Oriente, e su per giù la ritroviamo anche in una scrittura mandata da frati laggiù peregrinanti. Narra invero Matteo Paris (1195-1359) che circa il 1336 [65] dalle parti d’Oriente pervenne a Papa Gregorio IX una lettera di Predicatori colà inviati, la quale giunse a notizia di molti, desiderosi di conoscere i fatti di Maometto falso profeta, in essa descritti. Ciò che il cronista qui riferisce e che meglio andrebbe, ei dice, all’anno 623, è o il documento stesso, o un estratto fedele del medesimo [66]. In questo scritto, Maometto, figlio di Abdimenef, nipote di Hebenabecalip e marito di Adige, figlia di Hulait, è rappresentato come un insigne predone di strada, rifugiatosi a Macta, dove le genti erano parte giudee, parte idolatre. Già innanzi aveva cominciato a predicare una nuova religione, rifiutandosi però a far miracoli. A poco a poco ebbe molti seguaci, principalmente allorché fu nota la libertà di costume ch’egli permetteva, perchè le genti stimavano troppo aspra la castità imposta dal cristianesimo. Ma la causa principale per la quale prevalse la legge di Maometto, dicesi esser stato un monaco già cristianissimo, di nome Solio (o Sergio), che, scomunicato per eresia, era stato espulso da ogni chiesa di Dio. Questi, desideroso di vendicarsi contro i cristiani, si condusse al luogo che dicesi Thenme, e di là al deserto di Malsa, ove trovò uomini di due religioni: la parte maggiore era ebrea, la minore adorava gli idoli. Ivi insieme si congiunsero quel monaco apostata e il suocero di Maometto, e divennero amici. Il monaco mutò il suo nome e si fece chiamare Nestorio. Insegnò a Maometto molti oracoli e testimonianze del vecchio e del nuovo Testamento e dei profeti, e collegò il tutto astutamente a confermare co’ suoi errori la nuova legge: e così con l’aiuto e le suggestioni di costoro, quel seduttore cominciò ad essere esaltato su tutte le tribù. Erano invero uomini rozzi, incolti e semplici, facili ad esser sedotti, e carnali [67].

Con Jacopo di Vitry (‒ m. 1244) siamo sempre a Sergio: modificatone però il nome non più in Solio, ma in Sosio, forse solo per colpa di menanti. Secondo questo storico, il diavolo provvide di maestri e di cooperatori Maometto, di per sè rude e illetterato. Primo dunque, fu un monaco apostata ed eretico, di nome Sosio, il quale pubblicamente convinto a Roma d’eresia e condannato, espulso com’era da ogni consorzio con fedeli, fuggì in Arabia cupido di vendetta. Messosi poi d’accordo con un giudeo, istigò Maometto a farsi profeta, e d’altra parte persuase il popolo a credere in lui, che con siffatti aiuti accozzò insieme dal vecchio e dal nuovo Testamento la nuova legge, introducendovi di proprio ciò che il diavolo stesso gli suggeriva. [68]

Grande autorità e diffusione ebbe a quei tempi la cronaca di Martin Polono (‒ m. 1274), che non differisce guari dai sopracitati nel narrare, agli anni 616-618, la vita e i fatti di Maometto. Ei fu mago, dice il cronista, pseudo-profeta e capo di ladroni. Ad ingannare il popolo era istruito da un certo monaco apostata, di nome Sergio. La legge di Maometto, che, dettante il diavolo col mezzo dell’apostata monaco Sergio, i saraceni possiedono scritta in arabo, fu fondata e si mantiene colla spada. [69]

Ma molto più sull’argomento si diffonde Vincenzo Bellovacense (1210?‒1270?), il famoso scrittore enciclopedico del decimo terzo secolo. Egli segue pel suo racconto tre fonti diverse: la prima delle quali è da lui stesso additata (l. XXIII, cap. 39) nella Cronaca di Ugo Floriacense: autore che esplicitamente professa attenersi in questa materia ad Anastasio bibliotecario [70]; ma detto dell’arte negromantica di Maometto e del suo matrimonio con Gadiga (più sotto mutata in Adige) e della successiva epilessia, niuna menzione fa egli di Sergio. Poi (cap. 40) passa a giovarsi del Libellus in partibus transmarinis de Machometi fallaciis, ricavandone la nota storiella della vacca, dei ricettacoli di latte e miele, oltre quella della colomba ammaestrata a beccare nell’orecchio di Maometto e da lui fatta credere lo Spirito Santo: e se non erriamo, essa comparisce qui per la prima volta nelle leggende occidentali [71]. Ma subito dopo, Vincenzo abbandona questa scorta, per seguire invece, senza più staccarsene fino alla fine (cap. 41-67), la Disputatio cujusdam Saraceni et cujusdam Cristiani de Arabia, super lege Saracinorum et fide christianorum inter se, nella traduzione di Pier Cluniacense, [72] dalla quale toglie che Sergio monaco, avendo gravemente peccato nel suo monastero, e perciò essendo stato scomunicato od espulso, capitò nella regione di Cubenne [73], e indi discendendo fino alla Mecca, dove erano due popoli, uno cultore degli idoli, l’altro giudeo, ivi trovò Maometto che adorava gli idoli; e volendo far qualche cosa per piacere ai monaci che l’avevano cacciato, e meritare di riconciliarsi con loro, che erano eretici nestoriani, i quali dicono Maria non aver partorito un Dio ma soltanto un uomo, con ogni studio e sforzo persuadeva Maometto di abbandonare gli idoli e farsi cristiano nestoriano. La qual cosa avendo conseguito, Maometto si fece discepolo suo, ed egli perciò si chiamò Nestorio [74]. E così avvenne che istruito da quel monaco di alcune cose del vecchio e del nuovo Testamento, Maometto le introdusse nel suo Alcorano fra altre favolose e mendaci. Quando però i giudei conobbero che molti, e Maometto con loro, erano addotti a una qualche immagine di cristianesimo per opera del monaco nestoriano, temendo che per avventura Maometto non venisse alla vera cristianità, andarono a lui, e protestandosi suoi socj e discepoli, lo persuasero a introdurre nella sua legge tutte quelle altre cose che sono nell’Alcorano, turpi ed inique, e stettero con lui fino alla morte. E poi, per sempre più richiamare la nuova dottrina ai riti giudaici [75], ricevuto da Ali il libro che Maometto gli aveva lasciato, qualunque cosa parve ad essi aggiunsero, tolsero o mutarono [76]. Così, per mezzo del cluniacense, Vincenzo di Beauvais risale alla fonte araba di Al Kindî.

Importante assai è il trattato di Guglielmo da Tripoli dell’ordine dei Predicatori, composto evidentemente coll’aiuto di materiali arabi. Questo Guglielmo peregrinò fra gli infedeli nel 1271, stette nel convento di Accone, donde prese il nome di Tripolitano, e probabilmente scrisse la sua relazione dello stato dei Saraceni, dedicandola a Tedaldo arcidiacono leodiense, nel 1273 [77]. Egli racconta adunque come nell’anno 601 viveva un religioso cristiano, semplice e di austera vita, di nome Bahayra, recluso in un monastero posto sulla via che conduce gli Arabi dalla Mecca verso il monte Sinai [78]. A questo monastero, come a stazione, si raccoglievano frequentemente i mercanti Siri, Arabi, Cristiani e Saraceni, che viaggiavano per loro affari. A Bahayra era stato rivelato che un giorno vi passerebbe tale, da cui la Chiesa avrebbe grande afflizione. Giunse quel giorno, e il solitario riconobbe per divina rivelazione colui, che gli era stato prenunziato, in un fanciullo, orfano, malaticcio, povero e vile, e custode di cammelli. I Saraceni narrano che la piccola porta del monastero per la quale entrò, si alzò nel momento ch’egli vi passava sotto, e parve un arco di curia imperiale. Il fanciullo venne da Bahayra accolto amorevolmente; fu da lui nudrito e vestito, e da tutti tenuto suo figlio adottivo. Egli lo istruì insegnandogli a spregiare il culto degli idoli e ad invocare con tutto il cuore Gesù figlio di Maria. Ma dopo qualche tempo il fanciullo si allontanò dal monastero, perchè era al servizio di un ricco mercante, che lo aveva raccolto derelitto e povero. Promise tuttavia di ritornare. Crebbe intanto in età, in prudenza ed in prestanza del corpo. Esercitava fedelmente e con profitto la mercatura in pro del suo signore, e spesso tornava al suo maestro, il solitario. Morì intanto il signore, ed egli ne sposò la vedova divenendo potente per possessi e clientele. Spesso veniva a trovare il suo maestro Bahayra; ma dell’andare e dello stare presso di quello erano scontenti dieci compagni che si era prescelti; e ciò perchè egli volentieri ascoltava il maestro e molte cose faceva per lui. Laonde i compagni pensarono di uccidere Bahayra; ma temevano la collera di Maometto. Accadde però che una notte, noiati di una conferenza tenuta fra il solitario e il loro signore, vedendo uscirne quest’ultimo avvinazzato, uccisero il sant’uomo colla spada stessa di Maometto, al quale poi diedero ad intendere che egli, fuori di senno dal troppo bere, lo avesse trafitto. Egli vi prestò fede, ma inveì contro il soverchio bere; e perciò i buoni maomettani si astengono dal vino. Intanto morto il cristiano Bahayra, i seguaci di Maometto sciolsero ogni freno, e predando paesi e uccidendo uomini durarono in tal modo fino alla morte di lui. Seguono molte altre cose, che non fanno all’intento nostro, sulla storia dei Saraceni, e quindi un’ampia esposizione della dottrina di Maometto, per concludere che i Saraceni sono poco lontani dalla verità della fede cristiana, ma che la religione maomettana in breve cadrà [79].

Conoscenza diretta dell’Alcorano e di altri libri arabi, ebbe, come spagnuolo e in contatto coi musulmani, S. Pier Pascasio (1228-1300), vescovo di Granata e poi di Jaen, che per la sua fede colse la palma del martirio. Scrivendo egli un diffuso trattato In sectam Mahometarum, narra come Maometto fanciullo fosse dallo zio Avitalip condotto in carovana, e in una solitudine s’imbattesse in un eremita cristiano, « cujus nomen erat Bahirsa: et, ut Mauri dicunt, christianus iste literatus erat, et quidem valde: et insuper  communis vox erat, quod Deo erat valde gratus et amicus, et admodum religiosus ». Salvo dunque un lieve storpio nel nome, e l’aggiunta della molta dottrina alla già nota devozione, ritroviamo qui il Bahîrâ profeta della ventura grandezza di Maometto. Poi l’autore prosegue a narrare sulla scorta degli autori arabi (ut Mauri dicunt) ciò che l’eremita confidò allo zio dell’adolescente; ma a questo punto gli viene un dubbio: se costui, cioè, non sia una persona stessa col perverso monaco, del quale dirà più oltre. « Et potest esse quod iste eremita sit ille perversus pravusque monachus, de quo infra dicemus: cum tamen verum sit, quod in nominibus non conveniunt, sed hoc nihil refert.... Et potuit esse quod Monachus ipse nomen suum mutavit, ut se melius occultaret [80]». E la storia del malvagio monaco è poi così raccontata: Un monaco molto dotto e sapiente, perito nelle arti liberali, ambizioso di onori e cupido di vana gloria, giunge a Roma; ma vedendo di non potervi conseguire ciò che desiderava, confuso e vergognoso propone in cuor suo di macchinare qualche cosa di iniquo contro la Curia Romana, e così semina fra i cristiani divisione e scisma. Aveva letto in Baruch profeta, che i discendenti di Agar sarebbero stati vani e mobili e avidi di potenza materiale. Passò dunque oltre mare e arrivò fra popoli discendenti da quello stipite. Qui però Pier Pascasio è colto da un altro dubbio. Potrebb’essere, ei dice, che questo monaco fosse nato in Etiopia, perchè egli era di sua natura falso e fallace. [81] Ad ogni modo, avendo costui trovato fra gli Arabi un popolo di recente convertito al cristianesimo, vi si fermò, vivendovi rigidamente come un eremita e abitando un luogo solitario. Dopo un po’ si abbattè in Maometto adolescente, che custodiva e conduceva cammelli, e avendolo trovato bello di forme e sottile d’ingegno, gli insegnò molte cose; e quando poi fu certo di esserselo avvinto, gli promise di farlo signore della città e di più ampio dominio, se lo volesse ascoltare in tutto, e seguire. Avendo Maometto annuito, lo fece esperto in negromanzia, astronomia e linguaggi. Morì intanto il redi quella regione, senza lasciare discendenti, e sorse discordia fra il popolo, dolendosi i giovani della soverchia rigidezza della legge. I vecchi allora ricorsero all’eremita, perchè componesse tanto dissidio, ed egli rispose che tornassero tutti fra otto giorni. In questo tempo egli si mise d’accordo con Maometto, e ordì l’inganno del torello bianco e della colomba. Quando le turbe tornarono a lui, egli propose che scegliessero a loro re, chi sapesse fermare un torello che scorreva libero su pei monti. Il solo Maometto, che l’aveva ammaestrato, riuscì a domarlo; ed alle turbe stanche ed assetate dalla caccia dischiuse poi il rivo d’acqua pura, ch’egli aveva messo negli otri, e sotterrato. Così divenuto re, Maometto promulgò la sua legge, che serviva insieme a Dio e alla voluttà, e col Monaco compose l’Alcorano, che fu posto sulle corna del torello, mentre la colomba ammaestrata, fatta da lui credere un angelo, sembrava parlargli all’orecchio. Tale il racconto del vescovo spagnuolo, dove prevalgono le favole attinte non già a fonti musulmane, ma a quel composto di tradizioni, che già abbiamo rinvenuto nel poema d’Ildeberto. In questa narrazione di S. Pietro Pascasio il monaco è innominato: ma più oltre egli assevera che in « Maurorum libris » ha trovato menzione di Sergio, cristiano e compagno di Maometto, e ne dà qualche cenno: nè di lui loda, come altri, l’acutezza dell’intelletto e la dottrina religiosa, ma la grande attitudine ad grassandum et latrocinandum ». Costui conosceva tutte le vie e i sentieri del deserto, e quando la masnada partiva per le sue imprese, egli, ricorrendo alle sue imposture, sotterrava nella rena ova di struzzo piene d’acqua, che poi dava a bere ai compagni reduci e ai loro cammelli. Le genti predate non perseguitavano i rapitori, pensando che morrebbero ad ogni modo di sete nel deserto: ma quando poi vedevano ciò non essere avvenuto, se ne accresceva la reputazione di Maometto, attribuendo il fatto a miracolo. Da questo Sergio, conclude l’autore, si può comprendere che razza di gente fossero i primi discepoli di Maometto, e quale la dottrina ch’egli introdusse a salvezza dei corpi e delle anime [82]. Per Pier Pascasio adunque, Bahîrâ può forse essere una persona stessa col monaco perverso: ma Sergio, quantunque cristiano, non è nè eremita nè monaco, bensì astuto guidatore di predoni.

La sorgente alla quale Tommaso Tosco, scrivendo nel 1378, attinse le sue informazioni fu, per quel ch’egli ci dice, un libro che si conservava nella sagrestia di una chiesa di Bologna: « Haec de Maumet in quadam extraordinaria legi Historia, quam in sacristia Bononiensi Ecclesie repperi, in antiquissimo quodam libro ». Anche laddove è concorde cogli scrittori già riferiti, ha qualche varietà od aggiunta. Per esempio, il matrimonio con Cadiga è un fatto necessario: «Cum ad annos puberes advenisset, domine in stupro commixtus est, et illi vehementi amore conjunctus est, cumque amor jam ultra celari non posset, ejus maritus effectus est ». Dopo il matrimonio, divenuto ricco e potente, Maometto volge l’animo a conoscere i costumi e le leggi degli uomini e le loro credenze religiose. S’imbatte allora in un Monaco cristiano, ma di setta nestoriano, o come altri raccontano, in un certo chierico che si era separato con sdegno dalla Chiesa, perchè in quella non aveva conseguito l’onore del quale si reputava meritevole. Questi che per la sua facondia attraeva parecchi a sè, divenne a lui familiare, e in breve fu da lui istruito sul vecchio e sul nuovo Testamento [83]. Allora cominciarono insieme a pensare in qual  modo  potessero soprastare a  una qualche gente e averne la signoria. Vano era provare in proposito i Romani, più sapienti di loro, o i Persiani più forti: si volsero dunque agli Arabi, uomini semplici, e cominciarono a seminare fra loro le nuove dottrine, dicendo prossima la venuta di un profeta. Si giovarono dell’inganno della colomba e della vacca, da essi ammaestrate, e un certo giorno congregarono il popolo in un luogo deserto. Ivi era un pozzo profondo e secco, dove si nascose il chierico. Maometto in mezzo alle genti orò a Dio che manifestasse i suoi voleri; e una voce uscì dal pozzo ammonendole che credessero in Maometto e nella legge ch’egli promulgherebbe. Intanto la vacca uscì dal suo ripostiglio, portando fra le corna il testo della nuova legge. Dopo averla letta, Maometto si avvicinò al pozzo, e disse doversi questo dedicare a Dio e non più farlo servire ad uso degli uomini, ordinando che ciascuno vi gettasse una pietra finché fosse colmato. Così morì il chierico, che solo era conscio di tanta fallacia, e Maometto divenne signore degli Arabi e dei Persiani e loro legislatore religioso [84].

VI.

Accanto al Monaco nestoriano, cacciato per eresia dal suo convento, ecco apparire nei racconti di Pier Pascasio e di Tommaso Tosco, il chierico allontanatosi iroso dalla Chiesa, per non aver conseguito gli onori di che credevasi degno: accanto alla leggenda che più spesso prende nome da Sergio, ecco mostrarsi quella nella quale prevale il nome di Niccolò. Ma più antica del secolo XIII è l’appropriazione di cotesto nome al fondatore dell’Islamismo e l’identificazione di lui col Niccolò diacono dei tempi apostolici; poiché già nel secolo antecedente, ne parla, pur negandovi fede, Pier di Cluny [85].

Non era pertanto questo di Niccolò un nome posto a caso, poiché sebbene nulla provi che i nicolaiti dell’Apocalisse discendano dal Niccolò degli Atti, ei fu nella tradizione ecclesiastica, come osserva il Renan [86] l’eretico per eccellenza, il padre d’ogni eresia, sicché non v’era nome più appropriato per designare il fondatore della novissima secessione delle genti umane. Ed è degno di osservazione come in un dipinto di Buffalmacco in San Petronio di Bologna, rappresentante l’Inferno, formano un gruppo tre personaggi, come nella pittura dell’Orgagna nel Camposanto pisano; ma invece dell’Anticristo e di Averroè, si danno per compagni a Maometto, l’Apostata e Nichola. [87]

Non sempre però in quest’altra serie di leggende, dove un dignitario della Chiesa è istigatore di Maometto, ovvero diventa egli Maometto, si trova il nome di Niccolò. In un codice laurenziano (XLV11, 27) della prima metà del secolo XIII si contiene una Ars lectoria, che sembra appartenere ad un Siguino, grammatico francese del secolo XII [88]. A pag. 34 r° volendo l’autore definire che sia la Cronaca, egli riferisce un esempio di cronologia a questo modo: « A Jesu passo anni sunt mille quinquaginta quinque ». E più oltre: «A Christo nato usque ad transitum Ocin, quem Saraceni Maumitum dicunt, quem Osius papa ad » Hispanias direxit corrigendi gratia, anni sescenti decem et octo. Unde ad nos anni quadrigenti septuaginta octo »: Son questi esempj presi dai varj autori, sui quali Siguino compilava il suo libro: ma il secondo di essi, mostrerebbe che nel 1096 già era comune un’altra forma della leggenda di Maometto, qui denominato Ocin, e da Papa Osio mandato in Spagna a correzione della fede.

In altro codice laurenziano (XVI, 5), pure del XIII secolo, vi è un’altra opera grammaticale, che forse è la fonte a cui Siguino attinse, e che vien attribuita ad un Aymerico. [89] A pag. 55 r° si trova un esempio di calcolo cronologico, ma in forma alquanto diversa: « Anno Xp. DCVII obiit Adocin diaconus, quem Sarraceni Maumitum vocant, qui ab Osio p. p. ad Hispanias missus legatione officii fungens, sed deceptus decepit, anni quadrigenti septuaginta octo: falluntur enim qui Nicholaum unum de VII primis putant. Inde usque ad nos anno Xi M° LXXX0 VI, » anni CCCti LXXXta IXem ». [90] Questo calcolo ci darebbe l’anno 1086: con differenza di pochi anni dal calcolo anteriore. Ad ogni modo, resta che già da molto tempo esisteva la leggenda di un diacono della chiesa romana, che sarebbe stato o ispiratore di Maometto o una persona stessa con lui, variamente chiamato Ocin, Adocin, o Niccolò. In cotesti esempj di calcolo cronologico, si ha appena un cenno della leggenda, quale la conosciamo in scritti ulteriori: ma non vi è dubbio che si tratta di quella strana fiaba, secondo la quale Maometto sarebbe stato un prelato, anzi un cardinale di santa Chiesa.

Più oltre, dove parleremo della plausibil ragione de’ varj nomi dati dai cristiani a Maometto, ritorneremo su questo nome di Niccolò. Qui diremo che, probabilmente, da principio dovettero star fra loro separate e distinte due forme di questa leggenda: nell’una delle quali, Maometto era confuso con Niccolò, diacono dei primi tempi apostolici: e nell’altra, Maometto era un prelato della Chiesa occidentale: chierico, diacono, legato, cardinale, per dignità: per nascita, romano, bolognese, spagnuolo; e questa era forse ulterior trasformazione della fiaba, menzionata da Guiberto e da Ildeberto, dell’eremita cupido di diventar patriarca di Gerusalemme o di Alessandria, e che per vendicarsi del rifiuto, aizzò contro i credenti in Cristo un fiero avversario. Se non che, se presto ed autorevolmente fu mostrata erronea l’immedesimazione dell’antico diacono con Maometto, qualche cosa ne sopravvisse: si corresse cioè l’anacronismo, ma il nome di Niccolò, se non in tutte, in alcune versioni, restò all’oscuro eremita, divenuto via via, per naturale svolgimento della leggenda, dignitario della Chiesa.

Ad ogni modo, con questa forma della leggenda risaliamo ben addietro, non solo per la confusione di Maometto con Niccolò, ma per ciò che spetta ai motivi che indussero il malvagio uomo alla vendetta.

L’egregio nostro Michele Amari nella versione di questa fiaba, in che Niccolò sarebbe stato ingannato dai suoi colleghi, scorgerebbe un segno di « malizia ghibellina », che « volle apporre alla » Corte di Roma la maggior calamità avvenuta al cristianesimo dopo le persecuzioni degli antichi imperatori romani »; e versione guelfa sarebbe invece quella in che tutto il male sarebbe nato da orgoglio e delusa ambizione del monaco. [91] La supposizione è ingegnosa; ma l’origine della novella sembra più antica del tempo in che maggiormente arsero le contese delle fazioni ghibellina e guelfa: ben può ammettersi però, che più tardi l’una o l’altra versione fosse, a seconda dei proprj umori ed interessi, accolta e propagata dall’una o dall’altra delle due parti nemiche. Tuttavia non potrebbe dirsi ghibellino l’autore del secondo rifacimento poetico del Tesoro, che accolse la lezione del papato promesso e poi non conferito.

Fu anche scritto che la leggenda di Maometto prelato e cardinale fosse di origine italiana, anzi nascesse addirittura nell’Italia superiore. [92] Certo la menzione che se ne fa nei rifacimenti metrici italiani e non nel Tesoro francese, e poi, come vedremo, in alcuni commentatori di Dante e nel poema del Casola, parrebbe dar forte rincalzo a questa opinione, specialmente dacché il più antico testo francese ove sinora si era rinvenuta, è un brano del romanzo di Renart le contrefait, [93] composto fra il 1310 e il 1330. [94] Ma con Seguin e con Aymerico, e prima con Pietro il Venerabile, siamo tra francesi, anziché tra italiani.

Vedremo d’ora innanzi frequenti allusioni a questa strana e maggior trasformazione della leggenda popolare su Maometto: ora raccogliamone il succo analizzando il Liber Nicolay, secondo un codice della Biblioteca Nazionale di Parigi, scritto nel secolo XIV, [95] ma certamente di più antica composizione, comechè faccia una confusione già invano rettificata da Aymerico e dal venerabile cluniacense. Leggesi nella storia romana, così asserisce il Liber, che Niccolò, il quale è detto Maometto, fu uno dei sette diaconi cardinali della Chiesa romana. Essendo egli versato in ogni scienza ed esperto nei fatti umani e parlatore d’ogni linguaggio, il Sommo Pontefice, che allora teneva il papato e che era in età decrepita, col consenso di tutti i cardinali, lo elesse a suo successore, essendo necessario che si dilatasse la fede di Cristo. In quei tempi si seguiva l’esempio di Cristo, che elesse a suo successore Pietro, come Pietro designò poi Clemente. Intanto Niccolò fu mandato in Spagna e Barberia, legato generale della Chiesa apostolica: ed egli ridusse alla fede cattolica tutte quelle regioni; sì che quasi tutto il mondo ormai era battezzato. Ora, mentre Niccolò era in legazione, il papa morì: ma essendo uso che il pontefice defunto non si abbia a porre sotterra se il suo successore non gli dia l’assoluzione, Giovanni dal titolo di S. Lorenzo in Damaso, cardinale dei preti, fu eletto papa; e ciò avvenne perchè era molto vecchio, e pareva dovesse morire da un momento all’altro. I cardinali mandarono a dire a Niccolò che tornasse a Roma, e ci voleva più di un anno fra andare e tornare: essi però pensavano che in questo tempo il vecchio papa morrebbe. Ma questi che nel cardinalato era stato debole e macilento, divenne da papa vigoroso e sano. All’approssimarsi di Niccolò, i cardinali gli andarono incontro, e benché egli restasse molto indignato di ciò che era occorso, l’ira sua si mitigò quando ebbe le scuse e la promessa che nulla sarebbe fatto senza il suo consenso. Presentatosi al papa, non gli fece niuna reverenza: sicché il papa gli diede ordine che non venisse in Curia se non chiamato: ond’egli pieno d’ira se ne partì. Da questo momento cominciò a pensare come potesse sovvertire la religione cristiana, e fare una nuova setta. Qui segue l’enumerazione delle dottrine nuove escogitate da Niccolò pei Saraceni, la maggior parte delle quali sono quelle sulle molte mogli, sulle abluzioni ecc., che gli scrittori generalmente riferiscono a proposito della legge di Maometto, terminando colla consueta descrizione dell’arca tenuta sospesa dalla calamita. [96] Fu poi morto da Marzuco, della moglie del quale, di nome Carufa, si era invaghito: e quando insieme l’ebbero ucciso, per non non essere straziati dal popolo, inventarono che gli angeli avevano portato Maometto in cielo, e che in mano a Carufa, che voleva trattenerlo, era rimasto il piede di lui. [97]

Certo è intanto che questa fiaba del papato promesso e poi non conferito, con qualche variazione di particolari, ora col nome ora senza il nome di Niccolò, talvolta facendo del cardinale apostata un semplice ispiratore di Maometto, tal’altra facendone una persona stessa con lui, ebbe gran diffusione nei volghi. Una prova della sua popolarità può offrircela un brano dell’Attila, che Niccolò da Casola compose verso la metà del secolo XIV, ove si descrivono le storie ond’era dipinto il padiglione di Foresto. [98] La prima rappresentava appunto Maometto :

Coment il prehichoit au poples à desmesure,

Por li faus inçins que il list, coment disi la scripture,

De la collimile blançe, que le fist sa pasture

Dens in sa oreilles.

Ora, dice il poeta, rivolgendosi al suo mecenate:

Cil mauves Muhon, seignor, que ie vos di,

Fu ia gardenel et mout dagne de fi,

Saçe in scripture et in la sainteti,

Mout inçigneus et parlant et forment signori.

Et li Saint apostoille dont celui obehi

Le avoit tramis in sauvac pai

Per prehicher la loy de Jesu et de Hely

Et der insegnament a la gent mendi

De sauver sa arme que ne soit in peri.

Aveva convertito tutta Pagania ed Arabia, in premio di che gli era stato promesso il papato quando la sedia si rendesse vacante:

Quant in celle teinps li apostoille mori

El concistoire s’asembloit tot li

Et firent consoil in pales et in secri.

Quant furent bien consiles non trovent nul parti,

De Mahomet alire distrent serot il pi,

Il croist la crestentez, se il fust reverti

Il seroit le piz, nul plus fust converti;

Mielz est que il exauce prehichant le pai

Et abat l’ignorante et li mauves deli [99].

Per questo bel ragionamento, per siffatto prudente consiglio [100], i cardinali mancarono alla data fede ed elessero un altro « mout franc et ianti ». Quando la notizia, volando di qua e di là per tutte le contrade, giunse oltre mare agli orecchi di Maometto

li cors li est inflee

D’ire ed de coruc, et d’invie amassee.

Dont vençer se pense desor. In crestentee.

Oiez que fist le faus renoiee!

Tot par le pais qu’el avoit prehichee

Tornoit mantinant, non list plus destinee,

Avec ses desiples, Apolin l’adotrinee

Et Jupiter et Trivigant qu’el avoit amaestree.

Tot ce qu’el avoient dit avoient revochee,

Contre la loy firent, con ie vos ai parlee

De la columbe blanche com avoient incignee;

Tost in petit termen li avoient retornee

A la loy mescreant la pais de tot lee.

Ancor tot la Perse que estoit acrestianee

Mahomet li proffete, le faus renoie,

Aveit a sa ley conduite et amenee etc. [101]

E circa la metà del secolo successivo l’autore del poema popolare sul Danese così scriveva nel canto quarto:

Or vi dirò del falso Machometto.

Quel Machom fu pagan principalmente,

Poi rinnegò la fede saracina:

Fugli promesso da cristiana gente

Ched e’ sarebbe papa a tal destina:

Ond’egli andò a predicar presente

Fra quella giente pagana meschina:

Molti ne convertì sensa soggiorno:

Per esser papa tosto fe’ ritorno [102].

Vera cosa è che costui fu ingannato

Dalla cristiana giente, al mio parere,

Però ch’un altro Papa ebbor chiamato.

Benché tal cosa già non fu dovere.

Quel Machometto si fu ritornato

In pagania senza più sofferere:

Tutta le giente ch’avea convertita

Fecie tornare alla prima sentita.

Dunque ben fu quel Machon traditore,

E per ragion ben debb’esser perduto:

Dunque ben sono i pagani in errore

Per loro Iddio tengon quel discreduto.

Tu, re Luchan, ben ài preso il migliore

Poi che adorare lui sì se’ pentuto.

Sempre in mia corte con meco starai,

Più ch’altro re onorato sarai [103].

La leggenda del Cardinale s’introduce di sbieco anche in una popolare narrazione cavalleresca: in quella di Guerrin Meschino, dove nel capitolo 18 del libro IV, l’eroe racconta come giungesse sulla riva del mar Libico, e chiedesse alle sue guide un cenno delle terre che gli son presso; dopo di che « sentendo tante province quante m’avèno raccontate, volli provare di fargli convertire e cominciai a parlare loro della fe’ Cristiana, e poi domandai loro che cosa è Maometto, et eglino come ingnoranti, rispuosono ch’è grande Iddio a presso a Dio grande. Io contai loro come Maometto fu cristiano e Cardinale, e come egli tradì tutta la loro legge, e come ipocrito fa (fe’ ?) perdere tutta la generazione sarraina, e solo per un beneficio ch’ egli perdè a Roma, di non essere fatto Papa; e come Apolino fue il primo medico, e però fu chiamato Dio della Sapienza, e come Belzabù fue Bello Re di Nove (altri mss. India) e che Belzabù veniva a dire Iddio delle mosche ecc. ». [104] Veramente non si potrebbe ammettere che quella gente libica fosse tanto «ignorante», se non credeva a sì grosse fandonie. E meno ancora, più tardi, nel bel mezzo del secolo decimosesto, vi prestò fede una cortigiana celebre, poetessa, ed autrice, coll’aiuto molto probabile e proficuo dei suoi amici letterati: la Tullia d’Aragona, che riducendo in ottave, nè buone nè cattive, l’antico romanzo, mise in versi anche l’episodio sopra ricordato [105]. Non spiacerà forse che riferiamo qualche brano del canto XXI del suo Guerrino, ov’è riprodotto:

Guerrino, poi che tanta roba intese,

Tante città nomar e tanti regni,

E dovendo ei cercare ogni paese

Già nominato, con nuovi disegni

A predicare or le sue guide prese,

E mostrò lor per evidenti segni

Ch’è male a creder che Macon sia tale

Ch’ei sia appresso a Dio fatto immortale.

E narrò lor com’egli fu cristiano

E cardinale, e per isdegno preso

D’un beneficio, si fece Pagano,

E per meglio sfogar l’animo acceso

Si pose a predicare il rito strano

Che poi dai Turchi è sempre stato atteso:

Ma s’egli disse questo di Macone,

Lettore, io n’ ho contraria opinione.

Penso che l’autor che questo scrisse

Male informato fosse di tal fatto.

E potrebbe esser anco ch’io fallisse.

Per ch’io non fo già di giurarlo patto;

Dico ben ch’altri in altro modo disse;

E quel che m’ha per farlo noto tratto

E, ch’a chi sono l’altrui storie amiche

Non tenga perse qui le mie fatiche.

E qui segue la storia di Maometto desunta da fonti meno impure, secondo se ne sapeva, o si presumeva di saperne a quei tempi: e prima, secondo le narrazioni dei suoi, la nascita di vil gente in Arabia, il suo esercizio di traffici, il giunger suo presso un romitorio, l’alzarsi della porta al suo passaggio, sebbene per confermare queste ragioni Possono addurne magri testimoni ». Poi lo sposalizio colla vedova del re di Corondaria, le ansie di lei pel suo mal caduco e la spiegazione del fatto datale da Maometto coll’asserire che allora veniva a lui l’angelo Gabriele. Ma da queste tradizioni musulmane diverge a un tratto la poetessa, e scrive:

Dirò quel che da veri testimoni

Traggo, senza più ch’altri indarno sudi

A cercar di Macon l’origin vera.

Per ciò segue narrando la nascita di Maometto alla Mecca, la sua orfanezza, la nutrice, i fratelli, gli zii ed altri, pur protestando che « l’opinione d’altri racconto »; lo sposalizio con una cugina, la fondazione della nuova fede diffusa colle armi.

Molte altre cose fatte similmente

Ne la sua vita lor narrò: sì come

Con grande astuzia gabbava la gente

Per acquistarsi di Profeta il nome;

Disse degli idolatri d’Oriente,

Che credono in nel Sol, che per cognome

Chiamasi Apol; gli dieron quel vantaggio

Cu’ un tal fra gli uomin grossi fu ’l più saggio.

L’altro fu Belzebù: questo fu quello

Che in Ninive adorar si fece Nino,

Che fu suo padre, chiamato Re Bello,

Sopra ’l qual venne, per ordin divino,

Por tante mosche, che non sol vedello

Ma non poteva starsi in quel confino.

Tullia non ci parla anche di Trevigante; ma possiamo contentarci di sapere perchè Belzebù fosse da alcuno, come vedemmo, designato Re delle Mosche.

Che più? questa favola penetrò fin nella glossa del giure canonico, non però forse col nome di Niccolò, [106] ma, ad ogni modo, da cardinale diminuendone l’eroe a chierico. Annotando invero la clementina de Judaeis et Saracen., Giovanni Andrea (1275-1347) parla di Maometto riferendosi genericamente all’Istoria ecclesiastica, e facendone l’allievo di un nobil chierico romano, che, ai tempi di Bonifacio IV papa, per non aver potuto conseguire certe cose da lui chieste, apostatò dalla fede. [107] Forse al glossatore parve enorme parlare di una promessa e di un mancamento di fede, egualmente peccaminosi : e o mutò e corresse di suo, o si attenne ad una più benigna versione orale. Ma i posteriori interpetri volendo a lor volta correggere ciò che il vecchio maestro aveva scritto, al chierico romano sostituirono Sergio, e a lui, ariano, aggiunsero il nestoriano Giovanni e un talmudista giudeo [108]: poi invece di un romano posero un bolognese [109] ed a ragione: perchè Bologna era tenuta madre di sapere: e dottrina non piccola, aggiunta a molta malvagità d’animo occorreva a far prevaricare tanta gente, già ben avviata sul vero sentiero.

Alla tradizione su Niccolò anziché a quella su Sergio si riaccostano i rifacitori e accrescitori del Tesoro. Brunetto aveva scritto: « Puis i fu li mauvais preeschierres qui fu moines, qui ot non Sergius (altri cod. Mahomès), li quels les restraist (i Persiani) de la foi et les mist en mauvaise error » [110]. Ma le giunte italiane del Tesoro abbandonano Sergio per Niccolò, che è bensì monaco, non però di Siria o d’Antiochia, ma « delle Smirne ». Esso « usava in corte di Roma et era molto savio e bene letterato ». Andato nelle parti di Arabia, si accostò a Maometto, che « era grande uomo e grande capo di Gabilia », e trasse lui e gli arabi alla fede cristiana. Qui abbiamo un nuovo motivo dato all’ulteriore diserzione di Niccolò dal drappello di Cristo. « Quando l’apostolico seppe ch’elli erano tornati alla fede cristiana, sì mandòe uno patriarca, perch’elli fosse loro procuratore. Quando questo Nicolao intese che omo venia per la corte di Roma, che dovea essere sopra lui, sì ne li pesòe molto, come quelli che si credea essere signore per l’apostolico, et misesi a grande iniquitate contro sua coscienza medesima; e fu a questo Maometto che molto li credea . . .  e fe’ li accredere come Dio l’aveva fatto suo messo per predicare sua novella legge, e simigliantemente lo fece accompagnare con altri X grandi uomini, e sì com’elli fece in prima loro accredere la legge dei cristiani, così la rimutòe, quasi non isformando la legge cristiana in alcuna cosa » [111]. Quanto ai due nostri versificatori, abbiamo visto che, mutando soltanto il nome di Niccolò in Pelagio, si attengono alla versione della leggenda, che pone motivo all’apostasia la fallita promessa del papato.

VII.

Questa matassa della vita di Maometto era pertanto al finire del secolo XIII talmente imbrogliata, che Jacopo da Varagine (1230? - 1298?), quand’ebbe a trattarne nella sua Legenda aurea era impacciato a qual versione attenersi, e ne proponeva tre. In qualche storia di Maometto, mago e pseudo-profeta, e in qualche cronaca, così ei dice per primo, si trova che un chierico molto famoso, non avendo potuto ottenere nella Curia romana l’onore a cui aspirava, fuggendo indignato nelle regioni d’oltremare, molte genti a sè attrasse colla sua simulazione, e imbattutosi in Maometto gli disse che lo voleva far capo di quelle. Ricorse dunque all’inganno della colomba, che il popolo adunato prese per lo Spirito Santo; sicché il popolo obbedì a Maometto, e sotto la sua condotta occupò il regno di Persia e parte dell’impero orientale fino ad Alessandria. Ma questo è ciò che si racconta fra il volgo; ed è, come ognun vede, la versione di S. Pier Pascasio e di Tommaso Tusco; la versione, su per giù, che s’intitola da Niccolò; ma più vero è invece secondo il Varagine, quello che ora si dirà [112]. Maometto veramente si valse di quest’inganno della colomba, e così dettò le sue leggi, inserendovi alcune cose dell’uno e dell’altro Testamento. Ma in gioventù, esercitando la mercatura e andando coi cammelli in Egitto e in Palestina, spesso avea conversato con Cristiani e Giudei, dai quali avea appreso molte cose della loro religione. Perciò egli conviene coi Giudei nella circoncisione e nel divieto della carne porcina; e coi Cristiani nel credere ad un solo Dio, e nell’ammettere che Cristo, sommo profeta, nascesse da madre vergine. La vedova Cadiga, signora della provincia di Corocanica, vedendolo frequentare Giudei e Saraceni, credè scorgere in lui un che di divino, e lo prese a marito, sicché egli ottenne il principato di cotesta provincia. Colle sue fallacie fece poi in modo che Giudei e Saraceni lo tennero, come si predicava, il promesso Messia. Intanto cominciò a soffrire di morbo epilettico, e Cadiga molto se ne attristò, ma egli confortolla coll’asserire che in tali momenti l’angelo Gabriele gli appariva e gli parlava; e la moglie e gli altri vi credettero [113]. Questa è la seconda versione: altrove però si legge, che colui il quale istruì Maometto fu un certo monaco, di nome Sergio, che essendo caduto negli errori di Nestorio, espulso dai suoi confratelli venne in Arabia, e si accostò a Maometto: sebbene poi presso altri [114] si legga che fu arcidiacono dimorante nelle parti di Antiochia, e, come si asserisce, giacobita; di quelli cioè che predicano la circoncisione e affermano Cristo non esser Dio, ma uomo giusto e santo, concepito dallo Spirito Santo e nato da una vergine: le quali cose credono anche i Saraceni. Adunque il predetto Sergio, molte cose, come raccontano, insegnò a Maometto del vecchio e del nuovo Testamento [115]. Maometto intanto divenuto più ricco e potente pel matrimonio, volse in mente di usurpare il regno degli Arabi: ma vedendo di non poterlo fare colla violenza, adoprò la simulazione, giovandosi dei consigli del prudentissimo Sergio. Ed è per lui che i Saraceni adoperano un abito monastico, cioè la cocolla senza cappuccio, e, come i frati, fanno tante genuflessioni. Molte leggi pertanto, ispirate da Sergio, promulgò Maometto, le quali il da Varagine enumera largamente, ma che qui non è necessario riassumere. Dopo di che, racconta come il profeta morisse di veleno, già molti anni innanzi comunicatogli nella carne di un agnello [116].

Ricoldo da Montecroce (‒ m. 1320), che viaggiò in Palestina e studiò nell’Alcorano, pone anch’egli come vero ispiratore di Maometto il diavolo invidioso delle vittorie di Eraclio: ma non esclude che avesse cooperatori umani. Invero, dice il frate, poiché Maometto era idiota ed illetterato, il diavolo gli diede alcuni compagni, cioè alcuni giudei e cristiani eretici. Aderì a lui un giacobita di nome Baira, che durò con lui sino alla morte, e del quale si narra anche che Maometto lo uccidesse. Vi furono pure alcuni giudei, cioè Phinees e Audia, detto Salon, e poi Andata, detto anche Salem [117], che si fecero Saraceni. E vi furono alcuni nestoriani, che convengono coi Saraceni nel credere Gesù Cristo uomo, non Dio, ma nato da Maria Vergine. Per tal modo, Maometto compose la sua legge, prendendo qualche cosa dal vecchio e qualche cosa dal nuovo Testamento: ma quando morì non c’era l’Alcorano. Nelle storie degli Arabi si trova che Maometto dicesse: Descendit ad me Alcoranum in septem viris: e dicono che questi fossero Napte, Eon, Omar, Omra, Eleesar, Asir figlio di Gethir, e il figlio di Amer [118].

Chiuderemo quest’enumerazione di scrittori del secolo XIII con Jacopo da Aqui (‒ m. 1337?), autore della Imago mundi. Si dice, ei scrive, che tutto il processo di Maometto vien dai Cristiani. Fuvvi un certo monaco cristiano di nome Nicolao, che disse aver ricevuta grande ingiuria dalla chiesa di Roma, e di ciò disperato, abbandonò la fede cristiana, e andato oltre mare, come uomo sottile e malizioso pensò come potesse vivere e pervenire ad alto stato. Era invero uomo letterato ed eloquente, affabile e di graziosi costumi. E pervenuto in Persia, simulò gran santimonia e in ogni cosa astinenza e castità. In quelle parti vi erano allora Cristiani e Pagani: e i primi erano in basso per mancanza di predicatori, e perchè fra essi sorgevano molti eretici. Questo Nicolao rinvenne al fatto suo un socio somministratogli dal diavolo, cioè un mercante e conduttore di cani, chiamato Maometto, che conversava con tutti, Cristiani, Giudei o Pagani, per la sua professione, ed era di sottile ingegno, e abbastanza letterato e conoscitore dei costumi e degli uomini di quella regione. Nicolao chierico e Maometto si unirono, e poi si aggiunsero un altro, detto Sergio, già monaco cristiano, e convennero di formare nuova setta contro il cristianesimo, nella quale si conducesse vita gioconda [119]. E prima convocarono gli Agareni, e dissero a quei grossi montanari: non vogliamo che vi chiamate più così, da una schiava, ma Saraceni, da Sara. E perchè Maometto aveva più apparenza degli altri due, questi lo predicarono profeta di Dio, e quei montanari lo tennero per tale, tanto più dopo ch’ebbe messo in opera l’astuzia della colomba. Maometto cercò di piacere a Cristiani ed a Giudei, lodandone le leggi e con esse mettendo insieme la sua propria. L’autore, riassunta questa legge assai largamente, finisce col dire come Maometto morì avvelenato, e come fu deposto nell’arca sospesa in aria [120].

VIII.

Può dirsi davvero tot capita tot sententiae: nè maggiore potrebb’essere la confusione [121]. Invero, il maestro o consigliere di Maometto talora ritiene le fattezze del Bahîrâ, talora quelle del Varaka delle leggende musulmane: talora è credente e difensore del cristianesimo, tal altra è eretico, ariano [122], nestoriano, giacobita: secondo una versione, opera per tornar in grazia ai confratelli che l’hanno espulso, secondo un’altra per vendicarsene: è via via monaco [123], patriarca, cardinale; ha nome Bahîrâ, Felice, Sergio, Sosio, Solio o Grosio, Nestorio [124],  Niccolò. Maometto anch’esso qualche volta ci è dato per pagano, qualche altra per cristiano: si chiama Ocin, Pelagio, Niccolò: è mago, è illetterato, è scolaro di Bologna: viene da Costantinopoli, da Antiochia, dalle Smirne e d’altre parti della paganìa o della cristianità: è arabo, è spagnolo, [125] è romano, è di casa Colonna [126]; qualche volta si confonde col maestro, ed è lui il diacono, il cardinale prossimo al papato; presso l’ultimo autore che citammo, e che sembra voler procedere eccleticamente, abbiamo una triade: Niccolò, Sergio e Maometto; e altrove diverranno quattro. Vedremo ancora altre varianti, altri mescolamenti, altre contaminazioni di varie leggende fra loro. Dall’una leggenda all’altra, i personaggi si scambiano i nomi e le parti: la voce pubblica, la tradizione orale, fissandosi nella scrittura, rispecchia la confusione delle menti. In tanta incostanza, quel che riman fermo si è pur questo: che Maometto o fu cristiano o da un cristiano fu ammaestrato, e che l’Islamismo è propaggine eretica del Cristianesimo.

Non altrimenti, in fin dei conti, la pensò anche Dante mettendo Maometto nella bolgia dei seminatori di scandali e di scisma. Così facendo, egli non giudicava di testa sua, ma seguiva un giudizio a lui trasmesso dalle età precedenti, e che doveva ancora per qualche tempo perpetuarsi nelle successive. Senonchè, per quel felice accorgimento, per quella lucida intuizione che appartiene al genio, ei vide che l’andar più oltre in quel viluppo di leggende per sbrogliarne il vero, era mettere il piede in una selva selvaggia, e si contentò di ricordare Maometto con Ali, e farlo interessare alle sorti di Fra Dolcino [127]. Bisogna ricorrere ai suoi commentatori, che da fonti diverse attingono, per avere di che abbellirsi, e vedere quanta scelta avrebbe avuto il poeta ove avesse voluto distesamente narrare i fatti di Maometto.

Invero l’Anonimo Laurenziano [128] identifica Maometto con Niccolò cardinale, che i colleghi defraudarono del promesso papato: le Chiose [129] attribuite, a Jacopo Alighieri fanno di Maometto un prelato di Spagna, mandato a convertire gli infedeli, e del quale il papa non avrebbe voluto riconoscere le fatiche e i meriti. Questo premio sarebbe stato negato, secondo le Chiose del falso Boccaccio [130] e secondo Jacopo della Lana [131], non a Maometto, ma a Niccolò monaco delle Smirne, che poi avrebbe sedotto Maometto stesso: sebbene vi sia altra lezione di quest’ultimo commento, che ritorna a Maometto cardinale. Ma questa fiaba è risolutamente negata dall’Ottimo [132], che a Maometto dà per maestro e consigliere il monaco eretico Sergio: nè altrimenti scrivono Benvenuto da Imola [133] e Pietro di Dante [134], il quale però non ignora ciò che favoleggiavasi e di Niccolò chierico romano e dell’esser Sergio diacono di Antiochia. L’Anonimo riccardiano [135], citando in sul principio la Cronaca Martiniana, sembrerebbe che ad essa volesse riferirsi, ma il testo ch’ei segue, nella parte almeno che fa menzione di Bahîrâ, o, com’ei dice, Bacayra, e dell’aver questi scoperto in Maometto fanciullo i segni della profezia, si direbbe il libro di Guglielmo di Tripoli od altro simile; poi evidentemente prende altra guida ricordando Sergio, già gran chierico in corte di Roma e di lì scacciato per eretico, che rifugiatosi in Arabia, si unisce ad un giudeo e a Maometto, e fra loro tre formano la nuova legge. E a questo commentatore s’accosta assai nel racconto su tal materia Giovanni Villani [136]: rimanendo tuttavia dubbio per noi, se l’uno abbia attinto dall’altro, o ambedue si riferiscano a una fonte comune. Il Buti [137] dice voler scegliere fra le versioni del Varagine quella che sembri più vera, e comincia da Sergio monaco nestoriano espulso dal monastero, ma non tace di Sergio arcidiacono e dell’altro defraudato del cappello. E questi tre ricorda il Bargigi [138]: e il primo e il terzo il Landino [139]. Ma quasi ci scordavamo che se Pietro di Dante fa di Maometto un giudeo, le Chiose falsamente attribuite al Boccaccio lo dicono figlio, nientemeno! di Abramo e di Agar. Tutti questi antichi illustratori di Dante potrebbero in coscienza dire ciò che confessa il Buti, dopo esposto il dubbio che Ali punito insieme con Maometto sia non il discepolo, ma il maestro: « Di queste istorie m’abbi scusato tu, lettore, che non se ne può trovare verità certa ». E più tardi Guiniforto: « Di questo Macometto non si può sapere la certa verità; in tanti modi si conta la storia»: confessioni che riproducono e comprovano le dubbiezze dei contemporanei, per non dire la loro ignoranza sulla verità dei fatti risguardanti Maometto e l’Islamismo [140].

Ai commentatori di Dante può non inopportunamente aggiungersi un imitatore del gran poeta: Fazio degli Uberti; il quale nel Dittamondo ragionando assai a lungo di Maometto e della sua legge, pone il trattato in bocca a Fra Ricoldo, al modo che altre parti del poema sono in quella di Solino o di Tolomeo, volendo così significare che si serve delle costoro scritture. Se non che, in materia così ampiamente diffusa nel parlar delle genti e nei libri degli storici, dei viaggiatori, dei teologi, e così diversamente riferita, Fra Ricoldo non è la sola guida del poeta. Anzi può risolutamente dirsi che se nel riferire le dottrine di Maometto (lib. V, cap. 11-13) Fazio segue in tutto il peregrinatore francescano, nel raccontarne invece la vita (cap. 10), attinge a fonte men pura, anzi a più d’una fonte di diversa bontà. Ma poiché ciò che a noi più particolarmente preme è quello che dicevasi del maestro o de’ maestri cristiani di Maometto, a questo ci restringeremo, notando che dapprima si legge ;

Monaco Sergio, dalla fede sciolto,

Si trasse a lui (Maometto), e col suo operare,

Fe’ che fu re di quel popolo stolto [141].

E qui segue il noto inganno della colomba, che, dal Bellovacense in poi, trovasi in tanti scrittori, non però in Fra Ricoldo: indi fra altre cose, si parla dei compagni del profeta:

Tra gli altri suoi compagni furon diece

Che ordinar l’Alcoran; de’ quai l’incronico

Gli tre cristiani con lor viste biece:

Sergio fu l’un, del qual l’ho detto, monico,

L’altro Nicola chierico, ed appresso

Lo disperato del Papa canonico [142].

Jacopo da Aqui, come abbiam visto, accoglie nel suo racconto, come due personaggi distinti, Sergio e Niccolò, ambidue, viribus unitis, istitutori ed istigatori di Maometto. Qui Fazio parrebbe andar più oltre, registrandone tre: Sergio, dalla fede sciolto, cioè il monaco eretico; Nicola chierico, e il canonico disperato dal Papa. Di questi due ultimi l’uno parrebbe Nicola, non più cardinale ma chierico, cui fu negata la promessa tiara: l’altro, qui detto canonico, quegli al quale fu fatta ingiuria dal Papa, non riconoscendogli i servigj resi in paganìa, sicché egli de hoc desperatus, come scrive Iacopo da Aqui, a fide Christiana recessit [143]. Se non che, il chierico e il canonico sono uno sdoppiamento dello stesso personaggio leggendario, che talora ci è presentato come Cardinale, cui il sacro Collegio non mantenne la data parola, e tal altra come Prelato, al quale il Papa mancò di riguardi mandandogli un sopracciò nei paesi da lui conquistati al cristianesimo. Abbiamo qui una duplice versione della stessa leggenda: il protagonista, con nome diverso e diverso atteggiamento, è sempre lo stesso, al modo che Sergio è sempre Sergio, sia che ci apparisca in figura di monaco, sia in figura di patriarca. Nella relazione del frate da Aqui ben possono comparire insieme Sergio e Nicola: ma se in Fazio lo stesso personaggio comparisce duplicato nel chierico e nel canonico, ciò non può avere origine se non da un equivoco: e il non trovar altrove tal fatto, conferma questo nostro giudizio.

Con Fazio degli Uberti (1304?-1368?), siamo ben oltre nel secolo XIV, e con lui terminiamo le nostre ricerche [144]. Ma sarebbe utile insieme e curioso il proseguirle ancora, per vedere fino a qual tempo negli scrittori, e specialmente in quelli che più riflettono le opinioni e dottrine del volgo [145], si rinvengano le discorse favole su Maometto e sull’Islamismo [146], e quando su l’uno e su l’altro comincino ad apparire notizie più conformi al vero [147].

IX.

Come in più piena luce di storia, prima nel secolo XVIII, e poi, e ben meglio, nel XIX, a poco a poco si sapesse il vero, e, in qualche parte rimasta men chiara, il probabile sulla vita e le gesta di Maometto, è noto a tutti gli studiosi, e via via ci è occorso di citare le opere più notevoli su tale argomento. Nè ci è permesso passare del tutto in silenzio due opere poetiche, l’una delle quali notissima, il Mahomet di Voltaire, e l’altra di un ingegno grandissimo, il Goethe. Della tragedia del primo fu non senza ragione sospettato che più che contro il Maomettismo mirasse a colpire il Cristianesimo, e più che il fanatismo musulmano ogni religione positiva: per l’autore tedesco dovevasi dimostrare una tesi filosofica sui limiti che l’uomo di genio trova, volendo attuare le idee più sublimi, nella realtà delle cose; e fu durevole rimpianto di lui il non aver posto ad effetto quel divisamento della sua giovinezza, del quale resta soltanto un Canto di Maometto. [148]

Nè forse si dorrà il lettore se accenniamo a un quasi ignoto poema italiano del secolo XVIII: al Maometto legislatore degli arabi e fondatore dell’impero musulmano, poema esegetico, in XII Canti epici, del canonico cav. Baccanti di Casal-maggiore,

Vice-Custode della Colonia Eridania già uno dei XII Colleghi d’Arcadia, stampato in due volumi a Casalmaggiore dai fratelli Bizzani nel 1791 con figure ad ogni Canto. Perchè sia detto « poema esegetico » l’autore spiega nella breve prefazione : « cioè narrativo di ciò che fece Maometto per la » sua religione e per fondare l’impero dei Musulmani ». Che i canti siano « epici » è ben naturale, e certo sono elaborati, essi e tutto il poema, secondo le ricette retoriche del tempo, derivate dall’esempio del Tasso, e suoi successori. Nivildo Amarinzio (chi diavol era?) Custode generale d’Arcadia, sentito il parere di sei a ciò deputati: Narcete Cirurense, Demoleo Aristodemio, Mirtino Nassio, Simario Cronizio, Libario Egirèo e Ragilio Trezeniaco (chi diavol saranno costoro?) dà licenza a Penteo Alcimedonziaco, che è poi l’autore del poema, di potersi servire pubblicandolo, del nome pastorale e dell’insegna d’Arcadia: e la censura ecclesiastica vi aggiunge il suo Potest imprimi.

Chi è questo Canonico e anche Kav.? È, come ci narra il concittadino Giovanni Romani [149], Alberto Baccanti, nato in Casalmaggiore il 25 novembre 1718, che si laureò a Parma nel ’41, e poi si recò a Roma, dove fu del Collegio dei XII Colleghi Arcadi, indi a Napoli e in Sicilia, segretario del principe di Raffadali, e poi di quello di Castelnuovo. Visitò tutta Italia, e poi passò le Alpi e andò in Germania, ove fu segretario di Eleonora Carlotta di Holstein, duchessa di Guastalla, dalla quale ebbe incarichi alle Corti di Sassonia, di Baviera e di Prussia. Conobbe allora Federigo II, Maria Teresa, Voltaire, l’Algarotti ed altri illustri del tempo. Tornato in patria, vi ebbe un canonicato, e si recò in varie città come predicatore. Morì, essendo Vicecustode della Colonia Eridania, il 30 aprile 1805. Oltre il Maometto scrisse Lettere sopra letterati che vi sono stati al mondo (Casalmaggiore, 1779); Poemetto lirico sopra il giuoco del pallone (ivi, 1790); Canzoniere (Mantova, 1794); Ultime Poesie (Casalmaggiore, 1804).

Il Baccanti è un credente, non un fanatico. Già lo direbbe il suo ritratto, posto in fronte all’opera, con occhio vivo, faccia pienotta, proprio da canonico, con un ben ostentato crocione sul petto; e meglio lo dicono alcune parole premesse al poema, dopo aver accennato alle contradittorie opinioni sul suo eroe: «io però da quanto ho potuto rilevare da varj autori che hanno scritto la sua vita, dico: esser lui stato fornito di talenti rari, con una mistura di buone e ree qualità ». E udiamo ora la protasi obbligatoria :

Canto l’arabe imprese e il fondatore

Del formidabil musulmano Impero:

L’arte che usò, l’ingegno ed il valore

Per farsi al trono d’Asia ampio sentiero,

Indarno accesi d’un ostil furore

Gentili Ebrei Cristiani ostacol fero.

Appena fuori l’Islamismo sorse,

Arabia mise ogn’altra fede in forse.

Ma il lettore certamente non chiederà ch’io gli dia una analisi del poema, che per dodici canti, con verseggiatura facilona e prolissa, si trascina sulle orme degli autori che nel secolo decimottavo scrissero su Maometto e sulla sua legge. Basterà dar un saggio di esso, nella parte che concerne l’opera di Sergio-Boh'aîrâ.

Il Mubadano, o capo dei Magi, spaventato da strani fenomeni tellurici che sconvolgono fin anche la Persia, spedisce nella Siria per saperne la causa

Mazem famoso al par dei Zoroastri,

il quale sapeva dai suoi libri magici che doveva esser nato un uomo di gran valore:

Asèm in paradiso ei verrà detto

Acmet in cielo, e in terra Maometto.

E poiché sa anche che costui spesso capitava a Bosra, ivi si reca :

Qui Fra Sergio trovò, quel che la schiena

Ad Ario volse, e andò fra’ Nestoriani,

Che d’albergarlo amò nel suo convento,

Sebben fusse dei frati malcontento.

Mazèm nel chiostro appena giunto fue,

Che ritrovossi Maometto allato,

Pria di lui giunto colle merci sue

Su la piazza di Bosra a far mercato.

Operò egli i suoi incantamenti e scongiuri, e poi, tratto l’oroscopo di Maometto, lo comunicò ad esso e al frate; il futuro profeta è colto dal suo male e cade a terra, mentre gli altri due gli scuopron sull’omero destro il sacro suggello. Sergio, detto anche « Fra Bochera », volendo vendicarsi dei suoi frati, insegna a Maometto come debba condursi per fondare religion nuova, ammaestrando una colomba che prenda alimento nel cavo del suo orecchio, e unendo ai precetti religiosi gli avvedimenti ed esercizj bellici. Intanto tutti tre si raccolgono in una caverna, e Mazèm salito in vetta al monte fa una scala di seta per salirvi ; obbliga a comparire due diavoli in forma di cavalli : Boraechio e Sandrino, che in un istante portano in cielo Maometto

Fra Sergio sol rimasto entro lo speco

Esulta e ride ;

ma volendo uscire dalla spelonca non ne rinviene più il modo: grida: Mazèm, Mazèm; ma questi è in via per la Mecca. La morte sua è imminente, inevitabile, e insieme terribile e schifosa, invano grida, invano piange:

Premer si sente nella parte onusta

D’inutil peso che vuol presto uscire,

E di fetente intestinal midolla

La tonaca riempie e la cocolla.

Il fetore lo ammorba, gli toglie il fiato. Intanto è tornato Maometto cogli infernali alipedi :

A la caverna s’incammina tosto

L’aereo pellegrin, dove rammenta

D’aver lasciato il monaco nascosto

Il ritorno a aspettar de la giumenta:

Ivi, geloso del secreto imposto,

La volubil di lui indol paventa.

E cerca or or di perderlo un pretesto,

Giacché senza di lui può fare il resto;

e gli rimprovera di aver cangiato il luogo ove si dissetò Ismaele, in un « fratesco cesso » :

Se  .   .   .   quest’ era un Santuario

Perchè dunque cambiarlo in necessario?

Nulla risponde il Frate a tal rampogna,

Cui nulla cal de le correnti fole.

Desio il pugne di uscir da quella fogna

E di veder risorto il nuovo sole.

A me, dice, la scala or sol bisogna

E non rimbrotti e inutili parole.

Ride il Profeta, e gli risponde: Aspetta,

Ch’appenderò la solita scaletta.

Corre, e di franti massi ond’è coperta

L’ alpestre rocca, fa raccolta e ammasso,

E per la bocca de lo speco aperta

Fa rotolar pesante acuto sasso,

Che su la ghianda pineal scoperta

Cadendo a piombo, il manda a Satanasso

Non col colpo primier, ma col secondo,

Di simil feccia liberando il mondo.

E non desiste da la sassea colta

Finché turato non ne vegga il pozzo.

Copia di pietre, selci e lastra molta

Gitta, e glie n’empie lo scruposo gozzo,

A ciò di là sia la memoria tolta

D’avvenimento così laido e sozzo,

Nè saper possa la futura etate

Dove la tomba sia di questo frate.

Del guiderdone per l’iniqua scola

A lui dovuto, così fe’ l’acquisto;

Era ben questa la mercede sola

D’uno che i dogmi adulterò di Cristo;

Fama, che cresce più quanto più vola,

Su’ vanni suoi non ebbe uomo più tristo,

Che, per desio di fare a’ suoi dispetto,

Il primo fu a morir per Maometto.

In quest’episodio, oltre il quale non progrediremo, sembrerebbe originale e propria al poeta canonico solo la parte più sconcia, se non ricordasse il racconto del chierico lapidato nel pozzo con nera ingratitudine, che già riferimmo secondo la narrazione di Tommaso Tusco.

X.

Non possiamo ormai chiudere queste nostre indagini, senza aggiungere qualche osservazione sui nomi coi quali la tradizione del medio evo ha designato Maometto stesso o il suo cristiano istitutore. I nomi sono, come vedemmo, quelli di Sergio, Niccolò e Pelagio. Sono nomi come ognuno si accorge, appartenuti a veri e proprj eresiarchi, talché si direbbero predestinati a chiunque, com’essi, facesse opera di ribellione e di scisma. Cotesti nomi erano veramente fra i primi che ricorrevano alla fantasia e alla memoria, quando si dovesse designare un perfido eretico.

Quanto a Sergio in particolare, deve notarsi che l’eresiarca di tal nome, capo dei monoteliti e compilatore dell’eclesi (a. 632), visse appunto ai tempi di Maometto: cosicché nelle opere degli storici, come nella memoria delle genti, stavano l’uno accosto all’altro colui che fece prevaricare l’imperatore bizantino, e l’altro che avrebbe dato i mai consigli al predestinato coreiscita. Monotelismo e maomettismo furono i due flagelli della Chiesa nel secolo settimo: furono le due macchie del regno, d’altra parte glorioso, di Eraclio, ritrovatore della croce. Nei più antichi documenti il consigliere di Maometto non è altro se non un oscuro monaco, un eremita senza nome: ma quando più tardi si volle più precisamente designarlo, già dovevasi esser fatta una certa confusione fra lui ed il patriarca di Costantinopoli. Vero è che di poi, come in Vincenzo Bellovacense, i due Sergi, quantunque ricordati l’uno appresso all’altro, sono talvolta l’un dall’altro distinti: ma ormai presso i più, cioè presso il volgo e presso i men colti scrittori, il monaco anonimo aveva usurpato il nome del suo coetaneo e compagno di colpe. Ad ogni modo poi, sarebbe difficile non riconoscere l’immagine del patriarca bizantino nella nuova dignità di patriarca antiocheno, alla quale in alcune scritture di età più tarda viene innalzato l’oscuro monaco [150] delle più antiche scritture. Si può giurare che questo patriarca d’Antiochia non esisterebbe nella tradizione, se Sergio, il vero Sergio, non fosse stato davvero patriarca di Bisanzio.

Quanto al secondo nome, ricordiamoci che il Liber Nicolay principia col dire che Niccolò, detto anche Maometto « unus fuit de septem dyaconibus cardinalibus ecclesie romane ». Da questo Niccolò di Antiochia ricordato negli Atti degli Apostoli (VI, 5) ed eletto uno dei sette diaconi della chiesa primitiva, a torto o a ragione, che qui non vogliamo investigarlo, vuolsi derivata l’eresia dei nicolaiti. Questa consisteva in una specie di quietismo, pel quale, a beneficio della tranquillità dell’animo, si concedeva libero sfogo alle passioni del senso: e ciò che più generalmente, ma non senza esagerazione, nel Medio Evo si seppe della nuova dottrina predicata da Maometto, fu appunto quello ch’egli statuiva o permetteva rispetto agli impulsi carnali [151]. Facile poteva dunque essere in tempi di grande ignoranza, confondere insieme l’una eresia e l’altra, e per identità di carattere fare autore di ambedue il medesimo personaggio. Certo è che la confusione si fece, e fu d’uopo che venisse contraddetta. E quanto all’anacronismo che si sarebbe commesso, ricordiamo di aver veduto che un commentatore di Dante, vale a dire un uomo non del tutto incolto, poteva nel secolo XIV, saltando a piè pari parecchie e parecchie generazioni [152], fare di Maometto un figlio di Abramo e di Agar.

Resta adesso a dire del nome di Pelagio, che troviamo solo nei rifacimenti metrici del Tesoro, e nel più antico di essi, fuori di rima. Come mai Maometto diventa Pelagio, secondo il testo anteriore progenie dei Colonna, e secondo il testo posteriore, monaco della badia di S. Damagio? Confessiamo di non sapere affatto scoprire l’origine e il processo di questa tramutazione. Solo ci piace notare che il capitolo nel quale Jacopo da Varagine narra la leggenda di Maometto è quello de sancto Pelagio papa. Non ci dissimuliamo che questo fatto avrebbe massima importanza al proposito nostro, se i due testi stessero in relazione diretta col Varagine; ad ogni modo, poiché i due versificatori espressamente si richiamano alla tradizione orale, ben potrebb’essere che in questa si fosse già prodotta una certa confusione di nomi, per la collocazione dei fatti del fondatore dell’Islamismo sotto cotesta rubrica della nota e diffusa Legenda aurea. Circa poi al fare di Pelagio un Colonnese, non so se dovremmo vedere qui, come in generale vorrebbe l’Amari, segno di ire guelfe contro gli avversarj ghibellini; o se vi ha qualche tradizione, invano del resto da me cercata, la quale faccia rampolli dell’illustre famiglia l’uno (555-559) o l’altro (557-590) dei due Pelagi, pontefici del sesto secolo, e ambedue romani di nazione.

XI.

Passando ora ad altro, abbiam visto che in varj modi è nei diversi testi raccontata la morte di Maometto. Taluno lo fa perire ucciso dai suoi seguaci, segnatamente giudei: [153] i più, d’accordo coi narratori arabi [154] lo dicono morto di veleno, antecedentemente propinatogli in un agnello [155]. Il nostro secondo verseggiatore lo fa uccidere e mangiare da una torma di porci: e sebbene il luogo sia corrotto, parrebbe ch’egli fosse assalito dagli immondi animali mentre soddisfaceva a un bisogno del ventre [156]. Con qualche lieve diversità di particolari, questo ignominioso genere di morte è riferito anche da altri autori. Abbiamo visto che nel poema di Ildeberto, Maometto caduto in eccesso di epilessia, è in tale stato miseramente divorato da un gregge suino. Per Matteo Paris, Maometto ubriaco e pieno di cibo, cade in epilessia, ed è soffocato da una scrofa [157]; ma la cagione vera della morte è il veleno somministratogli dai nemici. Mal potrebbersi allegare in proposito due versi della Chanson de Roland, che dicono:

El Mahumet enz en un fossel butent

Et porc et chien le mordent el defulent [158].

perchè ivi si tratta di una statua [159], di un idolo del profeta: ma non errerebbe chi qui vedesse una reminiscenza del genere di morte, che la tradizione più generalmente attribuiva a Maometto [160]. Ben però se ne trova esplicita allusione in parecchi romanzi francesi. Così, nel Coronemens Looys:

Mes il bui trop par son enivrement,

Puis le mengierent porcel vilainement (v. 846);

e nel Floovant:

Car loi ne Mahonmot ne pris pas I. denier;

Bieu a pase C. anz que truies l’ont maingie (v. 373):

e nel Gaufrey:

El Robastre respont: Bien estes assoles

Qui cuidies que Mahom resoit resuscites,

Quo pourchiaus estranglerent l’autrier en l. fosses (v. 3580);

e nella Conquete de Jerusalem :

A I. josdi s’ala d’un fort vin enivrer:

De la taverne issi: quant il s’en voli aler,

En une place vit I. fumier reserver;

Mahomes si colcha, ne s’en volt trestorner;

La l’estranglerent porc, si com j’oï conter:

Per ce ne velt Juis de char de porc goster (v. 5516);

e finalmente nell'Ajol:

Tant but que tous fu ivres, si ne se pot aidier,

Ains ala en I. bos sous un arbre concier,

Porc savage le prisent, que tout li ont mangie

Le nes et le visage et les iex de son chief:

Puis n’olen lui vertu, car dieus ne l’ot tant chier (v. 10090) [161].

Per cogliere l’intimo senso di questa fiaba giova, paragonando questo passo con altro di Ildeberto, considerare quanto, forse a tutti anteriore, scrive Giliberto di Nougent: « Sed hunc tantum tamque mirificum legislatorem quis exitus de medio tulerit, dicendum est. Quum subitaneo ictu epyleuseos saepe corrueret... accidit semel, cum solus obambulat, ut morbo elisus eodem caderet; et inventus, dum ipsa passione torquetur, a porcis in tantum discerpitur, ut nullae eius, praeter talos, reliquiae invenirentur. Ecce legifer optimus, dum epicureum, quem veri stoici, Christi scilicet cultores, occiderant, porcum resuscitare molitur, immo prorsus resuscitat, porcus ipse porcis devorandus exponitur: ut obscoenitatis magisterium obscoenissimo, uti conveniunt, fine concludat ». E soggiunge questi versi:

Manditur ore suum, qui porcum vixerat, huius

Membra beata cluunt, podice fusa suum.

Quum talos ori, tum quod sus fudit odori

Digno qui celebrat, cultor honore ferat [162].

Questa favola pertanto, che, come già addietro dicemmo, non ha nessun riscontro o appoggio in tradizioni musulmane, e che dovè nascere in occidenle come prodotto misto dell’ignoranza e dell’odio, fu però foggiata secondo la legge del contrappasso morale. Poiché Maometto, nella credenza dei cristiani era promulgatore d’ogni carnale sporcizia, bene stava che dovesse esser ucciso da quegli animali, che simboleggiano la sensualità sciolta da ogni freno [163]. Come persecutore del cristianesimo egli, al pari dei suoi predecessori, doveva nell’opinione dei fedeli perire di mala morte: e la sepoltura nel ventre di un porco era confacente alla sregolatezza del costume da lui promulgata. L’ultima pena che poi gli infliggeva la coscienza popolare cristiana era, secondo accenna anche il nostro secondo versificatore, di confessare morendo, se non la superiorità della fede cristiana, almeno il beneficio finale del battesimo [164]. La leggenda musulmana, forse ripetendo il vero, raccontava che negli ultimi anni suoi, e durante la malattia che lo trasse a morte, il profeta si faceva versare sulla testa e sulle spalle fino a sette otri di acqua, e teneva le mani dentro un vaso di acqua fresca che ogni tanto si riversava sul capo [165]. Non ci voleva altro perchè questo autosistema idroterapico, fra la gente occidentale, diventasse un autobattesimo cristiano! Altra ben nota fiaba occidentale è quella della cassa mortuaria di Maometto sospesa in aria per virtù di calamita [166]. Se non che di altri era stato detto già [167], e da un musulmano, Ibn H’avvqal, della salma di Aristotile nella gran moschea di Palermo [168].

XII.

E se ora, giunti al termine di queste faticose, ma forse non inutili, indagini, volessimo in breve riassumere e riordinare tutta l’intricata matassa, ci parrebbe poter concludere che la prima e rudimental forma della leggenda occidentale e cristiana su Maometto, dovesse cercarsi nel racconto degli agiografi arabi sull’incontro del profeta giovinetto con Bahîrâ, col quale si confuse poi ed immedesimò quanto altre tradizioni arabe riferivano di Varaka e della parte da lui avuta nella riforma religiosa di Maometto. La leggenda, in che già primeggiava il solitario cristiano, seguace dell’eresia di Nestorio, si diffuse a poco a poco in Siria, nell’Asia minore, nell’impero bizantino; e passando nelle regioni occidentali, ove fu poi confermata dalla Disputatio, anch’essa originariamente musulmana, ampiamente si ramificò e si colorò variamente. Le genti cristiane, che si credevano in possesso dell’unica fede verace, e cui si narrava al sorgere dell’Islamismo aver assistito codesto monaco eretico, dovettero considerare l’Islamismo stesso, non come religione nuova, ma come nuovo scisma, e assegnargli impulsi diabolici e cagioni tutte umane di cupidigie carnali e di offeso orgoglio. Ma la mulazione più rilevante e di tutte la più strana è quella, per la quale da un cenobio orientale, dove i monaci contendono di teologiche sottigliezze e donde è espulso colui che si farà consigliere di Maometto, si passa a Roma, al centro della cristianità, là dove si trovano in conflitto tutte le grandezze e insieme tutte le miserie umane. Il monaco, che già in alcune versioni apparisce pretendente al patriarcato di Gerusalemme o di Alessandria, ora si muta in un presule ecclesiastico, che mira più in alto, al sommo pontificato, e sta già per salirvi. Così l’Islamismo non nasce più per una guerricciuola di monaci nelle solitudini della Siria, ma ha il suo primo germe in Roma, per opera di tale che ivi avrebbe potuto diventare guida e padre dei credenti in Cristo. Forse in questa origine romana e papale dell’Islamismo vi è qualche sentore di « malizia » politica o religiosa; forse, più probabilmente, siffatta forma di leggenda appartiene ai tempi, nei quali, tramontata la gloria e la supremazia dell’Oriente e delle Chiese di Gerusalemme, di Antiochia ed Alessandria, così nell’ordine spirituale come nel temporale « Laterano alle cose mortali andò di sopra » [169], e niun fatto importante per la storia del cristianesimo e del mondo poteva immaginarsi senza che Roma più o meno vi partecipasse. E perciò Roma diventa, in questa capital forma della leggenda, patria effettiva od adottiva di Maometto, e in qualche modo la Curia romana è fatta culla della nuova eresia.

Note

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[1] Dei due rifacimenti italiani del Tesoro in versi volgari e della loro varia contenenza parlo in una ampia Memoria, che vide la luce negli Atti della R. Accademia dei Lincei, Serie IV, Vol. 4, p. 111-267, (1888), e della quale è parte questa illustrazione della leggenda di Maometto in Occidente che, da sola, fu inserita nel Giom. Stor. d. Lett. Italiana, XIII, 199.

[2] Il cod. impuoseli, ma, come in molti altri casi, manca un n o un tilde. O forse si può supporre un impuosesi. Ovvero anche manca qualche verso, nel quale dovrebbe dirsi come Pelagio trovò un arabo, lo trasse alla sua fede e « impuoseli nome Maometto ».

[3] Ognun sa che Mohammed in arabo significa lodevole. Altra significazione del nome di Maometto ci dà Benvenuto da Imola, Coment., ediz. Vernon, Firenze, Barbèra, 1887, vol. II, p. 355: Dicitur enim Machometus, quasi malus comitus, idest gubernator navis, idest ecclesiae Dei, quam deduxit ad naufragium, quia nec antea nec postea fuit maior ruina in ecclesia Dei. Il nostro versificatore, riferito il significato del nome secondo una etimologia dotta, scrive però Malcometto, secondo l’etimologia popolare, con evidente richiamo a commetter male.

[4] Evidentemente questo verso va espunto; ce ne dovrebbe essere uno che dicesse presso a poco così:

Nella ritornata un branco di porci avea,

cioè: vi era sul cammino donde dovea far ritorno a’ suoi, un branco di porci.

[5] Il cod. lisciavano.

[6] Il cod. avea e. Correggendo Che in Chi si potrebbe anche leggere:

Chi ’l battesimo avea è lucerna.

[7] Arabo: hiuzir; ebraico: chazir.

[8] Etudes d’hist. religieuse, Paris, Levy, 1859, p. 222.

[9] V. il poema latino sulle imprese dei Pisani in Tunisia, in Du MÉRIL, Poés. popul. latines du M. A., Paris, Didot, 1847, p. 248.

[10] Pier di Cluny così conclude il suo trattato sul maomettismo: « Quae quidem olim diaboli machinatione concepta, primo per Arrium seminata, deinde per istud Satanam, scilicet Machumet, provecta, per Antichristum, vero ex toto secundum diabolicam inventionem complebitur (in Bibl. Patr., ediz. di Lione, XXII, 1031) ». E, a lui conforme, l’autore dell’Epitome bellor. sacror., dopo aver confrontato la dottrina di Maometto con quella di Sabellio ed Ario ed altri eretici: « Claret quod, illud quod diabolus in mundo  incepit per Arrium, et consummare non potuit, postea, tabescentem Ecclesia fervore, per Machometum consummavit, denique ad plenum confirmabit in fine saeculi per Antichristum, qui suadebit mundo quod Christus non fuerit verus Deus, nec filius Dei, nec bonus homo (in Canisius, Antiq. lectiones, Amsterdam, 1725, IV, 442) ». E Oliviero lo Scolastico, parlando dei Maomettani: « Unde verius haeretici quam Saraceni nominari debeant (in Eccard, Corp. histor. M. Aevi, II, 1409) ». -- Tardi è giunto a mia notizia e sì da potermene giovare, uno scritto del sig. P. Alphandery, Mahomet Antichrist dans le Moyen-âge latin, inserito nei Mélanges Hartwig Derenbonrg. Paris, Leroux, 1909

[11] Del resto, in un programma del 1833 di un candidato dottorale presso la Facoltà di Lettere a Parigi, V.  Degourgas, intitolato De Christiana origine Maometicae fidei (Parisiis, Lachevardiere) le due prime tesi ch’egli si propone discutere sono: « Evangelio diffuso, omnis nova religio, quantulacumque ex parte, Christiana futura fuit — Mahumetismus e christiano fonte delabitur ».

[12] « Presso di noi la parola monaco ha un senso ristretto, e tal denominazione non sarebbe propria a un asceta giudeo-cristiano. Frattanto, etimologicamente, designa un solitario, e non un cenobita, un claustrale; ed è possibile che questo termine presso i Bizantini sia stato adoperato in un senso più targo e insieme più conforme all’etimologia, che presso noi »: Sprenger, Das Leben und die Lehre des Mohammad, Berlin, Partey, 1862. II, 385, nota. Il vocabolo corrispondente arabo è râhib, e lo stesso Sprenger, I, 178, osserva che qualche volta è adoperato in senso largo: per es.: Abû Άmir è detto râhib, « sebbene non fosse nè monaco nè cristiano, ma h'anyf ». Râhib adunque « significa celibe, asceta, sia esso monaco od eremita, cristiano o no ». L’Amari da me interrogato in proposito, mi afferma che râhib vuol dire « temente » e si usa sempre nel significato di romito o monaco o d’uomo che fugge le donne. Ad ogni modo, ciò che dicono gli autori che citeremo, vale a far riconoscere nel râhib in cui s’imbattè il Profeta giovinetto, un solitario cristiano, più o meno ortodosso.

[13] « Bah'yr è nome personale non raro in arabo. L’autore del Kâmus dice che fu portato da quattro seguaci del profeta e da quattro tâbi’; oltre a ciò ci sono tradizionisti così chiamati. » Bah'iyrà è la forma nabatea (enfatica) di esso nome. Noi troviamo questa stessa forma anche in Zalychà e in Ibn Kamyt)a: là è il nome dell’amante di Giuseppe d’Egitto, e qua il nome di un astronomo sâbio, maestro del Tâbit b. Korra. Bah'yrà significa in arabo una giumenta di cammello, esente da lavoro. Forse si disse Bah'yrà, come in persiano Azâd, un uomo che allontana da sè le cure della vita, un asceta libero »: Sprenger, op. cit., Il, 384, n. — La bibliografia su Bah'yrâ è da vedere in V. Chauvin, Bibliogr. d. ouvr. arab. ou relatifs aux Arabes, XI: Maomet, Leipzig, Harrassowitz, 1909, p. 201.

[14] Fra i vecchi biografi occidentali vedi Prideaux, La vie de M., Amsterdam, 1609, p. 13: De Boullanvilliers, Vie de M., Amsterdam, 1731, p. 220 (traduz. italiana, Venezia. 1745); Turpin, Hist. de la vie de M., Paris, Costard, 1773, I, 295, 309; Gagnier, Vie de M., Amsterdam, 1748, I, 121, ecc. ; e fra i moderni: Caussin de Pergeval, Essai sur l’hist. des Arabes, Paris, Didot, 1849, I, 319; Barthélemy Saint-Hilaire, Mahomet et le Coran, Paris, Didier, 1865, 3, 89, ecc. Il Carlyle, Les héros, le culte des héros et l’héroiq. dans l’hist., trad. franç. Paris. Colin, 1838, p. 83, dice così: « Je ne sais pas ce qu’il faut penser de ce Sergius, le moine nestorien, chez qui Abou Taleb et lui, dit-on, logèrent, ou dans quelle mesure un moine aurait pu donner son enseignement à quelqu’un d’encore si jeune. Il est assez probable qu’elle a été grandement exagérée cette histoire du moine nestorien. Mahomet n’avait que quatorze ans, il ne parlait absolument d’autre langue que la sienne; beaucoup de choses en Syrie doivent nécessairement avoir été un étrange et inintelligible tourbillon pour lui. Mais les yeux de l’adolescent étaient ouverts: des lueurs de bien des choses devaient sans doute y être récueillies, et couver, bien énigmatiques encore, mais pour mûrir d’étrange façon en vues, en croyances et en intuitions, un jour. Ces voyages en Syrie furent probablement le commencement de bien de choses pour Mahomet ». L. Caetani, Annali dell’Islam., Milano, Hoepli, I, 160, fa breve cenno della leggenda di Bah'yrà, notando che il Muir non le dà valore, e che lo Sprenger non crede che i viaggi di Maometto possano riferirsi all’età giovanile, ma alla virile.

[15] Edizione del Wustenfeld, Gottinga, 1858, I, 115. E vedi anche il sunto di varie leggende in proposito, presso E. Lemairesse e G. Dujarric, Vie de M. d’après la tradition, Paris, Maisonneuve, 1897, I, 124.

[16] Principali idoli della Mecca.

[17] Lo Sprenger, I, 178, consacra parecchie pagine alla « Bah'yrà-Legende », recando oltre il passo di Ibn Ish'âq, anche altri otto. Il nome di Bah'yrâ si trova solo in Ibn Ish'âq; Ibn Sa’d lo chiama Nestor (p. 184): gli altri parlano genericamente di un râhib (monaco): salvo uno che porta Çah'îb Dayrin (claustrale). Lo Sprenger, ibid., 188, sembra prestar poca fede alla leggenda, specialmente perchè collegata ad un viaggio di Maometto in Siria in età giovanissima, ch’egli non ammette. Ma però ammette la realtà storica di Bah'îrà, come di Zurair, Tammâm e Darîs. — È ora da vedere Carra de Vaux, La legende de Bahî, in Revue de l’Orient Chrétien, 11, (1897) pp. 439-554. Egli dopo aver ammesso due viaggi di M. in Siria, e due diversi monaci, Bah'îrà e Nestor, nei quali s’imbattè, rende conto di un manoscritto arabo, una specie di autobiografia di Bah'îrà scritta sulla relazione di un monaco cristiano d’Egitto, Modrab, che si trova nella Bibliot. Naz. di Parigi, e che dovè esser composta nel primo secolo del califfato abbassida. Secondo questa leggenda, il monaco Bah'îrà, avendo avuto per certe sue visioni la conoscenza dell’avvenire e l’annunzio della venuta di Maometto, quando questo a lui si presenta, non solo l’ammaestra nella fede cristiana, ma per lui compone il Corano e i doveri della nuova fede, intinti di arianesimo, consigliando di dar ad essi autorità fra gli arabi increduli e dubbiosi, mediante il noto artificio della vacca. Di tutto ciò, dell’aver cioè aiutato la formazione e la diffusione del maomettismo, il vecchio monaco ora, nei suoi colloquj si mostra pentito, facendo persino una confutazione dell’opera, della quale fu autore: del Corano.

[18] Debbo la traduzione anche di questo passo, che in parte ripete quello anteriormente riferito, all’amicizia dell’Amari, dall’ediz. di Leyda, 1882-85, serie I, vol. III, p. 1123:

« Da Abù Humayd, da Salimah, da Muhammad ibn ̉Ishâq, da ̉Abdâllah ibn Abû Bakr.... Indi Abû T'âlib si mosse in viaggio per la Siria con una carovana di coreisciti per cagion di commercio. Mentre si apparecchiava la carovana ed i viaggiatori erano pronti [a partire], il Profeta, come suppongono [i raccontatori], si gittò al collo dello zio, il quale impietosito disse: Per Dio, egli verrà con me e non mi abbandonerà mai. Tali a un dipresso furono le sue parole. Fermossi la carovana a Busra in Siria, ad un monastero (Sauma’ah), nel quale vivea un monaco (râhib) per nome Bahîrâ, uom dotto nella scienza cristiana, che ab immemorabili non era mai in quel monastero mancato un monaco che possedesse la loro scienza, cavata, a quanto dicono, da un libro che passava in eredità da superiore a superiore di quel monastero. Smontata lì la carovana quest’anno, Bahîrâ imbandì loro un gran desinare, perocché guardando dal monastero [la carovana che veniva], avea veduta sul Profeta una nuvola, che faceva ombra a lui solo tra tutta la brigata. Arrivati che furono e smontati all’ombra di un albero vicino al monastero, Bahîrâ vide l’ombra arrestarsi sull’albero, ed in questo i rami piegarsi sul Profeta in guisa da coprirlo. A tal vista Bahîrâ scese dal monastero, e mandò a convitar tutta la gente della carovana. Visto ch’egli ebbe il Profeta, si messe a squadrarlo fitto, e riconobbe nella sua persona alcuni segni di quelli ch’egli avea trovati nella descrizione [del Profeta], com’essa gli tornava [dal suo libro]. Donde, fornito il desinare e andati i commensali chi qua chi là, Bahîrâ [preso in disparte] il Profeta, lo interrogò circa alcuni fenomeni che gli avvenissero nel sonno o in veglia: e quando il Profeta glie li ebbe svelati, Bahîrâ vide che corrispondeano per lo appunto alla descrizione, ch’egli n’avea [nel suo libro]. Indi guardatogli il dorso vi scoprì in mezzo alle spalle il segno della profezia. E disse allo zio di lui Abû Tâlib: Che ti è questo fanciullo? Questo rispose: È mio figlio. Ma Bahîrâ a lui: Non può essere tuo figlio, perocché questo giovanetto non può avere padre vivente. E Abû Tâlib: Sì, egli è figliuolo di un mio fratello. E del padre che n’è? domandò Bahîrâ. Morì, rispondeva Abû Tâlib, e lasciò incinta di questo bambino la vedova. È il vero, disse allora Bahîrâ. Fa di ritornare con lui al tuo paese, e guardalo bene dai Giudei. Per Dio! se lo vedessero, e sapessero quel che so io, lo farebbero capitar male. Questo ragazzo avrà alto stato. Fa presto a ricondurlo al suo paese. E così lo zio avacciandosi, arrivò con esso lui alla Mecca.

Hiśâm ’ibn Muh'ammad dice: Abû T'âlib andò col profeta a Busrà di Siria quando egli era fanciullo di nove anni.

Tradizione di Al ̒Abbâs ’ibn Muhammad, da Abû Nuh', da Yûnis ibn Abl Ishâq, da Abû Ish'âq ̉̉iba Abî Musâ, da Abû Musâ. Questi disse: Abû Tâlib partì per la Siria in compagnia del Profeta e di alcuni Şayh coreisciti. Giunti presso il luogo ove dimorava il monaco, fecero sosta e scaricarono i cammelli. Andò loro all’incontro questo monaco, il quale altre volte quando eran passati di lì non era mai andato loro all’incontro, nè si era pur fatto vivo. Scaricati i cammelli, il monaco si messe a girare in mezzo a’ viaggiatori, finché trovato il profeta, lo prese per mano dicendo: Questi è il signore dell’universo, questi è l’inviato del padrone dell’universo, questi sarà mandato da Dio per misericordia verso il mondo. Allora alcuni Şayh coreisciti gli domandarono: E che ne sai tu? E il monaco a loro: Quando voi passavate per quella collina, non v’era albero e non v’era rupe che non si prosternasse innanzi a lui. Or gli alberi e le rupi non si prosternano che dinanzi i profeti. Inoltre io lo riconosco bene al suggello della profezia ch’egli ha abbasso la cartilagine delle spalle, in forma di una mela. E andò via: fece imbandire la mensa, e ritornato con le vivande, mentre il Profeta [lontano] badava a pascolare i cammelli, disse: Su, mandate a chiamarlo. Ei ritornò ombreggiato da una nuvola, e il monaco [a’ convitati]: Guardatelo, che la nuvola gli sovrasta [sempre] per fargli ombra. Avvicinossi il Profeta, mentre la brigata era già andata a mettersi all’ombra di un albero, ed appena egli andò ad adagiarvisi anch’egli, ecco l’ombra dell’alloro volgersi tutta a lui, e il monaco a dire: Guardale come va a trovarlo l’ombra di quest’albero! Or mentre il monaco parlava con loro, raccomandando di non menarlo mai presso i Rûm, perocché se l’avessero veduto l’avrebbero riconosciuto ai noti segni e l’avrebbero ucciso, ecco subito comparire una brigata di sette Rûm. Bahîrâ si volse a loro domandando: Che volete? Risposero: Siam venuti perchè questo Profeta [del quale avevan sentito parlare] si è messo in via nel mese che corre, onde è stata mandata gente [in cerca di lui] per ogni via, e a noi è occorso di battere questa via. E il monaco a loro: E avete lasciato addietro qualcuno di grado superiore al vostro? No, risposero, l’è che noi abbiam pensato di batter questa via. Il monaco riprese: Vi è mai avvenuto di vedere che, quando Iddio voglia una cosa, vi sia uomo al mondo che possa contrastarlo? No, risposero: e lo seguirono e rimasero presso di lui. Egli allora andò a trovarli [gli arabi della carovana] e lor disse: Per l’amor di Dio, chi di voi è il tutore di questo ragazzo? Risposero: È Abû T'âlib. E il monaco a scongiurarlo che menasse a casa il profeta. Abû Bakr [che era nella brigata] lo fece accompagnare da Belai, e il monaco lo fornì di biscotto e d’olio pel viaggio».

[19] Nei Rendiconti dell’American Oriental Society di Boston, maggio 1887. Vi si promette la pubblicazione dei testi, che ignoriamo se poi sia stata fatta. Debbo la conoscenza dei Rendiconti al dotto collega prof. Ignazio Guidi.

[20] Assemani, Bibl. Orient., Romae, 1721, II, 416, e III, P. 1, 108. Quest’autore ne parla a proposito dei jacobiti, ma osserva che altri lo fa nestoriano. Tomaso nell’Hist. monast., I, 35, lo dice nativo ex Gadala, Arebiae pago. Bar-hebraeus scrive di lui che « per idem tempus innotuit Mohammad Arabum pseudopropheta. Hunc Saidus, Nagranensium christianus princeps, cum Jesujabo patriarcha adiit, oblatisque ingentibus donis, foedus Christianos inter et Arabos utriumque sectae stabiliri postulavit. Annuit Mahometus. deditque diploma, quo christianos arabibus commendabat etc. ». Amrus nella vita di Jesujab afferma ch’egli compose parecchi libri: uno « quo haesitantes in fide reprehendit: alterum de nominibus et rebus, quae scriptura quidem conveniunt: tertium de Sacramentis Ecclesiae ». Ma niuna menzione si fa di codesta vita di Sergio; ed è più probabile che fosse composta più tardi da altri, attribuendola a Jesujab per esser rimasta fama delle sue relazioni con Maometto. Jesujab morì nel 647.

[21] Se il libro siriaco fosse veramente del tempo a cui si vorrebbe attribuire, questa sarebbe la più antica menzione dell’inganno della vacca, del quale altri molti parlano. Forse l’origine di questa fiaba non dovrebbe esser senza qualche legame col fatto, che la 2a sura del Corano, la quale del resto può passar per prima, perchè preceduta solo da una breve introduzione, è intitolata appunto la Vacca, dal parlarvisi di quella che Dio ordinò a Mosè di sagrificare.

[22] Non disapprovata dal Rexax, op. cit., p. 217, anzi corroborata da nuove considerazioni.

[23] Così il testo dei traduttori francesi: e così, o per dir meglio, Serdjis, lesse il Gagnier: il Caussin de Perceval reca Djirdjis (Giorgio), ma avverte espressamente. I, 320, n., che non aveva sott’occhio il Masûdi, ma un altro autore arabo, che riferisce il passo. Forse, ei dice, al nome men comune e straniero di Serdjes (Sergio) fu sostituito quello più noto di Djirdjis. Lo Sprenger, 11. 385, osserva in proposito del nome di Sergio: « Fra i contemporanei del profeta non troviamo nessun Sarġs (Sergio), bensì un ̉Abd Allah b. Sarġis, che può esser stato suo figlio. Nell’Içâba è detto ch’era mazanita e congiunto colla famiglia Machzûm. Secondo Bochary, ̒Abd Allah si stabilì in Bacra e avrebbe conosciuto il profeta. Secondo ’Acim-al-ahwal, avrebbe visto il profeta, ma sarebbe stato troppo giovane per esser fra i suoi seguaci. Altri a ciò contraddicono, e lo annoverano fra i discepoli. Egli ha trasmesso delle tradizioni, delle quali alcune sono state comprese da Moslim nella sua raccolta ». Nella Vita di Macometto, che precede L’Alcorano tradotto nuovamente dall’arabo in lingua italiana, Venezia, Arrivabene, 1547, è detto: « Siro chiamato Surgio »; ma poi è detto « Sergio »: ed è singolar cosa in questo scritto l’orazione cinquecentesca, che tien tre pagine, colla quale questo monaco nestoriano persuade Maometto a fondare nuova religione.

[24] Varie e fra loro disformi sono le genealogie di Bah'yrâ. Secondo Abul ’Hasan Al-Besri « vocabatur Felix filius Jonae, fili Abdo’l-Salibi: cognomen autem ejus erat Bohaîra»; v. Abu’l.-feda, traduzione Gagnier, (Oxoniae, 1723. p. 11).

[25] Maçoudi, Les prairies d’or, trad. par Barbier de Meynard et Pavet de Courteille, Paris, Imprim. Imperiale, 1861, I. 146.

[26] Cfr. anche Aboulfeda, Vie de M., trad. Noel des Vergers, Paris, Impr. royale, 1837, p. 9.

[27] Secondo lo Sprenger, II, 387, un solo autore arabo. Zohry (—743) farebbe di Bahîrâ un giudeo di Taymâ.

[28] Cfr. Ibn-Ish'âq, in Sprenger, I,  183 sgg.; e Abul-feda, trad. cit., p. 10.

[29] Vedi Sprenger, I, 178 sgg.

[30] Nel Commento del Gagnier al De Vita et reb. Mohamm. di Abu’l-feda, Oxoniae, 1723, p. 11, si reca questo passo di Giorgio Monaco: « Cumque cognovisset Boh'îrâ illum (Mohammedh) esse ex ista tribu (degli Arabi idolatri), misericordia motus et charitate, illum juvit, imbuitque cognitione Dei, eique aliquot capita ex Evangelio, ex lege, ex Psalmis praelegit. Deinde ille in patriam et ad gentem suam reversns, dixit illis: Vae vobis! utique vos in errore manifesto versamini!».

[31] Vedi Sprenger, II, 379.

[32] Sprenger, I, 484.

[33] Secondo il Gagnier, Vie de M., I, 121, questa identificazione si troverebbe anche in Abu’l-Hasan Ali.

[34] Vedi fra gli altri, G. Sale, Observat. hist. et critiq. sur le Mahometisme, Genève, Barillot, 1751, p. 120; Caussin de Perceval, op. cit., 1, 323; Barthél. S. Hilaire, Op. Cit.,  p. 71.

[35] Secondo alcuni scrittori musulmani citati dallo Sprenger, I, 344, Cadiga non andò da Varaka, ma vi mandò Maometto stesso ed Abû-bekr. Ma i più fanno andare lei.

[36] Vedi Caussin de Perceval, I, 355; Barthél. Saint-Hilaire, p. 95, ecc. E tal è la più comune narrazione degli scrittori arabi (vedi Sprenger, I, 331 e sgg.), ma presso qualcuno di essi, ad es. Ibn Manda (vedi Sprenger, II, 286), la visita di Cadiga a Varaka è preceduta da altre consimili consulte con altri personaggi, fra i quali il râhib Bahîrâ (vedi Sprenger, l, 304 e segg.).

[37] Non voglio tacere che al dottissimo Renan nella recensione ch’egli fece di questo mio scritto (Journ. d. Savants, luglio, 1889, e poi in Mélanges religieux et histor., Paris, Calmann-Levy, 1904, p. 209) pare dubbioso che gli scrittori medievali cristiani abbiano avuto conoscenza dell’episodio di Varaka; ma il particolare narrato da Teofane del « Monachum quemdam » ricercato dalla moglie del profeta, fa credere che qualcosa, anche confusamente, ne sapevano.

[38] Chronographia, Bonn, Weber, 1839, p. 511.

[39] « Ipsa vero cum haberet adulterum (var. cum abiret ad alterum) quondam, propter infidelitatem ibidem exulem habitantem, amicum sunm, indicavit ei omnia, et nomen Angeli. At ille volens eam reddere certam, dixit ei: Veritatem locutus est: etenim iste Angelus mittitur ad cunctos prophetas. Ipsa ergo prima, suscepto pseudo-monachi verbo, credidit ei. et praedicavit id aliis mulieribus contributibus suis, prophetam eum esse etc.»: Hist. Ecclesiaste Parisiis, 1649, p. 103-4.

[40] Costantino, De administr. imperi., c. XIV, dà di più la notizia che colui che ingannò Cadiga era ariano « Falsum testimonium addente ariano quodam monachi nomen ementiente, turpis lucri gratia». Il Bandurio qui annota che l’« Anonymus in Saracenicis, hunc monachum arianum Constantinopoli e monasterio Callistrati, ob pravos in fide sensus ejectum fuisse, scribit »; e aggiunge che le varie lezioni di Teofane lo chiamano Sergio, e la cronaca del Monaco altissiodorense, Selgio. Secondo il Baronio, ann. 630, la notizia del monastero donde sarebbe stato espulso il monaco, deriva « ex fragmento historico Anastasii bibliothecarii ». Nella Hist. Eccl. di lui non v’è nulla di ciò; bensì in una nota alla Panoplia di Eutimio Ziqabene (in Galland, Biblioth. veter. patr., Venezia, XIV, 277) è detto che tal notizia è data nel trattato de Saracenorum principe nel vol. XII dell’ediz. parigina della Biblioth. Patr., che non mi ritrovo a mano.

[41] « Erat amicus ei mulieri monachus quidam, qui ob falsam fidem relegatus ibi vivebat. Huic mulier totam rem aperit, Angeli etiam nomine probato. Is autem monachus, ut opinionem eam prorsus in animo mulieris confirmaret, vero Moamedum haec dicere ait, eum enim angelum ad quemvis vatem mitti. Mulier fidem verbis impostoris illius monachi habens, aliis suis gentilibus mulieribus fabulam narravit etc. »: Compend. Hist., ediz. Bekker, Bonn, Weber, 1838, I, 738.

[42] « Ceterum homo improbus monachum se nequiorem nactus, ob perversam religionem Byzantio exactum, illius instinctu uxori ait Archangelum Gabrielem de coelo ad se descendentem, divina quaedam arcana sibi revelare etc. Ea verba testimonio dolosi monachi confirmabantur, qui mulieri dicebat, omnino Gabrielem ad omnes prophetas mitti solere »: Annal., in Heracl.

[43] Con piccole variazioni, dice il Prutz, Kulturyesch. d. Kreuzzüge, Berlin, Rittler, 1883, p. 516, che da Teofane derivano le relazioni medievali su Maometto, le quali non appartengono alla letteratura delle crociate propriamente detta: per es. Sigeberto Gemblacense (1030?-1112), Ditmaro (976-1009), ecc. Aggiungi anche Paulo Diacono (730?-797?) Hist. Miscell, XVIII (Ber. Italie, I, 132), ed Eutimio (ed. cit., p. 277). Sugli autori bizantini in genere che trattano di Maometto, vedi V. Chauvin, Bibliogr., d. ouvr. arabes ou relatifs aux Arabes, XI: Mahomet, Leipzig, Harrassowitz, 1909, p. 152.

[44] Questo così detto miracolo del profeta arabo, si rinnovò in circostanze speciali dopo molti secoli, e vien così piacevolmente narrato da Vincenzo Monti in una lettera alla moglie del 12 gennaio 1822: «Per aver cagione di prolungare la presente voglio raccontarti cosa che ti farà ridere. In Fano, distante dieci miglia da Pesaro, dura tuttavia un antico costume, di celebrare, appunto di questi tempi, una giostra di tori, alla quale è molto il concorso dei paesi circonvicini; e giorni sono ebbe luogo il primo spettacolo. Fu mandato in arena, un toro veramente feroce. Egli è legge che a ognuno, che ami di acciuffarsi con questa bestia, sia libero di entrare nello steccato. Niuno osò presentarsi contro questa fiera; e quanti cani si arrischiarono di assalirlo, tanti ne furono lanciati in aria e sventrati. Finalmente si fece innanzi un villano, che, con istupore di tutti, si mise a fronte del tremendo animale. Gli si accostò francamente; e il toro, fatto mansuetissimo, lasciò avvicinarsi e carezzarsi e palparsi; e lambiva la mano che lo blandiva. A quel portento tutti restarono attenti e muti; indi un battere di mani che andava alle stelle. Quand’ecco improvvisamente un uomo che s’alza e grida: Costui è un mago. È un mago, ripetono con voce furibonda alcuni altri dello stesso colore; e Fuoco al mago! fuoco al mago! s’intuona da tutte le parti. Il presidente della giostra, persuaso ancor esso che quel prodigio non poteva essere che mera opera del diavolo, fa spiccare quattro gendarmi che intimano al mago di uscire dallo steccato, e te lo menano prigione. Dimandato il perchè di questa soperchieria, gli vien risposto: Perchè tu sei un mago, e n’andrai impiccato e bruciato. E che mago m’andate voi contando? ripetè il villano. E non capisce sua Eccellenza o sua Reverenza, che, se il toro mi ha fatto carezze, egli è perchè ha riconosciuto in me il suo padrone? Pareva che tale risposta, conforme alle testimonianze di molti, che per vero padrone del toro lo riconobbero e ne fecero giuramento, avesse dovuto far rinsavire il nobile Presidente, ma il povero mago è ancora nelle carceri, e si disputa quid agendum ».

[45] Gesta Dei per Francos, nel Recueil des Histor. d. Croisades, publ. par l’Acad. des Inscript. et Bell. lettr., Paris, Imprim. National, 1879, vol. IV, p. 128 e segg.

[46] Qui l’editore Beaugendre pone in nota: « Haec hypocrita et vaferrimi hominis descriptio non improbabiliter cedere possit in Sergium; non quidem illum Patriarcham Constantinopolitanum, hujus nominis I, qui ipse monothelita, Heraclium imperatorem monothelitam et monothelitarum protectorem effecerat, ut quidam erronee sunt opinati: sed alium Sergium, armenum, pseudomonachum et suis ordinis apostatam, qui Arianorum et Nestorianorum erroribus infectus, impio Mahometo suam tunc sectam instituere meditanti, tam tenaciter adhaeserat, ut illo nequissimus ille pseudopropheta ad Alcoranum suum concinnandum usus fuerit».

[47] Il sig. Ziolecki nella prefazione alla nuova stampa del Roman de Mahomet di Alixandre dou Ponts, Oppeln, Maske, 1887, analizzando questo poema, p. XVI e seg., ha confuso insieme il mago, ch’ei chiama Maometto, e Mamuzio. Invece nel poema francese il mago è innominato; e l’altro personaggio è Mamuzio = Maometto.

[48] È curioso come questo nome sopravviva nel parlare Salentino, quando volendosi imprecare contro qualche persona, gli si grida « Bruttu Mamuzio», alludendo con ciò a Maometto: vedi G. Gabrieli, Gesù Cristo nel Qorano, in Bessarione, Riv. di studi orient., IX, n. 55-56.

[49] Hildeberti, Opera, ediz.  Beaugendre, Paris,  1708, p. 1277 e segg. Riprodotto anche nel vol. CLXXI della Patrologia latina del Migne, 1854.

[50] Il luogo a questo corrispondente  nel Roman de Mahomet, che da questo poema di Walther deriva, come diremo più oltre, suona così:

En cel tans, en cele partie

Estoit uns nom de sainte vie

Demourans en uns hermitage

En une montaigne sauvage ecc.

A questo luogo nella prima edizione del Roman (Paris, Silvestre, 1831) vi ha una nota, che forse più che al Michel editore del testo latino, appartiene all’orientalista Reinaud, autore della prefazione, e che così dice: « Il s’agit ici d’un moine chrétien qui demeuroit à Bosra, à quelque distance de Damas, et que Mahomet eut occasion de voir dans ses voyages. La pluspart des auteurs arabes le nomment Bohayra, et Guillaume de Tripoli Bahayra ». E più oltre: « Des auteurs musulmans parlent de l’entrevue de Mahomet avec l’ermite; mais, bien loin de prèter à celui-ci un langage aussi sevère, ils disent que ce religieux fut frappé à la première vue de l’éclat divin qui brilloit de la personne du Prophète, et qu’il crut aussitôt en lui ». E più oltre ancora: « Nous avons dit que l’ermite qui prédit à Mahomet sa mission, demeuroit près de Bosra en Syrie, c’est-à-dire à plus de deux cents lieues de la Mecque; ainsi le récit du poète est inadmissible. L’auteur à sans doute été trompé par l’existence d’une grotte située dans le voisinage de la Mecque, où  Mahomet, quelque temps avant sa mission, avoit coutume de se retirer pour y méditer, disoit-il, sur les choses célestes, et où l’ange Gabriel lui apparut pour la première, fois ». Chi scrisse queste giuste osservazioni, evidentemente non sospettò il legame che noi abbiam cercato di mettere in chiara luce fra Varaka, dimorante appunto presso la Mecca, e il solitario dei testi occidentali.

[51] Il poeta francese che, come vedremo, ridusse in versi questo racconto, biasima il modo di procedere dell’eremita:

Loenges m’en convenra faire

De lui, selonc mon examplaire;

Nequedent je croi vraiement

Que li examplaires me ment,

Pour chou q’aida a tesmoigner

A Mahommet, le losengier

Que li angeles a lui venoit

Quant li vilains mans le prennoit

Et que loy nouviele feroit

Ki de par Diu faile seroit (vv. 1157-67).

[52] Il poema di Walther fu pubblicato dal Du Méril, Poés. popul. latin. du moyen âge, Paris, Franck, 1817, p. 368-405.

[53] La prima edizione del Roman fu fatta, come dicemmo, nel 1831, Paris, Silvestre, da Francisque Michel, con una notevole prefazione del Reinaud, e di essa trattò il Raynouard, nel Journal des Savants (1831) la seconda, come pur dicemmo, fu fatta più tardi dal sig. Boleslaw Ziolecki, Oppeln, Maske, 1887. Precede al testo un « Beitrâge zur Mahomet Legende im Mittelalter », dove molte notizie sono raccolte, ma esposte, a parer nostro, confusamente.

La data del poema si raccoglie dagli ultimi versi: « Chi faut li romans de Mahon. Qui fu fais el mont de Loon, En l’an de l’incarnation De nostre signor Jesucrist Mil et cc. cinkante et wit ».

[54] Ziolecki, p. XXIII. A p. VII lo Z. ricorda altri scritti proprj (Greifswald, Abel, 1886) e del Peter (Gandersheim, Hertel, 1885) sulle relazioni fra il poema latino e il francese.

[55] Circa gli stessi tempi troviamo che alle fonti autentiche ricorreva anche Eutimio Zigabene (m. dopo 1118) nella Panoplia, ove scrive aver Maometto composto « centum et tredecim fabellas », che sono i 113 capitoli dell’Alcorano, e ne cita e confida una ventina (vedi traduz. Zini, Venetia, Scoto, 1550, fol. 60 e segg., e Galland, Bill. Veter. Patr., Venetiis, 1781, XIV, 227 e segg., trad. Beumer). Eutimio fa derivare la dottrina di Maometto da varie fonti: « in Palestinam iter faciens, incidit in Haebraeos, deinde et in Arianos, tandem  etiam in Nestorianos.... Celeriter e Judaeorum doctrina, Unius imperium, ex Arianorum vero, Verbum et Spiritum res esse conditas, e Nestorianorum tandem, Hominis cultum hausit. E quibus omnibus inter se junctis, inixtam quandam religionem commentus est ».

[56] L’anno è attestato dall’Epistola di Pietro a Bernardo (v. Bibl. Patr., ediz. di Lione, XXII, 1030), e confermata da Albericus Trium Fontium: « quo anno per industriam abbatis Petri Cluniacensis, liber qui dicitur Alchoranus cum tota secta impii et pseudoprophetae Mahumet, de arabico in latinum translatus est, hoc ratione ut sciat catholica Ecclesia quam vilis et quam frivola et quam apertis mendaciis plena sit ista seductoris illius doctrina, quae a tempore b. Gregorii paulo post, id est a tempore imperatoris Heraclii, Saracenorum populos infecit, et hic erat annus alhigere 537: alhigera autem dicitur sublimatio in prophetam etc. »: in Mon. Germ. Hist., XXIII, 837.

[57] Vedi l’Epistola, la Summula, la Disputatio e la Vita di Maometto in Bibliander, Machitmetis.... vita ac dottrina ipseqne Alcoran etc., Basilea, 1547. Vedi anche l’Epistola e brani della Summula riferiti da R. Otto, Mohamed in der Anschauung des Mittelalt., in Modem Language Notes del 1889, p. 90. La Epistola e la Summula, non che la prefazione di Roberto all’Alcorano tradotto, sono anche nella Bibl. Patr. di Lione, vol. XXII. Del Trattato contro i Saraceni restano solo i due primi libri, di quattro che erano, stampati dal Martène, Ampliss. collect., IX, 1119.

[58] Il diavolo in persona è quello che ispirò Maometto, come attesta Hugo monaco, abate flaviniacense (1065-1140?): « Die igitur quadam cum reverteretur ab auditorio, obviam habuit diabolum habentem os aureum, et dicentem se esse Gabrielem Archangelum, missum a Deo ad ipsum ut praedicaret gentis suae quae audierat et sciebat. Tunc coepit praedicare Mahamet, ut derelinquerent idola manu facta et adorarent creatorem, qui fecit quae sunt.... et regnavit in Damasco, et caput regni ejus Babylonia civitas fecit »: in Monum. Germ. Hist., VIII, 323. ‒ Bono Giamboni nella Introduzione alle Virtù narra (§ XLIV) come la perversa missione di dividere e pervertire i fedeli, fosse, dopo un conciliabolo di tutti i demoni e per consiglio di Mammone, affidata a Maometto, e da essi fosse composto e a lui affidato l’Alcorano.

[59] Un intero capitolo è dallo Sprenger (11, 379 e segg.) dedicato a ricercare colla scorta degli scrittori musulmani e in specie dei commentatori ad alcuni passi del Corano (V, 55; XXVIII, 44-53) chi fu l’istruttore di Maometto, cioè quale cristiano o quali cristiani gli insegnassero la dottrina dell’Evangelo. I più invero menzionano Bahîrâ, o Abraha l’abissino. Bochary ricorda un cristiano che si convertì all’islamismo e molte cose scrisse pel Profeta, poi si rifece cristiano. Ibn ’Abbas afferma che alla Mecca viveva un giovane cristiano di nome Bileâm, che spesso fu visitato da Maometto; ’Ikrima narra che Maometto si faceva spesso leggere i libri santi da ’Asch schiavo cristiano; Ibn Ishaq menziona Gabr, e Abd Allah Ben Moslim a Gabr aggiunge Yasar, presso i quali spesso il profeta si fermava ad ascoltar la lettura della Bibbia, sicché gli avversari lo rimproveravano che si facesse istruire da costoro, ai quali altri aggiungono Addas. Invece per Mogahid quelli che ajutarono Maometto a comporre il Corano furono giudei; e per Zory, Bahîrâ stesso era un giudeo di Taymà: vedi Sprenger, II, 387.

[60] Sulle relazioni fra il giudaismo e il maomettismo, vedi Abr. Griger, Was hat Mohammed aus dem Judenth. aufgenommen? Bonn, 1833: sul qual libro vedi un art. di Silv. de Sagy nel Journ. des Savants, 1835, p. 162. Vedi anche Hirschfeld, Jndische Elemenie in Koran, Berlin, 1878.

[61] Renan, op. cit., p. 213: « Mahomet doit au moins autant aux juifs, qu’aux chrètiens ».

[62] « Eo tamen scimus tempore, et anno praecipue millesimo centesimo quadragesimo uno, Judaeos valde commotos et tumultuosos fuisse: quare plurimi scriptores hac aetate contra Judaeos extiterunt, Gislebertus scilicet Wiutoniensis, Rupertus Tuyensis abbas, Gislebertus Novigentinus, Petrusque Blesensis »: Duparay, De Pelvi venerabilis vita et operib., Cabilloni, Montalan, 1857, p. 60.

[63] Vedi Bibliander, op. cit., I, 3: « Dedit Satan successum errori, et Sergium monachum haeretici Nestorii sectatorem, ab ecclesia expulsum, ad partes illas Arabiae transmisit, et monachum haereticum pseudoprophetae coniunxit. Itaque Sergius conjunctus Machumet, quod ei deerat supplevit, et scripturas sacras tam veteris Testamenti quam novi, secundum magistri sui. Nestorii intellectum, qui Salvatorem nostrum Deum esse negabat, partim, prout sibi visum est, ei exponens, simulque apocryphorum fabulis eum plenissime imbuens, christianum nestorianum effecit. Et ut tota iniquitatis plenitudo in Machumet conflueret, et nihil ei ad perditionem sui vel aliorum deesset, adjuncti sunt Judaei heretico. Et ne verus christianus fieret, dolose praecaventes homini novis rebus inhianti, non scripturarum veritatem, sed fabulas suas, quibus nunc usquam abundat Machumet, Judaei insibilant. Sic ab optimis doctoribus Judaeis et haereticis Machumet instructus, Alcoranum suum condidit, et tam ex fabulis judaicis quam ex haereticorum naeniis confectam nefariam scripturam barbaro illo suo modo coutexuit »: Epist. ad Domin. Bernard. Clarevall. abatem. Cfr. ciò che scrive frate Angelo Pientini da Corsigna nel suo libro Delle demostrationi degli errori della setta macometana, dedicato al granduca Ferdinando (Firenze, Marescotti, 1688, pagina 12: « .... A questo s’aggiunse che trovandosi a punto in quel tempo Sergio, monaco nestoriano, scacciato dal monastero per non so che suo gran misfatto, se n’andò in Mecca, là dove trovò molti pagani e giudei, e desiderando di fare qualche cosa per la quale potesse acquistarsi gran riputatione e gloria.... cercò d’indurre alla setta sua e al cristianesimo quanti potea. Et parendo a Macometto che fosse persona di gran valore e di cui potesse meglio d’ogni altro servirsi per l’intento suo, mostrò di voler essere cristiano e seguitare (come poi seguitò in molte cose) la dottrina sua egli ancora. E... temendo certi giudei, i quali erano parimente persone di molto valore, che essendo diventato nestoriano, potesse pregiudicare alla setta loro, se gli accostarono essi ancora, e lo istruirono secondo la propria intelligenza loro nelle scritture sante, come fatto avea e facea continuamente Sergio secondo la sua. Di modo che insieme egli veniva a partecipare con gli idolatri, coi cristiani, ma eretici, e coi giudei. Et di qui è, che nelle leggi sue, cioè nel suo Alcorano, egli mette molte cose che mirano al paganesimo, molte al christianesimo e molte al giudaismo ».

[64] La Disputatio, della quale tanto si servì Pier di Cluny e dopo lui, come vedremo, Vincenzo Bellovacense, non dev’esser cosa molto differente da un testo arabo, pubblicato nel 1880 a Londra, dalla Turkisch Mission and Society, e contenente una disputa tenuta innanzi al califo Al Mamûn figlio di Harûn ar Ràsîd (786-834), che, come oguun sa, fu mutazelita, e perciò poco ortodosso. La parte del cristianesimo vi è sostenuta da ’Abd al Massîh (il servo del Messia) ibn Ish'âq al Kindî. Egli narra che Sergio monaco, scacciato e scomunicato, proponendosi di cancellar la sua colpa con qualche generosa azione, si recò alla Mecca, dove trovò Giudei e adoratori degli idoli. Cultore di questi ultimi era Maometto, che in breve egli ridusse cristiano nestoriano, suggerendogli di far passare le dottrine che gli insegnava per rivelazioni dell’angelo Gabriele, e persuadendolo a mutare il suo nome, com’egli aveva mutato il proprio in quello di Nestorio. Con ciò ei destò le ire dei Giudei, contro i quali si volse Maometto, che pendeva al cristianesimo, insozzato però dell’eresia nestoriana. Ad ogni modo, la propaganda cristiana progrediva, quando Maometto morì, e sorsero i due giudei ’Abd Allah ibn Sallâm e Ka̒ b, chiamato il dottore; i quali fingendosi seguaci di lui, ne alterarono la legge, e favorendo Ali contro Abû Bekr, n’ebbero il libro del Corano, a cui fecero interpolazioni in senso giudaico. Questo scritto arabo è stato tradotto e stampato a Londra nel 1882 da sir William Muir col titolo The Apology of Al Riudy written at the Court of Al Mamûn (a. h. 215 — 830) in defence of Cristianity. Il Muir nota nella prefazione che l’opera di Al Kindâ è citata anche da Al Biruni, cronologo arabo dei primi dell’XI sec. Ambedue questi libri mi furono gentilmente comunicati dal prof. Guidi.

[65] « Instantibus itaque eisdem temporibus, missum fuit quoddam scriptum domino Papae, scilicet Gregorio nono, de partibus orientalibus per praedicatores, partes illas peragrantes. Quod, cum ad multorum audientiam pervenisset, error, immo furor Machometi prophetae Saracinorum, qui in eo descriptus est, cunctos commovit in sibilum et derisum. Haec autem suo loco, scilicet anno DCXXII, quando pestis machometica suborta est, praeteraguntur »: p. 289.

[66] Questa relazione, se non era la Disputatio, già nota in Occidente per la traduzione di Pier di Cluny, doveva esser qualche scrittura che molto le assomigliava: come il Libellus in partibus transmarinis, del quale vedremo poi giovarsi il Bellovacense.

[67] Causa quidem praecipua, quare lex machometica invaluit, dicitur fuisse quidam monachus prius christianissimus, Solius (var. in margine: Sergius) nomine, qui propter haeresim excommunicatus, extra omnem Dei ecclesiam fuit ejectus. Ille in christianos vendicare se cupiens, perrexit ad locum qui dicitur Thenme. Inde pervenit in desertum Malse, ubi homines duobus modis invenit credentes: maior enim pars erat hebraea, minor pars idola colebat. Ibi cum ille Monachus apostata et socer Machometh in unum conjungerentur et pariter colloquerentur, amici facti sunt. Mutavit autem monachum nomen suum, vocavitque se Nestoreum. Plurima itaque oracula et testificationes ex Veteri Testamento et Novo et ex dictis Prophetarum docuit illum, et Machometh callide ad erroris sui firmamentum annexuit: et ita a talium auxilio et suggestionibus, coepit ille seductor super omnes tribus exaltari. Erant autem rudes homines et inculti ac simplices, et ad seducendum faciles, et carnales »: Historia Major, Parisiis, Pelè, 1644, p. 291.

[68] Et quoniam magnus laqueus diaboli et profunda fovea perditionis futurus erat homo ille, cum rudis esset et illitteratus, providit ei mille artifex Christianae religionis inimicus socios et coadiutores erroris sui, qui eidem tamquam impietatis instrumenta assisterent, et ipsum fallaciter instruerent et in nequitia foverent. Quidam enim monachus, homo apostata et haereticus, vir Belial, nomine Sosius, cum de execrabili haeresi Romae fuisset publice convictus et condemnatus, et a fidelium consortio fuisset penitus expulsus, fugit ad partes Arabiae, cupiens se de molestia sibi facta contra Christianos vindicare. Cum autem invenisset Machumetum, qui jam aliquam habebat in populo suo praeminentiam, nec tameu a multis adhuc Propheta putabatur, coepit eum cum quodam Judaeo, qui similiter ipsi Machometo adhaeserat, exhortari et admonere, quatenus sicut Moyses et Christus legem dederunt populo suo et propter hoc ab universis reputati sunt magni, ita et ipse, ut magni nominis et summus Propheta haberetur, consiliis et documentis ipsius Monachi et Judaei, legem darent illi populo, cujus major pars idola colebat et facile ad ejus doctrinam flecti possent. Machometus autem, eorum perversis acquiescens suggestionibus, ut majoris auctoritatis lex ejus esse videretur, ex veteri et novo Testamento ad argumentum erroris sui, predictis haeretico et judaeo docentibus, quaedam adjunxit adinventionibus propriis, quae suggerente diabolo, de corde suo finxit etc. »: Hist. Hierosolimit., in Bongars. Gesta Dei per Francos, Hannov. 1611, p. 1056.

[69] Eo tempore Mahumetus propheta Saracenorum surrexit. Fuit autem magus. Et quia epilepticus ne perciperetur, dicebat se tunc loqui cum angelo quotiescumque caderet. A quodam etiam monacho, nomine Sergio, apostata, ad decipiendum populum informabatur. Hic Mahumet sive Mahometus traxit originem de Hysmael, et cum mercator esset pauperrimus, quamdam divitem viduam, mentiens se Messiam, duxit uxorem. Et cum dicta mulier doluisset se epileptico nupsisse, dixit ipse, se cum Gabriele archangelo loqui, et quod tamquam carnalis homo non valens sustinere ejus splendorem, deficiebat et cadebat. Credidit hoc mulier, et omnes Arabes et Ismahelitae,  quibus coepit novas leges fingere, ipsis legibus devotionis testamento fide in adhibentes, eumque suum legislatorem esse profiteutur.... Jesum Christum Dominum nostrum credunt de Maria Virgine couceptum et natum: quem sine peccato vixisse et prophetam et plusquam prophetam protestantur.... et vivum ad coelos ascendisse non discredunt. Unde quando, tempore treguarum, sapientes eorum Jerosolymam ascendebant, codices evangeliorum sibi postulabant, eos exosculantes et venerantes.... Lex autem illorum, quam, diabolo dictante, ministerio Sergii monaci apostatae, ab haeretico Mahometo Saraceni habent arabice scriptam, a gladio coepit, per gladium tenere animabitur, etc. »: Chronica, Antverpiae, Plantin, 1574, p. 273.

[70] « De Mahumet pseudopropheta pauca locutus est (Anastasio), sed quibus temporibus fuit, lucide designavit »: in Mon. Germ. Hist.. IX, 357.

[71] La colomba diventa un uccello meraviglioso « par les pieres et l’or » in una redazione de La vengeance de Jésus-Crist della Nazionale di Torino, riferita da A. Graf (Giorn. St. Lett. It., XII, 204). L’uccello, scongiurato da Nerone, porta Machon al cospetto di lui e di Tito suo figlio in Roma. Ivi, drizzato un « eschafaut », si fa a predicare, non si sa bene se la nuova o l’antica fede, finché vien dall’uccello ricondotto alla Mecca, dove muore ed è sospeso, per la virtù dell’amianto, fra cielo e terra. Il Graf definisce tutto ciò per « guazzabuglio », e non merita altro nome.

La leggenda della colomba viveva anche fin presso ai dì nostri fra la plebe romana, ma appropriata a San Gregorio taumaturgo, confuso con San Gregorio Magno, la cui immagine si dipingeva con lo Spirito Santo in forma di colomba all’orecchio, in atto di ispirargli e dettargli ciò che scriveva: vedi il Belli (edizione Morandi, IV, 223):

Va spargenno pe’ Rroma un framasone

Ch’er papa San Grigorio taumaturgo

Era un furbo e un maestro di finzione.

E pprotenne quell’anima de turco

Che in ne l’orecchia, pe’ cchiamà er piccione,

Ce se metteva un vago de granturco.

[72] Dei due disputanti, dice il Bellovacense, certamente togliendolo da Pier di Cluny, che ambedue erano familiari e noti a Emirhilmomini re dei Saraceni. Probabilmente si deve intendere Emir al Momini e scorgervi il califo Al Mamûn, davanti al quale Al Kindî disputò, come vedemmo, in difesa del cristianesimo.

[73] Così certo per errore: meglio Matteo Paris: Thenme (= Tehàma).

[74] « Discipulus ei factus est Machomet, et ille se, propter hoc, Nestorium nuncupavit »: Spec. histor., XXIII, c. 51.

[75] Teofane aveva parlato in genere di dieci giudei: qui il numero è indeterminato; e secondo l’indole dei tempi, ai giudei avversa, è a questi imputato tutto ciò che l’Alcorano contiene di perverso, e di contrario al cristianesimo. Più che al monaco, nestoriano ed eretico, la colpa spetterebbe dunque ai giudei. L’asserzione è ripetuta anche dal Cardinal de Cusa nella sua Cribratio Alcorani, che, citato il nobilis arabus christianus, autore della Disputatio, conclude: « Videtur igitur quod Machumet ab initio fundatus fuit per Sergium ut esset christianus, et legem illam servaret. Ab illa via non potuerunt Judaei ipsum amovere, sed, ut quantum possent retraherent, addiderunt illa per quae videretur propriae sectae propheta, et veteri Testamento non minus quam Evangelio fidem dare.... Fertur supranominatos Judaeos se Machumet conjunxisse, ut impedirent ne perfectus lieret christianus »: in Bibliander, II, 23, 39.

[76] Spec. histor., lib. XXIII, cap. 39-61.

[77] Il Tractatus di Guglielmo di Tripoli fu per la prima volta pubblicato dal dott. Hans Prutz, della cui già citata opera Kulturgeschichte d. Kremzüge, e della ricca bibliografia che soggiunge al cap. Die Vorstellungen des christlichen Mittelalters von Mohammed und seitier Lehre (p. 72 e segg., 543 e segg.) mi sono molto giovato; e qui mi piace attestarlo.

[78] È curioso che di tal venuta di Maometto a questo monastero affermata dalla tradizione, e della rivelazione ivi concessa a un monaco della missione del profeta, si giovassero posteriormente coloro che vi dimoravano, per ottenere privilegj ed esenzioni dalla Porta, come il Quaresmius attesta per averlo saputo sul luogo: « Addam hic quod in partibus istis audivi, Sergium dicunt fuisse, monachum montis Sinai: idque monachi ejus loci fatentur, et insuper addunt, cum aliquando Mahometes camelos ageret cum mercatorum sodalitio, supra illum, licet ceteris inferior esset, magnam apparuisse aquilam extensis alis, dictumque tunc fuisset ab uno ex monachis illis, magnum eum futurum esse, ab eoque petiisse, et sublimatus et ad principatum evectus, locum Sinai eximeret a tributis. Risisse Mahometum, sed annuisse petitioni: cumque super hoc singrapha ejus deposceretur, quod scribere ignoraret, manu in atramento intincta, veluti chirographi effigie chartae impressisse: quam accipientes Sinaitas monachos, ejus  beneficio a vectigalibus Turcarum imperatori solvendis liberos evasisse: atque hodierno tempore chirographum illum Costantinopoli penes Turcarum imperatori asservari »: Historica theolog. et moral. Terrae Sanctae Elucidatio, Antverpiae, ex offic. Plantiniana, 1639, I, 129.

[79] « Dum scilicet sancti patres christiani in civitatibus et desertis, tamquam firmamenti sidera, Egyptum et mundum illuminantes splendorem Deo et hominibus et odorem darent, extitit quidam religiosus vir christianus, simplex sed vite austere, nomine Bahayra, reclusus in quodam monasterio sito in deserte Arabie via, que ducit Arabes ad Arabia Mechana, relinquendo Mare rubrum ad Leucam, ultra montem Synay. Ad prefatum quidem monasterium, ubi clausus morabatur Bahayra, tamquam ad stationem et terminum unius diete coiebant frequenter mercatores itinerantes Syri, Arabes et Egiptii, Christiani et Sarraceni, inter quos venientes erat quidam ad dictum monasterium, qui futurus erat in gentem magnam et robustissimam, per quam Christi ecclesia esset multum affligenda. Et hec revelata fuerant dicto Bahayra recluso, propter quod vehementer ipsum desiderabat venturum et eius cotidie prestolabatur adventum. Venit itaque dies, et ecce mercatorum caterva quam Arabes dicunt bafela, ad dictum pervenit monasterium. Rogantur mercatores venire ad reclusum, sed vir requisitus minime invenitur. Adveniunt postea mercatorum famuli, et omnes qui custodiebant camelos, et divina revelatione invenitur qui querebatur, puer videlicet orphanus, egrotativus, pauper et vilis, custos cameli, natione Arabs, de genere Ysmaelis, de quo dictum est Genes., XVI: Hic erit ferus homo, manus ejus contra omnes, et e regione omnium fratrum suorum figet tabernacula sua» ... « Hic ponunt Sarraceni primum miraculum, quod Deus operatus est, ut dicunt, pro famulo suo adhuc parvulo, dicentes quod parva porta curie » monasterii, per quam transibat, ad presentiam pueri, dum vellet intrare parvulus, ita divino nutu crevit dilatata et arcualiter exaltata est, ut curie imperialis videretur hostium aut introitus domus regie magestatis. Recipitur tandem puer a religioso Bahayra, tamquam filius dilectus tractatus, pascitur, induitur, ab omnibus amplectitur, et filius adoptivus nominatur reclusi, instruitur et docetur, ut fugiat ydolorum culturam, et unum Deum colat, et Jesum Marie virginis filium invocet toto corde. Verumtamen fratres monasterii predicta facientes puerum retinere non potuerunt, quem demiserunt abire, sponsione ad eo recepta, quod ad ipsos reddiret. Adherebat quidem puer diviti mercatori, quem suum reputabat et vocabat alumpnum. Crevit itaque puer etate, prudentia et industria et corporis pariter elegantia. Merces vero domini sui factus adolescens tamquam mercator portabat fideliter et augebat, et ad magistrum suum memoratum reclusum frequentius et deortus veniebat. Moritur tandem dominus adolescentis, dives et peccuniosus valde industria et probitate adolescentis. Quem videns, relicta ejus elegantis forme et felicis fortune in maritum assumpsit; mutatur famulus in dominum, impinguatus, incrassatus, dilatatus opibus, familia et parentibus... Miniera offerentur et promittentur obsequia, multiplicantur amici, et fiunt ei domestici plurimi, quorum primus erat ejus avunculus nomine Hely, qui elicti Machometi filiam, nomine Fatimam, consanguineam postmodo accepit in uxorem. Sic ab omni sua gente cepit honorari et primus vocari et tamquam dominus et magister venerari. Decem elegit sodales, quorum primus erat Ebotherer, nomina vero aliorum latine scribi non possunt. Congregantur ad eum familie Arabum habitantium in desertis Arabiae meridionalis... Crevit itaque Machometus, et crevit globus, agmen et robur ejus, ceperunt eum timere Provincie et provinciarum reges, et omnes populi, principes et omnes terre judices. Ad predictum magistrum suum Bahayram frequentius veniebat, et in veniendo et moram faciendo apud ipsum sodales gravabat, quem tamen ipse libenter audiebat et multa pro eo faciebat. Ob quam causam sodales cogitaverunt Bahayram interficere, sed timebant magistrum. Accidit igitur quadam nocte, ut gravati longa collatione, qua tenuit magistrum reclusus, cum cernerent magistrum temulentum, pugione ipsius Machometi iugulaverunt virum sanctum nocte illa, imponentes eidem magistro quod nimia ebrietate alienatus suum interfecerat magistrum et auctorem. » Mane autem facto, dum Machometus sanctum virum quereret licentiam accepturus et dicturus vale, inveniens ipsum mortuum vehementer contristatus cepit querere homicidas, et cum argueretur a sodalibus tamquam auctor sceleris ebriosus, credens verum esse quod dicebant, conscius quod ebrius extiterat nocte illa et videns proprium gladium cruentatum, contra ebrietatem et vinum ebrietatis causam maledixit omnes vini potitores, venditores et emptores; ob quam causam Sarraceni devoti vinum non bibebant nec bibunt, Racabitarum more. Mortuo itaque Bahayra christiano, quasi freno soluto, Machometi caterva laxat malicie frena: discurrunt ut predones, raptores rapiunt, mactant et perdunt provincias perturbantes et regna, usque ad mortem ipsius Machometi ».

[80] S.  Petri  Pascasii  martyris etc,  Opera,  Metriti, 1674, p. 7.

[81] Monachus quidam valde doctus et sapiens, peritusque artium liberalium, ambitiosus honoris manisque gloriae cupidus, pervenit in Romam; sed cum videret quod illic consequi quod appetebat non posset, confusus et verecundus, in corde proposuit suo iniquum aliquid contra Romanam Curiam moliri, sicque inter christianos divisionem seminavit et schisma. Et quia in Baruch prophetia legerat, quod populi ab Agar descendentes futuri erant mobiles, vani, mutabiles, fabulatores, vaniloqui, loquaces, et exquisitores sapientiae rerum terrenarum, avidique rerum temporalium, mare trajecit et perrexit ad Arabiae terras et loca, ubi dictos populos ab Agar et Ismael ejus filio descendentes, sciebat habitare... Et praedictus Monachus potest esse quod natus sit » in illa Mauria majori, ubi sunt Æthiopes, nam falsus et fallax ille in omnibus suis factis et verbis erat, sicque false et fallaciter se a principio gessit in quibuscumque manum imposuit etc. » p. 52. ‒ Vedi anche la Cronique de Jean d’Outremeuse, cit. da V. Chauvin, op. cit. p. 181.

[82] « In Maurorum libris scriptum est, quemdam Christianum, nomine Sergium, in Mahometum et in ejus sectam occidisse: hic autem Sergius agilis valde, acutus et perspicax erat ad grassaudum et latrocinamdum, et melius quam alius sequentium Mahometum, semitas et tramites, vias et arenas cognoscebat, et quando ad furandum, diripiendumque pergebat, praestigiis utebatur et subtus arenam defodiebat abscondebatque struthionum ova, aqua plena, et quando cum camelis, quos furatus grassatusque erat, redibat, ille suique socii ex illa aqua quam defoderat et absconderat, bibebant: et qui illos sequebantur, redibant, non enim audebant pergere post illos, quia bene cognoverant in illis arenis aquam, nisi post multa dierum itinera, non inveniri. Et mirabantur, quomodo non siti peribant, et quomodo vias et semitas in illis arenis cognoscere poterant; ideoque multi redibant, et Mahometi sectam sequebantur, et propter damna vitanda, quae a Mahometi sectatoribus accipiebant, et propter mira et numquam visa quae tum videbant et portenta judicabant miraculoque attribuebant. Et in hoc Sergio intelligere potestis et cognoscere, qui et quales fuerint Christiani, Judaei et Gentiles qui primum sunt Mahometum secuti: qualisque etiam sibi accepit apostolos, et quomodo illos in corporum animarumque salutem praedicare docuerit etc. », p. 22.

[83] « Invento igitur quodam monacho christiano, sed secta nestoriano, vel ut alii quidam ferunt, quodam Clerico, qui ab Ecclesia turbatus abscesserat, eo quod in ea non fuerat assecutus honorem, quo dignum se esse credebat, qui dissertitudine suae linguae ad se plurimos attrahebat, ei familiaris effectus, in brevi ab ipso edoctus est de novo et veteri Testamento ».

[84] Gesta Imperat. et Pontif., nei Monum. Germ. Hist., XXII, p. 492-3.

[85] « Putant enim quidam, hunc Nicolaum, illum unum de ex septem primis diaconibus fuisse, et Nicolaitarum ab eo dictorum secta, quae etiam in Apocalypsi nominatur, hanc modernorum Saracenorum legem existere. Somniant et alii alios, et sicut lectionis incuriosi et rerum gestarum ignari, sic et in aliis casibus, falsa quaelibet opinantur. Fuit autem iste, tempore Imperatoris Heraclii etc. »: Epistol., lib. IV, in Max. Bibl. Patr., ediz. Lione, XXII, 919. Le stesse cose, quasi colle stesse parole, ripete Pier di Cluny nella Summula (ibid., 1031 e sgg.), aiutandosi col testimonio storico di Anastasio bibliotecario.

[86] Op. cit.. p. 216.

[87] Renan, Averrois et l’Averroisme, Paris, Lévy, 1861, p. 305.

[88] Secondo avverte il Bandini, Catal., 11. 393, era scritto dapprima Saguino, corretto poi, d’antica mano, in Siguino.

[89] Su Aymerico autore di una Ars lectoria sive de quantitate syllabarum dedicata al vescovo Ademaro, vedi V. Hist. littèr. de la Frunce, VIII, 472, che lo assegna al sec. XI. Vedi anche Bandini, Catal., I, 168, II, 393.

[90] Debbo al carissimo discepolo ed amico prof. Francesco Novali la comunicazione di queste importanti notizie dei codici laurenziani.

[91] Narrazioni del Vespro Siciliano, Milano, Hoepli, 1837, pp. XVIII, XXII, XXIII, XXXIV.

[92] Ziolecki, p. XXXIII: « auf ober-Italien ».

[93] Il brano relativo è riassunto dal RobertFables inéd. des siècles XII, XIII et XIV s., Paris, Cabin, 1825, 1, CXLV.

[94] Robert, p. CXXXIII e sgg.

[95] Il cod. è segnato: Fonds latins 14503, e il Liber vi si legge f. 352 r.°. Ne trovammo menzione nel Prutz, op. cit., p. 517. Ci fu gentilmente trascritto dall’amico dott. Teodoro Batiouchkoff, al qiale rendiamo pubbliche grazie di tal favore.

[96] Quanto all’arca sospesa è da sapere che, secondo le credenze popolari siciliane, ci sarebbe un modo di togliere ogni virtù alla calamita, che la sostiene: « prendere un aglio, romperlo e buttarlo addosso alla cassa, perchè l’ aglio è contro alla calamita. » Ma chi può arrischiarsi di far questo, là nel tempio di Maometto? »: Pitré, Fiabe, Nov. e Racc. popol. Sicil., Palermo, Pedone, 1875. IV, 21.

[97] Nella Biblioteca del Seminario di Pisa v’ha un’altra versione (cod. 50) della leggenda di Nicolao, di lezione erratissina, che mi fu fatto conoscere dal sempre rimpianto alunno Camillo Vitelli (v. il suo Index codd. latinor. in Biblioth. S. Cather., negli Studi di Filol. class., VIII, 1900). In essa è più precisato il tempo: « in diebus apostolorum » e « post obitum beati Clementis papa qui tercius a Petro beato rexit chatedram ». Per le sue dottrine eretiche, nelle quali aveva per discepolo un « Maurus », fu Nicolao chiuso a Roma in una torre, dove perì. Ma il discepolo si recò in Spagna e in Arabia, eleggendo a sua dimora un monte, donde un giorno vide e chiamò a sè un giovane di nome Maometto, conduttore di cammelli, promettendogli in cambio di questo, l’insegnamento di una scienza che lo innalzerebbe su tutti, nella quale, aiutando a ciò il diavolo, egli divenne perfetto. Seguono poi le note astuzie del torello, della colomba, ecc., finché le turbe ingannate lo salutarono verace « prophetam Christi », poiché egli si professava « christianus et Christi servus ». Così fondò una nuova legge, finché invaghitosi di una bella ebrea, questa, consigliatasi coi suoi, lo fece da essi uccidere, dandolo in pasto ai porci, ma facendo credere ai devoti di lui che gli angeli eran venuti a rapirlo; essa lo aveva conteso alla loro forza, e glie ne era rimasto in mano il solo piede sinistro. La fiaba del piede è anche in S. Pier Pascasio, p. 87. Maometto, egli racconta, si era innamorato di una giudea, che accordatasi co’ suoi curreligionarj di ucciderlo, lo invitò a passar seco una notte. Dopo ch’ei fu ucciso, gli troncarono il piede sinistro, e il corpo fu divorato dai porci, sicché nulla ne rimase. La donna conservò il piede e lo cosparse di preziosi unguenti, e ai seguaci di Maometto, che non più trovandolo vivo, andavan dicendo esser egli stato rapito, mostrò quella reliquia, narrando che mentre Maometto con lei giaceva, due Angeli l’avevan preso per le braccia ed essa lo teneva pel piede, e così stettero a tirarselo sino all’aurora, finché quello si staccò e le rimase in mano. Queste cose Pier Pascasio dice di aver trovato « in libro quodam  latino » che gli fu dato, e nel quale se ne rinvengono molte altre che pur sono negli scritti degli Arabi: « ex quo infertur quod historia praedicta vera sit ».

[98] Il padiglione di Foresto, dall’Attila Flagellum Dei, poema di Niccolò da Casola bolognese, Imola, Galeati, 1871, p. 6. Pubblicazione fatta per le mie nozze dal carissimo discepolo ed amico prof. Francesco D’ Ovidio.

[99] Cfr. il brano del Renani le contrefait, in Chauvin, op. cit., p. 217 e in E. Doutté, Mahomet cardinal, Châlons-sur-Marne, Martin, 1899.

[100] Erra il sig. Ziolecki, p. XXXIII. quando assevera che le Chiose dantesche laurenziane sono la fonte del Casola; in quelle invero, i cardinali negano la tiara a Nicolò « vedendolo superbo »: qui, perchè ne aiuterebbe di mezzo la propagazione della fede.

[101] Il Graf nello scritto cit., pp. 209-10 reca in proposito altri autori del sec. XIV, che riproducono la leggenda di Niccolò: cioè l’autore del Libro Imperiale e il Pucci nello Zibaldone.

[102] Nella stampa si legge così:

Quel Machometto fu prima cristiano,

Poi rinnegò la nostra fede santa,

Perchè e’ fu promesso a quel villano

D’esser fatto pastor di gente tanta.

Aleso non gli fu a mano a mano,

E però predicò sua legge afranta,

Onde n’ à facti perir tanti al mondo,

Che mai di tal affar sarà giocondo.

[103] Cod. della Nazionale di Firenze, Palch. II, 31 Strozz., del quale debbo la comunicazione al discepolo e amico prof. Pio Rajna.

[104] Dal ms. Riccard. 226, per comunicazione del discepolo e amico dott. F. Pintor.

[105] Il Meschino, altramente detto il Guerrino etc. Venezia, Sessa, MDLX.

[106] Vi deve però essere qualche glossa, oltre quella che citiamo di Giovanni Andrea, ove si trovi epressamente il nome di Niccolò, dacché l’Ittigius negli Act. Erudit. Lips., 1690, scrive: « Glossatorem autem corporis canonici qui Nicholam, Mahometum fuisse dicit etc. ». L’errore del glossatore è stato dunque questo di confondere Maometto con Niccolò: non, come gli rimproverò il Bayle, art. Mahomet, not. X, di aver fatto Maometto capo dei Nicolaiti.

[107] « In Historia ecclesiastica legitur Machometum nutritum fuisse a quodam clerico nobili romano, qui, cum tempore Bonifaci p. p. quarti quaedam petita impetrare non potuisset, apostatavit a fide, et nutrivit illum cum quadam columba alba, quae recipiebat grana de aure ejus, et sic erudita per hoc quod, quando volebat Machometus, illa ponebat in publico os ad aurem, et sic dicebat quod Spiritus Sanctus alloquebatur et instruebat illum: iste postili odimi dedit legem Saracenis, ut haec in historiis ecclesiasticis uberius reperiri possunt ».

[108] Francesco Pegna così annota a p. 306 del Director. Inquisitor, di Nicol. Eymericus, Romae, 1587: « Nullo modo verum est quod scribit glossa in Clement. de Jud. et Sarac., in verbo Machometum, dicens ipsum nutritum fuisse a quodam clerico nobili romano, qui cum tempore Bonifacii p. p. IV quaedam petita impetrare non potuisset, apostatavit a fide, et Mahometum conveniens, eum nutrivit. Rursus id etiam est fabulosum quod quidam tradunt, videlicet Mahometum fuisse quemdam clericum christianum, de Bononia civitate Italiae oriundum, qui postea a fide catholica apostatavit. Tametsi autem perfidus hic Mahometus haereticus non fuerit, cum christianam religionem numquam susceperit, nec fuerit baptizatus, merito tamen ab aliquibus, velut a Lutzemburgo et Prateolo, inter haereticos numeratur, nam omne haeresum venenum, quod diabolus in multos sparsim haereticos olim disseminavit, in hunc impurum et bestialem Mahometum simul comprehensum videtur... Hic... » ut quidam tradunt, decem socios habuit, septem Arabes, Christianos tres, qui a fide recesserant, quorum princeps Sergius monachus arianus fuisse memoratur, qui librum legum nomine superbissimo Alchoranum appellatum, idest Lectionem, inchoavit, et Iohannes nestorianus, quibus supervenit Iudaeus thalmudista ». Questa ultima notizia potrebbe essere attinta dal Supplemento delle cronache universali del mondo di Filippo da Bergamo che scrive: « Si dice che M. componesse l’Alcorano con l’aiuto di Giovanni d’Antiochia eretico, di Sergio ariano e d’un certo altro giudeo astronomo (ediz. Venezia, 1581, p. 336) ».

[109] In una glossa marginale ad un codice della Historia Hierosolitnitana. che di mano del sec. XV incip. conservasi in Siena (G. VI, 2 cart. 59 sgg.) si legge quanto segue, comunicatomi dalla gentilezza del bibliotecario dott. F. Donati: « Tum Nicolaus Aymerici in libro qui dicitur Directorium Inquisitionis. par. 2, quaest. 21, dicit ipsum bononiensem fuisse origine, et clericum apostatam. Cronica autem Martiniana in c. Eraclii imperatoris non ponit ejus originem, sed dicit quod a quodam monacho, nomine Sergio apostata, fuit informatus. In Historia autem Ecclesiastica, ut refert Jo. An. in Glossa Clementinarum, idest de Judeis et Sarracenis, legitur quod Macometus fuit initiatus a quodam clerico, nobili romano, qui apostatavit a fide, tempore Bonifacii papae quarti. Unde possent predicte opiniones concordari, ut Macometus fuit arabs, sed instructor ejus fuit bononiensis, sed denominetur etiam romanus, quia Roma est Caput Italiae ».

[110] Li livres don Tresor, ediz. Chabaille, p. 83.

[111] Sundby, traduz. Renier, p. 382. Questo testo va confrontato con quello offertoci dal Fioretto di Cronache degli Imperatori, Lucca, Rocchi, 1858.

[112] « Huius Bonifacii tempore, mortuo Phoca et regnante Heraclio, circa annum domini DCX, Magumeth, pseudo propheta et etiam magus, Agarenus sive Ismaelita, id est Saracenus, hoc modo decepit, sicut legitur in quadam Hystoria ipsius et in quadam Chronica. Clericus quidam valde famosus, cum in romana curia honorem quem cupiebat, assequi non potuisset, indignatus ad partes ultramarinas confugiens, sua simulatione innumerabiles ad se attraxit, inveniensque Magumeth dixit ei, quod ipsum illi populo praæficere, vellet, nutriousque columbam grana et alia hujusmodi in auribus Magumeth ponebat. Columba autem supra ejus humeros stans, de auribus eius cibum sibi sumebat, sicque jam adeo assuefacta erat, quod, quandocumque Magumeth videbat, protinus super humeros ejus prosiliens, rostrum in ejus aure ponebat. Praedictus igitur vir populum convocans dixit, se illum sibi velle praeficere, quem Spiritus Sanctus in specie columbae monstraret, statimque columbam secrete emisit, et illa super humeros Magumeth, qui cum aliis adstabat, evolans, rostrum in ejus aures apposuit. Quod populus videns Spiritum Sanctum esse credidit, qui super eum descenderet, ac in ejus aure verba Dei inferret, et sic Magumeth Saracenos decepit, qui sibi adhaerentes regnum Persidis ac Orientalis imperii fines usque ad Alexandriam invaserunt. Hoc, quidem vulgariter dicitur: sed verius est quod infra habetur».

[113] « Magumeth igitur proprias leges confingens, ipsas a Spiritu Saucto in specie columbae, quae saepe ridente populo super eum volabat, se recepisse mentiebatur, in quibus quaedam de utroque Testamento inseruit. Nam cum in prima aetate mercimonia exerceret et apud Aegyptum et Palestinam cum camelis pergeret, cum christianis et judaeis saepe conversabatur, a quibus tam Novum quam Vetus didicit Testamentum. Unde secundum ritum Judaeorum circumciduntur Saraceni, carnes porcinas non comedunt. Cujus rationem cum vellet Magumeth assignare, dixit quod ex limo cameli porcus post diluvium fuerit procreatus, et ideo tamquam immundus a mundo populo est vitandus. Cum christianis autem conveniunt, quod credunt unum solum Deum omnipotentem omnium creatorem. Asseruit etiam pseudopropheta, vera quaedam falsis immiscens, quod Moyses fuit magnus propheta, sed Christus major est, summus prophetarum natus ex Maria Virgine, virtute Dei absque semine hominis. Ait quoque in suo Alchorano, quod Christus, cum adhuc puer esset, de limo terra e volucres procreavit: sed venenum immiscuit, quia Christum non vere passum nec vere resurrexisse dixit, sed alium quemdam hominem sibi similem hujusmodi egisse vel passum esse docuit. Quaedam autem matrona, nomine Cadigan, quae praeerat cuidam provinciae, nomine Corocanica, videns hominem Judaeorum et Saracenorum contubernio vallari, existimabat in illo majestatem divinam latere, et cum esset vidua, ipsum in maritum accepit, et sic Magumeth totius illius provinciae obtinuit principatum. Ille autem suis praestigiis non solum praedictam dominam sed etiam Judaeos et Saracenos demum adeo demutavit, ut se Messiam in lege promissum publice fateretur. Post hoc vero, Magumeth coepit frequenter cadere in epileptica passione. » Quod Cadigan cernens plurimum tristabatur, eo quod impurissimo nomini et epileptico nupsisset. Quam ille placare desiderans talibus eam sermonibus demulcebat, dicens: Gabrielem archangelum frequenter mecum loquentem contemplor, et non ferens splendorem vultus ejus in me deficio et tabesco. Quod sic esse, mulier et caeteri crediderunt ».

[114] Quest’altri che fa il maestro di Maometto « Antiochiae Archidiaconus et jacobita », potrebbe essere Pietro Alfonso (1062-1106), che in tal modo ne parla: vedi il suo Dialogus, lib. V nella Bibl. Patr., (ediz. Lione, XXI, 198).

[115] « Alibi tamen legitur, quod fuit quidam monachus, qui Magumethum instruxit, nomine Sergius, qui in errorem Nestorii incidens, dum a monachis fuisset expulsus, in Arabiam venit et Magumetho adhaesit; licet alibi legatur, quod fuit archidiaconus in partibus Antiochiae degens, et fuit, ut asserunt, jacobita, qui circoncisionem praedicant, Christumque non deum sed hominem tantum justum et sanctum, de Spirito saucto conceptum et de virgine natum affirmant. Quae omnia Saraceni affirmant et credunt ».

[116] Legenda aurea, recens. Th. Graesse, Lipsia e, 1850, capit. 181. Molto probabilmente dal Varagine trasse ciò che dice su Maometto l’autore del Liber de temporibus (Bibliot. Estense, VI, H, 5), c. 73, che il c. Ippolito Malaguzzi, archivista di Stato a Modena, al quale debbo il brano relativo al nostro argomento, ha provato essere il notaio reggiano Alberto di Gerardo di Miliolo, contemporaneo ed amico di fra Salimbene. I due testi combinano fra loro quasi esattamente. Nel sec. XV, S. Antonino riprodusse pure dal Varagine le notizie su Maometto nella sua Chronica, ediz. giuntina, Lione, 1568, I, 367; II. 350; e. altrettanto fece l’autore dell’Epitom. bellor. sacror. del 1422 (in Canisius Antiq. lection, Amsterdam, 1725. IV, 434-42). Traduzione quasi esatta del testo del Varagine è la Storia di Maometto e della sua legge, che Fr. Zambrini tolse dal cod. magliab. XXXV, 169, e nel 1858 pubblicò a Bologna, Tipogr. delle Scienze.

[117] Questo è probabilmente Abd-Allah ben Salem, dotto giudeo (v. Sprenger, I, 54), che ajutò Maometto colle sue conoscenze bibliche.

[118] Confutatio legis a Mahum. Saracen. latae, in Bibliander, op. cit., vol. III, p. 139. Così porta il testo stampato dal Bibliander e riprodotto dal Mione, Patrol. graeca, vol. CLIX, p. 1139, che non però è l’originale. Invero la Confutatio fu alla fine del sec. XIV tradotta in greco da Demetrio Cidonio, e poi alla fine del XV questa traduzione fu rifatta latina da Bartolomeo da Monte Arduo. Il codice riccard. 3207, che erroneamente è detto contenere Excerpta dai libri di Ricoldo, mentre invece contiene l’intera Confutatio, riferisce così il passo: « Naphe & cōhomar & homra & elressar & asser et filius lietar et filius amer » (fol. 25 v°). A p. 106 della stampa del Bibliander, Baira è detto Maphyra jacopita; e si ricordano Salonus persa e Abdala già Perside e Selam giudeo: ma a p. 140: « Baira, Phinees, Audia nomine Salon, Andala dictus et Seleni ». Altre differenze presenta un altro libro di Fra Ricoldo, cioè il Liber peregrinacionis, stampato dal Laurent, Peregrinatores medii aevi quatuor, Lipsiae, Heinrichs, 1864, p. 149: « Certissimus est quod Machometus habuit tres pedagogos, scilicet duos Judaeos, quorum nomen unius Salon Persa, et nomen alterius Aabdalla, quod interpretatur servus Dei, filius Sela. Et ipsi facti sunt Saraceni, et docuerunt ei multa de veteri Testamento et multa de Talmud. Alius autem fuit monachus, et nomen ejus Bahheyin, jacobinus, qui dixit ei multa de novo Testamento, et quedam de quodam libro de infancia Salvatoris et de septem dormientibus, et ista scripsit in Alcorano. Sed magister ipsius maior credo quod fuit dyabolus ». Pietro Alfonso, Dialogus, ediz. cit., nomina i giudei Abdia e Cahbalahabar. Giov. Cantacuzeno imperatore di Bisanzio (1292-1380) nel suo libro Contra mahometic. fidem (in Bibliander, III, 60), ricorda il giacobita Baeura, nestoriano, che poi fu ucciso da Maometto, e i giudei Phinees e Audio, che, mutato nome, fu da Maometto chiamato Andula, e Saloni che cognominò Persele. — È curioso vedere che cosa questi varj nomi sieno diventati nel Dittamondo, lib. V, c. 10. Seguo la ediz. di Milano, Silvestri, 1826:

Li sette arabi e fidi amici d’esso,

(Di questi dicon che lo Spirto santo

Gli alluminava del suo lume stesso).

Li primi tre, alli qual dan più vanto,

Fur Naffelon, Achimar e Alchisar:

Gli altri seguir ciascun com’io li canto.

Lo figliuol d’Alchisar, io dico Assar,

Nomar lo quarto: ancor similemente

Nomar lo quinto Horam, e poi Omar.

È evidente che di Naphe e Eon si è fatto Naffeton; Alchisar può essere Eleesar; Oram è Omra, ecc. Fazio poi soggiunge:

In fra gli altri più grandi di sua gente

Furono poscia Abidola e Baora,

Adiam, Facem con la magica mente.

Abidola sarà Abdallah o Ubeidhallah; Baoia, Bahîrâ; Adiam, Audia, e Facem forse Salem.

[119] « Fuit quidam clericus christianus, nomine Nicholaus, qui ab Ecclesia romana magnam dixit se recepisse injuriam, et de hoc desperatus, a fide Christiana recessit, et ultra mare vadens, sicut homo subtilis et malitiosus, cogitavit qualiter posset vivere, et ad aliquem statum pervenire. Erat enim homo subtilis ingenii et litteratus et eloquens multum, et affabilis in aspectu, et in moribus gratiosus.... Iste enim clericus supradictus Nicholaus invenit sibi ad male operandum socium a diabolo ministratum, scilicet hominem quemdam mercatorem et conductorem animalium, scilicet camelorum, qui vocabatur Machometus. Et iste Machometus conversabatur cum omnibus generaliter hominibus, propter mercantias, et cum Christianis et cum Judaeis, et cognoscebat mores et condictiones omnium de contrata illa. Modo sunt associati simul Nicholaus clericus et Machometus, et associant sibi unum alium nomine Sergium, qui fuit monachus christianus etc. ».

[120] Chronicon imaginis mundi, nei Monum. Hist. Scriptores. August. Taurinor., 1848, vol. III, pp. 1458 e sgg.

[121] Uno dei testi più confusi parrebbe dover essere quello che si intitola De vita Machometi (Bibl. naz. di Parigi, 12582, fonds latins), a giudicarne dal brano che ne riferisce il Prutz, op. cit., p. 517: « Post aliquantum annorum spatium avunculum suum reliquens mercatoribus incepit servire quorum bona ut alter Judas Scarioth ubi poterat, secreta surripuit, et licentiatus ab his, cuidam archidiacono de Antiocia et de secta Jacobitarum infecto servivit, et cum eo in Curia romana stetit ».

[122] Ariano, e dall’arianesimo derivante la sua dottrina, lo considerò più tardi Martin Lutero. Nel suo scritto Von den Conciliis parlando degli Ariani aggiunge: « der Mahomet ist aus dieser secten kommen » (Sämmtl., W. Frankfurt u. Erlangen, 1883, XXV, 354): e nell’altro scritto sul Sacramento, ampliando, nota che parecchi storici fanno derivare la dottrina di Maometto da quella degli Ariani, Macedoniani e Nestoriani « in welchen er auch zeitlich nach von anfang gesteckt hat ». (Ibid., 1842, XXXII, 417).

[123] Abbiam visto che taluno lo fa monaco del monastero di Callistrate in Costantinopoli: secondo Ludolphus de Sudheim (sec. XIV), sarebbe stato benedettino: « Dyabulus, permittente Deo.... prius seduxit Sergium monachum, qui erat de ordine Benedicti, sed ejectus propter eresim Nestorii, ut pro honoribus ecclesiasticis in romana curia laboraret»: Da itinere Terre Sancte, in Archives de l’Orient latin, Paris, Leroux, 1884, t. II, P. 2a, p. 305.

[124] « Nestorius, proclamant que Marie n’a pas élé la vraie mère de Jesus, était si bien d’accord avec le Coran, qu’il était naturel que, dans beancoup de récits, le moine chrétien, précepteur de Mahomet, s’appellat Nestor. »: Renan, op. cit., p. 213.

[125] Che Niccolò fosse spagnuolo è detto esplicitamente nel Livre des secrets aux philosophes della fine del XIII secolo o dei principi del XIV, del quale discorre dottamente il Renan nella Hist. litter, de la France, XXX, 567 e segg. Ivi si legge: « Sachiés que unes gens sont qui dient que ils ont loy, si comme Sarrazins, laquelle est assez nouvelle au regard des aultres, car elle fut derraine donnee. Et la enseigna ung tres grant clerc ou despit des cretiens, et fut nommé Nicolas le astronomien, lequel sceut merveilles de astronomie et des planettes. Si fut longtemps compaignons a aulcuns disciples a Jhesucrist et  pareillement aux Romains, aux Hebrieux, aux Gregois et aux Huns et autres nations. Il donna icelle loy aux Sarrazins et se fist, appeller sergant de Dieu. Il fut natif d’Espaigne, et est son nom renommé entre tous Sarraxins, qui l’appellent Machomet. Et est son ymage a la Mecque et autre part, haultement aounoré de tous ceulx qui tiennent icelle loy » (ibid., p. 584). È curioso il notare che se, secondo questa tradizione, il male venne di Spagna, di Spagna similmente, secondo un’altra tradizione, verrà il rimedio. Nella cronica di un Canonico della chiesa di S. Martino di Tours si dice all’anno 1221 che Pelagio, legato apostolico all’assedio di Damiata, animava i cristiani all’impresa in virtù di una singolare profezia: « Movebat eam precipue Liber quidam ab ipso inter manubias hostium repertus, in quo continebatur quod lex Machometi sexcentis annis tantummodo duraret, menseque Junio expiraret, et quod de Hyspaniis veniret qui eam penitus aboleret, et ideo legatus, qui de Hyspaniis natus erat, illum librum verissimum asserebat » (Monum. German. hist., XXVI, 468). E a queste profezie si allude anche nel Liber bellorum domini della fine del sec. XIV, pubblicato negli Arch. de l’Orient lat., I, 303.

[126] Il solo però che lo faccia di casa Colonna, è, come vedemmo, il primo rifacitore metrico del Tesoro: il secondo segue altro testo o altra tradizione.

[127] Se dovesse accogliersi l’opinione di parecchi antichi commentatori, della D. C. vi sarebbe una allusione a Maometto nel drago, uscito di sotto terra, che ficcando la coda nel mistico carro della Chiesa, ne trae via il fondo (Purg., XXXII, 130). Il Della Lana: « Lo drago che uscì dalla terra fra due ruote, significa Maometto, il quale ne portò a sua legge grande parte dei fideli della Chiesa, e picciola parte ne rimase al carro ». Altrettanto affermano le Chiose e Benvenuto da Imola. Altri ci vedono l’eresia in generale, o anche, individuandola in un qualche grande eretico, Ario ovvero Fozio. Meglio è vedervi il diavolo, considerato quale principe di ogni terrena cupidigia, che, con sue arti, toglie alla Chiesa il fondamento   primitivo e saldo,  della  unità e del dispregio dei beni mondani. Se con cotesti commentatori il fondo dovesse interpretarsi materialmente per « parte di fedeli », ben si potrebbe contendere se più ne tolsero Ario o Fozio; ma, secondo le idee dei tempi di Dante, nulla vieterebbe che, per quel che abbiamo discorso, vi si scorgesse simboleggiato il fondatore dell’islamismo.

[128] Chiose anonime alla prima Cantica, pubblicate da Fr. Selmi, Torino, St. Reale, 1865, p. 150.

[129] Ediz. Vernon, Firenze, Baracchi, 1848, p. 197.

[130] Ediz. Vernon, Firenze, Piatti, 1846, p. 227.

[131] Ediz. Scarabelli, Bologna, Romagnoli, 1886, I, p. 144.

[132] Ediz. Torri, Pisa, Capurro, 1827, I, p. 481.

[133] Ediz. Vernon, Firenze, Barbèra,  1887, II, p. 352. Nel Liber Augustalis (in Petrarchae, Opera, Basilaee, 1581, p. 525) Benvenuto dice di Maometto sol questo: « Quo tempore Mahometus pestilentissimus draco in Arabia fecit sectam suam, ab Oriente in Occidentem venenum suum disseminans, cum pessima desolatione fidei christianae ».

[134] Ediz. Vernon, Florentiae, Piatti, 1845, p. 246.

[135] Ediz. Fanfani, Bologna, Romagnoli, 1866, 1. p. 508.

[136] Cron., lib. II, c. 8. ‒ Il passo del Villani, come anche, quelli dei Commentatori danteschi e delle Giunte italiane al Tesoro, nonché il Liber Nicolay, sono per intero riprodotti in Appendice alla Memoria Il Tesoro di B. L. versificato nel vol. IV, ser. IV, p. 1a delle pubblicazioni dell’Accad. dei Lincei.

[137] Ediz. Giannini, Pisa, 1858, I, 720.

[138] Ediz. Zaccheroni, Marsilia, 1838, p. 635.

[139] Venezia, Sessa, 1596, p. 138.

[140] Certi commentatori anche più recenti si mostrano non meno ignoranti degli antichi, illustrando il noto passo dell’Inferno. Fra questi, il p. Venturi, nelle sue Chiose ritoccate da A. M. Robiola (Torino, Poraba, 1836), ove egli è detto « mostro vilissimo di condizione, apostata della Santa Fede ».

[141] Già nel lib. II, cap. XVII, si legge:

Monaco Sergio doloroso e tristo

Visse in quel tempo, e surse Macometto

Che profeta s’infinse al mal acquisto.

[142] Dittamondo, ediz. Silvestri, p. 398. Le ediz. di Vicenza 1474 e Venezia 1501 leggono: El disperato et del papa canonico. Il cod. marciano IX, 41, per me consultato dal fu Prefetto della Biblioteca, professor C. Castellani, legge pure a cotesto modo; ma il IX, 40, come l’ediz. Silvestri. Dei codd. fiorentini, che sono stati per me consultati dal dott. S. Morpurgo, leggono come le stampe antiche l’asburnamiano 1694 e il magliabech. II, II, 57: lo disperato del, il riccard. 2718 e il 2720), il palat. 339, il laurenz. pl. 90 infr. 32. pl. 90 inf. 40, pl. 41, 19, pl. 41, 23 e il laurenz. strozz. 148. Come l’ediz. Silvestri leggono il riccard. 2717, il laurenz. pl. 90 inf. 37, pl. 90 inf. 31 e l’asburn. 1695. Il cod. marciano IX, 40 ha la seguente chiosa di Guglielmo Capello, gentilmente comunicatami dal prefetto Castellani: « Sergio monaco el quale qui l’autore nomina, fu homo di grande ingegno a tempo di Bonifacio V e di Eraclio imperatore nell’anni di Cristo CCCXIII, et essendo nestoriano, cioè che seguendo l’opinione di Nestorio vescovo di Costantinopoli, la quale era che la vergine Maria parturì Cristo puro homo senza divinità, nel concilio di Nicena in Bithinia, ove fu più che CCCC vescovi, disputando e defensando erroneamente la ditta opinione, fu cacciato via et scomunicato, et andò in Arabia ove trovò Machometto, homo di vile natura et pronto et audace ad ogni gran male, et pratico et dotto in la Scrittura santa, come homo che havea conversato cum Cristiani et cum Saraceni valenti, come l’autore dice, et con lui contratta stretta dimestichezza, con lo suo stolto proposto lo fe ex stulto iusanum, et mostrolli la via de subdir quelli sciocchi populi et sottoporre a una nova fede, et amaestrò una columba, che non beccava se non in orechia di Machumetto, et diceva che l’Angelo Gabriele la mandava da lui ad amaestrarlo da parte de Dio de quello che havesse a fare, e tolse presso a se Sergio molti altri, i quali erano de simel vita a comporre un libro che se contenea la lege di Machometo, et questo è chiamato la Scala, le Legi e meriti ». E più oltre: « Havendo Machometto col consiglio di Sergio cum la columba inganati et sottoposti li populi de Arabia, i quali per lo passato tempo erano continuamente stati in guerra cum Persiani, per consiglio di Sergio domesticò uno toro, in modo che non se pascea se non per le sue mani, et però quando ello odeva la voce di Machometto subito correva a trovarlo; et quando fu ben domestico, Sergio li ligava a le corna alcuni brevicegli, in li quali erano scripte le lege che lui voleva che fusseno observate dal populo, cioè che non osasse mangiare carne porcina ecc. Poi Machometo parlava alto per essere olduto dal toro, el quale presto arivava da lui, e arivato disoglieva li brevi, et chiamato a la sua presentia lo populo, diceva che Dio padre l’aveva mandato le legi, le quali voleva che fussero observate: poi veniva lo ditto toro con altri brevi, ove si conteneva che si dovesse cavare in certi luoghi, nei quali si trovarebe latte et melle, et così faceva cavare e trovava alcune pitare piene di latte et di mele, che lui in quegli luoghi aveva fatto sotterrare. Con queste medesime cedole portate dal toro, condusse gli Arabi addosso ai Persi, et con forza et cum religione li condusse alle sue legge; con queste ancora condusse i popoli ad observantia di molte cose, com’è di orare cinque volte el dì verso mezzodì per esser diverso da’ Judei che orano verso ponente tre volte al dì, e da’ Cristiani che orano più volte el dì verso oriente, e di adorare Venere, che prima in Arabia s’adorava Marte et Saturno, et di andare una volta l’anno a la Mech ecc. ». Ma nulla si dice intorno agli altri due compagni di Maometto, menzionati da Fazio.

[143] Anche Ludolfo di Sudheim, loc. cit.. adopera la stessa locuzione: « Cum igitur quod voluit obtinere nequiret, desperatus abiit (Sergius) in Arabia ad Agarenos ».

[144] Fra gli scrittori del secolo XIV si potrebbe citare Andrea Dandolo (m. 1354) come ha fatto il Prutz, p. 81. Ma la colomba e Sergio ed altri particolari già si trovano in scritture più antiche della Cronaca del veneziano (Rer. ital., XII, 114), e perciò anche di quella di Marin Sanudo (1306-1334). Ricorda queste fiabe anche l’autore della Cronica che fa seguito al Lucano volgarizzato (codice riccard. 1550) parlando del « malvagio profeta » che prima « era monaco e chiamavasi Nicolao » : v. Amari, Narrazioni ecc., p. XXVIII; invece l’autore della Cronaca degli imperat. rom., che il Ceruti trasse da un cod. ambrosiano (Bologna, Romagnoli, 1878, p. 90) ricorda Sergio apostata che « vegniva informando (Maometto) per inganar el puovol cristiano ». — Alcune citazioni di passi di storici del sec. XV e XVI faranno vedere quanto ancora incerte e contradditorie fossero le notizie intorno a Maometto e alla religione da lui fondata. Flavio Biondo (1388-1463) nella Hist. ab inclinat, romanor., Basilea,   1569, p.   129, così scrive: « Machometus quidam, ut aliqui Arabs, ut alii volunt Persa, fuit nobili ortus parente deos gentium adorante, sed matrem hebraicae gentis habuit ismaelitam, ex duabus hujusmodi omnino sibi in vicem adversantibus superstitionum sectis originem trahens, nulli earum omnino adhaesit, sed.... ex duarum hujusmodi gentium legibus conflavit incendium.... » Pomponio Leto (1428-1498) consacra nel suo Compend. hist. roman. un intero capitolo a Maometto, e codesto capitolo fu anche stampato a parte col titolo: De exortu Machumeti. Citiamo la traduzione del Compendio fatta dal Baldelli. secondo l’ediz. di Venezia, Giolito, 1549, p. 93. « Maumet », ei dice, nacque di parenti « vili e di bassissima » condizione: dicesi ch’egli fu preso dagli Sceniti, i quali usavano di vivere secondo il costume de’ popoli di Numidia, e ch’e’ fu poscia venduto ». Lo comprò Adimoneple ricco mercante ismaelita, tenendoselo come figliuolo. « Divenuto in età di giovinezza, egli ebbe dal padrone il maneggio delle mercantie, et essendo d’ingegno molto risvegliato e potente, et avendo avuto pratica co’ Cristiani, co’ Giudei e con altre nationi, et essendo molto diligente in accrescere i guadagni, venne primieramente molto caro e grato al suo padrone, quindi venne in contezza di assaissime persone. Si trovava in que’ tempi nelle parti dell’Arabia un monaco detto Sergio: era questo fuggito di Costantinopoli e venuto in questi paesi, avendo paura di non ricevere punitione della scelerata opinione ch’egli aveva d’intorno alle cose della fede, et usava spesse fiate di praticare in casa di Adimoneple, et faceva quivi molti favori a Maometto. Et avendo trovato a punto nel giovane un’agevolezza a suo modo, et una prontezza quale e’ desiderava, senza molta gran fatica e senza difficultà lo tirò in diverse openioni » Morto Adimoneple, Maometto ne sposò la vedova « persuadendole ciò Sergio, per quello ch’io stimo ». Ma sopravvenendogli il mal caduco, Maometto « ammaestrato da Sergio », le diè a credere che ciò fosse indizio di virtù profetica: la qual cosa ella credette, e venuta a morte, lo lasciò erede delle sue ricchezze, coll’aiuto delle quali divenne potente e diffuse le sue dottrine, finché fu avvelenato; «et per quello che si dice, i parenti de’ suoi padroni, a’ quali perveniva l’eredità loro, furono quegli che gli diedero il veleno, avendolo nascostamente mescolato ne’ cibi ch’e’ mangiava ». Il Platina (1421-1481) nelle Vitae Pontifi., sotto Bonifacio V ed Onorio I, ricopia il Biondo quanto alla generazione di Maometto, e si restringe a dire di lui che, avendo per lungo tempo conversato con cristiani e conosciute tutte le sette, introdusse una certa superstizione, attingendo massimamente dai Nestoriani. Battista Egnazio (1473-1553) nel suo libro De Caesaribus, così narra, secondo la traduzione del Marcolini, Venezia, 1540, sotto Eraclio: « Venne questa peste d’Arabia, secondo che affermano gli scrittori antichi: perciò che nato quivi di bassa conditione, standosi a guadagnare il vitto con condurre e dare a nolo cameli, et essendo giovane d’astuto ingegno, fatto grande di ricchezze, mediante il matrimonio d’una signora e ricca vedova, prese familiarità grande con Sergio, monaco italiano: mediante l’opera del quale incominciò a riprendere i cristiani ed i giudei: li giudei come impii avendo crucifisso un sommo profeta, e noi cristiani come semplici, che crediamo et andiamo dicendo cose ridicole di Cristo. Ragunato un esercito, mise sottosopra la Soria, prese per forza Damasco, e poi voltò le armi contro i Persi, accostandosi agli Sceniti arabi, ribelli all’imperio, ecc. ». Anche il noto predicatore fra Roberto da Lecce (1425-1195) narrando nel suo Specchio della fede (Venezia, 1517) l’ascensione al cielo di Maometto, ricorda la cooperazione del monaco Sergio e di un giudeo nella compilazione del Corano (v. De Fabrizio, Il Mirac. di M., in Gior: St. Lett. Ital., XLIX (1907) p. 299; ed anche il Collenuccio nella sua Storia di Napoli ricorda, come avverte il Graf (loc. cit., p. 210), gli ammaestramenti dell’eretico Sergio e afferma la fede musulmana essere un misto di giudaismo e cristianesimo e delle « opinioni di tutte le heresie, » facendo precedere a ciò un racconto, del quale altrove non si trova traccia, e secondo il quale i Saraceni avrebbero ajutato Eraclio nella guerra contro Cosroe, ma avendo il tesoriere dell’imperatore negato ad essi danari, e trattatili « da cani », si ribellarono facendo loro capo Maometto, che per meglio ottenere il suo intento, congiunse la religione colla forza, dando ad essi una fede nuova. Finalmente, il Sabellico (1463-1506), nelle Enneades, Basileae, 1509, II, 532, narra anch’egli la solita genealogia da padre idolatra e madre ismaelita « et ob id hebraicae legis non  ignara ». « Quidam sunt », ei soggiunge, « qui eum ismaelitam memorent, sordido loco natum, puerilibus annis furaci quaestu victum illi quaesitum, locandis conducendisque camelis ad deportandas merces, inde adultum latrocinium exercuisse comparataque latronum manu, uno atque altero facinore illustratum, viduae, mulieris nuptias sibi conciliasse, per quam grandem pecuniam et castella quaedam consecutus, animum ad majora extulerit ». Nel comporre la sua legge: « a Sergio quodam nestorianae impietatis viro, est praecipue adjutus. Egerat is monasticam, caeterum quum nullius esset inter suos dignationis, praesente vitae statum pertaesus, Byzantio profectus, ad Mahometum, cujus nomen jam celebrem erat, homo transfuga se contulit. Hujus igitur Consilio usus legem proposuit, quae ut popularia esset, ex omnium gentium sectis aliquid assumpsit. Et Christiani nominis multitudini per haec blanditus, a Sergio voluit baptizari, inde ad aliorum studia concilianda, cum Sabellianis negare trinitatem, cum Manichaeis binarium in divinis numerum ponere; negare aequalitalem patris et filii cum Eunomio, Spiritum Sanctum creatorem dicere cum Macedonio, cum Nicolaitis multitudinem uxorum probare, et ut Judaeis aliquid daretur, circumcisionem et baptismum simul predicare ». A tutti questi autori insieme attinge Pier Messia nella sua nota e più volte stampata Selva di varie Lettioni (Venezia, Prodocimo, 1684, p. 20).

[145] È noto che presso il volgo si era formata una triade di Maometto, Apollino e Tervigante (quasi contrapposto alla triade cristiana), che si trovano insieme ricordati presso i poeti e romanzieri francesi ed italiani del medio evo e del risorgimento. E come si credeva che i Saraceni credessero ad Apollino o Apollo, così credevasi che i Pagani avessero avuto per loro iddio Maometto. Fra i tanti esempj cito questi del Mystère de la Passion di Arnoul Greban, ediz. Paris et Rainaud, Paris, Vieweg, 1878. Erode esclama: Mahoumet, mon dieu infini (v. 6085). Un sacerdote egiziano: Il n’y ara dieu ne deesse Qui n’aist sacrifice plainier: Mahomet sera le premier (v. 7482). E nel Miracle de S. Ignace (Mir. N. Dame, IV, 90) il martire perseguitato da Trajano esclama: J’ai moult a souffrir Parce que ne me vueil offrir A Mahou croire. Perfino Clodoveo nel Miracle che da lui s’intitola è rappresentato come adoratore di Maometto (Ibid., VII, 195-272). S’ignora l’origine e il valore del nome Tervigante e ne fu disputato presso l’Académie des Inscriptions etc. nel 1888: v. V. Chauvin, op. cit p. 223. Su certe tradizioni intorno a Maometto e ai Saracini, viventi ancora nel Belgio, vedi un articolo del sig. Gittée, Les mahométans dans le folklore belge, nel giornale Le Moyen Age, vol. I, n. 243.

[146] Nella tradizione popolare siciliana resta tuttavia memoria di Maometto come di un diavolo. Si racconta infatti che alla venuta di Cristo fu gran tumulto in interno, temendo che venissero a mancare le anime. Ma Farfarello disse: lasciate fare a me « Aviti a sapiri ca haju un frati ca si chiama Maumettu, ca stà ’nta lu mundu suttanu, ca è veru abilitusu ed è ’na pena ca nun l’avemu cca cu nui, cà nni darìa veru ajutu. Eu, si tantu Lucifaru voli, lo vaju a chiamu, e lu mannamu a lu munnu, e po’ penza iddu a tutti cosi, ca l’armu ci abbasta: ma cu pattu ca subbito chi torna l’avemu a situari ccà cu nui, cu aviri tutta la putenza chi avemu nui ». Il consiglio è accettato: Maometto è mandato in terra, guasta la legge di Dio, e fa buona raccolta d’anime per l’inferno, dove, lasciati suoi ministri nel mondo, torna a martoriare i dannati con Farfarello e Lucifero: vedi Pitré, Fiabe, Nov. e Racc. popol. sicil., Palermo, Pedone, 1855 IV, 20; e cfr. con Usi e Costumi del pop. sicil., IV, 68, del medesimo autore (Palermo, Pedone, 1889).

[147] Circa la metà del sec. XVII il Quaresmius non sapeva ancora quale delle tante versioni accettare per vera: « Alii tamen dicunt, suae eum  legis magistrum habuisse monachum quemdam, nomine Sergium, haeresi Nestorii infectum, qui eam ob causata monasterio ejectus, Arabiani adierit, el Mahometi adhaeserit, quem Mahometes clanculum secum retinens, quaecumque ab eo promulganda accipiebat, ab angelo Gabriele sib tradita fuisse mentiebatur. Et quia nestorianorum errores sunt mahometanis communes, ideo dicunt reliquae Orientis nationes, Nestorianos magis ab illis diligi. Non impossibiliter alii dicunt, fuisse Mahometis magistrum archidiaconum quemdam Jacobitam, in partibus Antiochiae habitantem: Jacobitae enim praedicant circumcisionem, Christum ex Spirito sancto conceptum et Virgine natum, sanctum et justum, sed Deum negant: quae omnia confitetur et praedicat Mahometes: mortem vero Christi negant, alterumque ejus loco fuisse crocifixum, et ipsum in coelum ascendisse etc. ».

[148] G. E. Lewes, Vita di G., trad. ital., Milano, Dumolard, 1889, p. 201.

[149] Memorie di uomini illustri di Casalmaggiore, Casalmaggiore, Bizzarri, 1830, p. 574.

[150] Però, un Sergio monaco dei tempi di Maometto, che dimorò in Nirba « Beth-Gazae in cellis, quas Beth Ainata apellant », e scrisse un libro, dal cui titolo gli venne il soprannome di « Subversor, vel Destructor Potentium », è ricordato nella Hist. Monast. di Tommaso Margense (vedi Assemani, Op. cit.. III, 440).

[151] Anche più tardi, senza far a Maometto nessun merito dell’aver ridotto un popolo dall’idolatria al monoteismo, gli scrittori ecclesiastici in specie, come anche il volgo al dì d’oggi, attribuiscono i progressi del maomettismo alla sola indulgenza verso le passioni carnali. Il Quaresmius fra tanti: « Nec mirandum est, brevi multos eum (Mahometum) progressus fecisse, quoniam carnalem piane legem suis sectatoribus praescribit, aliquem nimirum animalis homo pronus est ab adolescentia sua (Op. cit., 1, 129) ».

[152] Del resto, per le incertezze e diversità che si notano negli autori arabi circa la genealogia di Maometto e le generazioni che stanno fra Abramo e lui, vedi Assemani, Op. cit., III, 2, p. 573-9.

[153] Fra gli altri  S. Pascasio, Op. cit., p. 106, secondo il quale al fatto serve di conferma il consiglio che Bahîrâ aveva dato allo zio di Maometto, di guardarlo sopratutto dai Giudei: « et praedictus Baira vel Babiria est apud Mauros in magna reverentia, quia hoc Mahometo prophetizavit ».

[154] Gli storici ammettono che fu fatto su di lui un tentativo di avvelenamento da una donna giudea in un arrosto di montone: vedi Caussin de Pierceval, Op. cit.. III, 200. Questo tentativo, che risale a quattro anni innanzi la sua morte, forse soltanto glie la preparò: vedi Barthélemy Saint-Hilaire, Op. cit., p. 144.

[155] Parecchi autori narrano che questo agnello lo ammonisse miracolosamente di non mangiare di lui: « Agnus autem ei locutus est dicens, cave ne me sumas, quia in me habeo venenum »: Jac. a Varag. - - « Et agnus locutus est Machometo dicens: Non me comedas, quia in me est venenum »: Jac. ab Aqui. Vedi per le tradizioni arabe in tal proposito, Lamairesse e Dujarric cit. II. 164.

[156] Forse in questo particolare c’è qualche reminiscenza di alcune morti per secessum attribuite ad insigni nemici del cristianesimo. Si sa che quando Giuda s’impiccò, l’anima non poteva esalarsi per la bocca qui toucha a cose tant digne (vedi Greban, Myst. de la Passion, p. 288), com’era la bocca del Maestro. Di Ario, sommo eretico, è comune credenza che, nel giorno stesso della sua vittoria e del suo trionfo « movendoglisi una necessità naturale del corpo ... mentre in quell’atto era occupato, morisse subitamente con una terribil sorte di morte, tramandando dalla via commune delle feccie, tutti gli intestini, fegato, milza, sangue e l’anima stessa con le lordure del corpo (Bernino, Hist. di tutte l’eresie, Venezia, Baglioni, » 1711, I, 241)». Vedi in proposito, Rosières, nella Rev. d. tradit. popul., IV, 97-102. Di Anastasio papa « lo qual trasse Fotin dalla via dritta» è pur narrato che «andato al segreto luogo dove le superfluità del ventre si dipongono, per divino giudicio, siccome per tutti universalmente si credette, per le parti inferiori gittò e mandò fuori dal corpo tutte le interiora e così miseramente nel luogo medesimo spirò »: Boccaccio. Comm., II, 46.

[157] « Contigit igitur quadam die, quod crapulatus epulis et vino, quibus sicut praedicabat faciendis maxime intendebat, cecidit super sterquilinium, morbo suo compellente, et, ut dicitur, veneno sibi in cibo illa die dato cooperante per quosdam nobiles, qui superbiae ejus invidebant. Torquebatur igitur volutans et spumans, omni sociorum solatio, peccatis suis exigentibus, tunc forte destitutus. Quem cum sus quaedam improba, porcellos habens nondum ablactatos, semivivum comperisset, refectumque cibariis, quorum nidorem exhalavit, et nausea partim emisisset, suffocavit »: p. 236.

[158] Versi 2590-91.

[159] A proposito di statue di Maometto, è da ricordare che secondo Turpino (ediz. Castets, p. 8-9), il Mousket ed altri poeti e viaggiatori, una se ne trovava in Spagna sulla riva del mare a Gade, adorata dai musulmani, che credevano non perirebbe se non quando un Re di Spagna conquisterebbe la penisola. Il sig. R. Basset (Hercule et M., in Jour. des Savants, luglio 1903) dimostra che la statua era di Ercole, che poi essa divenne l’immagine di un eroe misterioso e infine di Maometto. Essa cadde verso il 1009, e verso il 1145 fu distrutta sperando di trovarvi entro un tesoro.

[160] Secondo S. Eulogio (m. 859), Apologet. Murtyr. (in Max. Patr. Bibl. Lugduni, 1777, XV, 289), gli animali che si cibarono del corpo di Maometto sarebbcr stati cani: laonde « i musulmani, per vendetta, risolvettero di uccidere ogni anno gran numero di cotesti animali ». Il dotto orientalista Dozy, Hist. d. Musulm. d’Esp.. Leyde, Brill, 1861, II, 106, osserva però che gli spagnuoli cristiani di codesto tempo (sec. IX) per odio contro gli arabi, negavano quasi a se stessi di conoscere la verità intorno alla religione dei loro dominatori. « Vivant au milieu des Arabes, rien ne leur eut été plus facile que de s’instruire à ce sujet: mais refusant obstinément de puiser aux sources qui se trouvaient à leur portée, il se plaisaient à croire et à répéter toutes les fables absurdes que l’on débitait ailleurs sur le prophète de la Mecque. Ce n’est pas dans les écrits arabes qu’Euloge, un des prêtres les plus instruits de cette epoque et sans doute assez familiarisé avec l’arabe pour pouvoir lire couramment un ouvrage historique écrit dans cette langue, dût puiser des renscignements sur la vie de Mahomet: au contraire, c’est dans un manuscrit latin que le hasard lui fait tomber sous les mains dans un cloitre de Pampelune ». S. Eulogio invero dice di giovarsi di un libro ivi da lui trovato apud Leyerensem coenobium. Anche S. Pier Pascasio, Op. cit., p. 87, fa divorare Maometto dai porci, ma dopo che i Giudei lo avevano ucciso: «et Iudaei dicunt quod hac de causa, Mauri valde Iudaeos persequuntur et porcos ». Ma Ludolphus de Sudheim, loc. cit., invece di cani ricorda lupi: a propria uxore intoxicatus fuit: de quo veneno cum esset solus in deserto... solus cecidit et periit. Cujus corpus a lupis et bestiis devoratum fuit. Legitur tamen alibi quod ipsum porci silvestres devoraverunt: quod potuit religi de reliquiis, que lupi reliquerunt, nihilque inventus fuit, nisi vestes ».

[161] Traggo queste citazioni dall’opera del dr. Richard Schröder, Glaube u. Aberglaube in d. alfranzösisch. Dichtung, Erlangen, Deichert. 1886, dove al § XII sono raccolti e ordinati tutti i passi dei poeti francesi antichi che si riferiscono a Maometto. Per i passi delle Chansons de geste veggasi anche V. Chauvin. op. cit., p. 217 e segg. Aggiungasi la menzione che di tal morte di Maometto si trova nel romanzo in prosa di Ogier le Dannoys, riferita da R. Rexier, in G. St. Lett. Ital.. XVII, 444. Notisi, poiché altrove non lo abbiam fatto, che in questa forma della Leggenda, Maometto si presenta al Papa, lo affida di una larga conversione di pagani al cristianesimo, raggiunge l’intento, ma quando torna a Roma per ottenere la promessa ricompensa, gli si risponde che quei paesi da lui convertiti costituirebbero un grande impero, egli se ne darebbe solo una parte. Allora Maometto si separa sdegnato dal Papa, e tornato ai suoi, si fa adorare egli come Dio.

[162] Op. cit., p. 130.

[163] Parecchi scrittori accennano alle cause per le quali Maometto insegnò a dispregiare il porco. Fazio le espone così:

Ma quel che per più ver tra lor si pone.

È ciò che in la sua legge scritto è

Al libro u’ tratta de generatione,

Che essendo dentro all’arca sua Noè

Là dallo sterco del leofante nacque

Il porco, il quale appresso il topo fè.

E perchè il topo nato non si tacque

Di roder l’asse, e l’avea quasi fratta,

Noè temendo non passasser l’acque,

Come gl’impose Dio, corse di tratta

Allo leone, e quel percosse in fronte

E dalle nari fuor venne una gatta.

Or per queste parole ch’io l’ho conte,

A dispregiare il porco e nol volere

Le genti saracine sono pronte.

Nulla di ciò è nel Corano. Ma la novelletta si trova, come vedemmo in Jacopo da Varagine, e poi nel Liber de temporibus, in Fra Ricoldo, ediz. cit., p. 128, in Jacopo da Vitry, ediz. cit., p. 1056, in M. Sanuto, Liber secr. fidel. crucis, Hanoviae, 1611, p. 123 etc. Jacopo da Aqui vi accenna fuggevolmente. E vive ancora fra le genti musulmane: infatti il sig. Basset la raccolse fra i Berberi, ove è così raccontata. Quando l’arca fu costruita, il cinghiale ne rompeva le assi colle sue zanne. Noè vi pose riparo, e dalla sua mano, ferita in siffatto lavoro, sgorgarono alcune gocce di sangue, ch’ei ricoprì di terra. Da queste, riscaldate dai raggi del sole, nacque il leone, che si gettò sul cinghiale e lo mangiò. Ma da uno starnuto del cinghiale era nato un topo, e da quello del leone un gatto: perciò i leoni mangiano i cinghiali e i gatti i topi: vedi Contes popul. berbères, Paris, Leroux, 1887, p. 25.

[164] Anche alcuni antichi autori vi accennano; fra questi S. Pier Pascasio, p. 43, il quale dopo aver riferito che Axa, moglie di Maometto, lo avvelenò per accertarsi se fosse vero o falso profeta, soggiunge: « In Maurorum libris scriptum est, quod Axa... dixit quod, quando Mahometus in mortis angustia erat, petit ab illa vas aquae, et manu propria faciam suam lavit, et postea aquam super se effudit. Et hac de causa, aliqui Christianorum dixerunt quod hoc Mahometus fecit ad ostendendum, in eo quo potuit modo in baptismo esse salutem animarum, sicuti christiani dicunt et faciunt. Sed daemones quibus oboedivit et servivit, illi non dederunt locum, ut hoc ore proprio declararet, diceret et confiteretur ». V. anche Camerarius, I, III, 1, cit. in Bayle, Dictionn. Del resto, il fondamento di fatto di questa fiaba del battesimo di Maometto, toltane la conseguenza aggiunta dalla tradizione cristiana, è ammesso dagli scrittori musulmani; « On rapporte que Mahomet (morente) avait auprès de lui un vase d’eau, dans lequel il trempait de temps en temps le mains pour se rafraichir »: Reinaud, artic. Mahomet, della Nouv. Biograph, génér. del Didot, XXXII. p. 813.

[165] Vedi Lamairesse e Dejarric, Vie de M., cit. II, p. 311.

166] De Gastries, L’Islam, Paris, 1896; Ziolecki, Roman de M., vers. 1901, del quale riferiamo il passo.

En la terre ne E osent metre,

I. linsiel de fier forgier font,

Le cors Mahom coucher i font;

Une maisonnette voltee

Font d’aymant si compassée

K’en mi liu ont le cors laissie,

Ni a rien ne l’ont atachie,

En l’air sans nul loien se tient.

Mais li aymar le soustien,

Par sa nature seulement

De toute partie ingaument.

Nequedent n’i atouche mie

Sa gens, n’a talent ki l’otrie

Ains dit que Mahons par miracle

Se soustient en son abitacle.

Vedi anche Doutté cit. p. 12; e R. Otto, M. in d. Anschauung d. Mittelalt., in Mod. Bang. Notes, 1889, 25, 1889, n. 1-2.

[167] Du Méril, Poés. popul. latin. du M.A., Paris, 1847, p. 415.

[168] Nella descrizione di Palermo, pubbl. dall’Amari in Journ. Asint.. ser. IV, vol. V, p. 92.

[169] Paradiso, XXXI, p. 35.

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Ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2010