CONO A. MANGIERI

 

IL CONTRASTO DI CIELO D’ALCAMO

 

Introduzione; testo manoscritto & diplomatico;

testo critico/congetturale; traduzione & note

 

TESTO CRITICO-CONGETTURALE

 

© 2005 - Cono Antonio Mangieri

Biblioteca dei Classici Italiani - www.classicitaliani.it

 

 

 

 

 

I [1]               «Rosa fresca aulentissima, ch’appari inverso state, [2]

le donne ti disirano, [3] pulzell’e maritate!

Traimi [4] de ’ste focora, se t’este a bolontate,

perché [5] non aio abento notte e dia

penzanno [6] pur di voi, madonna mia».                                5

 

II [7]             «Se di meve trabagliti, follia lo ti fa fare:

lo mare poti arompere [8] avanti a semenare,

l’abere de ’sto secolo tutto quanto assembrare.

Avereme no’ poteri a [9] ’sto monno,

avanti li cavelli m’aritonno».                                                   10

 

III [10]             «Se li cavelli attonniti, [11]  avanti fossi [12]morto,

ca eo sì mi pèrdera [13] lo sollazzo e diporto. [14]

Quanno [15] ci passo e veioti, rosa fresca de l’orto,

bono conforto donimi tutt’ore:

poniamo che s’aiunga nostro amore».                                    15

 

IV [16]             «Che nostro amore [17] aiungasi?! No’ boglio maltalenti! [18]

Se ci ti trova patremo [19] co’ l’altri [20]miei parenti,

guarda no’ t’aricolgono [21] questi forti correnti.

Como ti seppe bona la venuta,

consiglio che ti guardi la partuta». [22]                                   20

 

V [23]               «Se toi [24] parenti trovammi, che mi pozzono fari? [25]

Una difensa mettoci di dumilia gostari:

non mi toccara patreto [26] per quanto ave a Bari. [27]

Viva lo ’mperatore [28] ’n grazi’a Deo! [29]

Intendi, bella, che ti dico eo». [30]                                            25

 

VI [31]              «Tu me no’ lasci vivere né sera né mattino!

Donna mi so’ [32] di perperi, d’àuro massamotino:

se tant’avé [33] donassemi quant’ave Saladino [34]

e per aiunta quanto lo Soldano, [35]

toccaremi no’ poteri a la mano».                                            30

 

VII [36]        «Molte sono le femmine c’hanno dura la testa,

e l’omo, co’ parabole, l’adimina e amonesta;

tanto intorno percazzala, fin che l’ave in podesta. [37]

Femmina d’omo non si po’ tenere:

guàrdati, bella, pur de ripentere».                                        35

 

VIII [38]       «Ch’eo me repentéssende?! [39] Avanti fossi accesa, [40]

ca nulla bona femmina per me fosse ripresa.

Aersera passastici, [41] correnno a la discesa: [42]

acquistiti riposo, canzoneri!

Le to’ paraole no’ me piaccio gueri». [43]                            40

 

IX [44]          «Quante sono [45] le schiantora che m’hai mise a lo core!

E solo purpenzànnonde, [46] la dia quanno vo fore!

Femmina de ’sto secolo tanto no’ amai ancore

quant’amo teve, rosa invidïata:

bene creo [47] che mi fosti distinata».                                  45

 

X [48]            Se distinata fosseti, cadèra de l’altezze, [49]

ché male messe forano in teve mie bellezze.

Se tutto addivenissemi, tagliàrami le trezze!

Eo [50] consore m’arenno a una magione,

avanti che m’attoccano [51] persone».                                 50

 

XI [52]          «Se tu consore arenneti, donna col viso cleri,

a lo mostero venoci e arennomi [53] confreri: [54]

per tanta prova vencierti, faràllo volonteri!

Con teco stao la sera e lo mattino:

besogna che [55] ti tenga al meo dimino».                          55

 

XII [56]         «Oi me [57] tapina misera, com’ào reo distinato!

Gesù Cristo l’altissimo, de ’ntutto se’ airato? [58]

Concepistimi a ’mbàttere [59] in omo blestiemato?

Cerca la terra, ch’este granne assai:

chiù bella donna di me troverai».                                        60

 

XIII [60]        «Cercat’aio Calabria, Toscana e Lombardia,

Puglia, Costantinopoli, Genoa, Pisa, Soria,

Lamagna e Babilonia, tutta Baraberia. [61]

Donna non ci trovai [62] tanto cortese:

 per donna sovrana [63] di me [64] te prese»                       65

 

XIV [65]        «Poi tanto trabagliastiti, [66] faccioti meo pregheri:

che tu vai e domannimi [67] a mia mare e a mon peri.

Se dare mi ti degnano, menami a lo mosteri

e sposami davanti da la iente:

eo poi [68] farò le to’ [69] comannamente».                        70

 

XV [70]        «Di ciò che dici, vitama, neiente non ti bale,

ca de le to’ parabole [71] fatto n’ao [72] ponti e scale:

penne penzasti mettere, sonti cadute l’ale. [73]

Eo dato [74] t’aio la bolta sottana:

dunque, se pôi, manteniti [75] villana».                             75

 

XVI [76]        «En paura no’ mettimi [77] di nullo manganiello!

Eo staomine ’n ’sta [78] groria de ’sto forte castiello:

prezzo le to’ parabole meno de ’no zitiello. [79]

Se tu no’ levi e vàitine [80] di quace, [81]

 se tu ci fosse morto ben mi chiace». [82]                          80

 

XVII [83]      «Dunque vorresti, vitama, ca per te fosse strutto!

Se morto essere debboci od intagliato tutto, [84]

di quaci no’ mi mossera, se non aio lo frutto [85]

lo quale staci [86] ne lo to’ jardino:

 disìrolo [87] la sera e lo mattino».                                    85

 

XVIII [88]     «Quello frutto [89] non àbbero conti né cabalieri,

molto lo disirarono [90] marchesi e iustizieri:

avere no’ nde pottero, gìronde molto fieri.

Intendi bene che bole dicére: [91]

me n’este di mill’onze lo to’ abere».                                 90

 

XIX [92]        «Molti so’ li garofani, [93] ma non che salma nd’hai:

bella, no’ dispregiaremi s’avanti no’ massai. [94]

Se vento è ’n proda, e girasi, agiunge da li prai: [95]

arimembrare t’ao ’ste parole,

ca de ’st’ira, [96] animella, assai mi dole».                        95

 

XX [97]         «Macara, se dolesseti, che cadesse angosciato:

la iente [98] ci corressoro da traverso e da lato,

tutt’a meve dicessoro [99] ’Accorri ’sto malnato!’.

Non mi degnara porgere la mano,

per quant’ave lo Papa e lo Soldano». [100]                       100

 

XXI [101]      «Deo lo volesse, vitama, ca fossi morto in casa: [102]

l’arma n’andèra [103] cònsola ca di notte fantasa, [104]

la iente ti chiamarano ’Oi periura, malvasa!’, [105]

c’ha’ morto l’omo in càsata traìta.

 Sanz’ogni colpo [106] levimi la vita».                               105

 

XXII[107]      «Se tu no’ levi e vàitine [108] co’ la maladizione,

li frati miei ti trovano dentro chissa magione;

bell’omi so’: [109] s’eo soffero, perdici le persone,

ca meve se’ venuto a sormonare.

Parente o amico [110] non t’ave a itare». [111]                  110

 

XXIII [112]   «A meve non aìtano amici né parenti:

stranio [113] mi sono, carama, enfra ’sta bona ienti.

Ora fa ’n’anno, [114] vitama, ch’entrata mi se’ ’n menti

dicènnoti: [115] "Vististi lo ’ntaiuto?!".

Bella, da quello iorno so’ feruto».                                       115

 

XXIV [116]   «A tanto [117] ’namorastiti, Iuda, hàilo traìto: [118]

como se fosse porpora, iscarlatto o sciamito!

S’a le Vangelie [119] iurimi che mi sia marito,

avereme no’ poteri a ’sto monno: [120]

avanti in mare ièttomi a perfonno». [121]                          120

 

XXV [122]     «Se ne lo mare ièttiti, [123] donna cortese e fina,

deretro [124] mi ti misera per tutta la marina.

Da poi ca annegàsseti, [125] trobàrati a la rina [126]

solo per questa cosa adimpretare:

con teco m’aio a iungere e peccare». [127]                         125

 

XXVI [128]   «Segnomi in Patre e ’n Filio ed in santo Matteo,

se ca [129] non se’ tu retico, figlio de lo giudeo,

e cotale parabole n’odìo redire [130] anch’eo!

Mortasi la femmina, a lo ’ntutto

perdeci lo saboro e lo desdutto». [131]                                130

 

XXVII [132]  «Bene lo faccio, [133] carama: altro no’ pozzo fare;

se quisso non accomplimi, [134] lassone lo cantare.

Fallo, mia donna, plàzati, ché bene lo pôi fare. [135]

Ancora tu no’ m’ami, molto t’amo:

sì m’hai preso come lo pesce a l’amo».                               135

 

XXVIII [136] «Sazzo che m’ami; amoti di core paladino:

lèvati suso e vattene, tornaci a lo mattino.

Se ciò che dico facimi, di bon cor t’amo e fino.

Quisso eo ti ’mprometto [137] sanza faglia:

te’ la mia fede, che m’hai in toa baglia».                            140

 

XXIX [138]    «Per zo che dici, carama, neiente non mi movo.

Innanti prenni e scannami, to’ ’sto cortello novo: [139]

’sto fatto fare potesi innanti scalfi ’n’ovo.

Accompli mio talento, amica bella, [140]

ché l’arma co’ lo core mi si ’nfella».                                     145

 

XXX [141]     «Ben sazzo: l’arma doleti, como mo ch’ave arsura.

’Sto fatto no’ potèrasi [142] per null’altra misura:

se non hai le Vangelie, [143] ché mo ti dico: "Iura!",

avereme no’ pôi ’n toa [144] podesta.

Innanti prenni e tagliami la testa».                                       150

 

XXXI [145]   «Le Vangelie, carama?!... Ch’eo le porto ’n sino: [146]

a lo mostero presile, non c’era lo patrino. [147]

Sovra ’sto [148] libro iùroti: mai non ti vegno mino. [149]

Accompli mio [150] talento in caritate,

ché l’arma me ne sta ’n suttilitate».                                       155

 

XXXII [151]  «Meo sire, poi iurastimi, eo tutta quanta incenno.

Sono a la toa presenzia, [152] da voi non mi difenno.

S’eo minespreso àioti, [153] merzè, a voi m’arenno.

A lo letto ne gimo, a la bon’ora,

ché chissa cosa n’è data in ventura».                                   160

 

Note

_______________________________

 

[1] Rosa fresca odorosissima, che compari verso estate, ti acclamano le donne sia nubili sia maritate! Liberami da queste fiamme, se vuoi, perchè pensando continuamente a voi non riposo né di giorno né di notte, signora mia.

[2] «inverso state» (Codice: «jnverla state»): restauro l’espressione consentanea al siciliano due-trecentesco e indubbiamente presente nel testo originale, sia pure con esiti calabro-siculi; l’apocopato «inver (la)» è frutto del toscanizzamento del copista.

[3]«ti disirano» (Cod.: «tidisiano»): la forma verbale del ms. è un toscanismo.

[4] «traimi» (Cod.: «trami»): restauro un vocalismo meridionale finanche anteriore al Duecento, come suggerisce la cosiddetta ’iscrizione di San Clemente’ (che riporta «traìte» = ’tirate’); il copista frettoloso del Contrasto ha semplicemente tralasciato di scrivere la i postvocalica.

[5]«perché» (Cod.: «perte»): intravedo un errore di trascrizione causato da un «perke» antigrafico, la cui k veniva anticamente non di rado confusa con la t. L’esistenza di quella lettera alfabetica nell’antigrafo/originale viene bastantemente tradita nel v. 16 («kelnostro») e nel v. 36 («keo») del Codice; in tutti gli altri casi il copista ha trascritto toscanamente «che». In questo luogo, l’errore di trascrizione appare più evidente in quanto la soluzione grafica «per te» frange il flusso sintattico-recitativo della strofa.

[6] «penzanno» (Cod.: «penzando»): restauro l’assimilazione che corregge l’ibridismo grafico del copista, cioè l’affricata meridionale della sibilante e la desinenza centro-settentrionale del gerundio.

[7] Se ti affatichi per me, follia ti mena: puoi arare il mare prima di seminarlo, puoi collezionare tutti i beni di questa terra. Avermi non potrai a questo mondo: piuttosto mi taglio i capelli a zero.

[8] «Lo mare poti arompere» (Cod.: «lomare poteresti arompere», emistichio ipermetro): nei volgari meridionali, l’uso del condizionale era scavalcato dall’uso del presente con valore di futuro condizionale; «mar» apocopato era ed è tuttora estraneo a questi volgari, che Dante qualificò ’strascicati’ («non sine quodam tempore profertur»). La lezione del Codice è dunque toscaniz­zata.

[9] > «no’ poteri a» (Cod.: «nompo teria»): nei volgari meridionali, specie dinanzi ad esplosiva labiale, l’avverbio ’non’ era (ed è tuttora) soggetto ad aferesi (come infatti accade in altri luoghi del manoscritto).

[10] > Se ti tagli a zero i capelli, venissi prima ammazzato io, giacché così perderei comunque gioia e piacere. Quando passo di qua e ti vedo, rosa fresca del giardino, tu mi offri sempre grande consolazione: facciamo dunque in modo che il nostro amore si congiunga.

[11] > «attonniti» (Cod.: «artoniti»): assieme con ’attunniti’, è la vera voce calabro-sicula con doppia assimilazione (da ’attonditi’ proveniente, a sua volta, da ’arritonditi’).

[12] > «fossi» (Cod.: «fossio»): l’originale avrà riportato «fussi»; il Codice riporta un chiarimento toscano del copista: va eliminato il pronome, perché il senso è chiarito dal participio «morto» al maschile.

[13] > «ca eo sì mi pèrdera» (Cod.: «caisi miperdera», emistichio ipometro): io credo che un originale «ca eu cusì» sia stato semitoscaniz­zato con pronome aferetico dal copista: «ca i’ sì» (reintegro «eo» al posto di «eu»). Pagliaro: «ca ’n issi sì»; Contini: «donna, c’aisì».

[14] > «lo sollazzo e diporto» (Cod.: «losolazzo e lo diportto», emistichio ipermetro): restauro la metrica; ’sollazzo e diporto’ era un binomio tanto comune, che spesso cadeva il secondo articolo determinativo sia in poesia che in prosa (cfr. pure Della caducità della vita umana, v. 193: «solazo né deporto»).

[15] > «quanno» (Cod.: «quando»): modifico per conformarmi al «quanno» del v. 42, forma grafica assimilata; nei più antichi testi siciliani non aulici, tuttavia, le due forme sembrano convivere.

[16] Che il nostro amore si congiunga?!... Non voglio desideri peccaminosi! Se ti sorprende qui mio padre col resto dei miei parenti, bada che questi forti rincorritori non ti acciuffino. Come ben ti riuscì la venuta, così guarda che ben ti riesca l’andata.

[17] «Che nostro» (Cod.: «Kelnostro»): sebbene il campano-laziale conoscesse l’articolo ’el’ (antenato dell’odierno ’er’), è qui appropriato eliminarlo per recuperare la tecnica cap-finidas .

[18] «maltalenti» (Cod.: «matalenti»): sono dell’avviso che la lettura canonica di questo emistichio (’non boglio m’attalenti’) e l’interpretazione ’non voglio che mi piaccia’ siano uno svarione, giacché qui va solo ravvisata la caduta della prima liquida nella parola composta. Il significato di ’talento’ era ’desiderio, voglia’ (cfr. v. 144); onde si capisce che «maltalenti» (da ’mali talenti’) voglia dire ’desideri cattivi, peccaminosi’. ’Maltalento’ significava pure ’malanimo, malavoglia’ (MATTEO DI RICO DA MESSINA, Gioiosamente eo canto, v. 9: «ca tutto maltalento torna in gioi»); e neanche tale valore sarebbe contrario al senso logico dell’attuale contesto.

[19] «patremo» (Cod.: «paremo»): io credo in un trascorso del copista più tosto che nell’ipotetico gallicismo; l’emendamento guarda a «padreto» del v. 23 (si veda ad loc.).

[20] «co’ l’altri» (Cod.: «colglialtri»): immetto il consonantismo meridionale.

[21] «guarda no’ t’aricolgono» (Cod.: «guarda nontargolgano», emistichio ipometro): restauro la metrica e la grammatica meridionale (l’indicativo al posto del congiuntivo).

[22] «la partuta» (Cod.: «alapartuta»): il ms. presenta ampliamento toscano nella preposizione; l’immediatezza di «la venuta» suggerisce come contrappunto «la partuta», sull’esempio di espressioni similari comuni a tutti i volgari italiani (’guardarsi la vita, la salute’). «Partuta» è vocabolo originale rinvenibile anche nel capuano PIER DELLA VIGNA (Uno piasente isguardo, v. 21).

[23] Se mi sorprendono i tuoi parenti, che cosa possono farmi? Richiedo una multa di duemila agostari: tuo padre non vorrà toccarmi per quanto pur possegga a Bari. Viva l’imperatore in grazia di Dio! Intendi, bella, ciò che ti dico io.

[24]  «Se toi» (Cod.: «seituoi»): l’articolo maschile plurale ’i’ era estraneo agli antichi volgari calabro-siculi e meridionali in genere, però il consentaneo ’li’ renderebbe l’emistichio ipermetro; «tuoi» presenta vocalismo toscano. Un’altra soluzione sarebbe di eliminare il possessivo: «Se li parenti...».

[25] «che mi pozzono fari» (Cod.: «echemi pozono fare»): poiché troncare «pozzono» non era consentaneo ai volgari calabro-siculi, per sanare la metrica dell’emistichio bisogna espellere la «e» ipotattica; «fare» è un toscanismo che io modifico per ripristinare la rima perfetta originale.

[26] «patreto» (Cod.: «padreto»): il copista ha modificato la tipica forma meridionale con dentale forte.

[27] «per quanto ave a Bari» (Cod.: «perquanto avere ambari»): per la giustificazione rimando a C.A.MANGIERI, Il contrasto di Cielo d’Alcamo. Proposta di lettura, cit., pp. 10-13.

[28]«’mperatore» (Cod.: «mperadore»): il copista ha di nuovo modificato la dentale forte (cfr. pure n. 22).

[29] «’n grazi’a Deo» (Cod.: «grazadeo»): credo che sia caduta una i e che la a sia stata in sincrasi: «grazia a Deo»; va poi da sè che il vocalismo calabro-siculo abbia dato «Deu» in rima con «eu».

[30] «che ti dico eo» (Cod.: «quello che tidico eo», verso ipermetro): nei volgari meridionali antichi e moderni, solamente ’che’ significa già ’che cosa, ciò che, quello che’ (accezione reperibile anche nel toscano due-trecentesco); il Codice ha dunque dilatazione immessa dal copista: il dimostrativo «quello» causa l’ipermetria e perciò non va troncato (operazione estranea ai volgari meridional­i), ma espunto.

[31] Tu non mi lasci in pace né sera né mattino. Io sono padrona di perperi e d’oro massamutino: se tu mi offrissi tanto, quanto possiede Saladino e per di più (quanto possiede) il sultano, non potresti ugualmente ricevere la mia mano.

[32]  «Donna mi so’ » (Cod.: «Donna misono», emistichio ipermetro): uno dei due modi per restaurare la metrica.

[33] «se tant’avé» (Cod.: «setanto avere», emistichio ipermetro): per restaurare la metrica del settenario sdrucciolo bisogna troncare «avere»; poiché la forma «aver» è centro-settentrionale, è d’uopo credere che l’originale abbia riportato «avé», forma apocopata campano-laziale che si rinviene opresente in ogni epoca a partire dal Duecento.

[34] «quant’ave Saladino» (Cod.: «quanto alosaladino»): ritenendo la forma verbale ’à = ha’ estranea ai volgari meridionali (onde vedasi C.A.MANGIERI, Il contrasto di Cielo d’Alcamo, cit., pp. 12-3), elimino coerentemente l’articolo, che infatti veniva spesso tralasciato dinanzi a titoli onorifici di base metonimica (cfr. pure la parola ’Cesare’). ’Saladino’ veniva chiamato il Sultano d’Egitto, la cui influenza politica era superiore a quella di ogni altro sultano («soldano») del mondo arabo.

[35]  «quanto lo soldano» (Cod.: «quanta losoldano»): si sottintende «ave»; e bisogna credere che il copista abbia scritto «a» per o.

[36] Sono molte le donne che hanno la testa dura, ma il maschio riesce a domarle e a dominarle con dotti ragionamenti; tanto sta loro d’attorno, finché se ne rende padrone. La donna non può resistere all’uomo: tu bada che non abbia poi a pentirtene.

[37] «fin che l’ave in podesta» (Cod.: «fino chella jnsua podesta», emistichio ipermetro); la ricostruzione tradizionale «fin che l’ha in sua podesta» è toscana; dovendosi adottare ’ave’ per ’ha’, l’emistichio deve essere sanato eliminando il superfluo possessivo «sua».

[38] Che io me n’abbia a pentire?! Piuttosto venissi uccisa, affinché nessuna donna onesta venga sospettata per causa mia. Ieri sera passasti di qua, ma dovesti scendere scappando: concediti un po’ di riposo, canzonatore! Le tue chiacchiere non mi piacciono affatto.

[39] «Ch’eo me repentéssende» (Cod.: «Keo mene pentesse», emistichio piano anomalo); il ms. presenta uno svarione del copista che, letto «mene» al posto di «mere-», ha quindi creduto autosufficiente il resto della forma verbale, «pentesse», scrivendolo staccato e dimenticando finanche il pronome enclitico «nde», forse abbreviato nell’antigrafo, ragion per cui ha addossato la d alla parola successiva, la preposizione temporale «avanti», la quale perciò è divenuta straor­dinariamente «davanti». L’operazione restaura lo sdrucciolo ed il gusto cap-finidas presente anche altrove nel componimento (cfr. vv. 10-11, 15-16, 45-46, 95-96).

[40] «avanti fossi accesa» (Cod.: «davanti fossio aucisa»): immetto il vocalismo campano-laziale che restaura la rima; «fossio» è toscanismo del copista, il quale amplifica rendendo ipermetro l’emistichio.

[41] «aersera passastici» (Cod.: «ersera cipassasti», emistichio piano anomalo); adotto l’emendamento di D’Ovidio e di altri critici.

[42] > «correnno a la discesa» (Cod.: «corenno aladiscesa»): nuova lettura del ms. : laddove finora si è creduto di poter leggere la parola ’distesa’, bisogna invece leggere «discesa». Raffrontando i nessi ’st’ di «cipassasti» e di «acquisti» con quello della presunta «distesa» (che sono i più vicini tra di loro), si notano differenze grafiche che inducono a leggere diversamente l’ultimo nesso ’st’. Negli altri due casi, la lettera t si presenta legata robustamente per la parte superiore alla i seguente, calando inoltre perpendicolar­mente; dunque contrariamente alla presunta t della presunta «distesa», che quasi non ha legame superiore e presenta la forma arrotondata peculiare ad ogni ’c’ del manoscritto. Peraltro mi pare che «correnno a la discesa» sia pure l’unica lezione capace di darci un senso logico, consentaneo al retroscena in atto: ’ieri sera sei già passato di qua, scappando poi nello scendere’. Tenendo presente che il verbo ’passare’ significava pure (e significa tuttora) ’fare una breve visita’, si può opinare che l’uomo, la sera precedente, abbia tentato di entrare nel palazzo della donna, probabilmente scalando un balcone, e poi, sorpreso forse da qualche servo o familiare, si sia affrettato a discenderne per non essere acciuffato. La scena qui suggerita si ispira indubbiamente al romanzo di Tristano e Isolda, cosa che non si potrebbe dire se si leggesse «correnno a la distesa», espressione (peraltro toscana) che mostrerebbe un protagonista corrente all’impazzata dinanzi alla casa della donna desiderata. Anche GIACOMINO PUGLIESE (Isplendiente, vv. 31-2) ha sfruttato il tema comico-amoroso prospettato dalla mia lezione: solo che lui fa scendere la donna dalla «finestra de lo palazo».

[43] «Le to’ paraole no’ me piaccio gueri» (Cod.: «le... parabole ame nompiaciono gueri», verso ipermetro): questa sarebbe una delle soluzioni atte a sanare questo strano endecasillabo. Il possessivo è illeggibile sul 3793, mentre il 4823 riporta «tua»; sorge quindi la probabilità che l’originale si sia presentato col singolare («La toa paraola a me non piace gueri») oppure con l’onninumero ed onnigenere «to’». In quest’ultimo caso, «piaccio» potrebbe essere terza persona plurale dell’indica­tivo presente del volgare campano-laziale duecentesco (cfr. Cronica di ANONIMO ROMANO).

[44] Quanti dispiaceri mi metti in cuore! Già solo se ci penso, quando son fuori paese! Non ho mai amato donna a questo mondo quant’amo te, rosa invidiata: con ragione credo che tu mi sia stata destinata.

[45] «Quante sono...» (Cod.: «Doime quante sono...», emistichio ipermetro); espungo «Doime», però sono possibili anche altre soluzioni per restaurare la metrica.

[46] «e solo purpenzànnonde» (Cod.: «esolo purpenzanno me»): trascorso del copista relativo alla m.

[47] «bene creo» (Cod.: «bene credo»): restauro la metrica con la riduzione meridionale della d inter­vocalica. Logicamente nell’originale/antigrafo sarà stato «crio».

[48] Se fossi stata destinata per te me ne sentirei umiliata, giacché con te la mia bellezza sarebbe a mal partito. Se tutto ciò mi accadesse, mi taglierei le trecce! Io mi faccio monaca in un convento, prima che mi tocchi qualcuno.

[49] «cadèra» (Cod.: «caderia»): la forma verbale del Codice mi pare un tosca­nismo.

[50] «eo» (Cod.: «e»): trascorso del copista oppure «e’ » proclitico antigrafico/originale, tradizionalmente siciliano ma non estraneo al campano-laziale (cfr. Rohlfs, cit., § 444). I critici preferiscono leggervi la semplice congiunzione «e».

[51] «che m’attoccano persone» (Cod.: «chemartochino lepersone», verso ipermetro) restauro la forma indicativa peculiare alla grammatica meridio­nale antica e moderna. La lettura ’canonica’ è in più punti diversa: il Contini legge «avanti che m’artocchi ’n la persone» = prima che tu mi tocchi nella persona (ibridismo linguistico poco attendibile nel testo di questo personaggio femminile). La forma ’attoccare’ è tuttora tipicamente campano-laziale (pure ’arritoccare’); nell’artic­olo determinativo «le» va vista la vera causa dell’ipermetria, giacché è palese che esso sia stato aggiunto dal copista per mania chiaritrice o per non aver compreso il senso logico dell’espressione antigrafica.

[52] Se ti fai monaca tu, donna dal viso splendente, vengo al monastero e mi faccio monaco io: se con tal sacrificio riesco a conquistarti, lo faccio volentieri! Me ne sto con te la sera e la mattina, c’è bisogno che ti faccia mia.

[53] «e arennomi» (Cod.: «erennomi»): rimetto in linea con le altre forme verbali (vv. 49, 51).

[54] > «confreri» (Cod.: «comfleri»): emendo per chiarezza il gallicismo storpiato dal copista o forse dal maschio a bella posta, perché come Ghibellino non gusta molto il francese portato nel Meridione dai nemici Angioini.

[55] «besogna che» (Cod.: «besongne chio»): i critici leggono generalmente «besogn’è ch’io», ma si tratta logicamente di una lettura toscana, specie nel pronome «io» estraneo al linguaggio calabro-siculo. Si potrebbe anche leggere: «besogna ch’eo », però il contesto è tanto chiaro da non esigere il pronome.

[56] Oh povera me, che brutto destino che ho! Altissimo Gesù Cristo, mi sei del tutto adirato contro? Mi hai creato per farmi imbattere in un uomo scomunicato?... Ma va a cercare per il mondo, ch’è molto grande: una donna più bella di me certamente la troverai.

[57] «Oi me» (Cod.: «Boime»): la forma grafica «oi» compare anche nel v. 103 («oiperiura») ed era la più comune nei lamenti duecenteschi (RINALDO D’AQUINO, Già mai non mi conforto: «Oi alta potestade», v. 21; «Oi me lassa tapina», v. 31; ODO DELLE COLONNE, Oi lassa ’namorata: «Oi lassa tapinella», v. 13; «oi vita mia», v. 27; GIACOMINO PUGLIESE, Morte, perché m’hai fatta sì gran guerra: «Oi Deo...», v. 21. La forma «oi» è tuttora comunissima nei volgari campano-laziali.

[58] «de ’n tutto se’ airato» (Cod.: «deltuto me airato»): la lettura in terza persona proposta dal Codice ed accolta dai critici («m’è») comporta un ibridismo sintattico-grammaticale indegno di Cielo, se poi si accetta il verbo in seconda persona nel verso successivo. A mio giudizio, invece, qui si tratta di un ennesimo intervento del terzo ’co-autore’, cioè del copista, il quale deve aver trascritto «me» al posto di «se» ed ha scombussolato l’aspetto sintattico-grammaticale dell’intero verso. Peraltro «deltuto» sarebbe un toscanizzamento; e lo tradisce il v. 129, dove si legge più meridionalmente «alontutto».

[59] «a ’mbattere» (Cod.: «adabattare», emistichio ipermetro); io non considero ragionevole vedervi un influsso senese sul copista, perché, se ciò fosse stato il caso, costui avrebbe messo giù molti più termini con parvenza senese, sia nel Contrasto sia negli altri componimenti da lui trascritti. Né mi pare logico pensare che la patina senese di questa forma verbale sia stata immessa già nell’originale, perché il personaggio femminile, al contrario dell’interlocutore, non suggerisce mai di aver visitato qualche luogo fuori del paesetto costiero in cui abita. Pertanto credo più tosto in un ulteriore trascorso del copista, il quale probabilmente ha subìto l’influsso reiterativo delle precedenti ’a’ ficcate nel nesso grafico.

[60] Ho cercato in Calabria, in Toscana, in Lombardia e in Puglia, a Costantinopoli, a Genova, a Pisa, in Siria, in Germania e in Babilonia d’Egitto, in tutta la Barberia. Non vi ho trovato donna così cortese: ho scelto te come donna regina sopra di me.

[61] «tutta Baraberia» (Cod.: «tuta barberia», emistichio ipometro): restauro la metrica con un antico modo meridionale di designare la Barberia (da «Bar-abra», denominazione araba); «Barberia» è toscanismo.

[62] «non ci trovai» (Cod.: «nontrovai», verso ipometro): adotto l’emendamento tradizionale.

[63] «per donna sovrana» (Cod.: «per d... sovrana»): nuova lettura del ms. (D’Ancona: «per dea»; D’Ovidio: «perché»; Pagliaro: «perzò»; Contini: «per che»). Secondo i miei predecessori, il Codice 3793 sarebbe illeggibile in quel luogo, ma non mi pare esatto. Infatti dopo la ’p’ sbarrata (che può leggersi ’per’, ’pre’ oppure ’pro’) sono riuscito a scorgere una ’d’ sbiaditissima (forse era meno sbiadita nel tempo di D’Ancona, onde il critico lesse «dea»), seguìta da una vocale che potrebbe essere ’a’ oppure ’o’; dopo uno spazio illeggibile bastevole per una sola lettera alfabetica, si intravede l’ombra di una vocale che potrebbe nuovamente essere ’a’ oppure ’o’. Ancora intravedibile, sopra la parte finale della parola fantasma, è una sottilissima lineetta nella quale io ravviso il rimasuglio del titulus indicante la soppressione di una consonante (spesso si trattava di raddoppiamento). Da ciò si può arguire che il copista abbia scritto colà un nesso grafico di quattro lettere, cominciante per d e terminante per a oppure o, con al centro probabilmente una n raddoppiata da un titulus. Facendo un salto indietro, verso la parola «dona» (= donna) del verso precedente, noi abbiamo sott’occhio il tipo lessicale che più somigli a questo fonema consumato dal tempo e dall’uso (esso si trova proprio nell’angolo inferiore esterno della carta, dove si appoggia il pollice - spesso insalivato - per voltare la pagina). Questa constatazione visiva, se coadiuvata da considerazioni razionali, ci offre l’unica giusta soluzione da adottare per la necessaria integrazione, cioè il binomio «per donna», nonostante che la ripetizione del vocabolo «donna» nel distico finale sembri dare qualche fastidio.

[64] «di me» (Cod.: «dimeve»): riduzione obbligatoria dopo l’immissione del bisillabo «donna». Nel Contrasto si trovano sia «meve» sia «me».

[65] Poiché ti sei tanto affaticato, ti rivolgo una mia preghiera: che tu vada a chiedere la mia mano a mia madre e a mio padre. Se ti giudicano degno di me, portami alla cappella monasteriale e sposami in presenza di testimoni: io poi starò ai tuoi ordini.

[66] «trabagliastiti» (Cod.: «trabagliasti», emistichio piano anomalo); soluzione che restaura la metrica.

[67] «che tu vai e domannimi» (Cod.: «chetu vadi adomanimi»): credo in un trascorso del copista.

[68] «Eo poi» (Cod.: «epoi»): secondo me, nuovo caso di «eo» menomato dal copista (cfr. v. 49).

[69] «le to’» (Cod.: «letuo»): il ms. presenta un toscanismo storpiato, che potrebbe essere nato appunto per influsso di «to’» onnigenere ed onninumero dei volgari meridionali.

[70] Niente di ciò che dici ti è d’aiuto, vita mia, giacché delle tue chiacchiere ho fatto ponti e scale per proseguire: tu pensavi di metter fuori le penne, ora ti sono cadute le ali. Io ti ho dato il colpo che ti mette sotto: se puoi, dunque, resta la paesanotta che sei.

[71] «ca de le to’» (Cod.: «cadele tuo»): vedi la giustificazione al v. 70.

[72] «fatto n’ao» (Cod.: «fattono»): la lettura tradizionale sarebbe «fatto n’ho», però io sospetto che il copista si sia trovato dinanzi ad una forma antigrafica «ao», da lui toscanizzata. L’originale potrebbe aver riportato la forma verbale calabro-sicula «fatt’aiu», qui consentita dalla precedente preposizione «de» (nel v. 74, il copista traduce la forma verbale «aiu» con «aio», che io adotto per chiarezza).

[73] «sonti cadute l’ale» (Cod.: «sono tica dute lale», emistichio ipermetro); «sonti» dovrebbe essere stato originariamente «sotti», con la tipica assimilazione calabro-sicula e meridionale in genere.

[74] «eo dato» (Cod.: «edato»): altro caso di pronome personale menomato dal copista (cfr. vv. 70, 49).

[75] «manteniti» (Cod.: «teniti»): perfeziona la metrica; Contini ha integrato con forte allitterazione: «se poti, teniti». In verità non necessiterebbe integrazione di sorta, perché «pôi» era appunto sincrasi di ’poti’, si leggeva come un bisillabo ed era assai comune nella scrittura duecentesca centro-meridionale.

[76] Tu non mi metti paura con nessuna specie di manganello! Io mi sento orgogliosa in virtù di questo palazzo forte come un castello: valuto le tue chiacchiere meno di quelle di un ragazzino. Se non ti levi di qua e te ne vai, mi fa ben piacere che ti ci ammazzino.

[77] «no’ mettimi» (Cod.: «nommetermi»): la lezione del ms. è un toscanizzamento del copista, il quale ha trasformato la forma verbale indicativa in imperativo infinitivale.

[78] «Eo staomine ’n ’sta» (Cod.: «istomi nesta»): la lettura tradizionale sarebbe «istòmi ’n esta», che va ritenuta un toscanizzamento suggerito dal copista, il quale ha pure saltato una n.

[79] «meno de ’no zitiello» (Cod.: «meno cheduno zitello», emistichio ipermetro); restauro la metrica e la rima piena in accordo con le regole sintattiche dei volgari meridionali. «Meno che d’uno» sarebbe ampliamento sintattico immesso dal copista; «zitello» è toscanismo.

[80] «vàitine» (Cod.: «evatine»): il copista ha lasciato la ’i ’ nella penna.

[81] «quace» (Cod.: «quaci»): il ms. presenta vocalismo desinen­ziale toscano.

[82] «chiace» (Cod.: «chiaci»): il copista ha manipolato il vocalismo desinenziale di «chiace» (terza persona singolare dell’indicativo presente campano-lazial­e), forse per aggiustare la rima sconvolta.

[83] Dunque vorresti che io venissi distrutto per causa tua, vita mia! A costo di essere ammazzato o fatto a pezzi in questo luogo, io non mi muovo di qua senza aver ricevuto il frutto del tuo giardino: lo desidero la sera e la mattina.

[84] «se morto essere debboci od intagliato tutto»: verso che preferisco lasciare intatto, per l’impossibilità di sanarlo senza renderlo completamente calabro-siculo (con «èssi» al posto di «essere»).

[85] «se non aio lo frutto» (Cod.: «senonai delofrutto»): il partitivo «de» costituisce un ampliamento sintattico del copista toscano: la sua espunzione è giustificata dal v. 86, dove appunto il partitivo causa ipermetria.

[86] «staci» (Cod.: «stao»): accolgo la soluzione avanzata da G. Piccitto (cfr. Stao = staci, cit., pp. 33-6).

[87] «disìrolo» (Cod.: «desiolo»): il ms. presenta toscanizzamento del copista.

[88] Quel frutto non lo hanno ricevuto né conti né cavalieri; marchesi e giudici lo hanno desiderato: non sono riusciti ad averlo, se ne sono andati scornatissimi. Intendi bene ciò che vuol significare: io sono mille volte più facoltosa di te.

[89] «Quello frutto» (Cod.: «Diquello frutto», emistichio ipermetro); restauro la metrica (cfr. v. 83); l’espunzione del partitivo appare giustificata anche dal v. 87, «molto lodisiano», dove «lo» oggettivale indica una totalità più tosto che una parte.

[90] «disirarono» (Cod.: «disiano»): Contini integrava “disïarono” per la metrica; vedasi qui sopra, n. 87.

[91] «intendi bene che bole dicére» (Cod.: «jntendi bene cio che bol dire», verso ipometro); altri critici hanno risolto l’ipometria scrivendo «bole» oppure «bolio» e pensando a una rima guasta, scaturita dalla presunta sicilianità di tutto il componimento (’diri / aviri’). Io parto dalla convinzione che il Contrasto sia stato bidialettale e che il testo della donna sia stato in volgare campano-laziale, il quale non ha mai conosciuto tale vocalismo desinenziale. Dunque il verso è stato manipolato toscanamente dal copista. Come si è considerato al v. 25, nei linguaggi meridionali due-trecenteschi il pronome relativo ’che’ significava già da solo ’che cosa, ciò che, quello che’ (accezione non estranea ad altri volgari, tra cui quelli toscani); onde si capisce che si possa sopprimere il pronome dimostrativo «ciò» (il quale peraltro mostra grafia toscana). Quanto a ’bole / vole’, nei moderni volgari meridionali s’usa dimezzare («bo’», «vo’»), specie dinanzi a consonante; ma va tenuto per certo che l’uso meridionale duecen­tesco prediligesse forme verbali piene (DANTE: «non sine quodam tempore profertur»), sicché risulta appropriato emendare «bol» in «bole» (e non in «bolio», forma più lontana). Infatti si tratta di un caso di betacismo con desinenza manipolata dal copista, il quale, obbedendo agli impulsi inconsci della propria origine geo-linguistica, ha immesso pure la forma infinitiva toscana «dire» al posto dell’antigrafica «dìcere» o fors’anche «dècere», che è dei volgari campano-laziali antichi e moderni, ma non estranea alla Toscana (DANTE, If. XVI 84; Pg. XXX 46). Dunque si tratta di un metaplasmo di coniugazione dovuto ad esigenza di rima, fenomeno presente peraltro anche nella poesia toscana duecentesca (per esempio, GUITTONE fece rimare «piacére» con «chedére», Ahi Deo, che dolorosa, vv. 52-6 ).

[92] Molti sono i garofani, ma non tanti che tu possa farne una soma: bella, non mi disprezzare se per l’avanti non ne ho ammassati. Se il vento spira verso la proda, e si gira, esso giunge dall’entroterra: ho da farti ricordare queste parole, animuccia, giacché la tua contrarietà mi duole molto.

[93] «Molti so’ li garofani» (Cod.: «Molti sono ligarofani», emistichio ipermetro); restauro la metrica.

[94] «s’avanti no’ massai» (Cod.: «savanti non massai»): la lezione tradizionale sarebbe «s’avanti non m’assai» (= se prima non mi assaggi), però io dubito moltissimo che questa lettura e questo significato rispondano all’intento del poeta. Io sono del parere che l’uomo, menzionando i «garofani» come un traslato di ’denari’ (interpretazione già del D’Ovidio), ora si difenda dall’ironia della donna facendo notare che neanche lei ne abbia una «salma» (misura di capacità per solidi) e perciò non deve disprezzarlo se egli in passato («s’avanti») non ne ha ammassato («massai» = passato remoto con valore di passato prossimo scaturito dall’aoristo greco, spesso presente nei volgari calabro-siculi antichi e moderni). Per una più dettagliata argomentazione rinvio al mio articolo La strofa XIX del contrasto ’Rosa fresca’, cit.

[95] «agiunge da li prai» (Cod.: «egiungieti aleprai»): credo che il copista abbia letto male il nesso enclitico antigrafico «-da» trascrivendo «-ti a». Anche per questo emendamento rinvio al mio succitato articolo.

[96] «ca de ’st’ira» (Cod.: «cadesta», con le tre lettere «ira» sovrap­poste); finora le tre lettere sono state lette «tra», fatto che ha cagionato un paio di strambe soluzioni intese a restaurare la metrica dell’emistichio ipometro («ca de[n]tr’a ’st’animella», «ca de tra ’st’animella»). Io mi sono accorto che il segno grafico preso finora per una t va invece letto i, ragion per cui si forma il termine «ira» da posporre a «cadesta». In tal modo, la parola «animella» diventa un vocativo. Anche per la dettagliata giustificazione di questo emendamento rinvio al mio succitato articolo.

[97] Se ti dolesse, magari ti accasciassi: la gente accorresse da destra e da sinistra, tutti mi dicessero “Soccorri questo disgraziato!”. Non mi degnerei di darti una mano neanche per quanto posseggono il Papa ed il Sultano assieme.

[98] «la iente» (Cod.: «lagiente»): toscanismo del ms. ; cfr. v. 69.

[99] «dicessoro» (Cod.: «diciessono»): l’emendamento riporta la forma verbale in linea con «corressoro».

[100] «per quant’ave lo Papa e lo Soldano» (Cod.: «perquanto avere alpapa elo soldano»): il Codice presenta una manipolazione del copista sia nei riguardi della forma verbale ’à’ (’ave / avi ’ va considerata forma originale), sia nei confronti dell’articolo. Infatti bisogna qui chiedersi se è attendibile che il testo originale campano-laziale della donna abbia potuto ospitare due diversi articoli determinativi, di cui il primo (« ’l ») può dirsi del tutto estraneo a quella zona linguistica. A me sembra più logico e realistico credere che si tratti di un ennesimo toscaneggiamento immesso dal copista e che l’originale abbia invece riportato una sola forma grafica dell’articolo determinativo.

[101] Dio volesse che fossi ammazzato qua in casa tua, vita mia: ne sarebbe consolata l’anima, che di notte si dà alle fantasticherie, e la gente ti griderebbe “O spergiura malvagia!”, perché hai ammazzato l’uomo nella tua casa traditrice. Infatti tu mi togli la vita senza nessun colpo.

[102] «ca fossi morto in casa» (Cod.: «cateffosse mortto jncasa», emistichio ipermetro); sebbene «te» serva a chiarire e sembri originale, sono del parere che debba essere espunto per sanare la metrica: infatti il pronome relativo «ca» è incontestabilmente originale, mentre il senso viene chiarito da «càsata» (v. 104): non bisogna dimenticare che l’azione si svolge all’interno della proprietà della donna (forse nell’orto, cfr. v. 13), sicché l’espressione «in càsata» significa in effetti: ’qui in casa tua’. L’emendamento «fossi» guarda alla forma verbale del v. 11 («fossio») ed al linguaggio calabro-siculo.

[103] «n’andèra» (Cod.: «nanderia»): correggo il toscanismo del Codice.

[104] «ca di notte fantasa» (Cod.: «cadi enotte pantasa»): per la metrica e il senso, preferisco eliminare la prima ’e’ (congiunzione?) integrando la effe.

[105] «malvasa» (Cod.: «malvascia»): restauro la rima piena.

[106] «Sanz’ogni colpo» (Cod.: «sanzonni colppo»): penso a trascorso del copista.

[107] Se tu non ti togli di qua e te ne vai con la maledizione, i miei fratelli ti trovano qui dentro casa; essi sono gran begli d’uomini, e se mi vedono soffrire, finisce che ti cambiano i connotati, in quanto sei venuto a importunarmi. Non contare sull’aiuto di amici o parenti.

[108] «vàitine» (Cod.: «evatine»): vedasi qui sopra, v. 79.

[109] «bell’omi so’: s’eo soffero» (Cod.: «bellomi sofero», emistichio ipometro): questa nuova lezione del verso tiene conto anche della ’copia’ 4823 («bellomi soseio»). Finora si è sanata l’ipometria integrando «bello, ben lo mi», cioè pensando che il copista abbia saltato il primo dei due «bello» presenti nell’antigrafo (il secondo, «bellomi», sarebbe stato generato dall’assimilazione in «benlomi»). Io non penso a due «bello» né ad assimilazione, ma credo invece che si debba scindere «bellomi» in «bell’omi» e inserire quindi «soseio» del 4823, per ottenere un restauro che meglio risponde al senso contestuale della strofa. Infatti la donna sta minacciando con lo spauracchio dei propri fratelli: niente di più coerente, dunque, se non presentarli come uomini forti e coraggiosi, appunto chiamandoli meridionalmente «bell’omi». Con questa lezione io seguo l’antico consiglio del D’Ancona, il quale proponeva di unire le due fonti manoscritte; solo che il filologo lesse «soscio» nel 4823, e perciò giunse alla lezione conget­turale «Bello mi soscio» (= bel mio socio). Ai miei occhi la ’c’ risulta essere invece una ’e’ che, per difettiva inchiostrazione della penna d’oca, non ha ricevuto un chiaro corpo superiore (oppure questo è sparito nel corso dei secoli). Che ciò sia verosimile è dimostrato dal fatto stesso che la lettura «soseio» (da scindere in «so’ se io», ampliamento toscano del copista sull’originale campano-laziale «soseo» = «so’ s’eo») offra un senso chiaritivo autosufficiente. Per ulteriori argomentazioni rinvio al mio articolo Il v. 108 del contrasto ’Rosa fresca aulentissima’, cit.

[110] > «parente o amico» (Cod.: «parente nedamico»): la congiunzione restaura la metrica di questo endecasillabo.

[111] «a itare» (Cod.: «aiatare»): il ms. presenta un palese impappinamento del copista.

[112] A me non aiutano né amici né parenti: io sono forestiero tra questa brava gente del luogo. Ora compie l’anno, vita mia, dacché dicendoti “Hai indossato il vestito da lutto?” mi entrasti in mente. Bella, da quel giorno sono ferito al cuore.

[113] «stranio» (Cod.: «istrani»): il ms. presenta un ampliamento toscano del copista, il quale poi rompe pure la rima trascrivendo «iente / mente» i vocaboli calabro-siculi «ienti / menti».

[114] «Ora fa ’n’anno» (Cod.: «Or fa un anno»): grafia sicuramente più vicina all’originale, perché nei dialetti calabro-siculi e meridionali in genere l’avverbio «ora» non ha mai subito apocope, mentre «un anno» costituisce trascrizione toscaneggiante. E’ da credersi che l’originale abbia riportato: «Mo faci l’annu».

[115] «dicènno» (Cod.: «dicanno»): i critici leggono «di canno» (assimilato da ’di cando’) e intendono ’di quando’; a mio parere, invece, si tratta di un ennesimo trascorso del copista, il quale ha lasciato intatta l’assimilazione nasale intervocalica, però al posto di e ha messo a, modificando così tuttavia la genuina forma verbale meridionale «dicenno». Per ulteriori argomentazioni in proposito, rinvio al mio articolo «Dicanno» e «lontaiuto» nel ’Contrasto’ di Cielo d’Alcamo, cit.

[116] In tale occasione ti innamorasti di me, Giuda, lo hai tradito: come se fosse stato un vestito di colore porporino, scarlatto o amaranto! Anche se mi giurassi sul Vangelo di voler diventare mio marito, tu non potresti possedermi a questo mondo: piuttosto mi getto nel profondo del mare.

[117] «A tanto» (Cod.: «aitanto»): i suddetti critici emendano in «di tanno» oppure in «di tanto» (da ’di tando’ = di allora), per creare relazione col presunto «di canno = di cando = di quando». Io non credo che il copista si sia tanto affaticato per disegnare artisticamente quella A capitale in principio di verso e di strofa, prima di accorgersi che dovesse invece essere una D. Pertanto sono del parere che anche l’antigrafo/originale abbia riportato una A, lettera d’apertura della locuzione temporale campano-laziale «a ’ntanno» (localmente si dice pure ’attanno’), che il copista ha inteso toscanizzare scrivendo «a intanto», però lasciando nella penna la prima n. Il significato sarebbe: ’allora, a quel punto, in quella circostanza’ (col binomio «A tanto» cominciano pure alcuni capitoli del Tristano riccardiano ).

[118] «hàilo traìto» (Cod.: «lotraito», emistichio ipometro): ampliamento che restaura la metrica; a mio giudizio, l’antigrafo/originale deve aver riportato «iudâlotraito», contrazione duecentesca di «iuda àilo traìto» (= Giuda, lo hai tradito, rivelato), con fusione grafica delle due a consecutive e soppressione della i, scempiamento che il nostro copista ha ulteriormente scempiato. Al riguardo, cfr. GUITTONE, Ahi lasso, or è stagion de doler tanto, v. 14: «Deo, com’àilo soffrito?»; O tu, de nome Amor, v. 17: «forte l’àilo ‘ngegnato».

[119] «Vangelie» (Cod.: «vagiele»): il copista ha trascritto a casaccio mancando pure la ’n’; ciò appare palese nel v. 148, dove si riporta «vangiele» in posizione sdrucciola.

[120] «avereme no’ poteri a ’sto monno» (Cod.: «avere me nompotera esto monno»): ritengo che la donna si stia riferendo all’uomo e non al mondo, sicché sta bene reintegrare la i che distingue la seconda persona singolare. Peraltro il verso deve somigliare al v. 9 («avere me nompo teria esto monno»), perché il copista, scrivendo il v. 120, dopo la parola «avanti» scrisse erroneamente «licavelli maritonno», proprio come suona il v. 10; parole che egli subito espunse e soppiantò, scrivendo di nuovo l’intero v. 120.

[121] «ièttomi a perfonno» (Cod.: «itomi alperfonno»): credo che la forma verbale meridionale sia stata mal trascritta dal copista, il quale ha pure interposto l’articolo toscano nell’ultimo nesso grafico.

[122] Se tu ti gettassi in mare, donna cortese e gentile, mi metterei a nuotarti dietro per tutto il mare. Se tu annegassi, ti cercherei sulla spiaggia per attuare soltanto questo: congiungermi con te e peccare.

[123] «se ne lo mare ièttiti» (Cod.: «setu nelmare gititi»): emendamento necessario per eliminare almeno i toscanismi «nel» e «gititi» (vedasi pure qui sopra, v. 120).

[124] «deretro» (Cod.: «dereto»): reintegro la r omessa dal copista (antico calabro-siculo: «deretru»).

[125] > «da poi ca annegàsseti» (Cod.: «poi canegaseti», emistichio possibilmente ipometro): nell’antigrafo dev’essersi trovata una ’a’ in sincrasi oppure una coppia di ’a’ consecutive, di cui il copista ha saltato l’una (cfr. pure v. 116). Siccome la forma più comune della congiunzione era ’da poi che’, bisogna credere che il copista abbia pure saltato «da» e tralasciato di tradurre «ca».

[126] > «trobàrati a la rina» (Cod.: «trobareti alarena»): il copista ha voluto toscanizzare il condizionale scrivendo ’trobarèiti’, però ha soppresso la i (nel v. 103: «chiamarano»). «Rina» restaura la rima originale.

[127] «e peccare» (Cod.: «apecare»): penso che il copista sia stato influenzato da «aiungere» ed abbia scritto «apecare»; nel caso attuale, però, «m’aio» servile può reggere soltanto la prima ’a’ finale dinanzi a «iungere» (onde cfr. pure v. 110: «t’ave a itare»), e non una eventuale a finale dinanzi a «peccare»: dunque la seconda a iniziale deve cedere il posto alla congiunzione e. Così leggendo, io guardo anche alla cosiddetta ’copia’ 4823, la quale riporta più correttamente «epecare».

[128] Mi segno nel nome del Padre, del Figlio e di san Matteo, se a questo punto non ti dimostri eretico, figlio di un giudeo, e risposte del genere neanch’io le sentii mai dare! Con una donna morta ci si perde completamente il sapore ed il piacere.

[129] «se ca...» eccetera: per la mia lezione rinvio all’argomentazi­one offerta nel mio articolo Il Contrasto di Cielo d’Alcamo, cit., p. 31.

[130] «n’odìo redire» (Cod.: «nonudire dire»): finora la maggioranza dei critici ha letto «non udi’ dire» (Pagliaro: «n’audivi dire»), però io credo che si tratti di un abbaglio interpretativo. A mio parere, infatti, il ms. riporta in realtà «non udì redire»; laddove «udì» sta per «udìo» (nell’antico romanesco e campano-laziale: ’odìo’, qui con valore di passato prossimo), mentre «redire» sarebbe una variante campano-laziale dell’antico verbo ’ridire’, che aveva un equivalente nel franco-provenzale redire, redir e significava ’replicare, rispondere’ (DANTE, Pg. V 19: «Che potea io ridir, se non ’Io vegno’ ?»).

[131]> «lo saboro e lo desdutto» (Cod.: «lo saboro elodisdotto»): «saboro» presenta un metaplasmo desinenziale campano-laziale (nelle Storie de Troja e de Roma, nei Miracole de Roma e nella Vita di Cola di Rienzo si leggono «soro», «novembro», «como» ed altri casi simili, con o senza betacismo); la grafia «desdutto» restaura la rima e ridà una forma grafica campano-laziale duecentesca reperibile in qualche testo dell’area cassinese, ma usata sicuramente anche più largamente; e di certo dall’autore del testo originale, perché è stata posta in rima col pluridialettale «tutto».

[132] Lo faccio di sicuro, cara mia: non mi resta altro; se non accondiscendi al mio desiderio, io perdo la voglia di cantare. Ti piaccia farlo, donna mia, perché puoi farlo benissimo. Anche se tu non m’ami, ti amo molto io.

[133] «bene lo faccio» (Cod.: «bene lofaccio»): molti critici leggono «bene lo saccio», però credo sia un loro abbaglio visivo (i manoscritti inducono spesso a far confusione tra la s e la ƒ della scrittura minuscola notarile fiorentina utilizzata dal nostro copista). Non solo per il senso logico, ma anche per l’ulteriore presenza di due «sazzo» (vv. 146, 136), il tipo lessicale «saccio» sarebbe estraneo sia al personaggio calabro-siculo sia al copista. Logicamente si tratta di un toscanismo (originalmente sarà stato «fazo» oppure «fazzo»), ma lascio sussistere per chiarez­za.

[134] «non accomplimi» (Cod.: «nonarcomplimi»): vi vedo un trascorso del copista.

[135] «lo pôi fare» (Cod.: «lopuoi fare»): il Codice presenta dittongamento toscano.

[136] Lo so che mi ami; io nutro per te un amore platonico: alzati di qua e vattene, torna domattina. Se fai ciò che ti dico, sono disposta ad amarti con cuore finemente generoso. Questo ti prometto senza mancare: ti giuro sulla mia fede che tu mi hai conquistata.

[137] «quisso eo ti ’mprometto» (Cod.: «quisso timprometto», verso ipometro): restauro la metrica.

[138] Per niente di quanto tu dici mi muovo di qua. Piuttosto prendi questo coltello nuovo e scannami: ciò si può fare più in fretta che bollire un uovo. Accondiscendi al mio desiderio, amica bella, perché mi si rattrista l’anima col cuore.

[139] «to’ ’sto cortello novo» (Cod.: «tolli esto cortello novo», emistichio ipermetro): riduzione resasi necessaria per restaurare la metrica di questo emistichio profondamente toscanizzato.

[140] «accompli mio talento, amica bella» (Cod.: arcomplimi talento mica bella»): ricordando il v. 132, che riporta «accomplimi» (forse originario per bisogno di sdrucciolo), il copista ha ripetuto il nesso grafico tralasciando la ’o’ del pronome possessivo, oltre che la ’a’ iniziale di «amica».

[141] Lo so bene: ti duole l’anima, come adesso che sente l’arsura amorosa. Comunque ciò che chiedi non potrebbe effettuarsi a nessun’altra condizione: se non hai con te il Vangelo, sicché io ora possa dirti “Giura!”, tu non mi avrai in tuo potere. Piuttosto prendimi e tagliami la testa.

[142] « ’sto fatto no’ potèrasi» (Cod.: «esto fatto nompoterssi»): io penso a un impappinamento del copista nel trascrivere il condizionale da piuccheperfetto; meno probabile mi pare la lettura «questo fatto non pòtesi», in quanto la semplicità di tale nesso antigrafico non avrebbe potuto confondere il copista.

[143] «se non hai le Vangelie» (Cod.: «senonale vangiele», emistichio piano anomalo): restauro la metrica.

[144] «no’ pôi ’n toa» (Cod.: «nompuoi jntua»): restauro il vocalismo che il copista ha toscanizzato.

[145] Il Vangelo, cara mia?!... Che io lo porto nella borsa: lo presi in un monastero che non era di paterini. Sopra questo libro ti giuro che non ti verrò mai meno. Per carità, accondiscendi al mio desiderio, perché ho l’anima in procinto di perdersi.

[146] «ch’eo le porto ’n sino» (Cod.: «chio leportto jnseno»): restauro la rima calabro-sicula certamente originale. La redazione digitale di questo verso corregge quella cartacea edita nel saggio Il contrasto di Cielo d’Alcamo, cit., che leggeva abusivamente: “Le Vangelie, carama, ch’io le porto ’n sino ”.

[147] Per la divergente traduzione e interpretazione di questo verso rimando a C.A.MANGIERI, Il “patrino” nel Contrasto di Cielo d’Alcamo, cit.

[148]> «sovra ’sto» (Cod.: «sovresto»): toscanismo del copista.

[149] «mino» (Cod.: «meno»): restauro la rima calabro-sicula originale.

[150] «accompli mio talento» (Cod.: «arcomplimi talento»): il copista ripete l’errore del v. 144.

[151] Signor mio, poiché hai giurato, io mi infiammo tutta d’amore. Son qui, dinanzi a te, e non mi difendo più. Se ti ho disprezzato, perdonami, ché mi ti rendo. Andiamo a letto, finalmente, perché ciò sta nel nostro destino.

[152] «presenzia» (Cod.: «presenza», emistichio piano anomalo): restauro la metrica.

[153] «àioti» (Cod.: «aoiti»): correggo la metatesi fabbricata dal copista.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2005