Domenico Merlini

Saggio di ricerca sulla satira

contro il villano

APPENDICE

4.

La sferza dei villani

Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto alla Sferza contro i Villani; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perché sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nella Libreria [1], e nei Marmi [2] fa dire a Tafano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch’io nella Sferza de’ Villani, o nel Sonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia». La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma [3], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso, cioè Malitie de’ villani; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioè Le Malitie delle Arti, Le Malitie delle Donne [4] ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni della Sferza che abbiamo avuto sott’occhio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.

 

I. – L’opuscolo della Casanatense che contiene le sopradette Malitie de’ villani della fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni della Sferza che ci sono pervenute, la più vicina all’originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino [5] rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona un violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell’erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, etc., fogli 4, doppia colonnna, ottave 73, in-4°, car. got., senza segnatura né numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 X 139; tienti quest’opra per un buon ricordo | il finisce la Malitia dei villani.

II. – Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, n° 13, Scaffale 48.

La Sferza dei Villani. Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, ecc.; e tienti questo per un buon ricordo | il Fine. In-4°, car. rom., fogli 6, con segn., A, A1, A2, A3, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 X 150.

III. – Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.

La Sferza de | Villani. –Poi una silografia come ne n° II, indi le tre prime ottave. In-4°, car. rom., senza segn. né numero di pagina, s. 1., e a., mm. 210 X 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un’altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.

 

Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto scotto occhio; della Sferza sono menzionate le altre seguenti:

IV. – La Sferza de’ villani, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4° de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogne de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, n° 1360.

V. – Il dott. G. Milchsack nella Descrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D’Ancona [6], pag. 233, n° LVIII, dà la descrizione bibliografica di un’edizione della Sferza, stampata in Firenze nel 1568, in 4°, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al n° III.

VI. – Nella Biblioteca Manzoniana, Catalogne des livres composant la Bibliothèque de feu M Le Comte Jacques Manzoni, Città di Castello, Lapi, 1892, Iere partie, pag. 403, n° 2997, è ricordata la seguente edizione della Sferza: Firenze, G. Baleni, 1588, in 4°, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.

VII. – La Sferza de’ Villani. –Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, n° 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.

VIII. – Nel Catalogne de la Bibliothèque de M. Libri, n° 1361, è fatta menzione di un’altra edizione della Sferza, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.

 

Nulla sappiamo dell’autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell’edizione trivulziana da noi descritta al n° II si legge un’annotazione manoscritta, forse di mano dell’abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: « ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l’abate Tiraboschi, dell’Autore nulla si sa fuori di quello che nella Storia de’ Poeti Italiani piacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova». Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte della Storia de’ Poeti Italiani dello Zilioli che esistono nella Marciava fosse fatta menzione dell’autore della Sferza, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri [7] dice di lui: «Vivena dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò il Ciriffo Calvaneo di Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate; » ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l’importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioritura poetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale; » ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L’anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione della Sferza), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come il trait-d’union tra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: Il Sonaglio delle Donne [8], il Trattato del diavolo co' monaci [9], una novella intitolata Una resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci, la Contentione di Mona Costanza e di Biagio [10], il Trattato della Superbia e della Morte di Senso, pubblicato ultimamente dal D’Ancona [11], una raccolta di Canti Carnascialeschi [12], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Lardi dal Gaspary. Se noi confrontiamo la Sferza dei Villani con questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nella stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole della Sferza militano in favore di questa attribuzione della satira all’autore dei sopradetti componimenti.

La Sferza incomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:

Per far una leggiadra mia vendetta.

Anche l’ottava IX delle Malitie delle Donne che potrebbero forse essere dello stesso autore della Sferza, incomincia col noto verso dantesco:

È di natura sì malvagia et ria.

Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato dei Marmi del DONI ricordati insieme la Sferza ed il Sonaglio delle Donne può servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa della Sferza dei Villani. Abbiano tenuto per base l’esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l’interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte alla Sferza Casanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall’esame di esse ci parve indebitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello di Sferza de’ Villani sotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo di Malitie de’ Villani fu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello di Sferza, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.

La sferza dei villani. [13]

I.

Per fare una leggiadra mia vendetta,

disposto son di cavarmi lo stecco,

di compilare [14] in versi un’operetta,

che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco [15],

perchè sono una razza maladetta; 

e per invocation vo’ chiamar Ecco

habitator delle selve, e de’ boschi,

dove stanno i crudel’ rustichi foschi.

II.

E come d’Ecco la voce rimbomba

in ville in valle, dov’altri lo chiama,  

Eco faccia i miei versi eguali a tromba,

che risuoni [16] per tutto la lor fama,

de’ rustichi crudeli in ogni tomba,

e menagli in disgratia di chi gli ama:

perchè ogni piacere e cortesia  

che si fa lor tutto è gittato via.

III.

Non fe’ natura un animal più strano,

né più vitiato, né manco virile

sopra alla terra, quanto fu il villano,

e quel che non diventa mai umile, 

se non quando ti porge un po’ la mano

che necistà [17] lo caccia del suo ovile,

se non ti può rubar mercè ti chiede

poi dice mal di te se non ti vede.

IV.

Io ho veduto tanta esperienza  

già tante e tante volte in vari modi

di questa rusticana e ria semenza,

che par proprio che un verme [18] il cor mi rodi

sì ch’io non posso avere più patienza,

et una Sferza fo’ con aspri nodi, 

che sonora la rusticana setta:

la Sferza lor sarà quest’operetta.

V.

La qual darà manifesta notizia,

generalmente dei villan cattivi,

benchè interamente lor tristizia  

non si può dir di quei superlativi,

de’ quali è da schifar loro amicizia,

né da voler che in casa tua n’arrivi;

ché son come il carbon che cuoce o tinge [19]

quel villan che par buon, par perchè finge. 

VI.

La prima volta che il villan ti parla,

ne viene a te con sì benigna vista,

che tu non puoi nella mente assettarla,

se non d’aver udito un Vangelista [20]:

guardati da quel che sì dolce ciarla,

che la sua intenzion drento [21] è pur trista,

e viene a te con sì dolce maniera

per porti il polpo suo nella visiera.

VII.

Se ti parlasse superbo et altiero

Sa ben che non avrebbe teco accordo:

ma egli ha fatto prima suo pensiero

d’esser lui la civetta e tu sia il tordo

le sue parole il vischio a tal mestiero,

e simulare il semplice e il balordo,

e mentre che ti parla, spesso ghigna,

e così ti conduce [22] nella vigna

VIII.

E quando t’ha dove volea condotto,

comincia a scoprire un canestruccio

che t’ha recato; tenevalo sotto

perchè tu non andassi a santo alluccio [23]

credendo che tu sia come lui ghiotto

ed aspetti al presente dare il succio [24];

parà poi un canestro come un nicchio

e flavi drento un quattrin di radicchio.

IX.

Io ho già visto a’ villani comperare

più e più volte un quattrin d’insalata;

o dua, e portar quella a presentare

all’oste [25], ol balio, e sono una brigata;

non per amore, ma vogliosi sfamare

alle sua spese con quella derrata;

le son donne, tre o quattro rocche

porteranno e faran cinque o sei bocche.

X.

E viene sempre col disegno fatto

Il rustico fellon di far lo scotto

Al tua spese: stu lo inviti un tratto

Terrà lo invito tuo con questo motto,

che per farti piacere ad ogni patto

vorrà ber teco, e comincia di botto;

e fa lo scotto suo da vetturale,

a tuo dispetto se tu l’hai per male.

XI.

Par che il diavol gli sia nella mascella,

et è da ogni man ritto e mancino

e bada a maciullare e non favella

e poco o rare volte annacqua il vino;

stu gli ponessi innanzi una camella [26]

non ne fare’ rilievo il paterino,

mentre che vè del pan l’altre vivande

le schifa come fa il porco le ghiande [27].

XII.

Non fia sì tosto poi uscito fuori,

che dirà mal di te con chi che sia:

e che tu scanni e’ tua lavoratori

e ognor fai loro qualche villania,

e ponti mille falsi e mille errori,

e giura per far creder la bugia;

se lui ti avrà giuntato se ne vanta,

chè gli pare aver fatto un’opra santa.

XIII.

Quell’altro ch’è cattivo al par di questo,

commenda la tristizia che gli ha fatta,

e pargli darsi un vanto molto onesto

d’un furto fatto, e contalo per natta, 

dicendo: guarda s’io colsi l’agresto [28]

ovale al balio, ella mi venne adatta;

in mentre che beevo, o la fu bella,

gli tolsi una forchetta e poi vendella.

XIV.

Guarda se questa è di quelle del sacco,  

se son gente da far loro onore,

aspetta ch’io ho messo più d’un bracco,

che mi daran de’ lor vizi sentore;

parratti che io sia Ercole che Cacco

faccia della sua tana sbucar fore,

comincio appunto adesso a tor la penna

la qual so che non fia di vizi menna [29]

XV.

Dico di questa rusticana gregge

che non si può fidar di lor col pegno,

senza timor di Dio, fede, né legge, [30] 

non prezzan nulla e cerca in ogni regno,

non so come la terra se gli regge;

ma il ciel dimostra ben d’averli a sdegno,

che le tante tempeste e gran furori,

di venti e d’acque, son per loro errori. 

XVI.

Nessun si può lamentar del Signore,

lui ci apparecchia le ricolte grande,

Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore

copiosamente, e molte altre vivande;

ma il seme rustican tanto fetore  

ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,

grandine, e pioggie, e pessime influenze

che Bacco affligge e le buone semenze.

XVII.

Questo è proprio l’origine del danno,

e il giusto pate la pena del reo  

per le ingiurie che al ciel fan tutto l’anno,

quest’asin battezzato Tonio e Meo,

che credo certo che all’inferno vanno

di lor per ogniun cento del Giudeo,

perchè non hanno né timor ne fede  

esperienza ognora se ne vede.

XVIII.

Quanti villan si trova per migliaio

che i precetti di Dio s’abbino a mente,

certo non credo che ne sia un paio,

o non fu mai la più astuta gente;

a ben quanti covon è in un pagliaio,

come lo vede o giugnevi rasente,

ma non sa già che cosa si sia fede,

ot a fatica crede quel che vede.

XIX.

Credo che pochi tra molti ne sia, 145

che abbino della fede cognizione,

né sappin pur ben dir l’Avemaria,

né il Paternostro, o altra orazione,

e il Credo parre’ loro una pazzia,

perché non hanno niuna divozione; 

odon la messa poche volte l’anno

e quelle per pappar [31] quando vi vanno.

XX.

Come ch’è la mattina d’Ognisanti,

vi vanno perchè il prete dà lor bere,

e del pane impepato a tutti quanti,

e per la Pasqua come dei [32] sapere,

che dà dell’erbolato a donne e a fanti;

e i ghiotti, più che l’orso delle pere

vannovi tutti, insino a’ pecorai,

piccoli e grandi che non mancan mai.

XXI.

Non che vi vadin già per devozione,

né per rimorso d’esserne obbligati,

ancor vi vanno con intenzione

d’essersi l’un con l’altro ritrovati,

chi per chiarire una contenzione,

chi per concluder qualche lor mercati,

di porci, o buoi, o pecore, o castroni;

queste alla chiesa son loro orazioni.

XXII.

E fanno in chiesa cerchi e capannelle

come fanno a’ mercati e in su la piazza;

mentre che dicon quelle lor novelle,

chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,

e il prete non può dir messa cavelle,

pel cicalio di quella gente pazza,

se gli riprende e’ ne pigliano il broncio,  

poi non ti dico come il prete è concio.

XXIII.

E fanno peggio ancor que’ di più anni

che que’ lor fanciullacci, e quei garzoni;

questi paiono in chiesa barbagianni,

ovvero allocchi, sempre per cantoni 

a vagheggiare, e vagheggiano i panni [33]

di quelle lor mattote, e’ bighelloni,

ch’elle son sì di biacca imbrodolate

che paion proprio tinche infarinate [34].

XXIV.

Quest’è la divozion, questo el timore,  

quest’è la fede de nostri villani,

ignoti e ingrati [35] verso il Creatore,

tua perfidi nimici, crudi e strani;

e tanta è la stoltizia e il loro errore,

ne’ domestici luoghi e ne’ silvani,  

che non conoscon mai grazia, né dono,

che ricevin da Dio, sì ingrati sono.

XXV.

Quanti ne son che faccin conscienza

di torre e di voler restituire,

ma con tutta l’industria e lor potenza 

s’ingegnan sempre di poter rapire

perchè non temon alla gran sentenza

in die iudicij dover comparire,

ma quel che ruban più chiaro lo veggio

che ne vanno ogni dì di male in peggio.

XXVI.

Se tu vuoi stare a veder la ricolta

in villa, al tempo della battitura

tu perdi il tempo, sia o poca o molta,

qui giunca solo aver buona ventura,

chè se te la vuol fare egli avrà colta 

la rosa a tempo, che non val tua cura;

so el gran battuto el dì resta nell’aia,

la notte scemerà parecchie staia.

XXVII.

Il villan finge di starlo a guardare

la notte sotto il monte della paglia,

e manda l’oste in casa a riposare,

coglie l’agresto e insacca e non lo vaglia,

ma del fondo del monte usa cavare

perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia

il monte in modo tal che non si paia,

el cane al suo padron mai non abbaia.

XXVIII.

Ed ogni notte lui coglie l’agresto,

et in più vari anodi pur che voglia,

e mai non pensa di farla pel resto

questa tristizia ancora se la moglia,  

e non ti torrà mai il quinto ol sesto

per poco che del tuo dover ti toglia,

ma trattandoti bene al suo parere,

ti darà la metà del tuo dovere.

XXIX.

Deh, odi come un rustico toglieva 

ogni anno el gran sull’aia d’ogni bica,

fatte le biche il padron le vedeva

e poi non se ne dava altra fatica,

el rustico di poi le disfaceva

e rifaceva: odi tristizia antica,

nel disfarle e rifarle tanto ammacca

il gran, che ne trama parecchie sacca.

XXX.

Se il tuo podere è di frutte copioso,

non creder che a te tocchin le più belle

che te le ruba e vende di nascoso

poi dice che gli furon tolte quelle,

e mostrasene a te molto cruccioso

con dir che non vi può campar tavelle

e simulando cuopre sue magagne

poi drieto ti farà sette castagne. [36] 

XXXI.

Alla vendemmia quel che egli usan fare

non è da dire dell’uva e del mosto,

se v’è niun buon vignazzo [37] da mangiare

innanzi al tempo l’ha colto, e riposto,

dico per sè, e stu ne vuoi serbare 

e’ dice che è al tuo voler disposto,

e che ne basta a lui una bigoncia,

che è quella che la sua tristizia acconcia.

XXXII.

E ti si mostra piacevole e largo

e che te ne vuol dar per una dua,

ma nota ben lettor, quel che qui spargo,

auzza se tu sai la mente tua,

chè non ti basterebbon gli occhi d’Argo,

a veder l’arte e la tristizia sua;

quella bigoncia che ripon palese 

ne vende più di quattro alle tue spese.

XXXIII.

E se fa il vino e che tu non vi stia,

quante mezzine e bigoncia n’attigne

mentre che bolle, e’ ne bea tuttavia,

e poi, allo svinare e’ te la cigne;

il primo sempre mai vuol che il suo sia

poi ti ragguaglia con quel che gli strigne,

ma come l’altra cose te lo ammezza,

e nel canale o nel tin te ’l battezza.

XXXIV.

Vientene poi al Dicembre o al Gennaio, 

al far dell’olio e’ ti vuol ristorare,

e del grano e del vino il buon massaio

che fa sì bene il tuo usufruttare;

sempre dell’olio si toglie il primaio

che olio vergine si usa di chiamare, 

che è più dolce e più chiaro che il secondo

e non fa mai posatura nel fondo.

XXXV.

E dice poi: cotanto ve n’è stato;

ma non ti dice il rustico fellone

che s’ha tolto il miglior et ha lasciato

a te l’olio ristretto del sansone,

et hallo tutto insieme mescolato,

e se egli è sapiente e’ dà cagione,

che l’uliva eran troppo state in caldo:

torse che manca mai scusa al ribaldo?

XXXVI.

Vientene al tempo della potatura

d’ulivi, e viti, e così d’altri frutti,

per te fa col pennato, e con la scura

taglia per sè i rami grossi tutti,

et arde tutto il verno alla sicura

alle tue spese, a stan caldi et asciutti;

le lagne che gli avanzan le divide

e fa le parte, e piglia, e poi ne ride.

XXXVII.

Prima al seccar de’ fichi, chi gli coglie

al fico, sempre scelgono e’ più passi,

sia qual si vuole, el marito o la moglie,

non creder quelli all’oste si portassi;

poi quando alla fornace gli raccoglie,

con diligenza un’altra cerca fassi;

e finalmente e’ più grassi e più belli  

non creda l’oste aver nessun di quelli.

XXXVIII.

Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,

che delle dotte sue si vuol pagare,

e serba quelli alle rose di Maggio

et a quel tempo gli vuol maritare, 

e dice: se d’un fico a terra caggio

un tratto, chi me n’ha a ristorare?

s’io tolgo questi, e’ son ben guadagnati,

e non gli pare avertegli rubbati.

XXXIX.

Se tu gli dai a far qualche lavoro,

di velti o fosse a cotanto la canna

o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,

come tu non vi se’ il villan t’inganna,

che massi non trarrà del luogo loro,

né aprirà la fossa a una spanna,

né affonda un braccio che te la riempie

senza fognare, e pelati le tempie.

XL.

Se tu darai alcun bosco a tagliare,

in somma, o a cotanto la catasta,

in ogni modo e’ ti vuole ingannare,

guarda pur di non metter mano in pasta;

la toglie in somma e la vuole spacciare

per l’util suo, e il tuo disegno guasta,

guasta le ceppaie, e in modo taglia

lungo, né poi con la scura ragguaglia.

XLI.

Non creder tu che molte ne rifenda,

né ritondi le teste con la scura,

perchè in queste due cose è la faccenda,

e falle giuste di buona misura,

la qual cosa non fa per chi le venda,

ma di questo il villan poco si cura

fatte le legne adesso, e noi e’ frasconi,

et empie le fastella di bronconi,

XLII.

che sarebbono a schegge sufficienti

lui l’addossa per vicine presto;

ma se facessi le legno altrimenti,

non farebbe per lui di farti questo,

che e’ taglierebbe infin ceppi rasenti,

poi le rifonderebbe, in quarto, e in sesto,

e d’ogni stecco ne farebbe due,

per far più somma alle cataste tue.

XLIII.

Se a cataste gl’ha a esser pagato,

e’ te la tigne nell’accatastare;

mette pezzi bistorti in più d’un lato,

e fagli come ponti ritti stare,

e le scheggie rifesse avrà voltato,

la, scorza con scorza, che fa stare

e’ pezzi sollevati, e poi ritura

con fruscoli le buche e ponvi cura.

XLIV.

Et ha tutte le teste capovolte

da ogni lato, e mostran bella faccia

alle cataste, e più serrate a folte

paion le scheggie, e così te la schiaccia;

le poche legno fan cataste molte

per questo modo, ma questa bonaccia

torna in tristizia del comperatore,

et inganna te e lui quel traditore.

XLV.

Se a tanto la soma fa e’ frasconi,

farà e’ fastelli come covoncini,

et empiele di sterpi, di bronconi

per farne più, e toccar più quattrini,

et non gli serra troppo per cagioni,

che non ti paro come son piccini,

e se fa in somma quel rustico fello

vorria metter il bosco in un fastello.  

XLVI.

Se tu da’ un podere ad un villano

che lavori altre terre che la tua,

poi dir d’avergli dato il sacco in mano

perché ti rubi a tutta voglia sua,

di frutte, vino, e olio, e legne, e grano

né vorrà più di te per ogniun dua;

so tu ti duoli che ti tolga il tuo,

dice che quello ha ricolto nel suo.

XLVII.

Se tu dai terre a fitto a niun villano,

non far pensiero d’aver mai l’intero

dal patto della scritta di sua mano,

che ti dimostrerà per bianco nero,

dirà che il temporal sia strano

per lui, e mai non ti dirà un vero,

quando gli fin nociuto il secco, o ’l molle,

e così t’avrà giunto dovei volle.

XLVIII.

Così con la bugia ti fa un resto

con buon pensier d’averti strapagato;

se tu gli hai dato vigna intendi questo,

che ’l tempo non t’avrà mai osservato,

quando avrà, colto a suo modo l’agresto

tirandogli gli orecchi col pennato [38],

o non ti paga, o qualche scusa ha dare

che ti convien la vigna ripigliare.

XLIX.

Se tu gli hai dato sodi da pastura

in piano o in piaggia, o prati da far fieno,

sempre ti conterà qualche sciaura,

o che le bestie altrui state vi sieno,

ovver che per la sua disavventura

he tutto il giorno le nebbie vi stieno,

veramente che il vento rovaio

Ai abbia abbruciati che par di gennaio.

L.

E sempre mai ti conta qualche indozza [39]

per non ti dar l’intero del tuo fitto

ch’egli abbi auto, e mente per la strozza

il malvagio, crudel, pessima, ghiotto,

ma e’ si vorrebbe aver la lingua rozza

a mille il giorno senza alcun risquitto,

perché e’ son pur come dà lor natura,

tutti d’un pelo, e d’una cornatura.

LI.

Se tu dai al villan bestiame a soccio,

credi che a te tocca a dargli le spese;

quando dirà che si sia morto un boccio,

quando che il lupo un bel temporal prese,

o ch’è in peculio indozzato, e sta chioccio,

per la mala vernata sì l’offese

che le son piene di rogna e di scabbia,

e crede poca lana e trista s’abbia,

LII.

per poter coglier ben l’agresto a quella,

e d’un toson ne saperà far dua,

e sceglier la più fine e la più bella

per vestir sè e la brigata sua;

almeno un capperone, o la gonnella

ti torrà spesso della parte tua,

la qual fia piena di croste di lappole,

per rubarti lui fa mille trappole.

LIII.

Al divider del cacio fa pensiero

d’averne men che mezza la tua parte,

chè vende le ricotte, il latte, il siero,

e poi nel far del cacio egli usa un’arte, 

che farà il tuo in un certo bicchiero

minor che il suo e tien questo in disparte,

e farà il tuo come una spugna vano

e il suo serrato, e incolpane la mano.

LIV.

Se la tua donna dà qualche gallina  

a mezzo a la tua lavoratore,

fa tuo pensier che poi la Mecherina

gli chiede da beccare a tutte l’ore,

e qualche volta pur quattr’uovolina,

gli recherà pur sempre le minore,  

che ragguagliando l’uova col beccare

tu vien la coppia un grosso a comperare.

LV.

Se la gli dà galletti a far capponi,

ovvero una chiocciata di pulcini,

credo n’assaggerai pochi bocconi, 

che nibio, o volpe, o lor mani a uncini

te gli aran tolti, dicono i felloni;

se tu nel credi sappil da’ vicini,

ch’ognor senton gridar: ai, ai, e troia,

ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia! 

LVI.

Se t’ha dar l’anno due paia di capponi,

o qualche serqua d’uova ch’è ne’ patti,

daratti almen che sia tre gallioni

et un cappone infermo che dà i tratti;

l’uova piccine serbano i felloni 

per l’oste, e l’altre vendon questi gatti,

che quelle grosse ti farebbon male,

e logoran più cacio, legne e sale.

LVII.

E’ polli e l’uova, fatto berlingaccio,

s’indugiano a portarli tutti quanti,

che se te gli recassino più avaccio,

conosceresti que’ galli a’ lor canti,

ma comunque son giunti tu gli spacci

perché sien triti, a tutti il collo schianti,

così dell’uova non vi si pan cura,

che se ne rompe una intriditura.

LVIII.

Se tu hai aver lin pan qui l’orecchio;

di patto fatto quando il poder tolle,

daratti qualche lin fradicio e vecchio,

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .

di fuor lisciato, e dentro fia capecchio

et anco molto ben umido e molle,

a te lo dà nel tempo autunnale,

e poi le pioggie incolpa e il temporale.

LIX.

Se la tua donna di state, o il Gennaio  

dà a far bucato alla Nencia o la Checca,

le pare a lei non le costi danaio,

ma tanto la crudel ne pappa e lecca,

che sare’ meglio dargli al curandino,

e non ti sare’ fatto la cilecca

di qualche zaccarella che vi manca,

sempre quando il villan panni t’imbianca.

LX.

Come sarebbe una o dua camiciuole,

qualche tovagliolino o tovagliola

che la Bartola ha tolte, e se le vuole 

in casa sua per la sua famigliuola;

se la tua donna del danno si duole

il rustico mentendo per la gola

si scusa e finge averne grande affanno,

stringesi nelle spalle e tu t’ha il danno.

LXI.

Se tu lo servi o presogli danari

senza testimonianza o senza pegno,

al far del conto poi perché tu impari

li niega, sto non dai buon contrassegno,

sicché chi ha a imparar è buon che impari

alle spese d’altrui in ogni regno;

ma prima impareresti ogni scienza,

che del villan la vera conoscenza.

LXII.

Stu gli fidi le chiavi di tua casa,

per la cantina, o per la colombaia.

si faria più per te, rendo rimasa

sola, a mandarvi il fante o la massaia

che l’olio e il vin ti ruba, e poi le vasa

riempie d’acqua perché non si paia;

e in colombaia da sera e mattina

l’agresto coglie e incolpa la faina.

LXIII.

E caverà della coltrice tua

qualche sacco di penna il rustichetto,

che sia sì piena che gli par la sua

rispetto a quella vota nel suo letto; 

e così fa d’una coltrice dua,

e poi per ricoprir questo difetto

ha in più d’un luogo la tua cincischiata,

e poi dice: e’ topi l’hanno rosicchiata.

LIV.

E se tu lasci vendere al villano,

ma che cosa si vuole, o tanto, o quanto,

legumi, frutte, biade, vino o grano

od olio, non potrai mai darti il vanto

che il vero prezzo ti rassegni in mano,

se fusse bene il dì di Vener Santo,  

sempre ti ruba con mille bugie,

o se nulla t’ha compro l’attessie [40]

LXV.

E per non esser tristo poi tenuto

dal prete per le sue operazione,

se si confessa mai il villano astuto, 

aerea d’un che non ha sua cognizione

e quanto può di non esser veduto,

da chi potesse darne relazione;

e qui d’ogni sua ladroncelleria,

è assoluto per la simonia. 

LXVI.

Poi se ne va quel rustico fellone

al popol suo, et risciacqua il bucato,

e fassi coscienza d’un mellone

che nell’orto dell’oste avrà imbolato;

e finge aver nel cuore uno steccone  

cioè lo stimol di questo peccato,

ma che vuol pel mellon dargli una zucca,

così inganna il prete, e te pilucca.

LXVII.

Questo crudel con sua simulazione,

inganna il prete, ed è tenuto buono;

così gli venga per sua punizione

la folgore di Giove col gran tuono,

benché egli avran l’eterna dannazione

poi che fien desti all’angelico suono,

della città di Dite e’ contadini

faransi allora eterni cittadini.

LXVIII.

Per la lor trista et insaziabil sete

che gli hanno di rubare al cittadino,

andranno tutti a bere all’onde Lete

come promette il giudizio divino,

che di quel che si semina si miete

ne’ Campi Elisi il frutto per destino

celeste, e fia renduto giusto merito

a ciaschedun del suo tempo preterito.

LXIX.

E se egli avvien che il rustico fellone

abbia a uscire del tuo contra sua voglia

o di sua volontà, egli è sì strano

e tristo che convien che lui ti toglia,

se vi avrà posto nulla di sua mano,

qualche bel nesto o cosa che ti doglia,

e vende al tempo, e vorrebbe potere

portarne seco la casa e il podere.

LXX.

E se nessun servigio t’ha mai fatto

o preso qualche po’ di scioperio,

te gli ricorda e vuolne esser rifatto,

e non pensa il crudel, malvagio e rio

alle cose che t’ha di casa tratto,

in soddisfarlo per l’amor di Dio

senza le zaccherelle che t’ha tolte.

che s’è pagato a doppio cento volte,

LXXI.

Et oltre a quelle cose che ti toglie,

quel che vi lascia cerca di guastare

giusta a sua possa il marito e la moglie

tutto quel verno a rompere e tagliare;

e quando vien che l’ulive ricoglie

guasta gli ulivi e finge di potare,

quelle belle vermene che ne fanno

le taglia o fiacca, per farti più danno.

LXXII.

Se vuoi saper lor ladroncellerie,

di’ che tu voglia il podere allogare:

qualche crudele a te viene ognidie

a chiederlo: e comincia a biasimare [41]

quel che v’è drento, e mostrati le vie

le quali ha usate a poterti rubare,

che sono tante e tali che t’attoscano;

gli artefici l’un l’altro si conoscano.

LXXIII.

E dice mal di quel perché tu il cacci

se fusse bene un suo carnal fratello,

e mostra di saper perché tu facci

la voglia sua, e fassi il buono e il bello,

e quanto è più cattivo par più tracci

d’entrarvi: poi ti fa peggio che quello,

che ti farà tutte quelle magagne,

che pose all’altro e delle più taccagne.

LXXIV.

E così tutti quanti han per natura 

di biasimar l’un l’altro, e fansi scorgere,

viziati e tristi ad ogni creatura,

e non ci possiam del tutto accorgere

perché e’ non ruban mai con la misura,

ma sempre a vista, e fannosela porgere 

cosa tolta, e son tutti d’accordo

a questo, e sanno fare il cieco e il sordo,

LXXV.

Se tu metti dell’opere e tu stia

appresso a loro a veder lavorare,

odi sempre dir mal di chicchessia,

dell’oste, o di vicini, o di comare

ognun di qualche ladroncelleria

si vanta d’aver fatto, e sannol fare,

di furti, d’adulteri, o false pruove

e senti tutto il dì tristizie nuove. [42]

LXXVI.

Se tu hai qualche serva, schiava, o fante

in casa di villan non la mandare,

che le fanno cattive tutte quante,

massime della gola, e del rubare;

se v’è niun pollastron si fa suo amante

e le promette volerla sposare,

ella sel crede, e poi mena il rastrello

a ciò ch’ella può in casa e porge a quello.

LXXVII.

Non ti fidar d’alcun, che ogniun t’inganna

giusta sua possa; e poi ti dà la berta,

e par lor che dal ciel venga la manna

quando e’ ti tolgon la cosa coperta;

quando e’ ti viene intorno e che si affanna

in tuo aiuto vuolsi stare all’erta,

che le carezze che i villan ti fanno

son tutte per loro utile e tuo danno.

LXXVIII.

Se pure alcun discreto e costumato

ne trovi benché pochi ce ne sia.

non creder che di rustico sia nato

ma che di seme mescolato sia

di qualche gentilotto che avrà dato

la pace di Marcon per qualche via [43]

alla madre di quello in giovinezza;

però tien quel villan di gentilezza.

LXXIX.

Non può la vera linea rusticana

partecipar d’alcuna gentilezza,

ma perfida, crudele, iniqua e strana,

né onore, né virtù ama, né prezza,

ma tutti son d’una sardesca lana [44],

che mai si può arrimorbidar sua asprezza,

ma la divina, giustizia gli doma,

come bestie che son portan la soma,

LXXX.

di schegge, di steccon, colonne e brace

e così doma il ciel la lor superbia,

e sol del vitto in tanta contumace

che si pascon com’asini dell’erba;

la crusca loro par manna verace,

a chi ne può avere, o vita acerba

che fanno universal, pe’ lor peccati

oggi questi crudel’villan sfacciati!

LXXXI.

Se io volessi in tutto satisfare

a molti degni, e nobil cittadini,

che m’han pregato ch’io debbi narrare

le gran tristizie d’assai contadini,

se fosse inchiostro tutto quanto il mare,

la terra carta, e tutti gli uccellini [45]

avessin tutti lor penne da scrivere,

i’ non potrei avendo sempre a vivere.

LXXXII.

È tanto natural la lor tristizia,

ch’ognor fanno tra lor mille inganni,

e benché gli abbin le cose a dovizia

si fanno l’uno all’altro di gran danni,

vicino, o parentado, o amicizia

non riguardan, né più Nencio che Nanni;

qual si voglia, o amico, o parente

ogni tristizia tra lor si consente.

LXXXIII.

Quanti ne sono che hanno già venduto,

una soma di legna, o paglia, o brace,

tu l’hai pagata, e sì t’avrai creduto,

te la porti a casa, e ti stai in pace,

e la vende ad un altro il gatto astuto

e pur se ve la porta è sì fallace

che si farà pagare un’altra volta

alla tua donna se la può aver colta.

LXXXIV.

Stu compri dal villan una bigoncia

mele, o pere, o qual frutto si sieno,

credi che l’ha di sotto in modo acconcia

con paglia, strame, felce, frasche o fieno,

che non ritornerà la libbra un’oncia,

benchè per buon mercato te la dieno;

di sopra fien parecchie belle e grosse,

poi, mescolate, piccole e percosse.

LXXXV.

Stu comperi in mercato delle frutte

susine, o fichi, mandorle o baccelli,

usano un’arte nel contarle tutte

che il conto non ti torna mai da quelli,

sien che frutto si vuole, o belle o brutte,

mostronne quattro e tre te ne dà egli;

stu paghi prima che tu l’abbi tolte,

lo niega e ti convien pagar due volte,

LXXXVI.

Se tu dai a balia, come tu l’hai dato,

in capo d’otto dì torna il villano,

e dice che il bambino è raddoppiato,

ma vien per trarti un ducato di mano;

ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,

o che la balia è pregna, o sia mal sano

il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,

appunto allor tel dicon questi gatti.

LXXXVII.

Nota, lettore, una tristizia atroce,

che ti parrà che a l’altre porti el maio;

un villan tolse un sacco pien di noce

all’oste, e si le misse nel pagliaio

verso levante, che da quella foce

era molto percosso dal rovaio,

e quivi tanto le tenne nascose,

che i topi tutte quante l’ebbon rose,

LXXXVIII.

Odi quest’altra d’un ch’aveva un pero

carico ben di pere carovelle;

l’oste d’averle tutte fe’ pensiero

e d’accordo pagò il villan di quelle,

el gatto ch’era pratico al mestiero

prese il danaio e colse le più belle,

vendelle ad un treccon qui di mercato,

l’oste lo giunse e via l’ebbe cacciato.

LXXXIX.

Odi quest’altra, se colgon le dotte

a far tutte lor’ opere cattive:

intesi d’un che già s’ebbe condotte

sotto il suo letto un’anfranta d’ulive,

ed avendo il fattoio, le fe’ di notte

quando dormiva ognun per quelle rive,

l’oste non seppe mai nulla, di questo,

forse che un dì gli sarà manifesto.

XC.

Un bel fico sampiero era in un orto

carco di fichi come citriuoli;

l’oste a guardarlo molto stava accorto

dal villan, dalla moglie, e da figliuoli,

ma il perfido villan gli fe’ gran torto,

al furto destro più che i capriuoli,

scaricò il fico, e poi quando ne scese,

e prova e’ più bei rami egli scosese.

XCI.

E poi se ne vantò pel vicinato,

pur con suoi pari come i tristi fanno,

che fanno il male, e nol tengon celato

tra loro anche si ridon dell’inganno;

gli ebbe quel fico in modo fracassato

che si seccò prima che fusse l’anno

così fosser a lui secchi le braccia,

anco la lingua, e gli occhi nella faccia.

XCII.

Deh! odi questa d’un villano ingrato,

qual era preso in forza di comune

ea era già a morte sentenziato,

e trito come un pollo dalia fune,

l’oste fe’ tanto che l’ebbe scampato;

così ne fusser sue voglie digiune!

odi se quel villan gli fe’ gran vezzi,

rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi.

XCIII.

Odi quest’altra, se l’è pur di quelli

che ti voglion rubare a tutti i patti:

un villan quattro, o cinque, o sei agnelli

rubava ogni anno a l’oste de’ più fatti;

dico più grassi, naturali e belli,

e si gli nascondevan tra lor gatti,

poi si scusava, e menda per la strozza,

che gl’eran tutti morti d’una indozza.

XCIV.

Quando egli avvien, siccome i fanti danno,

che fortuna ti ponga d’alto in basso,

guardati da’ Villan, che ti porranno

per darti il tuffo in su le spalle un masso,

e primi sono e’ tua che a saccomanno

metton il tuo e ingrassan del tuo grasso;

se vuoi che in un verso il ver conchiuda,

in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.

XCV.

Perché tu intenda, discreto auditore,

la chiosa della Sferza dei villani,

cioè della perfidia del lor core,

e’ furori quei che di lor proprie mani

presono, e flagellorno il tuo Signore,

e crocifissol, quo’ perfidi cani;

se furo a lui tanto ingrati e crudeli

nome vuo’ tu che sieno a te fedeli.

 

E però fa con tutto il tuo potere

che tu schifi la lor conversazione,

stu gli fai lavorar, fagli il dovere

ma che non entri in tua abitazione,

e non fare a nessun mai un piacere,

sia qual si vuol di tal generazione;

fa ch’io non abbi, auditor detto a sordo [46]

e denti questo per un buon ricordo.

 

Note

________________________

 

[1] La Libraria del Doni Fiorentino nella quale sono scritti tutti gli autori vulgari con cento discorsi sopra quelli... In Vinegia, 1550, parte V, pag. 61.

[2] Doni, I Marmi, Venetia, 1609, lib. I, Rag. IV, pag. 18; nella ed. Fanfani, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 65.

[3] Segnato: O. II, 28, n° 1546.

[4] Oltre le Malitie delle Donne di cui abbiamo più addietro parlato, un poemetto con questo titolo figura nella raccolta di Hermann Varnhagen, Ueber eine Sammlung alter italienischer Drucke der Erlanger Universitätsbibliothek, Erlangen, 1892, n° 3. Queste Malitie delle Donne potrebbero forse appartenere a Bernardo Giambullari, autore del Sonaglio delle Donne e di altri poemetti popolari satirici. Nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour già ricordata, sono menzionati due opuscoli satirici del sec. XVII contro le Malizie delle Donne (vol. I, pag. 2, pag. 77); altri ne ricorda il Libri, e una Malice des femmes contenant leurs ruses et fcnesses come pure una Méchanceté des filles... ricorda il Nisard, Op. cit., cap. VII, e anche ai giorni nostri si ristampano per il popolo: Il nuovo alfabeto delle Donne di F. Reggiani, e l’Alfabeto agro-dolce delle Donne di A. Frizzi. Naturalmente, come è facile supporre, a questi poemetti misogini, furono contrapposti altrettanti poemetti contenenti le lodi del bel sesso e l’enumerazione delle malizie degli uomini. Così al Sonaglio delle Donne fu risposto col Trastullo delle Donne di Pier Saulo Phantino da Tradotio, Castello di Romagna; in Fiorenza, presso Iacopo Chiti, 1522; l’autore di questo poemetto in difesa delle donne, chiama il Giambullari:

Villan marasco nato nel letame.

Al Trastullo delle Donne fu risposto poi colla Campanella delle Donne composta per il faceto giovine Francesco De Sachino da Mediana. Il Nisard ricorda La Malice des hommes découverte dans la justification des femmes..., il Novati un Alfabeto in biasimo degli Uomini scritto da una Donna, ecc.

[5] Vedi intorno alle particolarità delle Silografie di questo periodo, il Vernhagen, Op. cit., pag. 2 e segg. e il Duc De Rivoli, Bibliographie des Livres à figure vénitienes de la fin du XVesiècle et du commencement du XVIe, Parie, Leclere, 1892

[6] Scelta di curiosità letterarie, Romagnoli, Bologna, 1882, dispensa CLXXXVII.

[7] Istoria degli Scrittori fiorentini, Ferrara, 1722, pag. 103

[8] Vedine la descrizione bibliografica nel Milchsack, Op. cit., n° XC e nell’opera del Varnhagen; il Passano ne ricorda una edizione senese dell’anno 1611. Il Varnhagen ricorda dello stesso anche alcune Canzoni a ballo.

[9] Il Trattato e la novella furono ristampati nella dispensa LXX della Scelta di Curiosità lett. del Romagnoli, Bologna, 1866. La novella ha molta analogia colla leggenda di Rush, di cui parla il Wright, Histoire de la caricature, ecc., tap. XIV.

[10] Fu ristampata nella dispensa XCVI della Scelta suddetta; il D’Ancona la ricorda come un contrasto che si avvicina alla Farsa (Origini del Teatro, pag. 547). Nella Trivulziana uniti ad un’Operetta delle semente, d’anonimo, stampata in Firenze nell’anno 1572, si leggono due Capitoli, uno dei quali appartiene a Bernardo Giambullari. Il fatto di trovare questa Operetta delle semente unita con poesie del Giambullari potrebbe servire di conferma all’attribuzione che il Mazzoni-Toselli aveva fatto di essa al poeta toscano.

[11] Poemetti popolari italiani, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 181.

[12] S. Ferrari, Bibliot. di Lett. pop, it., anno I, Vol. I, pag. 20-53.

[13] Avvertiamo che segneremo con A il testo Casanatense, con B e C i due esemplari trivulziani, n° II e n° III, e che terremo conto soltanto delle varianti che discordano sensibilmente col testo da noi seguìto.

[14] compitare.

[15] togno, nencio e checo C, Vanni . . . Checco.

[16] risuonin.

[17] necessità.

[18] e mi parcerto un verme.

[19] Nella Ruffiana già ricordata, atto III, scena VIII, M. Anselmo dice: «...perchè sapendo che le p... sono come il carbone che o cote o tengo...».

[20] salomista.

[21] dietro.

[22] riconduce.

[23] da ser Puccio.

[24] dare il succio = sopportare di mala voglia (Fanfani, Voc. dell’uso toscano).

[25] oste = il padrone.

[26] C, il Martini in una, postilla spiega: camella = agna.

[27] Nelle Nozze di Maca di F. Mariani, atto II, scena III, il villano innamorato dice alla sua bella: «Ch’io vengo a te come il porco alla ghianda».

[28] coglier l’agresto = rubare.

[29] C, il Martini spiga: menno = da minuere

[30] Nel sonetto contro i Villani pubblicato dal Mazzoni è detto:

   O turba renegata, senza legie,

   biastemata da lo eterno dio,

   perché chiascun de voi se trova rio

   e fedeltà voi giamai non coregie!

[31] apparer.

[32] dee.

[33] C.

[34] Nell’ottava XIX delle Malizie delle donne (Varnhagen, Op. cit., n° III), è pure ricordato l’uso delle contadine di imbiancarsi il volto colla biacca:

   ondechè molti mormoran di quelle

   vedendole nel volto trasformate

   e d’acqua grassa el volto imbellettato,

   con biacca tutto quanto imbrodolato.

uso che ci è confermato anche da un intermezzo del Sansone, ricordato dal D’Ancona. Anche nella Nencia, come fu già  osservato dal Burckhardt, Op. cit., vol. II, pag. 132, l’innamorato promette alla sua bella, biacca e belletto per dipingersi il volto.

[35] C, il Martini nota: ignoti = sconoscenti.

[36] Il Passerini, Op. cit., pag. 464, n° 984, spiega: Fare le castagne ad uno «si fa premendo i polpastrelli dei due diti pollice e medio, e facendoli scoccare nel dividerli in ordine inverso . . . atto di spregio e schernimento plebeo».

[37] A, vizato.

[38] pennato = strumento per potar le viti.

[39] indozza = malore

[40] attassare = tartassare.

[41] Nella Frottola di due contadini, Beco e Nanni, questi dice al compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere:

   L’oste è mio amico, ignorante e da bene,

   Vo’ dir male del suo lavoratore,

   Ei mi crede e darattel per mio amore.

[42] Abbiamo qui, come nella Cassaria dell’Ariosto, e nei Morti vivi, commedia di SFORZA D’Oddi, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una attestazione dell’esistenza in Italia nel secolo XVI della schiavitù; vedi su questo argomento nella Nuova Antologia, serie III, volume XXXIV, pag. 618, lo studio di Luzio-Renier: Buffoni, Nani e Schiari dei Gonzaga ai tempi d’Isabella d’Este.

[43] Il Passarini, Op. cit.; pag. 265, n° 563, spiega questo modo di dire, così: «La pace non cementata dall’affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone». Ma osserva che è usato anche in senso equivoco e allora si riferisce alla notissima facezia, ricordata anche dal Torraca (Studi di Storia letteraria nap., Livorno, Vigo, 1884, pag. 196) e tratta da una Raccolta di aneddoti di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, nella quale si narra la strana risposta che un matto diede a Fra Roberto da Lecce. La novella di Marcone è pure ripetuta dal Bandello (parte III, nov. XLIX), il quale in un’altra novella (parte I, nov. LIII), ricorda il Giambo di Marcone. In questo secondo significato è usato generalmente, e lo troviamo nella commedia Scanniccio di G. Roncaglia, atto II, e nella prima scena della Commedia di Pidinzuolo; anche il Riccoboni, Dell’Arte rappresentativa, Londra, 1728, cap. IV, pag. 38, lo ricorda:

   Restino con la pace di Marcone

   I Cortigiani...

Il Batoli, Scenari inediti della Commedia dell’Arte, Firenze, Sansoni, 1880, pag. LVII, nota 2, e lo Stoppato, Op. cit., pag. 74, ricordano: La Pace di Marcone, commedia di Cristoforo Sicino, Venetia, 1618.

[44] Luciano Banchi, Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli XIII e XIV, Bologna, Romagnoli, 1871, vol. II, pag. 200, spiega: lana, sardesca = lana sucida, guadata di Sardegna.

[45] Confronta la strofa LXXXVIII dei Proverbia que dicuntur super natura feminarum, editi dal Tobler in Zeitschrift für Rom. Phil., IX, pag. 287:

Le stele do lo celo ni la rena do mare

Ne le fior do li arbori no Porav’om contare;

Altresì per semblanga no po omo parlare

Le arte c’a le femine per i omini enganare.

Per raffronti di questo «motivo», nella poesia popolare dei nostri giorni, vedi D’Ancona, La poesia popolare italiana. Livorno, Vigo, 1878, pag. 203-204.

[46] Nella Contentione di Mona Costanza e di Biagio di B. Giambullari, ottava XXXVIII, è detto pure:

   Ma fate eh’ i’ non abbi detto al sordo.

Indice Biblioteca Indice dell'opera  Appendice 05 Appendice 03

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010