Lamberto Vaghetti

 

La filosofia della natura

e la nuova concezione dell'amore

e della vita terrena

in Boccaccio

 

Per gentile concessione dell'autore e del direttore della Nuova Antologia

 

 

Lamberto Vaghetti, La filosofia della natura in Boccaccio, in Nuova Antologia, dir. Cosimo Ceccuti, volume 585°, fascicolo n. 2215, Luglio-Settembre 2000.

 

 

 

 

Alatiel [1]

La settima novella [2] della II giornata del Decameron ha una premessa teorica, rara nel Boccaccio, quindi importante. In essa Panfilo pone in guardia l'allegra brigata dal voler aumentare le ricchezze, il potere, la forza per evitare le invidie di chi poco prima ti era amico, ma soprattutto raccomanda:

 

«(...) come che gli uomini in varie cose pecchino disiderando, voi, graziose donne, sommamente peccate in una, cioè nel desiderare di essere belle, in quanto che, non bastandovi le bellezze che dalla natura [3] concedute vi sono, ancora con maravigliosa arte quelle cercate d'accrescere, mi piace di raccontarvi quanto sventuratamente fosse bella una saracina, alla quale in forse quattro anni avvenne per la sua bellezza di fare nuove nozze da nove volte» (capoverso 7)[4].

 

Nella II giornata «Sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine», ed in questa novella la Fortuna si è presa gioco della protagonista in modo del tutto particolare, rendendola appunto «sventuratamente bella».

La nave che la porta al promesso sposo, il re del Garbo (provincia settentrionale del Marocco), in balia di un fortunale «in una piaggia dell'isola di Maiolica percosse» (13).

Pericone, «uomo di fiera vista e robusto molto», la soccorre e la porta ad un suo castello e, sebbene «lei intender non poteva né ella lui [...] acceso nondimeno della sua bellezza smisuratamente, con atti piacevoli e amorosi s'ingegnò d'indurcela a fare senza contenzione [=costrizione] i suoi piaceri» (22).

Per inciso, notiamo che Alatiel, proprio da questo «premuroso ingegnarsi» di Pericone, s'accorge che «tra cristiani era» (23). Evidentemente, siamo qui di fronte a due religioni che hanno costumi diversi: più codificata e rigida la precettistica musulmana, più libera quella cristiana.

Nel frattempo Alatiel esorta le sue tre ancelle di «sommamente conservare la loro castità» ma «avvisandosi che a lungo andare o per forza o per amore le converrebbe venire a dovere i piaceri di Pericon fare, con altezza d'animo propose di calcare la miseria della sua fortuna» (23).

Intanto questi

 

«... più di giorno in giorno accendendosi (...) veggendo che le sue lusinghe non gli valevano, dispose lo 'ngegno e l'arti riserbandosi alla fine le forze. E essendosi avveduto alcuna volta che alla donna piaceva il vino, sì come a colei che usata non era di bere per la sua legge che il vietava, con quello, sì come un ministro di Venere, s'avvisò di poterla pigliare: e (...) fece una sera per modo di solenne festa una bella cena nella quale la donna venne; e in quella, essendo di molte cose la cena lieta, ordinò con colui che a lei servia che di varii vini mescolati le desse da bere» (26).

 

Come poteva Pericone sapere che «alla donna piaceva il vino» se la bella saracina non lo aveva mai bevuto poiché le era proibito? Evidentemente è altra cosa che intuisce potesse piacerle; vale a dire, come sarà chiaro fra poco, era il desiderio che ella aveva ma che la sua religione le vietava.

Il «robusto molto» Pericone era dunque pronto, «se le lusinghe non gli valevano», a usare «alla fine le forze».

Ma non occorre.

Alatiel «dalla piacevolezza del beveraggio tirata più ne prese che alla sua onestà non si sarebbe richiesto: di che ella, ogni avversità trapassata dimenticando, divenne lieta, e veggendo alcune femmine alla guisa di Maiolica ballare essa alla maniera allessandrina ballò» (27).

Ormai si può intuire come andrà a finire la serata: «Partitisi i convitati, con la donna solo se ne entrò nella camera: la quale, più calda di vino che d'onestà temperata (...) senza alcun ritegno di vergogna in presenzia di lui spogliatasi, se n'entrò nel letto. Pericone non diede indugio (...) e, in braccio recatalasi senza alcuna contradizione di lei, con lei incominciò amorosamente a sollazzarsi.

Il che poi che ella ebbe sentito, non avendo mai davanti saputo con che corno gli uomini cozzano, quasi pentuta del non avere alle lusinghe di Pericone assentito, senza attendere d'essere a così dolci notti invitata, spesse volte se stessa invitava non con le parole, ché non si sapea fare intendere, ma co' fatti» (29-30).

Si intuisce subito, quindi, l’ironia che accompagna nel racconto la «sventuratamente bella Alatiel» e la sua, commenta Boccaccio nel finale, è una fortuna che forse molte donne gradirebbero. E poiché al fato non ci si può opporre, Alatiel affronta le sue sventure con spregiudicatezza. Infatti: «Aveva Pericone un fratello d'età di venticinque anni, bello e fresco come una rosa, il cui nome era Marato; il quale» (32) dopo aver fatto uccidere il fratello, la conduce con sé sulla nave di due giovani genovesi.

Affranta, la donna

 

«(...) amaramente e della sua prima sciagura [il naufragio] e di questa seconda [il rapimento] si dolfe molto; ma Marato col santo cresci in man che Dio ci diè la cominciò per sì fatta maniera a consolare, che ella, già con lui dimesticatasi, Pericone dimenticato aveva; e già le pareva star bene quando la fortuna l'apparecchiò nuova tristizia, quasi non contenta delle passate» (37).

 

La povera Alatiel non trova pace: è appena riuscita a consolarsi con Marato che subito è trascinata in nuove sventure.

La novella prosegue nello stesso tono, per cui i due giovani marinai si liberano di Marato per godersi la pulcella, la quale, come accenna il titolo: «in ispazio di quattro anni alle mani di nove uomini perviene».

 

Va evidenziato che in questi delitti non vi è nulla di drammatico; non vi è, come spesso è stato detto, il pensiero che desiderio significhi perversione, violenza e morte, per cui «più forte è il desiderio, maggiore sarà la violenza per ottenerlo» (come afferma Asor Rosa, nelle lezioni dell’anno accademico 1992/93).

Lo dimostra l'ironia che accompagna il racconto e che diventa palese nella scelta dei nomi delle vittime, per cui i due giovani genovesi buttano in mare... Marato, ed uno che si chiama Pericone, cosa poteva aspettarsi dalla vita se non di ... perire?

Tornando al racconto, troviamo i due marinai che «volendo ciascuno essere il primo (…) messo mano alle coltella, furiosamente s’andarono adosso» (42) e, sventuratamente non la poterono consolare della nuova sciagura.

Ci penserà ben presto il prenze di Morea (anche questo nome non sembra portar bene), che incautamente la mostrerà «al duca d'Atene, giovane e bello e pro' della persona, amico e parente del prenze» (48) «il quale appena seco poteva credere lei essere cosa mortale» (50).

 

La pagina successiva non lascia più dubbi su chi rappresenti il personaggio di Alatiel; così scrive Boccaccio:

 

«Prese il duca un lume in mano e quello portò sopra il letto, e chetamente tutta la donna, la quale fisamente dormiva, scoperse (...). Per che, di più caldo disio accesosi (...) con le mani ancor sanguinose allato le si coricò e con lei tutta sonnecchiosa, e credente che il prenze fosse, si giacque» (57).

 

Possiamo affermare che la novella è il rovesciamento ironico del mito di Amore e Psiche, la favola scritta dall'autore preferito di Boccaccio: Apuleio: era stata Psiche ad illuminare il corpo «fisamente addormentato» di Cupido, sua la mano insanguinata per aver osato toccare la punta delle frecce di Amore e che le aveva scatenato il suo «più caldo disio».

Ma già dall'inizio il riferimento ero chiaro, quando Panfilo ammoniva le donne: «Non bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono, ancora con meravigliosa arte quelle cercate d’accrescere». È l'arte magica dell'Asino d'oro ed è Psiche che, per cercare di essere più bella, apre la scatola della bellezza per riconquistare il suo amante. Alatiel mai cercherà di farlo durante tutta la novella, non sarà descritta nemmeno a darsi un po’ di trucco o a pettinarsi; nessun accenno al voler aumentare le proprie bellezze.

Se il riferimento a Psiche è evidente, va precisato cosa s’intende per “rovesciamento ironico” [5]; Boccaccio vuole giocosamente proporre che forse, nella realtà, le donne non sono tutte come Psiche che affronterà prove terribili per ritrovare il suo Cupido, ma che più spesso accade l'opposto, vale a dire che sono gli uomini ad azzuffarsi fra loro per una donna tanto che scoppiano perfino guerre per lei.

Il seguito [6] della storia fa, infatti, riferimento al mito di Elena e Paride, in quanto un certo Constanzio [= Paride], «mandato dallo 'mperadore di Constantinopoli [Troia]» (63), rapisce Alatiel e la porta con sé; ma «(...) Osbech, allora re dei turchi, il quale in continua guerra stava con lo 'mperatore (...) con alcuni legnetti armati là andatone una notte e tacitamente con la sua gente nella terra entrato, molti sopra le letta ne prese prima che s'accorgessero li nemici esser sopravenuti [ = l'epilogo della guerra]» (76).

Il riferimento è al rapimento di Elena e alla guerra che scatenerà.

Alatiel non sembra preoccuparsi di tutto quel gran baccano che gli uomini sollevano per lei; anzi, affronta con rinnovato ardore tutte le sventure che la Fortuna le procura e non sembra poi trovarsi così male, tanto che Boccaccio nel commento finale alla novella scrive: «Sospirato fu molto dalle donne [= le sette femmine dell'allegra brigata, protagoniste del Decameron] per li varii casi della bella donna: ma chi sa che cagione moveva que' sospiri? Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così spesse nozze che per pietà di colei sospiravano» (II giornata, novella 8, pp. 258-9, 2° capoverso).

Non è, quindi, la pietà a far sospirare le donne, ma il rammarico per non avere anch’esse «così spesse nozze».

 

Solo una parte della  critica letteraria, quella più seriosa, sospira di pietà per la bella saracina: per Baratto [7] «(...) è simbolo di resistenza agli eventi [quale resistenza?]»; anche Petronio [8] si preoccupa: «La figura della donna ha tratti da eroe: superiore moralmente alla fortuna nemica, invitta nell'animo suo»; un po' meglio Muscetta [9]: «ha un carattere così temprato da reggere col coraggio che sarà necessario a qualsiasi duello con la sorte: disposta al peggio, ma decisa anche a godersi il meglio»; Almansi [10] raggiunge il mistico: «è un personaggio sovrumano, un personaggio mitico; l'incomunicabilità (...) è un segno per indicare l'isolamento di Alatiel dovuto alla sua sovrumanità»; Sapegno [11] parla finalmente di ironia, ma come forma di distante sorriso della umana pietà: «Né vi si dovrà poi ricercare una situazione tragica (...) bensì piuttosto quella superiore ironia del Boccaccio, che è la forma stessa della sua umana, ma pur sempre realistica, pietà»; C. Segre [12] giustamente colloca la novella nell'area del comico, ma come contrasto fra tragico e voluttuoso:

 

«La comicità per il contrasto tra vicende tragiche e conclusioni erotiche (...) tra una lunga parentesi, quali che ne siano le attenuanti, di dissipazioni e la finale apoteosi con coronamento matrimoniale; la comicità del contrasto tra non volontarietà e fruizione effettiva dei piaceri».

 

In realtà non vi è alcun tono tragico nelle morti, come già accennato, né alcuna tragedia o dissipazione nelle “sventure” amorose di Alatiel. Infatti, con Pericone «spesse volte se stessa invitava»; con Marato «col santo cresci in man che Dio ci diè la cominciò per sì fatta maniera a consolare, che ella, già con lui dimesticatasi, Pericone dimenticato aveva»; col prenze di Morea «avendo a' trapassati mali alcun rispetto la donna e parendole assai bene stare, tutta riconfortata e lieta divenuta…» (47); col successivo: «dove più giorni la bella donna pianse la sua disaventura, ma pur poi da Constanzio riconfortata, come l'altre volte fatto avea, s'incominciò a prender piacere di ciò che la fortuna avanti l'apparecchiava» (75). Dopo Osbech, re dei Turchi, è la volta del suo “famigliar” (servitore) Antioco, il quale «sappiendo la lingua di lei (...) da amore incitato cominciò seco tanta familiarità a pigliare in pochi dì, che non dopo molto, non avendo riguardo al signor loro che in arme e in guerra era, fecero la dimestichezza non solamente amichevole ma amorosa divenire, l'uno dell'altro pigliando sotto le lenzuola maraviglioso piacere» (80).

Per finire, quando «Antioco infermò a morte» (81), un mercante cipriota, amico carissimo dell'appena defunto Antioco, si cura della sventurata e in viaggio su di una nave: «(...) con lei in un lettuccio assai piccolo si dormiva. Per la qual cosa avvenne che quello che né dell'un né dell'altro nel partir da Rodi era stato intendimento: cioè che incitandogli il buio e l'agio e 'l caldo del letto, le cui forze non son piccole, dimentica l'amistà e l'amor d'Antioco morto, quasi da iguali appetito tirati, cominciatisi a stuzzicare insieme, prima che a Baffa giugnessero...» (89).

Non disturbiamo; e... nessun pietismo per favore, poiché non vi è nessuna violenza. Può essere violento il buio, il rullio delle onde, il caldo del letto «le cui forze non son piccole»?; «Cominciatisi a stuzzicare insieme»: dov'è la tragedia, forse la nostra invidia. Sembra fin troppo evidente che Alatiel abbia sempre gradito il conforto dei suoi benefattori, fino ad essere lei stessa intraprendente con i suoi amanti fin dall’inizio; infatti già con Pericone: «spesse volte se stessa invitava».

Non si può condividere l'opinione di Segre [13] neppure quando afferma che: «Oltre a privarla della comunicabilità, il “mutismo” priva Alatiel anche della sua individualità (...). Ma questi due dati posizionali, “mutismo” e perdita dell'individualità, congiurano alla cosificazione di Alatiel».

Il mutismo di Alatiel non ricorda l'incomunicabilità, ma assomiglia piuttosto al "sentire senza vedere" di Psiche, ricorda il bambino al seno (che ancora non parla) e realizza il suo desiderio di prendere dalla madre.

Si potrebbe addirittura ipotizzare che vi sia un'evoluzione di Alatiel nella novella: inizialmente Pericone deve forzare un poco la situazione, mentre con Antioco (l'ottavo dei nove) parla e l'amore nasce da un rapporto («fecero la dimestichezza non solamente amichevole ma amorosa divenire») e con il nono ed ultimo si muove alla pari «quasi da iguali appetito tirati».

 

«Bocca basciata non perde ventura,

anzi rinnuova come fa la luna»

 

Nessuna cosificazione quindi, né incomunicabilità, né violenza nel desiderio, come sarà evidente da una lettura filosofica della novella. Prima di abbandonare la nostra eroina, sentiamo ciò che la ormai scaltra fanciulla racconta al padre, al termine delle sue molte avventure.

Ritengo questo il momento centrale della storia, e focale per chiarire il pensiero del Boccaccio che propone una nuova concettualizzazione dell’amore.

Ricordiamo, all'inizio, il divieto di soddisfare il desiderio «per la sua legge che il vietava»; ecco invece il racconto delle sue traversie  reso al padre dalla pulcella, ottimamente ammaestrata da Antigono:

 

«Mi menarono a uno monastero di donne secondo la lor legge religiose; e quivi, che che essi dicessero, io fui da tutte benigninissimamente ricevuta e onorata sempre, e con gran divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci [14] in Valcava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene» (109).

 

Vi sono evidentemente per il Boccaccio leggi e... santi per i quali il desiderio non è vietato in quanto non è peccato, ed è proprio questo il punto cui Boccaccio vuol arrivare.

È quindi fondamentale, nella struttura della novella, questa nuova legge e l'ipotesi sembra confermata se la esaminiamo rispetto alla struttura alessandrina classica. Lo schema tipico del romanzo alessandrino è:

 

- promessa di matrimonio;

- traversie ritardatrici;

- attuazione del matrimonio.

 

Le traversie ritardatrici implicano il mantenimento, anche eroico, della fedeltà morale e fisica; infatti Alatiel, quando all'inizio della storia cade nelle mani di Pericone, aveva esortato «le sue femine (...) sommamente confortandole a conservare la loro castità, affermando sé avere seco proposto che mai di lei se non il suo marito goderebbe.»!! (24).

Sarebbe quindi condannabile la nostra eroina perché avrebbe violato la regola delle traversie ritardatrici; Boccaccio sostiene invece che ha solo seguito l'esempio di donne «secondo la lor legge religiose», una nuova regola che "nol vieta". Infatti il personaggio Alatiel, non solo giustifica, ma esalta il proprio comportamento e le sue scelte, in quanto le hanno permesso sia di salvarsi dal «peggio» che di rispettare le sacre leggi dell’ospitalità: «Io conoscendo là dove io era [fra i cristiani] e temendo se il vero dicessi non fossi da lor cacciata sì come nemica della lor legge (…) e, per tema di peggio, servai i lor costumi» (110-111). Segue leggi e costumi nuovi, quasi costretta o forse solo per educazione, per non offendere le brave persone che si erano prese cura di lei.

Vi è quindi, contrariamente ad ogni apparenza ed alla tradizione che voleva il ferreo mantenimento della promessa di verginità, il completamento del percorso classico dello schema alessandrino con la conclusione del matrimonio; non ha trasgredito quindi, cambia solo una regola, quella della verginità [15], quella del desiderio, ma Alatiel non ne è responsabile, poiché si è solo adeguata alle usanze di quel popolo e alle circostanze cui la sua “sventurata” bellezza l’ha costretta.

I suoi princìpi morali, i suoi propositi (si ricordi l'ammonimento che rivolge alle sue ancelle e la promessa di fedeltà al suo promesso sposo) erano e rimangono saldi e validi, ma la Fortuna, tema della Seconda giornata, l'ha resa «sventuratamente bella» e le ha fatto conoscere una nuova legge alla quale lei… si è prontamente adeguata.

Il proverbio popolarissimo che conclude la novella, conferma l'impostazione che sto ipotizzando: «Bocca basciata non perde ventura, anzi rinnuova coma fa la luna» (122), come il titolo che cita: «Ultimamente, restituita al padre per pulcella (vergine), ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie». La struttura alessandrina classica, contrariamente a quanto sembrerebbe a prima vista, è rispettata, ma secondo un nuovo ordine di valori.

 

Ora la domanda è: la trasgressione di Alatiel è l'eccezione che conferma la regola, o Boccaccio intende proporre una nuova legge «che nol vieta» ?

 

 

La natura

 

La difesa di Alatiel di fronte al padre (l'essere stata donna «secondo la lor legge religiosa») non è il momento topico ma casuale di una farsa, né le vicende umane narrate nel Decameron sono solo il frutto della fervida vena artistica del Boccaccio. Vi è nel suo capolavoro anche un'affermazione ideologica e filosofica precisa ed esplicita, secondo la quale il desiderio non è peccato, ma cosa “naturale”.

Già dal XII secolo si era fatto strada un nuovo modo di concepire la natura, per il quale esisteva ora un duplex ordo in rebus, quello divino e quello terreno; con esso si proponeva una nuova concezione dell'uomo inteso come civis, come homo ut homo (in particolare con la riscoperta della laicissima legge romana [16]), che legava il telos, cioè il fine, lo scopo, il senso della vita ad istanze immanentistiche, contrapponendosi alla precedente ideologia della trascendenza che definiva l'individuo come un fidelis, per cui l'unica peculiarità da attribuire alla vita era quella di una prova da superare nel tentativo di distaccarsi dal corpo, dagli istinti ed in particolare dalla… donna, vista come tentazione della carne e negazione dello spirito, per la salvezza dell'anima e la conquista del paradiso.

W. Ullman in Princìpi di governo e politica nel Medioevo [17], mette in evidenza come la riscoperta del pensiero di Aristotele, in particolare della Fisica e della Politica (« La Natura nulla compie invano; la Natura nulla fa di superfluo; la Natura opera come se prevedesse il futuro ») [18], porta al concetto che: «La natura vuole il “bene”» [19] poiché: «Diritto naturale e diritto ecclesiastico erano entrambi emanazioni della volontà divina. L'uomo era una immagine naturale di Dio» [20]. La realtà fisiologica carnale dell'uomo, e quindi i suoi desideri, sono buoni in quanto dati dalla natura, che essendo creazione di Dio non può essere malvagia, in quanto Dio non può creare il male.

Già Tommaso d’Aquino [21] aveva sostenuto che: «Gratia non tollit naturam, sed perficit»; vale a dire che se prima lo scopo era di eliminare tutto ciò che vi è di materiale e carnale nell’uomo in quanto negazione dello spirito, ora: «La natura stessa, il naturale in quanto tale, ha assunto così uno status suo proprio, e lo stesso vale per l'uomo» [22].

Precedentemente, la nascita umana era concepita come perversa in quanto contaminata dal peccato originale ed era redenta solo dal battesimo che, donando all’uomo la “vera” nascita [23], lo rendeva renatus e, se passava il resto della vita a resistere tramite l'ascesi alle tentazioni della carne, aiutato dalla Grazia, poteva sperare nella felicità eterna.

Si potrebbero sintetizzare le diverse posizioni con due formule:

 

1) la vecchia concezione [24], «la legge che il vietava», imponeva all'uomo un aut-aut, vale a dire o si sceglie di amare Dio o di amare una donna, e l'una cosa escludeva l'altra;

2) l'esistenza di un «duplice ordine delle cose» proponeva invece un et-et, nel senso che l'amore per una donna, naturalmente amore anche carnale, non impediva né si contrapponeva all'amore per Dio: «Donne secondo la lor legge religiose».

 

Tornando alle amene pagine del Boccaccio, va specificato che la novella di Alatiel è una di quelle portanti: infatti è fra le più lunghe, lo scenario geografico è maestoso, tutto il Mediterraneo è compreso nello svolgimento del racconto, tutti i ceti sociali sono presenti, re sultani principi nobili mercanti servitori. È qui il riferimento all'opera più famosa del suo autore classico preferito, Apuleio, e ben pochi altri sono i richiami classici accertati nel Decameron [25]; inoltre, non a caso i critici hanno fatto di questa novella uno dei campi di battaglia preferito per il confronto letterario [26].

 

 

Da Alatiel ad Alibech

 

Quella di Alatiel è quindi una novella centrale nel capolavoro di Boccaccio e ad essa si collega la decima [27] della Terza giornata, ne è quasi la sua continuazione ed esemplificazione.

Intanto il nome della nuova protagonista ricorda quello della 'sventurata' saracina e come Alatiel, anche la «bella e gentilesca» Alibech

 

«(…) non essendo cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro meglio a Dio servivano che più dalle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de' deserti di Tebaida [Egitto] andati se n'erano» (4-5).

 

Anche Alibech vuol conoscere la legge della religione cristiana e parte dalla sua città di Capsa, situata nell'attuale Tunisia (ex Numidia nord-orientale), circa 200 Km a sud di Tunisi, per recarsi, dopo un lungo viaggio verso Oriente, in Egitto, terra famosa per gli eremiti che colà, nel deserto, esercitavano quella che era (ed è ancora?) considerata la più alta espressione della fede cristiana: l'isolamento dalle tentazioni del mondo terreno per aspirare, appunto, al puro spirito.

È lo stesso percorso esistenziale fatto da Alatiel, che parte dall'Egitto per andare dallo sposo e  a Maiolica comincia a conoscere , dopo il naufragio, la “religione cristiana”, tornare  in Egitto dal padre e concludere il suo cammino a casa del promesso marito. Il collegamento tra le due novelle sembra evidente e certamente voluto, come fra poco diventerà esplicito analizzando l'introduzione alla Quarta giornata.

Ma vediamo come Rustico nei deserti della carne conduca l'eretica Alibech sulla strada del miglior modo di servire Dio. L'eremita, temprato da anni di meditazioni e di esercizi spirituali, emblema e paladino della pura fede cristiana di concezione paolina ed agostiniana, le insegna a sconfiggere le tentazioni del diavolo in un modo ... del tutto particolare.

Infatti ben presto

 

«Lasciati stare dall'una delle parti i pensier santi e l'orazioni e le discipline (...) primieramente con molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di Domenedio, e appresso le diede ad intendere che quel servigio che più si poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo in Inferno, nel quale Dio l'aveva dannato» (10-11).

 

Spassoso il seguito:

 

«Essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion della carne [metafora apuleiana]; la quale riguardando Alibech e maravigliatasi disse: “Rustico, quella che cosa è che io veggio che così si pigne in fuori, e non l'ho io ?”» (12)

«O figliuola mia,» disse Rustico «questo è il diavolo di che io t'ho parlato; e vedi tu ora egli mi dà grandissima molestia, tanta che io appena la posso sofferire» (14).

 

La giovane si rassicura ed esclama: «Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho codesto diavolo io» (15).

Ma Rustico ribatte: «Tu di' vero, ma tu hai un'altra cosa che non l'ho io, e haila in iscambio di questo» (16).

L’ingenua Alibech sembra incuriosita: «O che?» (17).

A cui Rustico disse: «Hai il ninferno [ninfeo o bosco?]» (18).

La fanciulla, come a suo tempo Alatiel, mostra di essere un'ottima allieva, tanto che in breve tempo arriva a rimproverare il suo maestro: «Rustico, se il diavol tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno non lascia stare» (29).

Ricorre anche qui il tema finale del matrimonio e quando la ormai devotissima Alibech deve tornare a Capsa per sposare Neerbale, «Essendo ella domandata dalle donne di che nel deserto servisse a Dio, non essendo ancora Neerbale giaciuto con lei [vedi Alatiel], rispose che il serviva di rimettere il diavolo in Inferno e che Neerbale avea fatto gran peccato d'averla tolta da così fatto servigio. Le donne domandarono come si rimette il diavolo in Inferno. La giovane tra con parole e con atti il mostrò loro; di che esse fecero sì gran risa, che ancor ridono, e dissono: “Non ti dar malinconia, figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene con esso teco Domenedio”» (33-34).

Anche in questa novella il detto proverbiale finale suona come una precisa affermazione ideologica: «Che il più piacevol servigio che a Dio si facesse era rimettere il diavolo in inferno; il qual motto, passato di qua da mare, ancora dura» (35).

 

La novella rappresenta il ribaltamento della concezione paolina ed agostiniana dominante nell'Alto Medioevo, della vita terrena vista come espiazione del peccato originale tramite la denigrazione della carne; è l'affermazione della possibilità e della necessità di seguire la “naturale” felicità umana [28], è il riscatto della figura femminile ed insieme ad essa della sessualità non più vista come peccato.

La possibilità che quella di Boccaccio non sia solo la spontanea espressione artistica delle esigenze del mondo borghese cui apparteneva, ma una esplicita presa di posizione, diventa più attendibile.

 

 

Le papere

 

La domanda, se questa nuova concezione di una legge naturale fosse intenzionale e voluta o al contrario solo casuale, trova una risposta definitiva proprio nelle pagine che seguono la novella di Alibech: l’Introduzione della IV giornata.

Il Boccaccio da io-narrante, prende a parlare in prima persona, da protagonista, si pone quindi in modo esplicito all'attenzione del lettore, non rimane dietro le quinte, pago del sorriso dei suoi ascoltatori. È una improvvisa interruzione del racconto, una non certo canonica intromissione.

In essa egli afferma di voler difendersi dalle accuse degli invidiosi secondo le quali

 

«Voi [donne] mi piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi e, alcuni han detto peggio, di commendarvi, come io fo (...) che alla mia età non sta bene l'andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro (…) che io farei più discretamente a pensare donde io dovessi aver del pane che dietro queste frasche andarmi pascendo di vento» (5-6-7).

 

Prima di rispondere alle accuse, vuol lui stesso raccontare una novella (la 101esima) che altro non è, evidentemente, se non l'affermazione della sua concezione filosofica ed ontologica della legge naturale del desiderio.

«Nella nostra città (...) fu un cittadino il quale fu nominato Filippo Balducci (12) [che, rimasto vedovo, scelse una vita mistica e, come il nostro Rustico della novella precedente] se n'andò sopra Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta se mise col suo figliuolo [di due anni], col quale di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare, là dove egli fosse, d'alcuna temporal cosa né di lasciarnegli alcuna vedere, acciò che esse da così fatto servigio nol traessero, ma sempre della gloria di vita eterna e di Dio e de' santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandogli. E in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire né alcuna altra cosa che sé dimostrandogli» (15).

È quindi la rappresentazione della più volte citata, storica concezione paolina ed agostiniana, l'ideologia ufficiale e dominante della Chiesa che considerava, e considera, la sessualità come peccato.

Un giorno il vecchio padre «pensando che già questo suo figliuolo era grande [diciotto anni] e era sì abituato al servigio di Dio, che malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai poter trarre» (18) lo conduce con sé a Firenze.

Ma «per avventura si incontrarono in una brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno: le quali come il giovane vide, così domandò il padre che cosa quelle fossero. A cui il padre disse: “Figliuol mio, gli occhi in terra, non le guatare, ch'elle son mala cosa”. Disse allora il figliuolo: “O come si chiamano?” Il padre (…) disse: “Elle son papere”» (20-23).

Da notare il commento del Boccaccio: «Meravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta non avea, non curatosi de' palagi, non del bue, non del cavallo, non dell'asino, non de' denari né d'altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: “Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere”.

“Oimè, figliuol mio,” disse il padre “taci: elle son mala cosa”.

A cui il giovane domandando disse: “O son così fatte le male cose?”.

“Sì” disse il padre.

E egli allora disse: “Io non so che voi vi dite, né perché queste sieno mala cosa: quanto è, a me non è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti [29] che voi m'avete più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà sù di queste papere, e io le darò beccare”.

Disse il padre: “Io non voglio; tu non sai donde elle s'imbeccano!” e sentì incontanente più aver di forza la natura che il suo ingegno; e pentessi d'averlo menato a Firenze» (24-29).

 

L'accusa degli invidiosi era che non sia onesta cosa amare le donne, che sia peccato. La difesa del Boccaccio si basa su argomentazioni filosofiche e ontologiche precise: è maggiore la forza della natura che quella della ragione e delle leggi imposte dalla religione.

Per valutare appieno la volontarietà, l'importanza e la forza della proposizione di una nuova legge che “nol vieta”, occorre esaminare brevemente la tradizione della novellistica con particolare riferimento a questa novella.

 

 

Un capovolgimento della tradizione

 

Se per le prime due novelle riportate gli antecedenti «sono scarsi e assai vaghi» [30], vale a dire, come era ovvio, che sono il frutto genuino della sua fervida fantasia, quest’ultima, l'unica raccontata direttamente dal Boccaccio quindi rispondente al suo pensiero, ha invece una copiosa tradizione. La novella è di origine orientale ed è giunta a noi tramite il Romanzo di Barlaam e Josafat «che, come è stato da tempo ampiamente dimostrato, altro non è se non la trascrizione in chiave cristiana della vita di Budda» [31] ed ha prodotto molte versioni [32].

In quella di Iacopo da Varagine si narra di come il giovane Josafat, figlio di un re musulmano [33], si converta al cristianesimo nonostante il padre, avvisato dalla profezia di un astrologo, lo avesse allontanato dal mondo per evitare di farlo incontrare coi cristiani.

Il monaco Barlaam, travestito da mercante, riesce invece ad incontrarlo e a convertirlo, ma il re cerca di allontanare il figlio dalla nuova fede, mostrandogli, su consiglio del mago Teodas, delle donne-demoni.

Il finale nella tradizione era, ovviamente, che il giovane riusciva a respingere gli attacchi dei “demoni” [34] tramite un'invocazione a Dio e un richiamo alle proprie doti ascetiche, frutto di anni di meditazione [35]. La novella era ben conosciuta in quanto utilizzata spesso come exemplum dai predicatori cristiani, poiché ben rappresentava l'ideale religioso dominante nell'Alto Medioevo.

Rispetto alla struttura classica (la profezia, la segregazione, la scoperta improvvisa del mondo ed il superamento della tentazione), Boccaccio attua due varianti fondamentali: la prima meno evidente ma di notevole spessore, è che non appare la profezia, per cui l'uomo sembra libero da un destino prefissato, al più la Fortuna può divertirsi a deviarci dai nostri propositi, ma con risultati spesso positivi; la seconda variante è netta, poiché il finale è rovesciato e con esso anche la concezione della sessualità non più vista come peccato.

Infatti il figlio di Filippo Balducci, nonostante gli anni di esercizi spirituali e di ricerca ascetica, nonostante gli sforzi e l'«ingegno» del padre di condurlo lontano dalle tentazioni del mondo, precipita d'un sol colpo dalle altezze del puro spirito per farsi affascinare dalle «bellezze che dalla natura concedute vi sono» [36].

Ma chi è il responsabile di ciò? Non il destino, non una educazione sbagliata (al ragazzo erano stati dati princìpi morali ferrei), né l'avvenenza di donne che, non solo non sono demoni, ma sono più belle degli angeli: il responsabile è la natura, ma ad essa non ci si può [37] né ci si deve opporre.

A nulla valgono gli anni di esercizi spirituali su Monte Asinaio, la segregazione, gli insegnamenti, le preghiere: vince la natura!

La proposizione di una nuova legge che non vieta l’amore per una donna in quanto non è in contrapposizione all’amore per Dio non è casuale ma voluta.

 

Non credo sia necessario aggiungere altro, data l'evidenza del filo che collega queste tre novelle; ovviamente molte altre fanno riferimento a questo tema e, per non annoiare con sterili elenchi, propongo solo altri tre accenni che completano la “filosofia” del Boccaccio, in quanto richiamano e rappresentano altrettanti momenti istituzionali: la legge canonica, quella civile e nientemeno che la testimonianza diretta del volere di Dio.

 

*

Torniamo qualche pagina indietro, ad una novella che prepara quella di Alatiel, la 3a, sempre della II giornata. Anche qui «la figliuola del re d'Inghilterra» non arriva pulcella al matrimonio, anzi rifiuta l'ordine del padre di sposare «il re di Scozia vecchissimo signore» ed in viaggio per Roma, dove il padre l'aveva mandata perché il papa la maritasse, sceglie un casuale compagno di viaggio «Alessandro, il quale era giovane assai, di persona e di viso bellissimo» (20) e con lui giace. Quando il papa se li trova davanti benedice non solo quella che sembrava una grave disubbidienza, ma ratifica che la fanciulla lo aveva fatto per «bene e onestamente vivere (...) non per paura della vecchiezza del re di Scozia» ma «per non fare per la fragilità della mia giovinezza (…) cosa che fosse contra le leggi divine e contra l'onore del real sangue del padre mio» (38).

Quindi per non andare contro le leggi divine e per non macchiare l'onore del padre, è meglio seguire gli impulsi ed i fremiti della propria giovinezza anziché obbedire alla precettistica tradizionale.

Alla natura non si comanda e il Pontefice benedice il suo coraggio e la sua trasgressione. Quasi un riconoscimento ufficiale da parte del papa della nuova regola.

 

*

Andiamo ora alla novella 7 della VI giornata, nella quale Madonna Filippa, avendo peccato di adulterio, doveva secondo lo statuto vigente, «essere arsa»; ma la donna si difende ancora seguendo il principio prima esposto: «Adunque domando io voi, messer podestà, se egli [il marito] ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? debbolo io gettare a' cani? non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m'ama, che lasciarlo perdere o guastare?» (17, pg. 748).

Il podestà, non solo non condanna la donna, ma... fa cambiare lo statuto.

La nuova legge ottiene il riconoscimento giuridico anche da parte delle istituzioni civili.

 

*

Infine un accenno alla decima della VII giornata, nella quale Tingoccio, secondo il patto fatto con l'amico Meuccio, torna dall'aldilà per rassicurarlo sul fatto che ivi «non si tiene ragione alcuna delle comari! [di aver giaciuto con loro]» (28).

La comare è la donna di cui si è tenuto a battesimo il figlio come padrino, con la quale si ha quindi un legame particolare, quasi di parentela, la cui trasgressione rappresenterebbe cosa grave, quasi incestuosa; invece non viene considerato peccato e vi è addirittura la testimonianza diretta che Dio non lo considera tale.

 

La ricostruzione esegetica ci permette di affermare che Boccaccio ha inteso, oltreché allietare e divertire le donne, proporre una nuova concezione della sessualità. La critica boccacciana ha visto nella triade Fortuna-Amore-Ingegno i temi centrali del Decameron, ma ha ignorato questo concetto di «natura» che finalmente legittimava l'uomo nelle sue passioni umane e liberava la sua nascita dalla condanna del peccato originale.

 

 

Gli amori infelici

 

Evito di valutare la qualità, lo spessore, la profondità dei rapporti amorosi presenti nel capolavoro del Boccaccio. Propongo invece di valutare due momenti che mi sembrano, in realtà, in contraddizione fra loro: il tema della IV giornata, «Si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine», e la terribile immagine di donna che conclude l'opera, Griselda.

Le tristi, quanto splendide, novelle della quarta giornata vanno indubbiamente collegate ad un altro famoso mito, quello di Piramo e Tisbe [38], i due giovani babilonesi che cercarono di amarsi nonostante l'opposizione dei genitori, riuscendo a spezzare il cerchio della ripetitività del fallimento.

Questa mia è solo una proposta, una considerazione da verificare, ma si potrebbe ricollegare al discorso di Boccaccio, secondo il quale, quindi, è solo l'odio degli invidiosi e dei vecchi (si ricordi la sua difesa nell’introduzione alla IV giornata), il contrasto di ciechi genitori, che può impedire agli amanti di essere felici. Ma accanto a questa proposizione o intuizione del Boccaccio, non possiamo non sentirci contrariati nel veder concludere l'opera con la figura di Griselda, emblema della passività, della sudditanza e dell’obbedienza che la donna deve al marito.

 

Neppure possiamo concludere senza affrontare l’opera ed il pensiero di colui che ha il merito di aver ridato a Boccaccio l’indubbio valore che gli compete: Vittore Branca.

Nella prefazione alla terza edizione di Boccaccio medievale dice:

 

«fra il ’48 e il ’55 […] la più avvertita cultura europea aveva operato un radicale restauro nei confronti sia delle nozioni e dei termini di Medioevo e Rinascimento che del vecchio ma ancor divulgato mito delle tenebre dell’età di mezzo opposte allo splendore della nuova epoca. Eppure questo poderoso ed essenziale movimento di idee non aveva investito la critica boccacciana [che] […] si rifugiava troppo spesso in ritorni alle posizioni ottocentesche dei tipo Quinte e Saint-Victor o Settembrini e De Sanctis [39]: con l’esaltazione del Decameron quale opera fondamentalmente negatrice di quella visione del mondo e della vita che erano state di San Tommaso e di Dante, con la considerazione dei suoi protagonisti come personaggi viventi solo delle più istintive e quasi animalesche passioni o lontani da vero impegno morale e da vere possibilità drammatiche o eroiche» [40].

 

Per V. Branca, la riluttanza della critica boccacciana nell’accettare ed accogliere il Decameron fra i capolavori della nostra letteratura, si incentra in una errata valutazione delle sue qualità artistiche e formali, per cui egli tende a dimostrare fin dal titolo nel suo «volume sì scopertamente polemico contro quegli stanchi e pesanti ritorni [come fosse] necessario allora mettere in rilievo l’aspetto più trascurato, anzi lasciato in ombra da una lunga e compatta e ahimè! rifiorente tradizione critica: cioè quanto della splendida e umanissima civiltà dell’autunno del Medioevo è ancora presente e operante nel Boccaccio e nel suo capolavoro» [41].

La perfetta ricostruzione filologica del testo nel codice berlinese Hamilton 90, confermata da recenti studi [42], ha ridato all’opera la sua giusta collocazione nei capolavori della nostra letteratura, nonostante la bellezza e la perfezione formale della sua prosa sia il frutto proprio della tradizione medievale e «non ha che scarsi riferimenti diretti a modelli classici» [43].

L’uso del cursus, la tecnica della prosa versificata e rimata, il suo ritmo, il superamento del modello esornativo, la rigorosa coerenza fra forme, argomenti e personaggi, l’utilizzo perfetto dei registri, l’unitarietà dell’opera, il realismo, ecc; inutile continuare l’elenco dei pregi del Decameron che Branca ha avuto l’indiscusso merito di, più che proporre, forse imporre.

Il grande critico e filologo dimostra come anche nelle pagine e nelle scene più scabrose ed erotiche non vi sia mai scadimento pornografico; e forse è questo che ha convinto molta critica boccacciana ad accettarne il valore, non tanto il fatto che la sua prosa sia grande sebbene di origine medievale.

Mi sembra inutile ricordare, infatti, come la prosa del Boccaccio non sia mai stata messa in discussione; anzi, sappiamo bene come essa sia stata il modello «ufficiale» di riferimento a partire dal Cinquecento [44].

Ritengo, invece, che le vere ragioni della storica ostilità nei confronti del Decameron non fossero di ordine formale, ma altre.

Secondo Branca, Alatiel «depone la sua verginità fra le braccia di otto uomini, con un fresco e fanciullesco piacere», e siamo d’accordo; ma aggiunge: «e insieme con un senso tragico della bellezza»[45], e non siamo più d’accordo, non perché io sia a favore dei nuovi valori, ma perché lo è Boccaccio, è lui che non vede e non mette nessun elemento tragico nella bellezza di Alatiel. Abbiamo visto infatti come quella tragica bellezza fosse l’oggetto non certo dell’ironia né della pietà, ma dei sospiri delle femmine dell’allegra brigata «per vaghezza di così spesse nozze».

L’ironia è utilizzata quindi non per distanziarsi, ma per affermare e proporre una nuova concezione dell’amore e della vita terrena non più vista in un’ottica trascendente, bensì serenamente e giocosamente vissuta nella sua naturale realtà umana, libera appunto dalle condanne della Chiesa e dai giudizi moralistici degli invidiosi. È ad essi che è rivolta l’ironia del Boccaccio.

Con parole semplici, possiamo dire che il “recupero” di Boccaccio per la bellezza della sua prosa nasconde il fatto evidente di una proposizione del desiderio e della sessualità vista e vissuta come non peccaminosa ma naturale.

«Le più istintive ed animalesche passioni» non hanno mai, come Branca stesso ha dimostrato, alcun effetto violento né sono state descritte con senso di ripugnanza; ma per verificare questa ipotesi si devono leggere le attualissime pagine del capolavoro boccacciano col pensiero che quando l’amore e il desiderio si esprimono tramite il corpo possa non esservi nulla di perverso o di violento.

 

Il sentimento d’amore è tale solo se rimane staccato dalla passione?

Solo se diventa sublimazione?

Solo se rimane nell’orbita dello spirituale?

Allora tale sentimento è quello rivolto a Dio, non ad una donna.

Ragionare in questi termini è convalidare la filosofia dell’aut-aut dell’alto Medioevo; non è ancora possibile, oggi, ritenere la sessualità libera da una condanna di peccato? Una cosa è certa: per Boccaccio e per tanti uomini e donne del suo tempo, non lo era.

 

Lamberto Vaghetti

 

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Note

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[1] N.B. Il numero fra parentesi corrisponde al numero del paragrafo

[2] Che titola «Il soldano [sultano] di Babilonia ne manda una sua figliuola a marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in ispazio di quattro anni alle mani di nove uomini perviene in diversi luoghi: ultimamente, restituita al padre per pulcella [vergine], ne va al re del Garbo, come prima faceva, per moglie». Decameron, a cura di V. Branca, Einaudi, Torino, 1980, p. 224, 1° capoverso.

[3] I corsivi all’interno dei testi sono miei e saranno ripresi in seguito.

[4] D'ora in poi ogni riferimento di pagina e capoverso si intenderà ripreso dalla partizione della suddetta edizione del Decameron. Il numero di capoverso verrà indicato tra parentesi dopo il brano citato.

[5] Nel mito, è Psiche ad illuminare il meraviglioso corpo di Cupido, ad innamorarsi di lui, a fare di tutto per riconquistare il suo amore; in questa novella le parti sono rovesciate, è Alatiel l’oggetto del desiderio.

[6] Che indubbiamente è la parte meno brillante della novella, in quanto Boccaccio cede alla tentazione di dare risalto alla sua opera con un “alto” riferimento letterario.

[7] M. Baratto, Realtà e stile nel Decameron, Editori Riuniti, Roma 19963,  p. 143.

[8] G. Petronio, Commento a G. Boccaccio, Il Decameron, Einaudi, Torino 1950,  p. 242

[9] C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, in E. Cecchi e N. Sapegno, Storia della letteratura italiana, Garzanti, Milano 1966, p. 395.

[10] G. Almansi, Lettura della novella di Alatiel, in "Paragone", XXII, 1971, p. 31

[11] N. Sapegno, Il Trecento, Vallardi Milano 1966, p. 341

[12] C. Segre, Le strutture e il tempo, G. Einaudi ed., Torino 1974, p. 149

[13] Op. cit., p. 152.

[14] La metafora fallica è ben evidente, tantopiù se ricordiamo come «Marato col santo cresci in man che Dio ci diè la cominciò per sì fatta maniera a consolare…» (37).

[15] «La trasgressione dell'ordine verginale trecentesco è senza dubbio messo in crisi». Mirko Bevilacqua, L'ideologia letteraria del Decameron, Bulzoni Editore, Roma, 1978, p. 39.

[16] Il concetto di giustizia è legato direttamente al fine che l'uomo si propone. Se lo scopo della vita è la salvezza dell'anima, sarà la Chiesa che può e deve emanare le leggi che instradano il fidelis nella norma recta vivendi; se, al contrario, l’uomo nasce per godere della vita terrena, sarà un'istituzione giuridica laica che regola le azioni del civis. Nel primo caso amare una donna è peccato in quanto impedisce la purificazione dell'anima dal corpo; nella seconda ipotesi non è peccato poiché l’homo ut homo ha come scopo la felicità in terra.

[17] Il Mulino, Bologna, 1982

[18] ivi PG. 307

[19] ivi PG. 308

[20] ivi PG.: 316

[21]  Con Marsilio da Padova (1280- 1342) si matura ulteriormente il pensiero per il quale lo scopo della politica è «vivendi gratia facta, existens autem gratia bene vivendi» [non solo per la necessità di vivere, ma di vivere bene] Defensor pacis, Marsilio Editori, Venezia, 1991, cap IV, 1, p. 92.

[22] W. Ullman, op. cit.: PG. 327.  Con Marsilio da Padova (1280-1342) si matura ulteriormente il pensiero per il quale lo scopo della politica è «vivendi gratia facta, existens autem gratia bene vivendi» [non solo per la necessità di vivere, ma di vivere bene] Defensor pacis, Marsilio Editori, Venezia 1991, cap IV, 1, p. 92.

[23] Per Agostino «Prima nativitas ex masculo et femina, secunda ex Deo et ecclesia».

[24] Nonostante i tentativi di Innocenzo III (1198-1216) e di Bonifacio VIII (1294-1303) di ridare alla Chiesa il primato morale e politico tramite l'ipotesi teocratica, per tutto il '300 e gli inizi del '400, la crisi dell'ideologia cristocentrica, che poneva la salvezza dell’anima al centro della vita dell’uomo, si fece tangibile e manifesta con la Cattività Avignonese (1305-1377) ed il Grande (1378-1417) ed il Piccolo Scisma d'Occidente (1438-1449).

[25] «Le uniche due novelle per cui si possa richiamare una fonte classica, cioè la 10 della Quinta giornata e la 2 della Settima giornata (...) discendono del resto proprio da un scrittore latino, Apuleio, che la cultura medievale - per testimonianza del Boccaccio stesso - sentì quasi come un precursore». V. Branca, Boccaccio Medievale, Sansoni Ed., Firenze 1992, p. 10-11.

[26] C. Segre: «Chi volesse rappresentare la storia della critica come una corsa esaltante e scoraggiante entro un labirinto tortuoso, potrebbe usare, tra infiniti esempi, gli studi sulla novella di Alatiel». op. cit., p. 145.

[27] «Alibech divien romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in Inferno: poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale». Op. cit., p. 443.

[28] Il motto finale della novella di Alibech afferma «Che il più piacevol servigio che a Dio si facesse era... rimettere il diavolo in inferno». Quindi fare all'amore non è in contrasto con l'amore per Dio. Si propone l'et-et.

[29] Fra breve riprenderò queste affermazioni del giovane per il loro significato 'filosofico'; vorrei ora evidenziare la reazione incredula per cui 'cose' così belle, «più belle degli agnoli dipinti che... voi m'avete mostrati» non possono essere mala cosa. E' un pensiero quasi logico-matematico: se gli angeli non sono mala cosa, neanche queste donne che sono più belle degli angeli, possono essere mala cosa.

[30] V. Branca, op. cit.: PG. 224 e 443.

[31] Novelle italiane. Il Duecento. Il trecento, a cura di Lucia Battaglia Ricci, Garzanti, Milano 1989: PG. X.

[32] Fra esse quelle di: Petrus Alfonsi nella Disciplina clericalis; Iacopo da Varagine, nella Legenda aurea; nel Novellino.

[33]  Il collegamento ad Alatiel sembra evidente.

[34] Nell'evidenziare il realismo di Boccaccio, L. Battaglia Ricci, op. cit., p. XXXII, dice: «Si pensi cosa diventa nel Decameron, dove è ormai del tutto acquisita una scrittura “realistica”, il tradizionale motivo delle "donne-demoni", utilizzato da Boccaccio come apologo a difesa della propria opera nell'introduzione alla Quarta giornata. (...) Poiché di sicuro Boccaccio aveva dinanzi anche la Legenda aurea, nonché il Novellino, la scelta di questa variante non è dovuta al caso: chiare sono infatti le implicazioni ideologiche della scelta, mentre le "donne-demoni" si possono esorcizzare, come nella storia di Josafat, e vincere in un'ottica ascetica, le "donne-papere"(...) non spariscono invocando Dio». Se ricordiamo poi le parole che Pan rivolge a Psiche (l'unico modo per liberarsi delle pene del desiderio è di... seguirlo), si evidenzia la differenza della posizione del Boccaccio rispetto all’ideologia della rassegnazione e dell’espiazione.

[35] «Sarà proprio la tentazione carnale a spingere Josafat ad una ascesi più perfetta: l'attacco alla castità del giovane è infatti neutralizzato dalla preghiera che egli rivolge a Dio e che gli apre la visione del mondo dei beati e di quello dei dannati». Op. cit., p. XI.

[36] E' l'inizio della novella di Alatiel, quando Panfilo ammonisce le donne a non voler aumentare «le bellezze che dalla natura...» (7° capoverso, PG. 226).

[37] Nella 2 della IX giornata, una badessa, mentre rimprovera una giovane monaca sorpresa in camera col suo amante, si accorge di essersi infilata in testa per la fretta, anziché la cuffia, le brache del prete con cui poco prima giaceva. A quel punto «Mutò sermone e in tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta (la giovane monaca) col suo amante» (18° capoverso), PG. 1046.

[38] Nella prima stupenda novella ritroviamo «la breccia nel muro» che permette ai due giovani di incontrarsi, la sepoltura comune degli amanti in tutte le novelle della IV giornata, le responsabilità dei genitori, ecc.

[39] Si noti l'acredine di un uomo al quale per altro la nostra letteratura deve molto, F. De Sanctis: «Questo mondo superficiale, appunto perché vuoto di forze interne e spirituali, non ha serietà di mezzi e di scopo. Ciò che lo move, non è Dio, né la scienza, non l'amore unitivo dell'intelletto e dell'atto, la grande base del medio evo; ma è l'istinto o l'inclinazione naturale: vera e violenta reazione contro il misticismo. Ti vedi innanzi una lieta brigata...». Storia della letteratura italiana, UTET, Torino 1989, p. 348.

[40]  Sansone Editore, Firenze, 1992, pp. VII e VIII.

[41]  Op. cit. p. VIII-IX.

[42]  Vittore Branca, Scoperto un 'Decameron' rivisto e corretto dall’autore, in «Il Sole-24 Ore», 11-1-1998.

[43]  Op. cit. p. 46.

[44]  Mi riferisco, naturalmente, a Pietro Bembo con le sue Prose della volgar lingua (1525).

[45]  Op. cit. p. 403.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 maggio 2004