Domenico Merlini

Saggio di ricerca sulla satira

contro il villano

Edizione di riferimento

Satira contro il villano, a cura di Domenico Merlini, Loescher Editore, Torino 1894

CAPITOLO II.

POESIE SATIRICHE CONTRO IL VILLANO.

Abbiamo visto come il Wright spieghi la copiosa satira contro i villani che ci fu tramandata dalle poesie dei trouvères, come un’adulazione allo sprezzo del signore verso il lavoratore del suolo; e abbiamo detto pure come questa opinione del Wright sia confermata dall’evidente adulazione da cui è dettata la nota poesia satirica contro i villani di Matazone da Calignano:

A voy, signor e cavaler

Si lo conto volonter

così incomincia la sua «ragione» l’oscuro cantore popolare, che spinge l’adulazione fino ad attribuire ai signori un’origine molto diversa da quella vilissima che egli afferma esser toccata al villano:

La zoxo, in uno hostero

Si era uno somero:

De dre si fe un sono

Si grande come un tono.

Da quel malvasio vento

Nasce el vilan puzolento [1].

mentre il cavaliere è sorto dal connubio del giglio colla rosa, e appena nato ebbe in dono il villano di cui può fare ciò che più gli talenta. Perciò, dice il Matazone, ricordando la sua origine avvilente, il villano non deve lamentarsi di essere trattato duramente:

El vilan di mala fede

Queste parole no crede,

Ma e’ voyo che sapia

Ch’ele son tute verità.

Che nesun asino che sia

May no va solo per via

Che un vilan o doi

No ge vada da poi,

E valo confortando

E seco rasonando

Però che son parente

E nati d’una zente [2].

 

E il poemetto termina con un’enumerazione delle prestazioni e dei lavori che in ogni mese dell’arma il signore può pretendere dal villano, e che, come osserva il Meyer, malgrado l’evidente esagerazione, può confermare la misera condizione in quel tempo dei villani dell’Italia settentrionale. Questo profondo disprezzo della nobiltà per i villani era condiviso cordialmente dal clero, e, in generale, da tutta la classe colta, e numerose poesie satiriche ci provano come lo scherno del clero contro i villani aggiungesse molte volte il più alto grado della violenza, non fosse per nulla inferiore a quello da cui vedremo ispirate molte produzioni popolari della plebe cittadina. Uno dei componimenti più caratteristici che la satira contro il villano abbia prodotto in Francia nel secolo decimoterzo è certamente il poemetto intitolato Des vingtrois manières de vilains [3] e sul quale non sarà inutile, che spendiamo alcune parole. L’anonimo autore di questa rara operetta, passa prima in rassegna umoristicamente il carattere ed i vizi della classe dei villani del suo tempo, e trova che si potrebbero dividere in ventitre categorie, di ciascuna delle quali espone il lato caratteristico; così, per esempio, il villano Porchins, il Kienins e l’Asnins, sono quelli che hanno le qualità proprie degli animali nominati; il Ferré è quello che ha quattro file di chiodi sotto le scarpe; il Cropére è quello che rimane a casa, invece di andare a lavorare il campo, per rubare i conigli al padrone; il Moussous è quello che odia la società, il Babuin è quello che si ferma ad ammirare i monumenti della città e non s’accorge del ladro che gli ruba la borsa. «Vilains Purs si est cil ki onkes ne mist francisse en son cuer dés lors k’i vint des fons».

Poi segue una parodia delle Litanie [4] in cui si invoca da Dio ogni sorta di maledizioni e di infermità [5] perché sia punita la malvagità dei villani; cha l’autore appartenga al clero, appare evidentemente dai versi seguenti:

A tous chiax qui héent clergie

Soit la male home forgie!

Por chou ke li cler me soustiennent

Et me joiestent et me retienent

Por chou hé-je tous le vilains

Qui héent clers et capelains

Seguono poi le Litanie, di cui ricorderemo il principio:

Kyrieleyson, biaux sire Diex,

Envoiés-lor hontes et diex.

Christeleyson, biax sire tris

Metés-les hors de vos ecris.

Christe-audi-nos, oés nos

Qu’il aient brisié les genous!

Tu pie Pater de celis

Ipsos confundere velis

Tu, Deus sanctus, sancte

Tu, lor oste toutes santé!

Sainte-Marie-la Dieu mére

Donnés lor grant honte amére,

Sains Gabriel et sains Michiel

Par vous leur soient (fermé) li chiel.

Anche da un fabliau pubblicato dal Wright [6] appare evidente l’odio dei chierici verso i villani, odio che molto spesso era originato dai tentativi di rivolta dei servi dei monasteri [7], perché, come è noto, gli ecclesiastici non erano molto più umani dei signori feudatari nei loro rapporti coi lavoratori del suolo, e sono stati gli ultimi ad abolire nei propri domini la servitù della gleba. Nel fabliau sopradetto si pregano pure da Dio sopra i villani speciali maledizioni:

A toz les vilains doint Dex ponte

...

Ne finent-il de traveillier

Chascuns jor, por ce gaaigner

Don clerc juvent, et autre gent[ 8].

e più oltre si accenna all’astio reciproco che divideva le due classi:

Se il voient iij. clers ensamble,

O iiij., en une compagnie,

Don n’i a vilain qui ne die,

Esgardez de ces clers bolastres;

Par ma foi, il est plus clerjastres

Que berbiz ne que autres bestes»

...

Plaust à Deu lo roi puissant,

Que je fusse roi des vilains

Je feisse plus de mil ainz

Et aútretant de laz feisse:

Dont je par les cos les preisse:

A mal port fussent arivé!

e nel «Despit au vilain»:

Mès Dieu en poise et moi si fet,

Quar trop sont li vilain forfet

Qui menjuent ces crasses oes

Et à ces clers si font les moes:

Déussent – il mengier poissons!

Il déussent mengier chardons,

Roinsces, espines et estrain

Au diemenche por du fain.

...

Déussent – il mangier viandes?

Il déussent parmi les landes

Pestre herbe aver bues corpus,

A iiij. piez aler toz nus [9].

e Rutebeuf nel «Pet au Vilain»:

 

«Ce di je por la gent vilaine,

«C’onques n’amerent clerc ne prestre».

Ma, dove appare più evidente l’animosità che regnava tra queste due classi è nel «Contrasto tra i chierici ed i rustici» della seconda metà del secolo decimoquinto [10], e di cui crediamo utile, per la sua rarità bibliografica [11], dare qui un breve riassunto. La stampa, di questo Contrasto che noi abbiamo avuto satt’occhio, ha per titolo: Altricatio (sic) [12] rusticorum et clericorum mota per eos coram domino papa tanquam iudice assumpto, e si compone di 156 versi che si possono dividere in 39 strofe monorime di quattro versi, ciascuno dei quali consta di due senarii accoppiati; dopo il titolo seguono undici versi in cui viene esposto il contenuto dell’operetta, quindi incomincia la:

Propositio rusticorum.

Sancte pater, clerici non cessant gravare

Nos modis compluribus quos vobis monstrare

Ad presens intendimus, nec non informare

Quibus nos fallaciis nituntur tractare

...

Deum neque populum in nullo verentes.

More lupi rapidi nostra rapientes,

e continuano di questo passo accusando i chierici di essere inumani, simoniaci ed insidiatori dell’onore delle famiglie dei rustici.

Respondent clerici.

...

Insensati rustici, quis demon movebat

Vos talia dicere...

e dimostrano ai rustici la necessità che essi hanno della protezione del clero, da cui ricevono tanti benefici:

Sicut ammalia bruta viveretis

Ni sensum a clericis vos addisceretis

e infine pregano il Papa [13] di giudicare la controversia; e il Papa così decide:

Dicimus quod rustici pessime fuere

Moti quando clericis se opposuere,

Quibus reverentiam semper exibere

Deberent non iurgia contra hos movere.

Semper vellent rustici peccata peccatis

Addere cottidie spreta sanctitatis

Vita nec optima norma castitatis

...

Idcirco de cetero dicimus immergentes

Ut cleris in omnibus sint obedientes

...

Talis est proprietas asini qui lirae

Solet libentissime sonitum audire,

Qui sonus in auribus eius sonat mire

Hunc si posset frangeret tamen invenire,

Rustici consimilem modum vos habetis

Nam dei servitium a clero velletis

Habere quos odio tanto vos habetis

Quod si potueritis vita privaretis;

e dimostra ai rustici che i chierici, nello spogliarli, sono mossi unicamente dal desiderio di toglier loro le occasioni al peccato. In fine: Disputatio rusticorum et clericorum explicit feliciter. Questo Contrasto, oltreché per la sua rarità e per la satira contro i villani che vi predomina, ci pare assai importante perché vi si scorge con molta evidenza la forma drammatica, quantunque imperfetta [14], a cui andava accostandosi questo genere di componimenti, come la nota «Contenzione di Monna Costanza e di Biagio contadino» di Bernardo Giambullari; esso si accosta alla Farsa, anche per la forma burlesca con cui è dettata la risposta del Giudice. Vedremo poi, studiando il tipo del villano nella novella, come gli ecclesiastici continuino nella tradizione popolare ad essere considerati come i più fieri nemici del villano. Molto probabilmente, anche la poesia satirica De Natura rusticorum pubblicata dal Novati è opera di un ecclesiastico, perché tra le molte accuse che sono scagliate contro i villani [15], si insiste particolarmente sulla loro empietà e ostinazione nel peccato. Una prova evidente della grande diffusione della satira contro il villano e del favore con cui era accolta non solo dalla plebe cittadina per le cause a cui abbiamo accennato, ma anche dalle altre classi, si ha oltreché nei Contrasti, in quelle «Riviste satiriche delle varie condizioni sociali», che incontriamo tanto frequentemente nel medio-evo [16], e nelle quali la più maltrattata è sempre la classe dei villani. Nella nota raccolta di poesie medieovali di Edélestand du Méril, in una di queste satire sulle diverse professioni, l’anonimo autore lamenta la generale depravazione dei costumi, e, parlando dei villani, essere orgogliosi:

Rusticos etiam quamvis sint humiles,

dico cupidinis esse culpabiles

quoniam inter se concupiscentiam

et incredibilem habent jactantiam [17].

e in un’altra composizione del medesimo genere, è detto dei villani:

païzant de village scevent plus de renart

que nulle gent qui vivent, trop sont de male part

vilain seront preudomme quant chien venderont lart [18];

e nel Dit des Mais [19] si censura il loro poco amore al lavoro:

Laboureur sont gens assez benéurez

Mesmement par cui terres sont labourées,

Mais il font bien souvent de malvaises jornées

Et tart viennent à oevre, et tost truevent vesprées [20].

A questo genere di componimenti appartengono, nella letteratura popolare italiana del secolo decimosesto, le Malitie delle Arti [21] nelle quali si narrano le astuzie con cui i villani defraudano il padrone all’epoca del raccolto, accusa che vedremo ripetuta d’ora in poi in tutti i componimenti satirici contro i contadini:

De contadini mi convien tractare

che poderi di ciptadini haranno;

nanzi che fia tempo di vendemiare

di nascoso assai frotte venderanno,

lassa alcun di notte le man menare

et rade feste guarderan dell’anno

chi miete o sega o attende a vendegne

chi va a mulino, mercato o fa legne.

Anche Pietro Nelli (Messer Andrea da Bergamo) in una sua satira dedicata all’Aretino, passando in rassegna le diverse classi sociali, fa voti perché i villani, essendo intemperanti, non possano mai venire in auge:

Gli artefici, e i villani, a Dio non piaccia

Che gl’habbiano mai ben, perché sarebbe

Proprio un fargli annegar nella vernaccia [22]

Sullo stesso argomento ricorderemo pure Il Consiglio Villanesco – Mascherata sopra tutte le Arti del Desioso degli Insipidi [23], dove la rassegna satirica delle varie condizioni della società è fatta due villani che finiscono collo stabilire che la loro condizione è senza dubbio la più felice; e la Frottola de uno Villan dal Bonden, che se voleva far Cittadino di Ferrara [24], dove si narra che un villano, vedendo sempre più peggiorare la propria condizione, propone ai figli suoi di abbandonare la campagna e di recarsi in città ad esercitare qualche mestiere, ma ne è dissuaso dai figli che gli ricordano le male arti dei cittadini che vanno a gara nello scorticare i villani:

El ghe quei usurari

de quei citain

che per un bolognin

e men de tre fritelle

i cavaria le buelle

ai mostri pari

...

e sbirri e soldà

he mai non fa

che pensar muo e via

de scortegare

i poveri contadin.

Questi due componimenti appartengono a quel gruppo di produzioni satiriche che furono generate dall’antagonismo a cui abbiamo già più volte accennato, tra la plebe della città e quella del contado, e su cui avremo occasione di ritornare quando studieremo la figura del villano nella drammatica popolare dei Rozzi di Siena. Che la corrente satirica contro il villano che abbiamo incontrato nella letteratura prettamente popolare penetrasse frequentemente nella letteratura classica, è cosa da tutti risaputa e notissime sono le invettive che scaglia contro i villani Maffeo Vegio da Lodi nelle Rusticalia [25] ricordate dal Novati; il dotto umanista, ammiratore e imitatore di Virgilio, non può darsi pace che gli scrittori dell’antichità abbiano tanto lodato la semplicità della vita rustica [26] e crede che soltanto il desiderio di fuggire il frastuono della vita cittadina possa indurre i poeti ad affrontare la mala compagnia dei villani.

Oltre quelle già conosciute, altre Rusticalia compose il Vegio, non meno violente e caratteristiche, che si leggono in un codice del secolo decimoquinto della Biblioteca Comunale di Verona [27]; ne riproduciamo qui alcuna delle più notevoli:

fol. 86t.:

In Rusticos.

In comune bonum nasci gens rustica fruges

Fertis: ob id tuto pro studio rapitis.

Pergite commissum, vestra sententia solvet:

Sic aliqua ad superos spes exit ire polos.

In Baccham rusticam.

Non sat erit fruges rapere: at tibi ne quid inausum,

Furata es saccos improba Baccha meos.

Improba sis liceat, dum saltem provida Baccha es

Quandoquidem moriens eicies animam.

Infera precipitem mittent te numina saccis

Servatam quo sit tutior ipse meis.

Nella seguente si meraviglia che, malgrado gli stenti duri lavori a cui sono obbligati, i villani siano tanto sovente feriti dagli strali di Cupido [28]:

fol. 86t.:

Rusticos.

Miror vos agrestes: meaque admiratio digna est:

Quam cupidi in caecam promitis Venerem.

Ebibitis puras comuni e flumine lymphas,

Atque editis viles, insipidasque dapes.

Unde igitur tanta haec vobis innata cupido est?

così pure nella seguente:

fol. 87r.

In Rusticos.

Fama refert asinos romana per oppida numquam

Ad Venerem nisi post vertere multa trahi.

Vos quoque post longos rurestis turba labores,

Post inopem victum dire Libido rapit.

In Rusticos.

Queritis agricolae circum dumeta pusillas

Labruscas; vinum conficitisque novum.

fol. 88t.:

Suave quidem potum est tenerumque amabile mustum.

Nescio qui dumi talia musta ferant.

Verum conscia nox raptas testabitur uvas,

Quas terrae e labris fingitis esse tamen.

In un’altra dice che i villani non hanno diritto di lamentarsi dei danni loro cagionati dal lupo e dalla volpe perché:

fol. 88t.:

«In fures furum mutua turba ruit»

e nell’ultima li esorta a mutar vita, affinché non servano di cattivo esempio ai loro figli:

Vobis nulla fides, nihil est purive piive,

Exemplum vestra est vita pudenda suum.

Desinite a vitiis igitur, tandemque fovete,

Quos discant mores pignora vestra bonos.

Ma dove troviamo assai più evidente e palese l’influsso della corrente satirica contro i villani dalla letteratura popolare alla classica, è nelle opere del Folengo; abbiamo già visto come nell’Orlandino abbia ripetuto contro di essi lo scherno e le accuse che avevamo già incontrato nella Nativitas rusticorum del Matazone. Senza dubbio la condizione dei contadini assai meno felice, anche in quei tempi, nella città del Poeta che nelle altre parti d’Italia, doveva avervi prodotto un dualismo e un astio assai vivi tra la popolazione del contado e quella della città, e il poeta che nell’opera sua dà tanto larga parte alla tradizione popolare, riflette questo antagonismo in molti luoghi dell’Orlandino e delle Macheronee, con espressioni nelle quali più ancora di quel convenzionalismo con cui nella letteratura classica si colpivano la malizia femminile e la corruzione del clero, troviamo molte volte espresso dell’odio brutale [29]. La satira copiosa del Folengo contro i villani può trovare un’altra spiegazione anche come una reazione a quella bucolica falsa e convenzionale che l’imitazione di Virgilio nel Rinascimento aveva grandemente favorita, e nella quale la vita rustica ed i costumi degli abitanti della campagna erano dipinti con colori poco conformi alla realtà e coi luoghi comuni con cui gli antichi avevano decantato l’età dell’oro. Per una legge meccanica di equilibrio, succede nella reazione un eccesso opposto a quello a cui si vuol contrastare; e così, quanto nelle egloghe rusticali, specialmente verso la fine del secolo decimoquinto, si era allontanata la descrizione della vita campestre dal modello classico propostosi e dalla realtà della vita, altrettanto troviamo nella reazione esageravi i vizi e le cattive qualità dei villani, disconoscendo la utilità [30] e i meriti di questa povera classe che ha tanti diritti alla nostra riconoscenza. Alle lodi che il più celebrato di questi scrittori di egloghe, Giovan Battista Mantovano [31], tributava nell’opera sua alla purezza dei costumi dei villani del suo tempo, fanno un troppo forte contrasto le invettive e la satira pungente con cui li colpisce il Folengo; basterà che ricordiamo la satira contro i villani della tredicesima Maccheronica:

...

Pichetur quicunque favet tutatque vilanos,

Nil nisi crudelis quisquis miseretur eorum.

Tunc ego crediderim leporesque canesque coire,

Segue lupi miscere ovibus cernentur et uno

Stabunt pernices, vel quajae cum sparavero,

Si contadinum potero accattare dabenum.

Vis civem superare? bonas cibi praebe parolas.

Vis contadinum? bastonibus utere tantum.

...

Villanus nunquam cognovit dicere verum,

Villanus hominem, volo pro pane necaret,

Villanus gesiae reprobat servare statutos [32]

Villanus venerem non naturaliter usat

Et dicit quod nil mulieri bestia differt;

poi si scaglia in particolar modo contro i contadini di Mantova:

Maxime villanos quos Mantua, Balde, governat

...

Semper habent ossum poltronis quando lavorant,

Sed quando ballant, tot caprae nempe videntur

...

Villanus nimia pro stizza roditur intus,

Quando bastiones facit impellente senatu

Non meno vivaci sono le invettive che dopo più di un secolo scagliava contro i villani il satirico frate Francesco Moneti nella Cortona convertita, il noto poemetto in cui sono svelate le male arti dei Gesuiti, e che l’autore dovette poi in seguito ritrattare per sfuggire alla vendetta dei suoi potenti nemici. Il poeta narra la missione di un gesuita dalla cui parola eloquente ed ispirata tutta la popolazione della città e della campagna di Cortona fu convertita al bene oprare; e, dopo di aver deriso come il Boccaccio e il Folengo la credulità dei propri compaesani, racconta che il Missionario, convertito che ebbe i cittadini, si reca nel contado allo scopo di convertire anche:

I rustici che han grossa la coscienza.

Il popolo gli muove incontro festosamente ed egli così incomincia la sua predica:

VII.

O popoli di razza acuta e fina,

Che di malizia agli otto gradi siete,

E vi puzzan le mani di rapina

...

Sebbene uomini siete da dozzina

In furberia però giudizio avete

VIII.

Giove...

Fece pien di creanza il Cortigiano

E senza discrizion fece il Villano,

...

IX

Ladron in atto, eretico in potenza

Macchinatore dell’altrui rovina,

Dietro al somaro poi senza pazienza,

Uomo da bosco, uccello di rapina,

Serpente antico di malizia tanta

Che scacciar non si può con l’acqua santa.

X

O contadini di bestial natura,

O rustica progenie maledetta

Che la cotica avete così dura

Che non la passerebbe una saetta,

Il vizio vi accompagna in sepoltura

Nè mai avete la coscienza netta,

Col callo ai piedi, e mani pur callose

Con unghie adunche sì, ma non pelose.

XIII

Tristi furfanti, villanacci indegni

Di magagne ripieni, e d’ogni errore,

E sarà ver, che ceda ai fieri sdegni

Fin Satanasso al rustico furore?

...

ed i villani, dice il poeta, compunti dalle veraci parole del Missionario che aveva con tanta acutezza enumerato tutti i loro vizi, si inducono a far una confessione generale di tutti i loro peccati.

...

Insomma nel paese de’ villani

Vomitato per tutto apertamente

Della coda fu visto, e delle mani

Tutto il velen del rustico serpente.

e il Missionario assolve e benedice tutti, e parte poi alla volta della montagna per proseguire l’opera sua redentrice; e arrivato tra i pastori, li saluta con queste poco lusinghiere parole:

XXXVIII.

O Tartari nostrali imbastarditi,

Furbi di sette cotte, e gente alpina,

Zingari di montagna, e degli Sciiti

Razza peggior assai, ladra, assassina... [33]

...

e rimprovera loro di esercitar la prodezza soltanto nelle aggressioni e nella rapina.

Al Moneti appartiene pure un altro satirico componimento contro i villani, noto sotto il titolo di Testamento e Ricordi lasciati dal gran Villano di Garfagnana ad un suo Figliuolo prima di morire [34], nel quale le invettive sono poste in bocca allo stesso Villano, che viene enumerando tutti i vizi della popolazione rustica, come già, abbiamo visto nell’Alfabeto pavano; questa operetta del bizzarro Cortonese appartiene alla classe dei testamenti burleschi tanto comuni nella letteratura popolare [35], e certamente dovette avere una grande diffusione tra il popolo, perché la troviamo fedelmente riprodotta nel primo ventennio del nostro secolo nel libro del Placucci sugli Usi e pregiudizi de’ Contadini della Romagna. E che il Placucci avesse sotto gli occhi nello scrivere il «Testamento del Contadino» la satira del Moneti, appare evidentemente dal confronto dei due testamenti burleschi che noi brevemente verremo facendo:

Moneti.

Prima l’entrata io lascio a te d’ogni anno

Che sorella minore è dell’uscita

...

In virtù di legato ancor t’assegno

er tuo pedante l’asino col basto

...

Tutore il cane, e per le cose tue

Esecutor testamentario il bue.

Al grano, ed alla paglia del Padrone

Non ci lasciar le femmine accostare

                  ...

      Placucci [36]

Germana dell’uscita io lascio a te l’entrata

...

A te pedante nomino l’asino immantinente

Tutore il can fedele; e il lento bue paziente

Esecutore voglio testamentario ancora.

...

Al grano ed alla paglia del credulo padrone

Non abbian le tue donne soverchia divozione

ma basteranno queste concordanze tra i due componimenti, per dimostrare che «le patrie cronache della Romagna altera» da cui il Placucci dice di aver tratto il burlesco testamento del villano si identificano coll’operetta del Moneti, e che questa deve aver avuto una grande diffusione. Abbiamo detto che le invettive sono poste in bocca allo stesso villano; crediamo opportuno di riferirne qui i passi più caratteristici:

LXXIII.

Quel comun detto: chi la fa l’aspetti,

E’ un mal che infetta tutti noi villani

Che nel farsi, e rifarsi onte, e dispetti

Meniamo ora la lingua, ora le mani,

Per tristo genio par che a noi diletti

Contra la specie d’esser inumani.

LXXV.

Di rustica progenie siamo nati

E tali esser convien sino alla fossa,

Del più rozzo, e vil fanno generati

Con torbido cervello, e sangue, ed ossa;

Di certa pelle e di cotenna armati.

Che non l’ha forse l’asino sì grossa,

E tanto ancor nella durezza eccede,

Che può servir per suol di scarpa al piede.

e oltremodo faceta, per quanto triviale, è la raccomandazione ultima che il villano moribondo fa al figliuolo. Altre poesie satiriche contro i villani abbiamo raccolto nell’Appendice, parte inedite, parte riprodotte da rare stampe, che dimostrano come la corrente satirica contro di essi, che diede origine a tanti componimenti nella letteratura popolare, sia stata prodotta da cause molteplici favorita tanto dalla plebe quanto dalla classe colta delle città. Vedremo, studiando il tipo del villano nella novella, quanto favore godesse pure tra il popolo la corrente satirica positiva, ma prima sarà opportuno che rintracciamo le cause che hanno prodotto questa inversione della satira.

Note

________________________

 

[1] Questa poesia satirica contro i villani deve aver goduto una grande popolarità, perché l’origine ridicolissima e molto umile attribuita ad essi, è spesso ripetuta dai loro detrattori; certamente il Folengo, che tanto copiosamente attinse alla tradizione popolare, ricordava la «ragione» del cantastorie pavese, perché nell’Orlandino [capo V, strofe 57-58] accorda ai villani la stessa origine:

Passava Giove per un gran villaggio

Con Panno, con Priapo e Imeneo,

Trovan che un asinello in del rivaggio

Molte pallotte del suo sterco feo.

Disse Priapo: questo è gran dannaggio:

Tu, Domine, fac homines ex eo.

Surge, villane, disse Giove allora

E il villan di quei stronzi salta fora.

Ed in quel punto istesso quanti pani

Fur di letame o d’asino o di bove,

Insurrexerunt totidem villani

Per tutto il mondo a far delle sue prove;

Cioè pronte in rubar aver le mani

E maledire il ciel, quando non piove,

Esser fallaci, traditor maligni

Di foto e forca per soi mirti digni.

Una origine simile è attribuita nella tradizione popolare ai friulani; vedi Bernoni, Tradizioni popolari veneziane, Venezia, 1875, puntata 1a, pag. 8: «Come xe nata la nazion dei Furlani ». «Un giorno San Pietro, andando a spasso col Signore, lo prega, dacché ha creato tante nazioni, di fare anche quella dei Friulani; il Signore gli osserva che i Friulani saranno cattivi e bestemmiatori, e per dimostrarlo, discende da cavallo e col piede tocca dello sterco di cane, da cui salta fuori un Friulano: Pofardio (el dise sto furlan) so’ qua ancia io’». «Astu visto, el Signor alora ghe dise a San Piero, se xe vero che i biastema? Ben, za che i ghe xe, che i ghe staga anca lori. E cussi xe nata la nazion de’ Furlani».

[2] L’asino, che nella favola è sempre l’oggetto dello scherno e dei sorpresi degli animali forti e prepotenti (negli Animali parlanti del CASTI, per un intento satirico speciale, è innalzato alla dignità di precettore del principe ereditario) si trova spesso nella satira accomunato col villano; il FOLENGO nell’Orlandino [cap. II strofa 29] li dice cugini, forse anche qui ricordando le parole di Matazone:

Vedeste mai qualche poltron villano

Poltron s’appella di suo proprio nome,

Discalzo cavalcar il suo germano

L’asino dico, a mezzo inverno, come

Spesso mena le gambe, quale insano

Acciò di borea il spirto nel dome.

Nel Catorcio d’Anghiari di Federico Nomi è narrato [canto VII, pag. 103] lo strano connubio di un asino con una villana, da cui nasce il mostro Miccione, mezzo uomo e mezzo asino, che diventa poi marito della villana Sandra:

Dicono che una donna empia ignorante

Come sono d’ordinario le villane,

Sprezzando altiera ogni altro caldo amante

Per un somier sentì voglie ben strane...

e nel Nuovo Thesoro de’ Proverbji italiani di Buoni Thomaso, Venetia, 1604, pag. 372: «L’asino è un animale tutto pigro, tutto ostinato, tutto pieno di villania, degno della villa... accompagnato sempre da buon bastone, et la sua guida è un villano pur anco egli voto d’ogni discretione...». Sull’asino nella leggenda ha parlato il Finzi nel noto opuscolo; lo Straparola, Le tredici piacevolissime notti, Venetia, Zanetti, 1604 (notte X, nov. 2) ci raffigura l’asino che riesce coll’astuzia, vincitore nella lotta impegnata col leone.

[3] Fu pubblicato da F. Michel, Paris, 1833, e da A. Jubinal, Des XXIII Manières des vilains, pièce du XIIIe siècle, accompagnée d’une traduction en regard, suivie d’un commentaire par Eloi Johanneau, Paris, 1834.

[4] Questa parodia delle Litanie è uno dei più caratteristici componimenti che abbia prodotto l’irriverente vena satiricaparodica nel medio-evo, ed appartiene a quel genere speciale di produzioni «farsite», cioè composte di volgare alternato colle parole del testo sacro, a cui appartengono pure i «Pater noster» satirici contro i villani. Vedi sulla parodia sacra nelle letterature moderne lo studio già ricordato del Novati negli: Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1875, pag. 175. Molto più recente è la parodia delle Litanie contenuta nel Catechisme à l’usage des grandes filles qui souhaitent se marier (Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, aux femmes, au mariage, et de livres facétieux par M. LE C. D’I***, Turin-Londres, 1871, vol. II, pag. 141):

      Kyrie, je voudrais

      Christe, être mariée

      Kyrie, je prie tous les Saints

      Christe, que ce soit demain.

[5] Veramente bizzarra è l’enumerazione dei mali che si invocano da Dio sui villani, e si potrebbe comparare a quella non meno bizzarra della Lauda de l’infirmità, di Iacopone da Todi:

      O Signor per cortesia

      mandarne la malsania

      a me la freve quartana

      la continua e la terzana

      la doppia cottidiana

      colla grande idropesia

      a me venga mal de dente

      mal de capo mal de ventre

      a lo stomaco dolor pungente ecc.

[6] Wright, Op. cit., pag. 53: Des vilains. Vedi anche il fabliau: «Le pet au vilain» di Rutebeuf (Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, III, 68).

[7] Wright, Op. cit., pag. 49: Satire on the men of Stokton, satira politica contro i servi del monastero di Stockton (contea di Durham); vedi pure dello stesso. Histoire de la Caricature et du Grotesque, pag. 162-163.

[8] Nell’«oremus» dell’Officium luserum è detto: «Omnipotens sempiterne deus, qui inter rusticos et clericos magnam discordiam seminasti, praesta, quaesumus, de laboribus eorum vivere, de mulieribus ipsorum vero... semper gaudere». Bartoli, Storia della lett. it., vol. I, pag. 285, nota 3. E l’autore del fabliau «De Gombert et des II Clercs» dopo di aver narrato il brutto tiro giuocato ad un villano da due chierici che egli aveva ospitati, consiglia ironicamente i mariti a negare l’ospitalità ai chierici.

[9] Jubinal, Jongleurs et trouvères, Paris, Merklein, 1835, pag. 107.

[10] Nel Catalogue de la Bibtiothèque de M. Libri, Paris 1847, è fatto risalire al 1470 circa; questo Contrasto è ricordato anche dal D’Ancona, Op. cit., vol. II, pag. 561, e dal Brunet, Manuel du Libraire, pag. 203, che ripete la data sopradetta.

[11] Esiste manoscritto nel cod. 443 del sec. XV, della Regia Biblioteca di Monaco di Baviera, fol. 160, nel quale fa seguito alla novella «De uxore cerdonis a presbytero compressa». Vedi Halm et Laubmann, Catalogus codicum latinorum bibl. regiae monacensis, Monachii, 1868. La stessa biblioteca ne possiede pure una rarissima stampa [s, a. 126] adesp. 4 fogli non numerati, s. d. n. 1. (cm. 20 x 14), car. rom. con segnature rosse nei fogli 1r. 2r. 3r., che noi abbiamo potuto vedere qui per la cortesia di quel Bibliotecario, Dr Enrico Simonsfeld, al quale rinnoviamo i nostri cordiali ringraziamenti.

[12] Questo Contrasto è sempre menzionato col titolo di «Altricatio » invece di «Altercatio»; ignoriamo se l’edizione di cui noi parliamo sia quella descritta nel Catalogo Libri e nel Repertorium Bibliographicum dell’Hain, ma essa certamente non è posteriore all’anno 1470, da quanto appare dalle particolarità tipografiche

[13] Anche nella Disputatio Mundi et Religionis il Papa è Chiamato a pronunziare la sentenza. V. D’ancona, Op. cit., II, pag. 549, nota 1.

[14] Nelle commedie rusticali dei Rozzi sono frequentissimi questi Contrasti, particolarmente del «Villano» e dell’«Oste» (padrone) dinanzi al giudice.

[15] Nella strofa VIII è detto di essi:

      Sunt a cure rusticani

      et a villa sunt villani.

Ciò contrasta con quanto abbiamo notato più addietro, e dimostra come la corrente satirica contro i villani tendesse ad unire il concetto delle loro rozze maniere con quello del loro vivere lontano dalla vita civile; così nel Flabel d’Aloul la moglie del villano grida:

      Bien vous noma à droit vilain

      Cil qui premiers noma vo non

      Par devit avez vilain à non

      Quar vilain vient de vilonie.

Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, vol. III, 26; e in quel violento sonetto del Pucci, contro i villani, ricordato dal Novati:

      Cristo abbia l’alme di quelle persone

      Che chiamar prima il Contadin Villano

      E poi facciasi allegro, grasso e sano

      Guanto quel detto è posto con ragione.

      ...

Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla Burchiellesca, Londra, 1757, pag. 214.

[16] Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque pag. 121-128. Si ricordi anche il fabliau Des chevaliers, des clercs et des vilains. Due cavalieri giungono, cammin facendo, in un luogo delizioso e la vista incantevole strappa loro questa esclamazione: «Oh! se avessimo qui delle vivande delicate e dei vini generosi!» Due chierici, giunti nel medesimo luogo, esclamano: «Quanto saremmo felici di avere al nostro fianco in questo paradiso terrestre la nostra dama!» Da ultimo arrivano due villani sui quali la bellezza della natura non fa alcun effetto, e sulle loro azioni è bene non insistere. La satira sta intieramente nel duro contrasto tra i sentimenti delle due prime classi e il ributtante contegno della più spregiata, quella dei villani; la parte più poetica è qui riservata ai «clercs», a cui appartiene senza dubbio l’autore del fabliau.

[17] Poésies inédites du moyen-âge, Paris, Franck, 1854, pag, 317.

[18] Ibidem, pag. 341. – Nella stessa raccolta del Du Mèril appartiene pure alla satira contro il «Villano» il poemetto De Paolino et Polla del giudice venusino Richardus, e che giustamente dal Du Méril è detto «uno dei saggi meno imperfetti della letteratura drammatica anteriore al Rinascimento» L’argomento del poemetto ci è esposto dall’autore nei seguenti versi:

      Materiam nostri, quisquis vis, nosce libelli,

      haec est: Paulino nubere Polla petit,

      Ambo senes; tractat horum sponsalia Fulco».

Questo comicissimo soggetto è trattato con molto brio dall’autore, che certamente ha voluto dipinger sè stesso nel Fulcone che è incaricato dalla vecchia, innamorata di Paolino, di concludere il matrimonio; Fulcone le domanda quale dote porti al futuro sposo:

      Alveoli veteres non melle carere feruntur

      tu quoque denarios, ut meditamur, habes,

      e le fa un’umoristica apologia della potenza dell’oro. La vecchia, poco lusingata da questo complimento, si decide a malincuore a fare l’enumerazione dei beni da lei posseduti:

      Septem gallinas cum gallo quae generare

      non cessant...

Notiamo qui che nel vol. miscell. S. B. V. VII. 14 dell’Ambrosiana si legge pure un’altra coreica descrizione del corredo nuziale di una villana: Nova | Cipolata | in lingua rustica | Dove si tratta di Maritare Suanina, et tutto | quello se gli vuol dare per Dotta |, Milano, Pandolfo Malatesta, 1616. Fulcone cerca di persuadere Paolino a sposare la vecchia, ma Paolino si scaglia contro le donne, causa di tutti i mali, e siccome Polla è una villana, ecco come dipinge la classe dei rustici:

      In toto mundo vix peior bestia vivit

      reptilibus cunctis vrlior ipse manet.

      Tam mala res usquam puto quod non inveniatur.

      Aera cum flatu, corpore foedat humum

      ...

      Non homo sed pecus est qui non perpendit honorem

      est ideo fatuus quisquis honorat eum.

      ...

      Non precibus, sed verberibus, terrore minisque

      rusticus assiduis aggrediendus erit.

      ...

      Esse reus mortis deberet quisquis honorat

      villanum, et titulis intitulare studet.

[19] Jubinal A., Nouveau recueil de contes, dits, fabliaux et autres pièces inédites des XIII°, XIV et XV siecle, Paris, 1839, vol. I, pag. 181.

[20] Confronta queste accuse con quelle lanciate contro i villani nel Libro de Alexandre, strofa 1665:

      Lauradores non quieren derechamientre dezmar

      Amanse unos a otros escarnias se buscar:

      Buscan so dia negro quando estan de vagar

      Suel mucha cobdicia entrellos entrar.

  Sanchez, Poetas catellanos anteriores al siglo XV, Madrid, 1864. Il Meyer [Romania, IV, 385] ricorda alcuni altri componimeni di questo genere; nel frammento di poema sopra le classi sociali da lui pubblicato, vengono primi nell’enumerazione:

      le clercs qui les corunes unt

i quali devono pregare per i laici; poi vengono i cavalieri che devono difendere il paese dagli infedeli, e da ultimo i villani:

      Puis establi le vilain

      Pur gaanier as altres pain;

questa divisione è ripetuta nel Des Putains et des Lecheors; Wright, Op. cit., pag. 60:

      Quant Déex ot estoré le monde,

      ...

      Trois ordres establi de genz,

      ...

      Clers et chevaliers, laboranz.

      Les chevaliers toz asena

      As tenes, et as clers dona

      Les aumosnes et les dimages;

      Puis asena les laborages

      As laboranz, por laborer.

E nella «Consultatio sacerdotum»,Wright, Latins poems..., p. 179 (citato dal Bèdier, Les Fabliaux, Paris, Bouillon, 1893, pag. 361):

      Laborare rusticos, milites pugnare

      ussit, ac praecipue clericos amare.

Vedi pure Li Mariages des Filles au Diable, Jubinal, Op. cit., pag. 283 e Les OEuvres facétieuses de Noël du Fail, Paris, 1874, tom. I, pag. 7-10.

[21] Assai popolare dovette essere nel secolo decimosesto questa operetta che appartiene a quel ciclo di componimenti satirici a cui si ricollegano Le Malitie delle Donne scoperte dal Gobbo di Rialto, della misc. marciana 2213, 3, riprodotte dal Menghini, e il cui ritornello, come avverte il Morpurgo, fu parodiato in una canzonetta satirica contro i villani (il Morpurgo ha ristampato per Nozze Cassin-D’Ancona, Firenze, 1893, un’altra poesia satirica intitolata pure «Le Malitie delle donne» che non ha nulla di comune con quella della misc. marciana) e le Malitie dei Villani, assai più note sotto il nome di Sferza dei Villani che noi riproduciamo in Appendice. La Biblioteca Trivulziana possiede due edizioni delle Malitie delle Arti; la prima, di cui abbiamo qui sopra riferito l’ottava cinquantesimaquarta, diretta contro i villani, è un opuscoletto di settantadue ottave; dopo il titolo Le Malitie di Tute l’arte segue una rozza silografia rappresentante varî attrezzi, e comincia:

      Emprima io laudo te signor di gloria

      e finisce colla chiusa solita di questi componimenti popolari:

      fornita è questa storia al vostro honore.

      Da una nota manoscritta è detto: Ottave di Giampietro Salvetti (sec. XVI) di Pistoia, stampate in Firenze nel 1562. L’altra edizione ha per titolo: Historia nuova | delle Malitie, e Astutie, et | Inganni, che usa ciascheduna arte. Composte | in ottava rima et novamente stampate, poi sei piccole silografie rap. lavori campestri, s. d. n. l., due fogli, doppia colonna, car. rom. sec. XVI; in questa i villani non sono nominati. Il D’Ancona e il Milchsack ne ricordano un’altra edizione del 1555.

[22] Le Satire alla Carlona di M. Andrea da Bergamo, Vinegia 1546, vol. I, pag. 60, satira XIII.

[23] Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, 1882, vol. 1, pag. 325.

[24] Questa «Frottola» (del sec. XVI°, 3 fogli a 3 col. s. d. n. l. adesp. 21 x 16), dopo il titolo ha nel primo foglio la medesima silografia preposta al «Contrasto del matrimonio de Tuogno e della Tamia» ricordato dallo Stoppato, Op. cit., pag. 102. La grande diffusione che nel principio del sec. XVI ebbero queste produzioni popolari, non permetteva per ognuna di esse l’intaglio di una speciale silografia, e perciò molte volte possiamo venire a conoscere il luogo di origine di alcune di esse, per mezzo di queste ripetizioni di silografie tolte da operette più note.

[25] Carmina illustrium poetarum italorum, tomo X, pag. 202.

[26] Anche il Garzoni, un secolo circa, dopo il Vegio, dopo di aver nel suo curioso libro La Piazza universale di tutte le Professioni del mondo, Venetia, 1587, ricordate le lodi che gli scrittori dell’antichità avevano tributato alla sita campestre proclamandola più invidiabile di quella cittadina, soggiunge: «Con tutte le preminenze et lodi ch’hanno gli Agricoli della terra se io tacessi, Momo mi accuserebbe per partiale; onde è forza contare tutte quelle che io mi ricordo, per fuggir le calonnie di costui; come che il contadino o villano è da meno che un plebeo, perché il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento... Il villano è sordido quanto dir si possa... si muta di camiscia se non allo spontar delle luserte, o al rinovar «della pelle che fanno i serpenti, o delle corna come fanno i cervi, la qual cosa avviene una volta l’anno... I villani hanno ancora comunemente la conscienza grossa, et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione, che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni... che gli induce a fornicar volentieri con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partirsi da messa innanzi all’Ite missa est»... Hoggidì sono i villani astuti come volpi, malitiosi come la mala cosa, pieni di magagne come il cavallo del Gonella..., e quando si dice villano, tanto è dire, come se alcuno dicesse Barraba fra’ ladri, Euribato fra’ furbi, Procuste fra gli assassini, Harpalo fra sacrilegi, perché non regna in lui comunemente ne conscienza, nè ragione, essendo un bue nel discorso, un asino nel giudizio, un cavallaccio nell’intelletto, un affanna nel sentimento grasso più che il brodo dei macheroni, eccetto che nel male è peggior di un mulo, havendo tanta malitia che lo copre tutto da capo a piede. Per questo il villano è battezzato con tanti nomi di rustico, di tangaro, di serpente, di madarazzo, d’irrationale, di ragano, di villan scorticato, e di villan Cucchino che più dispiace a loro che ogn’altro vocabolo»

[27] È il cod. 1393, cart. del sec. XV di carte 187; contiene, come già abbiamo detto, a c. 112-114r. la satira De Natura rusticorum, edita dal Novati; è descritto dal Biadego, Catalogo descrittivo dei Manoscritti della Biblioteca comunale di Verona, Verona, 1892, pag. 37. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del prof. conte Carlo Cipolla.

[28] «E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene, che la zappa e la vanga e le grosse vivande et i disagi, tolgano del tutto ai lavoratori della terra i concupiscevoli appetiti, e rendan loro d’intelletto e d’avvedimento grossissimi ». Boccaccio, Decamerone, giornata III, Nov. I. Queste parole di Filostrato sono ripetute nell’Heptaméron des nouvelles de très haute et très illustre princesse Marguerite d’Angoulême, royne de Navarre, Paris, 1858, nov. XXIX: «Je ne trouve point etrange, dist Parlamente, que la malice y soit plus que aux autres, mais ouy bien, que l’amour les tourmente parmy le travail qu’ilz ont d’autres choses...».

[29] Attilio Portioli, Le Opere Maccheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1892, Volume I, Maccheronica VII, pag. 186:

                                             ... quid socia ligone

      Vomere et attrito rigidas subvertere glebas

      Rustica progenies aspirane grandibus ambit?

      En pastus siliquas, paleis caput obrutus, et qui

      Non nisi festivo tellurem tempore sputis

      Inficit, abiectus, sordens, alienus ab omni

      Morigero culto, tantum suefactus aratro,

      Aut stimolare boves, aut stercus fundere campis...

 

Maccheronica XI, pag. 257:

      Est sacrificium sanctum ammazzare vilanos.

      Sanguine vult (Baldus) spadam nec spegazzare vilano.

 

E a pag. 261, parlando delle devastazioni portate dalla grandine:

      Poltronos facit haec se desperare vilanos.

      ...

      Audis gaioffos tali pro sorte vilanos

      Blasphemare Deum, coeloque ostendere ficas.

 

E nell’Orlandino, cap. V, ottava LVI:

      Perch’esser al villan crudo e severo

      Altro non è se non bontà e clemenzia;

      Anzi dirò che un fusto grosso intero

      È quello che gli spira gran prudenzia:

      Dalli pur bastonate sode e strette

      Che non si ha di guarirlo altra ricetta.

dove è ripetuto il notissimo proverbio degli Alfabeti e di tutte le altre poesie satiriche contro i villani.

[30] Anche nella poesia popolare tedesca sono frequenti le lodi all’utilità del contadino. Ricordiamo i canti n° 1-6 editi dal Bolte nella raccolta ricordata.

[31] Sono note le lodi esagerate che gli tributarono i contemporanei, che lo dissero «secondo Virgilio»; particolarmente interessante per il nostro studio è l’egloga quarta, tra le dieci di cui si compone l’opera sua giovanile Adolescentia, intitolata «De disceptatione rusticorum et civium» nella quale un villano narra a un altro quale sia l’origine della diversità di condizione tra la popolazione della città è quella del contado, come gli ha raccontato un giorno Aminta: Il Creatore, dopo tre lustri da che aveva posti Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, scende un giorno sulla terra e domanda ad Eva di vedere la loro prole; Adamo era assente e la nostra prima madre, temendo che i nati non sembrassero troppo numerosi al Divin Padre, ne nasconde alcuni nel fieno, e gli presenta i più grandicelli a cui il Creatore dispensa gli onori terrestri; la madre, incoraggiata da questa buona accoglienza, corre a prendere gli altri, e li presenta così com’erano, coperti di strame e di ragnatele, al Creatore:

      Non arrisit eis, sed tristi turbidus ore:

      Vos foenum, terram, et stipulas, Deus inquit, oletis;

      Vester erit stimulus, verter ligo, pastina vestra...

      L’altro villano risponde che Aminta, essendo cittadino, segue il costume della gioventù urbana di deridere i villani, ma che invece gli abitanti della campagna sono da preferirsi per la loro innocenza a quelli della città, di cui enumera lungamente i vizi:

      Insanis, Fulica, insanis, tot in urbibus hostes

      Sunt tibi quot cives, hi nos tondentque pilantque

      Non habita nostri capitis catione coarctant.

[32] Confronta questa accusa d’irreligiosità fatta dal Folengo ai villani, colle lodi che invece il Mantovano tributa alla loro pietà nell’egloga VIII «De rusticorum religione».

[33] È degno di osservazione il fatto di veder qui i pastori trattati nella satira assai peggio dei villani, mentre vedremo nella drammatica popolare dei Rozzi e nel dramma pastorale continuamente distinte le due classi, e il villano rappresentato sempre come disturbatore degli amori idillici dei pastori, ufficio che più tardi fu assegnato al satiro. Anche il Bolte ha osservato come avvenga ben presto nella poesia pastorale questa disparità di trattamento tra i villani ed i pastori: «Den meisten dünkt der Abstand zwischen dem vergilischen Ideal und der gemeinen Wirklichkeit zu gross, und sie verfallen auf den seltsamen Ausweg, die Landbevölkerung in zwei Gruppen, edle Schäfer und grobe Bauernrüpel, zu teilen. Für die letzteren haben sie nur stolze Zurückweisung oder Hohn» Bolte, Op. cit., pag. 8. In un poemetto rusticale di Ferdinando Franchi, intitolato Gli Sciali dei Contadini del Piano (sec. XVIII) e inteso a satireggiare la voracità dei villani, vediamo il perdurare, in questo genere di componimenti, di questa distinzione:

      Le sontuose mense dei villani,

      le feste, i balli e le allegrie io canto

      non già di quei che con industri mani

      fendono al vago colle il duro manto,

      ma sì de’ malcreati pianigiani

      che sopra tutti han di rapaci ’l vanto:

      razza ignorante e rustica nazione,

      che duro più dell’asino ha ’l groppone.

Ma avremo occasione più tardi di ritornare su questo argomento; dacché abbiamo ricordato il poemetto del Franchi, non sarà fuor di luogo che riproduciamo qui la descrizione curiosa ch’egli fa di un pranzo nuziale di contadini. Appena è portata la minestra in tavola:

XXIV.

      Getta la turba a cotal vista un grido

      grido di gioia e di letizia adorno

      che ne rimbomba ogni vicino lido

      e ne trema la terra intorno intorno

      giunge perfino dentro al Regno infido,

      ...

      e nelle ombrose solitarie selve

      le feroci spaventa orride belve.

XXV.

      Vedeste mai rabbioso stuol di cani

      da cruda fame oppressi e tormentati

      dal ferro uccisa belva a brani a brani

      divorarsi coi denti smisurati?

      ...

      sono cotali que’ villan cornuti

      che per vantaggio lor son molto astuti.

XXVII.

      ...

      O razza buscherona contadina,

      o rustica progenie seonsagrata!

      laggiù nell’eternale atra fucina

      la moglie di Pluton t’ha ingenerata!

      Ingolleresti tutta la cucina,

      mangeresti un demonio in cartonata.

      Questo poemetto fu pubblicato da G. Nerucci nell’Archivio per le trad. pop., vol. II, pag. 294.

[34] La Cortona Convertita del Padre Francesco Moneti con la Ritrattazione ed altri bizzarri componimenti poetici del medesimo autore, Amsterdam, 1790, pag. 292. – Il Moneti scrisse anche una satira Della vita e costumi de’ Fiorentini, ristampata nel n° 8 della Bibliotechina Grassoccia

[35] Il Rossi illustrando un componimento di questo genere che si trova nelle Lettere del Calmo (Le lettere di M. A. Calmo, Torino, Loescher, 1888, pag. 149) annunziò di aver raccolto un gran numero di questi testamenti umoristici; speriamo ch’egli attenga presto la promessa fatta di trattare ampiamente di questo argomento tanto caratteristico della letteratura popolare. Ricorderemo qui solo alcuni dei più noti. Che il protagonista di questi testamenti umoristici fosse molto spesso il Villano, e ch’essi fossero recitati dai buffoni e dai giullari per dar spasso nei conviti alle liete brigate, ci è attestato dal Garzoni, La Piazza universale, cap. dei Buffoni, pag. 352: «Hor ne’ moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili sono più ingombrate di buffoni, che d’alcuno specie di virtuosi; e quella Corte par diminuita, e scema, dove non s’oda, o non si veda un Caraffula, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia tratenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatele, con mocche, all’honorata udienza, che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di Barba Mengone, e di Pedrazzo; adorna l’instromento, che fa Sier Cecco di parole più grosse, che quelle del Cocai... parla di medicina come un Mastro Grillo...». Oltre il noto Testamentum asini pubblicato dal Novati nei Carmina m. e., ricorderemo i seguenti altri:

I. Desperata: Testamento: et Tran | sito de Gratios da Bergem | per venturina de val Lu | gana. Composta per el dottor Farina: | Cosa da crepar | dal ridere... In Venetia per Stephano Bindoni, 1554, Miscell. marciana 2213, 5:

      ...

      E lagi, mi brigadi, a i me paret

      un per de scarpi vechi senza suoli

      che combri za tre agn per do marchet

      ...

      E sto gabà el lagi e la gonella

      al spicial fò da San Salvador

      perché i robè una volta una porcella...

II. Il Testa | mento de Zuax Polo | alla schiavonescha col nome | del noder et di testimonii et i comessarii con l’epitaphio che | va sopra la sepoltura et | un sonetto molto ridiculoso. Miscell. marc. 195, 7.

III. El contrasto del matrimonio de Tuogno e de | la Tamia el quale e Bellissimo et novamente composto da ridere et sgrignare ecc. | | Item un bel testamento de un altro | villan da bavere grande piacere: | et el Pianto de la Tamia, poi segue una silografia rappresentante quattro villani che si appellano davanti al giudice. Del Contrasto ha parlato lo Stoppato; nel testamento burlesco Tuogno lascia sua erede universale la Tamia:

      el corpo me a le grole

      e l’anima a chi la vole.

IV. Il Testamento i di M. Latantio | mescolotti | cittadin del Mondo. Miscell. Marc. 2208, 12:

      Lascio a color che sono innamorati

      mille rivolgimenti di cervello

      ...

      L’otio a’ Poeti, et a i poveri la fame

      Lascio ch’ognun d’estate goda il caldo

      Item lascio le scuse a i debitori.

Vedi Guerrini, La Vita e le Opere di G. C. Croce, Bologna, Zanichelli, 1879, Saggio bibliografico n° 258. Confronta anche nel medesimo i testamenti burleschi dei numeri 139, 220, 252, 256, 257.

V. Testamento novamente | fatto per Messer | Faustin Ter | dotio Miscell. Marc. 2147, 3:

      el capello ai tignosi

      li capilli ai tosi

      le orecchie a i sordi

      il cervello ai balordi

      il lassa ai cechi gli occhi

      ai zaltruni i pidocchij

      la lingua dona ai mutti

      e la vesica ai putti.

Questo testamento burlesco è ricordato dal Rossi, Lettere di M. A. Calmo, Appendice II. Il Rossi ha pure pubblicato un altro testamento burlesco satirico nell’Intermezzo, Rivista di Lettere, Arti e Scienze, Anno I, Alessandria, 1890, pag. 629.

VI. Un altro testamento burlesco è nell’atto quarto della Tragicomedia di Squaquadrante Carneval et di Madonna Quaresima..., Brescia 1544 (Vedi la descrizione bibliografica di quest’operetta in: Luigi Manzoni, Il libro di Carnevale dei sec. XV e XVI, Bologna, Romagnoli, 1881, Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLXXXI), operetta che da una nota manoscritta dell’esemplare posseduto dalla Trivulziana è attribuita a Filippo Ferroverde Pittore senese, e che continua ad essere ristampata per il popolo (V. Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, Bernardoni, 1853, parte I, pag. 178 e 188); e molti altri ne ricorda il Nisard nell’Histoire des Livres populaires ou de la Litérature du colportage, Paris, 1864, tomo I, cap. VI. Ricordiamo pure: La Farce de M. P. Pathelin avec son Testament à quatre personnages, Paris, 1723. Nel volume miscell. S. B. V. vi. 65 dell’Ambrosiana si legge pure un testamento burlesco, che ha il seguente titolo: Vita e testament de l’Omm de preja, Milano, 1850.

[36] Usi e pregiudizi de’ Contadini della Romagna, operetta seriofaceta di Placucci Michele, Forlì, Barbiani, 1848, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. III, pag. 486; fu poi ristampata dal Pitrè, Palermo, Pedone, 1885, nel vol. I delle Curiosità popolari tradizionali.

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010