Pio Rajna

  

UNA VERSIONE IN OTTAVA RIMA

DEL LIBRO DEI SETTE SAVI

 

 

Romania, recueil trimestriel consacré a l'étude des langues et des littératures romanes, publié par Paul Meyer et Gaston Paris. Pur remenbrer des ancessurs les diz et les faiz et les murs. wace. 7e année  1878. Paris, F. Vieweg, LibraireEditeur 67, Rue Richelieu; Reprinted with the permission of Librairie Honoré Champion Editeur Johnson Reprint CorporationKraus Reprint Corporation

 

 

 

 

 

Non c'è oramai nazione occidentale che non possegga i Sette Savi[1] in versioni rimate. La Francia, la Spagna, in quanto possa esser rappresentata dalla Catalogna, la Germania, l'Inghilterra, tutte ci vengono innanzi, quale con uno, quale con più testi. Soltanto l'Italia sembrava far eccezione: redazioni prosaiche, quante si vuole; nessuna in versi. La cosa doveva apparire alquanto strana a chiunque conoscesse l'andamento della nostra letteratura. La tribù dei rimatori, strabocchevolmente copiosa da noi, soprattutto nel quattrocento, si sarebbe mai lasciata sfuggire una delle materie, che in più alto grado godevano il favore universale? C'era, è vero, qualche ostacolo; in nessun modo si poteva, secondo avrebbe richiesto il costume, distribuir la materia in canti di lunghezza uniforme. Ebbene, la si rompeva una volta colla tradizione, si ponevano le divisioni a distanze disuguali, e buona notte. Vediam pure che a questo si finì per arrivare da molti, in un'età ancora discretamente antica. Ogni ceppo, o prima o poi, deve bene di necessità cadere, od essere spezzato.

Come nel maggior numero dei casi, anche in questo, ciò che pareva troppo strano era anche falso. Una versione rimata esistette ed esiste; e nulla ci assicura che sia stata la sola. Che razza di roba sia, dovrem vederlo or ora. Ma ciò non vuol dire. Per il momento, è il fatto dell'esistenza che importa di constatare.

Questa versione si contiene in un codice cartaceo, appartenuto un tempo alla biblioteca Seibante di Verona, ed acquistato poi dal mio dotto amico, Mse Gerolamo d'Adda. Inutile soggiungere che ho avuta la più ampia libertà di usare del manoscritto dal liberalissimo possessore; al quale mi è grato di rinnovar qui in pubblico l'espressione della mia riconoscenza.

Il codice, deturpato alquanto dall'umidità, ma del resto di buona conservazione, consta di 199 carte. La numerazione originaria ne indica solo 198, siccome quella che non tien conto del foglio di guardia, o frontispizio, che dir si voglia. Le due ultime carte e il verso della terzultima restano in bianco. La scrittura può assegnarsi, a un dipresso, alla metà del secolo xv. Se avessi a porre termini estremi, indicherei il 1440 e il 1480. Tutto quanto si ha qui ha forma di ottava rima. Ed ogni facciata scritta contiene tre stanze: salvo quelle che avrebbero dovuto fregiarsi di dipinture, e che invece son ridotte a contentarsi di due ottave e di uno spazio vuoto. Non però mancano del tutto gli ornamenti. V'ha una grande iniziale miniata al principio delle singole composizioni, ed inoltre, una delle solite majuscole rabescate e colorate, alternativamente rosse e turchine, in testa ad ogni cantare.

« Suxo questo libro he inquadernado tre liberi », dice una specie d'indice (f° 176 a). I tre liberi sono

1. Apollonio di Tiro (f° 148).

2. Sette Savi (f° 50174).

3. Pulzella Gaia (fo 177196).

Ho detto, Sette Savi: ma nel codice il titolo suona altrimenti

« Questo libro trata di Stefano fiolo de uno inperador di Roma, el qual trata de beli amaistramenti » (fo 50 a). Sono ben 706 ottave, divise in ventitré cantari; alcuni, lunghi oltre l'usato; altri, brevissimi. Il primo, per es., ha 95 stanze; il quinto, 9. Due soli, l'XI° e il XX°, si trovano avere, per accidente, una stessa misura. Rincresceva bene al rimatore di andar così contro ad una norma generalmente osservata; ma necessità lo costringeva; ché, bisognava pure far coincidere le divisioni dei canti con quelle della materia. Nondimeno egli non si permette l'arbitrio senza darcene avviso la prima volta, sicché non gli s'abbia, per caso, ad imputare a ignoranza l'anomalia

 

      Et ancora io volio dar riposso

A voi et a me a uno trato.

Qui finirò questo canto zoiosso;

Ma di particular numero, zascun ò avixato,

Non potria dire lo mio parlar copiosso;

Perché questa instoria, con suo bel tratato,

Son condizionata con suo beli esenpli;

Per me ad ogni uno un canto sì se adenpli.

      Ben che di simel numero non posa fare

Le stanzie d'ogni cantar, qui arò dito;

Ma in pii? e meno dirà lo mio parlare

L'instoria tuta, fin libro finito.

Ora, signori, ritornati ascoltare

Quelo che lo filosofo averà dito.

Per me pregate lo spirito santo.

Qui vi ò finito lo primo canto.[2]

                                (1, 9495)

 

I lettori strabilieranno d'un saggio cosiffatto di splendida poesia. Che pensare? La nostra è incontestabilmente una copia; scritture, come ha duno. ad uno (XVII, 10), siuigo in cambio di suiugo (XX, 5), fiecho per niecho (XXIII, 45) ecc., tolgono ogni dubbiezza in proposito. Orbene, proromperemo noi in una filippica contro i copisti, viziatori scellerati delle sudate opere altrui? L'ultima stanza parrebbe incitarvici:

 

E priegove, signori, cortexe mente

Che ogni falo che voi atrovarete,

Che da conzarlo[3] ve sia ala mente,

O mio che sia, o d'altri amendarete.

Color che li rescrive, lizier mente

Fano di fali, e voi lo antivederete.

Regrazio Jehu Cristo e tuti i santi

Che di questa instoria ò conpito li canti.

 

E davvero anche l'Apollonio, una composizione corretta in origine, si vede qui ridotto in uno stato compassionevole

 

Signori, in questo mondo desventuratto

Chiare voltte hè senza melinchonia,

E tal se crede avere guadagnatto,

Che tosto perde dela marchadantia.

Cholui è bene da stare adoloratto,

Che in tal modo el tiene sua via.

In tal conto, con pianto e sospiro,

Contar vi volio de Polonio de Tiro.

 

Se non che, non ci vuol molto ad accorgersi di una sostanziale diversità tra i due casi. Di sotto agl'infiniti spropositi dell'Apollonio, traspajono, anche senza che si ricorra al confronto di altri testi, i versi giusti; di sotto a quelli della Storia di Stefano, non già. Certo gli amanuensi non avranno mancato nemmeno qui di fare il mestier loro; ma è pur certo che, in sostanza, essi venivano semplicemente ad aggiungere scalfitture ad una ròzza, già tutta piaghe e guidaleschi. Impossibile per conseguenza discernere i peccati dell'autore dagli altrui. Tolleri dunque il poeta(!) che nelle mie citazioni tutti quanti glieli lasci, e non s'abbia a male, se, così operando, ho fermo in cuore il convincimento di non aggravar oltremodo la sua condizione in faccia ai giudici. Tentando di correggere, crederei di commettere un arbitrio imperdonabile.

Ho scagliato un'accusa troppo grave, perché non m'incomba il dovere delle prove. Queste, le avremo agevolmente, procurando di far conoscenza col rimatore. Come si chiamasse, non si saprà probabilmente mai; egli non sembra aver provveduto da sé, e possiam tenerci sicuri che l'ommissione non fu riparata da altri. Ma doveva esser persona di umile, se non d'infimo stato. Par già lecito argomentarlo dalle oscenità goffe e volgari, che a volte gli escono dalla penna[4]. Però non vorrei decidere, se i difetti, che si rilevano nel suo modo di concepire, vadano attribuiti maggiormente a cortezza d'ingegno, o a scarsezza di coltura. Certo entrambi i fattori cooperarono. Del poco ingegno, è prova manifesta l'incredibile penuria del buono di qualsiasi specie in tutto quanto il libro. Dell'ignoranza, si ha una dimostrazione solenne dall'esame delle rime. Qui l'autore avrebbe un bel mascherarsi dietro i copisti: con poca fatica lo possiamo subito costringere a mostrarci almeno il volto.

Non mi fermo alle zeppe, chiamate ad ogni momento a fungere da rime, sebbene ce ne sieno d'insensate, le quali basterebbero da sole a mettere in evidenza, con che sorta d'uomo s'abbia qui a fare. Così pure sorvolo leggiermente sulle rime scorrette. Talune non eccedono le licenze abituali dei poeti popolari: soprana e magna (I, 24), Roma e persona (I, 51), rese, cioé resse, ed hofersse (1, 75), acorto e doto, vale a dir dotto (IV, 5), morte e note, cioé notte (VIII, 15), medicho e clericho (IX, 27), e simili, trovano riscontri a bizzeffe. Ma certo non potrebbe dirsi altrettanto di studio costretto a rimar con fastidio (1, 44), sane con bene (I, 62), pelo con duolo (II, 13), spandere con comprendere (VIII, 5), insonio con dominio (XIII, 11). Queste sono consonanze. Proprie più specialmente degli stornelli, si usano a volte con buon effetto anche nelle ottave, come un soprappiù, in quanto si facciano consuonare i versi dispari coi pari; ma non sono già ammesse a prendere qua dentro il luogo delle rime. Un esempio di rima inesatta e di consonanza ad un tempo, occorre nella st. I del canto IV: mùsicha, fisicha, rùbricha.

Ma è soprattutto alla lingua, che mi giova di volgere l'attenzione. Il rimatore non è toscano, e senza essersi impratichito, mediante lo studio, della lingua letteraria, pretende di scriverla. Con qual esito, figuriamcelo. Siccome poi ciò che non si conosce, neppure si rispetta, così avviene che, agli errori involontarii, costui ne aggiunga non pochi di volontarii. Tutte le forme gli sono indifferenti: ora usa l'una, ora l'altra, senza norma alcuna; se una voce, che a lui farebbe comodo, non esiste, si toglie d'impaccio creandola. Certo non era facile trovar parole che rimassero con Ipocràs; se non che nessuno obbligava a mettere questo nome in fine di verso. Ma, nossignori: il nostro anonimo ce lo vuol proprio collocare ben tre volte (III, 16, IV, 3 e 13); e, con mirabile disinvoltura, gli mette dirimpetto fas, debàs, fa dimoràs, parlàs, che per lui significano fa e fece, tu debba, fa dimora, parlò. Né pajon troppo meno mostruose, ancorché trovino una certa spiegazione, le voci hai (I, 61 ), fui (III, 17; VI, 2), trovai (VII, 11), adoperate come terze persone. Anche alorte per allora (II, 14), fatro per fatto (IX, 40), difficilmente s'incontreranno altrove. Con tutto questo spropositume, di cui mi basta aver dato un saggio, consuonano a maraviglia certe accentuazioni stranamente arbitrarie. S'è già visto dimoràs; aggiungiamoci insognìo (VII, 2), per sogno, zolìa per zoglia o gioja. Invece non considereremo come semplici licenze di un rimatore inetto certi infiniti rimossi dalla loro conjugazione. Védere (IV, 6) è comunissimo nei dialetti dell'Italia superiore; similmente, credére (XI, 26), cresére (III, 7), perdére (XVIII, S), traére (XXII, 14) possono farsi scudo d'un creér nelle Lodi veronesi della Vergine[5] , e dei perfetti cressé, conponé, meté, nascé, chazé, prendé, parete, plasette in Fra Paolino Minorita[6]. E anche giova pensare alle analogie spagnuole; in quanto il fenomeno non avrà certo nella regione italiana una storia diversa che nell'iberica[7].

Inutile andar per le lunghe nell'esame dei meri spropositi. Bensì importa rilevare le peculiarità, che possano chiarirci intorno alla patria dell'autore. Noterò in primo luogo la fiacchezza delle consonanti, o, in altri termini, lo scempiamente delle doppie, e in particolare della sorda dentale. Rime come doto, dinoto (I, 19), saputo, voluto, tuto (I, 22), giovineto, imprometo, mansueto (I, 26), alzato, fato, pato (I, 32); poi, fiolo, duolo, colo (I, 73), eli, zieli (I, 57); tera, era (IX, 10), ecc., abbondano fuor di modo. Viceversa, troveremo anche scritto, fatto, tornatto (IlI, 17), ratto, inprixonatto (VII, 18), hordinatta, fiatta (IX, 6), e così via. Ma qui pure, chi ben consideri, dato che queste forme risalgano all'autore, abbiamo ancora un germoglio della medesima pianta: la causa è sempre l'ignoranza della retta distinzione tra le doppie e le scempie. Chi scrive sa, così in genere, che la lingua letteraria usa spesso le prime, dove il dialetto suo ha invece le seconde; ma, uno per uno, quali siano i casi, non sa; pertanto applica alla cieca la sua confusa nozione, e raddoppia a volte le scempie anche quando erano legittime.

Un altro carattere da considerare è l'assibilamento delle palatali. Sazo (I, 12, 51), fazo (I, 51), zanza (I, 72); poi, fexe (V, 5), aluixe (XIV, 8), buxo (I V, 18; X, 18), e simili, son tutte forme che ci occorrono nelle rime. S'aggiungano ilio ed ilia, ridotti ad io ed ia: fio (I, 74), fia (XV, 1), meravia (II, 6), zio, giglio, (XXIII, 4). Avvertirò anche re da dre, tre: pare (VII, 3; XVII, 26). Insieme abbiamo padre, filio, meravilia: giacché è da tener sempre a mente, che le forme dialettali, e le toscane o letterarie, si danno qui continuamente di gomito. Un'altra formola notevole è onso da olso: ponso (VI, 30). Né potrei ommettere, ancorché rara, la caduta di una dentale tra vocali: mario (XIV, 4), pasai (XV, 3), spia, spea, spada (XII, 14).

Entrando nei dominii della morfologia, noterò, tra gli aggettivi, granda (XV, 47); tra i sostantivi, stralo (III, 2), cano (IV, 19), e il plurale mano (III, 5); quindi, le forme verbali stasìa o staxìa, stava (XIV, 15; XV, 25; XXII, 10), andasìa (XV, 12); daga, dia (XII, 15); andemo (I, 11); toiando (III, 7), fazando (V, 6), discoprando, corando (XV, 28), digando (XVII, 12). Ma il fenomeno morfologico più ragguardevole è qui la perpetua confusione tra le 3e persone di singolare, e quelle di plurale. Che s'abbia, fia, zia, inzenochiava, andone, ecc., per fiano, giano, inginocchiavano, andarono, non è cosa da maravigliarsene: lo strano si è che s'adoperi sono per è (I, 34), àno per à (II, 18; XIV, 15), fano e desfano, per fa e disfà (XIV, 11; X, 4), stano per sta (XXII, 16 e 20), vano per va (XXII, 20)[8], e, analogamente, funo, fono e furo (I, 8, 34; IX, 36, 38; XXI, 23), mostraro (I, 43), tornoro (IX, 38), chiamaro (XIX, 16), desendìno (XIX, 17), per fu, mostrò, ecc.

E qui è da aggiungere un'altra serie, che vuol esser considerata a parte: comenzàno (X, 1; XII, 1; XX, i), montàno, alzàno (XI, 5), intràno (XX, 1), donàno (XX, 8), seràno (XXII, 5), alzàno (XXIII, 54), tutti adoperati come singolari.  Di qual tempo ?  La maggior parte, se si bada al senso, pajono da giudicare perfetti; ancorché l'uso sintattico del presente storico venga ad annebbiare la questione. Ora, poiché un perfetto della prima conjugazione in à occorre davvero nell'Alta Italia, ed è frequente nelle antiche scritture di questa regione[9] , non abbiamo qui motivo di particolar maraviglia[10]. Per altro coi perfetti possono assai bene esser frammisti anche dei presenti; ché, data quella mozione arbitraria dell'accento, che già ci è toccato di notare, le due forme venivano a coincidere. E invero terze plurali di presente con accento violentemente promosso, credo di dover riconoscere nelle stanze 16 e 68 del primo canto: voltàno, vòltano, mostràno, mòstrano.

Lasciando le dubbiezze specifiche, ritorniamo al fatto generale e positivamente constatato. Nel nostro testo, singolare e plurale possono scambiarsi alla terza persona le rispettive funzioni. Né in questa reciprocità c'è nulla che ci debba sorprendere. Il caso è perfettamente analogo a quello rilevato e spiegato rispetto alla geminazione[11]. Il doppio fenomeno ha un unico perché: l'autore appartiene ad una regione, dove la 3a di plurale è già venuta a confondersi abitualmente[12] colla 3a di singolare[13] . Egli si sforza bene di conformarsi alla lingua letteraria; ma con ciò riesce soltanto a commettere due specie di spropositi, invece di una sola; come adopera il bianco per il nero, così il nero per il bianco[14].

In altri termini, noi sappiamo oramai che il rimatore è veneto. E alla regione veneta convengono altresì le altre peculiarità idiomatiche che si son venute enumerando, e in genere tutte quelle che si possono raccogliere in qualunque parte del testo: fonetiche, morfologiche, lessicali. Mi giova dir semplicemente, convengono, troppo essendo arduo ed arrischiato per ora il segnare i confini geografici di una forma o di un vocabolo. Ma forme specificamente venete pajono bene i perfetti in à[15], i quali, oltre che dalle uscite in àno, si possono dir provati anche da un trovai per trovò, già citato addietro. È una forma creata arbitrariamente, ma che ha esatto riscontro in consumoi per consumò (1 X, 12), fui per fu (III, 17; XV, 36) [16]. Invece, tratti specificamente lombardi, oppure cispadani, non ne scorgo: né nelle rime, né altrove. Insomma, rimandando più in là l'esposizione particolareggiata, diciam pure per adesso: tutto il linguaggio di questi ventitré canti, in quanto non si tratti di puri arbitrii, trova piena spiegazione nei dialetti della regione veneta, ed in quelli soltanto. Le indagini e le osservazioni ulteriori daranno l'ultima conferma a questa asserzione.

Naturalmente, si desiderebbe una determinazione più precisa. Nello stato presente delle cognizioni, sarà possibile ottenerla per un testo di questa fatta? C'è da dubitarne. Ma, tentare, bisogna.

Cominciamo dall'esaminare se un i all'uscita eserciti mai sulla penultima tonica quell'influenza, che ebbe dall'Ascoli la sua piena dichiarazione[17], e per la quale e si oscura in i, o in u. Giova indagare questo punto, perché l'alterazione, comunissima sulla terraferma, nelle scritture della metropoli si rileva solo in esempi molto scarsi, ed in parte anche dubbii[18]. Pur troppo le nostre 2118 coppie o triadi di rime forniscono pochissimi elementi per dare una risposta positiva. Certo, casi valevoli di o  i = u  i, non ne occorrono. Vui, nui non provan nulla, essendo forme che serpeggiano in tutta Italia. Quanto all'e, le cose vanno un po'diversamente. Ché, dove accade di incontrare accoppiati cartezenesi, cortexi, avixi (XXII, 1), aquisteresti, moristi (XX, 5), è impossibile non sentirsi allettati a mettere un perfetto accordo, leggendo cartezenisi, cortexi, aquisteresti. Ma poi, con qual guadagno? Nella sua singolare sterilità di rime, un autore come il nostro era capace, pur di procacciarsene, di ben altro, che di prendere a prestito queste forme da dialetti vicini e spesso uditi, oppure di crearle, se non gli erano note come reali. Poi, nella formola ense, l'i occorre anche al singolare in Venezia stessa, non foss'altro nella voce paixe[19]. E invero, anche nel testo nostro, se si correggono cartezenezi, cortexi, sarà dovere di giustizia distributiva leggere del pari palixe, in cambio di palexe, alla st. 49 del c. XXIII, dove abbiamo di fronte a questa voce inperarixe, dixe. Pertanto, se era nostro debito cercar qua dentro un criterio di distinzione, ci convien confessare di non avercelo trovato. Certo, chi volesse proprio ad ogni patto cavare di qui una risposta qualsiasi, l'avrebbe in favore di Venezia, piuttosto che della terraferma; ma così fiacca, titubante, che ci vorrebbe un bell'ardire per metterla a fondamento di un'affermazione.

E intanto, le rime non vedo che mi possano altrimenti sovvenire. Sulla forma ponso per polso (V, 10), avvertita addietro, ossia sul fatto di ons da ols, non vorrei di sicuro edificar nulla. Il fenomeno è troppo diffuso, per prestarsi ad una determinazione locale. Bisogna dunque che dal lembo estremo mi riduca a osservare l'interno dei versi: salvo poi, beninteso, a non cavar dalle premesse conseguenze sproporzionate.

Allargato così il campo della ricerca, possiamo anche prefiggerci qualche determinazione più precisa[20]. S'è parlato in addietro di terraferma: ora sarà opportuno distinguere la sezione veronese, e la padovana. E, in generale, diciamolo pure: gli è oramai soltanto fra le tre metropoli che si aggirano i nostri dubbii; Verona, Padova, Venezia si dividono, per la massima parte, l'onore dell'attività letteraria nelle terre venete.  Orbene, caratteri veronesi non ne trovo di nessuna specie grando, cavo, stralo, zengiaro, non hanno che vedere col fenomeno di e atona finale = o. Similmente, la sincope dell'e interna fuori d'accento, mi occorre solo come fatto raro e sporadico, vale a dire in condizioni non veronesi [21]. Unici esempi da segnalare, vetrana, veterana, vecchia (VI, 3), e mistra (II, 16), che sembra esser misera, non mesta, come si potrebbe sospettare da taluno[22] . Ed anzi, una decisa ripugnanza alle forme sincopate risulta dai futuri e condizionali, che suonano costantemente averò, saverò, parerà, doveria, ecc. ecc. Merita altresì d'esser rammentata la forma liberi, libri, nell'indice, valida, s'intende, per l'amanuense, non già per l'autore.

E non è questo il solo tratto che ripugni al veronese, e convenga invece alla regione orientale. Il dittongamento di é ed ó avviene qua e là anche in casi non comuni alla lingua letteraria, e però dovuti senza dubbio al dialetto materno. Occorre persino con vocale lunga, ed in posizione. Noterò lieva, iera, spiera, aliegra ed aliegramente, eriede, miecho, tiecho, matieria, siecho, nuove (numerale), tuore, riscuose, riscosse, puovolo.

Più specifiche appajono certe uscite verbali. Una 2a di futuro in à mi è fornita dalla st. 9 del c. VII: Se quelo ch'io dirò me crederai, E poi lo farà, zerto tu guarirai. S'ha qui una mescolanza di forme, che parrebbe strana in ogni altro scrittore, ed è invece caratteristica per il nostro. Tuttavia non ispiace trovare qualche esempio isolato: E come amerò te, tu amerà mecho (XXIII, 4S). Ed è dello stesso tipo quest'altro: Tu me fa cosa molto prava (XV, 19). Eccoci fra le lagune, o almeno in paese che ha già subita l'influenza della capitale. Ma a Venezia ci porteranno decisamente certe forme interrogative, astu (XV, S 3), séntestu (I, 68), mòstrestu (I, 77), crìdestu (XIX, 15), delle quali ben tre particolarmente notevoli, in quanto l'enclitica vi è preceduta da una sillaba atona. Se non che abbiamo da contrapporre un védetu (XI, 7), sàlvetu (XV, 60), e, quel che più vale, due atu (IV, 13; VI, 31), un satu (XXIII, 4), un vuòtu (XII, 15).

Questa l'esposizione dei fatti. Adesso le illazioni. La trascrizione del testo nella regione orientale, è sicura; solo per la composizione primitiva si può lasciar adito a qualche dubbio. Tuttavia è un dubbio che poggia sopra una mera possibilità, e che ha contro di sé tutte quante le probabilità. In via provvisoria, almeno, riteniamo la Storia di Stefano e composta e trascritta nella zona a cui tutti gl'indizi accennano. Ma tra questi indizi alcuni sono positivamente veneziani; altri invece sembrerebbero ripugnare un pochino a Venezia, e condurci piuttosto alla terra ferma. Son le forme interrogative, che sembrano in certa guisa contraddittorie. Due spiegazioni si presentano. L'ommissione del s in alcuni casi può esser frutto dello sforzo di usare la lingua aulica. E allora non abbiamo ragione di uscire di Venezia, dove, o prima o poi, dobbiamo essere di necessità. Ma anche un'altra ipotesi ha un discreto grado di verosimiglianza, e sembrerebbe anzi da preferire. Le forme con s e quelle che ne vanno prive, possono esser dovute a patrie diverse. In tal caso l'espressione più probabile da dare alla supposizione, sarebbe questa: se veneziano l'autore, fu di terraferma il trascrittore, e viceversa. E faccio personale l'ipotesi, perché gli uomini vanno e le montagne stanno. Vicentini, e soprattutto padovani, ve n'erano naturalmente a Venezia in buon numero. Ben più rari avevano ad essere di necessità i Veneziani che abitassero in terraferma.

Più oltre di così, con argomenti linguistici, non mi riesce di spingermi. Vediamo se c'è nessun'altra fune, a cui aggrapparsi. Una, pressoché impercettibile a prima giunta, mi par di scorgerne nella novella del Tesoro. Speriamola una fune di seta. L'edificio dove si ripongono e custodiscono le ricchezze del re, è designato con un nome diverso da ogni altra versione

 

E lo magno Re di quela zitade

Lo suo texoro, con suo volere caldi,

Sì dete in salvo al suo gastaldo avaro,

E quelo nela forte percholatia li logaro...

Questa percholatia era un torone;

Grosa de mure fiera oltra mesura...

                              (IX, 1 e 4.)

 

Ebbene, che cosa è mai questo vocabolo percolatia? Subito si è tratti a vederci un'alterazione di procuratia. La metatesi di r, nella formola che s'ha qui e nelle altre analoghe, è assai frequente nei dialetti veneti della nostra regione[23]. Peraltro, nel caso attuale, il fenomeno non è puramente fonetico: il prefisso per esercitò una forza attrattiva, per effetto della quale il prodotto della metatesi riuscì modificato. Di ciò non proverà ombra di meraviglia chi pensi allo sfratto, che il pro ebbe dal per anche in ufficio di preposizione. E percazar per procacciare, è forma ben nota nel nostro territorio.

La conferma più efficace, l'avremo studiando la voce procuratia ed i suoi significati. Essa è un derivato del sostantivo procuratore. Procuratorìa doveva esserne la forma originaria, non perdutasi del tutto, parrebbe, nella tradizione cancelleresca. La trovo, posto che sia esatta la stampa del Corner[24] , in un decreto del 1442: « Cum officium Procuratoriarum nostrarum », etc. Da procuratoria si dovette passare a procuratria. Più tardi l'ultimo r ebbe a soccombere, di fronte agli altri due che lo precedevano nella parola. È un caso analogo a quello di aratro, ridotto ad arato. Ma il r non venne meno senza lasciarsi dietro un legato: preservò il t dallo scadere a d.

Certo non posso qui trattenermi a tessere una dissertazione intorno ai procuratori. Tuttavia qualcosa bisogna pur dirne, cercando di rettificare alcuni errori. Il nome fu adoperato per una moltitudine di uffici, analoghi nel loro primo fondamento, ma spesso divenuti poi affatto dissimili, per effetto di evoluzione storica. Tra gli altri, abbiamo comuni, e in Italia e fuori, i Procuratores ecclesiarum: i nostri fabbricieri [25]. Nella maggior parte dei paesi il vocabolo, in questo significato, non passò, o non si mantenne, nell'uso volgare. Ci passò bensì a Venezia, dove vive tuttora[26] . E là, uno di cotali uffici, abbastanza umile pur esso nei suoi principii, ebbe così prospera la fortuna, da diventare a poco a poco una magistratura di somma importanza e dignità, ed una specie di anticamera per il Dogado[27]. Al Procuratore di S. Marco, istituito in origine all'intento di sorvegliare la costruzione del tempio e di amministrarne i beni, si vennero mano mano affidando altri incarichi: esecuzioni testamentarie e tutele. Queste brighe erano divenute così gravi nel 1231, che fu giuoco forza al Gran Consiglio deliberare l'aggiunta di un secondo procuratore[28]. E al secondo tenne presto dietro il terzo (1239), indi il quarto (1261), più tardi altri due (1319), finché, nel 1442, si portarono i Procuratori al numero definitivo di nove. Definitivo, in condizioni normali; giacché in tempi eccezionali, come sarebbe a dire, in occasione di guerre pericolose[29], si diedero a volte, come già s'erano dati in passato per cause d'infermità[30] , nuovi rinforzi a questa magistratura, salvo poi sempre il lasciarla grado grado rientrare di per sé stessa nel suo letto naturale. Giacché, i Procuratori erano sempre a vita: nessun eletto usciva dal collegio, altro che per morte, o per promozione al principato.

Dal Procuratore, adunque, la Procuratia: un astratto, che designa propriamente l'ufficio e la giurisdizione. E le Procuratie, a cominciare dal 1319, furono tre, essendosi ripartiti in tre gruppi i Procuratori: de supra, de citra, de ultra. Il primo di questi gruppi appare come il legittimo continuatore della vecchia tradizione, essendo ad esso assegnata la cura speciale della chiesa di S. Marco e del suo patrimonio. Gli altri reggevano rispettivamente le commissarie, di qua, e di là dal Canal Grande. Ma, dal significare l'ufficio, il vocabolo venne anche a designare l'edificio dove il magistrato risiedeva. Così presso di noi si chiamano abitualmente pretura, prefettura, le sedi del pretore e del prefetto. Soltanto si può domandare: anche l'abitazione, già fin dai vecchi tempi? Credo che sì, per via d'estensione, allorché costituiva un sol corpo colla sede dell'ufficio. Ciò che è ben certo si è questo: i Procuratori erano alloggiati a pubbliche spese in case edificate apposta e situate, almeno in parte, sulla piazza di S. Marco, molto, ma molto tempo avanti la costruzione di quelle, che si chiamano adesso le procuratie vecchie[31] ; e che, quando furono costrutte, cioé nel secolo xv[32] , e ancora nel 1602, si chiamavano invece nuove, per distinguerle dalle altre, che sorgevano dal lato opposto della Piazza[33].

Nella loro qualità di fabbricieri, i nostri Procuratori erano custodi del tesoro di S. Marco  ori sacri, e reliquie. Ma non è di ciò che a noi debba specialmente importare. Questi oggetti stavano anche allora rinchiusi in una doppia cella annessa alla chiesa, molto antica di certo, e che ad ogni modo già serviva a cotale destinazione nel 1230, quando vediamo esservisi una notte appiccato un incendio[34]. Non so dir bene, qual fosse in origine il nome dato alla cella nel discorso comune; gli scrittori la chiamano Santuario; una lettera latina del doge Ranieri Zeno, portante la data del 1265, adopera l'espressione generica volta[35] ; probabilmente il popolo designava fin da quell'età anche il contenente col vocabolo tesoro. Dico questo, per allontanare il pensiero che il nome di percolatia nella Storia di Stefano possa trovare qua dentro la sua ragion d'essere.

Ma la vera Procuratia era propriamente ancor essa un luogo di custodia per cose di grande rilievo. La Repubblica vi faceva conservare, sotto la guardia dei Procuratori, « i privilegi del ducato, e tutte le scritture d'importanza »[36] . Fra queste scritture erano anche le cronache. Ce lo attesta una lettera del doge Nicolò Grimani, colla data del 12 novembre 1311: « ... Habetur per Chronicas nostras, quae fuerunt diutissime et sunt in nostra Procuratia S. Marci, qui est locus ita solemnis », etc.[37]. Di qui, diciamolo per incidenza, l'origine prima della biblioteca Marciana. Fu in grazia di questo antico costume, che lo Stato affidò poi ai Procuratori le raccolte di libri, di cui ebbe più tardi a diventar proprietario.

Qui est locus ita solemnis: ecco tolto ogni dubbio circa il significato locale del vocabolo procuratia, e circa l'importanza del vecchio edificio, che doveva sorgere di contro al palazzo ducale, dove il Sansovino eresse nel secolo xvii la meravigliosa fabbrica della Libreria. Aveva ad essere una costruzione ben solida, e contenere locali pienamente al sicuro dai ladri. Ché, oltre ai diplomi, i Procuratori dovevano custodire là dentro somme ingenti. Fabbricieri della chiesa, esecutori testamentarii e tutori, quasi direi, universali, per conseguenza, amministratori « di un numero incredibile di possessioni e case »,  son parole del Sansovino[38]   venivano ad ammassare redditi enormi[39]. Ora possiam dire d'intendere che a Venezia una tesoreria potesse esser chiamata procuratia; né più v'è ombra di dubbio, che percolatia e procuratia non siano davvero lo stesso vocabolo.

Ebbene: ciò che era possibile qui, lo era forse altrove? Certo i procuratori di chiesa sono, come ho detto, tutt'altro che una specialità veneziana. Ma unicamente a Venezia divennero ciò che li abbiam visti. Altrove rimasero nei loro vecchi panni: semplici fabbricieri. Di più, fuori della città delle lagune non m'è accaduto mai d'incontrare il vocabolo procuratia[40] .

Chiedo scusa d'essermi dilungato a discorrere di questa materia; ma certo, se non mi fossi sforzato di vedere un po'chiaro tra le molte inesattezze degli scrittori, non avrei potuto arrogarmi il diritto di scorgere nella voce percolatia una prova, secondo me, poco men che sicura, della venezianità della Storia di Stefano. Soggiungerò un'ultima riprova. Anche il nome di gastaldi, dato dall'autore, nella stessa novella del Tesoro, ai due ufficiali o ministri del re, sta benissimo pur esso a Venezia. Un gastaldo ciascuno avevano al loro servigio le Procuratie de citra e de ultra; due, quella de supra[41]. E due gastaldi aveva pure il doge, detti appunto più propriamente gastaldi del doge[42] . Da questi convien distinguere bene i gastaldi, che, nelle isole dipendenti, rappresentavano un tempo l'autorità ducale, ossia tenevano presso a poco l'ufficio, che ebbero poi i podestà [43].

Rimettiamoci finalmente in via sulla strada maestra, per giudicare riassuntivamente la forma. Come s'è notato fin dal principio. una vera separazione tra gli errori dell'autore e quelli dell'amanuense, o degli amanuensi, non è possibile in nessun modo. Ma certo, attribuir tutto al primo, sarebbe cosa ingiusta. Vorremmo, per esempio, esser tanto crudeli da non supporre, che dove ora si legge, contro la grammatica e il ritmo, E da molti costui erano invidiato (XXI, 10), Lo re ali baroni ebeno parlato (XXIII, 8), il rimatore non iscrivesse era, ebe, forme che occorrono anche nei versi che immediatamente precedono? E poi s'ha lì a fianco l'Apollonio di Tiro, che, a guardar solo alla superficie, appare oramai vestito dei medesimi cenci. Ma tutto ciò è sempre poco; si è ben lontani dallo scaricare a questo modo tutte le brutture. La bocca dell'emissario è a pelo d'aqua; se ne va quindi una certa dose di sudiciume, che galleggiava; ma le acque restano sempre sozze e melmose; la peggior lordura è nel fondo. La lingua di queste 706 stanze era mostruosa per colpa dell'autore; i versi uscirono in gran parte miserabilmente stronchi e sciancati dalle mani del rimatore, né v'ha perizia di ortopedico che valga a raddrizzarli; gli amanuensi non fecero che stritolare di più un mucchio di cocci.

Eppure, non ostante siffatta mostruosità, lo storico della letteratura avrebbe torto, se, passando vicino alla Storia di Stefano, torcesse il muso, e, disgustato, tirasse di lungo. Né adesso dico ciò per riguardo al contenuto: gli è precisamente della forma che intendo parlare. Il testo è un rappresentante cospicuo di una fase letteraria, a cui ben pochi riflettono, e che nondimeno è di molto interesse per le vicende della nostra civiltà e della nostra lingua. È una fase che fa esatto riscontro a quell'altra, rivelataci di recente, che siam soliti designare col nome di francoitaliana.

Danno molto a ripensare le antiche condizioni letterarie dell'Italia nordica. Nel secolo xiii, e in parte già nel xii, essa è attratta dalla Francia, e si sforza di esprimere i suoi pensieri e sentimenti in lingua d'oc e d'oïl. Alcuni eletti riescono, se non a perfezione, certo più che mediocremente. Quanto al volgo ed a'suoi rimatori, l'esito è quale poteva esser consentito dalla scarsissima istruzione di chi componeva, e dall'ignoranza di coloro che dovevano ascoltare. Si comincia, a quanto pare, da un francese spropositato, e si finisce coi dialetti locali, infiorati di elementi esotici. E una stessa composizione si trasforma non di rado gradatamente, e passa per varie fasi. S'intende, che di provenzale non è qui questione. La letteratura ocitanica è cortigiana ed aristocratica per eccellenza; se mai si occupa della gente rozza, gli è solo per farsene beffe. Siano pur nati in basso quanto si vuole certi suoi rappresentanti, sempre mirano in alto: ai signori, alle dame. Ma, tornando a noi, l'esempio straniero anima a spingersi più oltre. Le parlate indigene, probabilmente non estranee del tutto neppur prima alla rima ed al verso, smettono un poco della nativa timidezza, levano la faccia, e tentano prove, a cui da sole non avrebbero chi sa fin quando osato arrischiarsi.

Fino a qui le provincie del settentrione si tengono in gran parte  dire di più, sarebbe grave sproposito  estranee al lavorio del rimanente dell'Italia. E ciò per ragioni molteplici; principali, forse, la situazione geografica, allo sbocco della fiumana che veniva dai confini della Francia; poi, il notevole distacco delle parlate circumpadane da quelle del resto della penisola, e le loro peculiari affinità coi linguaggi d'oltremonte; in terzo luogo, il fervore veramente mirabile di vita civile e politica, che, destando e mantenendo ogni sorta d'attività, disponeva questa regione ad essere, di fronte alle altre, piuttosto rimorchiatrice, che rimorchiata.

Ma, pur troppo, quest'ultima causa venne a degradare poco oltre la metà del secolo xiii. Ed ecco, quando il sole francese chinava al tramonto, né l'indigeno era riuscito ancora a liberarsi dalla nebbia mattutina, apparire già fulgido di luce meridiana il sole toscano. Come non sentirsi attratti? Come non gittare a terra le rozze armi di pietra, per adottar quelle, che una popolazione sorella aveva saputo fabbricarsi di ottimo acciaio? E presto il linguaggio toscano apparve non meno atto alla poesia narrativa e didattica, che alla lirica. Esso, pertanto, invitò ad un tempo e raccolse dattorno a sé plebe, popolo, signori. Tutti al modo stesso guardarono sbalorditi alla Divina Commedia, composta in molta parte in mezzo a loro, da un uomo che avevano visto e conosciuto. Insomma, nella tacita lotta della lingua di Dante con quella di fra Bonvicino e di fra Giacomino, la prima ebbe facile e poco contrastata vittoria. Gli avversarii chinarono essi stessi le bandiere e resero spontaneo omaggio. Le letterature locali si rincantucciarono, timide e vergognose, appagandosi di una vita oscura e stentata, prima ancora di aver gustate davvero le soddisfazioni del dominio. La coscienza di sé non aveva avuto agio di farsi in essi ben chiara; però troppo non costava riconoscere un nuovo signore. Si passava da un vassallaggio ad un altro: la sorte abituale delle terre italiane per secoli e secoli anche nell'ordine politico. Ma questa volta il signore non dimorava oltremonti, non era d'altra razza, e, colla sua incontestabile superiorità, prima riconosciuta che affermata, avverava, quanto al pensiero riflesso, quell'unità dell'Italia, che, dai tempi di Roma in qua, era più o meno confusamente in fondo al cuore di tutti. Per nulla al mondo si sarebbe rinunziato a vivere per conto proprio, ad avere un governo ed una grandezza cittadina, a lacerarsi a morte, appena gli animi si accendessero, colle popolazioni vicine; ma in pari tempo si sentiva l'esistenza di un vincolo tra tutti gli abitanti della penisola. Era specialmente guardando al di fuori, e vedendo, di là dalle Alpi e dai mari, Tedeschi, Francesi, Spagnuoli, che si ritrovavano qui gl'Italiani. Si amava con passione la propria provincia, la propria terra, la propria contrada; si odiavano a morte le città rivali; eppure, quando il sentimento si esaltava, si sentiva che la patria, nel senso più grande, più elevato, non era Venezia, Napoli, Firenze: era l'Italia. Ed ecco che per tal modo si tendeva a mettersi d'accordo e a servirsi negli usi più nobili d'uno stesso linguaggio, ossia, ad adoperare la favella in cui avevano scritto gl'ingegni più eccelsi.

L'attrazione della Toscana, o, per dire più esatto, dei suoi scrittori, fu esercitata prima sulla lirica, e poi, soltanto, sugli altri generi di poesia ultima in ordine di tempo venne la prosa. Ed è giusto che così fosse. Sta nella natura stessa della lirica in genere, e di quella nostra dei secoli xiii e xiv in particolare, il tendere prepotentemente all'unità. Rappresentando il fiore della coltura, la forma più alta del pensiero, essa si volgeva ai soli spiriti eletti. Però un pubblico vero non trovava già in questo o quel luogo, bensì in tutta quanta la penisola; pubblico disperso, diviso, eppur rannodato da un intimo legame. Si rammentino Dante da Majano e la Nina; si ricordi il primo sonetto dantesco.

A produrre una tale condizione di cose contribuì non poco anche il fatto, che, fino ad un certo tempo, la coltura, di cui la lirica poteva dirsi il portato e l'espressione, fu una coltura fittizia, artificiale, e in pari tempo universale: la coltura cavalleresca. Naturalmente, costituita una volta, questa dispersa società durò anche attraverso a mutate vicende; i fili, che avevan prima servito a far comunicare gl'individui di una moltitudine ravvicinata da somiglianza di pensieri e di sentimenti, si prestarono poi anche a trasmettere un nuovo verbo. I poeti s'eran raccolti per parlarsi l'un l'altro un linguaggio, che, più o meno, ognuno aveva appreso. Dopo un certo tempo, taluno si levò fra loro, a far udire accenti più efficaci e più veri. Tutti prestarono orecchio, e furono presto conquisi. Il confronto era troppo eloquente, per non vincerla sulle abitudini, quand'anche il desiderio del nuovo non fosse stato anche allora una molla di somma importanza nei congegni dell'intelletto artistico.

Però, s'io non m'inganno, la lirica, che, dal suo centro principale, diremo noi pure siciliana, appianò la via alla bolognese, ed alla fiorentina, o toscana in genere. E la lirica toscana fu un fattore di unità ben più efficace che in generale non si pensi, e rese possibile l'opera dell'Alighieri. La quale, anche per questo rispetto, si può dire esser stata oltrapotente, meravigliosa. Senza la Divina Commedia, cui potremmo forse aggiungere anche il Convito, il predominio toscano non sarebbe stato generale per molto tempo ancora, né avrebbe potuto stabilirsi senza contrasti palesi. Parlare di Dante come del creatore della lingua nel senso della vecchia erudizione, è cosa che adesso fa ridere gli scolaretti; ma in un senso nuovo, potremmo quasi adottare l'espressione. È per Dante soprattutto che la lingua di una provincia, di una regione divenne in breve la lingua della nazione intera, e di tutte, senza eccezione, le forme letterarie diventò, insomma, la lingua italiana. Altri, senza numero, avevano preparata l'opera e la raffermarono poi; al Boccaccio, al Petrarca, vuolsi bene assegnare una parte non indifferente; ma la pietra angolare dell'edificio, quella su cui esso riposa, è incontestabilmente la Divina Commedia.

L'ossequio delle altre regioni, della settentrionale in ispecie, al linguaggio usato dagli scrittori toscani, non implicava tuttavia una meticolosa esclusione degli elementi provinciali. E i fiorentini medesimi, venuti dopo altri non pochi, avevano conservato un numero ragguardevole di voci, o, più propriamente, di forme e profferenze, estranee al loro paese. Che anzi, nel distaccarsi, fino ad un certo segno, dal volgare cittadino, avevan fatto consistere uno dei principii capitali per la scelta delle parole, una delle supreme norme dell'arte. Il pensiero insolitamente elevato e raffinato tende anche a manifestarsi in veste non comune. Però, l'essersi primamente formata l'unità della lingua letteraria per mezzo della poesia, e propriamente della lirica, ebbe anche un'efficacia non indifferente sulla sua particolare costituzione. Chi avesse attribuito anche all'infimo dei poeti toscani l'intendimento di celebrare la sua donna nella parlata, non dirò delle ciane dei Camaldoli o dei contadini pistojesi, ma neppure in quella che s'usava conversando tra gentiluomini e gentildonne, gli avrebbe fatto un affronto sanguinoso. Era negli eccellenti dicitori che si tenevan fisi gli occhi. E questi, alla lor volta, guardavano ad altri, ed insieme al latino. Che ciò nonostante si venisse ad usare in fondo il volgare della città, succedeva spontaneamente, necessariamente, senza una speciale volizione; ma in quanto la volontà intervenisse, gli era per eliminare molte voci, che non parevano avere sufficiente maestà o leggiadria, per accoglierne altre più nobili, insomma, per modificare la favella che s'era appresa fanciulli e che s'adoperava negli usi comuni della vita. Sian pur lievi quanto si vuole in molti casi le modificazioni, esse hanno sempre importanza somma, come quelle che propriamente ci danno le intenzioni deliberate degli scrittori. Agli occhi dei moderni, questi elementi eterogenei, forestieri o latineggianti, sembran cosa da nulla e pajono scomparire nella massa del dialetto locale. Ma, se si vuol intender qualcosa, bisogna collocarsi all'altrui punto di vista, mettersi al posto di quei nostri antichi. E non è poi così difficile il riuscirci. Immaginiamoci, per es., uno scrittore pretensioso, di qualunque nazione si voglia, ed un lettore straniero. L'uno pone l'essenziale del suo scrivere in certe peculiarità, di cui l'altro neppure si accorge. E una tale differenza di percezioni e di giudizi si rileva dovunque. Nelle cose proprie ed abituali si vede l'insolito, per minimo che sia, e al resto neppure si bada; entrando in una camera nostra avvertiamo una seggiola fuori di posto, e non riceviamo alcuna impressione da tutto il rimanente. Proprio il rovescio avviene nelle cose altrui.

I poeti toscani scrissero dunque la favella loro nativa; i settentrionali accettarono il linguaggio toscano  lo scritto, badiamo bene  non vincolandosi tuttavia nient'affatto a non profferir sillaba discorde dall'uso, più che mediocremente vario ed incostante pur esso, della gente solita bere acqua d'Arno, e di Fonte Gaja. Che a poco a poco il toscanesimo pretto venisse a prevalere, almeno nella prosa, e di qua e di là dall'Appennino, era naturale; ma l'importante sta appunto in quell'a poco a poco. Se alcuno, nel trecento o nel quattrocento, avesse detto ad un lombardo o ad un veneto: scrivete come si parla a Firenze, avrebbe mosso a riso. Dialetto per dialetto, il proprio valeva bene l'altrui. E poi, quale forma preferire tra le molte che accadeva d'incontrare? La lingua letteraria era fissata, quanto ai caratteri generali: non già rispetto alle speciali determinazioni lessicali, morfologiche, e specialmente poi fonetiche. S'aveva la legge: mancava il regolamento. Un certo arbitrio restava tuttavia in facoltà d'ognuno. Pertanto era ovvio che neppure i settentrionali badassero a scansare il provincialismo, soprattutto quando conduceva a forme più prossime al tipo latino che le toscane non fossero. A questa causa credo doversi, tra l'altre cose, che si sian mantenute nei verbi, le seconde di plurale in ati, eti, iti[44] . Giacché il latino, convien pur ripeterlo, rimase ben a lungo, insieme coll'esempio degli scrittori, uno dei cardini su cui poggiava il criterio della lingua nobile, aulica, cortigiana: un criterio assai complesso, vario, indeterminato nella mente stessa di coloro che lo applicavano, e però difficile ad analizzare e circoscrivere anche per il critico moderno; ma non meno reale per questo.

Colle ragioni teoriche, naturalmente valevoli solo per gli scrittori ed i generi più eletti, veniva a collimarne un'altra, d'ordine ben diverso, la quale estendeva invece molto più ampiamente la sua efficacia: un'efficacia tanto maggiore, quanto fosse minore il grado d'istruzione. S'aveva un bel proporsi di scrivere la lingua di Dante e dei toscani in genere! Come fare? Non c'eran grammatiche, non dizionarii. Bisognava imparare a memoria, ad orecchio. E s'aggiungeva pur questo guaio, che gli amanuensi settentrionali, nel trascrivere, alteravano innocentemente il dettato, e, senza volere, lo conformavano in parte non piccola alle proprie pronunzie. Però, lo studio assiduo, accurato, intelligente, riusciva bene spesso insufficiente per chi volesse imbeversi della buona lingua. Figuriamoci le condizioni del popolo, e, in genere, delle persone poco colte!

Eppure anche il popolo e gli uomini di scarsa coltura vedevano adesso nella lingua, che ora possiamo con pieno diritto chiamare italiana, la vera forma della letteratura volgare. La ritmica ebbe la sua parte di merito nel far entrare una persuasione siffatta. Appetto all'ottava toscana, la serie ad una rima appariva anche all'infimo volgo cosa ben meschina. E il ritmo pareva come connaturato col linguaggio. Dovrà passare del bel tempo, dovrem forse venire fino al cinquecento, perché s'abbiano ottave schiettamente bolognesi o veneziane. E nemmeno allora non le avremo già per opera di oscuri popolani. Ce le daranno rimatori più o meno illustri, vogliosi di sollazzare e di sollazzarsi.

All'essersi dunque propagata e radicata anche in basso l'idea che convenisse poetare in italiano, dobbiamo la Storia di Stefano e le miriadi dei suoi spropositi. I quali, quanti più sono, e meglio dimostrano il fatto dell'unificazione letteraria. Si può oramai prevedere il giorno, in cui il popolo non intenda più la possibilità di scrivere il suo dialetto. Qual sorta di risultati dovesse dare il fatto di scrittori alle prese con una lingua, da loro, nonché padroneggiata, neppur conosciuta, sarebbe facile immaginarlo anche a priori. Così si rinnovava il fenomeno di un gergo misto, quale s'era prodotto, e durava tuttavia in parte, per effetto del predominio francese. E poiché uno dei fattori, l'ignoranza, non differiva se non di grado, e l'altro, il dialetto locale, era il medesimo, bisognava pure che anche tra i prodotti venisse ad esserci una certa analogia. E l'analogia c'è veramente. Gli spropositi della Storia di Stefano sono in parte quegli stessi che occorrono, per esempio, nella nota compilazione del xiii codice marciano. Ivi ancora si obbedisce ad ogni momento alla fonetica dialettale; ivi ancora si mescolano a caso e a capriccio forme disparate, legittime ed illegittime; ivi ancora si spostano arbitrariamente gli accenti per ragion delle rime[45], si creano vocaboli non più uditi, si adoperano ugualmente la 3a di singolare per il plurale, e la 3a di plurale per il singolare[46]. E aggiungiam pure che anche riguardo alla ritmica c'è piena analogia. I versi giusti sono oramai altrettanto rari in ambedue i testi.

Non è senza ragione che ho preso per termine di confronto la compilazione marciana, a preferenza del Bovo, del Rainardo e Lesengrino, e simili. Le analogie sono naturalmente maggiori coi testi, dove l'elemento francese è ancora discretamente intenso. Di fronte al toscano  c'è bisogno di dirlo?  il popolo dell'Alta Italia non si trovò già nelle stesse condizioni come dirimpetto alla lingua d'oïl. Per poco che sapesse dell'uno, ne sapeva sempre, anche senza imparare, assai più che dell'altra. La somiglianza col dialetto proprio bastava già per intendere, almeno all'ingrosso. Quindi, nessuno stimolo per quella graduale eliminazione dell'elemento esotico, in grazia della quale il gergo francoitaliano finisce per metter foce nel puro dialetto. L'evoluzione, quanto al toscano, avvenne precisamente nella direzione opposta. La conoscenza della lingua diventò via via meno difettosa anche presso il popolo, sicché, se nella miscela colle parlate locali uno dei due elementi andò perdendo terreno, non fu davvero il toscano. In altri termini, gli spropositi vennero mano mano scemando di numero. Giacché qui, a differenza di quanto accadde per il francese, gli scrittori restarono sempre allo stadio iniziale di gente che faceva il possibile per iscrivere in buona lingua, e che solo inciampava per difetto di sapere.

Un pò di riassunto cronologico servirà a render più perspicue le cose dette. Bisogna, ben inteso, che mi tenga molto sulle generali. Confini precisi, in cose di questo genere, non si possono segnar mai, perché non esistono in natura. Qui poi ci troviamo per di più ancora al principio delle ricerche e delle osservazioni. Una distinzione preliminare è indispensabile: conviene considerare a parte la gente colta, e il popolo, o chi al popolo si dirigeva. La prima usò di preferenza, se non esclusivamente, i linguaggi di Francia fino al declinare del secolo xlii; indi, fin oltre la metà del xiv, scrisse promiscuamente in lingua d'oïl e in lingua di si, a seconda specialmente dei generi; per ultimo, abbandonò la prima e si attenne alla seconda soltanto. Il popolo invece cominciò da un francese spropositato, dove l'elemento forestiero, nonostante la forza conservatrice della tradizione, venne grado grado ad esser sopraffatto di gran lunga dall'elemento indigeno; quindi ebbe una letteratura dialettale; poi si dette a spropositare in italiano. Questo l'ordine cronologico della produzione, cui non corrisponde già una successione di esistenza. Nella seconda metà del secolo xiii e nella prima del xiv si ebbero a fianco il dialetto e il gergo, che, per abbracciare ogni specie, chiamerò francodialettale; nella seconda metà del trecento, o poco prima, ai due s'aggiunse l'altro gergo, che dirò toscodialettale. Tutti e tre convissero un po'di tempo in non so quanto buona armonia, fino a che lo straniero non ebbe totalmente lo sfratto. Così restarono soli in campo gli altri due campioni. E questi vi si mantennero ben a lungo, con sorti diverse e con taciti accordi, a seconda dei luoghi. A Venezia, protetto ed elevato dalla grandezza politica, il dialetto ebbe sorti non infelicissime. Altrove, quanto agli usi letterarii, servì pressoché unicamente di trastullo.

Da queste vicende si vorrebbe, se fosse possibile, ricavare un dato cronologico per la Storia di Stefano. Pur troppo restiam molto nell'indeterminato. S'arriva solo ad escludere, con una verosimiglianza non lontana dalla certezza, tutto il secolo xiv. È necessario supporre già ampiamente diffuso e pressoché universale l'uso dell'italiano come lingua della poesia, perché un autore così ignorante come il nostro osasse intraprendere un'opera di tanta mole. Almeno almeno, s'egli fosse de'primi, dovremmo aspettarci da lui qualche cenno, in uno dei luoghi dove ragiona del suo lavoro. Ma no: egli dice, perché siasi messo all'opera; si giustifica del fare i canti di diversa lunghezza; chiede scusa degli errori che potrebb'essergli accaduto di commettere, e si scarica di quelli che non mancheranno di affibbiargli gli amanuensi: ma della lingua, non una sillaba. Però anche dal principio del quattrocento inclineremmo forse a scostarci alquanto, ed avuto riguardo all'tà cui parve da attribuire la nostra copia, metteremmo la composizione tra il 1420 e il 1470.

Un'esposizione completa, circostanziata degli elementi dialettali che occorrono nel nostro testo, non riuscirebbe oramai ad altro che ad una nuova constatazione di proprietà e caratteri, già noti e studiati, del veneziano antico e dei suoi più stretti consanguinei[47]. La mezza conferma che s'otterrebbe da una scrittura mista, gioverebbe poco. L'interesse linguistico della Storia di Stefano, sta appunto, come ho esposto largamente, in quei caratteri che riducono a un minimo il suo valore, sia come scrittura italiana, sia come documento dialettale. Però, ciò che più specialmente vorremmo cercare in essa, sarebbero le leggi di cotesta curiosa miscela. Se non che, perché leggi vi fossero, bisognerebbe si trattasse di un vero e proprio compromesso. E invece tutto si riduce agli effetti combinati dell'ignoranza e delle abitudini dell'autore e di uno o più amanuensi. Convien dunque contentarsi d'indicare certe tendenze, certi caratteri, tra i quali forse il più considerevole è precisamente la mancanza di un carattere ben determinato e determinabile.

Sicuro: ad ogni passo s'incontrano qui, le une accanto alle altre, le forme toscane e le venete: nella stessa ottava, nello stesso verso. Per esempio, leggeremo nel canto II, st. 22: La malvagia femina son malvaxia rete; O, quanti homeni la femena fa perire! Né la mescolanza si ferma qui: essa ha luogo continuamente dentro ad una stessa parola. Una voce della lingua letteraria riceve alla superficie una mano di dialetto, che la altera senza trasformarla, in guisa da renderla qualcosa, che non appartiene in realtà, né all'una favella, né all'altra. Questo avviene più che altrove nelle voci che toscanamente contengono palatali, in quelle che continuano la formola ili f voc., e nelle forme dei verbi. Dieze per diexe (diese), zià per za, non sono vocaboli, né toscani, né veneti. Il medesimo si dica di giazere, accanto al legittimo zasere, piaze per piaxe, ecc. ecc.  Che in taluni di questi casi il z rappresenti la sibilante sonora, scritta ordinariamente x, più di rado s, non mi par troppo verosimile.  Poi si considerino meravelia, conselio, famelia, ecc., coi quali per lo più s'alternano, senza norma alcuna, meraveia, conseio, ecc. Fenomeni di questo genere accadono dappertutto, ogniqualvolta due linguaggi affini si trovano in cospetto. La lingua italiana non ha mai cessato un giorno dal produrre un'infinità di codesti esseri amfibii. È specialmente questo l'elemento che in tutta la Lombardia, nel Piemonte, nell'Emilia, mette una distinzione così ragguardevole tra il dialetto delle persone colte, e quello dei volghi. E altrettanto accade dovunque si diano condizioni poco o tanto analoghe.

Il principio fondamentale, da cui discendono, come effetti dalla causa, le molteplici, sebbene incostanti caratteristiche del nostro gergo, si può dir questo: S'impara ciò che è più facile imparare. Quindi, in genere, gli è dove le differenze son maggiori, che il toscano riesce meglio a farsi valere. Il fatto, paradossale in apparenza, è tuttavia il prodotto naturale e necessario di un doppio ordine di ragioni: oggettive e soggettive. Da un lato, le diversità gravi si rilevano più agevolmente assai delle semplici varietà. Dall'altro, è meno difficile lasciare un'abitudine, per qualcosa di affatto nuovo, anziché modificarla lievemente. S'intende poi da sé che, tra le abitudini, certune sono più, altre meno radicate. Le più salde sono quelle di uso più frequente. Rammenti, per esempio, chi ebbe occasione di farne esperienza, quanto costi ad un lombardo delle generazioni già sul declivio smettere il suo ü.

Con questi principii, consuonano dunque i fatti. Nella fonologia la patina dialettale è più considerevole che nella morfologia. E volendo un poco specificare, le vocali toniche ci danno, relativamente, poche divergenze; molte le atone. Quanto alle consonanti, sono due soprattutto gli abiti di cui non si sa spogliarsi: l'uso delle scempie al posto delle doppie, e  cosa già avvertita da un altro punto di vista  la pronunzia assibilata in luogo della palatale. Il ceci dei Vespri, e le corrispondenti pronunzie toscane, ci ajuterebbero, se ce ne fosse bisogno, a intender la cosa. Del rimanente, le mute sono discretamente rispettate.

Rispetto alla morfologia, regna molto disordine negli articoli e nei pronomi. Nei nomi  sostantivi e aggettivi  mal si riesce a reintegrare le complicazioni originarie, riflesse nel toscano, se nel dialetto, per l'opera livellatrice dell'analogia, era prevalsa una maggiore semplicità. I due generi, maschile e femminile, tendono ad estrinsecarsi al singolare colle sole uscite o ed a, al plurale con i ed e. Riguardo al verbo, tra le varie forme che la lingua letteraria presentava, prevalgono, naturalmente, quelle che coincidevano col dialetto. Certe uscite, assolutamente peculiari a quest'ultimo, non appaiono, o ben di rado: nessun esempio di participio in esto, un solo condizionale in ave. Ed anche al gerundio, la terminazione endo ripiglia in molta parte l'esercizio dei diritti usurpatile dalla sorella ando. Invece, come s'è visto, si dura senza frutto una fatica enorme per ristabilire la distinzione svanita fra la 3a persona di singolare e la 3a di plurale. Naturam expellas furca, tamen usque recurrit. E qui, non solo recurrit, ma sconvolge ogni criterio e genera strani spropositi. Del resto  troppo bene s'intende  gli è ai verbi anomali che più spesso si fa torto. Ma non se ne dolgano. Così avvenne, ed avverrà sempre, per parte di chiunque si sforzi di usare una favella, senza conoscerla a fondo. Si tratta di casi che conviene imparare e ritenere ad uno ad uno.

E, per la stessa ragione, sono discretamente copiose nel glossario  ultima parte da considerare  le voci che invano si cercherebbero nella Crusca. E più assai sarebbero, se la grandissima maggioranza dei vocaboli che s'aveva occasione di usare non fossero stati di per sé comuni al toscano ed al veneto.

Queste le cose che a me paiono di maggior rilievo. Tuttavia, a guisa di appendice, non tralascierò di aggiungere alle osservazioni generali anche una scelta dei miei spogli fonetici e morfologici, e tutta intera la serie dei vocaboli meritevoli in qualche modo di nota. Se non è conveniente prendere il nostro documento a pretesto di un'esposizione minuta del veneziano antico, non c'è poi nemmeno ragione di trascurare gli esempi ed i fatti, che si possono ricavare di qui. Sarò molto laconico; le distinzioni, anziché con parole, saranno indicate coll'ordine e colla punteggiatura [48].

 

 

SUONI.

 

VOCALI.

1 . Toniche.

A:      (ari + voc.) peraro, pomaro; ma cavaliero ecc.; manera, mannaia; un per di calze.  (al + dent.) gastoldo.

E: sete e seti, siete; mei;  spedo, schena.  priego (vb.), lieva, iera;  matieria;  spiera, eriede, miecho, tiecho, siecho;  aliegra.

I: (in pos.) tenta, lengua, matregna; senestra, xercha, circa, deto da digitu, e invece dito = dictu, anguela.

o: (+ nas.) omo, bon, a;  novo; voi, vuoi.  puoxe,  anche in puòxeselo, truova; nuove (num.); puovolo; tuore; riscuose.  puti (o putì ?) potei.

u: (un t gutt.) quantonque, ponto, difonto, zonti. Cfr. longo. AU: (second.) tola; (+ dent.) aldi.

 

2. Atone[49].

A: (in sillaba proton.) alese, asperto, fanestra, manazato, achaxato(?), accusato; cfr. apertiene, non attratto dall'anal. di parte.  (all'uscita di avverbii) oltra, fuora, adonqua, fina, noma.

E: dieleticha;  strenzeva ecc., vertù; menistri, setemana;  remore.  (nella penult. di propaross.) verzene, amedo, piazevele, nobele, inposibele, ecc.;  astrolego; cfr. alboro; filosafo.  (all'uscita) domane, diexe; quive (cfr. forsi).

I: signare, ecc., vgnerò, vignerò, ma vegnire; pizor, lizieri, antizesor, dixiderio, dinari; liviriero, disinore; molimento, partir!.

O: onguento, nonziase (cfr. ùn + gutt.); ponita; nodrigare;  doventase, roversava, sopelisi, sotorada; boxia, robar, topino [50]statoa.

U : cusì; ubligato, descuperto, insuniato, apuzare, plurare.

AU: (+ dent.; cfr. au) aldire, aldendo (e oldendo), galdere; alzider.

Alferesi: stronomia, scoltato, rismetricha, rexia, redità, maginamento. Invece, omezidiale.

Sincope di atona interna: vetrana, mistra, nonbrava, disnare. Soppressione di una sillaba accanto ad una conforme: ultimente.

Prefisso a, propagatosi analogicamente e ridottosi alla condizione di semplice prostesi fonetica[51]: aspetava, spettava, aconsiliati, aforzar, atradito, atenerne, tenerne, s'actien, si tiene, avanta, avenire, venire; anominare, acolieremo, coglieremo, airòvame, àva, erémo, amurava, aio, agionti, aricordare, aio.  Con questa prostesi di a, ed insieme colla sincope di una protonica si collega l'equazione re = ar[52]: arcoiere, olle, olse, olto[53]; artegnìa, igneròne [54].

Elisione di o nella proclitica no, non: nalese, navignerae, naveva, nabi, né, non é, e, non sei. L'iato persiste in realegare.

 

CONSONANTI.

L: plui, rariss.: del resto più, piui, pui; colegaro, coricarono;  arquanto, vituaria, liberare;  ninzuoli; ponso, ponzela.

R: livier, o, pender, prendere.

S: cossa, e.  medemo.  (Prostetico o etimol. ? Cfr. l'analoga questione cui dà luogo l'a iniziale) strasinava, aio, strastulava, corte sbandita, scomenzò, ando.

N: moltò; belegno, benigno.  lutano, covien, covinente.  insire, instoria, instesa, instate[55], zintà, città.

V: vianda; darechao, da capo.  frevava, fregava. J: maor, e.  aiere.

Dentali: dreze, treccie; umilitade, umidità (dissimil.). Ma il fenomeno più notevole è quello che si presenta nelle voci artento, i, arsalto. Par riceverne nuova conferma la propagginazione, notoriamente controversa, dell'arcaico e volgare ar per ad in certe parlate romanze [56]. Del resto, arsolto è anche in Fra Paolino. Strano e sospetto, ma pure non inesplicabile neppur esso, ci riesce horservava.

Labiali: bezo, peggio; pecharo, poxia;  chavi.

Metatesi: scorlava, frevore, screnito, scremire, intravalo, bruzexe (un solo es., di fronte a varii di burzexe);  per = pro: prometerà, messe, perm.;  percholatia.  gionfo, àte, gonfio, ate.  sastifarsi, ato (parecchi es.).

 

FORME.

Pronomi: nut, vut.  lie, costie.  medemo.  mie, mei, miei; so, suo, a, e; suo, suoi, sue (suo filoxofi, le lacrime suo).

Aggett.: grando, a.  Plur. f.: inperiale, miore.

Sost. pianeto, mantilo, Zexaro, comuno;  coltra, erieda (f.; m. eriede).  Plur. mano; arte, coltre, parte, raxone, stride, dede.

Verbi. Essere: i sè cotti;  iera;  si e sei, sii;  sta, stato e stata, dinanzi a parole fortemente accentate, colle quali vi sia uno stretto legame, e specialmente davanti ad altri participii: a mi l'é sta narato, son sta (stata) mi.

Avere: averè e avereti;  ave, ebbe;  eba, abbia. 3a p.[57];  abuto.

Altri verbi: ind. pres., fon, ston; oferiso;  puol;  siamo, dizemo;  fazeti, voleti, ecc.  Imperf., feva, staxia e steva; andaxia; resteva.  Fut., anderò, ecc. V. pag. 29; mostrerazo;  2a p., farà, amerà;  conporteré e conportareti.  Pf, fizi, viti, puti (o putì?);  usite, morite, dormite.  Cng. s. 1a p., daga;  2a, fazi, stagi, dagi, dichi, azonzi;  3a lauda, ascolta, retorna, pilla;  pl. 2a, sapeti, vedeti, dicate.  IMPL, 2a s., faxesti, scaldasti.  Cond. 1a s., achuserave.  Imperat., andati, poneti, alditi, aduxéme.  Ger., dagando, ecc.  Part., intenduto, nasuto, metuto, permetuto, responduto, nasuto, persentuto. Derivaz.: femm. in essa, giotonessa (cfr. dogaressa; compagnessa, nella Legg. di S.ta Cater.[58] ).

Voci semplici, in luogo di composte: zunar, digiun.; logare, collocare; pareva, appariva; scuotere, riscuotere.

Composiz. con re, dove l'it. rein, read: regraziare, recrese, refrescava;  re e ricontoli, ricomendato.

Composti in luogo di semplici o di meno complessi: persentuto; infidare, inpensare, inpiantòne; inspaurire; dislatato, desmenticava.

 

VOCABOLI [59].

Acostai (me)  mi coricai, IV, I6: lo me acostai con amor perfeto Alato a colui che me fazia morire. Cfr. prov., sp.

anò  andò.

aora  ora; occorre spesso. Cfr. prov., sp., port.

apalentare  palesare; voce di molto uso.

aprovo  vicino a..., di tempo, IV, 12: Adeso semo aprovo lo mexe di zenaro (f. P.; M. a., sotto provo).

arente da...  vicino a..., di luogo (K.; B., s. rente).

asentarse  sedere. (P.; B., s. sentar).

axioso  agiato, comodo.

avòltero  adulterino, bastardo; fr. ant. avoutre; Diez, Et. W., 113, 214.

Baio  latrato.

barba  zio.

beletisimo  bellissimo (B.). Con questo superlativo credo doversi ricollegare anche il compar. bellezour della S.ta Eulalia. E ne viene il fatto curiosissimo, che il positivo, belido, occorra solo in Ispagna; il comp., in Francia; il sup., in Italia.

bronze  bracie (B.).

Cha  che, dovunque risponde a quam (K.).

calefi (me)  mi beffi (B.).

chavezi  Lombar., cavezz, rotolo di tela. Qui invece, II, 1920, la voce ha un senso più generale: sono i pezzi, di forma cilindrica, in cui è stata ridotta una serpe: Guardando per la sala lo drago veduto àno:  Quelo in tre chavezi in tera zasere morto. Cfr. st. i 1: E poi di quelo tre pezi ne fazia.

chizoleto  cagnolino (B. chizza). co  come.

Dalmazo  danno. Cfr. fr., pr.

da po  dopo; è costante (B.).

darechao  da capo (V. Arch., I, 205, 521). Fin pochi zorni  dopo, a capo di...

fogero e fogaro  focolare (B.).

freza  fretta (M. a); se afreza, si affretta (f. P.; B.).

Gabaxone  gabbo, burla.

grinfe  graffi, ugne.

guarentato  guarentito, salvato.

Innestante  tosto.

inpiare  accendere (B.).

intisegare  intisichire.

intravegnire, intravegnuto  accadere.

Lavoriero  lavoro.

Meneélo  mignolo.

meravilio e meravelio  meraviglia. Cfr. il prov. meravilh.

'n de  (f. P.) XVII, 49: nondenò, non ne ho.

Noma e nōma, cioé nomma    soltanto.

nomeva (si)  si chiamava, IV, i. Ma il riflessivo è dovuto unicamente a ibridismo toscano. L'uso puro occorre nell'indice: Lo segondo (libro) si è de uno inperador di Roma, che avea uno fiol, che nomeva Stefano (B.).

Ognon, ognomo  ognuno.

Pastigiare  banchettare.

pluxor  parecchie (XXIII).

Radegato (avese)  fosse andato errando, avesse sbagliato strada (f. P. B.).

reditate  figlio.

regname  reame (B.).

renga  ringhiera, bigoncia.

resistenzia  residenza.

Salvati, sàlvetu?, resalva  tener in serbo, custodire.

sangiozando  dovrebbe significar pillottare (mil. pergotà), XVI, 4: El spedo sì voltava molto forte Costei, sangiozando molto speso. Che s'abbia a intendere singhiozzando, è possibile, ma punto probabile.

scapolare  trans. e intrans., scampare. (scapolo, libero, scevro f. P.).

scorlava, ecc. 

scuotere. secreto  segretamente.

sguxire  scoprire. È detto di persona in colpa: IV, 9, Vedendose la dama esere sguxita; IX, 25, Quel giovene... El fato bene nela sua mente spira Che per sgusire lui questo iera fato.

signare  salassare (f. P.).

strémina (se)  si spaventa, XIV, I I. Rimane voce sospetta, finché non si trovino altri esempi, perché in rima.

studare  pegnere (Arch., I, 3G).

Tamanto  così grande.

tamixato  stacciato.

trepando  giocando, trastullandosi (B.).

Vaneza  fossa? XVII, 28.

vergonza  vergogna (f. P.; M. a). E così il verbo, vergonzo, vergonzato, anche nel senso attivo di svergognare.

vetrana  di età avanzata (B. veterano; cfr. K., vedre).

Zavariado (seti)  avete perduto il senno, XIX, 21: Disse la donna: Vui seti xavariado, O vera mente ve l'aveti insuniado.

zonfo  moncherino, XVIII, 13. Fra Paolino ha çonchar, mozzare, e il toscano cioncare. V. Diez, Et. W., II3, 2I.

 

Note

_________________________

 

[1] Con questo titolo, in mancanza d'un altro più generale, comprendo qui la stirpe nella sua totalità.

[2] Stampo il testo tal quale, solo aggiungendo l'interpunzione, sciogliendo certi aggruppamenti di parole, surrogando a volte la minuscola colla maiuscola, distinguendo alfa maniera odierna i v e gli u, e ponendo i anche negl'innumerevoli casi, in cui a questa vocale, soprattutto in fine di parola, è data la forma di j.

[3] Leggasi d'aconzarlo.

[4] Citerò, IX, 36; X, 10-11; XIX, 4.

[5] MUSSAFIA, Mon. ant. di dial. it., p. 83 (v. 183). E cfr. il Glossario, ib., p. 107.

[6] Trattato de Regimine Rectoris..... pubbl. da A. Mussafia. Vienna, 1868.

[7] Questa storia è dichiarata lucidamente dall' Ascoli, Arch. glottol., 11, 432 n.

[8] Cfr. Mussafia, Beitrag z. kunde d. Nordit. Mundarten in XV Jhrh., p. 19.

[9] V. in proposito Ascoli, Arch. glottol., I, 452 n.

[10] Un esempio di questa uscita, non esposto a censura quanto al numero, sembra essere parlàno, nel c. I, st. 10. Deve significare parlarono.

[11] Rammenterò anche i gerundii, che pur nella prima conjugazione escono qualche volta in -endo: manzendo (V, 2), dimorendo (XXIII, 29). Se non che qui gli -endo saranno forse da ridurre ad -ando. Un forte incitamento s'avrebbe da zonzando, che nel primo di questi casi tien compagnia a manzendo e perdendo. - Altre analogie, che sempre confermano il fatto psicologico, si possono raccogliere fuori di rima: per es., di l'altro per de l'altro (IX, 12).

[12] Come fenomeno sporadico, il fatto si può osservare anche nella stessa Toscana.

[13] Superfluo avvertire che si tratta qui di una riduzione fonetica, non di una sostituzione sintattica.

[14] Cfr. Mussafia, Altfranz. Ged. aus Venez. Handschr. II, xiv.

[15] S. Ascoli, Op. Cit., I, 452, n.

[16] Potrebbe aggiungersi moi per mo, piui per più. Ma s'avverta che plui è in fra Giacomino, e che in genere la produzione di un i finale in monosillabi che uscissero originariamente in voc.+s, è comune a molte parlate italiane. E noi, voi, oppure nui, vui, sono di tutta Italia.

[17] Op. cit., 1, 309, 425

[18] Ib., 455 n.

[19] ib.; Mussafia, Beitrag, 11.

[20] Non c'é bisogno di avvertire che in questa indagine mi fondo soprattutto sull'esposizione magistrale dell'Ascoli, Op. cit.: I, 420 segg., 448 segg

[21] Un es. padovano, lettre, ed alcuni appartenenti a Venezia, sono registrati anche dall' Ascoli.

[22] Ai, mistra mi, trista e desventurata!

[23] Ascoli, Op. Cit., I, 398 n. ; 433.

[24] Ecclesia Veneta, Ven., 1749; Dec. XIII. P. I, 389.

[25] V. il Du Cange, s. v.

[26] Intorno ai Procuratori di chiesa in Venezia, si può vedere il Gallicciolli, Memorie.Venete, Ven., 1795; III, 148.

[27] Ciò per naturale effetto della condizione delle cose. All'ufficio di Procu-ratore, allorché fu diventato di grande importanza e autorità, si eleggevano i più degni e benemeriti. Quindi la necessità che i voti s'avessero per solito a portare sopra un membro di questo collegio, quando si trattava dell'elezione del doge. Dalla Procura al Dogado vi fu un solo passaggio nel secolo XIII; otto, su quattordici dogi, nel XIV; dieci, su undici, nel XV; nove, su tredici, nel XVI, fino a Nicolò da Ponte. - Dei Procuratori di S. Marco scrissero specialmente: Fra Fulgenzio Manfredi, Degnità Procuratoria, Ven. 1602, molto prendendo e quasi copiando dal Sansovino, Venetia ... descritta, Ven. 1581, i° 106; poi, il Corner, Op. cit., Dec. XIII, P. I, ed il Sandi, Principii di Storia Civile della Repubblica di Venezia, Ven. 1755, I, 736 e II, 135. Tra queste fonti la più sicura e proficua è il Corner, siccome quella che ci procaccia la conoscenza diretta di un buon numero di documenti importanti.

[28] Errano gli scrittori di questa materia, quando fanno cominciare le tutele e le esecuzioni testamentarie dei Procuratori dall'anno 1268 o 69. Basta vedere com'è motivata la deliberazione del 1231: «Quod propter multas tutorias et fornitiones, que quotidie veniunt, tam pro opere S. Marci, quam pro istis fornitionibus et tutelis, adeo quod unus solus Procurator», etc. (Corner, Op. cit., 384). Parole simili nel decreto dei 1239 (3° Proc.). Ma è ancor più esplicito l'altro decreto del 1261 (4° Proc.): « Quotidie multiplicantur necessaria operis Sancti Marci, tam pro fabricatione domorum et aliorum laboreriorum, quam fornitionum, et tutoriarum, et per mortem defunctorum (!), qui volunt quod Procuratores sint sui fideles commissarii, et esecutores suarum voluntatum, verum etiam pro factis terre mittuntur extra de dictis Procuratoribus », etc. Si badi - e per ciò solo non ho omesso nella citazione l'ultimo inciso - che quei facta terre non hanno che fare coll'ufficio proprio dei Procuratori. Essendo questi persone tra le più autorevoli, accadeva spesso di adoperarli in ambascerie, generalati, ecc. V. Sansovino, Op. Cit., 108. Alla fine del 1268, o forse piuttosto al principio del 1269, altro non si fece che regolare meglio questa faccenda, e mettere in forma di legge, ciò che prima era stato semplice consuetudine. Non so se esista la deliberazione che sopra di ciò dovette prendersi dai due consigli; esiste bensì, ed è riportato dal Corner, un plebiscito dei 15 febbraio 1269, dove si approva che, in conformità di quanto s'era deliberato dal Doge coi Consigli, sia introdotta una giunta nel Capitolare dell'ufficio del Proprio (« in Capitulari Judicum Proprii »). In verità, è molto interessante a studiarsi l'evoluzione di questa magistratura. Ecco come mi pare di poterla rappresentare. II Procuratore di S. Marco cominciò dall'essere esecutore testamentario, quando si trattava di patrimonii lasciati alla chiesa. Indi, per l'autorità da lui acquistata di fatto, i cittadini stimarono di non poter meglio guarentire l'esatta osservanza delle loro estreme volontà, che affidandone a lui la cura. S. Marco ci doveva sempre guadagnare qualcosa. E dell'opera sua ebbe presto a valersi anche lo Stato, nei casi frequenti di persone che venissero a morte, o nella città, o più spesso in terre lontane, senza designare un esecutore. Da ragioni simili le tutele, sia di pupilli, sia di pazzi. La riforma radicale, gravida di tutto l'avvenire, fu, senza averne l'aria, l'aggiunta di un Procuratore nel 1231. Posta la Procuratia di S. Marco in condizione di potersi assumere maggiori brighe, queste affluirono da ogni parte in misura sempre crescente, e ben presto sproporzionata alle forze di chi le doveva sostenere. Quindi la necessità di accrescere mano mano il numero di questi magistrati. Le deliberazioni del 1269 regolarono definitivamente le cose, e resero per obbligo i Procuratori esecutori di tutti quei testamenti, tutori di tutti quei pupilli e mentecatti, che loro fossero affidati dal Doge o dai Giudici del Proprio. Sicché anche qui abbiamo un incremento graduale, la di cui origine si perde nella notte dei tempi. Forse, e senza forse, non c'è Stato, che al pari di Venezia si presti allo studio della lenta formazione e trasformazione degli ordinamenti pubblici. Riprendere adesso il soggetto trattato dal Sandi, per chiarirlo col lume della nuova critica, sarebbe una delle imprese più splendide, più utili, che possa offrire il campo delle ricerche storiche. Insieme, è ben vero, anche delle più ardue. Le due cose troppo di rado si scompagnano.

[29] Per es., di quella sostenuta contro il Turco, negli anni 1510 e segg. V. Manfredi, Op, cit. 7

[30] Un Procuratore, oltre il numero allora vigente (sei) fu eletto nel 1333. Un altro nel 1361; un terzo nel 1413. V. Corner, Op. cit., 387 e 88.

[31] Anche qui affermo cosa, che mal s'accorda con quanto dicono il Sani ed altri, ma che i documenti mettono fuori d'ogni dubbio. S'è preteso che l'alloggio pubblico sulla Piazza fosse dato ai Procuratori per il decreto deI 1442. Si legga quel documento, accessibile ad ognuno nell'opera del Corner (pag. 389), e si vedrà che le cose stanno in ben altro modo. La deliberazione presa allora concerne solo i tre Procuratori di nuova istituzione. E che cosa stabilisce il Consiglio? Che essi siano pareggiati in tutto, stipendio, ecc., agli antichi, ed « habe[a]nt domum in platea Sancti Marci sicut alii ». Il fatto si è, che, anche precedentemente, non s'era mai deliberato l'accrescimento dei Procuratori, senza provvedere in pari tempo alle relative case. E in vero, già nel 1231: « ... Capta fuit pars, quod in maiori Consilio eligatur unus alius Procurator, qui sit socius s. Philippo Memo Procuratori S. Marci, et quod fiat sibi una domus in platea S. Marci, pro sua habitatione ». Ora, chi può immaginare che si pensasse a edificare una casa per il secondo Procuratore, se il primo, l'antico, non ne fosse già stato provvisto? Né so dubitare che anche quel primo edificio non fosse sulla piazza. Diamine! si trattava del vero e proprio fabbriciere di S. Marco! Invece, il luogo non è determinato nei decreti del 1239, 1261 e 1319 Nel secondo si dice anzi che la casa s'abbia a costruire « ubi videbitur Domino Duci, Consiliariis », etc. Va peraltro avvertito che ai nuovi Procuratori del 1319 é fatto obbligo espresso, finché « sibi pro comune de domo sufficiente provisum fuerit », di non abitare « extra contratas confinantes cum insula Sancti Marci. »

[32] Che queste Procuratie fossero opera de! principio del secolo XVI, fu creduto erroneamente dal Cicognara (in Cicognara, Diedo e Selva : Le fabbriche e i monumenti cospicui di Venezia; Ven., 1838 ; I, 85), e da altri. Anteriori - benché con due soli ordini - le dimostrò inconfutabilmente l'Ab. Cadorin, Pareri di XV Architetti e notizie storiche intorno al Palazzo ducale di Venezia; Ven., 1838; p. 151. V. anche Temanza, Vite dei più celebri Archit. e Scult. Venez., che fiorir. nel sec. XVI; Ven., 1778; p. 100; Selvatico, Sulla architett. e sulla scult. in Venezia; Ven., 1847: p. 172. - Ma anteriori di quanto? - è un punto non ancora, ch' io sappia, decifrato da nessuno.

[33] Manfredi, Op. Cit., 20: « All'incontro, che è il lato destro della piazza verso Ostro Sirio, si vede una banda di case della Procuratia, addimandate nuove rispetto delle vecchie, che sono dall'altro lato». Si badi che quando il Manfredi scriveva (1602), delle Procuratie Nuove, nel senso nostro, sorgeva solo la parte più vicina alla Libreria, sebbene il proseguimento della fabbrica fosse cosa stabilita: « Le habitationi loro (dei Proc.) cominciano dunque dal cantone vicino al Campanile, che doveranno seguire fino alla chiesa di S. Geminiano, à dirimpetto di quella di San Marco. » (Ib., p. 13-)

[34] Corner, Op.. Cit., 120.

[35] Ib., 233 : « In volta quadam Ecclesie ».

[36] Sansovino, Op. cit., 107. A sentire questo autore, ciò si sarebbe cominciato a fare nel 1319. Il passo, che cito sotto nel testo, accerta ben più antica la cosa.

[37] È riportata nella sua Cronaca dal Dandolo; Murat., Rer. It. Scr., XII, 497.

[38] Op. cit., 107.

[39] Parte servivan poi per sovvenire ai poveri, e in particolare ai marinai. Giacché le Procuratie dl Venezia fungevano anche da Congregazioni di Carità.

[40] Un esempio addotto dal Du Cange, che si potrebbe credere padovano, perché si riferisce alle reliquie di S. Antonio, è invece veneziano ancor esso. Del resto, è preso da una semplice traduzione, eseguita dai Bollandisti, per evitar di riprodurre il testo volgare. Si tratta d'una lettera del 1652. V. gli AA. SS., Giugno, 11, 747.

[41] Sansovino, Op. cit., 108. Cfr. Manfredi, Op. cit., 11.

[42] Sandi, Op. cit., I, 809.

[43] Per questi gastaldi giova vedere il Cecchetti, La Vita dei Veneziani fino al sec. XIII: nell'Archivio Veneto, II, 80.

[44] Come è ben noto, le adopera ancora normalmente il Boiardo.

[45] Contradiòn, veòn nel Macario, v. 380, 879. V. l'introd. del Mussafia, Altfr. Ged., II, ix.

[46] Sont, vont, ib., v. 3-4. Op. cit., xv.

[47] Basterà rinviare ai due lavori capitali, già più volte citati, i Saggi ladini dell'Ascoli ed il Beitrag del Mussafia. Poi, agli altri contributi di quest' ultimo, e in particolare alle illustrazioni che accompagnano il Fra Paolino

[48] È superfluo raccomandare di tener a riscontro le opere già ricordate, e in particolare il Beitrag del Mussafia, che dovrei citare continuamente, se non mi trovassi obbligato alla brevità.

[49] I casi sono distribuiti tra le vocali a seconda deI risultato italiano, anziché del suono originario.

[50] Cfr. DIEZ. Et. W., IIe, 435. L'etimologia greca del vocabolo italiano appar sempre più contestabile.

[51] Credo impossibile segnar limiti precisi tra le due cose. V. Arch. glottol., I, passim (Indice II, Prostesi); II, 138, 150. Beitr., 21

[52] Arch., I, 415, 433., 464; II, 18, 444 segg.

[53] Oltre all' Arch., si veda Beitr., 28.

[54] Arch., 1, 464 n.

[55] Tra i romanisti, ammettono il fatto il Diez (Et. W., I, sotto argine) e il Mussafia (Beitr., 21; Zur Katharinenlegende, 77, alla voce arguaito); non lo accetta invece, salvo per argine, il Flechia (Arch., II, 18-19).

[56] VII, 24: zascun latrone, d'instate e d'inverno. Cfr. Beitr., 71.

[57] Arch. I, 464 n.; cfr. 432.

[58] Mussafia, Z. Katharinenleg., 78.

[59] Le voci registrate nel Beitrag e nei glossarii di cui il Mussafia ha corredato i Monumenti Antichi, il Fra Paolino, e la Santa Caterina, qui sopra citata, contrassegno colle sigle B., M. a., f. P., K.

 

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Ultimo aggiornamento: 21 aprile, 2004