Domenico Merlini

Saggio di ricerca sulla satira

contro il villano

Edizione di riferimento

Satira contro il villano, a cura di Domenico Merlini, Loescher Editore, Torino 1894

APPENDICE

6.

C

 

È tratto dal codice I, 3, 32 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, fol. 15 e seg., sec. XVII [1]. Di Alfabeti contro Villani abbiamo già più volte avuto occasione di ricordare quello del secolo XVI contenuto nella Misc. Marc. 2213, 5 che sarà ripubblicato dal Novati; un altro, del nostro secolo, fu pubblicato dal Meyer [2], ed esiste pure, con varianti poco notevoli, in un codice del Museo Correr[3].

Alfabeto sopra li Villani.

A lavorar è sempre destinato

Il perfido villan, malvagio, ingrato

Bontà non regna in lui, né cortesia

Sol rabbia, invidia, odio, e rubbaria.

Cattivi sono, e pieni d’ogni vino                                   5

Come si pool veder per ogni inditio.

         Da Cain derivò questa natione

Che da Dio ebbe la maleditione.

Esorto ognun fuggir dalle sue mani,

Che non se puol dir peggio, di Villani.                         10

Fali pur tu del ben quanto sai fare

         Alfin per Dio, chb ti vuol ingannare.

Giotti, e maligni sono a tutta botta

Ma guardati da lor co’ sono in frotta.

Ingrati sono a chi li fa servitio,                               15

Questo è [sol] causa che vanno in precipiti

Ladri sono, golosi, e marioli,

Insieme con la moglie e’ lor figlioli.

Ma ve’ per caso tu ne trovi un bon

Di’ che è bastardo o fiolo del paron.                       20

Non vi fidate mai di questa gente,

Che resterete coglionati sempre.

Oh! chi vedesse del Villano il core,

Che per patron non vorrebbe il Signore!

Poltroni sono, e pieni di fetore                                         25

Colmi di terra e pieni di sudore.

Quando per seminar non trova grano

Allora vien con il capel in mano.

Ramega come il Bue il Villan poltrone

Quando mangia la robba del patrone,                           30

 Se vuoi tener il Villan con timore

Dalli pur poca robba e manco onore.

tutta la festa salta, balla, e giocca

Che a cena poi si segnano la bocca.

Volgarmente si dice che il Villano,                           35

A spese d’altri vive tutto l’anno.

Cristo non darà mai di gloria il Regno

Al Villan che dell’opre sue è indegno.

Zello al culto divin niente non hanno

Vada dunque tal setta col malanno.                        40

Questo Alfabeto satirico contro i Villani della Bertoliana di Vicenza non è che un raffazzonamento, con varianti di poco conto, di quell’Alfabeto contro i Villani che si legge nel cod. H, XI, 5, fog. 202t-203 della Comunale di Siena, ricordato dal Mazzi [4], e di cui il gentile Bibliotecario di quella città, Dr F. Donati, ci mandò una copia diligente. Questo Alfabeto, opera di un anonimo della Congrega lei Mozzi della seconda metà del secolo XVII, ci prova come le composizioni di quella Congrega si diffondessero in tutta Italia; probabilmente esso deve considerarsi come fonte non solo dell’Alfabeto vicentino, ma anche di quello esistente nel Museo Correr e di quello pubblicato lal Meyer. Crediamo opportuno riferirlo qui per intero:

Alfabeto contro i Villani.

A lavorare sempre è destinato

Il Villano maligno et ostinato.

Bontà non regna in lor, né cortesia

Ma sol malignità, invidia e galosia.

Cattivi sono e pieni d’ogni vitio,                               5

E questo il può veder chi ha giuditio.

Deriva da Cain questa natione,

Et hebban dal ciel la maladitione.

E se [tu] vuoi veder ben la profesia,

Dal Villan deriva la scortesia.                                    10

Falli pur bene, assai se li sai fare,

Che loro al fin ti vogliono ingannare.

Giotti, maligni sono, a tutta botta,

Guardati dai Villan se son in frotta.

A lor non si vuol haver [altra] compassione,     15

Se non come hanno loro [alla robba] del Padrone,

Ingrati [sono] a quelli che li fan servitio

E questo puol veder chi ha giuditio.

Karità fra Villan mai non si trova,

Ma la superbia in lor sempre rinnova.                20

La robba del Villan forza è [sforza] che cada,

Perchè come la vien, convien che vada

Mille volte il dì fanno giuramento,

Sol per haver un solo suo contento.

Non si vuole haver altra ragione,                                 25

Se non la penna, l’inchiostro, e il bastone.

Oh chi veder potesse il suo secreto!

Volentieri tirar feria [a noi] il giogetto.

Però come hanno bisogno [d’un sacco] di grano,

Vengon da Voi con il cappello in mano.                       30

Quando poi viene il tempo di pagare,

Ne van fuggendo per non [voler] sodisfare.

Rare volte il Villan paga il Padrone,

Se non gli manda [a casa] la real segutione.

Se tu vuoi ch’il Villano stia in timore,                     35

Lassal pover di robba, e men d’onore.

Tutte le [sante] feste passano a giocare,

E poi al fin si vanno ad imbriacare,

Volendo [poi] far rumor con tutto il mondo

E questo è causa che van nel profondo.                  40

Christiani sono che non hanno fede,

Mal va per quel che nulla gli concede.

Fisa si uova nella vecchia scrittura,

Che sempre sian bugiardi di natura.

Zeta si trova alli notar del malefitio,                                45

Che li fanno purgar tutto l’inditio.

Et se per sorte ne trovaste un buono.

Cercha la fin, ch’è figliol del Padrone.

Come vuoi tu conoscer un Villan deluscato,

Miralo nella schena che glie scuadrato.                           50

Rimanete con Dio et l’autore,

[Che] Dio vi guardi di man di traditore.

Abbiamo riprodotto questo Alfabeto nella sua integrità, cercando di correggere, fin dove ci fu possibile, i versi ipermetri che vi si incontrano; essi costituiscono l’impronta  più evidente del carattere popolare di queste produzioni. Per le tre lettere: Et, Con, Rum che seguivano alla Z negli antichi Alfabeti, si veda quanto dice il Novati nello studio più volte citato [5]. Per quanto riguarda la chiusa dell’Alfabeto ricorderemo un raro opuscolo [6] del secolo XVI, in cui i villani sono annoverati tra i pericoli da cui un galantuomo deve guardarsi:

Seren de inverno

nembo de instà

archimista povero

e medico amalà.

Vecchio lussurioso

e signoria de vilan

Furia de cani

e furia de villani

Trotto de asino

e promesse de vilan

Da carezze de cani

e zanne de villani.

Il Piovano Arlotto[7], ad un tale che gli domandava quale fosse la migliore orazione da dirsi appena levato, rispondeva: «Quando tu ti rizzi su segnati e divotamente recita un paternostro e un’avemaria, e poi aggiungi queste parole: Signor mio Gesù Cristo, guardami da furia e da mani di villani, coscienza di preti, guazzabaglio di medici, eccetere di notai, da chi ode due messe per mattina e da chi giura sulla coscienza propria».

Note

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[1] G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti della Bibl. d’Ital., vol. II, pag. 7, n° 24.

[2] Romania, XII.

[3] Novati, Le serie alfabetiche, ecc., in Giorn. St., XV, pag. 337.

[4] Mazzi, Op. cit., II, 271

[5] Giorn. St., XV, pag. 337.

[6] Proverbii attilandi novi et belli, quali l’uom non se ne debbe mai fidare... In Venetia, 1586. Scelta di cur. Lett., n° XCI, Bologna, Romagnoli, 1865.

[7] G. Baccini, Le Facezie del Piovano Arlotto, Firenze, Salani, 1884, pag. 316.

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010