Lamberto Vaghetti

 

Il veltro non è più un mistero

 

Per gentile concessione dell'autore e del direttore della Nuova Antologia

 

 

Edizione di Riferimento:

Lamberto Vaghetti, Il veltro non è più un mistero, in «Nuova Antologia», diretta dal prof. Cosimo Ceccuti, Fascicolo 2229, anno 139° Gennaio-Marzo 2004, pp. 356-9, Felice Le Monnier Firenze -

 

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La poesia della Divina Commedia sconfiggerà la lupa

 

La profezia del veltro è uno dei passi più controversi della Divina Commedia:

 

         e [la lupa] ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

         Molti son gli animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

         Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro

Inferno, canto I, 97-105)

 

ma le numerose esegesi dei celebri versi non hanno mai svelato chi si celi dietro l’allegoria del veltro.

Giovanni Getto sfiorò la corretta interpretazione quando ipotizzò che il veltro fosse Dante stesso.

 

«Il veltro annunziato da Virgilio è Dante stesso. L’identificazione a me pare indubitabile. […]. Dante, che si confessa vinto davanti alla lupa, sarà quindi il vincitore di essa, dopo la sua rinascita operata attraverso la contemplazione del mondo del peccato e del mondo della virtù. Riferita a Dante, la profezia del veltro scioglie abbastanza facilmente i suoi enigmi:

 

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro

 

Sta soprattutto in quest’ultimo verso (è noto) la difficoltà della interpretazione»[1].

 

Nei fatti l’intuizione di Getto risponde a molti quesiti ma non svela, come lui stesso ammette, l’enigma dell’ultimo verso della profezia «e sua nazion sarà tra feltro e feltro». Inoltre, l’uso del futuro, ciberà e sarà, esclude la possibilità che il veltro sia Dante.

La difficoltà è legata ad una sottigliezza: il veltro non è Dante, ma la sua opera, la Divina Commedia stessa. È la Comedia che non si ciberà di beni materiali «non ciberà terra né peltro», ma di «sapienza, amore e virtute». Se agiamo questo piccolo ma cruciale spostamento, da Dante alla sua opera, diventa possibile anche lo scioglimento dell’arcano finale. Basti infatti ricordare che gli antichi codici, pure per il loro valore economico, venivano riposti in casse foderate di feltro: è qui che l’enigmatico verso «e sua nazion sarà tra feltro e feltro» trova la sua semplice e lineare interpretazione. Il veltro è l’opera che Dante si accinge a stendere.

Diventano più chiari anche altri elementi, quali la perplessità ed i timori di Dante successivi alla rivelazione di Virgilio:

 

«Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?

io non Enea, io non Paulo sono:

me degno a ciò né io né altri 'l crede»

(Canto II, 31-33).

 

Il sommo poeta è consapevole ora che ha una missione da compiere, missione che non è soltanto quella di varcare le soglie dell’aldilà ma è qualcosa di più, per questo il suo compito è paragonato a quelli svolti da

 

Enea (fondare Roma)

e

san Paolo (fondare la Chiesa).

 

Al timore di non sentirsi degno affianca la necessità di essere umile. Egli è “solo” uno strumento del disegno divino, è stato scelto per narrare agli uomini ciò che vedrà nel suo viaggio oltremondano. La sua umiltà lo porta a dire che la Comedia è l’espressione più di una volontà celeste che un suo merito personale.

Soprattutto, trova più ampio e coerente significato tutta l’impostazione del suo capolavoro nel senso che, come più volte è stato detto ed egli stesso afferma nell’Epistola a Cangrande, Dante si pone un compito dottrinale, per cui il suo viaggio ha come scopo quello di condurre, non solo se stesso, ma tutti gli uomini dalla miseria della loro condizione, dalla «selva oscura», alla salvezza.

Il percorso che egli compie attraverso uno scenario che raffigura magistralmente gli orrori dei peccati umani, altro non è se non un processo di liberazione da essi peccati. Dante-uomo dovrà, con l’aiuto di Virgilio e di Beatrice, compiere quel viaggio interiore che lo porta dallo smarrimento iniziale alla beatitudine finale.

Ma al Dante-uomo si affianca il Dante-poeta e vate che ha il compito di descrivere tale percorso spirituale per permettere anche agli altri uomini di liberarsi dalla colpa. È questa la sua vera missione: scrivere l’opera che aiuterà gli uomini a liberarsi della lupa. Il veltro che verrà è, quindi, la sua poesia che non si “limita” a raccontare la sua vicenda personale ma ha il coraggio, la “pretesa”, di parlare a tutti gli uomini.

 

 

Il primo giornalista della storia

 

Individuare nel veltro la poesia della Divina Commedia ci permette di svolgere ulteriori preziose considerazioni. Nell’interminabile elenco delle interpretazioni date a questa profezia, si è più volte ipotizzato che dietro al veltro si celassero personaggi di grande rilievo storico: da papa Benedetto XI, a Uguccione della Faggiola, da Cangrande della Scala all’imperatore Arrigo VII. Natalino Sapegno le considera giustamente “stravaganti ed assurde”, ma i critici che le hanno proposte hanno tuttavia intuito come la venuta del veltro assuma un preciso carattere politico e non solo umano e spirituale. La cupidigia non è soltanto una dimensione interiore dell’uomo, ma essa si manifesta anche come realtà esterna e storica ben precisa: sono gli abusi e le violenze dei potenti sui più deboli, è la brama di ricchezze che provoca le lotte fratricide all’interno della sua città, è la cupidigia della Chiesa che, messo da parte Celestino V, dà luogo con Bonifacio VIII alle sue mire espansionistiche nell’Italia centrale.

Dante affianca al percorso spirituale di liberazione dai propri peccati quello della lotta politica contro le ingiustizie e dà al veltro, cioè alla propria opera, il compito di denunciare i misfatti dei potenti e la corruzione della Chiesa. La sua funzione dottrinale non si limita a svolgere un percorso spirituale ma il poeta si fa giornalista per denunciare le violenze e le ingiustizie del suo tempo.

Cacciaguida, infatti, gli dirà nel canto XVII del Paradiso:

 

Ché se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,

che le più alte cime più percuote;

e ciò non fa poco argomento.

(130-135)

 

La sua profezia completa quella iniziale fatta da Virgilio ed avalla l’ipotesi che stiamo svolgendo: il veltro che ucciderà la lupa è la forza della sua poesia che ricopre una duplice funzione, spirituale e politica. Darà vital nodrimento a chi vorrà combattere la propria interiore cupidigia, ma avrà anche il coraggio di colpire come un vento impetuoso le più alte cime, «i potenti della terra» commenta Sapegno, che preferiamo interpretare come i prepotenti della terra.

La Divina Commedia racconta fatti di cronaca, fa parlare personaggi storici famosi, denuncia crimini impuniti, condanna papi e preti simoniaci. Inoltre, discute di filosofia, teologia, astronomia, descrive paesaggi, fa rivivere uomini del mondo antico, dipinge animali e mostri mitologici.

L’universale divulgazione della sua opera e la trasmissione orale di molti suoi versi, che anche i ceti più umili hanno mantenuto fino ai nostri giorni, è la prova più evidente della volontà dell’Alighieri di incidere nella realtà storica del suo tempo, e oltre.

È proprio questo, forse, il motivo centrale della sua missione: scrivere un’opera che porti l’uomo a lottare ed a prendere posizione contro chi è lupo dell’altro. Non a caso, infatti, la sua prima e più dura condanna è rivolta agli ignavi, a coloro che “mai non fur vivi”, e non a caso operò delle scelte linguistiche e stilistiche rivoluzionarie.

 

 

Lo stile comico

 

Dante avrebbe dovuto, per l’importanza dell’argomento trattato, utilizzare lo stile tragico, formalmente il più alto ed elegante fra i canoni stilistici, ma meno adatto allo scopo che si era prefisso: parlare al cuore degli uomini. L’invenzione del “plurilinguismo”, un linguaggio che rompe con le regole formali della tradizione e si colora della linfa vitale della lingua volgare, va inserito in questa prospettiva, ovvero nel preciso intento di fare della letteratura uno strumento che mira a trasformare la realtà interiore umana e… quella storica.

È quindi l’uso della cultura, il compito del suo poetare che vogliamo evidenziare. Il veltro è un cane da caccia che attacca i suoi nemici!

Dante stilnovista, prima dell’esilio, si era “adattato” alle regole del linguaggio letterario aristocratico, aveva giostrato con i poeti del tempo a colpi di fioretto, utilizzando le stesse sobrie armi, perché l’eleganza e la raffinata compostezza formale erano i presupposti necessari per essere ammessi nei salotti aristocratici. Anzi, in quel tempo erano proprio l’aspetto retorico-formale e la perfezione stilistica il fine che spingeva molti uomini di cultura a cimentarsi nelle litterae. Ma con l’inizio del Trecento la situazione precipita, il Papato mette le mani su Firenze, Dante è esiliato, Carlo d’Angiò e Pietro III d’Aragona si dividono il Sud d’Italia. È finito il tempo degli eleganti colpi di fioretto e con la Comedia, che prende il titolo proprio dalla scelta dello stile comico utilizzato, Dante inaugura una letteratura che non si accontenta della bellezza dei suoi versi, ma ha il coraggio di toccare il cuore degli uomini e di affrontare le belve che si cibano del sangue umano.

Lamberto Vaghetti

 

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Nota
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[1] Giovanni Getto, Aspetti della poesia di Dante, Sansoni, Firenze, 1966, pp. 13-4.

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Ultimo aggiornamento: 17 maggio 2004