Domenico Merlini

Saggio di ricerca sulla satira

contro il villano

Edizione di riferimento

Satira contro il villano, a cura di Domenico Merlini, Loescher Editore, Torino 1894

CAPITOLO III.

La satira contro il villano nella novella.

«Le moyen-âge, osserva il Wright, paraît avoir été grand admirateur des animaux, en avoir observé de près les divers caractères, et s’être plus à les apprivoiser. Il ne tarda pas à se servir de leurs traits distinctifs pour satiriser et caricaturer la race humaine. Parrai les monuments littéraires que lui léguèrent les Romains, il n’accueillit aucun livre avec plus d’empressement que les Fables d’Ésope et les autres recueils d’apologues qui furent publiés sous l’Empire» [1]. Ma ancora prima del medio-evo, anzi fino dai tempi della più remota antichità, gli animali ebbero una grandissima parte nelle letterature orientali, presi come rappresentanti di un dato carattere, ed è noto come la dottrina delle metempsicosi abbia contribuito potentemente alla loro introduzione negli apologhi e nei precetti [2]. Ma non entreremo qui a parlare della diffusione grandissima che ebbero nell’antichità le favole; solo ci preme di osservare come tra gli animali che più frequentemente vediamo introdotti nella favola, una parte principalissima spetti alla volpe, che rappresenta il debole che è costretto a ricorrere all’astuzia per supplire alla forza che gli manca e per difendersi dalla prepotenza e dalla forza brutale dei suoi avversari. Questi si cambiano spesso dinanzi alla volpe; così negli apologhi orientali, essa, che qualche volta è sostituita dallo sciacallo, si trova alle prese col leone, e nell’antico folklore animalesco del Nord dell’Europa è messa di fronte all’orso, a cui nel medio-evo sottentra il lupo, che diventa poi il nemico più acerrimo della volpe a cui è sempre contrapposto nell’epopea animalesca medioevale [3]. E tra Renardo ed Isengrino s’impegna infatti quella lotta formidabile, che ci fu conservata nel ciclo epico del Renart, alla cui compilazione, come ben disse il Lenient, concorsero parecchie generazioni come nella costruzione delle più colossali chiese, e che egli ben definisce: «ècho des rancunes qui animent les petits contro les grands... cycle immense où se développe sous toutes les formes le génie d’opposition» [4]. Come Renardo rappresentava, come abbiamo detto, il debole che si difende coll’astuzia, così Isengrino dal sentimento di rivolta che animava l’una delle classi medioevali contro l’altra, i «vilains» contro i «courtois», fu considerato come il tipo della violenza brutale «un symbole, créé par la réalité des choses, de ces hauts barons si avides et si puissants, qui n’obéissaient qu’à leurs appétits du moment et ne cherchaient pas méme un prétext à leurs rapines.

Qui fist vilains, si fist les lous

disait un poéte du XIIIe siècle, en indiquant clairement «la signification tout aristocratique que l’imagination populaire y avait atachée» [5]. Noi ci fermiamo a determinare il significato simbolico che la fantasia popolare nel medio-evo aveva dato a questa lotta tra Renardo ed Isengrino, perché ci pare, come verremo dimostrando, che molti tratti di somiglianza abbia colla volpe il tipo del villano [6], quale lo vedremo tratteggiato nella satira positiva dei fabliaux. Certamente noi dobbiamo fermarci al Roman de Renart per trovare con evidenza manifestato, il carattere simbolico che la volpe rappresenta in opposizione al lupo, e per vedere una possibile analogia negli intenti che informano la satira positiva contro Renardo ed il villano; perché, come è noto, negli altri rami di cui si compone l’immenso ciclo del Renart la volpe viene man mano perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici, tanto che la vedremo poi vittima alla sua volta dell’astuzia di altri animali, Tybert, Chantecler e persino di Tardif, e non conserva nei successivi rimaneggiamenti del poema la missione di vendicatrice degli oppressi. Nel «Roman de Renart» in cui si vennero raggruppando le tradizioni popolari per opera dei suoi compilatori, e in cui possiamo più spiccatamente che altrove vedere quel carattere di universalità proprio della poesia medioevale «charme du vilain aussi bien que du seigneur» [7], la volpe, appunto per questa pluralità d’intendimenti da cui era informato il poema, rappresenta la vittoria del debole sul forte, ed è perciò assai cara alla classe degli oppressi che si era fatto di lei il suo eroe prediletto [8]; ma per la classe dominante essa non è che la «bête puant» pericolosa per le sue cattive qualità, tra le quali predomina l’astuzia contro cui nessuno può lottare. Anche nel concetto adunque della classe feudale Renardo ottiene il sopravvento sul suo nemico acerrimo, Isengrino; ma questa vittoria non è che il risultato della esagerazione dei vizi di Renardo, il «Maufez» che viene persino confuso col diavolo, e a cui il disprezzo della classe aristocratica e colta attribuirà un’origine differente da quella degli altri animali, come pure si farà col villano. Questa evoluzione, o per dir meglio, inversione della satira contro l’eroe popolare, contro:

Renart qui tol le monde engane [9].

è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell’anonimo chierico franco del secolo X, dove leggiamo:

Natis natus ridiculis

Est rusticus de rusticis [10]

e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive che i giullari scagliavano contro il servo per lusingare l’orgoglio del potente signore di cui rallegravano i conviti [11], sentiamo invece dall’oscuro cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all’inversione della satira contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il cantore è l’eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare, perché anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si notava il simbolismo da cui era informato il Mariage de Figaro del Beaumarchais, di quel Figaro che può coll’astuzia sua salvare l’onore della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare la satira positiva contro il villano andava assumendo, perché molti di essi, come ad esempio l’autore del Versus de Unibove, fanno dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro narrazioni. Certo l’estensione di significato della parola «villano », alla quale abbiamo più addietro accennato [12], concorse validamente a rendere cara tanto alla cittadina come a quella della campagna la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del villano il loro odio verso gli oppressori. Così l’umile fabbro di Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue opere lascia trasparire l’eco dell’odio della plebe cittadina verso i coltivatori dei campi [13].

Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè all’analogia degl’intenti che informano la satira contro la volpe e quella contro il villano, osserveremo nome esista un parallelismo non solo scolla loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare medioevale, venivano molto spesso confusi.

L’origine prettamente popolare di questa lotta tra il debole astuto ed il forte si manifesta anche nell’esagerata stupidità che viene attribuita agli avversari degli eroi popolari; così Isengrino ci viene rappresentato come fornito di un’intelligenza non molto superiore a quella che dalla tradizione era riconosciuta negli avversari di Unibove e di Campriano. È noto l’aneddoto della volpe che entrata in un monastero per rubarvi dei polli, attratta dalla sete, entra in una secchia e cala in fondo al pozzo dove corre pericolo di annegare; ma fortunatamente sopraggiunge il lupo, a cui essa fa una descrizione smagliante dell’abbondanza che si gode nel paradiso terrestre [14] dove è volata l’anima sua:

Ceens sont les gaaigneries,

Les bois, les plains, les praieries;

Ceens a riche pecunaille,

Ceens puez venir mainte aumaille

Et mainte oille et mainte chievre,

Ceens puez tu veoir maint lievre,

Et bues et vaches et montons,

Espreviers, ostors et fàucons

... [15]

e il lupo, dopo di aver fatta la confessione dei suoi peccati, salta nell’altra secchia e discende nel pozzo mentre la volpe risale e si mette in salvo. Così pure il villano astuto incontrando i suoi nemici, che credevano di averli gettato nel fiume legato in un sacco [16] dove egli invece aveva fatto entrare un pecoraro, li induce, affermando loro, che le pecore di cui lo vedono ora possessore furono da lui trovate nel letto del fiume, a precipitarsi nell’acqua dove trovano la morte. Anche tra l’episodio della guarigione del leone intrapresa da Renardo che viene chiamato presso il re infermo dietro il consiglio del cugino, e il noto fabliau Du vilain mire [17] vi è certo molta analogia in quanto entrambi sono, contro loro voglia, obbligati a curare l’ammalato che nessun medico aveva saputo guarire; ed ambedue compiono meravigliosamente quanto vien loro posto e guadagnano onori e ricchezze. La strana e comunica cura a cui il villano assoggetta la figlia del re per levarle la resta di pesce che le si era conficcata in gola, troppo nota perché noi ci fermiamo a narrarla. Piuttosto osserveremo come una certa analogia, per quanto lontana, spossa vedere tra il Jugement de Renart e il fabliau Du Vilain qui conquist pardis par plait [18], quantunque diversifichino totalmente nella soluzione, perché la volpe, accusata da tutti i suoi nemici presso il leone, ottiene salva la vita vestendo l’abito di pellegrino, mentre il villano, confondendo i suoi accusatori, guadagna un posto nel paradiso.

Un certo parallelismo, si potrebbe vedere nella difesa coraggiosa che entrambi fanno delle proprie azioni dinanzi al tribunale supremo. Ricorderemo qui brevemente il fabliau. Un villano era morto, e nè gli angeli nè i demoni, per un motivo che incontreremo parlando della satira negativa, non erano venuti a prenderne l’anima; questa vedendo l’arcangelo Gabriele che portava in cielo l’anima d’un signore, lo segue ed entra di soppiatto in paradiso. Quivi, conscia della sorte che l’aspettava, si rannicchia in un angolo; quando San Pietro la scorge, domanda chi abbia osato introdurre l’anima di un villano nel regno celeste:

Ensorquetot par seint Alain

Nos n’avons cure de vilair

Quar vilains ne vient en cest estre.

L’anima del villano non si lascia sgominare da questa accoglienza poco lusinghiera, e risponde per le rime San Pietro:

Plus vilains de vos n’i puet estre

Ça, «dit fame» beau sire Pierre

Toz iorz fustes plus durs que pierre

Fous fu, par seint paternostre

Dieus quant de vos fist son apostre.

e gli rinfaccia di aver avuto l’impudenza di rinnegare ber ben tre volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:

Vuide paradis, vilains faus.

Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine, enumerando i meriti che ne l’hanno reso assai più degno dei tre santi; e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello stesso sentimento da cui è inspirato il Roman de Renart, nel quale non è raro di trovare, anzi degli accenni significativi e persino degli eccitamenti alla ribellione [19]. Ecco come possiamo spiegarci il formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni degli oppressi; infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando, il villano, per influsso anche della, saga salomonica, incomincia ad alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi derisori.

Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella concezione popolare egli si era identificato col tipo dell’indovino del volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina. Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la satira contro il villano; e con questo infatti l’indovino ha comune l’astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle corti, ai quali pure era concessa una grande libertàdi parola. Questa deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio, Gerberto, Silvestro II°, Cecco d’Ascoli, ed altri saggi furono creduti maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino è accompagnata da avvenimenti terribili [20] che fanno presagire quali portenti compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l’onniscienza; e il ritratto del bambino [21] corrisponde in deformità a quello che la tradizione ci ha conservato di Esopo [22], di Marcolfo [23] e di Bertoldo [24]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del villano astuto, perché infatti egli presenta una grandissima analogia con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l’eroe della favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico: successivamente prese nella finzione una persona sempre più distita crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo del villano accorto, che si rinnova nei grottesco italiano Bertoldo, il quale risolve ogni questione che gli vien proposta» [25]. Il Pullé [26] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell’indovino del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano... e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti». Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e nella cui deformità ributtante sentiva del suo disprezzo per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore dì Salomone [27] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello spirito di ribellione da cui sono informati quei Proverbes au vilain nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per esaltare gli umili» [28]. Ecco come si spiega l’immenso favore che la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed ecco pure il perché della straordinaria integrità del suo carattere attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla figura del villano astuto, dell’indovino del volgo, cambiano gli avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano perdendo di importanza per adattarsi all’ambiente popolare; così a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di rappresentarlo soccombente nella disputa col villano [29], si vengono sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle concezioni del volgo. Perché il tipo del villano astuto si mantenesse vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua malizia in qualche fatto che colpisse l’immaginazione popolare assai più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda, ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e Unibove e Campriano. Se ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a formare dell’astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi, contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l’importanza della figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l’attore principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l’idolo del popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio corrispondenti all’indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso insuperabile; ma se si considera più attentamente l’evoluzione di queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata l’immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti i popoli e di tutti tempi; questi temi fondamentali, passando dalla tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno dei sottocicli nei quali la saga salomonìca è venuta spezzandosi nel medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» fondamentale la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera dell’astuto villano, si è cangiato anche l’ambiente in cui si muovono gli attori di questa fiaba. Il Lamma [30] nega recisamente che si possa supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte, Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante riproduzioni del medesimo tipo, dell’uomo di vile condizione (schiavo da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace, che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più savi» [31].

Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella letteratura, perché non conserva la memoria degli intenti che l’hanno originato [32], e dell’aneddoto marcolfiano non sopravvive che il ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto frequentemente attinse nell’opera sua alla tradizione orale, e che, come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l’occasione di colpire colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla, e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti, nell’ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di San Bartolomeo; così Til Eulenspiegel, che pure è il discendente tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione popolare [33]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo ciclo il fabliau De Barat et de Haimet ou de trois larrons [34] nel quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli avversari di Unibove e di Campriano.

Eccone il sunto: Un villano, già compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla moglie di vegliare affinché non vengano a rubarlo i due ladri che si aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di rubarlo nella prossima notte: ma il villano, ritornato a vasa, appena sa dalla moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa, s’accorgono dell’inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non gli era stata rubata, s’avvicina al letto e domanda alla moglie del villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello ohe portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno, continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce a riconquistarlo; finché il villano, stanco di lottare e disperando di poter vincere in astuzia i due ladri, ci decide a dividere con loro il porco.

Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà che ricordiamo il Vilain au Buffet [35] nel quale è narrato con quanto spirito un villano rintuzzasse l’alterigia di un maggiordomo impertinente, e l’altro De deux bourgeois et d’un vilain [36] dove si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi, mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune, e spiegasse questo suo atto arbitrario con un sogno fatto durante la notte [37]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella tendenza alla ribellione che ha ispirato il Roman de Renart, e il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi avversari appunto perché questo spirito di ribellione fon poteva avere un’espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei trouvères.

Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo detto, parlando del fabliaux Du Vilain qui conquist Paradis par plait, come i villani fossero stati scacciati dall’inferno; ecco per qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le animo dei villani:

De Rustico et Plutone [38]

Dum timet agricola se debita solvere morti,

Exhalans ventus podice purgat eum.

Hanc rapiens Daemon animam se credit habere;

Currit ad inferni pestifer ille loca

Cuius in introitu socii fetore premuntur:

Vix etiam nares complice veste tegunt.

Hoc cito Pluto decretum praecipit: omnis

Rusticus ut maneat Ditis ab aede procul.

Sit procul antiqua jam rusticus omnis ab urbe,

Quem sibi consortem Tartara saeva negant.

Nel già ricordato Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo possiamo già vedere con quanto favore fosse accolta la satira contro il villano [39], che viene dipinto come ingrato [40] e subdolo e comincia ad essere personificato nel tipo leggendario dello sciocco abbindolato dalle false asserzioni della moglie infedele [41].

Anche nei fabliaux il villano è rappresentato come vittima dei tradimenti della moglie, che, sorpresa coll’amante, fa credere al marito ch’egli non è più vivo; basterà che ricordiamo il fabliau: Le vilain de Bailleul [42] nel quale si narra come un villano, ritornato a casa in un momento inopportuno, è persuaso dalla moglie di essere gravemente ammalato, e, appena coricato, di aver spirato l’anima a Dio; la moglie lo copre con un drappo, e chiamando con alte strida tutto il vicinato, piange la perdita dell’amato sposo. Ma appena i vicini sono partiti, il villano che convinto di esser morto, non faceva più alcun movimento, s’accorge che la moglie si consolava troppo presto della vedovanza col prete, suo complice, al quale egli dice:

Certes se je ne fusse mors

Mar vous i fussiez embatuz [43].

Il numero considerevole di questi fabliaux satirici nei quali vediamo tratteggiato il tipo del villano sciocco ci prova quanto favore fosse nel medio-evo accordato a quella corrente satirica da cui abbiamo veduto originati tanti ariosi componimenti. Tutte le storielle create dal mordace spirito medioevale e che vennero man mano raggruppandosi intorno al ciclo di narrazioni riferentisi allo sciocco leggendario, non privo qualche volta di una certa astuzia, sono attribuite di preferenza dai trouvères al villano, perché appunto la corrente satirica ne aveva fatto il tipo più disprezzato, il luogo comune di tutte le vilenies che uscivano dalla bizzarra e vivace fantasia di questi poeti popolari ai quali esse avevano guadagnato dai contemporanei l’appello di ministri diaboli [44]. Abbiamo già visto come i villani avessero in comune colle donne molte accuse; anche queste sciocchezze che vengono ad essi attribuite le troviamo spesso rivolte a deridere qualche altra classe di persone, e man mano che la satira contro il villano viene perdendo il favore che l’aveva accompagnata nel medio-evo, esse passano successivamente ad ingrossare il numero delle narrazioni con cui ciascun paese suole deridere la semplicità proverbiale degli abitanti di un dato luogo. Come le astuzie del villano oppositore sono usurpate successivamente dai più noti buffoni di ogni paese, così la scempiaggine dello stesso tipo diventerà carattere distintivo degli abitanti di Cuneo, di Peretola, di La Cava, di Bastelica, di Busto Arsizio ecc. in Italia; della Picardia, di Saint-Dode in Francia, di Gotham in Inghilterra, di Schildbourg in Germania, e via dicendo. Basterà che ricordiamo alcuni dei temi di queste tradizionali sciocchezze: il villano che ritornando dal mercato, e contando il numero degli asini acquistati, non computa nel numero quello ch’egli cavalcava e ritorna al mercato per cercarvelo [45]; i villani che, andati in città a comperare un crocefisso, raccomandano all’artefice di darne loro uno vivo per poterlo uccidere qualora non piaccia ai loro compaesani [46]; il villano che, andato in città, s’accorge che si è già alla vigilia della Domenica delle Palme, mentre egli non aveva ancora annunciato ai suoi l’arrivo della Quaresima [47]; il villano derubato della tela [48], dei capponi [49], e tante altre che sarebbe qui troppo lungo enumerare. Sono note poi tutte le balordaggini che furono fatte compiere da Bertoldino e da Cacasenno [50], nei quali possiamo vedere il ritorno alla satira negativa contro il villano astuto che era stato dalla tradizione popolare contrapposto al re saggio per grazia divina. Ricorderemo da ultimo due altri fabliaux che appartengono alla satira negativa contro il villano, e di cui daremo un breve sunto. Nel fabliau di Jean de Boves Brunain, la Vache au Prestre [51], non si sa veramente quale dei due vizi che vi sono attribuiti ai villani, la credulità e l’ingordigia, sia maggiormente colpito dalla satira; un villano avendo sentito che Iddio centuplica le elemosine fatte, dona al curato la propria vacca che da qualche tempo dava pochissimo latte, e avendo questa trascinata al tugurio del villano la vacca del curato colla quale era stata accoppiata, il poco disinteressato donatore ringrazia Dio di averlo ricompensato tanto presto della offerta fatta al suo ministro. Nel fabliau della Chatelaine de Saint Gilles [52] si deride invece il villano che, inorgoglito dalla ricchezza accumulata colla sua proverbiale avarizia; osa alzare lo sguardo sopra una donna non plebea. Un villano, ricco ma avaro, sposa la figlia di un gentiluomo povero, quantunque essa gli manifesti l’avversione e l’invincibile ripugnanza ch’essa prova a doversi unire con un uomo di vile condizione, e non si impegni a mantenersi fedele:

Doit bien avoir li vilains honte,

Qui requiert fille à chastelain.

Ci le me foule, foule foule,

Ci le me foule le vilain.

ma egli grida tutto contento:

L’avoirs done au vilain

fille à chastelain.

Ma appena conchiuso il matrimonio giunge il cavaliere, il «douz amis» a cui la figlia del castellano aveva giurato eterna fede, e rapisce la sposa, inseguito inutilmente dal povero villano a cui i fuggitivi scagliano per di più un mondo d’ingiurie; e lo sposo tradito e beffato, ritorna dolente a casa dove l’attendono lo scherno e le condoglianze motteggiatrici del vicinato [53]. Come abbiamo potuto vedere dal rapido esame che siamo venuti facendo dei fabliaux nei quali è tratteggiata la figura del villano, se, come osserva giustamente il Lenient nelle belle pagine che ha dedicato a questo studio, il villano per influsso della saga salomonica grandeggia nei fabliaux campagnuoli perché il popolo s’era fatto di lui il simbolico rappresentante dell’odio verso gli oppressori, in molti altri, per le ragioni che abbiamo esposto, è di nuovo colpito da quella satira e da quello scherno che abbiamo veduto tanto fedelmente espressi nelle sarcastiche Vingt–trois manières de vilains. Il Bédier, nel suo magistrale lavoro sui fabliaux, esaminando la parte rappresentata dalle diverse classi sociali, nega assolutamente che i fabliaux, in cui è protagonista il villano, si possano dire ispirati dalla satira contro la classe dei lavoratori del suolo; la satira suppone dell’odio, e nei fabliaux, egli dice, piuttostoché una satira delle classi sociali, noi abbiamo di esse una semplice caricatura. Il Le Clerc invece ha creduto di veder i deboli colpiti costantemente dallo scherno degli autori dei fabliaux. Come si può spiegare l’esistenza di queste due correnti opposte e disparate che informano i fabliaux in cui entrano a far parte i villani? Da un lato abbiamo un numero considerevole di questi componimenti in cui incontriamo dell’odio brutale contro queste povere vittime del feudalesimo, di quello scherno che, secondo il Wright, il Le Clerc, l’Aubertin ed altri, era offerto dall’adulazione bassa dei trouvères quale olocausto al signore possente; dall’altro invece ne incontriamo un gruppo non meno numeroso in cui, prima timidamente, poi senza alcun timore, i villani sono fatti vincitori nella lotta impari che devono sempre sostenere coi loro avversari. Che nei primi non si trovi espresso dell’odio, più che quel motteggio con cui nel medio-evo si solevano colpire altri tipi caratteristici, come più tardi da noi l’alchimista ed il pedante, crediamo molto difficile ed arduo l’affermarlo; come non si può non riconoscere che nei secondi, che furono con espressione felicissima detti «campagnuoli» dal Bartoli per affermare l’ambiente in cui si sono prodotti, il rozzo cantore si fa l’eco, l’espressione fedele dei sentimenti di rivolta che serpeggiavano tra la popolazione rurale e che scoppiavano di quando in quando nelle sanguinose e terribili Jacqueries. Si potrebbe credere che i jongleurs, questi nomadi cantori, della cui vita zingaresca il Gautier ha fatto una vivace pittura, avessero nel loro ricco repertorio gruppi diversi di narrazioni per ogni classe di persone, e destinassero ai villani, da cui sappiamo che erano accolti ospitalmente, quelle in cui la vittoria arride al coltivatore del suolo, all’umile servo. Ma forse è più verosimile il supporre che i fabliaux satirici contro i villani siano dovuti alla classe dei trouvères che erano mantenuti da qualche signore, o frequentavano unicamente i castelli, e che, come Rutebeuf e Matazone da Calignano [54], facevano aperta professione di odio verso i villani; mentre i fabliaux campagnuoli sono da ritenersi come appartenenti a quell’umile schiera di cantastorie, qualche cosa d’intermedio tra il poeta, il saltimbanco e l’ammaestratore d’orsi, che frequentavano unicamente le fiere dei villaggi ed avevano un uditorio composto in gran parte da contadini. Come giustamente ammette lo stesso Bédier, nei fabliaux in cui è narrata la vittoria del servo sul padrone si sente che il poeta prende con entusiasmo la difesa del debole contro il forte: «... l’on entende l’accent de je ne sais quelle haine de jacques... on sent que le poete se sait vilain lui-même, et qu’il pàrle à ses pairs» [55]. Se questo accento appassionato non si incontra che rare volte in questi fabliaux campagnuoli, ciò si spiega col fatto che questi jongleurs avevano poco da sperare dai villani

Malëureux de toute part,

Hideus comme leu ou lupart

Qui ne savent entre gens estre, [56]

e perché, come osservava il Guerrini per il Croce, «la satira, che sarebbe stata un’arma terribile in mano di questi poeti di piazza ai quali il popolo prestava così volontieri orecchio, non era per queste povere anime di rassegnati» [57]. Comunque sia, è certo che il villano è una delle figure più caratteristiche dei fabliaux, e non si può parlare della satira contro di lui senza accennare alla parte importante ch’egli rappresenta in queste narrazioni. Accanto al fabliau satirico che riflette per opera dei trouvères il profondo disprezzo del signore verso il servo, vediamo spuntare a poco a poco il fabliau campagnuolo per influenza della saga salomonica, o per meglio dire, marcolfiana, che vediamo in Francia riprodotta nel Dit de Marcolphe. Il villano alza a poco a poco la fronte e prende la rivincita sui suoi derisori, e prima incomincia a canzonare il borghese che fino ad ieri aveva condiviso con lui lo scherno dei signori e degli ecclesiastici, poi non esiterà a guardare in faccia il suo signore e a sostenere francamente i suoi diritti anche innanzi a Dio.

Prima di studiare la parte rappresentata dal villano nella novellistica italiana, era per noi di somma importanza di seguirne le vicende nei fabliaux, per potere stabilire un confronto tra le due correnti satiriche in Francia ed in Italia, e più particolarmente per poter dimostrare come da noi, più che il disprezzo del servo verso il padrone, fu causa principalissima di quell’odio verso le popolazioni rurali che troveremo espresso nelle novelle, il dissidio economico che abbiamo visto manifestarsi tra gli abitanti della città e la popolazione della campagna.

Il Bartoli [58], parlando delle fonti del Decamerone, dice a proposito dei fabliaux e della loro influenza sulla novella in Italia: «Gli autori dei fabliaux sono evidentemente i precursori di quella spirito che informa più largamente e completamente il Decamerone; di quello spirito satirico e sarcastico che guarda gli uomini dal papa e dall’imperatore fino al villano, per trovare in essi quello che c’è di ridicolo, di falso, di sbagliato, di finto, e scopertolo lo grida a voce alta, con urli anzi, che qualche volta hanno un po’ del selvaggio... il Boccaccio può dirsi il grande erede dello spirito che informò la novella francese dei due secoli precedenti al suo. Dir questo, continua il Bartoli, è cosa giusta, ma non che il Boccaccio sia un’eco dei troveri». Non è qui il caso d’ingolfarci nella questione tanto dibattuta delle fonti del Decamerone, nel quale alcuni scrittori, come il Le Grande d’Aussy, il Le Clerc, il Fauchet, il conte di Caylus, il Barbazan, non vorrebbero vedere che una riproduzione in prosa dei racconti rimati dei trouvéres per quell’esagerato sentimento di nazionalità che faceva chiamare al Settembrini «critica da femminette » i risultati novissimi degli studi di novellistica comparata.

Già il Villemain, il Ginguenè, il Du Méril, il Dunlop, il Bartoli, il Landau, il Masi ed altri hanno dimostrato che se i troveri hanno offerto al Boccaccio dei temi tradizionali, soltanto dal genio del novelliere toscano uscì l’opera veramente artistica. Se noi confrontiamo il Boccaccio col jongleur medioevale troviamo tanta differenza d’intenti quanta ne corre, per esempio, tra i fabliaux e le novelle di Margherita d’Angoulême. Nel Decamerone si risentono molto potentemente le influenze aristocratiche dell’ambiente in cui il Boccaccio ha pensato e finge raccontate le sue novelle; per accertarci di questo basterà che noi confrontiamo la parte che nel Decamerone è fatta al Villano, con quella tanto importante ch’egli rappresenta, come abbiamo visto, nelle scene famigliari ritratte nei fabliaux. Il tipo del villano quale l’abbiamo visto tratteggiato nella satira dei trouvères e dei jongleurs, viene a perdere qui tutta la sua individualità caratteristica e tende a confondersi a poco a poco in quella grande classe di ignoranti e di poveri di spirito, che, da Calandrino a Mastro Manente, forma l’oggetto delle risa, e il bersaglio delle natte da parte della classe aristocratica e colta. Nella novella ottava del Decamerone, giornata terza, è detto chiaramente che il volgo serviva di spasso agli ecclesiastici, i quali, come osserva il De Sanctis, ridevano del volgo e dei meccanici perché il saperne ridere era segno di coltura; Ferondo è così dipinto: «Ora avvenne che essendosi molto collo abate dimenticato un ricchissimo villano, il quale aveva nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (nè per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava della sua simplicità) ecc...». Qui non c’è più quell’odio feroce contro i villani che dettava ai poeti popolari medioevali le violente invettive che abbiamo passata in rassegna; l’odio s’è cambiato in quella satira senza amarezza che scaturisce dal contatto di una fine intelligenza coll’ignoranza del volgo, e tutto l’intento satirico è volto a colpire la corruzione del mondo ecclesiastico. Così nella novella decima della quinta giornata, una certo delle più splendide del Decamerone, nella quale con ironia finissima e con una ricchezza smagliante di colori, il Boccaccio narra la predica e la mistificazione che frate Cipolla fa ai contadini certaldesi, l’ignoranza di quei poveri superstiziosi messa a confronto colla impudenza del frate, finisce quasi per assumere un certo aspetto compassionevole che rende meno acuta la satira contro la loro credulità, e fa dell’ignoranza loro uno sfondo su cui risalta ancora più vivamente l’empietà e la sfrontatezza di frate Cipolla. Nella giornata settima poi, in cui sono narrate «le beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti, o sì», possiamo, senza molta difficoltà, riconoscere in quasi tutte le vittime della infedeltà coniugale i discendenti diretti del villano credenzone quale l’abbiamo visto riprodotto in molti fabliaux. Soltanto Masetto da Lamporecchio costituisce un’eccezione a questa abitudine del Boccaccio di collocare i villani tra i beffati, e rappresenta anzi il tipo del villano astuto che ricorre a mille espedienti per riuscire nel suo intento [59]. Anche nel Trecento novelle del Sacchetti troviamo pochi accenni di satira contro i villani, quantunque egli ritragga l’ambiente popolare fiorentino; potremmo ricordare soltanto alcune risposte argute e pronte ch’egli attribuisce in alcune sue novelle ai villani [60]. Per il Sacchetti, ed anche per il Sercambi [61], dobbiamo ripetere quanto abbiamo già osservato a proposito del Boccaccio, come cioè, nella forma locale che assume la novella in Italia nel trecento, il tipo del villano, quale lo vedemmo tratteggiato mei fabliaux francesi, venga qui a suddividersi, se ci è permessa l’espressione, in altrettante figure non meno caratteristiche di artigiani che riproducono, più o meno fedelmente, i soliti vizi attribuiti dalla tradizione ai villani.

Nei novellieri del secolo decimoquarto ben poco troviamo di interessante per il nostro studio, e probabilmente possiamo spiegare questa assenza di acredine nel dipingere i campagnuoli, e l’abitudine anzi di mutarli, nei motivi tradizionali delle novelle, negli artigiani della città, col fatto che non per anco si era inasprito quell’antagonismo tra la città e la campagna che vedremo chiaramente riflesso nei componimenti del secolo decimoquinto, e decimosesto; o forse perché l’estensione di significato che abbiamo visto attribuito nei fabliaux alla parola vilain permetteva anche ai nostri novellieri di comprendere in questo tipo non solo i contadini, ma anche gli artigiani ed i meccanici della città [62]. E difatti se noi osserviamo nel quattrocento la raccolta di novelle del senese Gentile Sermini, vediamo come egli colga tutte le occasioni per scagliarsi contro i villani nel suo libro che egli paragona ad un «paneretto d’insalatella». La terza novella [63] è una vera carica a fondo contro l’ingratitudine [64] dei villani: «Bartolomeo Buonsignori fece un rustico scopone tornare in un calcio arrendevole». Questo Bartolomeo, narra il Sermini, s’era recato a stare in villa, dove beneficava generosamente i suoi dipendenti; tra questi c’era un certo Neri «chiamato Scopone, il quale era un maragozzo villano, sconoscente e baccalare, ingrato e tutto suo, avaro delle cose sue, e dell’altrui cortesissimo, o volontieri quando poteva ne pigliava: corpente a casa altrui, ove l’acqua gli era malsana e ’l poco vino: non dico della carne, che quando vi s’abbatteva, ne faceva scorpacciate di lupo; era una gran dura mole per sè, ed aveva un maraviglioso vizio rustichesco, e nell’aspetto pur suo grossolano pareva; ed era grande, compassato e mal vestito, con un naso aquilino di tanta presa ch’aria tenuto un paio di ceste per occhiali: non era mai sì gran vernata che lui portasse calze o giubbarello sempre involto nella terra: ed avendo in odio il lavar delle mani e viso, sempre era soglioso, co’ calzari ricusciti co’ gionchi». Scopone, stando al servizio di Bartolomeo, s’era fatto molti risparmi coi quali aveva potuto comperare una vigna ed una casetta; da allora era divenuto ingrato e sconoscente verso il suo benefattore «siccome generalmente i suoi pari rustichi quando si trovano il valore di tre soldi subito si mettono l’orecchie dell’asino, ed insuperbiti fanno del grosso senza apprezzare più persona niente: non altrimente faceva Scopone». Il Sermini continua narrando come Bartolomeo facesse pentire Scopone della sua ingratitudine, e conclude con questa riflessione: «... perché nel villano, in cui non è legge nè pratica discrezione, con lui non è da pigliar troppa famigliarità: ma volendone aver bene, non è da largar la mano, nè la borsa, nè nissun suo secreto. Diesi da longe e stretto tenere; e se richiede, ben non potendo perdere con lui, servalo di rado, e fagli bramare. Dimostragli tenerlo da poco: non gli ridere in faccia, e miralo di rado; non gli perdonare il fallo, ch’egli ne piglia baldanza. Salda con lui spesso ragione in presenzia di testimoni. Nol tenere a tavola teco, non ischerzare nè motteggiare con lui: fa che non sopprappigli del tuo, e non lassar invecchiare la posta, che te la negherà. Venendoti a casa, spaccialo presto, col bere un tratto: tienlo in timore, sicché di te faccia stima e conto. Tienlo in freno e senza baldanza e sottile più che puoi, che se lui si sente il valore di tre soldi, pigliando di te securtà, mai bene non avrai, perché l’aceto l’acquarello rinforza; è il peggior aceto che sia; e non che tu ne abbi bene, a lui parrà meritare che tu il cappuccio te gli cavi, quando con l’orecchie asinesche passerà per la via... e benché più altre cose assai dire si potessero, per non troppo lungo dire, ho deliberato di tacere». Qui siamo dinanzi a uno dei più caratteristici documenti dell’antagonismo tra la popolazione della città e quella delle campagne; in questa invettiva vediamo riprodotte e sintetizzate tutte le accuse che troveremo rivolte contro i villani negli Alfabeti e nei componimenti satirici che abbiamo raccolto in appendice, specialmente in quelle Malitie dei Villani o Sferza dei Villani che chiamar si vogliano, che possono dirsi con ragione il monumento maggiore che ci è rimasto ad attestare questo antagonismo tra i cittadini ed i villani, questo attrito che abbiamo visto riflesso nelle misure restrittive dei governi popolari cittadini contro i villani che si inurbavano. Noi abbiamo riferito questo lungo brano del Sermini, perché ci pare, se non andiamo errati, che da nessun altro scrittore del secolo decimoquinto troviamo riprodotto con maggior evidenza e fedeltà l’eco di questa lotta economica; basterà che ricordiamo del medesimo autore un’altra novella [65] per dimostrare quanto fosse vivo questo antagonismo «Mattano, dandoglisi ad intendere d’essere eletto de’ magnifici signori di Siena, sendo di fuore, alla città ritornò per risiedere; della qual cosa fu in più modi beffato, che fu fatto Papa de’ Bartali, e priore de’ Mugghioni» [66].

È notissima la burla che alcuni giovani cittadini fanno a questo villano che voleva unirsi allo loro compagnia; essi conducono Mattano a Siena dove gli fanno consumare tutto il suo avere, cosicché rimane schernito da tutti e ritorna a casa povero e mortificato. «Come il villano, dice il Sermini, lassa il contado ed alla città per abitare si riduce, non prima s’ha messo il mantello del colore, colle calze solate, che e’ comincia a gonfiare, parendogli essere dei maggiori della pezza; e quanto più è ignorante, tanto più è irreverente, scostumato, asinaccio e villano; che essendo nato in contado, volendo usare i costumi civili, non può e non sa».

In generale si può dire che l’influsso della saga marcolfiana nella novellistica dei primi secoli in Italia è quasi insensibile, e che il villano diventa anzi un luogo comune, nella tradizione popolare a cui tanto spesso attingono i novellieri, per indicare il tipo dello sciocco, come più tardi si fece per gli abitanti di una determinata regione. Innumerevoli poi sono le burle di cui sono dipinti vittime. Nella biblioteca Trivulziana esiste una novella in versi di anonimo, che non compare nel catalogo dei novellieri in verso e di cui, a nostro ricordo, non fu mai fatta menzione, nella quale si narra appunto una burla fatta da uno speziale ad un villano [67]. Questi si presenta una mattina «con faccia macilenta» nella bottega dello speziale e gli domanda un rimedio contro gli spiriti da cui si crede invaso; lo speziale lo invita a ritornare il giorno dopo, assicurandolo che preparerà lo scongiuro necessario. Il giorno dopo:

La vaga Aurora anchora scomentiata,

havia la faccia a tinger di colore,

...

non m’havia la botega anchor serrata,

che si appresenta il vilan traditore

e più di centomlia reverentie

mi dà nel capo con tante eccellentie.

Lo speziale lo fa entrare in una stanza, dove aveva preparato per lo scongiuro delle ossa umane e quanto altro poteva incutere spavento al povero villano, e tosto incomincia i preparativi per la esorcizzazione, come egli stesso ci racconta:

Allora nudo lo facio spogliare,

e mi vesto da prete immantinente;

l’acqua santa mi facio aparechiare

con la stola, e messale ed il pendente,

tutti li ordini io fo del scongiurare,

il villan manigoldo patïente

nudo, piloso, sporco de natura,

a mirarlo mi fea quasi paura [68].

Lo speziale incoraggia il villano e gli raccomanda di non lasciarsi intimorire da quanto sta per vedere, e con voce alta evoca i diavoli; questi, che erano due garzoni dello speziale col viso tinto di carbone e camuffati da diavoli, si precipitano nella stanza con grandissimo fracasso. Lo speziale finge di essere impaurito dalla loro vista e fugge in piazza come si trovava vestito, mentre il villano, nudo, lo segue esterrefatto, facendo accorrere tutta la gente all’insolito spettacolo. Per mala sorte dello speziale era stata il giorno prima scavata nella piazza una fossa, poco odorosa, nella quale egli precipita in compagnia dell’infelice villano [69]; vengono estratti entrambi in uno stato miserando e il villano, non dubitando dell’inganno, si dice dolente che lo speziale abbia corso quel pericolo per sua causa, e la settimana dopo gli manda in dono:

ovi, galline e mille altre novelle.

Questa burla dell’allegro speziale al villano ricorda molto da vicino quella che forma il soggetto della nota Maccheronea di Tifi Odasi, quantunque in quest’ultima il beffato in luogo del villano sia uno speziale, cugino dell’autore. Quantunque la Maccheronea sia giunta a noi incompleta, si può capire però dalla breve esposizione dell’argomento fatta nei primi versi che l’Odasi coi due amici Bertipaglia e Canziano, camuffatisi da diavoli, spaventano lo speziale che si spacciava per negromante e che era stato chiamato da un certo Tomeo per fare uno scongiuro e liberargli la casa dagli spiriti: Lo pseudo-negromante e tutti quelli che con lui si trovavano in casa di Tomeo, fuggono terrorizzati, abbandonando la cena succolenta a cui erano stati invitati e che, a quanto si può supporre, avrà formato la delizia degli allegri componenti della «macaronea secta».

Et Bertapagiam cornuti in forma diabli

Et fugientem multo tremore cusinum

Et negromantem portans candela de sevo

Cum gropis, spagum, carbonem, zessumque biancum

Implentemque domum cum signis atque figuris

Sepeque dicentem «Nihil timete sodales» [70]

La Maccheronea dell’Odasi deve aver goduto certamente di una grande popolarità, e la nostra novella non è forse che una delle molte varianti che molto probabilmente saranno nate sopra questo argomento, appena entrato nel campo della tradizione popolare. Basterà che ricordiamo la burla che Viluppo, nella commedia di questo nome del Parabosco, fa ad un baro che si finge negromante, burla che troviamo ripetuta nella novella nona della prima giornata dei Diporti del medesimo; il negromante sconfessa innanzi ai finti diavoli la propria arte magica, e ritornato a casa, si accorge che l’autore della burla gli aveva sedotto la moglie. Così pure ricorderemo la novella IV della Cena II del Lasca, in cui la vittima è Gian Simone Berrettajo. Né ci deve stupire il vedere lo speziale diventare qui autore della burla, perché si capisce come nei primi anni del secolo decimosesto che segnano l’epoca del maggior fiorire di queste operette anonime popolari; non poteva certo un tale soggetto non invogliare qualche scrittore a valersene per la satira contro il villano, che era in quel tempo diventata un «motivo » alla moda; così le accuse a cui abbiamo già accennato della crocefissione di Gesù Cristo, dopo aver formato nei secoli antecedenti tema di esecrazione sulla bocca dei cantastorie ecclesiastici contro i Giudei, furono poi esclusivamente dirette contro i villani. In una novella del Malespini [71] è narrata pure una burla spiritosa, per quanto poco pulita, che Baccio di Baldarno, un tipo di scroccone che si accosta molto alla figura caratteristica del Gonnella, fa ad un Villano che era entrato con un cesto di capponi nella bottega di un barbiere; essendosi questi assentato per un momento, Baccio fingendosi il garzone del barbiere, insapona il mal capitato villano persino negli occhi, e fugge col canestro, lasciando la sua vittima a difendersi dal barbiere che lo percuote, incolpandolo di una sudiceria commessa dallo stesso Baccio. Ma sarebbe troppo lungo e inopportuno ricordare qui tutte le novelle in cui possiamo incontrare la satira negativa contro il villano, e a noi pare che da quelle che siamo venuti passando in rassegna risulti già evidente e completo il tipo del villano quale era concepito dai novellieri; tipo stereotipato di sciocco, avido, ingrato quale lo vedremo tratteggiato nelle commedie rusticali, e nella commedia dell’arte. Per noi era importante il seguire le vicende del nostro eroe nella novellistica perché in essa vanno formandosi man mano e delineandosi sempre più i caratteri dei personaggi che diverranno poi tipici nella commedia popolare. Quanto poi alla satira positiva nella novella [72] ben poco abbiamo da notare sul villano. In una raccolta di facezie e di motti del secolo XV e XVI [73] il villano è nuovamente rappresentato come astuto e confonde colle sue pronte ed argute risposte i suoi avversari; questa raccolta è per noi in particolar modo interessante perché vi troviamo spesso eloquenti conferme delle tristi condizioni dei villani in quel tempo. «Il marchese Nicolò di Ferrara andando a uccellare un giorno et sopravenendo una gran piova... si ridusse al coperto in casa d’un contadino... al quale la precedente nocte era nato un figliuolo maschio. Scavalcato il marchese, il contadino gli disse: Buon pro faccia, signore. – O di che? – Stanotte è nato un asino a tuo signoria. – In che modo? – Stanotte ho avuto un figliuol maschio. – Gli uomini sono asini? – In questo paese sì, perché noi sopportiamo tante gravezze, et facciamo tante fazioni per te, che in effetto tutti ci possiamo chiamare asini. – Il Marchese, visto con quanto animo et buon modo l’havea decto, fece exempte lui et tutti e «suoi figliuoli» [74]. Nella medesima raccolta incontriamo la novella tradizionale in cui si dimostra che la malizia dei villani è superiore anche a quella degli avvocati. «Uno doctore promisse a uno contadino, che gli insegnerebbe piatire (se gli desse uno ducato) per modo che sempre opterebbe la causa. Il contadino quel promisse. Il che il doctore disse: Niegha sempre et vincerai. Chiedendo poi il ducato il contadino neghò di avergnene promesso» [75].

Chiuderemo questa nostra rapida rassegna delle novelle satiriche contro i villani, riproducendo qui in riassunto una novella pubblicata dal Passano [76] che si ricollega alle Novellette diaboliche del secolo decimosesto pubblicate dallo Zambrini; il Passano non vuol dire donde l’abbia tratta, e potrebbe anche darsi che essa sia stata una sua spiritosa invenzione. Ad ogni modo noi la riferiamo, perché ci pare che la satira contro l’ingordigia e l’ingratitudine del villano che fa perdere la pazienza anche al diavolo [77] sia trattata assai finamente e corrisponda a concetti simili a quelli che abbiamo visto espressi in alcune novelle del Rinascimento. Il Diavolo, che aveva scommesso di vedere un uomo contento, si avvicina a un contadino che stava lavorando in un campo e si lagnava della fatica, e si mette a lavorare per lui. Il contadino domanda allora di avere dallo sconosciuto benefattore anche la semente; il diavolo acconsente e crede di aver soddisfatto il villano, ma questi gli osserva che le intemperie avrebbero forse guastato il raccolto. Il diavolo gli consegna allora una scatola in cui stanno chiusi il sole e la pioggia; ma all’epoca del raccolto trova il contadino intento a guardare con occhio invidioso il campo dei vicini, che avevano approfittato dei doni racchiusi nella scatola, spaventato all’idea che la quantità straordinaria del prodotto ne diminuisse il prezzo. Satana gli mostra infine che i granelli di grano si sono mutati in oro puro, e il Villano dice «Oh! mio Dio, quanto denaro dovrassi spendere per farlo controllare e marcare!». La novella finisce qui e non ci dice cosa abbia fatto il diavolo dell’incontentabile villano.

 

Note

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[1] T. Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque, Chapit. V, pag. 70.

[2] E. Du Mèril, Poésies inédites du moyen-âge précédées d’une Histoire de la Fable Ésopique, Paris, Franck, 1854, pag. 9

[3] Léopold Sudre, Les Sources du Roman de Renart, Paris, Bouillon, 1893, pag. 12. Vedi anche Canello, Saggi di critica letteraria, pag. 170: Favole, Fabliaux e fiabe su Renardo e Isengrino

[4] Lenient, La satire en France au moyen-âge, pag. 127.

[5] Du Mèril, Op, cit., pag. 108.

[6] Nelle favole non è raro di vedere il villano contrapposto al lupo; ricorderemo la XXII del Novus Aesopus di Alessandro Neckam: De lupo et bubulco. V. Du Mèril, Op. cit., pag. 193. Nella facezia CLXII del Poggio il lupo è sostituito dalla volpe.

[7] Sudre, Op. cit., pag. 341.

[8] Lenient, Op. cit.<, pag. 134. «Renart est le type et le héros d’une génération nouvelle. Le monde commence à se désen chanter de la force pour adorer une antre puissance, l’adrésse, la ruse, ce qui s’appellerà plus tard la politique.

         Tot cil qui son d’engin et d’art

         Sont mès tuit apelé Renart.

[9] Martin, Le Roman de Renart, Paris, 1882-87, v. 10180.

[10] Lateinische Gedichte des Xe und XIe Jh. herausgegeben von I. Grimm und A. Schmeller, Göttingen, 1838; vedi quanto è detto nella Prefazione, pag. XVIII, sulla origine popolare di questa novella.

[11] Ad mensam magni principia

         Est rumor unius bovis

         Presentatur ut fabula

         Per verba jocularia.

[12] Nei fabliaux si accenna sempre alla classe dei villani benestanti:

  Jadis estait una vilains riches

         Més moult estoit avers et ciches. 

[13] Nel: Vanto di duoi | Villani | cioè | Sandron e Burtlin | Sopra le astutie | tenute da essi nel vender le | castelate quest’anno | Cosa bella, e da ridere, del Croce | In Bolog. per lo Erede dei Cochi al Pozzo rosso con Licenza dei Super. e Pri. (Vedi Guerrini, Op. cit., pag. 481, n° 262):

        A tal ch’sti ali Zittadin,

        Han ben dal gof a dirla qui fra nu,

        Sis credin cha siamo turlurù.

        Ch’ s’iavesin ben più

        Occhi ch’ n’ nha al Pavon in t’ la cova

        I n’aran mai da nu la part sova

        ...

        nu cuntadin,

        Nassem tut cun l’ man fat a rampin.

[14] Vedi sulle descrizioni del Paradiso deliziano e del Paese di Cuccagna, Albino Zenatti, Storia di Campriano contadino, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CC), pag. LVIII, e Vittorio Rossi, Lettere di A. Calmo, Appendice II, pag. 398.

[15] Sudre, Op. cit., pag. 228

[16] Anche Renart, vinto in combattimento da Roonel, si finge morto ed è messo in un sacco e gettato nel fiume, ma è poi salvato dal cugino Grimbert. Ricordiamo come riscontro all’aneddoto del sacco, oltre quelli già notati, dal Köhler, dall’Imbriani, dallo Zenatti, dal Pitrè e dal Rua, la seconda farsa di Tabarin nella quale il capitano Rodomonte, colla solita promessa, induce lo sciocco Lucas ad entrare nel sacco. Anche nella novella Les Lunettes di La Fontaine (Marty-Laveaux, Oeuvres complèts de La Fontaine, Paris, Jannet, 1857, t. II parte IV, pag. 295), il giovane che si era introdotto nel monastero e si era tradito rompendo gli occhiali dell’abbadessa, legato ad un palo, sta per essere castigato della sua temerarietà; ma fortunatamente passa un mugnaio, a cui il giovane fa credere che i tormenti che lo aspettano sono una punizione delle sue oneste ripulse, e il mugnaio si fa mettere al suo posto e viene in sua vece bastonato.

[17] Questo caratteristico fabliau (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, 74) che ha ispirato a Molière il suo Médecin malgré lui è noto nella novellistica italiana sotto il nome di: Storia | nuova | piacevole | e da ridere | di un Contadino nominato Grillo, il quale si volse far medico | e per le sue astutie diventa ricco, ecc... Oltre i numerosi riscontri che ne diedero il Köhler nella decimanona illustrazione alla Posilecheata di Pompeo Sarnelli nella ristampa curata dall’Imbriani, e il Rossi, Op. cit., libro IV, pag. 270, ricorderemo la novella quinta del Sermini (Le Novelle di Gentile Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874): «Maestro Caccia da Sciano era sì in cerusica ed in fisica valentissimo, che veduto, senza dare medicina alcuna, in meno di due naturali, ogni infermità curava perfettamente» nella quale, come nelle Aventures des Til Ulespiègle, première traduction complète par P. Jannet, Paris, Lemerre. 1880, pag. 26, è riprodotta la seconda parte dell’aneddoto. Il Baruffaldi, come è noto, ha sciupato questo comicissimo tema, diluendolo in un poema di dieci canti (Grillo, Canti dieci d’Enante Vignaiuolo, Venezia, apresso Homobon Bettanino, 1738), nel quale ha tentato di fare del villano Grillo un successore della tradizione Bertoldesca:

  Tenea in fronte però tal signatura,

  Che mostrava avanzar d’astuzia, e senno,

                        Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. (Pag. 4, strofa X)

[18] Montaiglon et Raynaud, Op. cit., tomo III, n. LXXXI.

[19] Vedi Lenient, Op. cit., cap. V.

[20] Confronta le circostanze spaventevoli che accompagnarono la nascita del mago Merlino, con quelle molto comiche narrate nel capitolo primo delle Aventures de Til Ulespiègle, P. Jannet, Paris, 1880: «De la naissance de Til Ulespiègle, et comment il fut baptisé trois fois en un jour».

[21] I due primi libri della Istoria di Merlino, per cura di G. Ulrich, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità, letterarie, dispensa CCI), pag. 39.

[22] L’Esopo di Francesco del Tuppo, per cura di Cesare De Lollis, alla libreria Dante in Firenze, 1886, pag. 27. Vedi anche Du Mèril, Op. cit., pag. 34, e la Vita di Esopo del La Fontaine: Oeuvres de J. de La Fontaine, Paris, Hachette, 1883, t. I, pag. 26-54).

[23] El Dyalogo di Salomon e Marcolpho a cura di Ernesto Lamma, Bologna, Romagnoli, 1885 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCIX). Quella stessa tendenza verso il meraviglioso che nella coscienza medioevale aveva fatto credere che i saggi dell’antichità fossero iniziati nei segreti dell’arte magica e dotati di poteri soprannaturali andava pure rivestendo i sapienti dei caratteri particolari che la tradizione attribuiva all’indovino delle tradizioni popolari. Nel Fiore di Filosofi e di molti savi, Bologna, Romagnoli, 1865 (Scelta di Cur. Lett., dispensa LXIII) edito dal CAPPELLI, Socrate è così descritto: «Socrate fu grandissimo filosofo in quel tempo e fu molto laidissimo a vedere, ch’egli era piccolo malamente, ed avea il volto peloso, le nari ampie e rincagnate, la testa calva e cavata, piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravvolte».

[24] El Dyalogo, ecc., pag. XXXII.

[25] Angelo De Gubernatis, Storia della Satira e Florilegio di satire ed epigrammi, Firenze, 1884.

[26] F. L. Pullè, Un progenitore indiano del Bertoldo, negli Studi editi dall’Università di Padova a commemorare l’ottavo centenario della origine della Università di Bologna, Padova, 1888, vol. III.

[27] Il Wesselofsky (Giorn. storico della lett. ital., volume VIII, pag. 275) osserva che nel ciclo delle leggende salomoniche negative che dimostrano il saggio re confuso dal suo rustico interlocutore si possono far rientrare la leggenda abruzzese «testè recata in luce dal Pitrè (Archivio, IV, 514, 515) non che il fabliau francese, avvertito dal Mussafia, di un giovane il quale profittando dei savi consigli di suo padre, cui egli salvò la vita, riesce a sciogliere le bizzarre quistioni propostegli dal re». A questo ciclo dell’indovino del volgo, del villano astuto che scioglie gli enigmi propostigli dai suo signore si ricollega pure la novella quarta del Sacchetti: «Messer Bernabò, signore di Milano, comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnaio, vestitosi de’ panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate, e l’abate rimane mugnaio»; questa novella è ripetuta nel Grand Paragon des Nouvelles di Nicolas De Troys, Paris, Franck, 1879, nov. «D’un seigneur qui par force vouloit avoir la terre d’ung abbé, s’il ne luy donnoit responce de trois choses qu’il demandoit, laquelle il fit par le moyen de son mounier». Così pure la troviamo tra le novelline dell’Hebel in Germania, e nei Contes populaires de la Gascogne raccolti dal Bladé, Parigi, 1886, tomo III, pag. 297. Nelle novelline popolari vediamo il villano vincere persino il diavolo nell’abilità di sciogliere enigmi; basterà che ricordiamo la novella XXVI dei Cryptadia, Contes secrets traduits du russe, Recueil de documents pour servir à l’étude des traditions populaires, Darmstadt, 1883-86, vol. I, pag. 59. Nell’Orlandino di Limermo Pitocco, Le opere Maccheroniche di Merlin Cocai, ed. cit., vol. III, parte I, cap. VIII, Marcolfo scioglie gli enigmi proposti all’abate Griffarosto; il Folengo ha trasformato l’astuto villano in cuoco dell’abate. Per altri riscontri vedi: De Castro, Op. cit., pag. 183, e V. Imbriani, La Novellaia fiorentina, Livorno, Vigo, 1877, pag. 621.

[28] Guerrini, Op. cit., pag. 185.

[29] Il carattere religioso della, figura di Salomone, il re saggio per grazia divina, concorso a conservarne la grandiosità leggendaria: nella Rappresentazione di Salomone il Signore apparendogli in sogno, gli dice:

       Io t’ho donata molta sapienza

       più che mai funse in persona raccolta,

       et ancor voglio per la mia clemenza

       che più degli altri abbi ricchezza molta,

       onore, gloria e fama ancor ti dono.

Non potendo, per questo carattere religioso, essere intaccata la maestà della figura del re saggio per grazia divina, la tradizione popolare cercò di spiegarne la sconfitta per opera dell’indovino del volgo, accordando all’astuzia del villano un’origine comune, quantunque molto più modesta, con quella della sapienza salomonica. Vedi El Dyalogo di Salomon e Marcolfo per Ernesto Lamma, ecc., pag. 37.  

[30] Lamma, Op, cit., pag. XLV.

[31] Novati, in Giorn. St., V, pag. 258.

[32] Tra i molti rifacimenti a cui andò soggetta l’opera del Croce, ricorderemo i Trastulli della Trilla di Camillo Scaliggeri, Venetia, 1627, in cui è narrato il viaggio della famiglia di Bertoldo alla corte del re Attabalippa, e lo Specchio ideale della Prudenza tra le pazzie, ovvero Riflessi morali sopra le ridicolose azzioni, e semplicità di Bertoldino, Firenze, 1707, del Moneti, curiosa satira del bizzarro Cortonese contro i dotti commenti degli Umanisti. Carlo Goldoni, compose un dramma giocoso per musica intitolato: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Il re Alboino fa venire alla sua corte la famiglia di Bertoldo, e si innamora di Menghina, moglie di Bertoldino; questi è geloso al massimo grado, e dopo alcuni avvenimenti non molto spiritosi, la famiglia dei villani ritorna ai suoi monti e ai suoi cibi prediletti. L’unica scena che ricorda il racconto del Croce, è l’incontro di Alboino con Bertoldo, il quale parla al re con molta ruvida franchezza; qui non abbiamo più le astuzie tradizionali con cui Bertoldo inganna la regina, e il villano è persino ingannato dalla nuora.

[33] V. Zenatti, Op. cit.; G. Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giorn. storico della Lett. It., Vol. XVI; Pitrè, Archivio per le tradizioni popolari, vol. I, pag. 200.

[34] Montayglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, n° XCVI

[35] Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, n° LXXX.

[36] Barbazan, Fabliaux et Contes, Paris, 1808, t. II, pag. 127.

[37] Questa storiella esiste anche in un codice Vaticano da cui la trasse l’Haureau (Notices et Extraits des Mss. de la Bibl. Nat., t. XXIX, pag. 322), De clericis et rustico. Il villano dice tra se sul conto dei compagni: «sed sint urbani cum semper in urbe dolosi...». È noto poi come questa astuzia sia stata più tardi attribuita a Pulcinella. Per altri riscontri vedi Vittorio Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi in Atti della R. Acc. di Scienze di Napoli, vol. XX, pag. 10, e la Novellaia fiorentina, pag. 616.

[38] Hervieux, upLes fabulistes latins, Paris, Firmin Didot, 1894, t. II, pag. 420, Romuleae fabulae Gualteri Anglici, Favola IV dell’Appendice. Questa favola, che ci dimostra quanto grande fosse lo scherno di cui era fatta oggetto nel medio-evo la disgraziata classe dei villani, deve aver goduto di una grande diffusione, perché la ritroviamo spesso ripetuta. Essa, come è noto, forma l’argomento del fabliau di Rutebeuf, Le pet au vilain (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, n° LXVIII):

       ...

       Onques à Ihesu Crist ne place

       Que vilainz ait herbergerie

       Avec le Fil Sainte Mane;

       Car il n’est raison ne droiture,

       Ce trovons nous en Escriture;

       Paradis ne pueent avoir,

       Por deniers ne por autre avoir;

       Et à Enfer ront il failli,

       Dont li maufè sont maubailli.

       ...

       Ainsi s’acorderent jadis

       Qu’en Enfer, ne en Paradis,

       Ne puet vilains entrer sans doute.

Il poeta destina i villani alla Terre de Cocusse. La troviamo anche nel Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo (edito da G. Ghivizzani, Bologna, Romagnoli, 1866, Scelta di curiosità letterarie, dispense LXXV-LXXVI, fav. LXV) ed è seguita dalla seguente Moralità temporale: «Per il villano s’intende l’uomo cattivo, la compagnia del quale non solo dalli buoni è rifiutata, ma anche dalli cattivi». Già nel poemetto, De Paulino et Polla, abbiamo visto come fosse rimproverato alla classe dei rustici di corrompere la purezza dell’aria:

         Aera cum flatu, corpore foedat humum.

Cene Della Chitarra parodiando i dodici sonetti dei mesi di Folgore da S. Gemignano, contrappone alle gaie feste ed ai baci di belle fanciulle promessi da Folgore ai suoi concittadini, la compagnia dei villani:

         Intorno questo sianovi gran bagli

         Di villan scapigliati e gridatori

         Dai quai risolvan sì fatti sudori

         Che turben l’aire, sì che mai non cagli.

         Poi altri villan facendo in mancie

         Di cipolle, porrate e di marroni

         Usando in queste gran gravezze e ciancie.

A questo ciclo di satire contro il fetore dei villani, possiamo aggiungere anche il racconto del villano asinaio che passando in una via dove era la bottega di un profumiere fu tanto colpito dall’odore degli aromi «essendo stato nutrito en lo fango et in lo fetore de la stalla» che cadde a terra privo di sensi e non ritornò in sè fino a quando non gli fu posto sotto il caso un poco di letame. (Vedi F. Ulrich, Recueil d’exemples en encien italien, in Romania, Romania, XIII, 1884, n° 49, pag. 55 e Novati, in Giorn. Storico, III, 322 e V, 321; vedi anche il n° 54 degli Exempli dell’Ulrich, De un segnore et uno vilan). È noto come l’autore del corrispondente fabliau, De vilain asnier, faccia seguire la storiella da questa morale:

        Ne se doit nus desnaturer.

che ci fa ricordare la favola dell’Escarbot et sa Femme, di cui parla il Wright, Histoire de la Caricature, ecc. cap. V, pag. 71, e la risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere. Vedi anche la novella XXI dei Cryptadia, vol. I, pag. 49.

[39] Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l’accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.

[40] Vedi le favole LIII, LXXXIII.

[41] Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest’ultima è ripetuta dal Sercambi (Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella non LXXX.

[42] Montaiglon et Raynard, Op. cit., t. IV, n° CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l’infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, Du preste ki abevete, che ha qualche analogia col Vilain de Bailleul, così pure il Fabliau d’Aloul, il Meunier d’Arleux, la Sorisete des estopes, Le quatre souhais Saint Martin, ecc.

[43] Questo fabliau che, come è noto, fornì l’argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerorre, appartiene al cielo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del Sercambi (ediz. cit.), De Semplicitate, la facezia: LXVII del Poggio; in una novella del Fortini, il Villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi a non capretti, come i ladri avevano fatto col prete scarpacifico (Straparola, Notte I, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella Trinuzia del Fiorenzuola i servi persuadono il dottor Rovina ch’egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello Stufaiolo del Doni a Calandro nella commedia del Dovizi, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori con introduzione di G. Rua, nel vol. XII delle Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di G. Pitrè, Palermo, Clausen, 1893, e la novella Mustafà del Batacchi). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perché l’intendono parlare, è ripetuta dal Poggio, facezia CCLXVII; dal Morlini (Novellae, Fabulae, Comedia, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal Lasca (La prima e la seconda Cena di A. Grazzini; Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (Pitrè, Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. Mango, La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre, in Archiv. per le trad. pop., vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses oeufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (Violet Le Duc, Ancien Théâtre Françoise, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di Bonaventure Des Periers.

[44] Histoire litt. de la France, XXIII, p. 204. Oltre l’analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal Ledieu nell’Op. cit., dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.

[45] È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi Wright, Histoire de la caricature, ecc., pag. 212). Secondo un’altra storiella, il villano, avendo perduto, l’asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (Poggio, facezia LXXXVI; Bonaventure Des Perriers, novella XCIV).

[46] Poggio, facezia XII. Il Delli Fabrizi, come vedremo, l’attribuisce ai Bergamaschi.

[47] Poggio, facezia XI; Malespini, Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV; G. Finamore, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. IX, pag. 157.

[48] Vedi il fabliau Brifaut, Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, n° CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello sciocco.

[49] Morlini, nov. XIII; Straparola, notte XIII, fav. II, e si trova inoltre nella Raccolta di burle, facezie, ecc., poste insieme da Alessandro Di Girolamo Sozzini, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella Cortigiana dell’Aretino (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M. Poncino Della Torre, del Piovano Arlotto, di C. Dati, nel Cortigiano del Castiglione, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX. Per altri riscontri vedi Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giornale storico della Lett. Ital., XVI, pag. 278.

[50] Agli accenni ricordati dal Guerrini (Op. cit., pag. 259-260) sull’imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti: la scena III dell’atto I della Talanta dell’Aretino dove si narrano le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato da tre o quattro persone per montare a cavallo. Carlo Dati narra di un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per sei persone. Molti altri sono ricordati da V. Cian nel commento al Cortegiano, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.

[51] Montaiglon, ecc., I, n° X. Vedi anche Sacchetti, novella CXXXIV, e Kryptadia, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.

[52] Montaiglon, ecc., t. I, n° XI; Ledieu, Op. cit., pag. 111.

[53] A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau De Berangier au lonc c... (MONTAIGLON, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel fabliau: De la C... noire, Montaiglon, ecc., VI, n° CXLVIII.

[54] 130 Il Matazone così incomincia:

        A voy, segnor e cavaler

        ...

        Intenditi questa raxone

        La qual fe Matazone

        E fo da Caligano

        E naque d’un vilano

        E d’un vilan fo nato

        Ma non per lo so grato

        Però che in vilania

        No vose aver compagnia

        Se no da gli cortexi

        Da chi bonta impresi.

[55] Bédier, Op. cit., pag. 292.

[56] Ibid., pag. 290.

[57] Guerrini, Op. cit., Cap. I.

[58] Bartoli, I precursori del Boccaccio, Firenze, Sansoni, 1876, pag. 22.

[59] Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov. dell’Heptaméron di Margherita d’Angoulême; in quella raccolta è l’unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa païsante...».

[60] Novelle di F. Sacchetti, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII, CLXV, ecc.

[61] Vedi la nov. XVIII della raccolta del D’Ancona, la VII dell’ediz. lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal codice trivulziano.

[62] Il Müntz, L’Arte italiana nel Quattrocento, Milano, 1894, trad. it. di A. Luzio, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV; o esaminando le opere d’arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d’ora in poi, diventa un mito, un’astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di questi diseredati l’onore di introdurlo in una sua composizione, egli lo imbacucca d’un costume bizzarro che si avvicina al costume antico assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che l’artista non ha mai messo i piedi ne’ campi, non ha mai veduto un colono od un pastore se non attraverso un prisma?»

[63] 139 Le Novelle di G. Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874

[64] Sull’ingratitudine dei villani è da ricordarsi Le Dit de Merlin Mellot (in JUBINAL, Op. cit., pag. 128), in cui è narrato di un villano «ânier» che i mostra sconoscente verso il suo sovranaturale benefattore, il quale castiga l’ingrato togliendogli tutti i beni e gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il racconto termina con questa considerazione:

        Je puis bien tele gent au chien comparagier,

        Quant le chien a charoigne plus qu’il n’en puet mengier

        L'autre ne lairoit par-devant li rungier,

        Ainz l’abaie et rechine com déust esragier.

[65] Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.

[66] Nella Raccolta di Novellieri della Collezione dei Classici italiani, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d’anonimo, una burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.

[67] È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4, del sec. XV, e nella prima pagina si legge: Dialogo de dui Villani | che se scontrano, et uno dimanda | a l’altro ciò che ha visto a Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia Cartolora | ditta refugio de’ Matti | | Con una novella de uno Villano che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e compagni in Frezaria al segno de la Fede. Il nome di questo stampatore non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.

[68] Confronta il ritratto del villano nel Vilain mire e nel Fabliau d’Aloul.

[69] Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m... lui e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour; noi non abbiamo potuto averla sott’occhio.

[70] P. A. Tosi, Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV, Milano, Daelli, 1864.

[71] Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV.

[72] Novelle ed. ed ined. di ser G. Forteguerri, nov. VIII.

[73] Scelta di curiosità lett., n° CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.

[74] Il Verri (Storia di Milano, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla Cronaca dell’OZARIO, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell’estrema miseria in cui era ridotto.

[75] Nella Farce de Maistre Pierre Pathelin, avec son testament à quatre personnages, di Pierre Blanchet, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall’astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell’Arzigogolo del Lasca, nella Scelta di facezie, tratti, buffonerie, motti e burle canute da diversi autori, Firenze, 1594, pag. 161 e nei Diporti di M. Girolamo Parabosco, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.

[76] Passano, I novellieri italiani in prosa, indicati e descritti, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.

[77] Il villano, in una novella che troviamo riportata dal La Fontaine (Op. cìt., pag. 254: Le Diable de Papefiguière) e dai Kriptadya, t. 1, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell’avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, RUA, in Giorn. Storico, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell’abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perché è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall’astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D’Ancona (Poemetti pop. it., Bologna, Zanichelli, 1889; pag. 131) come Appendice al Trattato della Superbia, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un’edizione recente è intitolato: Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe. La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all’improvviso.

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010