Pio Rajna

  

UNA VERSIONE IN OTTAVA RIMA

DEL LIBRO DEI SETTE SAVI

 

II

 

Romania, recueil trimestriel consacré a l'étude des langues et des littératures romanes, publié par Paul Meyer et Gaston Paris. Pur remenbrer des ancessurs les diz et les faiz et les murs. wace. 7e année  1878. Paris, F. Vieweg, LibraireEditeur 67, Rue Richelieu; Reprinted with the permission of Librairie Honoré Champion Editeur Johnson Reprint CorporationKraus Reprint Corporation

 

 

 

 

 

 Dal di fuori dell'edificio ci convien passare all'interno. Dobbiamo esaminare il contenuto del libro; vedere su qual ramo del maestoso albero dei Sette Savi sia cresciuta questa nostra fronda; esaminare se essa ci presenti caratteri suoi peculiari, o se invece venga solo ad aggiungere una prova di più della meravigliosa forza vegetativa propria del vecchio e venerando tronco.

La nostra redazione consta del racconto fondamentale e di ventiquattro esempi. Eccone qui specificata la composizione. Per le novelle comuni ad altre redazioni mi valgo dei titoli latini introdotti dal Gœdeke[1] e mantenuti dai posteriori. Quanto alle altre, sarebbe un aggravarsi la coscienza di un anacronismo il creare anche per esse designazioni analoghe.

 

 

Introduzione

(c. I; 95 stanze)

1° Savio,  Lenziles

 Canis

(c. II; 26 st.).

Matrigna 1:

Arbor

(c. III; 18 st.).

2° Savio, Lentulis

Medicus

(c. IV; 22 St.).

Matrigna 2:

Aper

(c. V; 9 st.).

3°Savio,  Ansiles

 Tentamina

(c. VI; 36 st.).

Matrigna 3:

Sapientes

(c. VII; 19 st.).

4° Savio, Malchidas

 Avis

 (c. VIII; 15 st.).

Matrigna 4:

Gaza

(c. IX; 48 st.).

5° Savio, Catone:

Inclusa

(c. X; 28 st.).

Matrigna 5:

Roma

(c. XI; 12 St.).

6° Savio, Espe, o Esepe

Vidua

(c. XII; 20 st.)

Matrigna 6

Virgilius

(c. XIII; 25 St.)

7° Savio, Charaus

Puteus

(c. XIV; 2 t st.).

Matrigna 7:

a) La nuora    ½

b) Il nipotino ý  

c) Il forziere   ½

(c. XV; 88 st.). 

Lenziles:

I tordi

 (c. XVI; 11 st.).

Ansiles

Gli amici veri e i falsi

(c. XVII; 3 S st.) .

Lentulis:

Scevola

(c. XVIII; 17 st.).

Malchidas:

La gara delle tre mogli

(c. XIX; 23 st.).

Catone:

Muzio e Cesare

 (c. XX; 12 St.) .

Esepe:

L'amico e il nemico

(c. XXI; 39 st.).

Charaus:

Ambasciata

(c. XXII; 31 st.).

Principe Stefano:

Vaticinium

 (c. XXIII; 56 st.).

 

Abbiamo qui un numero di racconti superiore d'assai a quello delle altre redazioni occidentali. Ad ogni Savio ne toccan due, invece di un solo. Come nel Syntipas, e in genere, possiam dire, nella stirpe orientale, quale la conosciamo noi[2]. Se non che viene ad esserci una differenza essenzialissima. Colà i secondi racconti sono distribuiti tra i varii giorni, in cui dura la lotta per la vita del Principe; ogni Savio, come per meglio assicurarsi la vittoria sull'animo del padre, rinnova la scarica. Invece presso di noi questi secondi racconti si trovan tutti accumulati in un giorno solo, nell'ottavo, dopo che già s'è annunziato all'imperatore come in quel giorno stesso il giovane romperà finalmente il silenzio.

Orbene: che fanno essi mai in questa sede? Turbano, e null'altro. Ritardano inconcepibilmente la soluzione, che tutti quanti, ma i Savi in primissimo luogo, dovrebbero essere ansiosi di affrettare. Rassomigliano a colpi di cannone, che un esercito vittorioso si divertisse per ore ed ore a tirar contro una fortezza ridotta con indicibili sforzi ad arrendersi, in cambio di entrare dalle porte, già belle e spalancate. Insomma, costituiscono manifestamente una giunta, non solo oziosa, ma assurda, inspirata soltanto dal desiderio di prolungare il divertimento del raccontare, e di render più copiosa, sia pure a danno della logica; la raccolta delle novelle. Quel po'd'analogia che c'è col tipo orientale scompare sotto, le enormi diversità, e si dà a conoscere meramente fortuito.

E un giudizio siffatto è subito convalidato, appena si badi, di quali racconti si componga questa, che diremo Seconda Parte dei nostri Sette Savi. Nessuno ve ne troviamo, nemmeno per accidente, che occorra nelle redazioni orientali del libro. Bensì ce n'è uno, il sesto (amico e nemico), che ha pur luogo nel Dolopathos. Ma si tratta d'una novella così ampiamente diffusa, che proprio l'incontro non può destare la menoma meraviglia. E d'altronde, come si vedrà a suo luogo, non si può certo parlare di derivazione della versione nostra dal romanzo del monaco d'Alta selva, o dalle sue emanazioni. Se poi badiamo agli altri racconti, ve ne troviamo due presi dalle storie romane. E questi  né questi soltantonon appajon punto opportuni per lo scopo, a cui dovrebber servire. Per cavarne un'applicazione al caso attuale bisogna ricorrere agli argani. E sì che non era poi difficile di trovare nella letteratura narrativa del medio evo roba che potesse valere per metter in mala vista il sesso femminile! Sicché, non solo abbiamo a fare con una giunta, ma con una giunta, nella quale non si saprebbe dire, se sia più riprovevole l'idea fondamentale, oppure l'esecuzione.

Queste tutte son considerazioni suggerite dal solo esame della parte seconda. Ma una conferma non meno efficace di sicuro viene ad esserci fornita dalla prima, ossia da ciò che costituisce la vera sostanza del libro. Sottratti i secondi racconti dei Savi, e insieme con essi quelli, pure superflui, che la matrigna narra nell'ultima notte, quand'ella, secondo la nostra versione, ben sa che tra poche ore nulla più impedirà al principe di parlare, ci rimane un testo che esattamente combacia con un tipo già noto, e precisamente con quello, col quale, anche a priori, sarebber stati da supporre i rapporti più immediati. Intendo parlare del gruppo, a cui il Mussafia ha dato il nome di Versio Italica [3]. L'esser dunque una parte del libro imparentata così strettamente con gente ben nota, mentre l'altra, che pur le va unita, non manifesta rapporti con nessuno, finisce di mostrare quest'ultima come una nuova venuta, estranea alla famiglia nella quale s'è fatta accogliere. La cosa apparirà ancor più chiara andando innanzi. Frattanto ciò che s'è detto basta di sicuro a spiegare, perché mai io prenda a studiare la nostra versione astraendo in tutto e per tutto dai secondi racconti. E in verità non sentiremo pressoché mai uno stimolo a rammentarci che esistano. Solo, beninteso, dopo avere minutamente esaminato tutto il resto, considereremo un po'da vicino ancor essi, dacché la loro presenza, per quanto inutile ed incomoda, è pur sempre un fatto che sussiste.

La Versio Italica era rappresentata fino a qui dalle seguenti redazioni:

1. Storia d'una Crudele Matrigna: pubblicata la prima volta a Venezia nel 1832 dall'arciprete Giovanni Della Lucia, sopra un suo codice, adesso smarrito, e opportunamente ristampata poi a Bologna dal Romagnoli nel 1862 (Scelta di Curiosità letterarie, disp. XIV).

2. Il Libro dei Sette Savi di Roma, pubblicato nel 1865 a Bologna stessa da Antonio Cappelli (disp. LXIV della medesima Scelta).

3. Il testo latino scoperto dal Mussafia in un codice viennese, e da lui dato alla luce nei Rendiconti dell'Accademia imperiale[4].

4. L'Erasto manoscritto, conosciuto assai imperfettamente per una notizia del Carducci (Rivista Italiana, anno IV, 1863, p. 431), e per ragguagli meno scarsi somministrati dal Cappelli (Op. cit., p. 69 segg.).

5. L'Erasto a stampa, ossia la notissima redazione a cui i Sette Savi hanno obbligo dell'essersi mantenuti vivi nelle memorie anche durante i secoli xvi, xvii, xviii. Inutile rammentare le traduzioni che diffusero il libro per tutta oramai l'Europa civile. Insieme colle traduzioni si può mettere anche il poema di Mario Teluccini, che non è altro se non una trasformazione del libro dalla lingua della prosa in quella della poesia. Consta di nove canti e fu pubblicato nel 1566.

Contrassegno le cinque versioni colle sigle m (1. Cr. matrigna), c (2. Cappelli), l (3. latino), em (4. Erasto ms.), es (5. Erasto st.). La nostra, che viene ad aggiungersi adesso, designerò colla lettera r (vers. rimata). Mediante un I designerò con G. Paris tutto il gruppo della Versio Italica. E dal medesimo erudito, ossia dal sagace proemio da lui premesso di recente a due redazioni francesi dei Sette Savi[5],prenderò pure a prestito le lettere per indicare le altre famiglie: V, L, A. A coteste majuscole propongo che si aggiungano, quando sia il caso, le determinazioni secondarie sotto forma di esponenti. Per la Versio Italica avremo Im, Ic, Il ecc.[6] .

I rappresentanti della Versio Italica vengono a rannodarsi in gruppi minori, a seconda di speciali affinità. Uno comprende gli Erasti: così strettamente uniti, che quasi non s'è neppur pensato a distinguerli. Un altro, d'assai più antico e notevole, abbraccia le versioni l, m e c. Non c'è fra queste sola identità di materia; bensì corrispondenza pressoché continua dei periodi, delle proposizioni, delle parole. I tre testi ne costituiscono in certa maniera uno solo. Manifestamente i rapporti devono essere immediati e di natura assai semplice.

Ma come, propriamente, abbiam noi a concepirli? In qual ordine genetico collocheremo i nostri tre individui? Già al Mussafia, nella brevissima introduzione premessa al testo latino, parve « assai verosimile » che l fosse da riguardare siccome l'originale; e preventivamente egli confutò l'obbiezione, che taluno avrebbe potuto trarre dalla lingua e dalla sintassi, le quali, per poco che si guardi, vi appajon romanze, e specificamente italiane, anziché latine. Il dotto professore ha perfettamente ragione. Solo ciò ch'egli dice ha bisogno d'esser maggiormente chiarito, determinato, assodato.

In primo luogo importa di fissar bene che le due redazioni italiane m e c non s'identificano già in modo assoluto. Chi pensasse di non aver dinanzi nell'una, se non l'altra, alterata o corretta dal capriccio dei copisti, od anche dall'arbitrio di un editore, s'ingannerebbe a partito. Non si tratta qui di esemplari diversi di una medesima scrittura; bensì di due forme distinte[7]. Di ciò potrà subito convincersi chiunque si metta a confrontare i due testi, anche solo per qualche pagina.

Ho accennato a possibili arbitrii di editori. Gli è che sul della Lucia pesa un sospetto. Egli non deve aver riprodotto il suo esemplare con fedeltà scrupolosa; assai probabilmente si permise di ripulirne un poco la lingua. Questa conserva ancora qua e là qualche traccia idiomatica [8]2; ma nel manoscritto doveva, secondo ogni verosimiglianza, essere intinta di elementi dialettali in grado assai maggiore. Giacché, non è dalle penne veneziane d'uomini non coltissimi, che possiamo aspettarci purità di dettato nei primi secoli della nostra letteratura. E dico veneziane, perché a Venezia, non ne so dubitare, appartiene anche questa versione. Già gli elementi dialettali, per quanto scarsi, fanno pensare a quel territorio. Non solo non gli disconvengono, ma positivamente gli convengono. Certo converrebbero del pari anche a quasi tutta la regione padana; se non che la patria presumibile dell'unico manoscritto vuole che di preferenza ci fermiamo alle provincie venete. E la scelta riceve una conferma e una determinazione più precisa da un passo, corrispondente a quello che ci ajutò così validamente a precisare la patria della redazione in ottava rima[9] . Nella novella del Tesoro ai due sages dei testi francesi rispondono qui « due officiali o comandatori ». Ora, i comandatori appartengono al sistema degli ordinamenti civili di Venezia[10]. Erano funzionarii scelti dal doge, e dipendenti in tutto da lui: una cosa stessa coi gastaldi ducali, di cui ebbi a far menzione.

Con tutto ciò lo studio minuto del testo in questione m'ha dovuto convincere che alterazioni profonde non possono in nessuna maniera essercene state. Ritocchi continui per ciò che spetta alla fonologia; modificazioni abbastanza frequenti d'ordine morfologico; poche sostituzioni di vocaboli e frasi: ecco le licenze che l'editore può essersi permesse. Egli dovette lavorar di mestola e levar la schiuma: non altro di sicuro.

Ciò premesso, ci si presenterebbe in astratto una doppia possibilità: o le due redazioni volgari son tradotte indipendentemente dalla latina; o questa è essa medesima traduzione d'una di esse, esemplare dell'altra. Quale tra le due ipotesi sia a priori più verosimile, non c'è bisogno ch'io dica. Tuttavia ciò non può bastare perché ci permettiamo un'affermazione. Di testi tradotti in una lingua, e da quella poi ritradotti più tardi nel linguaggio primitivo, non mancano davvero gli esempi.

Convien dunque esaminare più addentro il problema, ossia fare un raffronto minuto di c ed m con l. Ben presto si riconoscerà che, supposto l originale comune, i rapporti si spiegano colla massima naturalezza; presenterebbero invece mille difficoltà, data un'altra ipotesi. L'immagine del testo latino si riflette intera in c ed m insieme uniti; ma non già nell'uno o nell'altro soltanto. Si prendano due traduzioni indipendenti di un libro qualunque, e si mettano a confronto tra di loro e coll'originale: si vedranno relazioni perfettamente analoghe a quelle che si manifestano nel nostro caso.

Di ciò potrà persuadersi chiunque faccia l'esperimento. Qui tuttavia sento il dovere di recare anche qualche prova più determinata. Comincio da m. Son molte e molte le frasi ed i modi che trovano la loro ragion d'essere nel latino di l. Trovo a pag. 11: « Ma ella (la regina) come innamorata d'esso, lo fece chiamare a sé ». La frase è impacciata e quell'esso non vien naturale. Si confronti il latino: « Quae ... tanquam capta amore fecit ipsum ad se vocari » (p. 98). A pag. 13 il primo filosofo si meraviglia che il padre voglia disfare il figliuolo « non servato l'ordine de la ragione ». E noi alla nostra volta ci meraviglieremmo di questo modo di dire, senza l'« injuste nec ordine juris »  forse da supplire appunto « servato »  di l (p. 99). Non che si tratti di cose che proprio in italiano non istieno. Gli è che coteste espressioni si offrono da sé medesime quando si scriva latino, mentre chi pensi in volgare deve andarne in traccia a bella posta, e cacciarne via altre ben più naturali. Ancor più significativo è il leporario, che abbiamo ripetutamente subito dopo (p. 13 e 14.), e che proprio mal s'intenderebbe come avesse potuto venire in mente senza di l. E cos'è in italiano, « avvenne che la question si commetteva circa la culla » (p. 14)? è manifestamente il latino: « Contigit autem quod illud esset circa cunam » (p. 100). Voltiamo ancora qualche pagina. Dire in volgare, « E mentre egli volesse andar fuori de la terra » (p. 16), significa valersi di una sintassi abbastanza curiosa. Ma l subito ce la spiega: « Cumque »  probabilmente il testo che servì alla traduzione portava dunque  « dominus vellet ire extra terram » (p. 100). Si potrebber raccogliere esempi quanti si volesse.

Appunto l'evidenza del fatto, che ancor prima della scoperta di l aveva indotto il Mussafia, sagace qui come sempre, a fiutare nella Crudel Matrigna una traduzione dal latino[11] , mi dispensa dal prolungare ulteriormente il discorso.

Piuttosto non devo tacere che non tutti i latinismi di m hanno da l la spiegazione cercata. Ancilla (p. 32), in longinqua parte (P. 33), unigenito (p. 51), increpandolo (p. 55), ecc., si trovano a fronte nel latino voci o frasi differenti. La cosa non è strana. Talvolta il traduttore avrà avuto dinanzi una lezione diversa dalla nostra. Ma più ancora è da tener conto dell'ambiente in cui il suo cervello si trovava trasportato, in grazia dell'operazione a cui stava attendendo. Sopra uno scrittore toscano l'effetto sarebbe stato appena avvertibile; non così sopra un provinciale, che mal conosceva la favella della quale s'ingegnava pur di valersi. E si rammentino anche le cose dette a proposito della parte che il latino continuava ad avere come elemento della lingua scritta[12] . I latinismi parevano accrescere maestà al linguaggio. Ben lungi dallo scansarsi, si cercavano di proposito.

Con ciò avrò forse messo nella mente del lettore un po'di scetticismo circa il valore delle prove che adducevo poco fa per la derivazione di m da l. Dato che così sia, sarà bene rincalzare l'asserto con una prova d'altro genere. Se m non fosse traduzione di l, ne dovrebb'essere l'originale, e c ne sarebbe, senza alcun dubbio possibile, una ritraduzione. Ma c è giunto a noi in un codice di rispettabile antichità. Il Cappelli (p. x) lo dice del secolo xiv; ed io posso confermare il suo giudizio, e soggiungere anzi che non assegnerei di certo il manoscritto agli ultimi decennii di quel periodo. Ne verrebbe che m, per essere l'originale di l, originale alla sua volta di c, dovrebbe appartenere perlomeno al principio del trecento. Ora, avesse pur anco il Della Lucia messe le mani nel testo molto più addentro che non sia ragionevole il supporre, questa data non cesserebbe di apparire assolutamente assurda.

Passiamo a c. Non mi par meno sicuro che anche questo testo sia traduzione di l. Gl'indizi somministrati dalla forma non abbondano certo quanto in m; se non che hanno qui maggior forza. Il traduttore non è malaccorto alla maniera dell'altro; ritrae per solito il suo modello esattamente, ma non goffamente, e sa sostituire all'espressione latina  giacché, per quanto l'autore di l spropositi, per quanto scriva una lingua italianeggiante, il suo è pur sempre una specie di latino  un'acconcia espressione volgare. Appunto per ciò non ci riesce naturale il trovare, precisamente nelle prime parole conservate (p. 5), che l'imperatore « annunciò alla moglie ciò che del figliuolo era addivenuto. La quale ebbe grande letizia » ecc.[13]. Quell'annunciò, e il collegamento col relativo, sentono qui di esotico. E infatti eccoceli in l: « Imperator ... uxori quod de filio suo acciderat nunciavit. Quae quia ipsum cum gaudio expectabat » etc. (p 9798). Di peggio forse abbiamo dopo la novella del levriere: « Udendo questo l'imperatore rilassò la sentenza del figliuolo » (p. 10). Cfr. l: « Audiens hoc imperator sententiam mortis filii sui relaxavit » (p. 100). E cotesto rilassare, e di fronte a lui il relaxare, ritornano quante volte i filosofi hanno finito di narrare.  Nella transizione alla terza novella, « E incontenente venne l'altro filosofo » (p. 12), l'altro è dovuto al fatto della traduzione: « Et ecce mane alter philosophus » (p. 100). Ed anche l'incontenente è volgarizzamento irriflessivo di ecce.

Lasciamo altri esempi, e guardiamo un pochino anche alle cose. Nel Pino è manifesto che s'è guastato il racconto, là dove il padrone, avanti di partire, ordina all'ortolano « che di quella pianta egli avesse cura, eziandio s'egli dovesse [tagliare] tutte l'altre piante » (p. 11). Tutte no, e neppur una: bensì unicamente i rami dell'albero maggiore. E così infatti è detto più sotto[14] . L'errore non è in l: « Jussit hortulano quod haberet magnam curam de ea ac ipsum recte elevaret, et si deberet incidere arborem illam totam et omnes ramos ejus » (p. 101).  Nella storia d'Ippocrate e del nipote c non ispiega punto con qual metodo di cura sia guarito il principe bastardo: « E poscia lo medico curoe lo giovane sì che guarie » (p. 14). Il latino dice « cura decenti » (p. 102); e vedremo più oltre come questa frase abbia assai importanza.  A pag. 17 il pastore, che capita al pero, dov'è solito di venire il cignale, comincia « a cogliere di queste pere ». Non cogliere, bensì raccogliere; tutte l'altre versioni, e il seguito pur di questa, ce ne fanno sicuri: le pere sono per terra. Sembra dunque essersi intesa male l'espressione ambigua di l: « collegitque de piris » (p. 103).  Chiediamo qualche esempio alla 5a novella: Tentamina. In c non si tratta per la donna di trovarsi un amante; bensì di dar effetto all'amore che essa nutre già per un giovane (p. 18). Eccoci allontanati dalla versione primitiva, che risulta in modo non dubbio dall'accordo di l (p. 104) coi testi forestieri. Poi la terza prova è manifestamente strozzata. La madre dice: « Domenica, quando tuo marito farà grande convito [di suoi] amici, andarai e sederai appresso lui, e ligherai la borsa all'anello della tavola, sì che si ribalti; e se di questo non si turba, poscia farai tua volontà.  E fatto questo, lo marito si turbò molto contra lei » (p. 20). Lasciamo stare la soppressione del fatto: ma chi capisce in che maniera la tavola abbia da esser rovesciata? E s'avrà proprio a rovesciare la tavola? Pare un po'troppo. Ebbene, si guardi al latino: « ... Vade et sede juxta eum, et verte[15] caput tabaleae mensae ad clavem, quam apud latus tuum habes » (p. 104). Così sta bene[16] . E che questa sia la versione primitiva, è dimostrato incontestabilmente dall'accordo colle altre redazioni[17].  Termino con un esempio di Roma. Il nome del maestro che libera la città dall'assedio è taciuto da c (v. p. 33). Invece nel latino lo abbiamo (p. 110); e sebbene nel codice viennese la lezione sia corrotta, intendiam pure essere il medesimo che conoscono i testi francesi, vale a dire quel Giano, a cui il fatto è attribuito anche in libri anteriori d'assai ai Sette Savi occidentali[18] .

Pertanto credo di dover riguardare come un fatto umanamente sicuro, che tanto m quanto c son traduzioni di l. Le ragioni a cui s'appoggia questo risultato son troppo valide, perché abbiano a temere di qualche piccolo inciampo. Ciò non mi esime dal dovere di guardar bene in faccia le difficoltà e di cercarne la soluzione.

Accade talvolta che c ed m si trovino d'accordo tra loro e in disaccordo con l. La spiegazione non sarà sempre la medesima. In certi casi l'incontro sarà da ritenere accidentale. E in verità sarebbe pressoché impossibile che due volgarizzatori di un medesimo libro non s'avessero mai da incontrare! Ma questa ragione è ben lontana dal valere dappertutto. Non pretenderemo, per esempio, che essa ci spieghi, come mai nell'Inclusa, tra le varie prove messe in opera dall'astuta moglie per togliere ogni sospetto al marito, c ed m ne conoscano una d'un cagnuolo (c p. 31; m p. 39), che l ignora. Qui è ben sicuro che i due traduttori dovevano aver dinanzi un testo più compiuto del nostro. E certo, che la lezione del codice viennese sia qua e là malconcia, non è cosa dubitabile. Per convincercene, torniamo un momento a Medicus. Ucciso il nipote, Ippocrate « passus est intolerabilem fluxum ventris, quem ipse nequaquam valuit restringere cum omnibus suis medicinis. Et dixit suis ministris: Ego non possum restringere hunc fluxum meum. Faciens autem aquam cum pulveribus restrictis, ut usus ea attraheretur, et videns hoc non proficere, flevit amarissime de vita omnino desperando » (p. 102). Chi non vede l'assurdo ? Ippocrate ha provato di già tutte le sue medicine, e torna ancora a provarne una? Orbene: m e c, perfettamente concordi con l fin dove il latino dice medicinis, lì se ne staccano, per narrare l'episodio caratteristico del vasello forato (m p. 21; c p. 15), comune a tutte le altre redazioni. Gli è che in l il passo è evidentemente corrotto. Un trascrittore doveva aver saltato qualche rigo; vi fu chi volle rimediare alla lacuna, e a questo fine impastricciò una correzione qualsiasi. Nel concio si riconosce ancora qualche parola appartenente alla lezione genuina: faciens, aquam. Si confrontino i volgarizzamenti[19].

Similmente, non che abbattere, non può nemmeno far menomamente traballare i resultati ottenuti qualche rarissimo e minimo accordo d'una sola tra le versioni italiane con altre più remote. Sarebbe un grosso errore il vederci un indizio di parentele, e quindi di derivazioni diverse da quelle, che s'è creduto di dover riconoscere. Che importa, per es., se, nel gruppo nostro, solo m dia una specificazione al re che manda per Ippocrate (p. 18)? è il re d'Anglia, sta bene; a quel modo che in altre redazioni abbiamo il re d'Ungheria (L., p. 26), un re di Grecia (K., v. 1703), di Puglia (cat., v. 913). Ma par facile vedere essere puramente fortuito, o, per dir meglio, dovuto a cause psicologiche e logiche, quel poco di somiglianza che qui viene ad esserci. In qualche altro caso, precisamente come per le concordanze comuni ad ambedue le traduzioni bisognerà supporre ragioni d'altro genere. Ma, purché si sappia rappresentarsi al vivo le condizioni reali, queste lievi difficoltà non faran mai paura; si vedrà sempre uno o più modi per sbarazzarsene[20]. Da tutto ciò mi si lasci dedurre un corollario, ovvio quanto mai, ma troppo spesso dimenticato nella pratica. Guai in fatto di comparazioni a vedere in ogni convenienza un indizio d'origine comune! Se per lo più le somiglianze si ereditano, spesso anche si producono. Lo scienziato deve studiarsi di affinare quanto sia possibile i criterii per distinguere l'uno dal l'altro i due generi di affinità. Senza cotesta distinzione si finisce sempre per aggirarsi in un labirinto inestricabile di dati contraddittorii.

Questa discussione preliminare sembra metterci in istato di scoprire facilmente, qual posto sia da assegnare alla redazione in ottava rima. Invece di un problema molteplice, ci troviamo adesso dinanzi una questione semplicissima in apparenza. Deriva r da l, oppur no? Che, data la derivazione, essa abbia ad essere piuttosto immediata o mediata, sia poi attraverso ad m o c, sia passando per un altro volgarizzamento ipotetico, è una determinazione d'ordine secondario.

Gli è paragonando contemporaneamente r ed l con redazioni d'altri gruppi, che dobbiam cercare la riposta. Credo opportuno di cominciare da una novella, anziché dall'introduzione. Procederemo più sicuri e spediti.

Faccio cadere su Medicus la scelta. In generale c'è molta somiglianza fra i nostri due testi. Siamo, è vero, discretamente lontani dalla perpetua convenienza sintattica e verbale che s'aveva tra l e c oppur m; ma già s'intende che rapporti così stretti, tra una redazione poetica ed una prosaica, son possibili solo nel caso, che la prosa sia dissoluzione dei versi. Giacché, del resto, ogni verseggiatore è tratto di necessità ad ampliare, a sopprimere, a modificare. E quel certo grado di licenza che il ritmo lo costringe ad arrogarsi, si converte in un eccitamento ad arbitrii e mutazioni maggiori.

Dunque la rima, com'è da aspettarsi, ci offre ordinariamente un di più. Per solito si riduce a mero fogliame della peggior specie. Parole vuote di pensiero e vanissime ripetizioni. Il latino comincia: « Hippocras summus medicus... » E la rima

 

.   .   .   .   .  Lo medicho di gran fisicha

Che Ipocras si nomeva, lo gran teologo,

Lo qual aveva de gran libri in rubricha,

Costui sopra i altri fo medicho soprano,

E in medizina si fo molto altano.

 

Inutile insistere con altri esempi. Già nella prima parte di questo lavoro s'è imparato abbastanza a conoscere il nostro uomo, perché le sue goffaggini ci possan più far meraviglia. Né l'osservazione di differenze siffatte farebbe progredire d'una linea la questione critica.

Finché dunque nelle cose r ed l camminano di conserva, anche noi tiriamo di lungo. Le discrepanze comuni  se discrepanze ci sono  dagli altri gruppi, non vogliono esser considerate in questo luogo. Veniamo pertanto fin dove il medico ha minacciata la regina, ch'egli se ne andrà, dacché essa non gli vuol palesare il vero. Qui r prosegue:

 

         Vedendose la dama esere sguxita,

Dise: Se credese chel non fosse saputo

E che l'avesi in credenza, perché la vita

Lo mio marito me toria al tuto,

Io ti diria da chui e'fui rapita.

A lei respoxe lo medico proveduto

Madona, non dubitate. Aldi el mio detto:

Retignerò tutto el fato secretto.                         (St. 9.)

 

Nulla che esattamente corrisponda in l [21], e nemmeno in c né in m, che ci farebbero da spia, se mai nel testo del codice viennese ci fosse una lacuna. Invece abbiamo nella prosa francese: « Quant la roine voit ce, si le rappelle et li dist: Sire, je le vos dirai, et por Dieu, gardez que n'en soit parole.  Dame, non sera il » (L, p. 27).

Se non che questo non è ancora un indizio col quale fare a fidanza; tanto più che la richiesta e la promessa della segretezza mancano in altre versioni. Nulla vieta di vederci una di quelle amplificazioni, che qua si producono, là spariscono, per poi rinascere un'altra volta. Ma non si può già dire altrettanto del metodo di cura che il medico adotta, quando sa di positivo ché il principe è bastardo:

 

Dise lo medico nel so conzeto solo:

Qui me bexogna lasar le dignitade,

E come avòltero medichare lo volo,

Perché bastardo l'è con pravitade;

E come avòltero e bastardo lo vo'medicare.

Alora lo medicho ebeno a comandare

      Che zibi grosi qui si sia arechato,

Come è charne di vacha e simele cosse;

E da mangiare a quel giovene à dato,

Perché la natura sua vuol cose grosse.      (St.    1112.)

 

Si confrontino le redazioni francesi e le loro emanazioni, e si veda come s'accordino. L, p: 27: « Il est avoltre, je li ferai poison a avoltre: donnez lui a mengier char de buef [22]. Il firent son commandement ».

 

K., v.1745:               Dame, dist il, c'est bien raison;

                                 Or aura avoutre poison.

                                 Lors li fist car de buef mangier... [23]

nbsp;

Si veda, se si vuole, anche la versione italiana pubblicata dal d'Ancona, p. 24, e la catalana dataci dal Mussafia, v. 969.

Ora in l troviam solo un'indicazione indeterminatissima, già ricordata anche altrove: cura decenti. Questa frase ha l'aria d'essere un riflesso dignitoso della versione degli altri testi. Il redattore latino par come aver voluto scansare una volgarità. Pertanto r contiene qualcosa che non è in l né nei suoi derivati[24], e che doveva essere invece nella sua fonte immediata o mediata. Le conseguenze pajono offrirsi ovvie. Tuttavia per adesso lascio che il lettore le cavi per conto suo, e mi limito a osservare e raccogliere.

L'accordo peculiare di r con redazioni più remote per ciò che riguarda la cura, si ripete al ritorno del nipote presso lo zio. Mentre l si contenta di un « Rediit medicus ad Hippocratem nepotem (sic) suum, narrans eidem quae fecerat » [25], r così espone il fatto:

 

Partì lo giovene medicho saputo

E ritornò al suo barba Ipocràs,

E domandolo, se lui à guaruto

Quelo amalato per chui andare el fas.

E lui dise de sì, come proveduto.

Che li àtu fato? lo barba li parlàs.

Charne de vacha e altre cose grosse

Li ò dato a manzare, lui li resposse.

 

        Adonque costui è avòltero nato?

       Sì, dise lo nepote, ch'io l'ò cognosuto.

(St. 13–14.)

 

Paragoniamo L: « Et s'en revint a son oncle. Ypocras li demanda: As tu l'enfant gari?  Oil, Sire.  Que li donas tu ?  Char de buef.  Dont estoit il avoltres ?  Sire, voire. » Si confronti pur K, v. 1755; cat. 979; Hans von Bühel, v. 4583. Proprio soltanto l coi suoi accoliti venne ad appartarsi.

All'incontro l'uccisione proditoria del nipote è strozzata da r, mentre l ce la narra assai acconciamente, e con particolari che occorrono anche fuori della Versio Italica. Ecco i due testi nostrali. Ci aggiungo pur L, per comodità di confronto.

 

r:      Chiamò lo nepote e dise: Ora andemo

         Ala canpagna e dele erbe acolieremo.

                 Esendo gionti a un luocho salvagio,

         Lo suo nepote dele erbe arcolie.

         Alora lo vechio falso e malvagio

         Con un coltelo da drieto con so volie

         Lo arsaltò e ferìlo adagio,

         E a tradimento la vita li tolie.

         E per invidia amazò lo nepote

         Lo vechio Ipocras in quele grote.

(St.  1415.)

l, l. cit.: « ... Vocansque ipsum quodam die in viridarium suum, ubi erat herbarum medicinalium multitudo, inspexit Hippocras quandam herbam bonam multas habentem virtutes, dixitque nepoti suo: Videsne. aliquam herbam bonam? Qui respondit: Video. Et illam ostendit et collegit, et Hippocrati singulas virtutes declaravit. At Hippocras vidit aliam herbam, cujus virtutes nepos suus ut prioris declaravit. Tertiam herbam vidit nepos Hippocratis, quam Hippocras non vidit, et dixit Hippocrati Haec est melior cunctis herbis. Dixitque Hippocras: Collige eam. Et dum se flecteret ad colligendum ipsam, Hippocras ipsum ad cor cum gladio percutiens [occidit], clamque ipsum sepelivit. »

 

L, l. cit.: « Il apela: Biau nies, dist il, venez après moi, en cel vergier. Il entrerent ens, par le guichet; et quant il furent en milieu: Dex! dist Ypocras, com je sens une bone herbe. Cil saut avant, si s'agenoille, si la quest et li aporte, et li dist: Sire, veez la ci. Et il la prent en sa main: Voirs est, dist il, biaus nies. Il ala encore plus avant: Ore en sent, fait il, encore une meillor. Cil vient avant, si s'agenoille pour cueillir la. Ypocras se fut bien appareilliez et tret un coustel, si vient après le vallet, si le fiert, si l'ocist par mi tout ce. »

 

I contatti di l con quest'ultima versione balzano agli occhi e mi dispensano dal metter più sotto gli occhi del lettore fatti dello stesse genere. Tanto più essendo le conseguenze che ne derivano già abbastanza manifeste anche per prove d'altro genere.

Sicché passiam oltre. Subito ucciso il nipote, Ippocrate nella rima arde i libri

 

Poi Ipocras vene nela zitade

E tuti li suo libri ebe a bruxare.

(St. 16.)

 

La cosa è riferita, precisamente in questo luogo, anche dalle versioni francesi e da una parte della loro figliolanza. Si veda L, p. 28; K, v. 185. Invece l e famiglia non dicon nulla dell'arsione. Eppure l sa bene di libri scritti da Ippocrate, e di passaggio ne ha fatto prima menzione ad altro proposito: « Hippocras autem invidia motus ex eo quod iste melior erat eo (ex eo quod multos libros fecerat Hippocras), ne post mortem propter istum nepotem suum ejus mentio cum memoria deleretur », etc. Si vede quindi che nell'esemplare di dove è uscito il latino i libri e l'arsione dovevan esserci di sicuro. Ma il nostro prosatore sapeva forse che ancora sussistevano opere del famosissimo medico. Però soppresse la distruzione, pur conservando qualcosa, mutato luogo e destinazione. Fors'anche gli sembrò assurdo in chi tanto ambiva la fama, il distruggere precisamente ciò che meglio avrebbe dovuto servire a perpetuare la memoria sua[26] . Comunque, ecco un secondo caso, analogo ad uno rilevato poco addietro. S'avrà occasione di richiamarli entrambi.

L'episodio del vasello forato, che, com'era ben da aspettarsi, in r non manca, se non esiste più nella nostra lezione di l, esisteva, come s'è visto, nei manoscritti di dove procedono n z e c. Non è dunque il caso di tenerne conto. E così ci troviamo al termine della novella.

Volgiamoci adesso all'introduzione. Siccome peraltro sarà questa una parte del libro da riportar poi tutta intera, qui procederò molto alla spiccia, contentandomi anche di solito, per semplicità maggiore, di chiamar a paragone il testo del Leroux.

Comincio dall'avvertire che r, d'accordo colle razze oltramontane, parla subito al principio (St. 46) della madre del principe, mentre l appena la ricorda poi incidentalmente per annunziarcene la morte, dopo aver lasciato crescere ed educare per più anni il fanciullo.  Il palazzo dove il giovinetto riceve la sua educazione è in r fatto edificare apposta (St. 11–12), concordemente con ciò che si ha nella maggior parte delle versioni forestiere, e perfino nel ramo orientale; non così in l, se pur non vi si voglia sottintendere gratuitamente la cosa.  Né il latino dà particolari di alcuna specie sulle disposizioni che là dentro si prendono. Ben ce ne fornisce parecchi la rima, sostanzialmente concordi con quelli somministratici da L. Abbiamo le arti dipinte sulle pareti (St. 13); abbiamo la menzione speciale del letto assegnato al giovane alunno (St. 14).  Poi l, né qui, né in alcun'altra parte, non dice i nomi dei Savi; r ce li enumera tutti (St. 19–25); e, salvo certe storpiature o leggiere varietà, son precisamente i medesimi che abbiamo in L.  Lo strano esperimento delle foglie per accertare il profitto del giovinetto, è taciuto da l, narrato da r (St. 28–32).  Al pari di L, r espone distesamente come si vada a consigliare all'imperatore di prendere altra donna, quali argomenti s'adoperino per persuaderlo, com'egli commetta ai consigliatori di fare essi stessi la scelta, come questi cerchino, trovino, e come le nozze abbian luogo (St. 36–40); l sbriga tutta questa parte in poche parole, tralasciando ogni particolare. La sola differenza grave che sia qui tra L ed r, si è che gli eccitatori delle nuove nozze sono assurdamente nella versione nostra i maestri stessi del principe. L'identificazione dev'esser nata dall'aver franteso un'espressione ambigua, che possiam credere riflessa fedelmente da l: imperator de consilio sapientum, etc.  La matrigna in r come in L è mossa da invidia a chiedere al marito di vedere il figliastro; essa pensa con dispetto che abbia a toccare a lui, e non già ai figli che potesser nascer di lei, l'eredità dell'impero, e però vuol sbarazzarsene (St. 45–47). In l il motivo è ben diverso: la donna vuol vedere il principe, perché, udendone decantare i pregi, s'è accesa d'amore per lui.  I messi mandati ai Savi son due in L ed r (St. 51); in l l'espressione rimane indeterminata: nuncios misit.  Ed l tace similmente la circostanza della cena e del giardino, che è in r (St. 53) allo stesso modo che in L.  In r, come nelle versioni francesi, abbiamo due stelle: la prima rivelatrice del pericolo, è avvertita da un filosofo; la seconda annunziatrice della possibilità di uno scampo, è scorta dal principe (St. 54–60); l riduce invece le due ad una sola, nella quale il principe legge e il pericolo e il rimedio, sicché ai filosofi rimane una parte puramente passiva. Poi l fa che i maestri vadano l'indomani col giovane alla corte; in r non si muovono (St. 65–66), di modo che siamo vicini ad L, dov'essi partono bensì, ma s'arrestano in un bosco, e non giungono per nulla affatto all'imperatore.  r ci rappresenta presso a poco alla maniera di L l'imperatrice, che, saputo l'arrivo del figliastro, viene al marito a lui ed (St. 77); in l è l'imperatore che va alla donna; e ci va solo.  Infine altre convenienze estranee ad l si potranno rilevare agevolmente confrontando r con L, tanto nella breve scena fra i tre protagonisti, quanto in quella tra la matrigna e il figliastro.

Estendere qui maggiormente il paragone, sarebbe superfluo. Mi basti dire in genere che tutto quanto l'esame comparativo dei testi continua a mettere in luce fatti della medesima natura. Sicché la causa è oramai istruita: veniamo alla discussione.

Che mai risulta dalle cose osservate?  Le deduzioni sarebbero semplici e nette, se non venisse a creare gravi imbarazzi un fattore, del quale troppo spesso non si tien conto abbastanza. Cotesto fattore consiste nella mescolanza e nella sovrapposizione possibile di due o più versioni diverse. Più individui s'incrociano, e danno nascimento ad una razza mista, che costituisce poi la disperazione dell'antropologo. E l'incrociamento può avvenire in differenti maniere: talora è voluto, tal'altra spontaneo; qui si procura col paragone di due testi scritti; là accade inconsciamente nella memoria, perpetua rimescolatrice di reminiscenze. Poi v'hanno qui pure casi, nei quali le due specie ne procreano una terza ben distinta da entrambe; altri invece, in cui l'uno dei due tipi prevale di gran lunga, e solo viene poco o tanto ad essere modificato. Questi ultimi casi son di gran lunga i più frequenti; ed è appunto alla loro categoria che apparterrebbe pure il nostro, se mai s'avesse a conchiudere che la rima fosse un testo contaminato.

Ciò premesso, veniamo a specificare. Ci stanno dinanzi due possibilità, delle quali l'una, duplice essa medesima. O l ed r emanano indipendentemente da una fonte comune, oppure l'uno di essi proviene bensì dall'altro; ma insieme s'è aggregata una certa dose di elementi, attinti ad una redazione di stirpe diversa.

Delle tre ipotesi, che appajono così possibili, non mi perito nondimeno ad eliminarne subito una. La derivazione di l da r va esclusa in modo assoluto. Le si oppongono ragioni di vario genere. In primo luogo la cronologia: l è senza dubbio più antico. Se anche lo conosciamo fino ad ora in un solo manoscritto appartenente al secolo xv, spetta al xlv, rammentiamocene, e non al suo cadere, il codice che ci ha conservata una delle traduzioni italiane. Questa prova rende oramai superflue le altre, meno conclusive d'assai. Ne accennerò tuttavia qualcuna, per soprappiù. Non è un traduttore latino che vorrebbe darsi la briga d'un lavoro di contaminazione per un libro siffatto. Inoltre, di elementi che uno solo fra i due testi abbia comuni con altre famiglie, c'è una discreta abbondanza in r, e invece molta scarsità in l. E poi per l si tratta per solito di mere varianti minute, e non già di particolari nuovi che abbiano un certo rilievo. Sarebbe pur strano che s'andasse a prender lontano roba di questo genere.

Sicché restano a fronte due sole possibilità. O l ed r provengono ciascuno per conto suo da un medesimo ceppo; o r deriva da l e fu contaminato coll'ajuto di un'altra versione.

Tra le due ipotesi confesso di non sapermi indurre a scegliere definitivamente. Certo la prima è più semplice. Ed essa ha altresì titoli ben più serii da far valere. Passiamoli in rassegna.

Una domanda preliminare sembra atta a sbarazzare un poco la via. Indipendentemente dalla questione attuale, l'esistenza di rappresentanti della Versio Italica anteriori ad l par probabile, o no?  Probabilissima, oso rispondere; ché questo nostro testo latino ha troppo spesso l'aspetto di un abbreviamento. Impossibile scorrerlo senza riportarne quest'impressione. Si guardi alle transizioni da una novella all'altra. Solo il primo giorno si dicon le cose compiutamente; poi sempre, ora più, ora meno, si taglia corto. Così unicamente dal primo Savio vediam pattuirsi l'indugio del supplizio per quella giornata. Par come che l'autore si secchi di ripeter sempre formole e parole identiche, e però voglia, se non altro, diminuire la noia. A volte, proprio, la brevità va tant'oltre, che più non potrebbe. Così accade la terza notte: « Rediens autem imperator adhuc vivente filio, dixit mulier: O imperator, tibi eveniet quod cuidam regi accidit, qui non videbat lumen extra civitatem suam, et a multis sapientibus consilium postulans, non poterat remedium invenire. Habebat autem septem philosophos » etc. (p. 105). Come si vede, non s'accenna alcuna circostanza; non si lascia aprir bocca all'imperatore per interrogare. E s'avverta: il confronto con m et con c (p. 28; p. 21) mette fuor di dubbio l'integrità del testo[27]. Son poi notevoli a volte certe espressioni: « Et ecce mane tertius philosophus venit, dixitque inter alia: Imperator » etc. (p. 1034).

Anche nelle narrazioni viene a rivelarcisi questo medesimo carattere. L'esempio più ragguardevole l'abbiamo in Tentamina (p. 104). Sempre per evitar ripetizioni, l'esecuzione delle prove non è mai esposta. Unicamente la si accenna con una frase riassuntiva: Fecitque illa.  Fecitque puella, et senex respondit ut prius.  Fecitque ita. Così non si contengono già le redazioni delle altre famiglie; e così non si contiene neppur r, che qui narra per disteso, e che anche nei passaggi tra i varii racconti, batte la via generalmente seguita. Or dunque, perché mai, avendo dinanzi nn testo più completo ed uno quasi di sicuro abbreviato, vorremmo nondimeno supporre che il primo non ci rifletta già l'originale primitivo, bensì abbia ad essersi ricomposto mediante un'integrazione e con nuovi prestiti? Né gli esempi citati stanno già soli; nient'affatto. Il paragone con r ci fa non poche volte apparir l più breve, più povero di circostanze. Ora di coteste circostanze s'intende assai meglio ed è per sé stessa di gran lunga più probabile la soppressione, che non sia l'aggiunta. Tanto più poi mancando esse in un testo, che dà a conoscere una tendenza incontestabile al condensare ed allo sfrondare.

E talvolta avviene perfino che l'esistenza di certe circostanze narrate da r nell'originale di l possa ritenersi indubitata. Si rammentino i due casi occorsici nell'esame della storia d'Ippocrate: quello del metodo di cura usato col principino, e l'altro dei libri. Ognuno vede quanto se n'avvalori l'ipotesi di una fonte comune.

La quale trova conferma altresì nel fatto, che i contatti speciali di r con altre famiglie consistono spesso in analogie, anziché in vere identità. In r il pericolo del principe è letto in un pianeto (I, 54); secondo L (p. 7); 87 K (v. 489 seg.) ecc., nella luna. Similmente si consideri la scusa addotta in r dalla moglie desiderosa di un amante, per giustificarsi dell'aver mandato all'aria la tovaglia con tutto quanto l'apparecchio

 

Marito mio, non putì altro fare

Per adurvi la vostra copa m'ebi a levare.

(VI, 23.)

 

È evidente il rapporto coi testi francesi: « Par ma foi, sire, je n'en poi mes. Valoie querir vostre coutiau et vostre tablier qui n'estoit mie sor table, si m'en pesoit » (L, p. 48). Ora non si vede troppo perché un autore, che aveva l'abitudine di tenersi stretto alla sua guida, dovesse fare di coteste sostituzioni. Nell'altra ipotesi invece ogni cosa vien naturalissima. Tutta quanta la Versio Italica, e però in primo luogo il suo prototipo, sta colle altre famiglie in relazioni di questo genere. Strette somiglianze, accompagnate da varietà continue.

E c'è dell'altro. Qualche sfumatura, qualche elemento affatto secondario stabilisce un rapporto tra r e le redazioni estranee, nei punti in quali del resto la somiglianza con l è assai stretta. In questi casi, per verità, la contaminazione appare improbabile. E s'allarghi pure l'osservazione e le si dia un'altra forma. Se un nuovo esemplare fosse entrato nella composizione di r, gli elementi derivati da cotesta fonte sussidiaria parrebbero dover essere di gran lunga più copiosi. Non è per prender così poco che si suol mettersi ad un lavoro di contaminazione. E son molte le cose che avrebber dovuto tentare l'autore. Per esempio, quella specie d'asta per l'educazione del principe, che vediam tenersi dal padre nel principio della storia. Così, al termine del Virgilius la rima accenna allo sdegno del popolo contro l'imperatore, per l'inestimabile danno di cui egli è stato causa alla città:

 

E lo chomuno di Roma universale

Di questo fato n'ebe gran dolore.

O, quanto a tuti li parve gran male,

Lamentandosi forte de lo inperatore!

 

Dopo queste parole non si capisce, come mai, se si fosse avuto sotto gli occhi un altro testo, si sarebbe qui omessa la storiella della fiera vendetta mediante l'oro colato, che, all'infuori della Versio Italica, s'ha in tutte le redazioni del racconto.

Soggiungerò altresì che del pari mal s'intenderebbe, come si potesse tralasciare di prendere addirittura qualche racconto, da mettere nelle nuove nicchie aggiunte al disegno anteriore. Ché tanto in A quanto in L si contengono narrazioni estranee ad l. Una in A: Senescalcus. In L tre questa medesima: più Filia e Noverca. Dai nuovi racconti a cui s'è dato posto vediamo che l'amplificatore del vecchio libro non era uomo da far lo schizzinoso. La roba da lui scelta è in gran parte più scadente di quella che A ed L gli avrebbero somministrato. E cito A ed L, perché sono di sicuro i testi ai quali si deve qui pensare di preferenza. Ma si sostituisca pure qualunque altra redazione: l'argomento regge con tutte.

Ecco parecchie ragioni, che pajon buone, e che son tali di sicuro. Eppure esse non bastano ad appagare pienamente chi non ami di fabbricare ipotesi, che poi i fatti smentiscano troppo spesso. Una verità ben positiva deve metterci in gran diffidenza. La nostra redazione in ottava rima ci si presenta col vanto o la macchia di un arbitrio capitale. Al vecchio libro s'è appiccicata una lunghissima coda. E non questo solo. Anche ad uno dei racconti primitivi s'è aggiunto non poco.

Questo racconto è l'ottavo: Gaza. In r la storia non termina, come nelle altre versioni, col pianto delle donne, così astutamente e coraggiosamente giustificato dal figlio del ladro. Seguono due altri episodi ben noti: gola; lussuria. E anche le parti antecedenti si sono accresciute di particolari, non meno ignoti agli altri gruppi, che ad l e derivati. Abbiam, per esempio, l'espediente del fumo, usato dal custode del tesoro per conoscere, donde mai il ladro possa essere entrato. Dunque non c'è dubbio: in questa novella una contaminazione ebbe luogo di sicuro. Qual possa essere stato il secondo modello, non è adesso da cercare. Mi contenterò solo di dire, che non fu nient'affatto il Dolopathos, al quale correrà subito il pensiero di più d'un lettore. Ciò si prova facilmente. Là dentro s'ha bene la prova del fumo e l'episodio della lussuria, ma non si pensa nient'affatto a scoprire il colpevole mediante la gola.

Messa fuor di dubbio la contaminazione per un caso, mal può escludersi il sospetto che il medesimo processo possa aver avuto una parte ben più estesa nella composizione del libro. S'è insistito sulla stranezza che, prendendo, si possa aver preso così poco. Ma badiamo: casi consimili occorrono molte volte. Però non vale negare; bensì bisogna contentarsi di cercare le ragioni. Gli è alle recitazioni ascoltate, alle letture fatte, che conviene chieder spiegazione il più delle volte. San fattori, pur troppo, indeterminabili, e che solo ci vengono a convincere, quanto sia vano il pretendere di capire ogni cosa. E se ne aggiungono altri ancora d'indole psicologica, che meno ancora si riesce il più delle volte a bene afferrare.

Sotto il rispetto che ora consideriamo, poco importa di sapere, se le grandi innovazioni che ci si offrono in r, si debbano al rimatore stesso, oppure ad un suo autore. Giacché è ben possibile che il libro in rima non faccia se non darci storpiata una versione in prosa, perfettamente costrutta come la nostra. Certe dichiarazioni che s'hanno in principio ed in fine condurrebbero anzi diritte a creder così

 

Ma molti se ne ritrova di coloro

Ch'altro cha rima non li piaze ascoltare;

Ed io sì volio sastifare a coloro

Di proxa in rima volio rezitare,

E di la proxa anticha trare questo lavoro...

(1, 3)

E qui, signori, io sì fazo fine a voi

A questa vaga e diletevele instoria;

E se falatto vi avesemo noi

Ne lo rimare, lo qual per vanagloria

Non avemo fato, ma per dischiarir poi

Le dite cosse e per farne a voi memoria,

Perché alguni noma rima lezer li piaze;

Per satisfar a loro l'ò fato ben audaze.

(XXIII, 55.)

 

Se non che le dichiarazioni di questo genere son sempre sospette. Agli autori sta troppo a cuore che si creda alla verità delle cose da loro narrate, perché s'abbia da aspettarsi che, quando innovano, ce l'abbiano a dire. Certo il nuovo disegno dei Sette Savi è degnissimo del poeta al quale dobbiamo le malaugurate settecento e sei stanze, di cui si compone la versione in rima.

Con ciò non intendo tuttavia di dichiarare improbabile l'esistenza di cotesta ipotetica redazione. Voglio solo che la probabilità non s'esageri, e non si creda quasi di poterla rappresentare come poco distante dalla certezza. Una cosa piuttosto oserei affermare: se cotesta redazione è esistita  e chi sa che ancora non esista?  essa dovette esser scritta in dialetto veneto. Perché io pensi così, s'intenderà andando innanzi.

Qui lascio stare per un momento le congetture e le incertezze, per dir qualcosa che credo indubitabile. In nessun caso la fonte diretta di r non poté essere l. Tra i due bisognerebbe sempre metter di mezzo un volgarizzamento. Me ne convincono i due passi riportati qui sopra. Se l'autore avesse preso dal latino, se ne sarebbe ben pavoneggiato. Figuriamoci quanta autorità se n'accresceva all'opera sua! E poi, è mai possibile che s'adducesse come ragione dell'opera la preferenza che certuni davano ai versi, e non si dicesse verbo di quella turba infinita, che un testo latino non lo potevano intendere? Di più, s'ha la conferma di un infinità d'analogie. Né si contrapponga che il rimatore alleghi egli stesso un suo originale latino. Alla st. 5 del c. I si legge, è ben vero:

 

La bona madre propia sì lo latoe

Per darli bona natura, dize mio latino.

 

Ma questa frase, presso gli antichi, e soprattutto poi presso i rimatori, ha un significato affatto generico, dove la specificazione del linguaggio non entra più per nulla. E invero in questi nostri Savi vediam poi citarsi il libro, l'autore; ma di latino non si dice più altro.

Ciò posto, bisogna pur proporci un'altra piccola questione. Dato che r emanasse da l, potrebbe darsi che od m o c avesser servito di tramite?

Il rispondere non è facile; ché ci troviam ridotti ad una povertà d'indizi, veramente incredibile. Là dove tre individui, l, m e c, si rassomiglian tanto, non è agevole determinare a quale s'accosti maggiormente un quarto, che, per quanto simile, ha pur sempre fattezze sue proprie. E poi sulle somiglianze di parole non c'è da fare assegnamento. Prendiamo un caso tra molti del medesimo genere. In Medicus la rima dice dei messi, mandati ad Ippocrate (IV, 3):

 

Li mesi alora si se partì di fato

E zonse dove lo medicho fa dimoràs;

E la anbasata li fé del suo signore,

E ricontòli el fato tuto alore.

 

Il latino (p. 101) porta: « Iveruntque nuncii ad Hippocratem et dixerunt sibi causam adventus eorum. » E c (p. 13): « Li messi furono a lui, e sposeno loro ambasciata. » Qui non si può a meno di avvertire quella parola ambasciata, comune ad r, e che, a fronte di l, sembra stabilire un rapporto fra i due testi. Ma ci disinganneremo trovando anche in m (p. 19) « Onde lo re mandò per esso messi, ed essi gli dissero l'imbasciata loro. » Insomma, gl'incontri di parole son fatti per traviare, più che per servire di guida.

Nonostante quest'infelice condizione di cose, credo di poter escludere senza titubanza che tra l ed r possa esserci stato di mezzo m. S'abbia un pajo di confronti, appartenenti ad Inclusa:

l (p. 110): « Fecitque juvenis convocari multos amicos suos, et specialiter maritum uxoris. Dixit ei: Habeo desponsare quandam dominam multum honestam; volo quod intersis honori meo. Qui dixit: Libenter. »

m (p. .39): « Ed invitò il suo marito e molti altri, dicendo che volea sposare una donna. »

r (X, 19)           E convitò molti suo amizi e parente;

                         Poi al castelan dise tal covinente

                                 Ho charo amicho e dolze amor mio,

                         Lo quale amo sopra ogni persona,

                         A farme honore volio che vegni io.

                         Spoxare per molie e'volio una dona,

                         La qual è bela e toio per mio disio;

                         E poi nela mia tera e'anderone.

                         Dise el castelano: Aveti nomma a comandare

                         Io ne vignerò per servirve e onorare.

 

L (l. c.): « Judex reversus ad cameram suam, credens eam invenire, nidum inveniens vacuum, » etc.

m (p. 40): « E il marito tornato a casa andò a fa camera, e non la trovò. »

r (X, 25):          Lo chastelano, povero, iscognosuto,

                         Al suo torone si fono ritornato;

                         La sua moiere lui credeva del tuto

                         Ritrovarla in quela, come era usato...

 

Aggiungo qualche altro esempio da Roma

l (l. c.): « Et tanto tempore stetit in obsidione Romae, quod Romam fere tenere amplius Romani non valebant. »

m (l. c.):  « Lo re avea assediato con grand'esercito Roma lungo tempo, e li Romani non poteano resistere alla battaglia. »

r (XI, 2):           E tanto tenpo lui la tene in asedio,

                         Che li Romani più non si potea tenere.

l (p. III):  « Et fortiter mirabantur pagani. »

r (XI, 6):           A vedere chostui gran meravelia

                         Si era a tuti, ve dicho per ierto.

 

E insieme con queste dissomiglianze, delle quali si potrebber moltiplicare gli esempi, dice assai la mancanza di dati positivi, che mettano in sospetto di un rapporto di reale derivazione. Poi m par troppo recente, perché il rimatore vi volesse alludere coll'espressione proxa anticha, che s'è vista adoperata da lui in un passo già citato. Non è nemmen sicuro che sia anteriore alla rima; in ogni caso poi è opera di un contemporaneo.

Anteriore d'assai, senza dubbio di sorta, è invece l'altra versione: c. Rispetto a questa, vi son ragioni pro e contra. Cominciam da quelle che pajono escludere una mediazione siffatta. Anche qui, ben inteso, prendo solo un certo numero d'esempi tra i molti che s'offrirebbero.

Canis. l (p. 100): « Similiter habebat quendam suum filium in cunis, qui a nutricibus lactabatur. »

c (p. 8): « Ed avea uno fanciullino, il quale facea nutrire in cuna. »

r (II  3):            ... questo romano aveva un fiol mone

                         Picolo fantino, che in cunna stava;

                         E la sua baila quelo si latava.

Arbor. l (p. 101): « ... Jussit hortulano quod haberet magnam curam de ea ac ipsam rette elevaret. »

c (p. II): « ... Comandò allo lavoratore che di quella pianta avesse cura. »

r (III, 2):           E al suo hortolano alora con gran mesura

                         Comandò che ala rameta avese chura;

                                 E quela bene doveseno nodrigare.

Roma. I magi di l (p. 100) ed r (c. XI)[28] non son chiamati in c (p. 33) altrimenti che maestri. È vero che una volta accade anche ad r di dire (XI, 5): « Questo tal mago, ch'era savio maestro. »

Vidua. 1 (p. III): « ... Domina ... vulneravit se ipsam in digito. c (p. 34): « ... Ed ella ... sì si tagliò la mano sconciamente. » r (XII, 2): La dona. ... . arquanto se taiò el deto.

L'impiccato è in l ed r (St. 5) un omicida; c non specifica. In m  noto la cosa in aggiunta alle osservazioni anteriori  un ladro (p. 42). La sete viene al cavaliere posto a custodia quasi tertia nocte. L'autore di c, frantendendo[29], trasporta senz'altro il fatto alla terza notte (p. 35). Si confronti r (St. 7)

 

Tuto lo zorno e fina a meza note

Guardò lo chavalier quelo inpichato.

Una gran sede sì li vene forte ...

 

Che anche qualche testo francese abbia la mezza notte (L p. 81), non sembra guastare, dacché le altre circostanze differiscono notevolmente. L'essenziale sta in ciò: parrebbe che se il rimatore avesse trovato la terza notte nel suo testo, difficilmente gli sarebbe venuta l'idea di mutare.

l (p. 112): « ... Tu fecisti haec marito tuo, quem tanto diligebas; multo igitur pejus mihi faceres, si casus se offerret. »

c (p. 37): « ... Così come hai fatto a costui, ch'era tuo marito, così farestu a me, ed anco peggio, se fare si potesse. »

r (St. 17):       Se al tuo marito questo tu a'fato,

                       Che per te morite, lo tristo, o che pecato !

                       Mo che faresti a me ?

Virgilius. l (p. 113): « Rex ... cogitans qualiter illud speculum habere posset seu destruere... »

c (p. 38): « Pensava come potesse disfare questo specchio. »

r (XIII, 5):      E pure se pensava quelo savio re vechio

                       Come el potese quelo spechio rubare.

Potrei continuare a mettere sopra un piatto della bilancia confronti di questo genere. Ma sarà meglio guardare che cosa si trovi sull'altro. Delle convenienze di parole, come ho detto, non mi fido. E non do peso nemmeno alle omissioni comuni. Ché delle omissioni ce n'è troppe nella rima, perché l'accordo in alcune possa significar nulla. Il rimatore tende bensì a rigonfiare di parole il dettato; ma nelle cose è trascuratissimo, malaccorto quanto mai, sicché gli accade perfino di saltar cose, che poi sente il bisogno di soggiungere a guisa di supplemento, rifacendosi addietro d'un passo nella narrazione. Con tutto ciò dice qualcosa il fatto che nell'Inclusa la rima, appunto come c, ignori le sette porte, attraverso alle quali si giunge alla donna della torre nella redazione latina [30] i.

Ma i fatti che veramente pesano, son due. Anzitutto il cominciamento di Virgilius

« l (p. 112): Romae antiquitus erat quaedam statua aenea tenens arcum tensum in manibus cum sagitta habens in fronte scriptum: Qui me percussit, dabo ei. Et opposito statuae erat ignis validus, qui semper ardebat sine lignis, qui multum erat utilis pauperibus romanis, maxime in hieme. »

c (p. 38): « Uno imperatore fu in Roma ch'avea una statova d'uomo [31], la quale avea un arco in mano con una sitta; ed innanzi dalla statova avea un fuoco che ardeva continuo, sì ch'era di molta utilità a tutta gente, e massimamente a'poveri. E quella statova avea scritto nella fronte: cui ferirà me, io ferirò lui. »

r (XIII, i)                        El fo in Roma un gran inperatore,

                               Ch'avea una statoa molto ardita

                               Di rame, che uno arco tegnia con furore

                               In la man senestra, dico, con una saita;

                               Lo quale molto stava tirado in quel'ore.

                               Poi uno gran fuocho ardeva a tal partita.

                               Lo zorno con la note la statoa chusì stea

                               Con quelo gran fuocho, che d'ogn'ora ardea.

                                       E questo per la utilitade huniversale

                               De la zente di Roma tuta quanta;

                               Per poveri e richi, zascadun equale.

                               Nel fronte avea scrito la statoa santa

                               Colui che me ferirà, overo farà male,

                               Io el ferirò lui dal capo ala pianta.

Ciò che qui richiama fortemente l'attenzione non è già l'identità di certe espressioni, bensì quel cominciarsi in e ed r dall'imperatore, non menzionato nel luogo corrispondente di l; l'ordine identico dei pensieri, diverso dal latino; quella voce universale in c, e la rispettiva amplificazione nella rima. Che nella prosa volgare manchi all'arco l'epiteto di teso, nasce, credo, da un piccolo guasto nella lezione[32].

Ancor più vale l'altro fatto. Dissi anche altrove che in Tentamina, allontanandosi dalla versione primitiva, c attribuisce di già alla donna un amore: « ... Voi dovete fare a lei come fece uno savio di tempo a una sua donna giovene e bella, la quale volea bene a uno giovene. E vogliendo fare secretamente suoi fatti con lui, sì lo disse alla matre » (p. 18).  Orbene: lo stesso accade in r

 

El fo un savio homo, in fede mia,

Vechio e richo fo quelo arguto,

Lo quale una bela moiere lui avia,

Giovene e zentile e molto lizadreta

Bela quanto un fiore era la gioveneta.

Un polito e nobele suo schudiero

Amava lei, ed ela amava lui;

Zaschuno aveva l'anemo ardito e fiero

Di conpiazersi ivi tramedui,

Et adinpire ogni suo pensiero.

E l'uno e l'altro, o quanto zentil fui

Altro desio lei non poteva avere,

Salvo col suo amante potere giazere.

E lei, lo suo dixiderio volendo adinplire,

A una sua madre lo dise, che vetrana

Si era quela, e savia, a non mentire.

 

Tutto potrà esser giuoco del caso. Ma si oserà proprio affermarlo? Però, se non riusciam neppure ad escludere il dubbio che una delle nostre versioni sia stata fonte principale della rima, tanto meno dovrem sentirci il coraggio di negare assolutamente il fatto della contaminazione.

In favor della quale dicon qualcosa anche altri indizi. Per esempio, par strano che l'originale, al quale si risalirebbe, dovesse aver conservato il nome dei Savi, e lasciasse poi innominato l'imperatore. Ma siccome queste son cose tutte questionabili, credo bene di non proseguir più su questa via, augurando che qualche fortunata scoperta ci venga a dipanare con altro che congetture l'ingarbugliata matassa[33].

Bensì non posso lasciar in disparte un'analogia, fornita da cose che, anche indipendentemente da ogni considerazione indiretta, dovrebbero qui esser prese in esame. Si tratta degli Erasti: il manoscritto (em) e lo stampato (es). È tempo di chiederci qual posto spetti nella famiglia a coteste due redazioni.

Sfortunatamente non dispongo del materiale necessario per trattare a fondo la questione. Ché per il testo manoscritto mi trovo ridotto ai ragguagli pubblicati fino ad ora, ossia, in sostanza, alle notizie e ai pochi saggi datici dal Cappelli. Ora, siccome i rapporti tra le due forme appajono discretamente intricati, sarebbe proprio necessario di avere assai più. Vuol dire che per adesso mi contenterò di lasciar dubbi quei punti, dove non mi crederò in diritto di affermare.

Che l'Erasto appartenga al gruppo della Versio Italica, vide assai bene il Mussafia[34]. Subito ce n'accorgiamo, sia che si consideri la disposizione generale, sia che si osservino i particolari. Rispetto allo schema, basta avvertire che l'ordine delle novelle tradizionali qui conservate conviene esattamente col nostro, e con quello unicamente. E sì che le nuove sostituzioni introdotte nel libro non vengon tutte di seguito, ma si trovano intercalate. Poi si badi che la serie dei racconti è incominciata da un Savio, non già dalla donna. Quanto ai particolari, non ho che ad invitare chi voglia pienamente sincerarsi ad istituire un paragone, sia pur rapido e breve.

Non meno agevole a determinare è la posizione rispettiva di em ed es di fronte ai testi pili antichi. L'Erasto a stampa ci rappresenta una deviazione sempre maggiore. I confronti istituiti dal Cappelli (p. 69 segg.) possono fornirne prove in abbondanza. Mi limito ad un esempio. In em il figlio del ladro di Gaza, per giustificare il lamento della madre, si ferisce in una coscia, come nelle altre redazioni. L'autore malaccorto aggiunge peraltro di suo capo che di quella ferita egli morì. Ebbene, es ritiene in parte la novità. Qui pure la ferita è causa di morte; ma il giovane non ha colpito sé medesimo, bensì la madre. Ecco a questo modo ristabilita la logica nel racconto; ma eccoci in pari tempo più remoti dalla versione primitiva.

Sicché l'Erasto manoscritto si frappone come termine medio tra le redazioni primitive e l'Erasto a stampa. La sostanza del fatto non muterebbe nemmeno se il primo, quale l'abbiam noi, fosse compendio di un'opera maggiore, come al Cappelli (p. xiii) sembra si dica in principio ed in fine. L'unica differenza sarebbe che, in cambio di tre termini, ne avremmo quattro. Ma le parole del testo, quelle almeno che vengon propriamente dall'autore, cioé le ultime[35], non hanno forse cotesta precisa significazione. E se anche l'avessero, non perciò sarei corrivo a dar loro fede. Dai saggi riportati il libro m'ha aspetto di tutt'altro che abbreviamento. Epiteti sopra epiteti, circostanze superflue, ornamenti leziosi, periodi strascicanti e contorti. Eppure in cotesto abbigliamento, così odioso a noi, sta probabilmente assai la ragion d'essere dell'Erasto. La semplicità delle vecchie redazioni non conveniva più al gusto dei tempi. Quindi anche gl'innumerevoli latinismi; i nomi greci attribuiti ai personaggi; insomma, tutto quell'apparato pomposo, mediante il quale lo scrittore s'è studiato di dare all'opera un'aria di classicismo.

Questa forma studiata e manierata attesta che, se il libro non è posteriore al 1517, poiché a quell'anno appartengono due fra le copie giunte fino a noi[36], esso non può nemmeno stimarsi anteriore al declinare del secolo xv. S'inganna tuttavia il Cappelli[37] quando nel baciare alla franciosa crede di vedere una prova che vieti di risalire più su del 1494, ossia della spedizione di Carlo VIII. Glielo dica il Pulci, e propriamente Rinaldo, il quale, trovandosi invisibile presso Luciana, antica sua fiamma,

 

.. non poté tanto destro patire

Che gli appiccò due baci alla franciosa;

Ed ogni volta rimanea la rosa.

(Morg. XXV 304.)

 

Fino a qui si giunge con piena sicurezza. Più in là comincia per me il terreno non sodo tutto quanto. Così non posso metter ben in chiaro su qual testo propriamente abbia lavorato l'autore dell'Erasto. Il Cappelli pensa al suo proprio, e non senza qualche fondamento. Egli nota come le due redazioni abbian comune qualche errore manifesto[38], Se non che l'errore poteva già esser penetrato nelle copie della redazione latina. E in una lezione di l alcun poco varia dall'originale potrebbero anche aver ragione certe altre concordanze, nella novella del Pino. Non dico già questo per affermare; bensì per soggiungere che anche questo problema domanda un esame più accurato. Di ciò mi persuade ancor più la fine della storia d'Ippocrate. In em il famoso medico, visto di non poter guarire, « per dimostrare quanta fosse la sua scienza, si fece portare una coppa piena d'acqua fresca, e in quella mettendo una certa sua polvere, la bevette, e subito fu ristagnato il corrente flusso, che per via alcuna non potea andar del corpo ... e così passò di questa vita » (p. 71). O non si direbbe questa un'innovazione dovuta alla lezione erronea e malamente racconciata che s'ha nel nostro esemplare di l, e che non era all'incontro, come s'è visto, in quelli da cui provengono m e c? Così pure si badi a queste parole di Aper: « Diceso adunque il pastore, e preso il suo coltello in mano, lo accorò, e così uscì fuori del sospetto. » Ora quell'accorò ha riscontro esatto in l (« percussit porcum ad cor »), e non l'ha in c.

È dunque possibile che em provenga dal latino direttamente, oppure attraverso ad una traduzione diversa dalle nostre due. Che possa rappiccarsi all'albero in un punto più vicino alle radici, ossia emanare dall'originale stesso di l, non credo invece menomamente probabile. Piuttosto, se un esame diligente vi facesse rilevare particolari contatti con altre famiglie, inclinerei a spiegar la cosa con una doppia fonte: l'una principale, ed appartenente alla Versio Italica; l'altra secondaria, di schiatta francese.

Di cotesti contatti taluno par di scorgerne anche nello stato attuale delle notizie. Il nipote d'Ippocrate risana il principe malato mutando « i cibi delicati in grosso nutrimento ». Il latino, se ben si rammenta, diceva solo « facta postmodum cura decenti ». Ma l'autore di em potrebb'anche aver introdotto la lieve modificazione, che ci ravvicina alla forma originale, dietro reminiscenze venutegli da altra fonte, e non propriamente da una redazione dei Sette Savi. Si avverta che egli sostituisce altresì al nobile padre del giovinetto un molinaro. Un altro contatto s'ha in ciò, che gli esempi ridiventan quindici, di quattordici che erano nelle altre redazioni della Versio Italica. Se questo accrescimento non è dovuto ad un principio di giustizia distributiva, per il quale sia sembrato che si facesse torto alla regina dandole sei sole novelle, mentre i Savi ne avevan sette, sarebbe da vederci un indizio che l'autore abbia avuto conoscenza anche d'un esemplare d'altra schiatta.

Quel ch'è ben certo si è, che un doppio originale ebbe il rimaneggiatore a cui dobbiamo l'Erasto a stampa. E il secondo, che del resto non fu seguito se non in cose secondarie, apparteneva davvero ad un'altra famiglia della stirpe occidentale. Il fatto si manifesta fin dalle prime parole. L'imperatore, innominato fin qui nella Versio Italica, riprende il nome di Diocleziano, che esso portava nei gruppi A ed L. Se non avessimo altro, ci sarebbe poco da fidarsi. Ma, nonostante l'imperfettissima cognizione di em, le prove manifeste e inconfutabili non fanno difetto. Vediamone qualcuna.

Rivolgo l'attenzione alla novella Sapientes, ed anzitutto alle parole colle quali Merlino rivela al re la causa della sua malattia. Qui em è perfettamente d'accordo con l, sicché non c'è punto a dubitare che possa aver subìto accorciamenti di nessun genere. Orbene: es (cap. XIII) aggiunge molte circostanze; e tra di esse ve n'ha, che trovano riscontro solo al di fuori della Versio Italica: « Né tentar di far levare la caldaia così ardente del luoco dov'é, che ... guai a te se la ne fusse levata, che irreparabilmente per sempre perderesti il lume. » Si cfr. L, p. 61: « Et se vos ostez la chaudiere sans les boullons estaindre, vos avez perdu la veue. » Similmente, poco più oltre, fatta la fossa e trovata la caldaja, in es, e non altrove nel nostro gruppo, Merlino, prima di svelare il rimedio, vuol che ogni altra persona sia fatta uscire di camera: « Sappi, re, che questo è un grande segreto di Dio... Però, se lo vuoi sapere, fa uscire gli altri, che da solo a solo ti narrerò. Senza indugio fece il re uscire ognuno di camera, e se ne restò solo con Merlino ». Ebbene, confrontiamo di nuovo la redazione già citata (p. 62): « Sire, fet Mellins, or faites ces genz fouir de ceanz tantost. Et il si fist meintenant. Il s'en alerent tuit, puisque l'emperere l'avoit commandé ». Infine, lasciando per brevità altre osservazioni dello stesso genere, es narra come il re, decapitati i filosofi, uscisse poi in forma solenne dalla città, in compagnia di Merlino e dei baroni, per sperimentare se davvero fosse risanato. Questa narrazione è ignota affatto ad em, ad r, ad l e derivati; ha invece in L un riscontro esatto, sebbene meno verboso e prolisso.

Gli esempi qui citati riescono molto istruttivi, anche perché escludono in modo assoluto che il secondo esemplare adoperato dall'autore italiano potesse essere l'Historia Septem Sapientum, che fin dal secolo xv ebbe l'onore di far gemere i torchi [39]. Ciononostante possono ben darsi con quella redazione contatti, ai quali non partecipi il testo pubblicato dal Leroux. Vedo, per es., che in Tentamina H ed es convengono nel fare che la giovane moglie mediti di prendersi per amante un uomo di chiesa. Se non che questo particolare non è già un'invenzione di H: tant'è vero che l'abbiamo anche nella versione catalana (v. 1748).

L'aver così scoperto nella famiglia italiana un testo almeno, contaminato di sicuro, diminuisce la fiducia nella purità della rima. Così resto proprio impigliato più che mai nei miei dubbi, che m'impediscono di ricostruire con sicurezza la genealogia della Versio Italica. Rappresenterò nondimeno graficamente le due principali possibilità, seminandoci parecchi punti interrogativi, per designare incertezze d'ordine secondario. Con x ed y designo versioni ipotetiche.

 

 

 

Ognun vede quanto sarebbe maggiore nella prima ipotesi l'importanza di r, che si troverebbe essere allora uno strumento efficace per risalire fine al capostipite di tutta la Versio Italica. Poiché, come già dissi, assai difficilmente mi so indurre a riconoscere in l cotesto antico progenitore. l, secondo me, è esso stesso una traduzione. L'originale primo me lo figuro volgare: non toscano, peraltro; bensì scritto  e se ne intenderanno or ora le ragioni  o in lingua d'oïl, o in dialetto veneto.

Nell'altra ipotesi invece la rima perde pressoché ogni valore critico, e rimane poco più che un monumento d'ignoranza e d'inettezza.

Ma tutte queste incertezze riguardano infine punti non principali, né vietano di sollevarsi ad una considerazione complessiva della Versio Italica. La quale ci appare davvero come un gruppo distinto, composto di altrettanti individui, varii non poco di fattezze, ma sempre, più simili tra di loro, di quel che non sieno ad un altro individuo qualsiasi di un'altra famiglia. Orbene: qual posto spetta al nostro ramo nell'albero di tutta quanta la stirpe? Si diparte esso immediatamente dal tronco, oppure non è se non un prodotto secondario d'un ramo più poderoso ? Si troverebbe mai la Versio Italica più vicina alla schiatta orientale che gli altri suoi prossimi consanguinei? O invece il vero sarebbe l'opposto ?

Certo, considerazioni indirette dispongono a tenere gran conto di questa nostra versione. Sua patria, secondo ogni verosimiglianza, è la regione veneta. Veneziano s'è visto il testo in rima. A Venezia od al suo territorio s'ebbe pur da assegnare uno dei testi in prosa, cioé m. E non mancan del tutto neppure in c gli elementi dialettali, che ci trattengono se non altro al di qua degli Appennini, nella gran vallata del Po, sia che l'opera sia stata composta da un toscano che vivesse in questi paesi, sia che un toscano non abbia fatto se non riformare e ripulire un dettato originariamente diverso. Pertanto si può con animo tranquillo assegnare al territorio veneto, o almeno alla regione padana, pur l'originale latino. E non basta ancora. Ad autori veneti e lombardi si devono di sicuro anche i due Erasti. Insomma, noi abbiam qui che fare senza dubbio con una famiglia indigena dell'Italia settentrionale.

Però, pur mantenendo la denominazione di Versio Italica, entrata oramai nelle abitudini, dobbiamo aver ben presente che cotesta espressione è troppo generica. E infatti, se passeremo gli Appennini, troverem subito che il libro ebbe a propagarsi al di là in redazioni spettanti ad altri gruppi. Tale è quella pubblicata dal D'Ancona[40]; tale l'altra, che si contiene nel codice Mortara[41]; tale una terza, della quale ci s'è data notizia recentemente[42].

Ora, Venezia era una città in perpetuo contatto col Levante, che oramai si può dire le fosse più vicino dei paesi di terraferma che le stavano alle spalle. Certo in Venezia eran d'assai più numerosi i cittadini che avesser visto Constantinopoli di quelli che fosser stati a Milano. Però anche in un'età posteriore a quella a cui mi voglio qui riferire, nel secolo xvi, Venezia dovette per più d'un racconto d'origine asiatica far da mediatrice tra l'oriente e l'occidente[43]. Non avrebbe essa mai adempiuto a quest'ufficio anche nel caso nostro? O almeno la Versio italica non sarebbe per caso un grappolo cascato dal cesto dei Sette Savi, durante il trasporto dal levante alla Francia?

L'ipotesi può parer seducente, ma non risponde alla realtà. Si escluda in primo luogo che la Versio Italica possa in nessuna maniera essere anello di congiunzione tra il ramo orientale e l'occidentale. Se così fosse, gli elementi spettanti al primo dovrebbero abbondarvi più che negli altri testi. E invece s'ha precisamente il caso opposto. Dei quattro racconti che i due rami hanno in comune, la Versio Italica ne ignora uno: Senescalcus.

E bisogna andare più in là. La Versio Italica contiene ancor essa tracce di un'elaborazione francese. Il personaggio di Merlino nei Septem Sapientes ci conduce troppo manifestamente oltralpe. L'indizio è tanto più sicuro, inquantoché nella Francia stessa un gruppo, il V, non mette innanzi alcun nome. Si architettino ipotesi quante si vuole per ispiegare come le famiglie francesi e la nostra abbian comune l'incantatore britanno. Si finirà per convincersi che una sola può reggere: la derivazione di quest'ultima da una tra le prime.

Il dire così non è ancora un affermare che la Versio Italica metta propriamente capo ad uno fra i testi che noi conosciamo. Gli studi sulle versioni francesi, sebbene, grazie al Paris, abbian fatto di recente un gran passo, sono ancora lontani dalla meta a cui devono tendere. Di nessuna tra coteste versioni s'ha un testo criticamente costituito. I rapporti e la storia dei varii gruppi restano tuttavia da indagare. Ancora non s'è cercato abbastanza se le redazioni note non conducano a presupporre l'esistenza di altre, che, col ragionamento e la critica, si possano, fino ad un certo segno, ricostruire. A queste indagini, non agevoli di certo, ma assolutamente indispensabili, potrà forse recare qualche buon elemento anche la Versio Italica. La quale in contraccambio vedrà allora le sue origini più compiutamente e sicuramente dichiarate.

Tuttavia, se anche non siamo adesso in istato di dilucidare ogni punto, non si deve rinunziare per ciò a spinger lo sguardo fin dove è possibile. E subito balzerà agli occhi che, per la qualità dei racconti, la Versio Italica combacia colle famiglie V ed A. Unica differenza, l'omissione di Senescalcus, non supplita del resto con nessuna nuova sostituzione. Accostandoci un poco più, riconosceremo non meno chiaramente ed evidentemente che tra cotesti due tipi il secondo ci sta di gran lunga più vicino dell'altro. La Versio Italica non partecipa punto alle peculiarità più spiccate di V. Comincia, per es., come A  qui in perfetto accordo anche con L , e ignora affatto quella specie d'introduzione, che il testo poetico e le sue derivazioni premettono al racconto principale. La scena è in Roma, non già in Costantinopoli; l'educazione si compie in una specie di villa, appartata, ma non troppo lontana dalla città; ecc. ecc. La cosa è troppo manifesta, perché ci sia bisogno di spenderci altre parole.

Ciò non toglie che non sia da indagare, se non esistano in pari tempo speciali concordanze con V. Supponiamo che sì. Ne risulterà una conseguenza importante per noi, ma più importante ancora per la storia del libro nel territorio francese. La Versio Italica dovrà allora derivare da un testo più antico, quanto alla sostanza, sia di V, sia di A. Siccome poi A s'identifica per la massima parte con L, anche ad L si estenderanno implicitamente le conclusioni. E per, tal modo ci troveremo in faccia ad un individuo, che, se anche non fosse propriamente il capostipite della stirpe francese, gli sarebbe almeno congiunto di parentela assai stretta, e potrebbe pretendere con buona ragione di valere, fino ad ulteriori scoperte, come suo rappresentante.

Le conseguenze sarebbero dunque rilevanti assai. Appunto per ciò, bisogna anche valutar bene la solidità dei fatti, sui quali esse dovrebbero appoggiarsi.

Orbene, un certo numero di convenienze, cui non partecipa A, si rilevan davvero tra V ed I. Per ragioni ovvie, considero della Versio Italica la sola redazione latina; del gruppo V, la forma originaria, vale a dire il testo del Keller, che possiam qui chiamare Vk. Tra i due noto un primo avvicinamento colà dove nell'introduzione l'imperatore manda per il figlio. Il ritorno del principe alla corte paterna è fissato per un giorno festivo: in l abbiamo die dominico; in Vk, a la Toussains (v. 453; 512).

Vien subito un'altra analogia. Ricevuto il comandamento imperiale, i Savi di l sottopongono il principe ad un esame. In Vk, se non il fatto dell'esame, ne ritroviam peraltro l'intenzione (v. 473). Non si va più oltre, in grazia delle cose che impensatamente sopravvengono.

Passo alle novelle, seguendo l'ordine della Versio Italica.

Canis. L ed A, dipartendosi dalla forma primitiva, dataci dalle redazioni orientali, fanno che le balie, prima di andarsene ai merli per osservare lo spettacolo, portino all'aperto la culla del bambino. La Versio Italica non partecipa all'innovazione; l implicitamente, r assai esplicitamente, mettono nell'interno della casa il combattimento del cane e del serpe. E nell'interno esso avviene anche in Vk.  Questa concordanza cresce qualche poco di valore ad un'altra, che senza di ciò dovrebbe mettersi senza titubanza fra le casuali. In l come in V; il cavaliere, ammazzato il cane, trova prima il fanciullo, e vede poi il serpe ucciso. In A ed L l'ordine è inverso.

Medicus. Vk ed l conoscono la ragione per cui Ippocrate non può andare al re, che ha mandato per lui. Vk, v. 1710: « Malades fu, n'i pot aler »; l: « propter senectutem et gravitatem ».

Tentamina. In Vk ed l le prove sono immaginate dalla madre, e la donna è salassata subito dopo il banchetto, non già l'indomani.

Gaza. La Versio Italica conosce unicamente due ufficiali del re, l'avaro e lo spendaccione, e non sa nulla di quegli altri cinque, che si vedono aggiunti in L ed A, e di cui s'è costretti a sbarazzarsi, mandandoli fuori di paese. Neppur Vk non allude menomamente a cotesti altri Savi, desti nati unicamente a produrre anche in questo caso il numero sacramentale di sette.

Avis. Il padrone della gazza è un cavaliere in l e Vk (l, miles; Vk, v. 3070 castelains, 3184 chevaliers); un bourjois in A ed L. In queste ultime redazioni, scoperta l'infedeltà, la donna è semplicemente cacciata; in l e Vk, fatta morire: arsa nel primo, uccisa dal marito nel secondo (v. 3225).

A taluni di questi contatti cresce valore l'esserne partecipi anche altre redazioni. Paragoniam quella, che ci è conservata in compendio dalla Scala Coeli di Giovanni Juniore[44]. L'esame all'arrivo dei messi imperiali l'avremo anche lì. E possiam dir proprio di trovarci prossimi ad l. Solo si differisce in ciò, che S  così designo anch'io col Paris la versione della Scala  fa consistere cotesto esame nella curiosa prova delle foglie, della quale l, forse di proposito deliberato, non tiene parola. Similmente in Canis la battaglia segue anche in S dentro alla camera [45], e s'avverte il serpe ucciso solo dopo d'aver trovato il fanciullo; in Tentamina è la madre che suggerisce le prove e non sembra aspettarsi l'indomani per cavar sangue alla donna; in Gaza non si conoscono i cinque Savi superflui.

S'aggiunga qualche accordo non comune a V. I Savi accompagnano il Principe alla presenza del padre, in luogo di celarsi ad una certa distanza. In Virgilius, lasciando stare che abbiam come in l il re di Sicilia, anziché di Puglia, perché le due espressioni son da considerare sinonime, il secondo sognatore, per quanto si può intendere, trova un tesoro doppio del primo.

Su quest'ultimo tratto mi si permetta di fermarmi un momento. La Versio Italica appare qui davvero superiore alle altre. V'abbiamo un crescendo, opportunissimo ad infiammare gradatamente la cupidigia imperiale. In S il crescendo s'arresta al secondo sognatore; in A, se dobbiam fidarci della traduzione italiana[46], ed in V, esso manca. Altrettanto, a un dipresso, avviene nel testo del Leroux. II secondo sogno è identico al primo. Qui inoltre resta ozioso uno dei tre costerez. Gli è ben vero che a me pare essersi dipartito dalla versione logica, e, per quanto si può supporre, primitiva, chi al terzo mariuolo fa sognare altro che l'immaginario tesoro sotto lo specchio; ma perché il conto torni, bisogna che le cose sian poste come nella redazione nostra.

Colla Scala Cœli ci siam già discostati alquanto. Allontaniamoci assai più, giungendo fino al Dolopathos ed alla sua versione d'Inclusa [47]. Come nella Versio Italica, son molte le cose sue proprie, che il geloso vede presso l'amante della moglie, prima che gli si giuochi il tiro finale. In V ed A si parla solo d'un anello, che d'altronde non gli è messo sotto gli occhi a bello studio, bensì per inavvertenza. Non c'è dunque l'intenzione, esplicita in l, abbastanza trasparente nel Dolopathos, di preparare così la credulità del marito.

Un certo numero di questi incontri son da ritenere fortuiti, o si devono ad una legge molto ovvia: l'analogia degli effetti, quando s'abbian cause o condizioni consimili. Così, per es., il mandar a Roma i Savi insieme col principe, è una mera stroppiatura della versione primitiva, da attribuire ad arbitrii affatto individuali o a confusioni mnemoniche. Anche nel ramo orientale, mentre tutte le altre redazioni fanno che Sindibâd si nasconda, il Tûtî~Nâmeh lo manda a ricondurre in persona il principe a corte[48]. Ma escludere in ogni caso i rapporti genetici [49], non mi parrebbe, per adesso almeno, cosa giustificabile, Però, pur ritenendo che la Versio Italica sia da ricondurre ad una versione somigliantissima ad A, non saprei ancora decidermi a metter questa precisamente in capo alla nostra stirpe[50] .

Ma come mai si può osare di far procedere I da una specie di menecmo di A, mentre tra i due tipi la differenza è grandissima?  Gli è che, a mio credere, entrò qui di mezzo un gran fattore di trasformazioni: la memoria. L'autore, allorché stendeva la narrazione, non doveva aver dinanzi un modello scritto. Egli aveva, secondo me, letta in altri tempi, oppure udita recitare cotesta storia; l'aveva forse ascoltata più volte; però e l'orditura generale e buona parte dei particolari gli eran hen rimasti impressi nella memoria. Non avendo forse opportunità di procacciarsi un codice, da cui trascrivere, pensò di rifare il libro dietro le sue reminiscenze. Si potrebb'anche complicare un po'più la cosa: supporre un tantino di tradizione orale in senso stretto. Badiamo peraltro che, se la tradizione orale intervenne, i Sette Savi non rimasero di sicuro a lungo in sua balìa. Se no, dovremmo aspettarci di vederne maggiormente alterate le fattezze primitive.

Solo quest'ipotesi mi sembra atta a render perfetta ragione dei rapporti che si manifestano, appena si confronti la Versio Italica con quella che le è incontestabilmente più vicina, vale a dire con A: stretta convenienza nella materia, con differenze molte nei particolari, continue nell'esposizione. Vedere in I  e allora l dovrebbe prendersi davvero come prototipo del gruppo  un semplice compendio, non mi sembra abbastanza. Un compendio eseguito sopra un esemplare presente agli occhi, non solo alla memoria, sarebbe riuscito più somigliante all'originale, e per conseguenza ai suoi prossimi consanguinei. Sicuramente un processo di semplificazione può spiegar molte cose nel nostro testo; ma è ancor lontano dal dar ragione di tutto.

Non è peraltro alle naturali condizioni di chi scriveva a memoria, ch'io chiederei spiegazione, come di certe differenze ch'è inutile specificare, così del mutamento più ragguardevole introdotto nella Versio Italica: l'omissione d'un racconto e l'inversione dell'ordine in cui son fatti narrare i Savi e la matrigna. Metto insieme le due cose, perché, a mio credere, collegate intimamente: vedo nell'una la causa, nell'altra l'effetto. Voglio dire che s'è sostituito il nuovo ordine, appunto per palliare l'omissione. E l'espediente è buono di sicuro: la narrazione procede ordinata e la lacuna non appare se non ricorrendo al confronto d'altri testi. Penso così, perché in verità mi pare incredibile che non dovesse in nessuna maniera raccapezzare nemmeno il soggetto di un sedicesimo racconto, chi di quindici  quattordici esempi e la cornice  ricordava in generale abbastanza bene anche i particolari. Ora, considero che la narrazione omessa (Senescalcus) era molto lubrica: la sola veramente sconcia di tutta la serie. E quindi mi par verosimile che una preoccupazione morale abbia indotto a sopprimerla.

Se le mie induzioni colgon nel segno, il valore del nostro gruppo per la storia delle versioni occidentali viene a scemare d'assai. Non so che ci fare. Convien bene accettare la verità, quale ci si mostra; e in ogni caso preferire le illusioni della ragione alle illusioni del sentimento.

Ma anche perdendo per questo rispetto, la Versio Italica resta pur sempre per un altro riguardo cosa di molta importanza. Essa ci presenta un nuovo caso d'un fatto letterario, che fino ad ora s'era osservato unicamente nella materia cavalleresca. Ebbi io stesso occasione di mostrare più d'una volta come le chansons de geste dessero nascimento nella regione circumpadana a nuove famiglie, ben distinte dal loro ceppo oltramontano. Precisamente il medesimo avviene qui pure. Anche il Libro dei Sette Savi, trasportato in questa medesima regione, non si perpetua già per via di semplice reproduzione d'individui, bensi dà origine ad una nuova specie. Il fatto verrà pur esso a cadere in quella stessa età, in cui venivano al mondo i Bovi e i Macarii francoitaliani. La lingua, se la redazione originaria fu prosaica, come par probabile, non sarà stata un gergo misto, bensì o l'uno o l'altro dei componenti: la favella d'oïl o il dialetto veneto. Come ben sappiamo, tutte e due furono adoperati dagli scrittori di cotesti paesi. Ma la forma non vuol dir nulla; qualunque essa fosse, il libro viene ad aggiungersi a quel patrimonio letterario dell'Italia settentrionale, che di giorno in giorno ci si va dimostrando sempre più considerevole, costringendoci mettere in disparte non poche fra le idee, che dominavano per l'addietro nella storia della letteratura italiana.

 

Pio RAJNA.

 

Note

_______________________________

 

[1] Orient und Occident, III, 422.

[2] Comparetti, Ricerche intorno al Libro di Sindibdd, p. 9, 22 segg.

[3] Beitr. z. Litter. d. S. W. M. in Sitzungsber. dell' Accad. di Vienna, Cl. fil.-stor., LVII; p. 9;.

[4] Vol. cit., p. 94-118.

[5] Deux rédactions du Roman des Sept Sages de Rome; Paris, 1876: pubblicazione della « Société des Anciens Textes français. »

[6] Nelle citazioni, designerò con L i testi del Le Roux de Lincy; con K la redazione in versi pubblicata dal Keller; con cat. la versione catalana dataci dal Mussafia.

[7] Insisto, perché il Mussafia, senza propriamente dir cosa erronea, potrebbe forse trarre altri in errore. Op. cit., p. 92.

[8] Per es. sentando, séntati p. 26; leva su in pressa p. 27; tu moriressi, p. 35-

[9] V. pag. 1.

[10] V. Sandi Princ. di St. civ. di Ven., I, 808.

[11] Nel Jahrbuch deI Lemcke, IV, 166.

[12] Pag. 41.

[13] Dinanzi a la quale l'editore mette solo una virgola. A torto.

[14] « Servo maledetto, non t'avea io detto che tue devessi tagliare tutti li rami perch'ella andasse ritta? » V. anche la nota del Mussafia al testo latino.

[15] Attorciglia.

[16] Solo, invece di clavem, quam, ci aspetteremmo claves, quas.

[17] Cfr. L., p. 47; K., .v. 2688, 2716; cat., v. 1910; ecc. ecc.

[18] V. G. Paris, Le récit Roma dans les Sept Sages, Rom., IV, p. 117. - Per la solita ragione dell'abbondare soggiungerò un altro esempio. Appartiene a Sapientes. Leggiamo in c: « Ed eziandio avea e tenea VII filosofi, li quali dovea accertare di dare moneta come egli interpretavano li insonii e (p. 21). L'espressione non è chiara, ma sembra indubitabile che il soggetto della proposizione relativa sia il re. Sarebbe questi che dovrebbe dare, o almeno star garante. Il confronto del latino spiega l'abbaglio del traduttore: « Habebat autem septem philosophos in curia sua, et datis eis certis muneribus (cod. mulieribus) somnia hommum interpretabantur » (p. 105). L'ablativo assoluto e il certis hanno traviato l'interprete nostro.

[19] Un guasto c'era forse di già nel testo donde uscì c. Almeno il codice modenese, ci dà imperfetto questo luogo, sicché l'editore dovette supplirvi alcune parole. - Del fatto osservato qui sopra darò ancora qualche esempio. Inclusa: « Quidam sapiens iudex habuit uxorem sapientem » (p. 108). Quest'ultima voce dà subito gran sospetto; ci aspetteremmo pulcram. E difatti c ed m dicono entrambi bella. Qui la cosa è semplicissima; ma come si spiega che in Gaza le due traduzioni facciano che il figlio del ladro, per giustificare il pianto de' suoi, si ferisca nella coscia (c p. 28; m p. 36), mentre in l egli si ferisce in capite (p. 108)? Mi par di poter sciogliere l'enimma. Il latino doveva di certo dire primitivamente coxa; coscia, o mano, e non già capo, s'ha pressoché in tutte le redazioni di questo racconto. Un trascrittore ebbe a frantendere il vocabolo; credette significasse coccia, ossia precisamente testa, e pensò di far opera buona sostituendo un sinonimo più nobile.

[20] Un'omissione minima nella nostra lezione di l, già esistita nell'esemplare donde uscì c, potrà spiegarci, come mai in Roma soltanto m abbia i due capi con specchi (p. 41), ben noti ad altre famiglie. V. il Paris; nello scritto citato, Rom. IV, 125. Qualche altro caso ricorderò semplicemente, senza proporre ipotesi. La versione m è altresì la sola del nostro gruppo che in Gaza accenni che il figlio tenti dissuadere il padre dal furto (p. 33); la sola che vi menzioni specificatamente le sorelle del giovane (p. 34); la sola che in Virgilius nomini il poeta-mago (p. 44).

[21] « Et medicus dixit: Ex quo mihi non vis dicere veritatem, ego recedam. Et regina videns ipsum velle recedere, cum multum affectaret filii sanitatem, ait in curiam regis » etc. (p. 102).

[22] Non c'è bisogno di dire che vacca o bue, non costituiscono una differenza. La vacca ci rappresenta in certo modo un' evoluzione progressiva. Si scende d'un gradino.

[23] Qui s'aggiunge anche pane inzuppato nell'acqua. L'acqua si ha pure nell'Historia Septem Sapientum. V. PARIS, Sept Sages, XXX, n. 2.

[24] Cf. c p. 14; m p. 20.

[25] Acciocché l'errore del nepotem non faccia per caso supporre un guasto più profondo nel testo, si confrontino le traduzioni: m: « II qual subito ritornò da suo barba, narrandogli il fatto come gli era intravenuto, e come avea conosciuto che il detto infermo era bastardo » (p. 20). c: « Ritornato il medico a Ippocras, narroe a lui ciò ch'era addivenuto » (p. 14).

[26] In certe redazioni le espressioni son così ambigue, che non si capisce se i libri bruciati siano opera d'Ippocrate, o del nipote. Taluno mostra di aver proprio creduto che fosser di quest' ultimo.

[27] Dico ciò, perché in qualche caso analogo questo confronto potrebbe far pensare il contrario. Ma forse non a ragione. È altrettanto probabile che i due traduttori abbiano aggiunto per conto loro. Del resto il caso non è frequente la maggior parte delle abbreviazioni in coteste sedi rimane confermata.

[28] Nelle redazioni francesi sages.

[29] Cfr. m (p. 43): « circa la terza parte de la notte. »

[30] r tace ed ignora, o almeno lascia ignorare; c esclude, giacché parla di una sola chiave (p. 29).

[31] Sarà ben da correggere di rame.

[32] Il « gran fuocho », che par rispondere al validurn, non merita attenzione di sorta.

[33] Certe parole di Gaza faranno pensare che anche il traduttore al quale si deve m abbia avuto sotto gli occhi, oltre ad l, un'altra redazione. « Altri dicono sopra di questo fatto, che 'l figliuolo disse: Meglio è che tagliamo il capo, acciocché io ti (sic) né anche la famiglia tua non porti per questo fatto pericolo né detrimento alcuno » (p. 36). Si avverta tuttavia che queste parole si trovan fuori di posto. Però potrebbero essere glossa marginale d'un qualche lettore. A ogni modo sembrerebbe di aver qui una traccia, per quanto lievissima, d'una versione ignota dei Sette Savi; ché il metter la proposta sulla bocca del figliuolo, par diretto allo scopo di rendere più logica e stringente la morale che l'imperatrice vuol cavare dal racconto.

[34] Op. cit., p. 93

[35] Cappelli, op. cit., p. 68-69. Le altre parole non son già nel testo, bensì precedono I'argumento.

[36] Ib., p. 69 e 82.

[37] Ib., p. 82.

[38] Pag. 7. Badiamo peraltro che, se è manifesto l'errore, non è del pari accettabile la correzione introdotta, perché fondata sopra un' altra famiglia di redazioni.

[39] In mancanza dell' originale, mi valgo della traduzione pubblicata da G. Paris nel libro citato.

[40] Il libro dei Sette Savi di Roma. Pisa, 864.

[41] Ce ne dà qualche notizia il D'Ancona medesimo, Op. cit., p. xxviij.

[42] Da H. Varnhagen, nella Zeitschrift del Groeber, I, 550.

[43] V. Le fonti dell'Orlando Furioso, p. 89.

[44] Orient und Occident, III, 402-21.

[45] Il medesimo pur nell' Historia Septem Sapientum. V. PARIS, Op. Cit., XXX, n. 2.

[46] D'Ancona, Op. Cit., p. 53.

[47] II testo latino dell'Oesterley, come ben fu notato, appar monco in questa parte. Per noi, anche senza di ciò, sarebbe più opportuno il confronto della versione francese.

[48] Comparetti, op. cit., p. 8.

[49] Qui non sarà fuor di luogo l'accennare anche qualche accordo speciale di r colla versione catalana. In entrambi l'imperatrice è esperta nelle arti magiche (r st. S9; cat. v. 221). Poi, ci sono somiglianze nell'incontro dell'imperatore col figliuolo (st. 66 seg.: v. 351 seg.). Una convenienza è comune anche agli altri individui della famiglia italiana: prima di gridare e di stracciarsi i panni, l'imperatrice minaccia il giovane, che ricorrerà a questo mezzo, s'egli non cede cat. v. 400 seg.).

[50] Rispetto ad A, una piccola osservazione incidentale. Mi riesce difficile il sottoscrivere all'opinione del Paris, là dov' egli (op. cit., p. xix) attribuisce l'origine di cotesta redazione ad un mero accidente: « L'écrivain qui a fait le ms. d'où sont dérivés tous ceux de cette famille a eu à sa disposition un texte de L incomplet, et, pour terminer le récit, il a puisé dans le poéme. » Per verità par strano che una versione d'importanza così capitale per la propagazione del libro abbia ad esser nata in maniera siffatta. E deve anche parer strano che cotesto accidente conducesse per l'appunto a restituire al libro racconti appartenenti alla sua tradizione migliore, e ne escludesse unicamente quelle due infelici intrusioni, che sono Noverca e Filia. Crederei dunque che di proposito deliberato, e non da un semplice amanuense, all'ultima parte di L sia stata sostituita l'ultima di V. L'autore di cotal novità sceglieva tra due forme quella che gli sembrava, ed era davvero preferibile. A lui non dovette parer vero di accrescer di due novelle la serie degli esempi, e di riaprire la bocca al settimo Savio, defraudato in L del suo manifesto diritto.

 

Homepage Biblioteca indice dell'opera © 2000 - by prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 21 aprile, 2004