Domenico Merlini

Saggio di ricerca sulla satira

contro il villano

Edizione di riferimento

Satira contro il villano, a cura di Domenico Merlini, Loescher Editore, Torino 1894

APPENDICE

2.

Capitolo satirico

Il seguente Capitolo satirico contro i Villani è contenuto in un volumetto miscellaneo della Trivulziana, segnato [47, 1] in-4°, car. got. mm. 160x110, fol. 11, s.1. n. d., probabilmente della fine del secolo XV o del principio del XVI [1] nel titolo stampato sulla custodia moderna, il Capitolo che si legge nel fol. 9r. e t. e quello che noi ripublichiamo, che occupa i fogli 10 e 11, sono attribuiti a Cecco d’Ascoli. Il primo Capitolo è una delle solite serie di proverbi tanto frequenti nella fine del sec. XV, ed è per noi importante soltanto per l’attribuzione che vi leggiamo negli ultimi versi:

e quisti versi sono provati

cecho d’asculi fo l’autore

Finita la frotola al vostro honore.

Ci limiteremo a parlare del secondo. Tutti i poemetti popolari italiani della preziosa collezione trivulziana hanno nel primo foglio una nota manoscritta dell’abate Carlo (1715-1780) che aveva l’abitudine di fare delle annotazioni sopra ogni opera che acquistava, e di riportare, per le opere anonime, le supposizioni che correvano in quel tempo tra i bibliografi. Non abbiamo alcun dato, eccetto quello fornitoci dagli ultimi versi del primo Capitolo, per poter accertare la verità di questa attribuzione del secondo Capitolo satirico allo Stabili. Il Novati, pubblicando alcune lettere giocose attribuite all’Ascoli [2], nelle quali è fatta con molto umorismo l’apologia della potenza sovrumana del denaro, osservava che, a meno di non voler ammettere che nel secolo XV esistesse un oscuro poeta collo stesso nome dell’autore dell’Acerba, esse andavano certo in quel tempo sotto il nome dello Stabili, ma il Castelli le ritiene apocrife [3]; molto probabilmente anche questo Capitolo, in cui, prima della Sferza, erano raccolte tutte le accuse che si scagliavano in quel tempo contro i villani, se non uscì dalla penna dell’infelice astrologo di Carlo duca di Calabria, era attribuito certamente a quello spirito bizzarro. Possiamo vedere qualche accenno, per quanto vago, di satira contro i villani, anche nelle lettere giocose attribuite dal Novati allo Stabili; così nella prima, 1. 5: «Villani, rustici, et vani vos (denarii et fioreni) habentes, sapientes et nobiles reputantur, «tenentur et amantur...» e nella seconda, 1. 13: «Ubi nos sumus (denarii) ibi superbia invenitur, facimus natos de stercore nobiles nuncupari...». Nella seconda specialmente, come è facile vedere, l’anonimo autore raccoglie la nota storiella della vilissima, origine del villano che abbiamo incontrato per la prima volta nella satira del Matazone, e colpisce l’alterigia dei villani arricchiti a cui già aveva accennato nella prima, e che doveva essere quel tempo uno dei temi prediletti di satira [4].

Nel riprodurre dalla rara stampa della Trivulziana questo Capitolo attribuito allo Stabili [5], non abbiamo aggiunto che la punteggiatura e fatte poche correzioni, essendo persuasi che in questi documenti che hanno scarsissimo valore letterario e sono importanti soltanto per lo studio dei rapporti fra le diverse classi sociali di quel tempo, sia inutile fatica il cercare di correggere i versi ipermetri o mancanti di qualche piede. Molto probabilmente questa satira contro i villani, come quella che abbiamo riprodotto nel Capitolo primo, doveva formar parte del repertorio dei Cantastorie, in questo caso nel canto si compensavano le differenze prosodiche. Notiamo l’accenno ai versi 53-54 del favore accordato dai villani ai giullari che cantavano sulle piazze le avventure dei Paladini; il pubblico che stava a sentirli era certamente composto per la maggior parte da gente di campagna che accorreva alla città nei giorni di mercato.

O malvaso rio villano

da un rabioso cano

tu fusti ingenerato;

inimico de l’alto dio

tu sei maluasio e rio,                                                                5

in corpo a la tua madre

comenciasti a biastemare

il sancto paradiso.

Tu porti in dosso il biro [6]

dentro la magagna,                                                                 10

per tore una castagna

destrugeresti il mondo.

E gategia a tondo a tondo

e impie la sua testa,

ma non ama festa,                                                                   15

inimico al degiunare.

El villano è traditore

le giudeze e doctore,

in ogni catiuanza [7]

balla e mena (a) danza [8]                                                       20

L’eretico in la fede

Da i cuppi in su non crede.

In prima chel uadi a mesa,

la boca sua s’apresta

l’impe il suo botazo, [9]                                                            25

dopo tole il suo botazo

el mena e batte l’ale

chel par un ocastrello,

el fumo i ua al ceruello.

E comencia a cingliatare,                                                        30

delle correge il sa ben trare.

Dopo tol la chiauarina [10]

e quale la staznbechina [11]

e tira via corrando

chel par che l’habia bando.                                                     35

E non po stare poco in chiesa.

la panza sua gli pesa

el se la frega con le man

e poi dixe col piouan:

El serìa hora hauer beuto;                                                       40

el mal villan cornuto

giamai no po aspetare

chel prete se parta da l’altare

e che torni in sagrestia.

El villan non sa l’aue maria                                                    45

né alcuna oratione;

per sua diuotione

el fa gl’incantamenti.

El di di san Zoanne

vano a trovar la festa,                                                              50

e dicen che moria

non po esser di questo anno.

Se glie chi canta d’Orlando

stan diuotamente:

De dio né di sancti                                                                   55

non vol udire niente.

El nascere o il morire

allo a guisa d’un porcello:

mai non s’empe el suo budelo,

Son malvagi e mal nasciuti                                                     60

l’uno e l’altro si fan cornuti.

Robanse le moglie

in villa fra le foglie,

e le mandragole fano,

e fuori per li piani                                                                    65

s’amaciano tomo cani [12].

Fanno la ricolta

ogni cosa menan in volta,

e consumano el paese;

le forche del paese,                                                                   70

non li pono castigare.

S’el to terrea vo’ far arare,

volen la prestanza.

Sempre inganar ti vole,

le dopio di parole.                                                                    75

El gode a le tue spese.

A casa tua è cortese

ven con raxon fatta,

(h)a sempre qualche natta;

ven per traparte                                                                       80

e ben sa tutta l’arte.

Le gran catino e tristo,

dopo chef tarà visto

venne a casa toa tirato

e sempre accompagnato,                                                        85

e castagna apresso al foco

e netta le soe ciauate.

Dice cha formato e late

e chel ge par un bel piacere.

Quando ven po al partire                                                        90

el te dà di cinque luno

e mal dice di ciascuno.

El mal villan ingrato

el Io bosco ta tagliato

e se lo porta a casa sua.                                                           95

De la gallina che coua

non te dà mai pullixino,

la le man fatte a uncino.

El non teme una frulla [13].

perchè la testa i brulla;                                                            100

e se gli uolta il ceruello,

a lato porta el cortello,

sempre il te menaza

cum una malvagie faza,

e non uole odine rason,                                                           105

le becho e de monton

e come non se vede

dauer fioli si crede [14].

El vilan mai pensa ben

el tuo bestiame ten,                                                                  110

mangiasi il capret(t)o

la piegora e l’agneletto

e dice chel lupo è stato.

El tuo bo ta scortegato,

e dice che le morto;                                                                  115

per dante alcun conforto.

el te porta a cha la pelle,

e con sue stracia gonelle

par che sia malenconioxo.

El mal vilan doloroso                                                               120

dapo’ il se no ride,

dice al compagno: vide

che gli la ho calata [15]

e poi de brigata

deuentano soldati,                                                                   125

e con sue falsitade

le davo staco mato,

da poi van difato

a casa de suoi villani

e si dano sagramenti.                                                              130

A tutti caua gli denti

ogni cosa mena a fasso,

se questo non mel credi

domandane a Pietro Tasso.

Se dal vilan dei hauere,                                                           135

mai non te vol pagare

se pur tu el fai grauare;

rompe la testa al messo,

poi gli dà un capon lesso

nel suo carniero                                                                        140

e poi gli mostra il sentiero.

E senza alcun dinaro,

el vilan si sta al pagliero.

Se ben hauesse desinato

el mangia un altra volta,                                                         145

e via fa la ricolta

chel par un tamburino;

e goza d’acqua in lo vino

el mal vilan non vole.

Il se adormenta in su le tole                                                    150

el comenzia a sornacchiare [16];

adagio tul poi chiamare,

el te responde a bombardele [17]

el caga il sangue e le budèle,

cum l’asino il se alenato,                                                         155

quel porco auinato.

Il comenza a sperzurare,

biastema dio e la matre,

e tole in man la spada,

e qui convien che vada,                                                           160

al pero che po andare;

el vilan non sa fare

alcun atto honesto,

non sa lege ne testo

ne alcun comandamento                                                        165

pur che l’habia l’argento,

sempre del tuo restella.

Sel te mena castela ovasela

sel passa per lo canale

el comenzia a misurare,                                                          170

e tale via l’usolo

e se fimpe con lo paralo

el te fa bava misura;

senza prete la bateza.

Non sia ninno chi creza                                                          175

ch’el vilan dica mai vero,

de ogni ben le ligiero.

Se tu havessi mille carte

il te le mette in bisquizo,

per ch’el trota con lo mizo                                                      180

el suo visin l’accusa;

el vilan mena la musa

e dice che non è uero;

ancor non si contenta

la tua vigna ha uendemiato                                                    185

e poi dice le tempestato,

il ti chiama po a uedere

ma el ver non poi sapere.

Il vilan vene in citade

con le legne sul mercato;                                                         190

in megio gli ha piantato

legne di salese o di noxe.

Dice chen seche e stasonate,

e che di marzo son tagliate;

e stassi così apogiato                                                                195

che loyca ha studiato,

ch’el par un bel castrone.

Lo re d’ogni giottone,

le mal bategiato

el ta segato il prato,                                                                 200

e po acusa el tuo vicino.

L’ingrossa di mal fare;

el spirito suo crudele

a Cristo de del ferro

siando in croce posto [18].                                                       205

A caxa toa vien tosto,

e sempre si lamenta

e dice: la somenta

non credo sia questo anno.

El par che sia d’afanno                                                            210

triste e tribulato,

ch’el par madonna Honesta [19]

ch’el se mente per la gola.

el to ricolto inuola

et impe il suo granaro,                                                            215

e po cerca comperare,

e così rico douenta,

perchè le della somenta

del traditor Cain.

El ceso con lo lin,                                                                     220

faxoli cum le roveglie,

e tutte l’altre maraveglie

il suo terren sa fare.

El vilan ta domandato

che uol esser tuo compare,                                                      225

e giura su l’altare

che non farà mai bene

Del ben del tuo vicino;

la nocte col matino

el te roba e va in striazo                                                          230

se in villa tu voi stare

per darte alcun piacere,

el vilan non te vol vedere.

De quel del tuo misere

fingana ogni daciere                                                                235

e fa d’ogni car doi,

E pur a li amisi soi;

e questo bon pato fano,

s’el vilan te vol salutare

el te giura la moria                                                                  240

ceruellari e pomonceli

e si dissen vilania

Chal profondo sian andati

a ciò che la somente

Del vilan mai non si trovi.                                                       245

Note

________________________

 

[1] C. Lozzi, De’ segni distintivi delle antiche Edizioni e Stampe (Il Bibliofilo, II, 33).

[2] Giornale Storico della Lett. It., vol. I, pag. 62.

[3] G. Castelli, La vita e le opere di Cecco d’Ascoli, Bologna, Zanichelli, 1892, pag. 51; V. Rossi in Giorn. st., XXI, pag. 385.

[4] Nelle Rime genovesi della fine del sec. XIII e del principio del XIV pubblicate dal Lago Maggiore in Arch. glott. it., vol. II, pag. 161, ricorre spesso questo motivo; così al n° LXVII, pag. 249:

     De Rustico moto.

    Vilan chi monta in aoto grao

    per noxer a soi vexim,

    de per raxom in la per fim

    strabucar vituperao.

e al n° CXVII, pag. 286: De Rustico ascendentem in prosperitate.

    E no so cossa più dura

    ni de maor prosperiate

    como vilan chi de bassura

    monta en gran prosperitae:

    otre moo desnatura,

    pin de orgoio e de peccae

    per zo che in lui no e dritura

    ni cortesia ni bontae.

          Vedi anche il n° CXVIII.

[5] A proposito del perdurare nella tradizione della credenza che lo Stabili fosse iniziato ai segreti dell’arte magica, accusa che l’aveva condotto sul rogo, ricorderemo, tra i molti che si conoscono, il seguente accenno nell’Amor nello specchio, commedia di G. B. Andreini, Parigi, MDCXXII, atto III, scena II, pag. 77. È il Mago che parla: «...vi farò veder cose, che» direte, questi è un Pietro d’Abano, un Cicco d’Ascoli, et uno «istesso Zoroastro, inventore dell’Arte».

[6] bisso = panno lino nobilissimo (Adriano Politi, Dittionario Toscano, Venetia, 1665).

[7] cattivanza = tristitia (POLITI, Op. cit.).

[8] menar la danza = significa anche: esser primo in un negozio.

[9] Tifi Odasi dice di Paolo nella nota Maccheronea:

            Ad stringam semper poteris catare botazum.

[10] chiavarina = spetie d’arme in asta (Politi, Op. cit.).

[11] stambechina = L’Odasi descrivendo l’armatura di Guiotto, dice:

            Tunc stambaehinam multo labore tiratam

            Se ponit a retro.

[12] Nell’Alphabeto delli Villani già ricordato, è detto:

            Odio se porton tutti in la coragia,

            E se mostron amisi al parlamento,

            Po’ se magnassemo el cuor in fritagia.

            Question fra nu andon cercando e briga.

[13] frulla e frullo = niente (Politi, Op. cit.)

[14] Nell’Alphabeto delli Villani alla lettera Y:

            Fygiol che ge nasse dentro al sieue,

            Ge faom le spese e se i tegnom in cha,

            No saom si gie nuostri o pur del preue.

[15] Il testo: gli lo a calata. Calarla a uno = accoccargliela (Politi, Op. cit.).

[16] sornacare = ronfare (Politi Op. cit.)

[17] L’Odasi dice a proposito delle cento saette che stavano nella faretra di Guiotto:

            Tu bombardellas poteris pensare ruentes.

[18] È la solita accusa che abbiamo visto lanciata contro villani.

[19] Pico Luri di Vassano (Ludovico Passerini), Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati, Roma, 1875, pag. 480, n° 1013, nota: «Mona Onesta da Campi... rammentata dal Caro, dal Cecchi, dal Varchi... celebrità femminile nel regno dell’Ipocrisia». Monna Onesta è nella nota novella Belfagor del Machiavelli, ripetuta dal La Fontane, la moglie del diavolo mandato da Lucifero sulla terra a provare le dolcezze della vita coniugale; Belfagor dopo poco tempo preferisce ritornare nell’inferno. Madonna Onesta è ricordata anche nella Ruffiana, Comedia di M. Hippolito Salviano, in Vinegia, presso D. Cavalcalupo, 1584, atto I, scena I; la cortigiana Cipria dice alla Madre : «Qui in Roma hauete uoluto fare Madonna honesta che faeea d’una ciriegia due bocconi...». È ricordato questo motto proverbiale anche nella Raccolta di Proverbi del Pascetti, pag. 241, e nel Piacevolissimo Faggilozio di T. Costo, Venetia, 1655, lib. III, pag. 67.

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010