ALBERTO CORBELLINI

 

Rileggendo il "Contrasto di Cielo Dalcamo„

 

 

 

 

 Edizione di riferimento

Giornale storico della Letteratura Italiana, diretto e redatto da Egidio Gorra, Torino, Loescher 1917, vol. LXX (fasc.1-2), fasc. 208-209.

 

 

Francesco D'Ovidio, nella sua mirabile illustrazione al Contrasto di Cielo, giunto alla XIX strofe, scrive queste parole: « Di tutto il poemetto che ora mi si presenta chiarissimo in ogni minuzia che spetta al significato sostanziale, é questa la sola strofe, anzi di essa i soli versi 91 e 93, ove un po' di buio persista » [1]. Io mi propongo qui di avanzare qualche congettura e qualche riflessione, che mi pare possano concorrere a diradare l'ostinata caligine di questi versi e a meglio chiarire gli altri che con questi sono in relazione logica, movendo indi ad alcune modeste considerazioni sulla natura e gli spiriti del Contrasto.

Mi si consenta ch'io qui riproduca l'accennata strofe, nella lezione proposta dal D'Ovidio, la quale nei due versi ribelli ai chiosatori é sostanzialmente uguale a quella del D'Ancona:

 

Molti son li garofani,      ma non che salma nd'ai:

Bella, non dispregiaremi      s'avanti non m'assài !

Se vento è in proda e girasi       e jungeti a le prai,

         A rimembrare t'ao este parole

         Cà dentra esta animella assai mi dole [2].

 

Delle tante congetture che sono state escogitate per vincere l'arduo testo del primo verso, possono farsi due gruppi:

1° di quelle che si fondano sopra un'emendazione congetturale (« che a casata mandai »: Valeriani, Nannucci, Vigo; « ma nunque (o nunca) salma n'hai »: Galvani; « gai giovani, ma a un che salman dai »: Canal, Borgognoni);

2° di quelle che prendono le mosse da una più o meno ragionevole divisione e combinazione di alcune sillabe dell'emistichio torturato, pur rispettando la lezione del codice (« salman dai »: codd.; - « sal mandai »: Allacci; - « salma nd'ài »: oltre al D'Ancona e al D'Ovidio: Bartoli, Storia, II, p. 138; Finzi, Lezioni di storia d. Letter. ital., Torino, 1899, p. 56; Monaci, Crestomazia., p. 118; - « chess'alma » (« chissa arma ») : D'Ovidio, Op. cit., p. 100).

Del primo gruppo ha fatto, in massima, giustizia la cauta e severa critica recente [3]; nell'ambito del secondo gruppo, secondo il raccozzo sillabico quasi generalmente accettato, si intende col Galvani : « molti sono i tuoi dami o ganzerini, ma non mai perciò sei arrivata a comporre una salma... »; o col Grion: « uno di più non ti peserà »; e pare al D'Ancona che, « dato il salmandai o salma nd'ài, questa del Grion e del Galvani sia forse la migliore interpretazione che del passo possa cavarsi » [4].

Arzigogoli li chiama il D'Ovidio, avanzando altre congetture. E tali sono veramente, chi consideri che per nessuna di queste interpretazioni, che mi pare abbiano il medesimo peccato d'origine, si legan logicamente tra loro botta e risposta, in un poemetto nel quale il rapporto ideale é sempre pronto, vivido, calzante e incalzante [5]. Pantasa, veramente, nella sua arsura, il buono e intraprendente amante, se alla donna che gli canta che il frutto del suo orto, non che fosse un boccone pei denti d'uno spiantato, non avean potuto assaporarlo cavalieri e conti e marchesi, ei risponde: son molti, sì, i tuoi dami, ma non però numerosissimi; e uno di più non ti graverà troppo. Non intende l'intelligente peccatore ch'essa fa questione di qualità e non di numero? e che, se pur di numero, quest'é di onze, e non di vagheggini? E, se mai, aspira anch'egli a mettersi in ischiera tra i ganzerini « che senza speme vivono in disio »? E non conto quella benedetta e insolente salma o soma di spasimanti, con un certo significato di quantità e di schiera numerosa che, per quel ch'io ne so, non é stato sufficientemente confortato con esempi da nessuno! E ad ogni modo quell'espressione é altra cosa dalla frase avverbiale a soma.

Non senza ragione adunque il D'Ovidio, con signorile prodigalità, ci lancia una quaterna congetturale. Ma s'intende che quattro ipotesi nate a un parto, denuncino quanto... buio sia il buio accusato dall'illustre professore, il quale, più sollecito del vero che delle sue creature, sul fine del suo dire in argomento s'accontenta di « concludere che ógni nuovo sforzo ermeneutico deve tener conto di due cose: che difficilmente garofani indica il leggiadro fiore o le idee accessorie che oggi vi si possono annettere, e che questo verso é verosimile che risponda all'oltraggio economico della donna ».

Io sono, pel primo punto, senz'altro del suo parere: garofano, nel volgare arcaico, é il chiodo aromatico indiano, Caryophillus aromaticus; e solo più tardi questo nome si estese al vago fiore che del chiodo ha l'aroma, che é stato qualificato come il fiore del Rinascimento italiano, ché il suo centro d'origine pare sia l'Italia, ove ne fu iniziata la coltivazione appunto verso il Quattrocento. Perciò parrà ragionevole almeno al D'Ovidio che sia messa da banda la sua prima congettura che si diparte dall'idea anacronistica di garofano fiore (« molti sono sulla pianta i garofani, ma non per questo se ne coglie una salma »): la sua e tutte l'altre che van fiutando fiori dischiusi ove non sono. Ora, il critico insigne, continuando a scrutare il termine garofano, opina che Cielo l'usi nel senso dantesco (Inf. XXIX, 128), « salvoché Dante lo ricordò per la sua applicazione culinaria e Cielo forse per una scherzevole accezione economica ». Altri giudichi quanti gradi di possibilità abbia questa accezione sostenuta con sagacia dal critico: quanto a me son d'avviso che Cielo usi quel vocabolo precisamente nel senso dantesco e iacoponico [6], e proprio in un'accezione gastronomica, quamvis transumptive. E così avvisando, seguo e sviluppo la celeste imagine culinaria, e propongo di leggere il verso così:

 

Molti son li garofani,      ma non che sal ma' 'nd'ài.

 

E usurpando la scienza e le parole del D'Ovidio, mi acquieto nell'assicurazione che in un vernacolo meridionale l'ài può andare pur come congiuntivo, come 2a di aja, e che anzi da Roma in giù sta bene l'indicativo dopo non che.

Ma che salsa é questa di chiodetti e sale? Che vuol dire? Ecco.

La donna, richiesta dello frutto del suo jardino, aveva risposto che quel frutto non avevan potuto addentarlo conti e marchesi e giustizieri: figurarsi se voleva gratificarne uno spiantato cantastorie, un « mal vesti », avrebbe detto la donna del Contrasto bilingue, al quale il poemetto di Cielo vuol esser raccostato per più d'un rispetto.

Quei tuoi titolati e magnati e magistrati! risponde lui, conciando in un intingolo garofanato i millantati rivali, e parlando per metafora. Ecco dei bocconi ben scempi picchiettati di stuzzicanti garofani, ma a cui manca il sale! Profusione di aromi in carne scipita, ma dai quali non avresti mai il buon sapore naturale della carne! I titoli, sì; ma son questi il sale, il gagliardo sapore dell'amore? - Questo mi pare il concetto, ch'io troppo e malamente stempero: questa l'imagine culinaria, che continua nella metafora del verso seguente, quando il focoso messere offre un altro piatto più saporoso al palato della bella

 

Assaggiami, e poi mi disprezzerai, se potrai.

 

Come si vede, io mi stacco dal D'Ovidio anche rispetto all'impressione generica che il verso 91 risponda all'oltraggio economico della donna: benchè anche questo concetto non ripugni del tutto alla metafora gastronomica di Cielo. Come i garofani rappresentano i titoli pomposi e vani, il fumo, così il sale, l'essenziale alle vivande, potrebbe ben essere il danaro, l'avire, l'arrosto insomma: assaggiami, egli direbbe, e vedrai che non sono un pitocco come mi credi. Esulerebbe il senso osceno che nel 92° verso trovava il Bartoli; dileguerebbe il cinico invito che al D'Ovidio parve già che vi fosse [7], e ora più non pare. Ma il sapore (s'avanti non m'assài) nel contrasto tra questi due, dei quali l'uno, in un parossismo di bramosia sensuale, anela ad espugnare, è connaturato a un odor forte di carnalità, di cui anche la donna mostra d'avere pienamente il senso, come nella comicissima strofe ventiseiesima

 

Morta sï è la femina, a lo 'ntutto

Perdeci lo sabore e lo disdutto;

 

e però sembra proprio che la frase voglia alludere alle qualità di fervido amatore, se non pure di valente giostratore [8], e sia una delle tante forme con le quali il seduttore, « com'omo c'ave arsura », con brama quasi rabbiosa chiede e incalza:

- « Tràjimi d'este focora »

- « Poniamo che s' ajunga il nostro amore »

- « Besogn'é ch'io ti tenga al mio domino »

- « Di quaci non mi móssera se non ai' de lo frutto - Lo quale stao ne lo tuo jardino »

- « Con teco m'ajo a jungere a peccare »

- « Fallo, mia donna, piazzati... »

- « Esto fatto far potesi innanti scalfi un uovo »

- « Arcompli mi' talento, amica bella... »

- « Arcompli mi' talento in caritate... ».

Credo che il tocco del v. 90 (« Men este di mill'onze... » ) sia ironico, e mi pare che la giusta osservazione, fatta dal D'Ovidio, che il damo non promette mai alla donna ricchezze, e che fuor della minaccia pecuniaria della defensa, non parla mai di danaro [9], permanga vera anche qui, se pure il chiaro critico sembri pensare o congetturare ben diversamente, quando propone di interpretare il v. 91 così: « Non sono povero quanto tu mi fai, molti sono i miei quattrini (garofani), benché, é vero, non ne abbia una salma [10].

 

All'oltraggio economico direi che risponda il v. 93. Il quale é veramente di difficile interpretazione, specialmente perchè, come bene osservò il D'Ovidio, la frase jungeti a le prai non é certo che significhi « ti respinge alla spiaggia », ma « potrebbe invece indicare l'approdo; un desiderato approdo ».

Facendo buon viso all'ipotesi del critico, che il « giungeti potrebbe esser corruzione di giungemi », si caverebbe questo senso: « Se il vento, ora a me contrario, muta e mi sospinge alla spiaggia, al benessere, alla ricchezza [11], avrò a rammentarti queste tue parole (Men este di mill'onze...), con cui m'hai umiliato, ché ne é tutta dolente questa mia animuzza ».

Sarebbe una lieve violazione ai buoni consigli già ricordati del solingo e fervido studioso della Sambuca: lieve a un componimento in cui ben numerosi sono i ritocchi e le emendazioni fatte, sia pure da mani esperte e leggiere. Ma a mantenermi ligio al codice mi induce anche un'altra considerazione, che si risolve in un ostacolo alla detta congettura. E l'incaglio consiste, secondo un rilievo fatto dal D'Ovidio presentando un'altra ipotesi, « nel dover subordinare all'unico se due verbi (è, girasi) indicanti col presente due azioni consecutive in realtà e opposte, cioè dove a rigore ci vorrebbe: 'il vento é in proda, ma se girasi', o 'se il vento, che é in proda, girasi'». Ostacolo non insuperabile, come osserva il sottilissimo chiosatore, ma a cui va aggiunto un altro osservabile argomento. Se il canterino si limita a una onesta allusione alla fortuna avvenire, o - tanto peggio o tanto meglio - si volge addirittura alla carta del tenero, se egli fa l'accorato, perché Madonna esce improvvisamente dai gangheri come non mai, perché fieramente infellonisce? Nelle altre parti del Contrasto le risposte della donna non son sempre melate e all'acqua di rosa: tutt'altro; ma, insomma, come é nel suo carattere artisticamente rilevato e coerente nell'incoerenza, si difende dagli stringenti assalti del suo satiraccio un po' rozzamente, un po' sguaiatetta, un po' eccessiva, senza apparirci mai invasata di tanto furore come nell'espressiva, ma truculenta ipotiposi della strofe ventesima. Persino quando il furbo giunge, coll'arma dell'adulazione, a spingerla a fargli suo pregheri ch'ei la richieda al padre e alla madre, e poi, petulante e semicanagliesco trionfatore, si vanta di averle dato la bolta sottana, di prevedere la resa a discrezione senza nozze legali, e, nella sua impudente presunzione di maschio irresistibile, la sfida a fare ancora la ritrosa; ella non si sganghera troppo: a chi si vantava di aver trionfato della sua resistenza, protesta la sua sicurezza inviolabile: istómi 'n esta grorïa d'esto forte castiello, e gli scaglia un'intimazione e un'imprecazione che non escon troppo dall'uso di certe creanze rusticane e non rusticane: Vattene, che tu possa esser qui morto! Nella strofa 20a, invece, la donna, evidentemente esasperata, prorompe, a mo' d'augurio, in parole di singolare crudezza, con le quali l'artista rende con vera potenza di rappresentazione una terribile scena: « Magari dolorasse tanto l'anima tua che tu rotolassi a terra nell'ansia e nello spasimo dell'agonia, e la gente accorresse d'ogni parte, e tutti a me dicessero: soccorri questo disgraziato! Per tutte le ricchezze del Papa e del Soldano, non degnerei di tenderti la mano! ».

Donde tutto questo sdegno? Ecco: « La donna, nuovamente stizzita che egli faccia sempre il sordo, quand'essa allude a qualcosa di concreto, dal patetico accenno all'animuccia trae l'incentivo e la formula a una nuova imprecazione ». Così il D'Ovidio (p. 727), e s'io intendo bene il suo pensiero, lui fa il sordo in quanto, ricevuta la taccia di povero, non essendo in grado di vantarsi ricco né di prometter lauti doni, ancora una volta sguiscia (p. 726). Già io nego che la donna batta a danaro mai, e s'ella dice d'esser donna di perperi, vuol significare appunto ch'essa non si lascerebbe mai trascinare al peccato per venalità; e s'ella gli rinfaccia: « Men este di mill'onze lo tuo avire », non lo fa per gettar là una tariffa delle sue grazie, ma per far sentire ch'essa é troppo alta per uomo sì meschino. Questo è tanto vero che lo stesso D'Ovidio, nell'oppugnare un confronto del componimento di Cielo con una Pastorella (Bartsch, II, 47), dice che la donna del Contrasto « non eccede mai i limiti d'una donna semplicemente onesta »; e, alla buon'ora, é dimostrato verissimo anche dalla capitolazione, che avviene senza compensi e indennità, al maggior buon mercato.

Mi pare che lo sdegno e l'imprecazione di lei vadan messi in relazione con le parole di lui, contenute nei versi 93-95, e specialmente nel primo di questi

 

Se vento è in proda, e girasi e jungeti a le prai.

 

Il D'Ovidio, notando « certe voci e frasi e giri uguali e rassomiglianti », che sono accorgimenti stilistici, non manca di richiamar l'attenzione sui tanti se (venti ne registra, e ad essi dev'essere aggiunto quello del v. 6 e, chi segua la lezione del D'Ovidio, quello del v. 129), inizianti un'ipotesi per lo più minacciosa o dolorosa, ed una volta incalzantisi con una ingenuità sintattica che rasenta l'anacoluto.

Or bene, io non so se il chiaro professore, che tutto il Contrasto ha sottoposto a una disamina insuperabile per finezza e acume, abbia avvertito che non tutti quei se introducono veramente un'ipotesi. A petto di forse quattordici che sono schiettamente condizionali, altri o larvano una relazione elettiva o anche temporale (v. 11: « possa io essere morto, avanti che tu ti tagli i capelli... » [12]), o esprimono un rapporto concessivo o suppositizio [13] (v. 21: « quand'anche i tuoi parenti mi trovino, e che mi posson fare? », e v. 28: « se pure tu mi donassi... »; e v. 82: « Dovessi pure essere ucciso, .... non mi moverei »; e v. 118: « quantunque tu mi giurassi... » [14] (1); e v. 158: « S'eo mi nispreso... » [15], o un rapporto ottativo (v. 96: « Macàra se dolesseti » : utinam).

Ora, chi bene osservi, l'anomalia sintattica rilevata dal D'Ovidio nel v. 93, e della quale ho fatto cenno poc'anzi, è, quasi certo, soltanto apparente: perchè, a mio giudizio, quel primo se (se vento è in proda) è concessivo, come mostra anche l'interpretazione che lo stesso illustre critico ne dà: « il vento è in proda, ma se girasi... »; che vuol dire: « sia pure il vento in proda, ma... » . Ma, obietterà il paziente lettore, nel v. 93, dopo la frase ricordata, seguono un e (e girasi) e poi un altro e (e jungeti), che sembrerebbero indicare coordinazione nella subordinazione. Ebbene: io attribuisco un forte rilievo avversativo a quel primo e [16] , mentre lo metto in correlazione col secondo che ad un tempo assume significato intensivo e pure antitetico, e interpreto: « Sì, il vento è in proda (la fortuna mi è avversa), ma esso ben si volge (può e deve volgersi) e (trapasso enfatico che il poeta o il giullare avran rilevato con la voce) [può volgersi contro di te, che ti par di navigare a gonfie vele e spingerti alla spiaggia] ti lascia in secco. Allora ti ricorderò le dure parole onde mi rinfacci la povertà ».

Questo modo di concepire e di esprimere mi par tutt'altro che alieno dall'indole e dal linguaggio meridionale, dove tanto rilievo dà l'accento e la mimica. Io mi limito qui ad osservare che è tanto molteplice e così poco studiato il rapporto espresso dall'e nella poesia sicula, nella quale assume talora potenza esclamativa, vuoi di dolore, vuoi di sdegno, e anche significazione decisamente avversativa: di sospiroso dolore, per esempio, nella poesia attribuita dal solo Vaticano 3793 a Re Federigo

 

Dolze meo drudo, e vaténe;

 

di doloroso valore oppositivo nello stesso unico del re poeta:

 

. . . ti diparti da mene

ed io tapina rimanno [17].

 

E d'altra parte quell'espressiva breviloquenza fraseologica che lascia tralucere una parte del pensiero è tutt'altro che ignota alle ragioni dell'arte, e massime della poesia. « Giungere non è sbattere », dice il D'Ovidio (p. 701), ed è vero; ma l'azione dello sbattere (affligere ad), operata dal vento, è ben facile a sottintendersi, se è espressa la sua conseguenza, il congiungersi alla terra, quasi penetrare e saldarsi in quella per l'azione dell'urto (affligi): non altrimenti Virgilio efficacemente rappresenta Troia precipitata e immersa nelle fiamme con la frase «considere in ignis » [18].

Non so se la mia chiosa piacerà a qualcuno: certo nessuno potrebbe ravvisare in quel se il vento è in proda, la protasi di un periodo condizionale, perchè è nella natura di questo di affermare una conseguenza, data la condizione. Or mi si condoni la peregrinità scolastica, e vedasi un po' che razza di conseguenza logica sarebbe in questo perioduzzo : « Se sono un poveraccio, ti ricorderò queste parole ». Nella tormentata frase si nega la conseguenza che potrebbe essere: « non son perciò degno di disprezzo »; la si nega, dico, pur ammettendo la condizione, e perciò sono nettamente diagnosticabili i caratteri d'una concessiva [19]. Questo devesi tener fermo; ma se non piacesse di accogliere il resto dell'esposta interpretazione, bisognerebbe acconciarsi a ritenere che il poeta, vuoi per rendere la concitazione dell'anima del Don Giovanni, vuoi per cercato vezzo popolareggiante (é difficile ammettere imperizia nella sintassi, dopo quanto ha scritto il D'Ovidio, passim, e massime a pp. 719, 720 e p. 729), abbia espresso con quel se un triplice rapporto: il primo, concessivo (se é in proda); il secondo (col se sottinteso), condizionale (se girasi); il terzo pur ipotetico e coordinato al secondo (e jungeti...), esprimendo questo senso « Il vento mi è contrario, ma se mutasi e spinge te alla terra, ti rimembrerò le tue parole ». La prima congettura richiede il punto alla fine del verso, la seconda la virgola.

E a me non ripugnerebbe certo di determinarmi a questa seconda soluzione dell'arduo problema, se poeti ben periti nell'arte dei carmi indulsero a consimili licenze [20]. Ma e l'una e l'altra interpretazione ci abbozzano una scena intenzionale, dove l'insolente e astuto messere par fingere madonna arenata, sulle secche, senza piú i suoi millantati cavalieri, sospirare all'asciutto: allora egli, l'antico zimbello della fortuna, le dirà: « Ah, spiantato a me! ah men este di mill'onze lo tuo avire! Or vedi! ».

Non ricerchiamo se, nell'intenzione dell'artista, quegli organismi concettuali che, nella strofe XIX, si adattano, come pare, ad altrettanti versi, quasi idee insorgenti e tumultuanti nella mente, vogliano rendere la concitazione dello spirito e l'eccitazione dei sensi, ovvero mosse calcolate e di preveduto effetto sull'animo della donna: ponti e scale. Certo è che essa perde la misura e prorompe nella sfuriata parossistica che, scaturita tutt'insieme dalla mente e pronunciata d'un fiato, forma un solo organismo che abbraccia tutta la strofe XX. La quale, per la costruzione, si stacca e spicca tra l'altre che, tutte, hanno pause varie e spezzature; e per l'intonazione singolarmente contrasta con l'andamento lento e il tono mesto e patetico delle parole dell'uomo nei due primi versi della strofe seguente: « morire, o vita mia, nella tua casa, sarebbe conforto all'eterno delirio dell'anima »; andamento che nella stessa strofe diventa piú concitato, tono che si fa aspro e stridente, quando l'amante matricolato esprime non più i suoi sentimenti, ma quelli della jente, fingendo una sorta di dissonante coro da comari giudicatrici della spietata crudezza di lei.

 

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E pare che il vincolo ideale tra la strofe XIX e la XX sia questo. Madonna ben comprende il senso degli ultimi versi, e specialmente é colpita dall'imagine dell'emistichio: e jungeti a le praj, gettata là da lui in tono quasi proverbiale e che essa intende in senso quasi augurale, e ne é offesa nella sua dignità di donna di perperi, o di femmina che si gloria di affermarsi tale; afferra a volo l'accenno all'animella, la dolente animula che il tentatore le presenta compunta di dolore, e vivendo nella donnesca fantasia la possibile futura condizione sua abbozzata da lui, trabocca nei versi passionati: « Magari l'anima ti dolesse tanto che tu cadessi tra spasimi d'angoscia... ». Ebbene, essa non più col vento in poppa, ma in proda, essa caduta dalle altezze, non tenderebbe la mano a quel malnato, per quanto prospera fosse la fortuna volta in suo favore:

 

Non ti degnàra porgere la mano

Per quanto avere à 'l Papa e lo Soldano.

 

Non dico che messere appaia qui molto cavalleresco e idealmente cortese; ma già egli ci ha abituato alle sue bizzarrie, e non ignoriamo ch'ei sa essere spavaldo come umile, e sa assumere pigli e metodi erotici poco o tanto guappeschi; e al postutto l'amante é, non come lo possiamo voler noi, o poteva volerlo, tutto gecchito, la scuola aulica, ma come l'ha ideato l'artista, e anzi come ce lo presenta il testo nell'assetto pervenutoci.

Tuttavia sento che le maggiori obiezioni potranno essere fatte all'interpretazione dell'emistichio « e jungeti a le prai », e specialmente del verbo jungere, dove piacerà ad alcuno di ravvisare l'espressione di un desiderio, di una sospirata congiunzione alla riva beata della prosperità. Rimuginiamo la riflessione del D'Ovidio: « giungere non é sbattere ». Ma io dico bene che giungere non é neanche condurre; eppure l'idea d'un movimento si deve di necessità sottintendere, in quanto é il mezzo necessario che congiunga, vuoi a una deprecata terra di naufragio, vuoi a un porto desiderato. Resta che sia confortato d'esempio il primo di questi due sensi, che é d'uso poetico evidentemente raro; e ci soccorre prontamente l'Ariosto, che dà a quel verbo un significato appunto di condurre irresistibilmente:

 

Da iniqua stella a fier destin fu giunto

A ber la fiamma in quel ghiacciato rivo;

 

e piace rilevare che la stella maligna fa qui la parte del vento avverso, e giugne, sospinge Rinaldo al fiero destino del bere la fiamma d'amore [21].

Non oso però negare che il verbo giungere può invitare, non irragionevolmente, a sentirvi un'espressione ottativa che, come s'è visto, potrebbe sostenersi accettando l'arbitrio della variante: iungemi. E penserà forse alcuno che ci si possa arrivare anche tenendo ferma la lezione del codice, dando alla frase un'intonazione proverbiale e generica, che risulta spesso dal volgere la parola ad altri con la seconda persona. Così, dando un'occhiata alla larga messe di proverbi raccolti dal Giusti, trovo:

« Quando il diavolo fa orazione ti vuole ingannare »; « Compagno allegro per cammino, ti serve per ronzino »; « Il nemico ti fa savio »; « La prosperità ti nasconde la verità »; e, della fortuna: « quando é passata non l'acchiappi più ». E senza ricorrere ai proverbi, ci può accader di dire, parlando di un minuzioso inquisitore: « ei ti va a ricercare il pel nell'uovo », e di un eloquente oratore: « ei ti cerca le vie dell'anima » [22].

Piacerà forse ad alcuno, ho detto, ed anzi piace ad alcuno; ma si badi che la cosa non é così semplice. Anzitutto non si potrebbe mai conciliare l'intonazione proverbiale con l'idea dell'ipotesi (dannata ipotesi), perché sarebbe strano e contrario a ogni uso di linguaggio che l'amante, volgendosi alla donna, le dicesse: « se il vento muta per me, e ti conduce alla desiata spiaggia », con la pretesa ch'ella intenda ch'ei parla proverbialmente e allude a se stesso. Questo é intuitivo tanto che non c'era bisogno di insistervi. Si ritorna così necessariamente alla mia proposta di dare significato concessivo al se, e un carattere antitetico ai due e, che può conciliarsi col fare proverbiale. Ma é da notarsi che la proverbialità non potrebbe riguardare la secondaria concessiva « se il vento é in proda », che indiscutibilmente allude alla persona dell'amante, perché l'amante non può non prender le mosse da sé stesso, dalla sua infelice condizione: dal caso concreto egli risalirebbe alla possibilità generale e astratta di mutamenti di fortuna, per insinuare implicitamente che un cambiamento può avvenire anche per lui.

Ma io, in questa forma così adulterata, così imbastardita, dell'atteggiamento proverbiale del pensiero, sento qualche cosa che ripugna a quella qualunque povera conoscenza che ho della lingua del Duecento: e s'io intendo un concetto che sia tutto esposto, con intonazione popolare, in forma proverbiale, meno bene intendo una sentenziosità che si spicchi, anche sintatticamente, dal caso individuale e concreto della protasi concessiva; e, per mettere i puntini sugli i, mi par strano che l'amante, avendo introdotto il suo dire col parlare di sé, volgendosi alla donna, proverbialmente, per alludere a sé stesso, dica: « ti congiunge ».

A chi faccia buon viso a quest'ibridismo formale, dirò che il senso che ne esce non contraddice ai rapporti ideali che ho stabilito tra la strofe XIX e la seguente. Soltanto, bisognerebbe cercare la ragione dello sdegno di lei nella minaccia di rinfacciarle le ingiuriose parole; bisognerebbe figurarci la donna un grado di più attendibile e irosa; il che non ripugna certo, perché quello sdegno, come tosto mostrerò, é mezzo d'arte. Quanto al v. 100, si avverta che la donna non viene qui a un accenno economico affatto spontaneo, come piacque al D'Ovidio di chiamarlo [23], ma determinato da stretta concatenazione di idee: ed é accenno per nulla intenzionale, e la cui molla non é il calcolo, ma lo sdegno.

Sdegno bizzarramente, sproporzionatamente e con ciò comicamente divampante, non simulato né sfruttato, ma vero e spontaneo, come tutti i sentimenti di questa donna: sdegno femmineo che s'accende e si consuma come fuoco di paglia. Costei non é la scaltra che resista fin che può per trarre a sé i maggiori vantaggi; che finga ire per mercare i migliori patti dell'amore; che voglia e sappia « assaporare tutte le smanie dell'amatore o le sue lusinghe », come parve al D'Ovidio (p. 718; e ved. anche a p. 602: « Tutte le arie della donna non sono sincere... ». Non essa guida le fila della scena che si svolge; essa è menata, come chi non può repugnare, da chi è per natura, per sesso, più forte di lei, da chi della femmina conosce la fragilità insidiata dai difetti della natura muliebre; essa è il trastullo dell'uomo scaltro e sensuale; è quasi tutta passiva dal principio alla fine del Contrasto.

Mediocre ceto, mediocre virtù, mediocre intelligenza. Se gli splendori della sua bellezza fisica ci sfuggono, come quelli delle auliche dame della poesia cortigiana - se non in quanto sappiamo che le sue chiome sono gioia e diporto dell'innamorato - la sua persona morale ci appre invece largamente disegnata. Si adombra alle prime ardenti dichiarazioni; ha - almeno in bocca - un certo salutare timore del padre e degli altri parenti, un culto schietto per Dio e i santi, un altro culto non meno verace per i perperi, come tutte le donne un po' volgari (e non proprio solo le donne volgari), anzi elegge l'oro, e l'oro coniato a simbolo della propria rispettabilità; ha una stima anche maggiore della sua bellezza; é arguta e canzonatrice [24], é civettuola, e qua e là si dà certe arie leziosette di signorina, e non ignora il formulario elegante [25], benché illetterata (str. 31); eppure é, di regola, sguaiata nel sentire e nel dire, anche se passa per la via d'Amore (ahi! ideale teorica d'amore e cor gentile), di quella volgarità che é propria anche di gente non disagiata, ma venuta su - diceva il Boccaccio - dalle troiate; diffidente dell'arti del maschio come può femmina, e non quanto basta; mobile, sensibilissima all'adulazione e all'offesa, pronta a trascendere, a raddrizzarsi di fronte alla volgare astuzia del damo, esagerata nell'espressione de' suoi sentimenti; vana d'esser desiderata da conti e marchesi; donnescamente sensibile alla lode dell'abito; intinta, più che non talenti al seduttore, del pregiudizio del matrimonio; pietosa; sensuale, in materia di sensualità conosce e pratica certe libertà di linguaggio, e intende l' « arsura » dell'omo; inorridisce all'impeto carnale profanatore, ma ne é commossa e raddolcita; resiste strenuamente (il Contrasto é l'epilogo di un lungo assedio: vv. 26, 113), e, stremata la resistenza dall'arte del trionfatore e dal languor dei sensi, dalla sua stessa credulità, va al sacrificio con gioia voluttuosa e con umile cuore. Finalmente vediamo che amore, anche l'amor sensuale, umilia le fiere! Va al sacrificio, la prima volta? Il D'Ancona ciò non garantisce; il D'Ovidio rimanda al D'Ancona. L'inchiesta non parrebbe assolutamente necessaria alla comprensione del poemetto; ma chi volesse a tutti i costi la sentenza del grave piato, potrebbe saggiamente ricorrere alla scienza della Licisca del Decameron. Certo, quel finale invito a lo letto, argomenta disgustosamente più che tutto il dialogo: ma l'indagare la ragione di sì inaspettata e procace proposizione non sarà inutile alla definizione del carattere della donna; come la spiegazione del fine di due strane strofette poste in bocca all'uomo, non sarà vana all'apprezzamento dell'intera operetta.

Con lo studio critico del D'Ovidio sul valore intrinseco del poemetto [26] la valutazione estetica di questo é entrata in una nuova fase, che mi sembra in massima definitiva, ed alla quale stentatamente si poté giungere per l'autorità grande di chi, professando ben diversa opinione - e un po' sistematica opinione sulla popolarità del Contrasto - aveva corredato questa poesia di un largo proemio e di luculente note che il D'Ovidio giustamente chiama « commento perpetuo » .

Giudica adunque il D'Ovidio che il Contrasto sia « l'opera d'un vero poeta, pieno d'ispirazione e che sapeva bene quel che faceva »; e che « l'uomo che ruppe la compassata monotonia del parnaso meridionale, e con tanto vigore e abilità da venire il lavoro suo accolto in un canzoniere come quello vaticano, non fosse un bonaccione di poeta popolare, nemmanco nel senso abbastanza nobile che questo titolo può avere, poniamo, per Antonio Pucci »; ma che « ei fosse un artista colto, quantunque di natura diversa dalla cortigiana, e nemmeno privo della cognizione di quest'ultima »; e che « potrebbe non esser maligno il sospetto ch'egli avesse la precisa intenzione, col suo quadretto erotico grossolanamente schietto, di burlarsi dell'erotismo artificiato della poesia aulica ». Comico il fondo della poesia; ma di « una comicità intima e profonda, perfettamente drammatica, acutamente psicologica; e il poeta non viene mai fuori con qualche scherzo che, atto soltanto a sfogare l'ilarità sua o a suscitare quella del pubblico, non sia però conveniente alla situazione e ai personaggi. Seriamente svolto il tema, serio il tono ».

Indubbiamente Cielo ha trovato il suo critico profondo che, non rifiutando quel che di vero era nella vecchia, oppugnata tesi del Caix, sa illuminare il Contrasto della sua vera luce; ma io oserei fare alcuna tenue riserva per ciò ch'egli dice della convenienza delle varie parti alla situazione e ai personaggi, e massime per ciò ch'egli afferma nel rilevare (p. 723) la gradazione, il lento progresso nell'assedio e nella resa: cioè che persino « certi scatti repentini, che paiono risospingere le cose al loro stato primiero, in realtà avviano pur essi alla catastrofe ».

Veramente il D'Ovidio, che sottopone il testo del poemetto a un esame minutissimo e lo sviscera in tutti i punti e in tutti i sensi, non mostra però troppo bene come quegli sbalzi, momentaneamente regressivi, serbino una perfetta verosimiglianza psicologica ». Forse gli parrà intuitivo; ma noi imparammo anche da lui che quello che sembra evidente così di lontano, talora non é più semplice e chiaro, se lo esaminiamo da vicino. Perché il nostro Don Giovanni, al v. 31 e sgg., fa lo scettico, sdottoreggia insolentemente sulla natura fisica e morale della femmina che « d'omo non si po' tenere »?

Perché al v. 72, dopo aver condotto a buon punto gli approcci, smaschera le sue batterie, e dice alla donna d'aver saputo sfruttare le sue parole per giungere alla méta ? Cos'è questa spavalda constatazione della debolezza congenita della femmina ? é naturale, é logica in un uomo « ch'ave arsura », la cui anima « sta in suttilitade »? È psicologicamente vera questa impertinenza? é psicologicamente e logicamente utile alla conquista meditata e anelata, e ardentemente voluta senza dilazioni? Se sì, il darvi rilievo non vuol esser tanto semplice. Bisognerebbe concepire l'uomo come un matricolato espugnator di femmine - in ciò non si penerà troppo - il quale, quando la donna accenna a capitolare, ma pur troppo parla di mare e di peri e di nozze, brutalmente le toglie ogni tentazione di tirar più in ballo gli incomodissimi genitori, col richiamarla bruscamente alla realtà della sua voglia immediata, ch'ella deve sentire e alla quale deve essere ormai prona. Saremmo di fronte ad un deciso attuatore di quel precetto che, tutto teorico, rientrerà nell'arte di amare di un sublime e sventurato amante, il quale (povero Leopardi!) assicurava che « uno dei mezzi più frequenti « e più sicuri di piacere alle donne é quello di trattarle con dispregio ».

Ma in complesso ciò pare artificioso, e sconveniente al celeste amante così ardente, così fremente; e par difforme da quella finezza psicologica, che invero é ammirabile altrove. Io credo che nei due punti indicati difetti la coerenza tra le parole e la situazione e lo scopo prefissosi dal personaggio più attivo del Contrasto; credo che in quelle strofe, che son nodi nell'ordito, parli non tanto il seduttore, che tanto caldo trasuda, quanto il poeta.

Vediamo di spiegarci. Che questa poesia sia percorsa da una vena di comicità intima e profonda, come già dissi, ha rilevato il D'Ovidio; il quale anche ha avvertito che seriamente é svolto il tema, e serio il tono. Or non sfugga a nessuno che i caratteri del comico che qui il D'Ovidio tratteggia sono ben quelli dei grandi poeti comici, sono quelli, per esempio, del grande autore del Decamerone, « Giovanni della tranquillità »: il quale contempla e indaga il suo mondo, il mondo della realtà, quello stesso che vediamo agitarsi e lussuriare per entro alle sue mirabili novelle, con serietà da storico e con sereno sorriso da artista, improntato a una sottile ironia; e quella realtà e quella società rappresenta direttamente, così com'è, co' suoi vizi, con la sua ignoranza, con la sua furberia. Ora, l'integrazione del comico é tanto più perfetta, quanto l'autore - cito le parole di un profondissimo critico ed esteta - ha l'aria di non aggiungervi niente del suo, egli che ne é il mago; non si distrae mai; non mette mai fuori il capo per fare una smorfia che provochi il riso. Ha l'aria.

Così il De Sanctis. E questo idealmente sia vero. Ma mi pare qui opportuno di fare un'osservazione che parrà ovvia. Benedetto Croce; discorrendo da par suo della comicità del Boccaccio in una mirabile monografia intorno a una novella del Decameron, dopo aver detto che, poiché una realtà inferiore esiste e persiste, giova guardarla attentamente, indagarla, rappresentarla con cura; aggiunge che « appunto perché, sebbene più rara esiste altresì una realtà superiore, l'altra inferiore non può non assumere, al lume di quella, un aspetto comico » [27]. Ma si badi che un'abietta realtà al paragone di una realtà nobile, può darci l'ilare riso del Boccaccio, come i magnanimi sdegni dell'Alighieri; può ispirare il Ciacco e l'Argenti di Dante, come il Ciacco e l'Argenti del Certaldese; il piacevole folleggiare delle amabili donne del Decameron, come le fiere condanne delle sfacciate donne fiorentine e delle Cianghelle. Evidentemente l'esteta illustre trascura qui un elemento che é essenziale nella formazione del comico: il cui carattere necessario consiste nello sguardo onde l'artista contempla una realtà inferiore, nel sorriso ch'egli su quella diffonde. Perciò, mentre l'artista ha l'aria di non aggiunger nulla di suo, a quella realtà egli comunica uno spiro ch'è ben suo, e da quella fa sprizzar scintille, che non possono accendersi che al contatto dello spirito suo. Perciò, mentre l'artista col suo sguardo, quasi raggio, illumina di luce diretta la materia e la colora, é sommamente difficile ch'ei non riveli se stesso, ch'ei non faccia capolino col suo riso beffardo.

É il caso di alcune novelle del Boccaccio; é il caso del Contrasto di Cielo. E poiché un esempio può e deve chiarire quel che vo' dicendo, mi richiamerò a una delle più lodate novelle del Certaldese, a quella stessa novella di Andreuccio da Perugia (Decameron, II, 5) della quale B. Croce nel ricordato studio ha mostrato la logica perfettissima, notando che i caratteri dei personaggi, gl'incidenti tra i quali operano, i motivi che sorgono a volta a volta nei loro animi, vi sono così bene espressi o così sapientemente accennati, che la mente nell'esaminarla con attenzione, riconosce la necessità che le cose si svolgessero proprio nel modo in cui sono narrate [28].

Volgiamoci a un punto del racconto disegnato con molta cura, anche a giudizio dell'autorevole critico napoletano: alla scena che accade al Malpertugio, dopo che Andreuccio é stato abilmente giocato da madonna Fiordaliso e ha fatto l'involontario salto nell'immondo chiassuolo. Il malcapitato perugino, tutto lordo, va all'uscio della casa di Madonna, e molto il dimena e il percuote, e piagne « come colui che chiara vedea la sua disavventura », ed esce improvvisamente in queste parole: « Oimé lasso, in come picciol tempo ho io perduto cinquecento fiorini e una sorella ». É un'arguzia comicissima e felicissima, ma innaturale nella bocca di un uomo che ha fatto un salto in un uman privato e ne porta i nauseanti segni, e che ora tempesta di colpi l'uscio infamemente ospitale e ormai spietatamente chiuso della degna cavaleressa, e urla e desta tutto il vicinato, ed é presso a convertire in rabbia la grande ira. Chi non vede che qui si protende la placida e serena faccia di quel mago simpatico che é il Boccaccio, il quale illumina l'episodio della sua arguta filosofia? E anche poco piú avanti, nella stessa scena, quando Andreuccio é alle prese con la servigiale di Madonna, che proverbiosamente lo tratta da cianciatore e da ubbriaco, se il povero eroe, gabbato dice: « Come? non sai che io mi dico? certo sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Sicilia, che in picciol tempo si dimentichino... », noi troviam questa scena condita di sale comicissimo; ma ci accorgiamo bene che la simpatica faccia del faceto burattinaio appare tra le sue creature, cioè la faccia di chi é al di fuori degli avvenimenti e beatamente li contempla, e per temperamento vede il riso nelle cose, come altri vi sente le lagrime: e primo fra tutti dovrebbe sentirvele la vittima, che invece esce in due bei tratti di spirito, atti a suscitare il riso.

Questi che son errori di psicologia nella rappresentazione dei caratteri, ma concorrono a raggiungere gl'intenti del comico, io credo di vedere nei due punti del Contrasto di Cielo che ho additati. Ma il poeta dugentesco, mentre nella accurata rappresentazione di una comica realtà supera, oserei dire, lo stesso Boccaccio (messer Giovanni in quel suo meraviglioso caleidoscopio di lussureggianti donne, non ha una comica figura femminea così compiutamente, così naturalmente disegnata: non Alatiel, non la innominata gentildonna fiorentina della nov. III, G. III, non Alibech, non madonna Lisetta da ca Quirino, la donna bamba che pure, nella sciocca vanità della sua bellezza, ha qualche punto di contatto con la rosa aulentissima), invece nell'indulgere a questo spediente é assai meno felice, é sgraziato, quasi sguaiato. Ma nello stesso tempo meglio ci aiuta a intendere lo spirito che anima il suo poemetto, che è essenzialmente comico, non senza qualche stigma satirico. Infatti se Cielo nella strofe settima fa che l'amante assuma un fare sentenzioso e reciti un'antipatica e caricata definizione della natura della femmina che é sempre preda dell'uomo, esperto cacciatore, gli é ch'ei qui bellamente sottolinea l'intendimento del suo poemetto, nel quale si svolge appunto un'abile fervida caccia con l'inevitabile finale cattura, secondo la cinica sentenza del v. 34. Se Cielo induce l'uomo a spiattellare sul viso alla donna i suoi irresistibili metodi d'assalto e a sfidarla a resistere se può, non pare a me che ciò dipenda unicamente dal fatto che a messere, come dice il D'Ovidio, « par piú furberia parlar con meno cerimonie » [29], ma anche dal proposito dell'autore di intensificare la caricatura della femmina, essere debole che non può non essere il trastullo dell'uomo: alla quale anzi si può giungere a rinfacciare le debolezze e massime la vanità, senza che essa sappia guardarsene ed evitarne gli effetti: ché quelle fanfaronate, così paradossali da sembrar illogiche, mostrano bene, al paragone della chiusa, che femmina d'omo non si pó tenere »; della chiusa la quale non ci sorprende tanto per la dedizione di Madonna, quanto per quell'invito al letto, la cui vana lubricità piú offende, perché segue a una strofe dove la comicità lietissima trionfa e felicemente culmina. Ma in quell'invito, inutile all'arte, inutile allo scioglimento del dramma, é il frizzo, o meglio lo scherno finale destinato a suscitare le grasse risa degli ascoltatori a spese della donna rappresentata come pura femmina. La quale, nonostante certi rappezzi di leziosa galanteria, che hanno valore rappresentativo, e sono quasi mal diffusi sprazzi di vernice sopra una superfice scabra, si mostra in tutta la plebeità dello spirito, che più risalta pel voluto contrasto; e dalle inaccessibilità delle sue millantate altezze discende, anzi sdrucciola; e, incalzata prima, si fa da ultimo guidatrice essa stessa all'ara. E anche il poemetto qui un po' discende dalle altezze; dall'ilare comicità scivola nella volgarità buffonesca, e l'arguto sorriso par degenerare in beffardo cachinno, e sghignazzare intemperante.

Ma in complesso ci ride maliziosa e arguta una rappresentazione di quell'antifemminismo che nel medio evo, più che motivo psicologico era motivo letterario, più che espressione morale era espressione intellettuale, e che non é meno, per questo, documento di psicologia storica; ma rappresentazione di un vero artista, quasi sempre sobria e desunta dalla diretta osservazione della realtà. Nel duplice coro di voci estollenti o denigranti la donna, le quali trovano notevole eco anche in un manipolo di poesie nostre volgari dugentesche di intonazione varia, che il tempo non ci ha invidiato, questa é l'espressione negativa più artisticamente temprata, ed é forma di quella tenue satira che un nostro critico illustre assegna a una « zona... neutra o intermedia in cui la satira sfuma e digrada nella beffa e nel riso » [30].

 

ALBERTO CORBELLINI.

 

Note

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[1] F. D'OVIDIO, Versificazione italiana e arte poetica medioevale, Milano, 1910, p. 699. Ved. questo Giorn., 1910, 56, 211.

[2] D'OVIDIO, Op. cit., p. 675; A. D'ANCONA, Studi sulla letteratura italiana de' primi secoli, 2a impr., Milano, 1891, p. 438. Varianti: v. 91 : son(o) ... nd'ài; 92 : dispregiaremi,    assai; 93 : im proda, e girasi, e giungieti ; 94: t'a'; 95 : Cà d’esta.

[3] Un autorevolissimo maestro, il Barbi, ammoniva ultimamente che non convenga «in queste gravi operazioni sui testi dimenticar mai il gran principio, che bisogna sforzarsi d'intendere, piuttosto che tirare a indovinar lezioni più o meno probabili ». È canone veramente fondamentale; perciò tra le più o meno fantastiche varianti congetturali proporrò qui, per condannarla, questa: « ma non che saima nd'ai »; saima = lardo, per saime con metaplasmo dalla 3a decl. alla 2a, come nella canzone del Castra fiorentino (DANTE, De Vulg. El., I, m ; Pèrcopo, La poesia giocosa, Collez. Vallardi, nella Storia dei generi letterari, p. 66) al v. 4° (MONACI, Crestom., p. 492). Il senso del verso potrebbe essere: « Son molti, sì, questi tuoi profumati vagheggini, ma non ne cavi nulla », « non ne mordi il grasso », o « non ne succi il lardo », come diceva quel begolardo di Cecco Angiolieri...

[4] D'ANCONA, Op. cit., p. 439.

[5] Lo stesso Amante si mostra cosciente di questa concatenazione che fa parte del suo metodo di conquista, perchè - com'egli dice a Madonna (v. 72) «de le tuo' parabole fatto n'ò ponti e scale ». Ved. anche D'OVIDIO, Op. cit., p. 718: « ardente passione, manifestantesi nel ribattere ostinatamente tutte le resistenze una per una, e nel ribatterle, si noti, con sole parole e ragionamenti »; e p. 720.

[6] Ved. il passo del poeta di Todi citato dall'Imbriani in D'ANCONA, Op. cit., p. 439. Ed evidentemente oliscono dell'aroma del chiodo indico le « mammelle garofolate » della Brunetta del componimentino contenuto nella Napolitana del cod. Magliab. strozz. 1040, cl. VII (CARDUCCI, Cantilene e ballate, XXXV); tant'è vero che Brunetta, con quel del garofano, porta seco il profumo del moscato:

Garofolate porti le mammelle,

Che ali più che non fa lo moscato.

[7] Ved. D'Ovidio, p. 601, dove dice non esser chiaro se il poeta « invochi e prometta brutalmente certi suoi pregi personali », e p. 700, dove giudica il senso osceno « troppo pulcineIlesco per questa poesia ».

[8] Il motivo procacemente sensuale doveva sembrar comico. In un'oscena ballata del secolo XIII (?) conservataci da un Memoriale bergamasco del 1340 (Pèrcopo, Op. cit., p. 41), un « fra' Sbereta » si sa laudare d'amore, onde alla sua penitente vien gola di provare s'egli è bon servitore.

[9] D'Ovidio, Op. cit., pp. 598-599. Leggasi anche quel ch'egli scrive a p. 715: « Lui in quel discorso (del danaro) non ama entrare, e quando non « può schivarlo, si limita a poche parole generiche. Niente promette nè offre, e apparisce tutt'altro che un ricco ».

[10] D'Ovidio, Op. cit., p. 700.

[11] Il D'Ovidio (p. 701) intende: alla riva dell'amor tuo.

[12] Più propriamente, il damo introduce qui il suo dire con un'ipotesi, che poi tosto interrompe con una relazione tra elettiva e temporale, simile a quella del verso precedente (Avanti li cavelli m'arritonno). E quel: se .., artonniti ha in sè qualcosa del deprecativo: « Tagliarti i capelli ! preferirei essere morto ».

[13] Sia qui di passaggio avvertito l'uso del si latino, concessivo: « Nec si velim possim, nec si (quand'anche) possim velim ».

[14] Un simile rapporto il poeta esprime con ancora (ancorchè): v. 134: « ancora tu nomm'ami, molto t'amo », che si può foggiare con la Carmen nella nota arietta: « Se tu non m'ami, ebben io t'amo » (Cfr. DANTE: « Io ti conosco ancor sie tutto lordo ».

[15] ) In questo verso il se, più che ipotesi, indica riconoscimento, ammissione, e perciò la proposizione rientra nelle concessive.

[16] Il rapporto antitetico per la congiunzione e ricorre assai frequente in Dante; per esempio, nella canzone Così nel mio parlar, v. 9: « ed ella ancide », dove il pensiero si svolge così: « la bella donna veste sua persona d'un diaspra tale che nessuna saetta può coglierla ignuda; ma ella ancide »; e v. 20 : « e 'l peso che m'affonda... », cioè: « par ch'essa curi del mio male, quanto nave teme il mare tranquillo; ma io sono inabissato da un peso tale che... »; e v. 39. Si noti che nei versi 19-20 di questa canzone pietrosa, ricorre l'imagine un po' convenzionale della nave e del mare, che è, benchè diversamente atteggiata, nel Contrasto. Cfr. anche Inferno, XVII, 12; XIX, 3; XXX, 63; Purg., XI, 95, ecc. E cons. il Vocabolario della Crusca, 5a impressione, alla lettera E, § XI. Nel v. 93 di Cielo potrebbesi anche leggere: e' volgesi.

[17] Monaci, Crestom., p. 72.

[18] Aeneis, II, 624. E vd. Ariosto, Furioso, XX, st. 90: « Da palchi e da finestre altri schiaccia » = « si precipita e si schiaccia ».

[19] Un esempio eloquente di ciò che qui dico, è nei versi 118-119 del Contrasto, e precisamente nel primo emistichio del v. 118, del quale ben a ragione il D'Ovidio ha tenuto ferma coi codici la lezione S'a le Vangelie jurimi, dove altri s'eran ridotti a ficcare un non, o a sottintenderlo, sedotti non soltanto dalla strofe XXX, come dice il D'Ovidio, ma anche dal criterio di mettere d'accordo la protasi con l'apodosi del presunto periodo ipotetico. Il quale, viceversa, è concessivo, ed è perciò ben giusto che la conseguenza (avereme non pòtteri) discenda contraria all'ipotesi: il che sente anche il D'Ovidio quando scrive (p. 705) che la donna « vuol parere tuttavia tanto acerba da non cedere se anche egli giurasse sul Vangelo ». La ragione logica del perchè non si deve credere che la donna già fin d'ora dica di contentarsi del Vangelo, l'ha rilevata col consueto acume il D'Ovidio: « l'uomo scatterebbe qui a trar fuori il libro, come scatta lì », cioè al v. 151 (p. 706). Ma parmi di vedere anche la ragione psicologica, perchè la donna dica di non contentarsi di tal solenne giuramento. L'accorgimento dell'uomo nell'opera sua di seduttore, nella strofe XXIII, è felicissimo. I primi versi soffusi di patetica mestizia, « A meve non aítano amici nè parenti: - Istrano mi son, carama, infra esta bona jenti », stimolano i sentimenti pietosi della donna. La protesta dell'omai lungo amore, « Or fa un anno, vitama, ch'entrata mi se' 'n menti, dà la misura della soffrenza » e della saldezza di un amore che vince il tempo e le ripulse. Il ricordo preciso del « maiuto » ch'ella portava, quando gli aperse il core, ridesta con la sottintesa ammirazione per l'eleganza dell'acconciatura, il senso e la soddisfazione della vanità muliebre. Egli le ha dunque dato, da maestro, un'altra bolta sottana, ed ella è quasi vinta, e il resto della sua resistenza è formale. La compiacenza trabocca in un'esclamazione, accompagnata da un'ingiuria che è nello stile delle amanti di tal natura, e che sarà tosto compensata. Ella chiama, nell'effervescenza della vanità soddisfatta, Giuda traditore colui che ha trovato una nota che le fa tremar il core, col ricordarle il « maiuto » che aveva dato splendore alla sua bellezza, « come se fosse porpore, iscarlato, o sciamito! .. Qual fulgore di bellezza gli sarebbe dunque sembrata, se gli fosse apparsa vestita di questi drappi! Or qui è il punto: Madonna che già inaspettatamente era caduta da le alteze, pregando l'amante di richiederla in matrimonio ai suoi genitori, perchè vinta dal sottil veleno dell'adulazione, qui, di nuovo, sta per proporre una resa a men gravi condizioni: ch'ei giuri sul Vangelo di sposarla. Ma, s'io non fantastico, le ribalenano in tempo le parole ironiche dello spavaldo conquistatore, il quale quand'ella gli offriva il matrimonio, le aveva intonato: « Di ciò che dici, vitama, neiente non ti bale »; ond'ella enuncia negando, benchè lì per lì non richiesta, quel che poi ripeterà assentendo. Anche il D'Ovidio (p. 728) dice la donna « più compiaciuta che non incredula e sdegnata dell'impostura », al cenno del maiuto.

[20] Perchè mi soccorre pronto alla mente, ricorderò un verso del glorioso cantor d'Orlando: « Quindi un nocchier trovar per Francia sciorse » (Furioso, XX, 101), dove manifestamente il per è in duplice complessa funzione di congiunzione e di preposizione, risolvendosi così la frase: « il quale era per sciorre per Francia »: « qui in eo erat ut in Galliam solveret ».

[21] Ariosto, Orl. Fur., XLII, 37. Questo senso di violenza accompagna il verbo giungere in altre accezioni, sia trans. che intrans., come: colpire, detto d'un piede, d'una mazza: Ariosto, XXIX, 53; percuotere, d'una spada: Ariosto, XXXVI, 55 ; Tasso, Gerusalemme Lib., XX, 65 ; arrivare rotolando d'un sasso: L. Pulci, Morgante, I, 32 ; raggiungere, colpire, sorprendere, della morte: Ariosto, XV, 42 ...

[22] L'uso è anche del latino. Cfr. il noto passo di Sallustio, Bellum Catilinae, I: « prius quam incipias consulto et ubi consulueris », ecc.

[23] D'Ovidio, Op. cit., p. 600, in nota. Per il successivo consimile atteggiarsi del pensiero d'Ovidiano, ved. pp. 715, 727.

[24] Ved. i versi 38-39. Al v. 38 leggerei corenno (il cod. ha coreño), e questo verbo metterei in relazione coi forti correnti del v. 17 e col percazzala del v. 32. L'uomo percazza, dà la caccia alla femmina, finchè l'ha in suo potere, aveva detto lui con volgarità, sentenziosa. Ed ecco che la donna comicamente tramuta il cacciatore in cacciato, il segugio in lepre: « Sì, ti ci sei messo anche iersera, ma è sopraggiunto chi t'ha obbligato a passarci a rotta di collo. Tu ne sei ancora tutto ansante: datti riposo, canterino... ». Si rifletta che, se al v. 18 la donna chiama forti correnti il padre e gli altri, gli è perchè il galante doveva averne fatto esperienza. Notevole che qui produttrice del comico a spese del furbo messere è la donna, la vittima, la quale con l'ironia sa rendere più salace la caricatura del millantatore. Ciò, mi pare, mostra lo spirito schiettamente comico dell'autore, la cui malizia si appunta su tutto ciò che è fonte di riso: il riso per il riso.

[25] D'Ovidio, p. 721.

[26] D'Ovidio, Op. cit., p. 714 e seg.

[27] B. Croce, La novella di Andreuccio da Perugia, Bari, 1911, p. 20.

[28] Croce, Op.cit., p. 17.

[29] D'Ovidio, Op. cit., p. 722.

[30] Vittorio Cian, La satira, nella Storia dei generi letterari, Collezione Vallardi, in corso di pubblicazione, p. 55.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2005