Giovanni D’Agostino

Camillo Federici (1749-1802)

vita e opere del più amato e rappresentato autore italiano

di commedie lagrimose del secolo XVIII [1].

Docente presso l’Università di Puerto Rico

Per gentile concessione dell’Autore

 

 

 

Giovanni Battista Viassolo, in arte Camillo Federici (nome che poi trasmise ai suoi discendenti), figlio di Giovanni Pietro e Agnese Liassolo o Viassolo [2], attore comico e autore di commedie e drammi, nacque nel 1749 a Garessio Poggiolo in provincia di Cuneo, che era al tempo un “borgo nella provincia di Mondovì della Liguria piemontese” [3]. Sull’origine della sua vocazione un aneddoto racconta che ancora fanciullo poté assistere in braccio ai genitori a una rappresentazione teatrale di poco conto, ma bastò a destare la sua fantasia al punto che “smanioso d’imitarla imbrattò la prima carta d’un ghiribizzo” [4]: questo gli valse ogni sorta di baci e carezze. Incoraggiato nell’impresa da queste inaspettate lodi, apprese a verseggiare da solo e scrisse alcune scene sia in italiano che in latino.

Questi precoci risultati furono però ritenuti superiori alle capacità di cognizione di un ragazzo della sua età, e ciò non mancò di suscitare l’indignazione del giovane Viassolo che poté solo difendersi con qualche lagrimuccia di sfogo. Iniziò gli studi nella città di Ceva, e poi passò all’Università di Torino: ivi frequentò le lezioni dell’abate Triveri, rinomato interprete della Poetica di Aristotele e docente di lettere greche e latine. Ancor prima di rivolgersi interamente al teatro, il consiglio dei genitori e le stesse necessità di sostentamento che la vita imponeva lo costrinsero a cercare altre professioni. In un primo momento l’autore aveva aspirato alla cattedra di fisica nel Monferrato, che sperava di ottenere con l’aiuto del noto padre Beccaria, col quale aveva studiato e di cui si era guadagnato una certa stima. Ritenuta più una lusinga che una carica alla sua portata, tentò altre vie: dapprima indossò la veste clericale con lo scopo di passare al servizio di una nobile famiglia in qualità di precettore [5]; poi iniziò l’attività di giudice a Moncalieri.

Nulla riusciva a distrarlo dal suo istinto naturale e ben presto abbandonò anche le aule dell’avvocatura. Spinto da passione ardente per il teatro è probabile che all’inizio non pensasse neanche a conservare ogni suo scritto; diventa impossibile quindi risalire al genere e al contenuto della giovanile composizione la Guerra de’ Giganti contra Giove che in un giornale viene attribuita al debutante Viassolo [6]. Qualche sua produzione venne fatta recitare “in private accademie…alla presenza di nobile e colto uditorio” [7], e probabilmente per i teatri dei collegi diretti da gesuiti, per cui si pensò pure che l’autore fosse entrato a far parte di quell’ordine [8]. Ed è così che contro il parere dei genitori, i quali cessarono ogni forma di sussidio finanziario nella speranza di allontanarlo da questo proposito del tutto inaspettato, attribuito a uno sbandamento passeggero, si associò a una compagnia di recitanti distinguendosi soprattutto come attore di commedie all’improvviso. Preziosa è la descrizione che ci viene offerta dal suo contemporaneo Francesco Bartoli nelle Notizie storiche de’ comici italiani:

“Il più virtuoso Comico, che abbia in oggi l’arte nostra è il Friderici [con riferimento a Federici]...Soffrendo dalla fortuna severi irreparabili colpi, lasciò il Friderici la Patria, e in Lombardia pervenuto, dopo d’aver consumato tutto quello che seco recato avea; per non ridursi a mendicare un pane, si risolse d’unirsi a una fievole unione di Comici, che in diverse Terre del Bolognese castelleggiando vagavano. Incominciò a recitare da Innamorato, e benchè dalla natura a lui non fossero interamente concessi que’ doni, che fanno un Comico sulle scene risplendere, pure colla fatica, e co’ già fatti metodici studi, ingegnavasi di farsi anche in que’ principi conoscere per un uomo di vaglia. Passò con Alessandro Alberghetti detto Gnochis, presso il quale potè avanzarsi nelle cose dell’arte; e finalmente nella Compagnia di Pietro Ferrari da circa sei anni ha stabilito il suo impiego. Egli recita qualsivoglia parte con quella profonda intelligenza, che è proprio suo vanto; e nelle Commedie all’improvviso ragiona con tale eleganza, che non v’ha chi l’arrivi in aggiustatezza d’elocuzione, e nella scelta de’ suoi peregrini concetti. Il suo poetico ingegno l’ha spinto a scrivere diverse produzioni, fertilissimi parti del suo nobile ingegno.”[9]

Una tradizione sembra attribuire all’amore per una donna il suo associarsi a una compagnia comica. Innamoratosi della prima donna Camilla Ricci, si ritiene che il giovane Viassolo si sia prima allontanato dalla famiglia e dal Piemonte, e poi abbia perfino cambiato il suo vero nome, Giovanni Battista Viassolo, in Camillo, poiché Camilla si chiamava la sua amata, e in Federici per esprimere fede o fedele alla Ricci. Sull’origine del pseudonimo permangono ancora molte incertezze [10]. Neu-Mayr, avvalendosi del privilegio di aver raccolto la tradizione da uno dei figli dell’autore, ci informa che il giovane Viassolo nei primi momenti del suo allontanamento dalla casa paterna intraprese diversi viaggi allo scopo di conoscere il mondo dove auspicava peraltro di ottenere gloria e fortuna. Proprio durante questo periodo scrisse un dramma non pervenutoci intitolato Camillo e Federico che trattava un’eroica gara d’amicizia. Il componimento ottenne enorme successo sulle scene al punto che l’autore fu chiamato da quel momento col titolo del dramma ovvero Camillo Federico che venne poi lievemente modificato in Camillo Federici nel momento in cui decise di seguire la sua vocazione e “affinché la famiglia non dovesse rimproverargli di umiliare il suo nome facendo il commediante” [11].

Intorno al 1777 si unì in matrimonio con Antonia Spaghi, donna abbastanza colta, che divenne la sua compagna fedele e condivise la sua vita avventurosa portandovi forse un elemento di maggiore regolarità. Di condizione poco agiata e avendo perso i genitori in età molto giovane, fu costretta per necessità a sposarsi con un capocomico di modeste fortune, Vincenzo Bazzigotti, di cui rimase vedova dopo appena due anni. Il Federici ebbe da lei tre figli: il primogenito, Carlo, nacque a Genova e si laureò in legge all’Università di Padova; dapprima seguì la carriera del padre (le loro produzioni sono talvolta confuse), poi intorno alla metà dell’Ottocento fu impiegato probabilmente nel governo generale di Venezia; il secondo, Giuseppe Maria, nacque in Pavia, e anch’egli seguì gli studi universitari a Padova dove si laureò in medicina, e successivamente esercitò la professione di medico nella provincia di Vicenza; il terzo, Francesco, nacque a Capo d’Istria, ma morì ancora bambino.

L’autore avrà modo di esprimere rammarico per i primi anni di carriera nella prefazione delle sue opere in cui narra di essersi fatto trascinare dall’inesperienza e dall’inganno delle lodi:

“Che nuovo mondo fu quello per me! L’inesperienza e l’errore guidavano i miei passi: ma la verità, che mi raggiunse ben tosto, m’aprì gli occhi, e l’illusione disparve. Io mi trovai timido e solo in mezzo a nuova gente, a nuovi costumi, e in poco tempo mi accorsi, che non mi restava al fianco fuorchè la noja, l’inerzia e il pentimento. Io non aveva più nè brio nè genio; ma stupido e senza consiglio, era di peso a me stesso, e odiava fino quegli studi, da cui mi sembrava di essere stato tradito. Alfine mi convenne scuotermi e trar partito da quelli. Oh anni pericolosi e fatali, in cui sì facile è l’inganno, e un falso onore non ci permette di ricondurci colà donde ci siamo sviati, e porta per sempre a conseguenze irreparabili e talvolta funeste! A poco a poco acquistai la conoscenza del mondo, che insegna una filosofia più sicura, e diversa da quella che io aveva studiato. Vidi il teatro, e lo squadrai tutto, indi cercai di mettere a profitto le antiche e nuove lezioni. Ripresi la penna da lungo tempo inaridita: ma cauto e guardingo, diffidai per la prima volta delle mie forze, quando per lo innanzi mi pareva d’essere franco e ardito, e tentai (senza nominarmi) l’arringo teatrale”[12].

Ancor prima di passare nel 1787 agli stipendi della compagnia Pellandi, fu attore comico recitando parti di innamorato prima con la compagnia dell’Alberghetti detto Gnochis e poi verso il 1776 [13] con quella di Pietro Ferrari. Fece rappresentare sotto il nome di adozione le sue prime commedie: I Volturreni [14], che vide la luce a Venezia o Trieste nel 1778 (comp. Medebach); e prima del 1787, le commedie L’Eredità, il Cappello parlante (entrambe intorno al 1782 [15]), Il globo aerostatico, probabilmente tutte a Padova, e le tragedie Cansignorio, Gli amori di Enrico IV, I Figli del Sole, e Ero e Leandro, scritte quasi tutte per il teatro di San Luca di Venezia. La sua produzione più feconda va dal 1787, anno in cui lo troviamo al Sant’Angelo di Venezia presso la compagnia Pellandi come “poeta comico”, al 1791, quando a causa di una malattia durata quattro anni fu costretto a rallentare la carriera e a ritirarsi con la famiglia a Padova.

In questo periodo di straordinaria fecondità si videro sulle scene alcuni dei suoi testi più famosi: I falsi galantuomini (Venezia, T. S. Angelo, 1787); Non contar gli anni a una donna (ivi, id., 1788), Avviso ai mariti (ivi, id., 1788); Avviso alle mogli (ivi, id., 1789); Lo scultore e il cieco (rappresentata per la prima volta col titolo I viaggi dell’imperatore Sigismondo, Torino, 1790) a cui venne dato un terzo titolo dal Teatro moderno applaudito: I pregiudizi dei piccoli paesi (1797); Errori di un padre e di un figlio (intitolata dapprima La rappresentazione e rappresentata col titolo Il ciabattino consolatore dei disperati, Venezia, Teatro Sant’ Angelo, 1790). I rimanenti lavori teatrali di questi cinque anni di intensa attività includono: Meleagro (melodramma, 1787); Il tempo fa giustizia a tutti (Venezia, Teatro Sant’Angelo, 1788); La bugia (ivi, id., 1789); La maschera ( o Il matrimonio in maschera, ivi, id.); Un riparo peggior del male (scritta nel 1789); La disgrazia prova gli amici (id.); Illusione e verità (allegoria com. in 5 a., Venezia, Teatro Sant’Angelo, 1790); La cambiale di matrimonio (prob. ivi, 1790), poi musicata da Rossini; Il ritorno dalla Soria (ivi, id.); Il tempo e la ragione (allegoria com. in 5 a., ivi, id.); L’uomo migliorato dai rimorsi (ivi, prob. id., 1792).

Tuttavia, l’improvvisa e lenta malattia del 1791 che interruppe la sua attività di autore comico professionista non oscurò la fama, subito impostasi, del suo nome. Allontanatosi dal capocomico Pellandi e ormai ridotto in condizioni economiche alquanto precarie, il Federici ebbe in seguito la fortuna di godere dell’incoraggiamento morale e materiale di un colto mecenate padovano, Francesco Barisan, che aveva allestito una piccola compagnia presso un teatrino della sua villeggiatura di Castelfranco.

Per il venerato e ricco amico Barisan, amante del teatro (a cui nove anni dopo dedicò la raccolta delle sue Opere teatrali), l’autore scrisse varie produzioni. A questo periodo appartengono: Il cavalier Baiardo (Castelfranco, Accad. Di declamazione, 1792, rappresentata col titolo Boemondo contemporaneamente in due teatri veneziani); Le lagrime d’una vedova (ivi, id., 1793); Gli antichi slavi (Venezia, Teatro Sant’Angelo, comp. Pellandi, carnevale 1793); Il quartiere d’inverno (Castelfranco, Accad. di declamazione, 1794; Il trionfo d’Imeneo (ivi, id., 1795); Il voluto pazzo (ivi, id.); L’amor di natura (1795); Il mendico dell’anno 1741 (Padova, Teatro degli Obizzi, comp. Battaglia, primavera 1795); La vedova di prima notte (ivi, id., 1795); L’avventuriere notturno (Trieste, Teatro San Pietro, comp. Battaglia, estate 1795); Carlo XII a Bender (Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, id., 1795); La vendetta d’un padre (ivi, comp. Pellandi, 1796); Teresa Frend ossia Il merito e la fortuna (ivi, comp. Goldoni, 1796); Il buon giudice (ivi, id.); Epulo (prob. Trieste, id.); Il prestigio dell’oro (Venezia, Teatro San Luca, id., 1797); La figlia del fabbro (ivi, id., 20 ott. 1797; a. I della liberazione piemontese).

Nel 1798 venne assunto dalla migliore compagnia teatrale del suo tempo, quella di Antonio Goldoni, che occupava il teatro di S. Luca in Venezia, ove recitava la rinomata attrice Gaetana Goldoni Andolfati. Per tal modo, il teatro federiciano si arricchì di altre produzioni: La dieta degli Ungheri (ivi, id., 13 ott. 1798); Alessando de’ Medici primo duca di Firenze (ivi, id., 1798); La pace del Pruth (ivi, id., 27 nov. 1798); Amedeo IX duca di Savoia (ivi, id., nov. 1798); Caterina I (Padova, quar. 1798); La cieca nata (Bologna, comp. Goldoni, 1799); Il ministro d’Arrigo IV d’Inghilterra (?, id., 1799); Le miniere della Dalercalia ossia Gustavo riconosciuto (Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, 4 genn. 1800); Il delatore (ivi, Teatro San Luca, 28 dic. 1800); Solimano il Magnifico (ivi, id., comp. Goldoni, 1800); Il pericolo (scritto nel 1800); Un caso impensato (id.); Genserico in Roma ovvero I vandali (id.); Le risse del matrimonio (1801); Metastasio (Venezia, Teatro San Luca, 4 genn. 1802); I vecchi (non rappresentata).

Appena cinque anni dopo il suo sodalizio con la compagnia Goldoni, mentre attendeva in Padova alla ristampa delle sue opere, di cui 24 a sua insaputa erano state vendute dal capocomico Pellandi al libraio Antonio Mairesse e pubblicate a Torino nel 1793, il commediografo fu colto nuovamente da tabe polmonare e morì il 23 dicembre 1802. Nessuna epigrafe fu posta sulla sua tomba e vano risultò il tentativo di una colletta per erigergli un monumento. L’unico riconoscimento pubblico fu la coniazione d’una medaglia in Piemonte con la sua effigie da una parte e quella di Alfieri dall’altra con il chiaro intendimento di onorare in quel territorio rispettivamente i due maggiori rappresentanti del genere comico e tragico. Per quanto eccessivo possa ritenersi l’accostamento di Federici all’immortale Alfieri [16], la medaglia è testimonianza dell’enorme stima di cui egli godeva ancora nel diciannovesimo secolo.

Non ci sono dati convincenti sulle rappresentazioni dei seguenti lavori di Camillo Federici: La fanatica per ambizione, L’ingiustizia testamentaria, Il magistrato e l’amico, Il giudice del proprio diritto, La moglie libera e il collo corto, Disordini di una famiglia, Il duca di Sabbioneta, Cefalo e Procri, Totila ovvero I Visigoti. Dei quattordici volumi che compresero la sua edizione del 1802 l’autore poté curare solo i primi quattro; degli altri dieci non si può renderlo ugualmente responsabile. Negli ultimi quattro volumi è probabile che siano state incluse anche alcune del figlio Carlo. Alcune commedie di Federici, quali La fanatica per ambizione e La cambiale di matrimonio, lo schierano fra i sostenitori della riforma goldoniana, ma sono soprattutto i motivi sentimentali inclini al patetico a contraddistinguere la sua produzione e ad avergli assicurato un posto fondamentale, seppure esile, nella storia della commedia lagrimosa in Italia.

 

Prof. Giovanni D’Agostino

Universidad de Puerto Rico, Rio Piedras

Bibliografia

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Volterra, Angela Paladini. “Verso una moderna produzione teatrale”. Quaderni di teatro. Vol.V, maggio 1983, n. 20, pp. 329-334.

 

Note

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[1] Per quanto critico degli esiti artistici di Federici, Giulio Natali lo reputa drammaturgo prediletto del pubblico italiano: “Non ostanti la non originale invenzione, la poco varia condotta, l’inverosimiglianza del carattere dei personaggi, tutti angeli di virtù o mostri di nequizia, la viziosa dizione, lo stile sconveniente, il Federici fu il più applaudito drammaturgo del suo tempo”. Storia letteraria d’Italia: Il Settecento. Volume secondo. Milano: Casa Editrice Dr. Francesco Vallardi, 1964, p. 246-247. Si deduce dallo studio di Angela Maria Volterra sui teatri di Venezia tra il 1795 e il 1797 che Federici è l’autore più rappresentato con un totale di 24 opere e 75 rappresentazioni. “Verso una moderna produzione teatrale”. Quaderni di teatro, V, maggio 1983, n. 20, pp. 329-334. Neu Mayr rivela che “molti scrittori drammatici correvano il medesimo arringo, con incontro più o meno fortunato, ma non ottenevano la generale e clamorosa approvazione del Federici, e fra questi (omettendo l’immortale Astigiano, non confondibile cogli altri) si contavano il Greppi, il Villi, l’Avelloni, l’Albergati, ed in seguito il De Rossi, il Giraud, il Sografi”. “Notizie biografiche di Camillo Federici” in Emilio De Tibaldo, Biografia degli italiani illustri. Vol. V. Venezia: Tip. di  Alvisopoli, 1834-45, pp. 349-350. Sarà De Rossi in una lettera scritta ad Albergati il 4 gennaio 1796 a lamentarsi dell’incontrastato successo sulle scene di Federici: “La compagnia dei comici è buona, ma senza donne poco puol fare, e poi ci infedericano ogni sera, cioè sempre cose di Federici”. La citazione è tratta da Emilio Faccioni (curatore), “La commedia del Settecento” in Il teatro italiano, vol. IV, tomo II. Einaudi, 1975.

[2] Giuseppe Roberti, “Commediografo dimenticato: Camillo Federici.” L’illustrazione italiana, 1903, n. 2, p. 36.

[3] Si veda il  nutrito articolo di Camillo Ugoni che chiude il secondo e ultimo volume di una raccolta sulla storia della letteratura italiana. Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma Camillo Ugoni. Volume II. Milano: Tipografia di Giuseppe Bernardoni, 1856, p. 439.

[4] Neu Mayr, op. cit., 346.

[5] Nell’articolo sull’autore nell’opera postuma di Camillo Ugoni si informa che questi particolari biografici riferiscono quanto è stato comunicato al critico da uno dei figli del Viassolo, op. cit., p. 440.

[6]  Si rimanda a Biblioteca italiana, T. LIII, n. CLVII, fac. 30, in nota [informazione da Ugoni p. 440].

[7] Prefazione di Camillo Federici alle sue opere [si veda Roberti, p. 36].

[8] Così crede Righetti nella Storia del teatro italiano, poi smentito da Biblioteca italiana [si veda ancora Ugoni, p. 441]. Lo crede “da prima consacrato alla società de’ Gesuiti” anche Francesco Salfi in Saggio storico-critico della commedia italiana, Milano, Per Giacinto Battaglia editore dell’Indicator Lombardo co’ tipi di Luigi Nervetti e C., 1829, p. 58.

[9] Francesco Bartoli. Notizie Istoriche de’ Comici Italiani. Bologna: Arnaldo Forni, 1978 (Ristampa dell’edizione di Padova 1781-82), pp. 239-240.

[10]Vari critici sembrano confondere l’attrice Teodora Ricci, moglie del già citato Francesco Bartoli, con Camilla Ricci, della cui esistenza non si rinviene nessuna notizia sicura. Neu-Mayr smentisce “ciò che in una moderna novella è stato malamente interpretato, scrivendosi che per testificare l’affezione che portava a Teodora Ricci, [il Viassolo] avesse assunto il nome di Federici” (op. cit., p. 346). È probabile che Neu-Mayr si riferisca a quanto riportato nella “biografia, o piuttosto novella intorno a Camillo, inserita nella Gazzetta Piemontese n. 111 e 157 dell’anno 1837 ed estesa dal sig. Angelo Nani” (Neu-Mayr, op. cit., p. 347) che non si è riusciti a reperire. A raccogliere la tradizione circa una presunta relazione amorosa tra il Viassolo e Teodora Ricci concorse anche Vallauri in Soc.lett. in Piemonte, tom. II, p. 141 (si veda la voce Federici, Camillo in Dizionario di opere anonime e pseudonime di G. Melzi, t. 1, New York, Sentry Press, 1960, p. 400). Già nel 1782, comunque, Bartoli narrava che l’autore prima di prendere moglie era caduto per una “donna in errore”. Preferiscono Camilla Ricci, Roberti, Ugoni, Silvio d’Amico (Enciclopedia dello Spettacolo, Vol. V. Roma: Casa Editrice Le Maschere, 1958, pp. 113-114).

[11] Neu-Mayr, op. cit., p. 346.

[12] Prefazione alle Opere teatrali, Padova, 1802. Tratta da Ugoni, op. cit. pp. 442-443.

[13] Roberti, op. cit., p. 36.

[14] Per i dati relativi all’anno e al luogo delle rappresentazioni teatrali dell’autore ci si è avvalsi, eccetto ulteriori precisazioni, della voce “Federici, Camillo” di Silvio d’Amico, op. cit.

[15] Roberti, op. cit., p. 37.

[16] Per Francesco Salfi la coniazione è biasimevole: “Questa vanità nazionale giunse tant’oltre che si coniò una scandalosa medaglia con questi due nomi congiunti insieme: tanto sono fallaci e pericolosi i pregiudizii di questa sorta, qualora specialmente vengano pronunciati secondo le illusioni del teatro”. Saggio storico-critico della commedia italiana. Milano: Per Giacinto Battaglia editore dell’Indicator Lombardo co’ tipi di Luigi Nervetti e C., 1829, p. 59.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 11 giugno 2006