Cono A. Mangieri

 

IL «PATRINO»

NEL CONTRASTO DI CIELO D’ALCAMO [1]

 

© 2005 - diritti riservati all'autore

 

 

 

 

Il contrasto Rosa fresca aulentissima, attribuito dal filologo cinquecentesco Angelo Colocci all’ignoto rimatore duecentesco Cielo «dal camo» o «dalcamo» (onde la lezione «d’Alcamo», ormai preferita da quasi tutti i filologi moderni, che si appoggiano all’origine siciliana suggerita da Dante), [2] presenta non solo problemi di decifrazione dovuti al trascrittore poco accurato o al manoscritto deteriorato, ma anche problemi ermeneutici imputabili all’evoluzione del linguaggio nel corso dei decenni. È auspicabile che questi problemi vengano presi in esame con rinnovata attenzione, come indubbiamente richiede quest’ormai famoso componimento volgare della nostra letteratura. Infatti, talvolta vi sono problemi che diventano tali senza esserlo mai stati in precedenza, perché si è unanimamente creduto che la soluzione fosse quella più a portata d’intelletto, e perciò quella tacitamente accettata fin dal principio. A mio avviso, uno di questi strani casi ermeneutici va visto nel secondo emistichio del v. 152, che compare con logica paradossale nel seguente contesto (vv. 151-52);

 

Le Vangelie, carama?!… Ch’eo le porto ’n sino:

a lo mostero presile, non c’era lo patrino. [3]

Con logica paradossale, dicevo, però ciò vale soltanto se questo passo viene interpretato nella maniera ormai canonica: “Cara mia, il Vangelo che io porto qui sul grembo (ossia nella borsa legata sulla pancia, a mo’ di marsupio) l’ho preso nel monastero: il prete (o l’abate) era allora assente”.[4] Per mettere a fuoco il paradosso, che aleggia nella logica di una siffatta interpretazione, bisogna conoscere la logica degli antecedenti scenico-dialettici offerti nel corso del componimento. Il personaggio che parla è il maschio del Contrasto, il quale, molto probabilmente, rappresenta un uomo di mare, ghibellino, sbarcato per la seconda volta, dopo un anno esatto, nel paesino costiero in cui vive la donna. Diversamente dalla prima volta, però, adesso l’uomo si è messo a corteggiare questa ragazza irascibile e intollerante, ma ricca e formosa. Lo scopo è, ovviamente, quello di diventarne l’amante, condizione che lei rigetta per timore di diventare lo zimbello della «iente». E prima rifiuta minacciando di tagliarsi a zero i bei capelli (strofa II), poi ricordando la contrarietà dei propri parenti (strofa IV), quindi vantando la propria ricchezza (strofa VI), infine dichiarando di volersi monacare piuttosto che darsi a lui (strofa X); ancora più tardi, fa capire al pretendente che soltanto un matrimonio regolare, col consenso dei genitori, permetterebbe la loro unione (strofa XIV). A questo punto, però, il maschio si tira un po’ indietro, perché evidentemente non ha la minima intenzione di perdere la libertà del suo stato celibe: se egli aveva parato le precedenti minacce ed obiezioni femminili con frasi dolci, cosparse di complimenti, ora invece cambia tattica e comincia a prorompere in frasi melodrammatiche, frammischiate di parole terribili e perfino offensive. La disputa si fa tanto aspra, a un certo punto, che la donna dichiara di non volerlo neppure come marito regolare e di preferire piuttosto gettarsi in mare, per morire annegata; al che l’uomo risponde che, per unirsi con lei, commetterebbe addirittura peccato di necrofilia ...

Per un momento, alla donna mancano il fiato e le parole per ribattere a queste frasi peccaminose; si fa perciò il segno della Santa Croce, e nello sbigottimento menziona «Santo Mateo» al posto del regolare ‘Spirito Santo’ (v. 126). Solamente un «eretico», un «figlio di giudeo» commetterebbe il peccato di necrofilia, dice lei quindi, palesando così di essere una tipica rappresentante dell’intollerante civiltà cattolica duecentesca. Pertanto diviene sempre più piccola la probabilità che questi due personaggi del Contrasto si uniscano nella funzione di amanti o di coniugi. Ma il maschio se ne accorge in tempo, cambia nuovamente tattica e si fa cavaliere servente, giullare canterino, addirittura pesce all’amo: dichiara di preferir morire accoltellato per mano di lei, se lei non lo accetta come amante. Caccia un coltello dalla borsa legata sul ventre (antica moda tornata a nuova vita, in questi ultimi tempi), lo pone, forse, nel grembo di lei probabilmente seduta, quindi cade teatralmente su un ginocchio, in finta attesa del colpo fatale.

La donna è presa evidentemente alla sprovvista: certamente non s’aspettava di vedere addosso al pretendente un «cortello novo» (v. 142), cioè non ancora macchiato di sangue, e perciò si sente in dovere di fargli sapere di averlo giudicato forse un po’ troppo negativamente. Con voce alquanto calma gli dice, infatti (v. 146):

 

Ben sazzo: l’arma doleti, como mo ch’ave arsura,

 

e con ciò vuol significare: “Lo so bene che ti duole l’anima (s’intende quella tomisticamente ‘sensitiva’), come adesso che arde di desiderio carnale. Tuttavia ci vuol ben altro”, suggerisce quindi per sottinteso la donna, che certamente riconosce nell’uomo un Ghibellino di buona cultura (si rammenti che i Ghibellini duecenteschi andavano fieri della loro superiore cultura laica, che essi usavano contrapporre a quella pretesca dei Guelfi), però non sa ancora con certezza se si tratta di un cristiano, di un mussulmano oppure di un giudeo, le tre componenti etnico-religiose presenti nel Meridione d’Italia intorno alla metà del 1200. Come venirne a capo, senza incappare nel tranello di qualche eventuale menzogna maschile?

Mi sembra necessario chiarire, a questo punto, che Cielo d’Alcamo, secondo me, non ha concepito questa «rosa fresca aulentissima» tanto stupida quanto invece hanno asserito finora i commentatori del Contrasto; e mi pare che l’ignoto poeta lo dimostri proprio in questo luogo del componimento, dando alla donna un’idea veramente geniale che noi vediamo celata nel resto della strofa (vv. 147 -50):

 

’Sto fatto no’ potèrasi per null’ altra misura:

se non ài le Vangelie, ché mo ti dico “Iura!”,

avereme no’ poi ’n toa podesta.

Innanti prenni e tagliami la testa.

 

“L’adempimento del tuo desiderio amoroso non potrebbe effettuarsi a nessun’altra condizione (fuori di questa): se non hai con te il Vangelo, giacché io adesso ti dico ‘Giura!’, tu non puoi possedermi. Piuttosto riprenditi il tuo coltello e tagliami la testa”. Con questa battuta, noi siamo giunti al punto più decisivo del battibecco: la donna non dispone di nuovi ostacoli dialettici da rizzare in propria difesa, però le resta una piccola speranza che il pretendente non abbia con sé una copia del Vangelo, libro che certificherebbe la religione professata (la quale ha da esser uguale per entrambi, come nel Medioevo richiedeva la Chiesa Cattolica nei casi matrimoniali dei suoi fedeli). In altri termini, con grande scaltrezza la donna si serve qui del più efficace ostacolo che si possa immaginare: quello di natura religiosa, che nel Duecento era davvero insormontabile a causa dell’intransigenza ecclesiastica e dei pregiudizi popolari contro Mussulmani e Giudei. Anzi, questo clima cultural-religioso faceva sì che i Cristiani, segnatamente nel Meridione, portassero addosso una copia minuscola dei Vangeli, allo scopo di ‘legittimarsi’ credibilmente dinanzi ad altri Cristiani, quando il caso lo avesse richiesto o consigliato (operazioni commerciali o bancarie, pernottamenti in ostelli o presso privati, eccetera). Di questa usanza peculiare si trova una valida testimonianza proprio in questo luogo del Contrasto, ed è solo grazie ad essa, peraltro, che noi siamo in grado di giustificare plausibilmente sia il fatto strano che la donna richieda il libro dei Vangeli, sia il fatto ancora più strano che l’uomo se lo trovi veramente addosso. [5] Dinanzi a situazioni sceniche così congegnate, noi non possiamo rifugiarci dietro esplicazioni semplicistiche e dire che ci troviamo nel mondo della fantasia poetica: Cielo non scriveva per i Posteri, bensì per i Contemporanei; onde si capisce che egli sia stato costretto ad attenersi alla realtà cultural-religiosa peculiare al tempo ed al luogo in cui si svolge il battibecco dei suoi personaggi. Dunque pure il possesso del Vangelo da parte di uno spasimante ghibellino deve rispecchiare una realtà storica, né più né meno della richiesta stessa da parte della donna, nonostante il fatto che la richiesta venga fatta per rizzare un ennesimo ostacolo difensivo. Insomma, la realtà storica che si cela dietro richiesta e possesso di un Vangelo va considerata altrettanto presente quanto la realtà storica del fatto che la monacazione comportasse il taglio dei capelli più lunghi («le trezze»), come si legge nella strofa X..

Certamente la donna è al corrente della fede severa di ogni Mussulmano e di ogni Giudeo del suo tempo; però essa, per poter esternare una simile richiesta su un palcoscenico duecentesco, deve anche sapere, al pari degli spettatori, che ogni buon Cristiano del Meridione, nel tempo e nel luogo d’azione del Contrasto, ha l’abitudine di portare con sé il libro dei Vangeli, sia per devozione sia per altri scopi di necessità. Pertanto la richiesta del Vangelo non va considerata un ostacolo rizzato dinanzi a un pretendente cristiano, bensì dinanzi a un eventuale pretendente mussulmano oppure giudeo. E’ infatti attendibile che un Saracino ed un Giudeo, impediti dalle proprie convinzioni religiose, non avrebbero mai portato addosso un libro contenente i Quattro Vangeli, neanche per truffare qualche credulone cristiano. Quale piacevole sorpresa deve aver colpito la donna, pertanto, nel vedere che il tenace pretendente sapeva tirare dalla borsa, come un prestigiatore, non solo un «cortello novo», ma anche il libro dei Vangeli. È da credere che l’uomo abbia preso con la mano sinistra il coltello, restituitogli da lei per tagliarle la testa, e con la mano destra abbia tratto dalla borsa sul grembo il Vangelo, richiestogli come dimostrazione di fede religiosa e come testimone spirituale del giuramento. Ma è proprio a questo punto che il pretendente dice «non c’era lo patrino»: una frase completamente astrusa, anzi capace di mandare a carte quarant’otto l’esito del battibecco, qualora essa significasse veramente quel che i commentatori hanno finora creduto di poter opinare.

Restando ancora un momento con l’interpretazione tradizionale, infatti, noi dovremmo intendere che il maschio del Contrasto, volendo palesare la propria fede religiosa e dare simultaneamente validità al proprio giuramento amoroso, tiri di tasca un libro che egli chiama «Vangelo» e lo mostri alla donna desiderata. Subito dopo, però, egli si sentirebbe spontaneamente indotto a confessare di averlo preso in un monastero, dove sarebbe stato assente il cosiddetto «patrino»: ciò può soltanto significare che egli lo abbia in realtà rubato, giacché col termine «patrino» si alluderebbe, secondo i commentatori, a un prete, a un frate o ad un abate, cioè a una persona religiosa incaricata della vendita o della donazione di un simile libro. L’incongruenza di tale interpretazione salta penosamente agli occhi quando si considera che un giuramento fatto sopra un Vangelo rubato non ha nessun valore, e quando inoltre si nota che la donna, udendo tale confessione, non batte neppure un ciglio, anzi ne sembra addirittura soddisfatta ed appagata, come se rubare Vangeli ai monaci e giurarci poi sopra fossero azioni normalissime nella società meridionale del Duecento. Ma certamente non era così, invece; e perciò dobbiamo adesso tentare di spiegarci razionalmente la necessità dialettica dell’inciso «non c’era lo patrino», dobbiamo giustificare plausibilmente la reazione positiva della donna di fronte a tale inciso.

Si potrebbe opinare (come s’è infatti opinato da qualche critico) che il libro non sia affatto il Vangelo e che l’uomo, conoscendo la donna come ignorante e analfabeta, voglia in realtà ridicolizzarla dinanzi al pubblico ridanciano proferendo appunto quell’inciso. E’ stato giustamente notato, peraltro, che chi crede tanto nel Vangelo, fino a portarselo sempre nella borsa o comunque addosso, non commetterebbe mai un furto per appropriarsene (e per giunta in un monastero!); mentre chi non crede affatto non si recherebbe proprio in un monastero per rendersene padrone, né andrebbe girovagando con quel libro addosso, a meno che non avesse l’intenzione di servirsene per gettar fumo negli occhi dei bravi cristiani. Ciò potrebbe giustificare il sospetto che il libro non sia necessariamente il Vangelo. Però noi abbiamo già assodato che il personaggio femminile non è stato concepito da Cielo come stupido, ignorante o analfabeta, sebbene storicamente si sia ugualmente assodato che il novanta per cento delle donne medioevali non sapesse né leggere né scrivere. A mio fermo parere, la «rosa fresca aulentissima» non può essere compresa nel novero, già per il fatto che la corteggia così tenacemente un Ghibellino ben istruito, probabilmente un marinaio mercantile di altro grado e di esperienza addirittura internazionale, come suggerisce il fatto che egli abbia liberamente potuto perlustrare le più importanti regioni e città marinare del bacino mediterraneo medioevale (vv. 60-3):

 

Cercat’aio Calabria, Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa, Soria,

Lamagna e Babilonia, tutta Baraberia ...

 

È illusorio, infatti, giustificare questa sequela di nomi pensando a un vanto scherzosamente iperbolico, che il pretendente avrebbe chiamato in vita per impressionare la ‘villana’ da portare a letto: i commentatori che così hanno opinato non si sono soffermati a considerare un fatto molto significativo, cioè che tutti questi nomi, oltre a designare esclusivamente località portuali o comunque bagnate dal mare, hanno in comune pure una essenza ‘ghibellina’. Vale a dire che, nel tempo d’azione del Contrasto, le località menzionate facevano parte dell’impero svevo (Lamagna, Calabria, Puglia), oppure nutrivano simpatie politiche per gli Svevi (Toscana, Lombardia, Genoa, Pisa), oppure mantenevano buoni contatti commerciali con loro (Costantinopoli, Soria, Babilonia d’Egitto, Barberia). Siffatte comunanze sarebbero indubbiamente mancate, così nella mente del poeta come in quella del personaggio, qualora si fosse trattato di un vanto iperbolico e fantastico simile a quello presente nel Detto del Gatto Lupesco, per esempio. E ciò ci fa comprendere che questa del Contrasto non debba essere ritenuta una iperbole fatta a vanvera, bensì una coerente enumerazione di luoghi realmente visitati dal maschio, il quale pertanto si palesa come un esperto navigatore di lungo corso che sicuramente non farebbe tanti complimenti, né perderebbe tanto tempo per conquistare una stupida, ignorante, analfabeta donnicciola o prostituta di un paesino costiero meridionale.[6]

Dall’altro lato, la vantata solidità economica,[7] le simpatie culturali francofile attribuibili anche alla famiglia («mon peri», v. 67), l’ortodossa sottomissione alla Chiesa Romana ed ai suoi Santi («Santo Mateo», v. 126), perfino i consueti pregiudizi contro giudei, ghibellini ed eretici in genere lasciano credere che il personaggio femminile sia stato concepito come un rappresentante della borghesia capitalistica medioevale, in seno alla quale anche le figlie di casa imparavano l’abbaco e l’alfabeto. Onde si capisce che pure la «rosa fresca aulentissima» sarebbe stata in grado di accorgersi che il volume mostratele non fosse il Vangelo bensì il libro dei conti, o la raccolta delle Tavole Amalfitane, o magari il Lancillotto di Chretien de Troyes. Invece «rosa» non solleva obiezioni, anzi accetta con soddisfazione il giuramento dell’uomo sul libro in questione, pur udendo che egli lo ha preso di nascosto in un monastero dove «non c’era lo patrino». Tutto ciò induce finalmente a credere che si tratti veramente del Vangelo, che l’uomo non sia né giudeo né mussulmano, ma probabilmente un cattivo cristiano o un ateo che si serve del santo libro per scopi nient’affatto lodevoli.

In verità, l’uomo del Contrasto non può neppure essere considerato un ateo in quanto, pur dichiarandosi scherzosamente pronto a peccare di necrofilia al solo scopo di unirsi carnalmente con la donna desiderata, egli è in realtà un tipico ghibellino italiano del Duecento, il quale forse non accetta ciecamente l’autorità religiosa del clero spesso corrotto, però accetta sicuramente la verità evangelica e crede in Dio. Infatti egli esclama nel v. 24: «Viva lo ’mperatore ’n grazi’a Deo»; dice nel v. 101: «Deo lo volesse, vitama»; e del resto già il fatto che porti addosso il Vangelo indica, seppur non di rigore, ch’egli non sia un miscredente.

Le conclusioni che adesso si affacciano sono le seguenti: la reazione della donna fa capire che il libro è veramente il Vangelo; il contesto globale suggerisce che l’uomo non è ateo; il possesso del libro indica che egli è un cristiano. Se lei lo ha chiamato «eretico» e «figlio di giudeo» (v. 127), avendolo riconosciuto come ghibellino scomunicato («omo blestiemato», v. 58) e come fedifrago religioso («Iuda», v. 116), lo ha fatto perché influenzata dai propri pregiudizi, dalla mancanza di fiducia in gente forestiera e dalla necessità di difendersi più efficacemente. Per giunta lo ha lasciato pensare anche a noi, ma non poteva essere diversamente: l’uomo non s’è mai presa la briga di ricusare direttamente siffatte asserzioni, e pertanto noi avevamo soltanto le parole di lei per formarci un’idea della sua identità. Ora siamo giunti al punto in cui possiamo dire che il personaggio maschile del Contrasto è stato concepito dal poeta come un ghibellino di fede cristiana, fors’anche con una faccia da saracino o da ebreo, perché abbrunita dal sole e dalle intemperie durante gli anni di navigazione mediterranea. È veramente un ghibellino cristiano del Meridione questo personaggio che giura sul Vangelo amore e fedeltà, facendo dileguare gli ostacoli e i dubbi sollevati dalla donna desiderata:

 

Sovra ’sto libro iùroti: mai non ti vegno mino. (v. 153)

 

Ma ora ci siamo avvicinati nuovamente al nocciolo della questione: un Cristiano che giura su un Vangelo acquisito di soppiatto in un monastero non fa soltanto un giuramento di nessun valore, ma è pure un malandrino. Infatti, l’uomo non si fa scrupolo di confessare di averlo preso a lo mostero dove non c’era lo patrino: è impossibile che egli abbia ricevuto altrimenti il permesso di prenderlo (se ciò fosse, l’inciso sarebbe del tutto superfluo), e pertanto l’azione va considerata un furto o, peggio ancora, quasi un sacrilegio. Proprio quando tutto il tentativo di conquista si stava chiudendo in suo vantaggio, e gli sarebbe soltanto bastato mostrare il libro del Vangelo per giurarci sopra, l’uomo sente il bisogno di proferire quella specie di inciso che potrebbe aprire gli occhi della donna: perché mai lo fa, ed era necessario confessare o chiarire che nel monastero non ci fosse il «patrino», quando se ne appropriò? Dopo un battibecco durato più di centocinquanta versi, tra settenari doppi ed endecasillabi, risulta astruso credere che l’uomo metta a repentaglio l’esito positivo di tante chiacchiere con un inciso del genere. Dunque l’inciso deve significare qualcosa di altrettanto positivo per lui, dev’essere addirittura un rinforzo alle proprie parole, al proprio giuramento e perciò alla validità del libro stesso. Soltanto così opinando possiamo spiegare il fatto che la donna, altrimenti sempre pronta di lingua, stavolta non se ne scandalizzi, anzi se ne mostri subito vinta e convinta, fino ad offrirsi spontaneamente per il letto. Ciò considerato, ci tocca ora forzatamente indagare sul valore di almeno un vocabolo della frase in questione e chiederci chi sia in realtà questo «patrino», di cui non la presenza bensì l’assenza dona tanta credibilità al libro del Vangelo ed al giuramento fatto su di esso. Si tratta veramente del ‘prete siciliano’ che si è sempre creduto che fosse, da quando si è pure creduto che il Contrasto rispecchiasse in maniera esclusiva la Sicilia sotto Federico II ? A tal riguardo, io debbo invece confessare di credere che il luogo d’azione non sia l’Isola; [8] che il tempo d’azione non sia il periodo fredericiano; [9] che già nell’antico volgare isolano l’unico vocabolo indicante un prete o, se si vuole, un monaco cattolico non sia stato patrino/patrinu bensì parrinu, volgarizzazione dell’antico franco-normanno parrin / parin, che a sua volta era un adattamento popolare di patrinus, voce ecclesiastica bassolatina indicante il religioso che assisteva il sacerdote battezziere durante la cerimonia sacramentale (dunque diverso dal moderno parrain = patrino laico).

Mancando quasi del tutto esempi di volgare siciliano anteriore al Trecento (i pochi esistenti non offrono testimonianze relative a patrino / patrinu col significato assoluto di ‘prete’ o di ‘abate’, [10] e riscontrandosi in epoca subito posteriore la parola parrinu col valore di ‘prete, sacerdote’, io giudico attendibile che il volgare isolano abbia assorbito la suddetta voce oitanica durante il secolare periodo normanno. A tal riguardo va ricordato che la Sicilia pre-normanna ha conosciuto una plurisecolare dominazione islamica, sicché si può dire che l’Isola, diversamente che il Meridione peninsulare, sia stata ricristianizzata appunto dai Normanni, i quali vi hanno portato anche qualcosa del proprio dizionario ecclesiastico. A mio avviso, il «patrino» del Contrasto non può indicare un ‘prete siciliano’, sia per l’illazione storico-linguistica or ora esposta, sia per l’incongruenza logica che altrimenti scaturirebbe dalla frase che ospita il lessema. Se Cielo fa proferire dal suo scaltro personaggio maschile una simile frase, in un punto così delicato del tentativo di conquista, e se fa poi in modo che il quasi altrettanto scaltro personaggio femminile accolga tale frase come una regolare convalidazione, anzi quasi come una consacrazione del libro e del giuramento, allora diventa estremamente illogico vedere nel «patrino» una figura del clero cattolico duecentesco.

Effettivamente si può asserire che la parola ‘patrino’ abbia avuto ben altro valore, sia per i personaggi di Cielo sia per ogni bravo cattolico duecentesco, esprimendo essa in realtà un’ingiuria e peggio ancora: un’accusa capace di arrecare la confisca dei beni, finanche la morte sul rogo. E sarebbe proprio questa, secondo me, la ragione per cui il maschio del Contrasto non si fa scrupolo di dichiarare ad alta voce che nel monastero in cui ha preso il libro del Vangelo «non c’era lo patrino»: con tale inciso, egli intende far capire all’interlocutrice, agli spettatori contemporanei ed ora pure a noi posteri, che quest’assenza del «patrino» è in verità un’inesistenza, giacché qui il vocabolo «patrino» non significa altro che ‘paterino’.

‘Paterino’ ed anche ‘patarino’ veniva originariamente detto un seguace della setta religiosa formatasi a Milano, dopo il 1045, per opera dei diaconi Arialdo da Carimate, Landolfo Cotta e, in misura minore, Anselmo da Baggio, i quali, proposti dall’assemblea cittadina e respinti dall’imperatore Enrico III come candidati all’arcivescovato ambrosiano (s’era in tempo di investiture), decisero quindi di riformare il corrotto clero milanese capeggiato dal corrotto nuovo arcivescovo Guido da Velate. Dopo molti anni di dissidi e tiri mancini, nel settembre del 1056 Guido convinse l’imperatore (il quale sarebbe deceduto poche settimane dopo, il 5 ottobre) ad eleggere Anselmo da Baggio come vescovo di Lucca, allo scopo di allontanarlo da Milano e dividerlo dai compagni patarini. Nel 1057, rincorati dalla morte dell’imperatore, Arialdo e Landolfo diedero inizio a una predicazione più vigorosa contro la simonia e il concubinato dei preti fedeli a Guido (v’erano infatti religiosi forniti di amante e di figliolanza). Seguirono nuovamente anni di diatribe e finanche di lotte armate sostenute dai patrizi clericali, i cosiddetti nicolaiti, che non intendevano rinunciare alla bella vita. Nel 1061, con l’elezione di Anselmo da Baggio come papa Alessandro II, le idee patariniche parvero prendere il sopravvento nella curia romana, sicché le lotte divamparono nuovamente non solo a Milano tra Paterini e Nicolaiti, ma pure a Roma tra il papa Alessandro II e l’antipapa Onorio II, spalleggiato da Enrico IV e da Guido da Velate. Essendo già deceduto Landolfo per ferite riportate a Piacenza, i patrizi fecero torturare e assassinare anche Arialdo, nel 1066, dopo di che i Paterini guidati da Erlembaldo, fratello laico di Landolfo, andarono radicalizzando e rincrudendo ideologicamente, immedesimandosi vieppiù coi Bogomili (Catari bulgaro-bizantini). Fu allora che il clero ambrosiano decise di liberarsi in altro modo dei Paterini, accusandoli di eresia manicheista e facendo del loro nomignolo un sinonimo di ‘cataro, eretico’.

Sull’origine e sul significato del nomignolo ‘paterino’ sono state fatte molte congetture, fin dal Secolo XII. Due di esse hanno incontrato maggior favore: quella che vede nel nome ‘paterino’ un riferimento alla preghiera del Paternoster, l’unica recitata dagli accoliti (che peraltro preferivano la versione presente nel Vangelo secondo ... San Matteo!), e quella che vede nella variante ‘patarino’ un riferimento a un antico quartiere milanese detto Patarìa (da un dialettale Paté = straccione), dove pare che abitassero molti fautori. Si tratta di due ipotesi indubbiamente suggestive, che forse colgono nel segno; però io ne ho elaborato una nuova, che adesso vorrei proporre all’attenzione dei lettori interessati.

Ai primordi del Cristianesimo, cioè fino a tutto il secolo III, il Battesimo riguardava esclusivamente persone adulte e veniva presentato come il sacramento principale, ragion per cui si pensò di dargli speciale rilievo tramite la presenza di ben tre testimoni: uno sponsor adducens, un susceptor levans ed un fidei iussor. [11] In epoca costantiniana (secolo IV), queste tre specie di testimoni battesimali (che formavano tre istituzioni separate e distinte) vennero fuse in una sola, la quale fu accomandata a un diacono o ad una diaconessa, conformemente al sesso del battezzando. Tra il secolo IV e il secolo IX, la Chiesa Cattolica ha permesso un solo testimone battesimale, appunto un diacono o una diaconessa, a cui venne data la denominazione di pater e di mater rispettivamente. In epoca carolingia (seconda metà del secolo VIII), nella cerimonia battesimale cominciò a rientrare l’uso dei tre testimoni, due dei quali potevano essere laici (lo sponsor adducens e il fidei iussor: il compare e la comare di oggigiorno), mentre il terzo, dovendo assistere manualmente ed oralmente il sacerdote durante il rito sacramentale latino, veniva generalmen te scelto fra i diaconi della parrocchia. Questa nuova usanza battesimale diede poi vita all’istituzione ufficiale del patrinus, vocabolo che compare per la prima volta in documenti del secolo VIII e che, di quei tempi, indicò per antonomasia l’assistente religioso del battezziere, cioè il diacono che nella precedente usanza battesimale era stato denominato pater. Pertanto il nome patrinus viene da paterinus ed è un diminutivo sincopato di pater, molto probabilmente sorto per il fatto che il diacono, nella nuova cerimonia battesimale, avesse perduto un po’ di prestigio, non accentrando più in sé le tre funzioni testimoniali.

Ricordando adesso che Anselmo da Baggio, Arialdo da Carimate e Landolfo Cotta (i tre professori dell’originario movimento paterino) erano in quel tempo membri del diaconato ambrosiano, dunque erano patrini secondo il vocabolario battesimale dell’epoca, diventa attendibile che il popolo milanese abbia cominciato a indicare questi diaconi radicalisti e i loro seguaci col nomignolo Paterini, applicando l’epentesi originaria per distinguerli forse dai diaconi nicolaiti (questo nome derivò loro da un tal diacono Nicola, contrario al celibato). È peraltro probabile che nella variante epentetica si sia visto un ritorno più chiaro e anzitutto figurato alla radice, pater, dunque pure alla semplicità celibataria dei Secoli IV-IX. Da parte sua anche il clero nicolaita ambrosiano, dopo la scomunica inferta ad Arialdo e a Landolfo dal papa tedesco Stefano IX (1057), volle giocare per dileggio col nomignolo dei puristi patarinici (‘nomina sunt consequentia rerum’ era il motto preferito in quell’epoca): furbamente si creò e divulgò la variante Patàri, allo scopo palese di suggerire anche grafico-foneticamente la loro analogia ideologica con i Catàri, giusta la motivazione della recente scomunica papale (dalla variante sarebbe scaturito il diminutivo ‘Patarini’, che compare proprio in quel tempo, primamente nelle cronache di Arnolfo, storico milanese favorevole ai nicolaiti).[12] A mio avviso, non è assurdo credere che in tal modo e attraverso tali circostanze la lingua italiana possa essere pervenuta alle due varianti grafiche del discusso vocabolo medioevale.

Comunque sia, dopo la morte di Erlembaldo nel 1075, la Pataria si sgretolò in diversi gruppi isolati, molti dei quali sparirono e un paio tornarono all’intento originario, ch’era anzitutto di vivere una vita ascetica nella povertà e nella purezza di costume. Guardando da tale punto di vista, dunque, si può dire che il movimento paterino abbia avuto qualcosa di francescano (Arialdo venne santificato quasi subito dopo la morte), che ha dato pure qualche frutto, giacché l’ideologia passò durante il secolo XII in Francia, dove ispirò la nascita del movimento albigese e di quello valdese. Al di qua delle Alpi, esso ha dato l’avvio a un modo tutto nuovo di sentire e di professare il Cristianesimo; ed è certamente molto indicativo il fatto che Assisi, la città in cui nacque e crebbe il ‘poverello’ san Francesco, in quel tempo sia stata sovente governata da Podestà paterinici.

Verso la fine del secolo XII, cominciò a spirar vento di vera burrasca per le varie sètte ereticali europee, specie quelle della Francia sud-orientale e dell’Italia centro-settentrionale. Già nel 1184 e nel 1190, i pontefici Lucio III e Clemente III rispettivamente avevano condannato l’ideologia dei Valdesi (‘Poveri di Lione’); ma fu con l’elezione di Innocenzo III (1198) che si passò ai fatti, giacché questo papa energico e ambizioso, desiderando come Benedetto II (855-8) un’Europa del tutto vuota di eretici, incaricò lo spagnolo Domenico di Guzmàn di ‘riconvertire’ anzitutto gli Albigesi. Il santo presule lo fece con tanto ardore che in Francia e in Provenza quasi nessuno di essi scampò alla confìsca e al rogo (1208-28). Fu durante questa ‘crociata’ che i Domenicani, consacrati in Ordine nel 1215, ricevettero il nomignolo poco cerimonioso di Domini canes = ‘Cani del Signore’; ma ciò non impedì che essi rivolgessero la loro attenzione alle sètte ereticali italiane. [13]

Tra queste v’era quella dei Valdesi Cisalpini, qui detti ‘Poveri Lombardi’, i quali, sebbene avessero idee social-religiose in più punti diverse, furono tuttavia indicati con l’antica denominazione milanese di ‘paterini’; e sotto tale accusa vennero accanitamente perseguitati di qua e di là delle Alpi e degli Appennini. Ecco dunque che il nomignolo ‘paterino’ (con la variante ‘patarino’), essendo già diffamato nel mondo cattolico per le violente lotte armate a cui s’erano dati i Paterini milanesi tra il 1060 e il 1075, ricevette dagli scaltri Domenicani il suo antico significato antonomastico di ‘cataro, eretico’. La sinonimia tra ‘paterino’ ed ‘eretico’, pur essendo nata a Milano nei tempi di Erlembaldo, si sviluppò popolarmente proprio durante la prima metà del Duecento, in seguito alla persecuzione predicata ed attuata dai Domenicani. La sinonimia è andata alquanto svanendo, nel corso dei secoli, però almeno fino al Cinquecento essa è stata tanto viva che il Pulci fece gridare dal suo Baldovino: «O marran, rinnegato, paterino!», rivolto in tale occasione addirittura a un ... Saracino. [14]

L’identico fenomeno semantico si verificò straordinariamente anche al di là delle Alpi, specie in Francia, dove il linguaggio regionale, ugualmente influenzato dalla predicazione domenicana contro l’eresia cataro-manicheista, accettò il vocabolo con il suo nuovo significato antonomastico di ‘eretico’, però adottando le varianti maggiormente accessibili alla pronuncia locale o all’erudizione individuale. Per tal motivo, negli antichi documenti francesi le varianti italiane ‘paterino/patarino’ si trovano scritte ‘paterin’, ‘patarin’, ‘patelin’, ‘patalin’, ‘palatin’ e perfino ‘patrin’, variante con sincope grafico-fonetica simpatica alla veloce parlata popolare della Francia sud-orientale. [15] A mio avviso, sarebbe appunto quest’ultimo adattamento linguistico, probabilmente rilevato dal personaggio maschile toccando qualche porto ligure (si rammenti che «Lombardia» si estendeva, di quei tempi, fino alla Riviera di Ponente), quello che Cielo d’Alcamo ha introdotto nel Contrasto, forse siculizzato in «patrinu» nel testo originale (che io considero bilingue: calabro-siculo per l’uomo, campano-laziale per la donna). Dunque il termine non indica affatto un prete o un monaco cattolico, bensì un cristiano eretico. E non mi sembra il caso di pensare segnatamente a un vero e proprio Paterino, giacché, come si è detto, dietro la spinta della predicazione domenicana il nomignolo aveva preso a indicare per antonomasia ogni sorta di eretico, fosse esso bogomilo, messaliano, paterino, albigese, valdese o cataro. Alcuni membri di queste sètte, sicuramente alcuni Valdesi (= Poveri Lombardi), trovarono modo di scampare almeno al rogo rifugiandosi nei luoghi più impervi ad essi noti: un paio di gruppi raggiunsero addirittura le montagne calabresi della Sila e dell’Aspromonte, dov’essi costituirono piccole comunità etnico-religiose, che in seguito si estinsero oppure si ingrossarono per l’arrivo di nuovi fuggiaschi. [16]

In conseguenza di questo ragionamento si può giustificatamente asserire, pertanto, che l’inciso relativo al «patrino» serva al maschio del Contrasto per chiarire che il monastero in cui prese il Vangelo non era tenuto da cristiani paterinici, cioè da eretici ribelli alla chiesa papale, bensì da monaci cattolici, ragion per cui il libro stesso finisce con l’acquistare validità e col riversarla quindi sul giuramento da fare. Va ricordato che giurare su un Vangelo ‘cattolico’ era ben altro che giurare su un Vangelo ‘paterino’: infatti, soltanto quel primo portava automaticamente ciò che oggi vien detto imprimatur, vale a dire l’approvazione ecclesiastica, ed era perdippiù scritto in latino...

Adesso si può comprendere appieno il significato del v. 152, finalmente, ed appare palese che il personaggio maschile non abbia affatto ‘rubato’ il Vangelo mostrato all’interlocutrice, contrariamente a ciò che inducevano a far credere entrambi gli emistichi nell’interpretazione tradizionale. L’uomo ha preso il libro in un monastero cattolico, ovviamente perché appunto i monaci erano incaricati di copiare le Sacre Scritture e di distribuirne le copie nel mondo cattolico. Il verbo prendere ha qui il valore di comprare, non quello di sottrarre: un valore tuttora presente nella semantica della parlata familiare italiana, quando per esempio si dice: «l’ho preso alla fiera, al supermercato, allo spaccio, ecc.».

Dall’altro lato, io considero la frase «non c’era lo patrino» anche indicativa del fatto che i contrassegni personali del maschio non devono essere stati concepiti da Cielo come puramente siciliani, bensì piuttosto come calabresi, giacché appunto tra le quasi inaccessibili montagne della Calabria si trovavano parecchie piccole comunità di eretici colà rifugiatisi per sfuggire all’inquisizione domenicana. Onde la donna, evidentemente concepita dal poeta come conscia sia dei contrassegni relativi al pretendente, sia della situazione relativa agli eretici fuggiaschi, non si fa scrupolo di chiamarlo «malnato», «omo blestiemato», «eretico» e «figlio di giudeo»: nel Duecento, ingiurie del genere venivano dai Cattolici affibbiate quotidianamente non solo ai Ghibellini (scomunicati in massa assieme coi re e imperatori svevi), ma anche ai Paterini, agli Albigesi, ai Valdesi, ecc. (perché similmente scomunicati in massa come eretici), ai Giudei (a causa della loro avversione a Cristo) e finalmente ai Maomettani (perché si credeva che Maometto fosse stato un cardinale cattolico il quale, irato per non essere stato eletto Papa, aveva fondato una nuova religione sulle fondamenta biblico-cristiane, sicché l’Islamismo veniva considerato di origine scismatica e, di conseguenza, anche ereticale). [17] Poiché la dimostrazione di cattolicità personale serve ad eliminare l’arduo ostacolo religioso, l’uomo del Contrasto decide finalmente di difendersi direttamente, non solo cacciando fuori il Vangelo richiesto, ma pure assicurando che non si tratta di un Vangelo trascritto e distribuito da amanuensi paterini ovvero eretici («lo patrino» è singolare collettivo antonomastico).

Diventa ora palese che la frase dichiarativa «non c’era lo patrino» sarebbe stata del tutto inutile per l’interlocutrice e per il pubblico, qualora il personaggio che la pronuncia non fosse stato concepito dal poeta con i contrassegni che rendono necessaria o consigliabile la precisazione di non essere eretico. Il fatto stesso che Cielo lasci proferire dal suo personaggio una simile frase è indizio o prova che l’origine etnico-geografìco-linguistico-politico-religiosa di costui sia stata confacente solo alla Calabria meridionale, tra le cui montagne aveva notoriamente trovato rifugio e libertà d’azione un certo numero di eretici. [18]

Da tutto il nostro ragionamento si capisce, finalmente, che il «patrino» del Contrasto non sia affatto da mettersi in relazione grafico-semantica con «adpatrini» della Confessione Umbra (come invece pareva credere il Contini, [19] e forse neppure col «bon patrin» di Bonvesin da la Riva, seconda ed ultima testimonianza scritta del vocabolo in seno alla produzione volgare duecentesca. [20] Ma se per avventura mi sbagliassi in questo secondo caso, allora ciò vorrebbe soltanto dire che anche Bonvesin ha inteso appunto un ‘buon paterino’, ossia un cristiano virtuoso sebbene ribelle al Papa (va rammentato che i Catàri si facevano chiamare ‘Boni Christiani’ e ‘Boni Homini’). Effettivamente dagli scritti risulta palmare che questo rimatore religioso milanese (circa 1250 - circa 1313) sia stato un simpatizzante, o addirittura un seguace, delle idee riformatrici professate sia parzialmente dagli Umiliati, Ordine Terziario di cui egli fu adepto, sia più radicalmente dai maggiori gruppi ereticali di quel tempo.[21] Va qui ricordato che la cerimonia di iniziazione sostenuta in seno ai gruppi manicheisti duecenteschi contemplava l’assoluzione da tutti i peccati commessi precedentemente (a similitudine del battesimo cattolico) e perdippiù pretendeva di poter donare all’iniziato uno stato di grazia in apatica impeccabilità, cioè l’incapacità di commettere nuovi peccati grazie a un modello di vita altamente ascetico. Ciò considerato, non mi sembra per niente assurdo vedere nel contesto poetico di Bonvesin una sottile allusione al rito iniziatico ereticale, durante il quale il «bon patrin» assolveva ogni nuovo adepto «da tugi li soi peccai».[22]

È insomma chiaro che, se nel «patrino» del Contrasto non si vuol vedere una variante di ‘paterino’ sincopata alla maniera franco-lombarda, tanto meno vi si può vedere un sinonimo siciliano di ‘prete’ o di ‘frate’, giacché con tal significato il fonema, derivato dal bassolatino patrinus,[23] darebbe vita a una paradossale situazione antifrastica in seno alla logica del contesto teatrale.

 

Note

______________________________

 

[1] Una prima (e leggermente diversa) redazione di questo articolo è stata pubblicata in Studi e Problemi di Critica Testuale 54 (1997), pp. 5-25. In questa edizione digitale ho apportato alcune correzioni e aggiunte, dovute al procedere della mia indagine esegetica.

[2] Si crede generalmente che Dante la suggerisca nel citare adespotamente il terzo verso del Contrasto, in De vulgari eloquentia I xii 6: «Et dicimus quod, si volgare sicilianum accipere volumus secundum quod prodit a terrigenis medianibus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur, prelationis honore minime dignum est, quia non sine quodam tempore profertur, ut puta ibi: Tragemi d’este focora, se t’este a boluntate». Io sono del parere che non si debba attribuire anche all’autore il linguaggio dei personaggi (anzi, nel nostro caso, di uno dei due personaggi) da lui creati. Credo inoltre che con «vulgare sicilianum secundum quod prodit a terrigenis mediocribus» Dante intendesse pure il calabrese meridionale. A mio giudizio, infatti, con la restrizione espressa dall’aggettivo «mediocris» (qui da tradurre con “mediano” e non con “mediocre”), Dante ha voluto indicare appunto gli abitanti del territorio siciliano intermedio, cioè della Sicilia nord-orientale e della Calabria sud-occidentale, ossia la zona centrale del Regno Svevo Meridionale. Ciò significa che dalla DVE non si può estrarre prova atta a corroborare una sicilianità isolana di Cielo e dei suoi personaggi poetici. Dall’altro lato, però, le parole dantesche e il testo del componimento bastano per farci assegnare a Cielo e ai suoi personaggi una sicilianità più larga, cioè attinente al Regno Svevo Meridionale poi detto ‘delle Due Sicilie’.

[3] La mia riproduzione grafica di questi due versi è quasi conforme a quella di G. Contini (Poeti del Duecento, Milano-Napoli, Ricciardi 1960, vol. I, pp. 173-85). Avverto comunque che la mia lettura del Contrasto, in questa edizione digitale, differisce in qualche luogo sia da quella pubblicata in rivista (vd. nota 1), sia da quelle pubblicate finora da tutti gli altri commentatori, che interpungono o leggono diversamente il manoscritto vaticano. Per la mia lezione definitiva e integrale del Contrasto, rinvio all’edizione critica qui accanto, www. classicitaliani.it/duecento/mangieri_contrasto_testo2.htm.

[4] Così hanno inteso pressoché tutti i commentatori moderni, tra cui: F.d’Ovidio, Versificazione romanza: poetica e poesia medioevale, Napoli, Guida 1932, pp. 169-335; F.A.Ugolini, Problemi della scuola poetica siciliana: nuove ricerche sul Contrasto di Cielo d’Alcamo, in Giorn. Stor. della Lett. Italiana CXV (1940), pp. 161-87; A.Pagliaro, Poesia giullaresca e poesia popolare, Bari, Laterza 1958, pp. 212-232; G.Contini, op. cit.; E.Pasquini, La poesia popolare e giullaresca, in AA.VV., La letteratura italiana. Storia e testi, vol. I, 2, Roma-Bari, Laterza 1970, pp. 115-181.

[5] La stranezza acquista maggior rilievo quando si considera che la richiesta e il possesso del Vangelo dovrebbero verificarsi — secondo la maggioranza dei critici — nel Meridione degli anni 1231-1250. Vale a dire: in un’area ed in un’epoca quasi del tutto scevre di discriminazione etnico-religiosa, trovandosi sul trono Federico II, sovrano che era mezzo cristiano e mezzo maomettano, tollerava e proteggeva diverse compagini etnico-religiose nel suo regno e manteneva stretti rapporti sia culturali sia commerciali con tutti i Popoli del bacino mediterraneo, anzitutto quelli mussulmani.

[6] Secondo parecchi commentatori, infatti, la donna del Contrasto sarebbe una meretrice, la quale rizzerebbe tanti ostacoli dinanzi al ‘cliente’ forestiero solo per vendersi a miglior prezzo. Ma io penso che, se questo fosse lo scopo, si troverebbe nel corso del battibecco almeno qualche piccolo accenno relativo al pagamento dei servizi sessuali da rendere. Inoltre, una meretrice non minaccerebbe con lo spauracchio di padre, madre, fratelli e altri parenti «forti correnti» (strofa V); mentre l’uomo non ci darebbe a intendere di averla vista e conosciuta in ben altre circostanze (strofa XXIII), il che esclude che la donna possa dire bugie circa il proprio stato.

[7] Cfr. strofa VI, specialmente il v. 27: «Donna mi so’ di perperi, d’auro massamotino».

[8] Nessun vocabolo del Contrasto può essere messo in esclusiva relazione con la Sicilia, a meno che non si corra a vederlo per forza nel nome dell’autore, ‘Cielo d’Alcamo’, il quale però, oltre a non poter offrire garanzie relative a una reale provenienza geografica, potrebbe anche non rispecchiare il «dal camo» tramandato dal Colocci. Effettivamente quando il personaggio maschile fa la lista delle regioni visitate (strofa XIII), tace la Sicilia e menziona invece per prima la Calabria, come per suggerire che questa sia la sua zona d’origine o di partenza. Più tardi (strofa XXIII), egli confessa di essere un forestiero nel paese dell’interlocutrice, e poiché costei invoca spontaneamente «Santo Matteo» al posto dello Spirito Santo (strofa XXVI), sembra ragionevole dedurne che il poeta abbia situato il luogo dell’azione in una zona vivamente influenzata dalla venerazione di quel Santo, ossia molto probabilmente nel Salernitano (teoria promulgata da D’Ovidio, op. cit.). Se a ciò si aggiunge la constatazione che il linguaggio della donna presenta un maggior numero di espressioni psico-idiomatiche assegnabili all’area linguistica campano-laziale (quelle del maschio possono dirsi comuni sia al siciliano nord-orientale sia al calabrese sud-occidentale), se ne ricava la conclusione che il luogo d’azione del Contrasto è stato indubbiamente immaginato fuori della Sicilia.

[9] Un forte indizio atto a sostenere la mia illazione si rinviene nel fatto che la donna vanti una ricchezza espressa paradossalmente in perperi bizantini e in scudi massimutini (vd. nota 7), monete auree del basso bacino mediterraneo. Dico ‘paradossalmente’ in quanto, se l’azione del componimento fosse stata immaginata davvero nel Regno Svevo Meridionale degli anni 1231-1250 (tesi accettata da tutti i critici), non dovrebbero essere queste monete a godere maggior prestigio nel vanto della donna, bensì l’agostaro imperiale di Federico II. In effetti la donna, udendo che il pretendente crede di poter sfuggire alle rappresaglie del padre di lei minacciando una «difensa» di duemila agostari (strofa V), fa subito sapere che la propria ricchezza consta invece di perperi bizantini e di scudi massimutini; onde si capisce facilmente che quei duemila agostari di indennità non rappresentino una somma di grande entità rispetto alle monete straniere di cui lei si vanta. La denigrazione dell’agostaro da parte della donna non può essere vista come un segno di ignoranza, bensì come indizio che la gloriosa moneta fredericiana fosse, se non proprio abolita, perlomeno sottoposta a forte svalutazione. Cosa che accadde infatti realmente, però soltanto dopo la morte di Federico II (1250) e segnatamente dopo che Manfredi si fece proclamare re (1258), a dispetto di papa Alessandro IV e perfino dei Ghibellini legittimisti, i quali badavano a proteggere i diritti imperiali dell’infante Corradino. Io sono del parere che il Contrasto sia appunto il lavoro di uno o due rimatori ghibellini ‘legittimisti’.

[10] Per qualche esempio di volgare siciliano duecentesco vd. V. de Bartholomaeis, Le carte di Giovanni Maria Barbieri nell’Archiginnasio di Bologna (cod. 3467), Bologna 1927 (testo siciliano duecentesco della canzone di Stefano Protonotaro, Pir meu cori alligrari; frammenti siciliani di Re Enzo, Allegru cori plenu, e di Guido delle Colonne, Gioiosamente canto). Per la prosa si veda., oltre a un Libro di Mascalcia tradotto dal latino in volgare calabro-siculo duecentesco dal conte Giordano Ruffo di Calabria (Codice Siciliano di Ruffo), anche A. Pagliaro, Due ricette in volgare siciliano del Sec. XIII (nel volume Nuovi saggi di critica semantica, Messina-Firenze 1971, pp. 187-198).

[11] Cfr. Tertulliano, De Baptismo, passim.

[12] Cfr. Arnolfo, Gesta archiepiscoporum Mediolanensium, libro III, cap. 11 (in L.A.Muratori, r.i.s. iv): «Qui unanimes facti Ecclesias contemnunt, et divina spernunt cum Ministris officia, asserentes onmia Simoniaca. Hos tales cetera vulgaritas ironice Patarinos appellat».

[13] Per una panoramica delle varie correnti religiose sorte in quei secoli vd. l’ancor valido volume di G. Volpe, Movimenti religiosi e sètte ereticali nella società medioevale italiana, Firenze 1922 (per i Paterini, cfr. pp. 1-7). Un più vasto studio del movimento paterino si trova in: C. Violante, La Pataria milanese e la riforma ecclesiastica, vol. I, Roma 1955; di buona utilità è pure: A. De Stefano, Le eresie popolari nel Medioevo, Milano 1946. Va ricordato che la cronistoria del movimento paterino non è stata ancora messa in luce in ogni particolare, specialmente per ciò che riguarda l’espansione settaria sul territorio italiano.

[14] Cfr. L. Pulci, Morgante, canto XXVIII, strofa 8.

[15] La variante ‘patrin’ si riscontra in alcuni documenti medioevali francesi ed è registrata con tale accezione semantica in un paio di antichi dizionari dell’Accademia di Francia, per esempio in T. Corneille, Le dictionnaire des artes et des sciences, vol. IV, Parigi 1694, sotto la voce ‘paterin’.

[16] Nella Sila cosentina esiste tuttora la piccola comunità di Guardia Piemontese, i cui membri (poco più di un migliaio) parlano una specie di dialetto franco-provenzale e discendono da Valdesi rifugiatisi laggiù per sfuggire all’Inquisizione, nel corso del Duecento e ancora più tardi (pure i Valdesi Italiani esistono ancora, professano in libertà i loro riti ed hanno il loro centro religioso nella Val Pellice del Piemonte). Va ricordato che in Calabria, proprio nella zona di scampo dei Valdesi, nacque e visse anche il famoso ‘Veggente di Celico’, Gioacchino da Fiore, il quale sviluppò una ideologia religiosa mirante a un rinnovamento della Chiesa non molto dissimile, sotto certi aspetti, dal rinnovamento patarinico-valdese. Infatti, il IV Concilio Lateranense del 1215 condannò l’ideologia, ma non riuscì ad evitare che alcune idee gioachimite influenzassero per tutto il resto del secolo una parte del mondo cristiano, per esempio i Francescani Spirituali e perfino alcune sètte ereticali, tra cui quella degli Apostoli capeggiata dal novarese Fra’ Dolcino Tornielli.

[17] D. Alighieri (If. XXVIII 22-63) pone Maometto appunto fra i causatori di scisma. E va badato che il Maometto dantesco chiede al poeta-viaggiatore di portare proprio a Fra’ Dolcino (vd. nota precedente) l’avvertimento di armarsi bene, se non vuol cadere nelle grinfie degli Inquisitori (il caposetta si rifugiò con cinquemila seguaci tra i monti del Biellese, ma fu tuttavia costretto ad arrendersi per fame, dopo di che venne arso vivo assieme con l’amante e altri proseliti, nel 1307). Questo famoso episodio dantesco illustra la stretta relazione vista dagli intelletti medioevali tra l’Islamismo e il settarismo ereticale.

[18] Va detto che questi gruppi ereticali non trovarono sempre un asilo indisturbato nel Regno Svevo Meridionale, giacché segnatamente negli anni 1229-30, al fine di rientrare nelle simpatie di papa Gregorio IX, il giovane Federico II condusse una breve ma sanguinosa campagna militare contro Paterini ed altri eretici, per i quali egli avrebbe inventato — secondo cronache del tempo — raffinati e terribili strumenti di tortura (tra l’altro, una cappa di piombo rovente). Fatta eccezione per questo periodo, e sebbene in un severo editto contro gli eretici, emanato già nel 1220 (il dì della sua incoronazione imperiale, ugualmente per accattivarsi le simpatie papali), Federico avesse assicurato che «Gazaros, Patarenos, Leonistas, Speronistas, Arnaldistas, Circumcisos, et omnes Haereticos utriusque sexus, quocumque nomine censeantur, perpetua damnamus infamia, diffidamus, atque bannimus», si può comunque dire che le sètte ereticali presenti sul suo territorio siano state poi lasciate in relativa pace, giacché gli Svevi stessi non divennero mai buoni amici del Papa, furono tutti considerati eretici e, come tali, più volte soggetti a scomunica.

[19] Cfr. G. Contini, Poeti del Duecento, op. cit., vol. I, p. 185.

[20] Cfr. Bonvesin Da La Riva, Laude De Pirrata, v. 63: «Da tugi li soi peccai / l’asolve lo bon patrin» (ricostr. di Contini, op. cit.).

[21] Infatti, i critici accordano a Bonvesin rapporti ideologici più o meno profondi con le sètte ereticali lombarde del suo tempo (il Contini era in dubbio tra i Paterini e i Valdesi, ivi, p. 668). L’Ordine degli Umiliati, composto di laici, fu istituito a Milano nel secolo XII e soppresso nel secolo XVI; a similitudine delle sètte veramente ereticali (però anche dei miti Francescani Spirituali), esso tendeva alla povertà di vita, alla purezza dei costumi e all’ascetismo mistico. Bonvesin dev’esserne divenuto seguace a tarda età, secondo me, dopo aver sperimentato gli ideali (e i pericoli) di qualche gruppo ereticale milanese (molto probabilmente, uno di ideologia patarinica).

[22] Bonvesin potrebbe aver poetato allusivamente per evitare di cadere nei sospetti dell’Inquisizione. Sul rito iniziatico e sulle ideologia bogomilo-manicheiste si veda, oltre ai citati volumi di Volpe, Violante e De Stefano, anche D. Angelov, Il bogomilismo. Un’eresia medievale in Bulgaria, Roma, 1979.

[23] Resta ovviamente inteso che il nome bassolatino patrinus, pur essendo nel Medioevo peculiare al diacono che assisteva il sacerdote durante la cerimonia battesimale, ha sempre significato ‘padrino’ (in origine soltanto nell’ambito religioso), però non ha mai indicato un ‘prete’ o un ‘abate’ o un ‘frate’ nella maniera assoluta ed esclusiva suggerita dai commentatori del Contrasto (cfr. a tal riguardo anche Ducange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, op. cit., vol. V, sotto la voce «patrinus»).

 

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Cesare Pavese

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2005