Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  27.

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

 

Capitolo X

 

Ed ora possiamo farci a dir qualcosa in succinto dell’ultima fase per cui passò la leggenda all’estero. Come abbiamo già detto, quest’ultima fase doveva essere una specie di sintesi delle antecedenti, e come la risultante di esse; e tale fu realmente. Riunite e sviluppate in un ampia biografia, trovansi le leggende virgiliane nella cronica liegese di Jean d’Outremeuse intitolata Myreur des Histors[1]. Questa cronica è una compilazione tolta da molti scrittori (di varie epoche fino al sec. XIV) che l’autore stesso nomina in principio e da molti altri che non nomina; particolarmente in ciò che concerne la storia antica, è un enorme guazzabuglio d’ogni sorta di leggende e di fantasticherie innumerevoli. La biografia di Virgilio trovasi in essa mescolata con altri racconti che l’interrompono a quando a quando, poiché l’autore non dimentica che, scrivendo una cronica, prima sua guida devono essere le date; ed a queste tiene talmente che, non avendole, le inventa; il che, trattandosi per lo più di leggende, gli avviene nella massima parte dei casi. Nondimeno lasciando a parte tutte le date immaginarie che la legano e la mescolano al resto, quella biografia può benissimo considerarsi come un lavoro staccato che l’autore ha composto separatamente prima di distribuirne le varie parti della cronica secondo le date. E questo lavoro è curiosissimo a più d’un riguardo.

L’autore ha avuto sott’occhio l’Image du monde principalmente, ed oltre a questa altri testi francesi e latini nei quali si parlava di maraviglie virgiliane. Egli ha cercato di riunire più fatti leggendari che potesse, talvolta anche dando come fatti diversi due o più versioni di uno stesso fatto[2]. Altri fatti ha aggiunto del suo, altri ha sviluppati con un lavoro di fantasia che poteva esser meglio impiegato. In tutto questo però egli ha cercato di tener più lontano che fosse possibile il personaggio reale, e si è guardato bene dal fare come l’Aliprando ed altri, che mescolano le notizie tratte da Donato alle leggende. Il Virgilio ch’egli ci presenta offre tre differenti aspetti, tutti e tre leggendari, cioè il mago, il profeta di Cristo, il galante. L’esclusione di ogni fatto storico è tanto più notevole che essa è fatta di proposito, poiché l’autore era senza alcun dubbio uomo da conoscere le poesie e le antiche biografie virgiliane, e nel suo lavoro si vede chiaro ch’egli s’è dato da fare per accumular più notizie che poteva. Se poi egli ha tenuto ad allontanare ogni idea che rammentasse in modo troppo preciso il personaggio storico, ha anche rincarato sul personaggio leggendario, spingendo al massimo grado tutto quanto potesse caratterizzarlo nei tre aspetti summentovati.

La scena dei fatti di Virgilio riman sempre Roma e Napoli, ma la sua origine non è italiana: Virgilio era figlio di Gorgilio re di Bugia in Libia. Partito in cerca d’avventure, arrivò nel regno dei Latini dove il re, che era zio di Giulio Cesare, tanto gli parlò di Roma, che s’invaghì d’andarvi e vi andò. Tedioso però ed inutile sarebbe riferire qui tutta la farragine di bizzarre e balorde fantasticherie che trovansi ammassate in questa biografia. Noterò solamente quanto può servire a mostrare il rapporto di essa colle leggende che già conosciamo, in modo generale. Tutto quanto abbiamo riferito intorno a Virgilio mago era più che sufficiente a caratterizzarlo con colori assai vivi come tale, e quindi Jean d’Outremeuse non avea bisogno per questo lato di aggiungere gran cosa a quanto aveva raccolto da varie parti. Nondimeno egli alcune cose ha aggiunto, talune delle quali non servono che ad alimentare in qualche modo il grandioso del genere di vita che la magia dovea procurare a Virgilio. Così, fra le altre, nuova è l’aggiunta di certi desinari che dà il mago, nei quali, per divertimento degli invitati, egli fa eseguire dai suoi folletti ogni sorta di giuochi e di beffe ridicole[3].

Molto più notevole è lo sviluppo che Jean d’Outremeuse ha dato all’idea di Virgilio profeta di Cristo. Abbiamo veduto altrove come e quando nascesse questa idea, di origine non popolare, ma poi divenuta tale. Alle leggende relative a Virgilio mago essa veramente non si mescolò che poco[4], quantunque non mancassero taluni contatti da noi già notati; ma Jean d’Otremeuse, che in questo genere faceva di ogni erba un fascio, s’incarica di mescolarcela per bene. S’era detto che Virgilio nel riferire le parole della Sibilla avesse servito di testimonio alla fede, senza saperlo; ma s’era anche detto da qualcuno ch’egli coi noti versi della quarta ecloga intendesse realmente profetare il Cristo. Jean d’Otremeuse va più oltre, e siccome non pare che ami parlare dei versi del poeta, come quelli che ricorderebbero il personaggio reale, egli non rammenta né quei versi né la Sibilla, ma introduce Virgilio a fare ogni sorta di sermoni ai Romani ed anche agli Egiziani, nei quali non si contenta di predire la venuta di Cristo, ma entra in tutti i particolari della vita e morte del Salvatore, spiega l’unità di Dio, la trinità e tutti gli articoli del Credo, e così converte molti alla fede che dovea venire. Tutto ciò non gl’impediva di fare il mago; ma quando la famosa testa gli predisse la sua morte prossima, allora mandò in malora tutti i folletti che lo servivano, e s’umiliò dinanzi a Dio facendo il suo atto di fede. scrisse un libro sulla dottrina cristiana, diede un ultimo desinare per congedarsi e inculcar nuovamente le credenze cristiane, si fece anche battezzare in modo provvisorio, e finalmente si dispose a morire tenendo innanzi un libro di teologia e stando seduto su di un seggiolone, sul quale di sua mano avea scolpito tutti i fatti del nuovo testamento, dall’Annunziazione all’Assunzione. E così rimase che neppur parea morto, finché venuto San Paolo in cerca di lui e tiratolo pel manto, cadde in cenere. L’apostolo pianse credendolo morto pagano, ma si consolò leggendo il libro ch’ei lasciò scritto.

Come all’idea del profeta, così Jean d’Outremeuse ha saputo dare grande sviluppo all’avventura della cesta che, amplificata e modificata, costituisce il fondo di tutta la parte galante della sua biografia virgiliana. Poche donne furono così perdutamente innamorate quanto fu di Virgilio, che pur non avea mai veduto ma di cui molto avea inteso parlare, la bella Febilla figlia di Giulio Cesare. Tanto cocente ed irrefrenabile fu questo amore, che posto da banda ogni riguardo, chiamato a sé Virgilio, l’imperiale donzella gli fece la seguente troppo disinvolta dichiarazione: «Sire Virgile, dites-moy se vos aveis amie; car se vos me voleis avoir, je suis vostre por prendre à femme ou estre vostre amie; s’il vos plaiste». Virgilio rispose che veramente, quanto a prendere moglie, non era ne’ suoi desideri, ma che l’amerebbe volentieri, se così le piaceva. Così incominciò fra loro una tresca amorosa che durò a lungo. Intanto Virgilio operava prodigi, e col crescere della sua fama, cresceva in Febilla a dismisura l’amore e la voglia di chiamarsi sua legittima consorte. Ogni volta però che Febilla toccasse questo tasto, e ciò accadeva sovente, Virgilio rispondeva che pel momento aveva altro a pensare, «ilh moy convient penser à outres chouses», e che i suoi studi non gli permettevano di ammogliarsi; se però un giorno gli venisse questa voglia, essa sarebbe la preferita. Ma quel giorno non arrivava mai, e Febilla insisteva; e Virgilio duro. Finalmente stanca di vedersi rimandare alle calende greche, un bel giorno inventò una favola del babbo che aveva tutto scoperto e minacciava terribili punizioni. Non l’avesse mai detto! Virgilio che la sapeva più lunga di lei, rispose che raccontasse ad altri quelle fandonie, che di matrimonio egli non ne voleva sapere; però se le piacesse, volentieri continuerebbe la loro relazione come prima. Febilla sdegnata finse accettare, meditando vendetta; disse che il padre, per impedire ogni rapporto fra loro, voleva rinchiuderla in una torre; ch’essa però gli proponeva di farlo entrar dalla finestra, facendolo tirar su in una cesta. E qui ha luogo il fatto che già conosciamo, ma in modo ben diverso. Jean d’Outremeuse s’è accorto di ciò che abbiamo notato, che cioè il Virgilio mago della seconda parte del racconto mal si poteva accordare col Virgilio beffato della prima; quindi ha introdotto in questa una variante che toglie la contradizione. Virgilio, secondo il suo racconto, s’accorse della trappola che gli era tesa, ma per fare che a Febilla succedesse come ai pifferi di montagna, finse di non accorgersene, e nella cesta fece entrare uno spirito che animava un fantoccio di sembianza affatto eguale alla sua. Lo spirito recitò benissimo la sua parte, e quando il giorno dipoi l’imperatore, chiamato a punire lo scellerato seduttore di sua figlia, sguainata la spada, diede un gran colpo sul capo al supposto Virgilio, rimase tutto sconcertato vedendo uscire dalla ferita, in luogo di sangue, un fumo puzzolente e così denso che i Romani si trovarono ai buio come di notte.

Non contento di ciò, Virgilio se ne andò da Roma portando via il fuoco, ma mosso dalle preghiere dell’imperatore e del popolo romano, si piegò a far la pace. Non potè tenersi però dal fare un altro brutto scherzo alla povera Febilla, poiché dispose in modo coi suoi incanti che tutte le donne che trovavansi in un certo tempio, si mettessero a proclamare ad alta voce ogni loro segreto; e fra queste era Febilla, che pare ne raccontasse delle belle. Intanto ha luogo la morte di Giulio Cesare, a cui succede Ottaviano, a dispetto della vedova che pretendeva il trono toccasse a lei. D’accordo colla figlia Febilla, essa cerca il modo di sbarazzarsi di Ottaviano e di Virgilio, grande ausiliare di lui. Ma Virgilio, che tutto sa e tutto prevede, organizza col mezzo dei suoi spiriti una nuova burla, che qui per brevità non raccontiamo, in seguito della quale le due donne, credendo avere ucciso Ottaviano e Virgilio, s’accorgono d’avere ucciso due mastini. Virgilio che però alla burla volea far seguire la punizione, va su tutte le furie quando sa che le due colpevoli si son dileguate per opera del senato, e, nell’ira, abbandona Roma per sempre, portando via il fuoco e facendo sapere ai Romani che se ne vogliono avere vadano a procurarsene sulla persona di Febilla. Costei costretta a sottoporsi a quel supplizio, muore di vergogna e di rabbia. E qui finiscono i rapporti di Virgilio col sesso femminile, secondo il Myreur des histors. Della Bocca della verità parla anche Jean d’Outremeuse, ma dell’aneddoto a questa relativo non fa parola.

Come i lettori avranno già osservato, Jean d’Outremeuse non ha fatto cime amplificare più che ha potuto i vari dati della leggenda, riducendola ad un assieme più compatto, ritoccandone e rafforzandone i tratti principali. Ma questa sua versione rimasta confinata in una cronica voluminosa e di poco grido, mentre come sintesi ci offre il quadro di tutto uno stadio della leggenda, rimane un’opera individuale affatto sprovvista di conseguenze nella vita della leggenda stessa che non ne subì l’influsso. Infatti il libretto popolare relativo a Virgilio, che troviamo notissimo e diffuso in Europa fin dal secolo XVI, ha un carattere affatto diverso da questa versione, colla quale non ha in comune che alcuni racconti attinti alle stesse sorgenti. Basta un leggero esame per accorgersi che questo libro è nato certamente in Francia[5]. Non se ne conoscono manoscritti, ma non pare che la sua composizione sia anteriore all’invenzione della stampa, e la più antica versione stampata che se ne conosca è la versionc francese, intitolata: Les faictz merveilleux de Virgille, della quale esistono più edizioni rarissime del principio del secolo XVI e due stampe moderne, anch’esse assai rare[6]. La popolarità di questo libretto fu tale che passò tradotto a varie nazioni. Se ne conoscono a stampa tre traduzioni, inglese[7], olandese[8] e tedesca[9], oltre ad una inedita islandese[10]. Come accade nelle traduzioni dei libri popolari, queste presentano delle varianti, ma di poca entità, come quelle che se aggiungono un racconto o ne sostituiscono talvolta uno ad un altro, non alterano punto il carattere generale del romanzo.

L’idea del profeta, che è tanto sviluppata ed ha sì gran parte nella favola tessuta da Jean d’Outremeuse, manca totalmente nel libretto popolare. In questo inoltre, quanto ai fatti maravigliosi operati da Virgilio, non si incontra quell’opera d’erudito che offre Jean d’Outremeuse, il quale ne cerca dappertutto, e non vuole ometter nulla di quanto ha trovato scritto intorno a ciò. Nei Faictz merveilleuux una quantità di queste opere, particolarmente di quelle che consistono in talismani, come la mosca, il cavallo e simili, sono omesse. In compenso, altre parti della leggenda sono trattate con assai maggior libertà, di quello lo siano presso Jean d’Outremeuse.

Incomincia il libretto con una leggenda relativa alla fondazione di Roma e della città di Reims, leggenda che esisteva già indipendentemente dal libretto Virgiliano e che incontriamo nel Roman d’Atis et Profilias[11] Virgilio nacque da un cavaliere delle Ardenne, non molto dopo fondata Roma, e quand’ei venne alla luce tutta Roma tremò. Mentre studiava a Toledo seppe che alla madre erano stati usurpati i beni, e chiamato da essa accorse a Roma. Non avendo potuto ottenere giustizia dall’imperatore[12], egli perseguita i suoi nemici con incanti, e assalito dall’imperatore stesso nel suo castello, sa fare in modo colle arti magiche che questi deve rinunziare a fargli guerra, e deve reintegrarlo nei suoi beni. In questa aggiunta è facile riconoscere, come idea fondamentale, una reminiscenza di un fatto biografico tramandato dall’antichità intorno a Virgilio, e ben noto a chiunque ha letto la prima ecloga. L’avventura della cesta che in Jean d’Otremeuse ha subito tutti quei cambiamenti che abbiamo visto, nel libretto rimane intatta. A questa però ed all’aneddoto relativo alla Bocca della verità (cambiata in questa versione nella bocca di un serpente di bronzo), sono venuti ad aggiungersi altri fatti che danno al libretto tutte le caratteristiche del romanzo. Virgilio era ammogliato; e fra le tante cose di pubblica utilità avea fatto una statua che si teneva librata in aria ed era visibile da ogni pulito della città. Questa statua avea la proprietà di scacciare da qualsivoglia donna la vedesse ogni men casto pensiero[13]. Ciò non parve bello alle Romane, che istigarono la moglie di Virgilio a toglier di mezzo quell’impaccio; e costei di fatti, in un momento in cui suo marito era assente, servendosi di un maraviglioso ponte fatto da lui, la buttò giù. Virgilio tornò, si crucciò, e ripose la statua al posto; la moglie di nuovo esortata dalle Romane, volle gittarla giù; ma questa volta il marito la colse sul fatto, e la mandò a raggiungere la statua. Scoraggiato allora ei rinunziò a lottare colle male voglie femminili: «pour bien je l’avoye faite (la statue); mais plus ne m’en meslerai et facent les dames à leur voulenté»[14].

Se anche questo aneddoto è aggiunto agli altri due nello stesso spirito persecutore del sesso femminile, non così le altre avventure galanti che a questo fan seguito. Disgustato della moglie, Virgilio si rammenta d’aver udito parlare di una bellissima figlia del Soldano di Babilonia. In un baleno arriva presso di lei, la seduce, e la trasporta per l’aria fino a Roma. Quando però la damigella volle tornare presso suo padre, egli immediatamente la riportò là dove l’avea presa e tornò a Roma. Il Soldano chiese alla figlia dove fosse stata e con chi, e questa raccontò tutto l’accaduto, tranne il nome del rapitore, a lei ignoto. Quando egli ritorni, le disse il Soldano, pregalo di darti alcune frutta del suo paese. – E così essa fece; e il Soldano conobbe di qual paese fosse il seduttore di sua figlia. Ma ciò non bastava. – Quando egli ritorni, ingiunse di nuovo il Soldano alla figliuola, tu farai in modo che, prima di porsi a giacere, beva di una pozione soporifera che io ti darò; così sapremo chi egli sia. – Ma la vera ragione di questo agguato, era ch’egli voleva impadronirsi del seduttore per punirlo. Ed infatti Virgilio e la sua druda presi e legati e posti in prigione, furon condannati ad essere arsi vivi. Ma il giorno dell’esecuzione Virgilio fece un incanto tale che al Soldano e a tutti quanti lì erano parve che il fiume straripato allagasse. Tutti credendosi sott’acqua e minacciati d’affogare, facevano atto di nuotar disperatamente, mentre il mago, dinanzi agli occhi loro sollevatosi in aria, trasportava a Roma la sua bella. Proponendosi di darle marito e volendo accrescerle la dote, fondò per lei la città di Napoli, tanto bella, che l’imperatore di Roma, invogliatosi d’averla, l’assediò; ma Virgilio coi suoi incanti lo costrinse a ritirarsi, e la damigella allora fu maritata ad un nobile di Spagna che aveva aiutato Virgilio nella difesa della sua città[15]. In Napoli egli pose una scuola di negromanzia, fece un ponte per uso dei trafficanti, e molte altre belle cose, fissandovi la sua dimora finché mori.

La leggenda per lo innanzi, come abbiamo visto, aveva accettato, aggiungendovi certe circostanze, la tradizione storica relativa alla morte di Virgilio. Ma a chi compose i Faictz merveilleux non parve degno di un tanto uomo il morire d’una semplice e volgare infiammazione cerebrale. Secondo la versione francese di questo libretto popolare, Virgilio un dì, essendosi posto in mare per diporto, fu sorpreso da una forte burrasca e non si rivide più, né se ne seppe più nuova. Più grandioso e più degno della sua vita è il genere di morte che a lui fa fare la versione inglese, olandese e tedesca. Virgilio accortosi di esser vecchio, volle aver ricorso alle sue arti per ringiovanire. Dopo aver dato tutte le istruzioni necessarie al suo servo fedele, si fece tagliare a pezzi e salare da costui. Tutto essendo stato eseguito con esattezza, la cosa procedeva assai bene e la rigenerazione già cominciava ad effettuarsi. L’imperatore però che, divenuto amico grande di Virgilio, molto stava in pena non vedendolo da più giorni, sopraggiunto inopportunamente, ruppe, senza saperlo, l’incanto. Allora fu visto un fanciullino tutto nudo fare tre volte il giro della tina che conteneva le carni di Virgilio, gridando: «maledetta l’ora che qui venisti»; dopo di che sparì, e il poeta rimase morto. Questo racconto che rammenta l’antica favola di Medea e Pelia, s’incontra non di rado negli scrittori del medio evo[16] senza il nome di Virgilio, al quale lo troviamo applicato assai tardi. Per una singolare combinazione esso fu applicato anche a Paracelso che nelle sue opere parla di Virgilio mago!

L’avventura colla figlia del Soldano affatto diversa nell’indole sua da tutte le altre, nelle quali Virgilio figura alle prese colle astuzie femminili e in guerra col bel sesso, è in questo libretto un’aggiunta presa certamente, come le altre aggiunte d’altro genere, da altri racconti popolari[17] e forse da qualche romanza spagnuola. Certo, benché da lontano, non ad altro che a questo dei racconti virgiliani può ravvicinarsi il Romance de Virgilio[18] che troviamo nel Romancero del 1550. In esso il Virgilio della leggenda è appena riconoscibile; il mago potente e prepotente s’è dileguato, non però per cedere il posto al profeta, all’enciclopedico e molto meno al poeta. L’unica caratteristica che rammenti il Virgilio leggendario in questa romanza è quella dell’innamorato. Virgilio in essa è un buon hidalgo che punito per una colpa amorosa, sopporta la pena con santa pazienza, ed in premio della sua rassegnazione ottiene l’oggetto dei suoi desiderî, da cui è riamato, e con cui si marita in grazia del re e di monsignore arcivescovo[19]. Riferirò qui la romanza stessa tradotta pedestremente: «Comandò il re che Virgilio fosse arrestato e posto in luogo sicuro per cagione di un tradimento ch’ei commise nel palazzo reale, poiché fece violenza ad una giovane chiamata donna Isabella. Sette anni lo tenne in prigione senza che di lui si rammentasse. E una domenica stando a tavola[20] di lui si rammentò. – Miei cavalieri, e Virgilio? che n’è di lui? – Allora parlò un cavaliero che a Virgilio portava affetto: – «Prigione lo tiene tua Altezza, in carcere lo tiene». – Su mangiamo, mangiato che avremo si andrà a veder Virgilio». – Allora parlò la regina: – «Senza di lui non mangerò io». – Alle carceri sen vanno là dove Virgilio sta. – «Che fate qui Virgilio, Virgilio che fate?» – «Signore, pettino i miei capelli e pettino la mia barba. Qui mi crebbero e qui dovranno incanutire, ché oggi compiono sette anni da che mi facesti arrestare». – «Chetati, chetati Virgilio, ché a dieci ne mancano tre». – «Signore, se l’ordina tua Altezza, tutta la vita mia ci rimarrò» – «Virgilio, in premio di tua pazienza verrai a mangiar meco». – «Lacere sono le mie vesti, né così posso presentarmi» – «Io te ne darò, Virgilio, io ordinerò che te ne diano». Ciò piacque ai cavalieri e piacque alle donzelle, e molto più piacque a una dama chiamata donna Isabella. Chiamano un arcivescovo e con Virgilio la maritano. Ei la prende per mano e seco la mena in un verziere».

Così si chiude la lunga storia delle varie e bizzarre vicende che subì la grandiosa nominanza del poeta fino a tutto il medio evo. Dopo il secolo XVI le leggende virgiliane si dileguano e solo ne rimane la notizia agli eruditi. Il regno della credulità vacillava e cadeva; le fole e i fantasmi ch’esso generò, nudrì, e accreditò sparivano dinanzi alla luce viva della ragione e della critica irresistibilmente progredienti e trionfanti, dinanzi alla filosofia dell’esperienza che segnava per sempre la via unicamente sicura alla indagine del vero. Da queste irradiata, la più alta e nobile regione dell’attività umana liberavasi dai prodotti degli spiriti incolti, dai sogni di un’epoca di aberrazione, e li eliminava dall’opera del pensiero scientifico ed artistico. La cosa però non avveniva senza contrasti, e poichè già propriamente scientifica era la nuova via sulla quale il pensiero si spingeva, le tracce delle leggende virgiliane incontransi ancora per qualche tempo in talune opere dotte che hanno per soggetto le scienze occulte. Già nei secoli XV e XVI Tritemio, Paracelso, Vigenère, Le Loyer ed altri in opere di tal natura rammentavano le leggende della magia virgiliana, e ci credevano, ed anche le aumentavano[21]. Poi nel secolo XVII agitavasi fervidamente la questione se la magia e la stregoneria fossero veramente cosa reale[22], questione puerile adesso, ma paurosamente seria quando essa era sollevata dalle fiamme dei roghi e dalle grida dei torturati; e quelli che opinavano affermativamente rammentavano talvolta anche la magia virgiliana come verità storica. Uomini che per la tempra dell’animo e la forma del loro pensare aderivano ancora al medio evo, non riuscivano a persuadersi che un cancelliere quale fu Gervasio di Tilbury, avesse potuto narrare cose non vere[23]. Ma l’assennato e dotto Gabriele Naudé distruggeva quelle e tante altre simili favole in un libro che rimase celebre[24], e che oggi può parere opera facile ed ingenua, ma non era tale allora, né infatti le mancarono oppositori. Il progresso ulteriore e il completarsi del rinnovamento intellettuale fece poi dimenticare a lungo il medio evo e vederlo come cosa lontana, poco degna di attenzione e poco intelligibile. Le leggende virgiliane rimasero allora rammentate talvolta dagli eruditi come una curiosità, e come curiosità si conservavano in talune raccolte di oggetti antichi alcuni specchi magici ai quali trovavasi attribuito il nome di Virgilio[25]. Nei tempi più prossimi a noi, quando cominciava quel movimento di studi sul medio evo che tanto ha arricchito e illuminato la scienza ai nostri giorni, l’idea che si aveva dell’antico poeta latino era tanto lontana dall’idea medievale che mal s’intendeva come mai quelle leggende avessero potuto prodursi, e più d’un dotto ricusò di credere che in esse si trattasse del grande poeta latino, preferendo riferirle a Virgilio vescovo di Salisburgo, o ad un altro qualunque Virgilio medievale[26]. L’idea era erronea certamente ed avea contro di sé ogni sorta di fatti evidenti che è facile rilevare dal nostro volume, certo però essa era più sbrigativa di quella via lunga e intralciata che noi abbiam dovuto seguire per intendere nelle sue cause, nella sua natura e tutto intiero il Virgilio delle menti del medio evo.

In quanto è tradizione orale popolare, le leggende virgiliane non rimasero vive dopo il medio evo che a Napoli e nel resto dell’ Italia meridionale, ove nacquero prima[27]. Sul Monte Vergine erano in piena vita nel secolo XVII. Il p. Giordano, abate di quella congregazione, le accetta come cosa storica, tessendo una strana biografia del poeta, con opera di erudito, per la quale, oltre alle fonti storiche e leggendarie già conosciute, si appoggia anche alla tradizione orale, aggiungendo però anche molto che è evidentemente di sua invenzione[28]. Secondo il p. Giordano, Virgilio aveva l’idea fissa di intendere il significato dei libri sibillini, nei quali alludevasi alla venuta di Cristo. I versi che segnò nella 4ª ecloga erano dcsunti da quelli, ma senza chi ei ne intendesse il vero valore. Tanto studiò per intenderli e tanto si rammaricò di non riuscire che ne ammalò; per rimettersi in salute chiese ad andare a Napoli, e Ottaviano lo fece console di questa città Per riposarsi delle gravi cure del consolato andò a passare alcuni giorni in Avella, ove intese parlare del famoso oracolo di Cibele che allora trovavasi su quel monte che poi fu chiamato Montevergine. Andò ad interrogarlo sul significato delle profezie sibilline, ma non ottenne risposta; rinnovò la domanda e l’oracolo disse: «Satis est; discedite»; Importunato però sempre più, l’oracolo rispose «satis est; nondum tempus». Credendo ciò promettesse una risposta per l’avvenire, Virgilio fecesi una villa su quel monte per dimorarvi e posevi il noto giardino maraviglioso e medicinale. Ma risposta non ebbe mai; di che venne in tanta malinconia che sempre gemeva e sospirava. Finalmente perduta ogni speranza, risolvette di abbandonare i libri sibillini e darsi alla composizione dell’Eneide e intraprese quel viaggio di Grecia e d’Asia che gli fu fatale – In questa narrazione, esposta molto prolissamente dall’autore, troviamo una combinazione di elementi storici e leggendari con elementi fantastici del tutto nuovi, dovuti certamente al p. Giordano, che per essi non cita alcuna autorità orale o scritta, come suol fare quando può. A Napoli seguitarono quelle leggende, non senza modificarsi, a vivere a lungo sulla bocca del popolo, ed ancora al principio di questo secolo ne fanno menzione parecchi visitatori di quella città[29]. Uno di questi parla di una visita ch’ei fece alla Scuola di Virgilio[30] e riferisce, non sappiamo quanto fedelmente, parte della sua conversazione con un vecchio pescatore da lui trovato colà e che dimorava ivi presso. Questi gli diceva: «Si sieda colà su quel muricciuolo; là soleva sedersi Virgilio. Ivi l’hanno spesso veduto col libro in mano. Era un uomo bello e florido; con arti magiche avea saputo conservar la sua gioventù. Su tutti questi muri stavan disegnati circoli e linee. Qui egli stava col principe Marcello e gl’insegnava i segreti del mondo degli spiriti. Spesso nelle più orribili tempeste, quando nessun pescatore ci si sarebbe arrischiato, essi si ponevano in mare su di una barca. Non v’era rematore che temesse quando egli trovavasi nella barchetta; e quando più orribilmente imperversava la tempesta, più si compiaceva di trovarsi qui. Spesso si poneva a stare su in cima al monte e di là contemplava il golfo. Molte cose furono da lui scritte colà. Potrebbe darsi che fossero profezie, perché non era tempesta ch’ei non predicesse. Ei visitava i giardinieri e gli agricoltori, dava loro molti utili consigli, ed insegnava loro sotto quali segni meglio convenisse porre in terra la semenza. Spesso con potenti parole magiche soleva disperdere la tempesta e la bufera appena mostrasse venir giù dalla parte del Vesuvio, e per notti intiere lo vedevano rimanere collo sguardo fisso sui monte, quando fin sul suo capo sfolgoravano i lampi, probabilmente in tranquillo colloquio con gli spiriti. – Da lungo tempo si aveva l’idea di fare una strada che da Napoli passasse per Posilipo. Ei vi provvide a un tratto. In una notte i suoi spiriti compirono la strada che va per la grotta scavata nel monte. Un’altra volta egli giovò ai napoletani in un modo maraviglioso. Le zanzare si erano tanto moltiplicate in questi luoghi quanto in Egitto ai tempi di Mosé. Ei fece una grossa mosca d’oro, che al suo comando sollevatasi in aria scacciò tutti quegli ospiti incomodi. Così pure una volta tutte le sorgenti e le fonti del regno eran divenute pericolose per le innumerevoli sanguisughe che v’erano nate; con una sanguisuga d’oro ch’ei fece e che gittò in una fonte tolse di mezzo anche questo guaio».

Il vecchio (aggiunge il viaggiatore) avrebbe ancora continuato a lungo, ma già si era fatto scuro nella grotta. Lo ringraziai pei suoi racconti e tornai via[31].

Oggi però anche in Napoli quelle leggende si vanno spegnendo; qui qualche giovane dotto napoletano, studioso di cose popolari, mi assicurava di non averne udito mai nulla; tuttavia qualche traccia ancora se ne trova, singolarmente presso la grotta di Pozzuoli, ove un popolano descrivevami la casa che su quel monte ebbe Virgilio, e narravami come rimanesse forata da quella grotta; un altro diceva, circa uno de’ spiragli che veggonsi in questa, esser quella la finestra da cui Virgilio era solito parlare colla sua bella. Neppure in altri luoghi dell’Italia meridionale ed in Sicilia la memoria del grande mago è ancora estinta. A Borghetto in Sicilia si narrava ancora due o tre decenni fa una curiosa novella[32] di «Virgillu magu putenti e putirusu che cummanava l’arti arbolica (diabolica) megghiu di qualunqui magu», nella quale vediamo il ricordo vivente della magia virgiliana mescolato alle reminiscenze dei romanzi popolari di cavalleria o Rinaldi, tanto cari a quegli isolani, e posti in rapporto Virgilio con Malagigi, il gran mago di quelli. Si narra che Virgilio era ammogliato per sua sventura con una donna cattiva e infedele che davagli guai infiniti. Disperato ei si rivolse a Malagigi che erasi fatto amico ed era «Lu cchiu forti mastru di commannari a spiriti e carcari la scupa», e confidategli le sue afflizioni tanto lo commosse che colui lo iniziò ai segreti dell’arte magica e al comando dei folletti, come solo mezzo a sottrarsi al dominio di quella megera, perché «Senza forza di magarìa, La mugghieri cumanna e duminia». Virgilio usò e abusò di questa sua potenza tanto facendo tormentare la mala donna dai diavoli, che, comunque lo meritasse, i diavoli stessi, pur costretti ad obbedire, ne erano impietositi; ché sempre è proprio così «cu’ havi virga’n manu, si jetta allura a l’abusu di potiri». Quando però Virgilio venne a morte e l'anima sua dannata si presentò all’inferno, trovò la porta sbarrata, e i diavoli tutti d’accordo, temendo la sua prepotenza, ricusarono di riceverlo. Ciò dispiacque a Malagigi, il quale pensò a provvedere; raccolte le ossa e l’anima spersa di Virgilio le portò in un isola vasta e fonda e le ripose in una sepoltura di pietra grande come una bella casa, senza coperchio, e dopo fattivi sopra potenti scongiuri, colà le lasciò. Chi vada a quella sepoltura e guardi le ossa, tosto il cielo si oscura rannuvolato e lampeggia e tuona e saetta, e il mare si mette in terribile burrasca ingoiando barche e bastimenti. – In questa novella, più che il riflesso del Virgilio alle prese col sesso femminile, d’origine non napoletana, è notevole quello della leggenda, certamente napoletana e antica, circa le ossa di Virgilio delle quali, come vedemmo[33], già almeno nel XII secolo, secondo Corrado di Querfurt, credevasi a Napoli che si trovassero lì presso in un castello tutto cinto dal mare «e se vengano esposte all’aria si fa subito scuro d’ogni dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commove tutto, si solleva e mettesi a procellare».

Quella sapienza maravigliosa e riposta per cui si credette a Napoli che Virgilio facesse la grotta di Pozzuoli e altre mirabili opere di utilità pubblica, divenuta stregoneria e già applicata, come vedemmo[34], in leggende simili a Roma e ad altri luoghi, ritrovasi ricordata ancora a Taranto nella tradizione popolare che attribuisce a Virgilio quell’antica opera colossale che è l’acquedotto del Triglio. Dicesi colà che «Lo stregone Virgilio disputava alle streghe il dominio di Taranto e quindi cercava di affezionarsi i tarantini con opere ad essi accette. I tarantini in quel tempo erano afflitti da lunga e penosa siccità, e niente avrebbe potuto essere a loro più gradito che di avere acqua. Onde Virgilio dalla parte del Triglio cominciò a costruire un acquedotto e lo condusse a termine in una notte; della qual cosa furono oltremodo contenti i tarantini. Le streghe dalla parte loro, non volendo rimanere inferiori al rivale, cominciarono anch’esse l’acquedotto di Saturo; ma sul far dell’aurora non avevano compiuto che la metà del condotto quando fu loro annunziato che l’acqua era già inTaranto per opera di Virgilio a cui la città faceva festa e plauso»[35]. A quell’estremo lembo d’Italia vedemmo giunta già la rinomanza della magia virgiliana nel XIII sec., in Ruggieri Pugliese che vi alludeva dicendo «e saccio tutte l’arti di Vergilio»[36]. Bello è vedere tuttora vivente colà dopo parecchi secoli la ricordanza di quelle «arti di Virgilio» a cui alludeva il rozzo benché aulico poeta della scuola siculo-provenzale, nel seguente ben più fino, sincero e grazioso canto d’amore udito sulla bocca di una contadina in un piccol villaggio presso Lecce, a non molta distanza da Brindisi ove il poeta morì[37]:

 

«Diu! ci tanissi[38] l’arte da Vargillu!

’Nnanti le porte to’ ’nducìa[39] lu mare,

Ca de li pisci me facìa pupillu[40],

’Mmienzu le riti to’ enìa[41] ’ncappare;

Ca di l’acelli me facìa cardillu,

’Mmienzu lu piettu to’lu nitu a fare;

E suttu l’umbra de li to’ capilli

Enìa de menzugiurnu a rrepusare».

 

FINE.

 

Note
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[1] Ly Myreur des Histors, chronique de Jean des Preis dit d’Outremeuse pubbliée par Ad. Borgnet [et Bormans], Bruxelles, 186480. Cf. Liebrecht nella Germania di Pfeiffer X, p. 408 sgg., Stecher, La légende de Virgile en Belgique, p. 621 sgg. [Su questa cronista si veda Bormans, Chronique et geste de Jean de Preis, Introduction, 1887, e ora F. Desonay, Studi Medievali, V. p. 317 sgg].

[2] Cito un esempio. Nel Cléomadès è detto che Virgilio pose in Roma quattro statue che rappresentavano le quattro stagioni e si passavano dall’una all’altra un pomo a misura che lestagioni andavano cambiando. Il Roman des sept Sages parla invece di due sole statue che così indicavano il passaggio da una settimana all’altra. Jean D’Outremeuse attribuisce a Virgilio le quattro statue per le stagioni, le due per le settimane, e ne aggiunge altre dodici pei mesi dell’anno. Di queste parla anche La fleur des histoires di Jean Mansel; cfr. Du Méril, Mélanges, p. 440.

[3] Son noti i desinari meravigliosi attribuiti ad Alberto Magno, che faceva pei suoi convitati la primavera in pieno inverno ecc. Simili desinari improvvisati miracolosamente, insieme con gli inservienti, già l’antichitài attribuiva al gran mago Pasete. Cfr. Suida, s. v. Π΄ασης e Friedlaender, Darst. d. Sittengeschichte Roms, I, p. 364. [ed. 9.10, Lipsia 1921, IV p. 95].

[4] È affatto etranea alla leggenda napoletana, e ciò è tanto più notevole che, oltre alla vicinanza di Cuma, il nnome della Sibilla è serbato fra il popolo napoletano dalla famosa grotta.

[5] Görres (Die teutschen Volksbücher, p. 228) confonde l’origine della leggenda colla provenienza del libretto, asserendo che questo debba essere stato scritto in Italia, il che, come risulta dalle nostre osservazioni sulle fasi della leggenda in Italia, è del tutto assurdo.

[6] Pei ragguagli bibliografici rimando al Brunet (Manuel, II,1166 sg.) il quale descrive cinque edizioni, la meno antica delle quali non è posteriore al 1530. Una edizione fatta da Guglielmo Nyverd è stata riprodotta litograficamente ed a facsimile in piccolo numero d’esemplari a Parigi da Techener nel 1831 e da Pinard nello stesso anno. Di queste io non possiedo che quella di Techener tirata a 30 esemplari, dalla quale desumo il testo che stampo fra i documenti in fine del presente volume. Una ristampa più recente, tirata a 100 esemplari porta il titolo: Les faits merveilleux de Virgille, réimpression textuellc de l’édition sans date publiée à Paris, chez Guillaume Nyverd; suivie d’une notice bibliographique par Philomneste Junior, Genéve, chez 1. Gay et fils éditeurs, 1867.

[7] This boke treath of the lyfe of Virgilius and of his deth and many maravayles that he dyd in his lyfe tyme by whychcraft and nigramansy, thorouwgh the helpe of the deuyls of hell. Emprynted in the cytie of Anwarpw by me John Dorsborcke (s. d.) in 4° got. d. 30 ff. con figg. in legno. Questo libretto, di cui un solo esemplare si conosce, fu riprodotto a 60 esemplari. nel 1812 a Londra, a spese dcl Sig. Utterson. Una ristampa ne fece il Thoms nella sua raccolta, Earlyenglish prose romances. Lond., 1828 (e 2° ediz. Lond. 1858) n. 2. Di qui la traduzione tedesca di Spazier, Altenglische Sagen und Märchen hrsg. v. William Thoms, deutsch und mit Zusätzen v. R. O. Spazier, Braunschweig, 1830, I, p. 73 segg. Un ampio sunto di questa versione inglese dà il Wright, Narratives of sorcery and magic. Lond., 1851, I, p. 103 e segg.

[8] Ean schoone Historie van Virgilius van zijn Leuen, Doot, ende van zijn wonderlijke werken di hy deede Nigromantien, ende by dat behulpe des Duyvels. t’Amsterdam by H. S. Muller, 1552. Su questa versione, che ha per base la redazione inglese. ved. Görres Die teutschen Volksbucher, p. 225 sgg. e Van Den Bergh, De Nederlandsche volksromans (Amst. 1837). p. 84 sgg. Trad. ted. con aggiunte di v. D. Hagen. Erzählungen und Märchen, I, p. 153 sgg. riprod. da Scheible, Das Kloster, II, p. 129 sgg. [Sulle relazioni da questi testi tra loro, v. il cap. IX dello Spargo].

[9] Non so che si conoscano stampe antiche di questa versione tedesca che Simrock ha introdotto nella sua raccolta Die deutschen Volksbüche, Frkf. a. M. vol. VI (1817) p. 323 sgg., né saprei dire quanto sia legittimo il titolo di «libro popolare tedesco» dato a questo rifacimento moderno cile ha per base il testo olandese. Se l’illustre Simrock avesse aggiunto alla sua raccolta qualche notizia sui testi in quella contenuti, avrebbe fatto l’obbligo suo. Una versione libera di questo tedesco con parecchie aggiunte fu pubblicata recentemente da un anonimo come secondo volume della raccolta Medieval Legends col titolo The worderful history of Virgilius the Sorcerer of Rome as told by men of High Germany together with many rimes mode by Men of France and Italy now first put into the English Tongue, Printed at the Ballantyne Prres and sold by David Nutt in the Strand. MDCCCXCIII.

[10] Questa traduzione islandese fu fatta neI 1676 sul testo olandese e conservatasi manoscritta a Kopenhagen; ved. Halfdan Einarsson, Hist. litt. Isl. 108; Nyerup, Dän. Volksb. p. 203; Müller, Sagabibl., III, p. 484.

[11] Du Méril, Mélanges, p. 426.

[12] L’imperatore romano del tempo di Virgilio. secondo questo libretto, era un tal Perside che figura anche nel Mirabilia. Secondo il Roman des sept Sages Virgilio visse a’ tempi di Servio: secondo un altro capitolo dello stesso libro, sotto Dario. Hans Sachs lo pone in Brettagna a’ tempi d’Arturo.

[13] In una Storia dei Pisani scritta in Francese nel XV secolo e conservata ms. a Berna è menzione di due colonne fatte da Virgilio e che allora trovavansi alla cattedrale di Pisa, in cima alle quali vedeasi comparire l’effigie di chiunque avesse rubato. o fornicato. Vedi De Sinner, Catal. codicum mss. bibl. Bernensis, II, p. 129; Du Méril, Mélanges, p. 472. In contradizione con questo racconto in cui Virgilio apparisce come protettore del buon costume, trovasi un altro racconto secondo il quale, per comodo dei Romani men pudichi, egli avrebbe fatto una donna pubblica artificiale. Così Enenkel nel suo Weltbuch [v. 23765 sgg., p. 463 STR.], ved. v. D. Hagen, Gesammtabenteuer II, p. 515; Massmann, Kaiserchronik III, p. 451. Una leggenda rabbinica parla anch’essa di una statua destinata a quell’uso ed esistente in Roma; ved. Praetorius, Anthropodemus pluton., I, p. 150, e Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, X, p. 414. Notiamo un fatto curioso che forse può servire di spiegazione a questa strana leggenda. Leggevasi nel Mirabilia, a proposito di una fonte ornata da una Medusa «femina circumdata serpentibus sedens. habens concam ante se significat Ecclesiam multis scripturarum voluminibus circumdatam, quam quicumque audire voluerit non poterit nisi prius lavetur in concha illa». Ora, in più mss. questo passo leggesi corrotto nella maniera seguente: «femina circumdata serpentibus sedens, habens concam ante se, predicatores qui predicabunt eam; ut quicumque ad eam ire voluerit, non poterit nisi prius lavetur in conca illa.» [La tradizione secondo Fabre. Duchesne Liber censuum, I, p. 265 b 22]. La statua è un Igiea, che si conserva, restaurata nel palazzo Giustiniani: cfr. [Duchesne, I, p. 277; Rizzo, Bull. Comm. Arch. Com. 1904, p. 411 sg., fig. 8]; Gräesse, Beiträge, p. 8 e p. VIII. Cfr. anche la Graphia aureae urbis Romae presso Ozanam, Documents inédits, p. 170. [V. ora il testo di p. Schramm, Reformatio und Renovatio (Lipsia, 1929), II, p. 89].

[14] Nel romanzo francese del S. Graal, ad Ippocrate tocca una moglie che lo affligge moltissimo, e per opera di lei egli muore. Fra questo romanzo d’Ippocrate e quel di Virgilio ci sarebbe da fare un notevole parallelo. Ved. Paulin Paris, Les romans de la table ronde, I, 246 sgg. 267 sgg.

[15] Roth crede ciò alluda alla denominazione spagnola nel Napoletano, e quindi deduce che il libretto popolare nou possa essere anteriore al 1435. Op. cit., p. 283.

[16] Cf. Graesse, Die Sage d. ewig Juden, p. 44; Simrock, Handb der deutschen Mythologie, (2a ediz.), p. 260.

[17] Qualche elemento se ne trova nella novella 5a del lib. 1 del Panciatranta e nelle varie sue versioni, delle quali veggasi la storia presso Benfey, Pantschntantra, 1, p. 159 sgg.

[18] Romancero castellano publ. por G. B. Depping, tom. II, n. 82, pag. 202 sgg. Cf. Ticknor, History of spanish literature, I, pag. 114 e sgg. [Prima edizione a Barcellona verso il 1525, composizione verso il 1450? Cfr. R. Menendes Pidal, in Studi Medievali. V, 332].

[19] Il Braga (Historia da poesia popular portugueza, Porto 1867, pag. 176 sg.) trova rapporti fra questa romanza spagnola di Virgilio e la romanza portoghese di Reginaldo (Almeida Garret, Romanceiro, II, p. 163 e segg.) secondo la quale questo paggio avendo sedotto la figlia del re, viene condannato a morte; il re però lo ode mentre canta nella torre, gli fa grazia, e lo marita colla propria figlia.

[20] Hinard (Romancero espagnol, II, pag. 242) traduce «à la messe» e infatti Duran, Ochoa ed altri hanno «en misa»; ma la lezione di Depping «en mesa» è certamente la buona.

[21] Bl. De Vigenère nel suo Traité des chiffres et secrètes manières d’écrire parla d’un alfabeto virgiliano: Tritemo (Antipal.. I, delle tavole e calcoli fatti da Virgilio per definire l’indole delle persone: Paracelso a lui attribuisce immagini e figure magiche (De imaginibus, cap. XI); Le Loyer (Des spectres etc., cap. VI) un eco.

[22] Cfr. Roskoff, Geschichte des Teufels (Leipiz., 1869), II, p. 359 sgg.

[23] «Gabriele Gervasium quod attinet... haud quidem eum fabulosum et vanum auctorem existimaverim; fuit enin Cancellarius Aulae Othonis imperialis, cui etiam aliud opus (!) Ocia Imperalia inscriptum dedicavit... Fatendum quidem est fabulosa nonnumquam a principibus legi, sed a Cancellariis non proficiscuntur.» Iac. Gaffarelli, Curiositates inauditae. p. 160. Anche l’Ancre nel suo libro, L’incrédulité et mescréance du sortilége plainement convaincue cita (pag. 280 sgg.) l’esempio di Virgilio; ved. anche Bodin, Daemonom., lib. II, c. 2.

[24] Apologie pour tous les grands personnages qui ont est, faussement sorupconnés de magie. Tutto il cap. XXI è consacrato a Virgilio. Di Gervasio e dei suo libro dice: «... qui est à la verité si rempli de choses absurdes fabuleuses et du tout impossibles, que difficilement me pourroisje persuader qu’il fust en son bon ses quand il le composoit» p. 611.

[25] Uno se ne trovava a Firenze nel sec. XVII; ved. Naudé, op. cit., pag. 627. Un altro trovavasi ancora nel secolo passato nel tesoro di SaintDcnis a Parigi indicato nell’antico inventario come Le miroir du prince des poetes Virgile, qui est de jacet. Intorno a questo lesse una memoria all’Accademia delle Scienze. Fougeroux de Boudaroy nel 1787. Si spezzò cadendo di mano per caso a Mabillon che l’esaminava Ved. Du Méril, Mélanges, pag. 447.

[26] Così Collin De Plancy, Le Grand D’aussy; cfr. anche Mélanges tirés d’une grande biblioth., V, p. 182.

[27] La popolarità di Virgilio non poteva estendersi che ai paesi di coltura e di chiesa latina; fra i Bizantini, i Neogreci e gli Slavidi chiesa greca poco o punto penetrò; nondimeno qualche traccia del Virgilio leggendario par di trovare nelle tradizioni popolari slave viventi. In un gioco di fanciulli polacco, comunicatomi già dal De Schiefner (cfr. Ehstnische Märchen aufgez. v. Kreutzwald, übrs. Löwe, Halle 1869. p. 357 sgg.) Virgilio sta in mezzo ai suoi compagni che tenendosi per mano gli girano intorno cantando:

Ojciec Wirgiliusz uczyl dzieci swoje

Hejze, dzieci, hejze ha!

Róbeie wszystko, co i ja!

(«Babbo Virgilio insegnava ai suoi bambini: Attenti, bambini, attenti! fate tutto quello che io fo») e poi si fermano e imitano le sue mosse e le sue voci; e Virgilio osserva se qualcuno non lo imita o non lo imita bene; questi deve prendere il suo posto. Può dubitarsi che qui trattisi del Virgilio mago: il De Schiefner credeva ciò forse perché in un giuoco di fanciulli inglese, simile a questo, trovasi il nome di Simone che ei pensava fosse Simon mago. Non sorprende trovare in Polonia, latina di coltura e di chiesa il nome di Virgilio. Fra i Serbi e i Croati trovasi la credenza in un luogo misterioso detto vrzino kolo (cfr. Vuk Steph. Karadschitsch. Lex. Serbic. s. v. ) che è la 13a scuola, quella ove si apprende a divenir negromante o grabanciaš; ed in un indice slavo di libri apocrifi o condannati, non meno antico del XIV secolo, dicesi dell’eretico prete bulgaro Jeremias (X° secolo) che egli byw w nawieh na werzilowie kolou. Questa espressione oscura fu ingegnosamente interpretata da Jagiç riconoscendo in quel vrzino e ver ilowie il nome di Virgilio negromante. Il prete bogomilo Jeremias, tacciato anche di stregoneria era ivi accusato di essersi procacciato quel sapere e le false scritture «andando fra i morti nel cerchio di Virgilio» e questo remoto «cerchio di Virgilio» (vrzino kolo) è pur la tredicesima scuola da cui esce il negromante o grabanciaš secondo la superstizione degli odierni serbi e croati; ved. Archiv. für slavische Philologie, II (1877), p. 465 e segg.; Pypin I Spasowic, Istorija Slavianskih Literatur, 2° izd., Pietrob. 1879, I p. 84 sgg.; Archivio per lo studio delle trad. pop., VI, 1887, p. 266 sgg. Una traduzione slava dei Faictz merveilleux non esiste, ch’io sappia; in un racconto popolare serbo talune parti ricordano la morte di Virgilio qual’è narrata in alcune versioni di quel libretto ed anche l’estinzione dei fuochi, ma il nome di Virgilio non vi figura (vedi Archiv f. slav. Philol., I, 1876, pag. 286 sg.). Il solo libro popolare, a mia notizia, che può aver fatto conoscere il Virgilio mago a vari popoli slavi, anche ai russi, è il Libro dei sette savi, che già nel XIVsecolo era tradotto in Boemo, poi lo fu anche in Polacco e quindi in Russo diffondendosi con gran successo anche nell’alta Russia in manoscritti da uno dei quali di sua proprietà, del XVII sec., Buslaieff pubblicò il principio del racconto su Virgilio nella sua Istoriri?eskaja Christomatija, Mosca, 1861. p. 13935; cfr. Murko, Die Gesch. d. Sieben Weisen bei den Slaven, Wien 1890 (Sitzungsber. d. k. k. Akad.).

[28] Croniche di Montevergine, p. 66-95.

[29] Cfr. v. D. Hagen, Briefe in die Heimath, III, p. 180; Dunlop-Liebrecht, p. 187; Roth op. cit., p. 280.

[30] Ved. pag. 135, n. 4 del presente volume.

[31] Italienische Miscellen (Tübingen, Cotta, 1803), voI. III, p. 150 sgg. Cfr. Des deutschen Mittelalters Volksglauben und Heroensagen, I, p. 195.

[32] Raccolta e pubblicata da Pitré, Fiabe, novelle e rarronti popolari siciliani, Palermo. 1875, voI. II, p. 13 sgg,. n. LIII.

[33] Ved. sopra.

[34] Ved. sopra.

[35] È riferita questa leggenda dal Prof. L. Viola in una relazione sugli scavi fatti a Taranto, pubblicata nelle Notizie degli Scavi di Antichità edite dalla R. Accademia dei Lincei. 1881, p. 411 sgg. nota. Il Viola osserva che questa leggenda ebbe origine dal fatto che il condotto di Saturo non giungeva sino alla città.

[36] Ved. sopra. [La lirica a cui si allude è adespota nel ms. Vaticano. Del resto è ormai noto che Ruggieri era senese: cfr. Bertoni, Il Duecento, p. 134].

[37] Dal compianto prof. Morosi che gentilmente me lo comunicava.

[38] avessi.

[39] condurrei.

[40] piccolo e grazioso pesciolino.

[41] verrei.

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Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2004