Domenico Merlini

Saggio di ricerca

sulla satira contro il villano

Edizione di riferimento

Satira contro il villano, a cura di Domenico Merlini, Loescher Editore, Torino 1894

CAPITOLO I.

CAUSE CHE DETERMINARONO QUESTA

SATIRA. LA CONDIZIONE ECONOMICA

DEI VILLANI NEL MEDIO EVO.

Uno dei tipi più caratteristici e più moti nella letteratura popolare medioevale è senza dubbio il «Villano», che incontriamo in una straordinaria quantità di componimenti satirici degni di essere studiati, se non per la loro poca importanza letteraria, almeno per la luce che possono portare alla, conoscenza dei rapporti fra le diverse classi sociali nel medio evo. Soltanto la satira contro le malizie delle donne, colle quali i Villani hanno avuto molte volte comuni i capi d’accusa, e quella contro la corruzione del clero, possono paragonarsi in fecondità ed in violenza a quella assai copiosa di cui furono fatti bersaglio i poveri coltivatori del suolo. Oggetto del più profondo disprezzo da parte dei signori per i quali erano composte le poesie satiriche dei menestrelli, i villani furono colpiti con non meno feroci invettive dagli appartenenti alle altre classi sociali, e specialmente dalla plebe cittadina, per quell’antagonismo assai vivo che ha sempre diviso gli abitanti della campagna da quelli della città, e che nel medio-evo era inasprito da speciali ragioni economiche. Da quali cause fu originata questa satira feroce contro i villani? Ecco la questione più difficile a risolversi in questa nostra ricerca.

Lo Stoppato [1] aveva promesso di dedicare un capitolo speciale del suo lavoro annunciato sul Ruzzante allo studio del tipo del villano nella letteratura popolare durante il medio-evo; ma la morte immatura che l’ha rapito, non ha permesso ch’egli mandasse a termine il suo divisamento. Il Novati [2], illustrando una poesia medioevale satirica contro i villani «De natura rusticorum» [3], ha ricordato un buon numero di queste produzioni satiriche contro i villani del medio-evo, ed egli pure si è domandato: «Perché i miti abitatori dei campi, quei coloni che il buon Virgilio chiamava pii, presso i quali la giustizia aveva soffermato il piede ancora un istante prima d’abbandonare la terra per sempre [4], essi la di cui semplicità ed innocenza sono esaltate a gara da tutti gli scrittori antichi, divengono per le generazioni del medio-evo i malvagi villani pieni di ogni malizia, degni di ogni vitupero contro i quali tutto è lecito, poiché per essi nulla esiste di sacro, di venerando? Perché l’odio popolare giunge perfino a designarli complici, anzi autori del più atroce fra i misfatto, di aver crocifisso Gesù Cristo? [5]. Perché per tanti secoli non una voce si leva a difenderli? La questione è assai ardua, nè si comprenda facilmente la cagione di un odio così tenace, che si effuse in tante poesie burlesche, in tanti proverbi e motti, in tante satiriche novelle, contro questa umile classe, la quale considerata pari agli animali domestici e venduta e rivenduta colla terra che coltivava, ebbe a soffrire più che le altre tutte nell’età media: per la quale le stesse libertà comunali furono vano nome».

Rintracciare le cause principali che possono aver generato e favorito questa satira contro il villano, e tentare di fissare e di ricostruire la figura di questo tipo curioso, seguendone le vicende nei numerosi componimenti satirici in cui lo troviamo tratteggiato, ecco quanto noi ci proponiamo di fare in questo nostro studio. Ed anzitutto osserveremo come sia necessario distinguere due correnti opposte in questa satira contro il villano, che si manifestano ben presto, e forse contemporaneamente, e che molte volte più che uno sdoppiamento della, medesima figura, ci farebbero supporre l’esistenza di due tipi ben distinti del villano; ma esse invece, come vedremo, corrispondono evidentemente a due fonti diverse di produzioni che hanno per oggetto il medesimo tipo. Da una parte abbiamo la corrente, che chiameremo negativa, a cui appartengono tutti i componimenti satirici nei quali è riflesso il disprezzo del mondo aristocratico e della plebe cittadina verso il villano nel medio-evo; dall’altra la corrente opposta, e che chiameremo positiva, nella quale la fantasia popolare si impadronisce di questo tipo caratteristico di «vinto della società» per crearne il rappresentante degli oppressi, che, valendosi dell’astuzia riconosciutagli dai suoi schernitori, riesce con quest’arma vincitore dei suoi potenti e brutali avversari. Questa inversione della satira contro il villano si è compiuta quasi insensibilmente nella coscienza medioevale; perché, come vedremo, le qualità positive per le quali grandeggia nella fantasia popolare fino a confondersi con leggendari personaggi creati come lui dal sentimento di rivolta degli oppressi contro gli oppressori, non sono che la conseguenza naturale della esagerazione delle cattive qualità attribuitegli dalla satira negativa. Queste due correnti ci rappresentano da una parte il villano vittima delle burle più grossolane e dotato di tutti i vizi che la più bizzarra fantasia ha potuto immaginare, tra cui primeggia una volpina astuzia contro cui è impossibile lottare; dall’altra invece, nel concetto stesso dei suoi detrattori, riesce, appunto colla sua malizia, ad ottenere vittoria sugli avversari che gli sono attribuiti nella tradizione popolare. Ma avremo occasione di ritornare più a lungo su questa inversione della satira, studiando la figura del villano nella novella, in cui appaiono ben distinte queste due correnti satiriche di cui abbiamo ora parlato.

Per ora ci fermeremo alla satira negativa, e cercheremo di rintracciare le cause principali che la possono aver generata.

Il Wright [6], parlando delle cause inesplicabili che possono aver dato origine alla straordinaria quantità di invettive che nel medio-evo dai trouvères furono scagliate contro i villani, in molte delle quali troviamo manifestato dell’odio brutale, ha espresso l’opinione che queste poesie satiriche contro di essi siano state prodotte dalla cura costante dei menestrelli di guadagnarsi la benevolenza dei signori da cui erano mantenuti, e ai quali erano indirizzate queste poesie che ne riflettevano ed adulavano il disprezzo per i servi. Questa ipotesi del Wright, che ci pare più accettabile di quella messa innanzi da altri [7], che cioè la satira contro i villani originasse dalla paura che si aveva nel medio evo che questa moltitudine di oppressi non rialzasse un giorno minacciosamente la testa, è confermata da molte poesie dei «jongleurs» tra le quali basterà che ricordiamo il poemetto di Matazone da Calignano [8], di cui avremo occasione di parlare, nel quale appare evidente l’intento del rozzo cantore di rendersi favorevoli i signori, attribuendo loro un origine ben diversa da quella vilissima attribuita ai villani, coi quali è lieto di non aver più legami.

Ma per quanto giusta, questa ipotesi del Wright vale solo a spiegare una parte molto limitata dei componimenti satirici contro i villani, quella cioè che riflette il disprezzo dei signori verso i servi lavoratori del suolo; vedremo come il disprezzo verso i rustici non fosse men vivo da parte dei «chierici» e in generale di tutta la classe colta nel medio-evo [9]. E questo, oltreché per quella speciale tendenza satirica di quell’età da cui ci son pervenuti tanti bizzarri componimenti, trova una spiegazione anche nel perdurare, in epoche relativamente, della dottrina aristotelica che sanzionava la differenza sociale tra servo e padrone, come una conseguenza razionale di un diverso grado d’intelligenza. Nella letterartura italiana troviamo, a differenza delle altre nazioni, ben poche poesie satiriche contro i villani originate da questo sentimento aristocratico di disprezzo verso una classe infima; perché invece la maggior parte dei componimenti satirici contro i villani appartiene alla letteratura prettamente popolare, e fu dettata dall’antagonismo assai vivo nel medio-evo tra gli artigiani della città e gli abitanti della campagna. Il Novati osserva giustamente che «una spiegazione probabile di questa satira può trovarsi nel fatto che insieme ad una ignoranza, ad una semplicità che porgevano pronta e facile occasione di riso, la plebe cittadina rinveniva nel villano che s’inurbava una astuzia ed una sagacità grossolana, è vero, ma non sospettata; talché spesso chi pensava poterlo con impune facilità gabbare e schernire, allo stringer dei conti vedevasi contro ogni sua credenza gabbato e schernito» [10].

Questo antagonismo assai vivo che troviamo espresso in una quantità straordinaria di poesie popolari, di novelle, di proverbi, deve però essere stato originato ed inasprito da cause specilai economiche; perché in più d’una di queste composizioni satiriche popolari contro i villani nel medio-evo, troviamo frequenti accenni a questa lotta economica tra la popolazione cittadina e quella rurale. Una delle cause principali che hanno dato origine a questo antagonismo tanto vivo, deve ricercarsi, molto probabilmente, nella continua e numerosa immigrazione delle popolazioni del contado verso la città; immigrazione che ha cominciato subito dopo l’abolizione della servitù della gleba e ha continuato, si può dire, fino ai giorni nostri. La satira contro il villano che godette tanto favore specialmente nella drammatica popolare del secolo decimosesto, fu originata da cause economiche non molto dissimili da quelle che hanno creato più tardi nella Commedia dell’arte la maschera degli Zanni bergamaschi, coi quali andò a poco a poco confondendosi il tipo del Villano. E infatti tanto questo quanto quelli rappresentano, molto probabilmente, l’odio della plebe cittadina verso il campagnuolo che si inurba portando colla sua robusta opera un pericoloso concorrente all’occupazione degli artigiani della città, che si vendicano dell’intruso collo scherno di cui lo fanno bersaglio; come più tardi la plebe delle città marittime vide certamente con animo trepidante la calata in città di numerosi montanari, quasi tutti bergamaschi, che, stabilendovisi in vaste e potenti corporazioni, finivano col monopolizzare in proprio favore, per così dire, il lavoro manuale dei porti.

Abbiamo detto che questa invasione dei villani nella città ha cominciato appena dopo l’abolizione della servitù della gleba, e non sarà perciò inopportuno che diciamo alcune parole intorno alle condizioni economiche dei villani nel medio-evo. Purtroppo assai poco sappiamo su questo argomento, specialmente per la pluralità di nomi con cui viene distinta la classe rurale nel medio-evo, e per la mancanza di un lavoro speciale, come quelli che si hanno in Francia e in Germania, che illustri le condizioni delle nostre classi rurali di quei secoli. «È una lacuna grave assai nella storia italiana, dice il Cipolla, sicché noi siamo costretti a ricorrere ai lavori stranieri, che riproducono condizioni di cose simili, ma non sempre identiche alle nostre. Dobbiamo augurarci che da un lavoro d’insieme ci siano sciolti i molti enimmi, che si celano sotto i nomi indicanti le varie classi sociali dei lavoratori, o che si nascondono sotto i documenti, non sempre chiari, di livello, di enfiteusi, di precaria, ecc... [11]». I comuni italiani, osserva il Poggi, appena resisi indipendenti dalla giurisdizione comitale, si diedero tosto all’opera per abbattere le forze ostili della nobiltà feudale da cui erano minacciosamente circondati, e la lotta si iniziò nel campo economico tra le industrie nascenti e la proprietà fondiaria. Iniziatasi la lotta su questo terreno, i signori rurali credettero di uscirne facilmente vincitori impedendo ai propri vassalli di portare a vendere nelle città le derrate di cui esse abbisognavano; ma le città si approvigionarono per mezzo delle comunicazioni fluviali e marittime, e ciò valse anzi a dare un notevole impulso al loro commercio. Visto riuscir vano il loro tentativo, i conti rurali incominciarono a imporre tasse e balzelli sulle merci che transitavano per il contado, e anche ad impadronirsene depredando i mercanti; allora le città vennero a guerra aperta coi conti rurali e ne abbatterono la potenza [12]. Già prima che si iniziasse questa lotta, erano frequenti le fughe dei servi della gleba, dalla campagna nella città, per sottrarsi ai sorprusi dei feudatari. «Beato chi poteva toccare il suolo di una terra franca, senza che il padrone ne conoscesse il ricovero, Dopo un anno ed un dì alzava al seguito del gonfalone di una arte un capo libero e cittadino, e guardava in faccia senza tremare il suo antico tiranno» [13]. Quando poi nella seconda metà del secolo decimoterzo i comuni, dopo di aver abbattuta la potenza feudale, abolirono il servaggio della gleba, allora si manifestò un vero esodo dalla campagna dei villani, che abbandonavano i loro tuguri e i campi da loro coltivati per correre nelle città a godervi beneficî delle libertà municipali; ma allora incominciarono pure i provvedimenti da parte dei cittadini per impedire questa pericolosa invasione dei contadini che si inurbavano. Particolarmente celebrato dagli storici è il bando con cui la Repubblica fiorentina il 6 agosto dell’anno 1289 abolì la servitù della gleba, e vietò di vendere i coltivatori coi terreni, annullando nello stesso tempo tutte le prestazioni, angarie e servizi personali dovuti al padrone; ma basta scorrere gli Statuti fiorentini [14] per accorgersi che la libertà accordata alle popolazioni rurali fu più in apparenza che in realtà e che, colla abolizione della servitù personale, la Repubblica aveva unicamente di mira di liberare l’agricoltura dai vincoli signorili, perché i prodotti di essa potessero venire senza molestia nella città, e di abbattere completamente la potenza feudale. E infatti subito dopo l’abolizione della servitù della gleba troviamo negli statuti stabilite delle misure molto restrittive alla libertà dei villani per immobilizzarli sul terreno e impedire il loro inurbarsi, e per favorire nello stesso tempo la classe mercantile e l’interesse delle industrie urbane. E infatti «fu ordinato che le famiglie dei lavoratori non potessero locar l’opera loro a giornata, ma dovessero ricercare la coltura d’altri fondi; e per timore che partissero dai poderi all’insaputa dei proprietari, gli obbligarono a riportare da essi il consenso alla disdetta... il che se non rendeva inutile il benefizio della conseguita libertà, lo attenuava d’assai, rilasciando all’arbitrio dei proprietari di rifiutare il consenso alla partenza dai poderi... Questi ordini rendono evidente che le catene servili, più che per sentimento di carità, furono abolite per favorire l’interesse della casta mercantile» [15]. Negli stessi statuti troviamo inoltre non equiparati i diritti degli abitanti della città e di quelli della campagna; era infatti comminato il doppio della pena al contadino che offendesse un cittadino, ed era all’offeso lasciata facoltà di trarne vendetta [16].

Noi ci siamo fermati a parlare della nuova condizione fatta ai villani nella Repubblica fiorentina, perché qui più che altrove ci è dato di scorgere la preoccupazione dei cittadini di mantenere l’agricoltura in una costante inferiorità di fronte alle industrie, appunto perché in Firenze erano queste assai sviluppate. Anche la nuova forma di contratto agricolo iniziatosi dopo l’abolizione della servitù della gleba, cioè la mezzadria, concorse assai, coll’indebitare il colono, ad immobilizzarlo sul terreno che coltivava, spingendolo a ricorrere, per vivere, a quelle rapine che vedremo, con tanto monotona frequenza, ricordate nei componimenti satirici contro il villano. Ma quello che certamente ha inasprito questo antagonismo che si andava manifestando tra la città e il contado, fu l’obbligo imposto ai contadini dagli Statuti della coltivazione dei gelsi e dell’allevamento di una data quantità di bestiame, proibendone nello stesso tempo l’esportazione [17], perché non mancasse la materia prima all’industria della seta e a quella della lana; ed erano comminate gravi pene ai trasgressori, e si fissava il prezzo a cui questi prodotti dovevano essere venduti. Ora siccome il prezzo fissato era quasi sempre tale da non rimunerare le fatiche dei coltivatori, questi molte volte guastavano i gelsi e trascuravano l’allevamento del bestiame, perché venisse a mancare agli artigiani della città la materia prima necessaria per le industrie suddette. E questa condizione poco felice delle classi rurali, anziché migliorare sotto il governo Mediceo, andò sempre più peggiorando, perché i Medici ebbero di mira l’accrescimento delle industrie cittadine, ed aumentarono i vincoli gravosi con cui la repubblica aveva inceppato l’agricoltura, e reso malagevole il commercio dei prodotti della campagna. Da qui, secondo noi, originò quel fiero odio tra gli artigiani delle città ed i contadini che troveremo chiaramente espresso in molte poesie popolari, e, particolarmente, in quei contrasti [18] caratteristici che godettero tanto favore tra il popolo, e che continuano anche ai giorni nostri ad essere ristampati, quantunque abbiano perduto gran parte del loro significato. Malgrado la forma rozza di questi contrasti che indica la loro origine prettamente popolare, essi sono importanti come una conferma di questo antagonismo a cui abbiamo accennato, ed una spiegazione delle cause che hanno dato così grande incremento alla satira contro il villano. Basterà che ricordiamo le: Astutie de’ Villani sententiose, e belle, Composte per Lorenzo Piccinini che si leggono in una Miscellanea marciana [19] e che risalgono, molto probabilmente, alla prima metà del secolo decimosesto; per la rarità e la brevità di questo contrasto, crediamo utile di riprodurlo, anche perché la risposta che i contadini fanno alle accuse degli artigiani, rientra nel numero di quei «Lamenti dei Villani» di cui avremo spesso occasione di parlare. Prima sono gli artigiani che si lamentano delle male arti che adoprano i villani quando vengono in città a vendere le frutta:

Artigiani, hor che faremo,

Poi che ogn’un ci ha posto il freno

E non sono i Cittadini,

Ma son peggio i Contadini,

Se da lor nulla compriamo?

Dio ci scampi dal mal Villano.

Contadini fuora in contado

Che de’ buoni si trovan rado,

quando vendono lor mercantia,

O per piazza, o per la via.

Han la bocca com’i cani;

Dio ci scampi da i mal Villani.

Se ci vendono un caciuolo,

Oh ch’affanno, pena e duolo!

Non più presto in piazza gionto,

L’ha pesato, e fatto il conto;

E ci giuran per certano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Nosce, pesche, fichi et mele,

E susine, nespole e pere,

Se da lor [gli] vogliam comprare

Non lo lasciano con man toccare,

E ti dicono: là fè pian piano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando vengono alla cittade,

Con le bestie, come accade

Che si abbattono in Luca, o in Viagio

Stà fuorte, ci harian sto sagio

Guarda, guarda, o paesano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vedi se sono di mala razza!

Quando portan legno in piazza,

Se ne stanno con l’arco teso,

Si ben l’asino porta il peso,

Quando à freddo per monte, per piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Hor finiam noi questa guerra;

Contadini da zappar la terra,

Buon bocconi non haveranno,

Perché mangiar non sanno;

Agli, cipolle, fave, lupini e poco grano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

«Quanto vuoi di questa legna?»

Non ti ascolta, et se ne insegna

Muta un passo et dice: «arri là».

«Val un Giulio, stà fuorte qua»

E ti mira da lontano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando questi vanno ad opra

Una malitia vo’ che si scopra;

Quando che hanno piena la trippa

Piglia la vanga, non si ficca.

E ti mandano il dì pian piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

L’anno al tempo della State

Mille astutie han ritrovate.

Fanno il giorno conclusione,

E a dispetto del padrone

A sue spese il pan facciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vanno al tempo del vendemmiare

L’uno e l’altro a consigliare:

«Che faremo Antonio et Matteo?

Stà in cervello, et non ci far Meo.

Vo’ che insiem ci accordiano».

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ha voluto il vino Agosto

Caro vender l’uva et il mosto

Siam venuti al nostro gioco

Dieci lire la soma è poco,

Vo’ che a venti la diciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Dove è il loco deputato

Se ne van loro al mercato,

Et in man tengono un mellone,

E li fanno lor riputatione,

Ne ci pia un quattrin da fano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

O si havessino costoro

Grano, vino, argento et oro

Come i nostri Cittadini

Non vorriano i nostri quattrini

Per comprare del lor grano:

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ma l’intendono i ciricochi

Nè son matti, nè dapochi;

Li ci fanno stare al segno,

E ’l Villan ch’ha poco ingegno;

Si ben pare l’artigiano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Risposta de’ Contadini [fol. 3r. ]

Noi siamo poveri Contadini,

Abitiamo fuori in confini,

Stavamo fuora a zappare,

Si ci dovessimo biasimare,

E veniamo per riparo,

E per questo noi vendiamo caro.

Ascoltate la ragione,

Ci havereste compassione,

Da che viene che siamo maltrattati.

Siamo da tutti discacciati,

Verso di noi si dimostra avaro,

E per questo vendiamo caro.

Si volemo torre il podere,

Ascolta, questo si è il dovere:

Le galline, et li capponi

Vogliono li Cittadini di ragione,

Di pollastri più d’un paro,

E per questo noi vendiamo caro.

E però loro si fanno tanti atti

Mille intrichi et mille fatti;

Chi non prova non lo sane,

E ci voglionvi le securtane,

E lo scritto del Notaro.

E per questo noi vendiamo caro.

L’anno al tempo delli frutti,

Li Patroni li voglion tutti

Si son fichi, over poponi

Tutti li voglion che sian buoni,

E ci fanno il patto chiaro;

E per questo noi vendiamo caro.

L’anno al tempo della sementa,

Il contadino sempre mai stenta,

Voi sapete che è per usanza,

Se ci danno il grano in prestanza,

Si rincarca per l’ordinaro.

E per questo noi vendiamo caro.

Han costoro per natura,

Sempre far trista misura,

Hanno pigliato certa maniera

Quando adoprando la rasiera,

Ci vorrian votar lo staro;

E per questo noi vendiamo caro.

Se provasser come noi

Tutto il giorno arar con buoi,

E stentare tutto l’anno,

E sudare con affanno,

E lor dormir sopra al solaro!

E per questo noi vendiamo caro [20].

l’anno al tempo della state,

Dal patron siamo aspettati

In su l’aia più d’una volta;

E’ ci toglion tutta la ricolta

E ci votano il granaro,

E per questo noi vendiamo caro.

Se vendiamo una cipolla,

Tutti in piazza ci fan la folla

E ci vogliono metter la mano.

E ci bravan da can villano

O pensate che duolo amaro!

E per questo noi vendiamo caro.

...

L’anno al tempo de’ meloni

O cocomeri, et citriuoli

Ci vorriano il sacco pieno,

Ogni cosa per un quattrino,

E la fune, con il somaro,

E per questo noi vendiamo caro.

E se noi gimo a zappare

L’anno ad opra, e a svangare,

Ci danno a ber dell’acquerello,

Mal trattato il poverello

Con un fiero e puzzo amaro,

E per questo noi vendiamo caro.

Contadini hor che faremo

Poi che ognun ci ha posto il freno

Cittadini et artigiani,

Che ci trattan come cani,

E ci fanno poi meschini,

E dicon: «dagli, dagli a’ Contadini!»

Abbiamo detto che questi contrasti, che riflettono l’eterna lotta tra il capitale e la mano d’opera [21] nelle relazioni tra il padrone ed il colono, continuano a vivere tra il popolo e vengono per lui stampati nella letteratura popolare. Così nel «Contrasto fra un Fiorentino ed un Contadino» [22]; continuiamo a vedere espresso chiaramente l’odio del cittadino contro i villani che s’inurbano:

...

— Villan f..., contadino, bada,

Se avrò d’accordo gli altri fiorentini,

Mi metterò alla porta con la spada,

E proibirò l’ingresso ai contadini,

Segno che voglia e vada come vada,

Sian di piano, di monti o di appennini,

Sian di collina, della costa o valle,

Gli destino i suoi campi, prati e stalle

— Quando avrem pien barili, sacchi e balle

D’ogni raccolta che tanto a noi preme.

E quelle pesche colorite, gialle,

D’ogni genere frutta ed ogni seme,

quei prosciutti, salami e quelle spalle,

Tra noi villani mangeremo insieme

Tacchi, piccioni, galletti e pollastre,

E te in Firenze mangerai le lastre [23].

Malgrado la forma moderna a cui i cantastorie hanno avvicinato questi contrasti, non è difficile scorgervi un raffazzonamento di quelle poesie satiriche popolari contro i villani che abbiamo vedute originate dalle cause economiche che avevano inasprito, dopo l’abolizione della servitù della gleba, l’attrito tra la popolazione cittadina e quella della campagna. Accenni manifesti a questo conflitto d’ interessi avremo spesso occasione di incontrare nella drammatica popolare senese dei Rozzi e nelle novelle «cittadine»; ma per ora ci basta di aver brevemente accennato alle cause che possono aver generata questo antagonismo, nel quale noi persistiamo a vedere l’origine principale della satira contro il villano nella letteratura popolare. Si è da alcuni tentato di dimostrare che si potrebbe trovare una causa di questa copiosa satira contro i villani, nella loro condizione florida che avrebbe spesso trasmodato in un orgoglio insolente e in un lusso non proporzionato al loro stato [24]. In quanto al lusso nel vestire da parte dei villani nel medio-evo, non è raro di trovare, specialmente in Francia [25], degli accenni a questa tendenza, e in Germania troviamo persino delle leggi suntuarie contro di essi; ma probabilmente ciò si deve all’esteso significato che la parola «villano» [26] aveva nel medio-evo, e d’altra parte abbiamo troppe testimonianze della triste condizione delle classi rurali in quell’epoca, per poter credere avveratosi uno stato tanto anormale di cose. Alle affermazioni di coloro che decantano il medio-evo come l’epoca più felice per i lavoratori del suolo, noi potremmo opporre un numero grandissimo di documenti di quell’epoca, se non temessimo di uscire dal campo prefissoci in questo studio [27]. Abbiamo più addietro accennato alla condizione degli abitanti della campagna sotto la repubblica fiorentina, perché ivi più specialmente Si potevano rilevare, per lo sviluppo straordinario che erasi dato alle industrie della lana e della seta, le cause particolari che possono aver originato un conflitto d’interessi fra la popolazione della campagna e quella della città; e abbiamo detto anche come questa condizione poco florida abbia sempre più peggiorato sotto il governo Mediceo, il quale ebbe cura di conservare premurosamente tutte le misure prese dal governo popolare della repubblica per impedire l’inurbarsi dei contadini. Ma non solamente la condizione della classe rurale fiorentina era ben poco florida, ma anche quella dei contadini di tutte le altre parti d’Italia. Le frequenti guerre che le città intraprendevano per aumentare il proprio territorio o per combattere il minaccioso crescere di una potente vicina, avevano per risultato di guastare e di impedire la colti-vazione dei campi [28], ed i poveri contadini, spingendo dolenti il bestiame verso la città per sottrarsi all’onda devastatrice degli invasori, cadevano spesso nelle mani dei nemici che li mandavano a morte [29]; e quando la città, stremata dall’assedio, non aveva più vettovaglie per nutrirsi, scacciava i contadini, rifugiatisi entro le mura al principiare delle ostilità, come bocche inutili [30], ed essi, uscendo dalla città, andavano soggetti alle rappresaglie degli assedianti [31]. Di una ben triste eloquenza sono poi i lamenti dei villani che incontriamo assai spesso nella poesia popolare del secolo decimoquinto e del decimo sesto [32] che sono detti «cose ridiculose et bellissime »; persino nelle poesie satiriche contro i villani, molte volte lo scherno muore sulle labbra degli anonimi ed oscuri rimatori, che si sentono trascinati a compiangere la miseria dei poveri contadini, trattati peggio delle bestie dalla gente darmi. Così nell’Alphabeto delli Villani [33] del secolo decimosesto, i contadini lamentano con triste rassegnazione la loro infelice condizione:

Martori sem con duogia, e con gran pianto

...

Non so come a possom me sofrir tanto

Nassem tutti a sto mondo per stentare

L’è sì desgratià sta nostra ragia

Che d’ogni banda se sentom pelare.

...

Sarem sempre de quigi che è al fondo

Martori semo e martori sarom.

A sem pruoprio la schiuma de sto mondo.

Anche in una Raccolta di poesie popolari milanesi della biblioteca Ambrosiana [34] troviamo dei lamenti di contadini per le sevizie dei soldati verso gli oppressi; ricorderemo la: «Lamentatione | che fanno | Beltram da Gasian | Et Bausion da Gorgonzola i sopra li presenti tempi calamitosi et Racconta | no le Allegrezze, che si fanno in Milano per la | felice nascita del presente Principe di | Spagna che Dio mantenga» (n° 4 della Raccolta; dopo il titolo vi è una rozza silografia rappresentante un villano che vaglia, poi: In Milano, 1630). I due villani narrano gli orrori della guerra e i maltrattamenti che loro usano i soldati.

      BAUSION

Se costor fussen pagare

No poraven fa de pesij.

      BALTRAM

Quant tosan àn pers l’onor

Per i man desti soldà.

Allegrezza | fatta da Beltramo da Gagiano | Sopra la Bondanza... Cosa piacevole et da ridere in lingua rustica. Milano, Malatesta, senza data; poi una silografia rappresentante due villani che ballano (n. 7 nella Raccolta).

A nun alter pover vilan

A la nog po’ a i ne dan

Sciavatà su per ol cò...

Il Lamento | del | Contadino | sopra diverse Arti. |Molto ridiculoso et piacevole, novamente posto in luce; poi una silografia rappresentante un villano che guarda le pecore. In Milano per Pandolfo Malatesta: da una nota manoscritta è creduto dell’anno 1625 (n. 8 della Raccolta). Questo Lamento appartiene a quel ciclo caratteristico di poesie popolari, di cui avremo più oltre occasione di parlare, che contengono una specie di rivista satirica delle varie classi sociali e delle varie professioni. Qui il Villano, dopo di aver fatta l’enumerazione dei difetti della classe dei contadini, lamenta lo stato compassionevole in cui i soldati li hanno ridotti:

«Guardè un po’ che compassion

Quant em ven sta geni a cà,

Chai me fan sò di tremà

Fin intro i pè della lechiera

...

Fam robà, tutt’ol beschiam

E se vo’ po’ a lamentam,

Tas ignò vilan poltron!» [35];

Questi accenni alla misera condizione dei villani in queste poesie popolari di un’epoca relativamente recente, dimostrano che la loro sorte, poco invidiabile durante il medio-evo, ha continuato a mantenersi tale anche nei secoli successivi, e, purtroppo, anche ai giorni nostri, e che ben poco fondamento ha l’ipotesi, a cui abbiamo più addietro accennato, che vorrebbe originata la satira contro il villano dal suo prospero stato. Nè molto più felici dovettero essere le condizioni dei villani nella Francia e nella Germania durante il medio-evo, e ce lo prova il numero grandissimo di strazianti lamenti, in parte serie in parte satirici, nei quali ci fa conservato un ben triste quadro della miseria delle classi rurali in quell’epoca. Basterà che ricordiamo per la Francia il disperato lamento del contadino, di cui si fa eco Alain Charter nel Quadrilogue [36], dove il terzo stato fa una straziante descrizione delle proprie afflizioni, ed accusa il clero e la nobiltà di aver rovinata ed immiserita la patria. Al medesimo autore è attribuita pure quella Complainte du pauvre commun et de pauvres laboureurs de France [37]  che troviamo tanto spesso ricordata, e che è una non meno eloquente pittura del misero stato delle classi rurali in Francia nel secolo decimoquinto. Una fosca luce poi gettano sul medio-evo le frequenti e terribili rivolte dei villani [38], che, spinti dalla disperazione, rialzano ferocemente il volto macilento e si slanciano con furore selvaggio sui loro oppressori, vendicando in un sol giorno i sorprusi sofferti in una lunga sequela d’anni; in Francia esse furono assai più sanguinose che altrove, perché la reazione suole essere tanto più feroce, quanto più grande è stata l’oppressione. Ricorderemo tra tutte quella che ha superato le altre per violenza e per estensione, la famosa «Jacquerie» del secolo decimoquarto, così detta dal nome di Jacques Bonhomme con cui per disprezzo era chiamato in Francia il villano dalla gente d’armi. Ma anche questa, come tutte le altre sollevazioni dei villani, fu soffocata tosto nel sangue dei ribelli, e di essa non rimase che il noto lamento:

Cessez, cessez, gens d’armes et piétons

De piller et de manger le bonhomme

Qui de longtemps Jacques Bonhomme

Se nomme [39].

Per la Germania le condizioni delle popolazioni rurali durante il medio-evo furono estesamente illustrate da una bella raccolta di poesie popolari, tedesche, pubblicata recentemente dal Bolte [40], tra le quali particolarmente interessanti sono i lamenti dei villani e i loro contrasti coi soldati; da una copiosa bibliografia di canti che egli ha fatto seguire alla sua raccolta, appare evidentemente quanto il tipo del villano abbia fornito anche alla poesia: popolare tedesca continua materia di riso e di commiserazione.

 

Note

________________________

 

[1] Stoppato, La Commedia popolare in Italia, Padova, Draghi, 1887, pag. 151.

[2] Novati, Carmina medii aevi. Alla Libreria Dante in Firenze, 1883, pag. 25.

[3] Ne esiste una copia anche nel cod. 1393 della comunale di Verona a c. 112-114.

[4] La corrente satirica medioevale contro i villani che godeva tanto favore nella letteratura popolare, per quei frequenti e reciproci influssi che sogliono manifestarsi tra questa e la letteratura classica, ebbe dei caldi propugnatori anche tra gli scrittori classici, ed è curioso anzi il vedere come essi ricordino le lodi fatte dagli antichi all’innocenza dei rustici, per dimostrarle molto male attribuite. Così il PETRARCA dopo di aver ricordato il noto passo di VIRGILIO (Georg., II, 473) afferma recisamente che ora la giustizia si comporterebbe in maniera ben diversa coi villani.

«De Villico malo et superbo». – «D. Villicum insolentem patior. R. Insolentem tantum, et non furem bene tecum agitur. D. Villicus malus est mihi. R. Malum fer aequanimis, villicus nisi pessimus, bonus est. D. Villicum durum aegre fero. R. Mollem delicatumque ferres aegrius, durities rusticorum epitheton est... D. Dixi dum rure gloriareris, excultos rusticos, ultimos hominum terris abeuntem iustitiam reliquisse; si unquam genus humanum revivisceret, eosdem illos puto ultimos reperturam... D. Asperrimus villicus est mihi. R. Ubi veritas dixit quod terra homini spinas et tribulos germinaret, subintelligendum fuit, et rusticos tribulis cunctis asperiores...» (Francisci Petrarchae Florentini opera omnia, Basileae, 1581. De Remediis utriusque fortunae. Liber II, Dial. LIX, pag. 153). – E lo stesso, come vedremo, fa il Maffeo Vegio.

[5] Oltre che nella ventiduesima strofa dell’«Alphabeto delli Villani» contenuto nella Miscell. marciana, 2213, 5 e che sarà, ripubblicato dal novati nella continuazione al suo studio sulle Serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli (V. Giorn. storico della lett. it., vol. XV, pag. 337), troviamo ripetuta l’accusa contro i villani in un sonetto satirico della seconda metà del sec. XV estratto dal Mazzoni dal cod. 243 della bibl. Universitaria di Padova, e pubblicato dal medesimo in Spigolature da manoscritti, Padova, 1893 (estr. dagli Atti e memorie dell’Accad. di Padova), pag. 6.

   Ladri crudeli, porci e Farisei,

   che de la sèta vi trovasti alhora

   che occiser Cristo, cum li altri zudei.

e nell’ottava 72a, della «Malitie de’ villani» (V. Appendice III)

   e furon quei che di lor proprie mani,

   presono, et flagellorno il tuo signore

   et crocifissol que perfidi cani...

Questa accusa, come molte altre, la vediamo nel m. e. diretta

anche alle donne:

Donne crude falce rey

Per cui dio fu crocifisso.

V. Mario Mandalari, Rimatori napoletani del quattrocento, Caserta, Jaselli, 1885, pag. 4.

[6] Thomas Wright, Anecdota literaria, a collection of short poems english, latin and French, London, Russel Smith, 1844, pag. 52, «Poems on the different classes of society», e nell’Histoire de la Caricature et du Grotesque, del medesimo, Paris, 1875, par. 106.

[7] Histoire littéraire de la France, t. XXIII, pag. 194.

[8] Romania XII, 1883, pag. 14. P. Meyer, Dit sur les vilains par Matazone di Calignano.

[9] Anche nella letteratura tedesca la maggior parte delle poesie satiriche contro i rustici è ispirata dal disprezzo della classe colta verso il servo della gleba: «Adlige und Städter gewöhnten sich, wie Freytag sagt, im Gefühle einer höheren Bildung und kunstvolleren Sitte den Landmam zu verhöhen. ‘Seine ungeschlacte Esslust, plumpe Einfalt und betrügerische Pfiffigkeit werden mit endlosem Spott übergossen in Liedern, Erzählungen, Schwänken, Fastnachtsspielen.’ Und auf diesem Gebiet vermochten die Angegriffenen nicht Gleiches mit Gleichem zu erwidern. Während die Preislieder der Handwerker, der soldaten, der Studentem, der Jäger von Angehörigen dieser Stände ausgehen, haben die älteren Lobpreisungen des Bauernstandes offenbar Nichtbauern zu Verfassern». Johannes Bolthe, Der Bauer im deutschen Liede, Berlin, Mayer und Müller, 1890, pag. 6.

[10] Novati, Op. cit., pag. 26..

[11] Cipolla, Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec. XV. Memoria letta nell’Accad. di Agricolt, Arti e Commercio di Verona il 28 giugno 1891. Per lo studio delle fonti vedi F. Schupfer, Manuale di storia del Diritto romano, Città di Castello, Lapi, 1892, pag. 339. Per la Francia ricorderemo il bel lavoro di L. Delisle, Études sur la condition de la classe agricole et de l’agricolture en Normandie au m. â., di cui fece una lunga recensione il Biot nel Journal des Savants, 1851, ripubblicata poi nei Mélanges scientifiques et littéraires, Paris, 1858, t. III, pag. 163.

[12] Enrico Poggi, Cenni storici delle leggi sull’agricoltura dai tempi romani fino ai nostri, Firenze, Le Monnier, 1845, t. II, periodo IV, pag. 141 e seg.

[13] Cibrario, Della economia politica nel m. e., Torino, Fontana, 1841, t. I, pag. 261.

[14] 14 Statuta populi et communis Florentiae, etc., collecta anno MCCCCXV, t. I, pag. 254. Vedi anche gli Statuti del comune di Ravenna editi dal Can. A. Tarlazzi (Serie 1ª dei monumenti istorici pertinenti alla provincia di Romagna), Ravenna, Calderini, 1886, pag. 110 e 116. Sulle condizioni che nell’Italia superiore s’imponevano ai villani nel secolo XIV per divenire cittadini, vedi A. Gloria, Della agricoltura nel Padovano, Padova, 1851-55. Vol. II, parte I, cap. XXVII e XXXVI. »

[15] Poggi, Op. cit., pag. 141-210.

[16] Statuta... Florentiae... Rubrica XXXVI. De augumento poenarum contro comitatinos offendentes cives». Negli Statuti di Ravenna (Op. cit., pag. 159) i rustici erano multati del quadruplo della pena comminata ai cittadini; e nel capo XXVI degli Statuti dell’arte della seta compilati a Siena nel 1513, si legge: «se alcuno cittadino offendesse alcuno contadino od altra vile persona, sia condannato in la metà della pena solamente

[17] Perrens, Histoire de Florence, Paris, Hachette, 1877, t. III, pag. 302.

[18] D’Ancona, Origini del Teatro italiano, Torino, Loescher, 189I, Vol. I, libro II, pag. 547.

[19] È un opuscolo in-4 pic. car. rom. di fogli 4 non num. che si trova nella Miscellanea marciana, 2183, 9. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una silografia di carattere fiorentino rappresentante tre villani che attendono a lavori campestri; poi: In Perugia, Fiorenza, Bologna et di nuovo in Trevigi, appresso Angelo Righettini, 1624. Ci fu comunicato dal prof. Vittorio Rossi.

[20] Nella «Frottola di due Contadini, Beco e Nanni» (Palermo, Manoscritti Palatini, II, 584-86). Nanni dice: E’ non si vuol trattar gli osti altrimenti, I’ vorrei vederlo, ve, Beco, traspare. / No’ lavoriamo all’acqua, a’ caldi, a’ venti, E lor si stanno al fresco a meriggiare.

[21] V. Mario Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, vol. 1°, fascicolo 6°.

[22] Composizione di G. Pestelli, Firenze, Salani, 1888. –  Vedi anche il Contrasto curioso fra il Padrone e il Contadino che vuol mangiare a tutti i costi!, di Giovanni Fantoni, Firenze, Salani, 1888. Il Batines, Bibliografia delle antiche rappresentazioni italiane sacre e profane, Firenze, 1852, pag. 81, ricorda un «Contrasto del Cittadino e del Contadino» del sec. XVI, stampato in Siena, e il Brunet, Manuel du Libraire, vol. 1°, col. 1569, ricorda una «Altercatione overo Dialogo composto dal Magnifico Lorenzo; di Piero di Cosimo de’ Medici, nel quale si disputa tra el cittadino el pastore». Edizione del sec. XVI, di venti fogli pic. In-8 s. n. V. D’Ancona, Op. cit., II, 343.

[23] Alcuni di questi contrasti sono ricordati dal Torraca, Reliquie viventi del dramma sacro nel Napoletano in Giorn. di Filologia Romanza, IV, 8.

[24] Bianchi Giulio, La proprietà fondiaria e le classi rurali nel medio evo, Pisa, Spoerri, 1891, capitolo III (Vedine recensione in Rivista di Scienze giuridiche, marzo 1892).

[25] Alcius Ledieu, Les Vilains dans les oeuvres des Trouvères (VIII volume della Collection internationale de La Tradition), Paris, Maisonneuve, 1890, pag. 31.

[26] Nei primi secoli del medio-evo la parola «villano» serviva a distinguere una classe speciale dei lavoratori del suolo; verso il secolo XII° servì a designare in generale tutta la classe dei rustici e degli artigiani del contado; quando poi incominciò a colpirli la satira, la parola «villano» venne usata sempre in contrapposizione a «courtois» che serviva a designare la classe nobile.

   In quest’ultimo senso l’usa appunto Matazone da Calignano:

   Però che in vilania,

   Non vose aver compagnia

   Se no da gli cortexi

   Da cui bontà imprexi.

e nel medesimo senso la troviamo usata nel Roman de la Rose di G. De Lorris et Jean De Meun, Amsterdam, Bernard, 1735:

    t. I, verso 1956

   Si me baiseras en la bouche

   A qui nul villain homs ne touche,

   Je ne laisse mye attouchier

   Chascun villain, chascun bouchier,

   Mais doit estre courtois et frans,

   Celluy du quel l’hommage prens.

» 3785

   Villain qui est Courtois c’est rage.

come pure in più luoghi del De Babilonia civitate infernali di frate Giacomino da Verona. Più tardi invece prese il significato di homme de mauvaise vie; così nel Dit de la Rose di Christine de Pisan (V. Société des anciens textes français) Oeuvres poétiques de Christine de Pisan publiées par Maurice Roy, Paris, 1891, t. II, Le dit de la Rose, pag. 39, v. 336:

   J’appelle villains ceulz qui font

   Villenies, qui les deffont,

   Je n’entens pas par bas lignage

   Le vilain, mais par vil courage

così pure negli ultimi versi dell’Enseignement à preudomme

   Nus qui bien face, n’est vilains:

   Mès de vilonie est toz plains

   Haus hom qui laide vie maine:

   us n’est vilains, s’il ne vilaine.

Vedi pure: Novati, Le serie alfabetiche proverbiali, in Giorn. storico della Lett. ital., XVIII, serie 2ª. Sul significato della parola in Francia vedi: Leymarie, Histoire des Paysans en France, Paris, Guillaumin et C., 1856, tomo I, pag. 287. Egli ricorda alcuni versi del Roman de Rou in cui è fatta distinzione tra «vilains» e «païsans»:

verso 2825  Chevaliers et borges, vilains et paisans

    »     2985  De granz haches i fierent vilains et paisans.

    »     5979  Li païsan e li vilain.

                     Cil del boscage e cil del plain.

Vedi anche Lenient, La satire en France au moyen-âge, Paris, Hachette, 1875, pag. 119, e Mario Mandalari, Op. cit., pag. 24:

   Non è sulo gentilomo

   Quillo che nasse gentile

   Non le basta avere lo nomo

   sili facce soy so vile.

[27] L’estrema miseria in cui la classe dei lavoratori del suolo si trovava nel medio-evo spingeva molte volte anche i villani liberi a vendersi a qualche signore per non morire di fame; il Blancard, Documents inédits sur le commerce de Marseille au moyen-âge, Marseille, 1884-85, pag. LX, ricorda, tra i contratti commerciali del secolo decimoterzo, la formola di un contratto con cui un villano vende sè ed i figli: «Ego, a fame et penuria inennarabili cohactus vendo, trado tibi tali et tuis; heredibus in perpetuum personam et filiorum ad servitutis jugum, et dissiplinandum, tenendum et imperandum...».

[28] Vedi Archivio storico italiano, tomo II. – A. Sozzini, Diario delle cose avvenute in Siena dal 20 luglio 1550 al 28 giugno 1555. Vi è narrata la guerra sostenuta dai Sanesi per cacciare dalla città la guardia spagnuola, chiamatavi da Don Ferrante Gonzaga, pag. 186: «Alli 15 detto (Marzo 1553) essendo stata abbandonata da’ nemici la torre della Talfe, vi si riducevano circa venti villani per potar le vigne circonvicine. La mattina a buon’ora vi andorno li nimici con fanti e cavalli, e la ripresero e li fecero tutti prigioni; de’ quali ne capporno tre e diecesette ne strozzorno e gli lasciorno tutti sotto una quercia ignudi intorno al pedone (dell’albero): il che dette grandissimo terrore agli altri villani».

[29] Ibidem, pag. 326, ottobre 1554.

[30] Ibid., pag. 299, settembre 1554. «Il governo creò un magistrato di quattro cittadini, per distribuzione di Monte, sopra il mandar fuori le bocche disutili: e per essi fu mandato pubblico bando che chi aveva in casa contadini o lor famiglie rifuggite, gli dovesse aver mandati fuori della città in fra tre giorni, sotto gravissima pena: per il che ne uscirno dalla città assai, con buona scorta di soldati».

[31] «Alli 29 detto (marzo 1555) si partirono alcuni contadini compresi nel precetto delle bocche disutili; ed essendo poco lontani dalla città furono presi dagli Imperiali; e tagliatoli il naso e li orecchi, li rimandorno dentro nella città». Vedi anche la Profezia sulla guerra di Siena, Stanze del Perella accademico Rozzo, edite da L. Banchi (Scelta di curiosità letterarie, dispensa XCI) Bologna, Romagnoli, 1868, pag. 10, e le Stanze del Nini a Don Ferrante, ibid., pag. 37:

Strofa XIII

   Evvi certi paesi rovinati

   Ch’altro non ci è rimasto che letame;

   E’ povar contadin ci son restati

   Per lagorare e muoionsi di fame».

e L. FRATI, Un’Egloga rusticale del 1508 in Giorn. storico della lett. it., XX; due contadini lamentano la loro triste condizione:

Polo.

   L’uno ne sforza, e l’altro poi ne invola

   E missi e bariselli et exacturi,

   Ne’ se po’ dire una sola parola.

Tonio.

   O Pol, o Pol, se ancor dieci anni duri,

   Serem costretti arar como li boi

   Et a caval portar sti tradituri.

In un noto contrasto pubblicato dal Menghini, un villano fa questa descrizione della propria miseria:

   ...

   son senza pan e vin

   ne letto ne litiera

   e nho se non la spiera

   Della chasa,

   Ho vendu l’uva in frasca

   & el formento in herba

   per me più non si serba

   se non el marz’hospedal

(M. Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, riprodotte secondo le vecchie stampe. Roma, 1891, vol. 1°, fascicolo VI, pag. 134).

[32] Vedi il «Pater noster dei contadini Lombardi» e il «Pater noster delli Villani» pubblicati dal Novati in Giornale di filologia Romanza, luglio 1879, e in Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1889, pag. 175, La parodia sacra nelle letterature moderne; il Novati ricorda molti altri lamenti consimili francesi e tedeschi.

[33] Questi ultimi versi sono citati anche dal Novati, Carmina m. e., pag. 29; dovendo esser presto ripubblicato, come abbiamo già detto, non ci fermiamo a parlare più oltre di questo Alfabeto satirico contro i Villani. Solo ricorderemo come nella Biblioteca Trivulziana esista una stampa dell’abbecedario ricordato nella prima terzina dell’Alfabeto: La sancta croce che se insegna alli putti in terza rima ed è unita all’Alfabeto nel quale si trovano li errori che regnano nel mondo a questi tempi s. d. in fine: per il Binali, sul campo de San Stephano.

[34] Vol. miscellaneo S. B. V., VII, 14. Raccolta di Bosinate ed altre poesie in dialetto milanese e della campagna. Di questa raccolta di Bosinate, che, a quanto afferma il Tosi, fu donata da Francesco Cherubini all’Ambrosiana, diede notizie ed estratti G. De Castro, nella Storia della Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 120 e sgg.

[35] Vedi per le condizioni nel medio-evo delle popolazioni rurali nel mezzogiorno d’Italia: Diego Orlando, Il feudalesimo in Sicilia, Palermo, Lao, 1847.

[36] Les oeuvres de Maistre Alain Chartier, Paris par maistre P. VIDONE, 1529, pag. 402. Il Wright, Histoire de la caricature, pag. 320, ricorda una caricatura del sec. XVI, in cui si accenna all’oppressione del terzo stato.

[37] Leymarie, Op. cit., pag. 621.

[38] Per l’Italia vedi Muratori, Rerum it. script., XX, col. 907. Corio, Storia di Milano, vol. II, pag. 325. Cibrario, Op. cit., vol. I, pag. 132-141.

[39] Lenient, Op. cit., pag. 11.

[40] Bolte, Op. cit. Vedi a pag. 119: Verzeichnis von Liedern über den Bauernstand, e particolarmente i Bauernklagen, n° 52-69, i Contrasti tra il Contadino e il Soldato, 70-80. Diamo qui due strofe del Contrasto tra il Villano e il Soldato, pag. 41:

SOLDAT.

3.

   Wilt du Bawr mif Gute nicht,

   So lauff ich dir ins Hauss

   Und hole heraus, was mir gebricht,

   Schlage dir die Fenster aus;

  Rinder, Ochsen, Schafe, Pferde und Küh,

   Die nehme ich und verkauffe sie

   Für mich,

   Und lebe also taglich irn Sauss,

   Sehe mit fettem Maul zum Fenster auss

   Lustig.

 

BAWR.

6.

   Krieg ich dich aber einmahl allein,

   So schlag ich dich zu Todt,

   Mein Nachbarn mir behülfflich seyn,

   Du kriegst die schwere Noth

   Und kömpst zu letzt auff Galgen und Radt,

   Alssdan dein Leben ein Ende hat.

   Schmertzlich,

   Hast uns Bawren vexirt genug,

   Zu letzt Kömpst du in Nobis-Krug

   Endtlich.

 

SOLDAT.

15.

   Wann alles ist aufl und verzehrt,

   Ziehe ich in ein fiisch Landt,

   Und du Bawer must betteln gahn

   Mit einem Stab in der Handt;

   ...

   Ich lasse dir Pand und Sand.

 

Vedi anche il Contrasto tra il Cavaliere e il Contadino pubblicato da Ludwig Uhland, Alte hoch-und nieder deutsche Volkslieder, Stuttgart, 1881, pag. 255.

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2010