Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  25.

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

 

Capitolo VIII

 

Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione in favore di questi agenti storici, contro l’autorità dei fatti. L’ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono prodotti d’idee utopistiche affatto inconciliabili coll’ordine sociale. Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l’umanità, costretta a lottare contro questi due potenti principî: l’uno de’ quali avrebbe voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e rimanesse l’individuo puro e semplice, l’altro in una casa di dementi posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il celibato, come quello fra di stati dell’uomo che solo è capace di condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente immorale perché egoistica, perché contraria alla prima base della società umana, e perché tale che pone il perfezionamento umano in aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll’esistenza stessa dell’umanità. L’aver santificato il matrimonio, che a molti sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l’effetto di una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll’esempio e collo scritto. Dall’altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa riposare la dignità sua, che è l’onestà ed il rispetto di sé stessa. Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate dall’hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti d’amore, in verun’altra epoca fosse la donna più turpemente insultata, beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere anch’essi[1] Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro poeta che grida:

 

«Ora si va con motti e con iscede

A predicare, e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

 

A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma. La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma incontra grandissima crudeltà nell’oggetto amato, che non resiste alla tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata. Tutto gioia, Virgilio accettò; e all’ora designata corse a mettersi nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Né qui finiva la cosa: ché, informato di tutto l’imperatore, Virgilio messo a terra di grave pena era minacciato, se coll’arte sua non avesse saputo sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l’oltraggio non era perdonabile. La vendetta ch’egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne volesse, soltanto sulla persona della figlia dell’imperatore avrebbe potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe comunicare dall’uno all’altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente nel modo indicato. Fu d'uopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia dell’imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero il fuoco e Virgilio fu vendicato.

Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in quest’ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi alle astuzie femminili, ed esprime l’idea che non v’ha grandezza d’uomo a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell’antichità, altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone, Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual’era per infinita sapienza. Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d’anonimo:

 

«Par femme fut Adam deceu

et Virgile moqué en fu,

David en fist faulx jugement

et Salemon faulx testament;

Ypocras en fu enerbé,

Sanson le fort deshonnoré;

femme chevaucha Aristote,

il n’est rien que femme n’assote»[2]

 

Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch’egli:

 

«Par femme fu mis a destruction

Sanxes li fort et Hercules en rage,

Ly roy Davis a redargucion, si fut

Merlins soubz le tombel en caige;

nul ne se puet garder de leur langaige.

Par femme fut en la corbaille a Romme

Virgile mis, dont ot moult de hontaige.

Il n’est chose que femme ne consumme»[3]

 

E più tardi Bertrando Desmoulins nel suo Rosier des dames faceva dire alla Verità:

 

«Que fist a Sanson Dalida

quant le livra aux philistinse,

n’a Hercules Dejanira

quant le fict mourir par venins?

une femme par ses enginse

ne trompaelle aussi Virgile

quant a uns panier il fut prins

et puis pendu emmy la ville?»[4]

 

E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d’Europa dal sec. XIII al XIV, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[5]. Ad Aristotele era toccato un racconto d’origine orientale, secondo il quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere d’una donna da lui amata[6]. Ad Ippocrate toccò in un Fabliau[7] quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a quest’ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[8]. Ma anche senza il nome di Virgilio né d’Ippocrate, essa costituisce il soggetto di una novella del Fortini[9], di un canto popolare tedesco[10] e d’uno francese tuttora vivente[11].

La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella letteratura europea più secoli innanzi ch’essa fosse attribuita a Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli Atti di San Leone taumaturgo[12], ov’è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia nell’VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è certamente d’origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[13] e in un aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo [14]. Certamente esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte riunite, riferite ambedue all’imperatore Leone il filosofo[15]. E prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme, ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio che io ne conosca, È quella poesia, già da me citata, del trovatore Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche quello «del fuoco ch’ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir). Poi nella Image du monde tutta la seconda parte dell’avventura è narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si fosse unita al nome di Virgilio in un’epoca anteriore anche all’idea del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è certamente tale nella prima, nella quale non sa né prevedere la burla, né sottrarvisi.

Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in un testo latino del XIII secolo[16] e nella Cronaca universale di Jans Enenkel[17]. Poi si ripresenta nel Renart contrefait e in un gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche fra le Rimur islandesi ve ne ha una[18] che narra lo sfregio e la vendetta, ma lo sfregio è doppio poiché la donzella dopo aver burlato Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura, come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte, con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita (1313) riferisce quel fatto a proposito del Peccato de Luxuria. Più tardi però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de Santo Pedro nel suo Carcel de amor diceva, propugnando la causa delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici» l’avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[19]. Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto a sazietà nella letteratura[20], ma fu spessissimo rappresentato dall’ arte, e fin nelle chiese posto sott’occhio ai fedeli, scolpito in marmo, in legno, in avorio[21]. Servì pure di soggetto a molte pitture e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri come Luca di Leida, Giorgio Penez, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più altri[22].

In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa novella col nome di Virgilio è, oltre all’Aliprando di cui parleremo in seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica, dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[23]. La fama del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiegò il nome di Torre di Virgilio dato in Roma alla torre dei Frangipani[24] e l’aneddoto stesso introdotto nella Versione tedesca del Mirabilia del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[25]. Quel capo ameno del Berni annovera[26] fra le antichità che «pellegrini o romei» andavano a vedere a Roma:

 

«E la torre ove stette in due cestoni

Vergilio spenzolato da colei.»

 

Enea Silvio nel suo De Euryalo et Lucretia (1440), cita la prima parte dell’avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però, fra le altre mille, figura essa nella Murtoleide:

 

«Possa come Virgilio in una cistola

Dalla fenestra in giù restar pendente.»

 

Nei testi a stampa dell’antico poemetto italiano Il padiglione di Carlomagno leggesi la seguente ottava:

 

«Ancor si vede Aristotil storiare

e quella femmina che l’ingannò,

Che come femmina ’l facea filare

E come bestia ancor lo cavalcò,

E ’l morso in bocca gli facea portare,

E tutto lo suo senno gli mancò;

D’altra parte Virgilio si mirava[27]

Che nel cestone a mezza notte stava»

 

E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che provano come quell’avventura virgiliana fosse allora così popolarmente conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perché inedita, una Canzone morale in disprezzo d’amore[28] che leggesi in un codice magliabecchiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove, Aristotele, Salomone ecc., si aggiunge quello di Virgilio:

 

«Lett’ hai d’una donzella che ingannava

Virgilio collocato in una cesta,

E fuor della finestra

Attaccato lasciollo infino a giorno»

 

In un poemetto inedito contro amore, pur di quell’epoca, leggiamo:

 

«E tu Virgilio parasti le botte

Che sanno dar le donne a’ loro amanti,

Tu ti pensasti rimetter le dotte

Con colei che ti fea inganni tanti.

A casa sua tu andasti una notte

Fatto lo ’mposto cenno, ella fu presta,

E pianamente aperse la finestra.

Con la fune una cesta legoe,

Per dimostrare di farti contento,

E fuor della finestra la mandoe

Dove tu eri e tu v’entrasti drento;

Tirotti a mezza via e poi t’ appiccoe

A un arpion per tuo maggior tormento

E fino al giorno istesti appiccato,

Dal popolo e da lei fosti beffato»[29]

 

Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d’Este[30] scriveva, parlando ad amore:

 

«El Mantuan poeta nel canestro

Pose quest’altra cui tu lusingasti

E non ti vergognasti

Dar di tanta virtù solazzo al volgo».

 

Nel Contrasto delle donne di Antonio Pucci[31], fra i numerosi esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave quello di Virgilio:

 

«Diss’una che Virgilio avia ’n balia:

– Vieni stasera, ed entra nella cesta

E collerotti a la camera mia –

Ed ei v’entrò, ed ella molto presta

Il tirò su: quando fu a mezza via

Il canape attaccò, e quivi resta;

E la mattina quando apparve il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno.

Risp. Virgilio avea costei tanto costretta

Per molti modi con sua vanitade

Ch’ella pensò di farli una beffetta

A ciò che correggiesse sua retade;

E fe’quel che tu di’ non per vendetta

Ma per difender la sua castitade;

Ver’è che poi, con sua grande scïenza

Fece andar sopra lei aspra sentenza.»

 

In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., nei Proverbi sulla natura delle donne[32] lo stesso fatto è attribuito al filosofo Antipatro:

 

«D’Antipatro ’l filosofo audisti una rasone,

Con la putana en Roma ne fe derisione,

Q’entr’un canestro l’apese ad un balcone;

Ogno Roman vardavalo, con el fose un bricone».

 

Così pure l’arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo fatto della leggenda. Una stampa d’ignoto autore, ma d’antica scuola italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:

 

«Essendo la mattina chiaro il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno;

Ver’è che poi, con sua gran sapienza

Contr’ a costei mandò aspra sentenza»[33]

 

Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu riprodotta da E. Vico in una incisione che porta la data di Roma 1542 e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[34]. In un manoscritto dei Trionfi del Petrarca, esistente nella biblioteca Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo di Amore rappresenta quattro fra le più illustri vittime dell’alato Dio: Ercole che fila, Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[35]. Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[36]. La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[37], il quale, come Virgilio, più d’un fatto prodigioso ereditò dall’antico mago Eliodoro:

 

«Adirato si parte, indi comanda

A’ demoni che tosto abbiano spento

Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,

Fosse da loro estinto in un momento.

Onde per compir l’opera nefanda

La donna fe’ pigliar un gran tormento,

E in piazza fu portata di repente,

Nuda, parea che ardesse in fiamma ardente.

Correa il popol tutto in folta schiera

Per provveder di fuoco le lo case.

Fra le piante di quella in tal maniera

Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase.

E l’uno a l’altro darlo invano spera.

Chè presto si smorzava; intanto spase

La Dea ch’ha cento bocche un gran rumore,

E l’avviso n’andò al Governatore»

 

Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d’Italia, non era il solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. Residui di alcune antiche idee del mondo grecoromano e orientale, e più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell’Europa, l’idea fondamentale e l’uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste forme di giuramento[38] rimanevano sempre fra i mezzi coi quali era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c’era prova o terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano, a provar ciò, aneddoti d’ogni sorta. In questo l’Europa avea il torto di trovarsi d’accordo coll’oriente, e quindi di accettare racconti beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.

Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l’idea inerente all’avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[39], secondo questo racconto, fece in Roma una figura di pietra colla bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova del marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse a lei e folleggiando l’abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di quell’atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo, non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea sofferto abbracciamenti di altr’uomo che di suo marito e di quel pazzo che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità, la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla si celava, accortosi dell’inganno, dovette confessare che le donne la sapevano più lunga di lui.

Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi tal quale nel Çukasaptati, libro di novelle indiano, e nella storia di Ardschi Bordschi Chan, libro mongolico d’origine indiana (Sinhâsanadvâtrinçat)[40]. In Europa però esso era già noto da tempi assai antichi; trovo in Macrobio un aneddoto (desunto certamente da antichi scrittori latini), il quale, ad eccezione dell’elemento amoroso, è del tutto simile a questo[41]. Come astuzia di donna galante, circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano, nelle novelle di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nel Mambriano del Cieco da Ferrara[42], nel Patrañuelo di Timoneda ecc. ecc.[43]. Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le dita alle donne adultere»[44]. Il racconto così attribuito a Virgilio e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora in Santa Maria in Cosmedin e chiamasi Bocca della verità. È un antico mascherone da fontana, o da sbocco d’acqua piovana, di cui il Mirabilia dice che era considerato come una bocca che pronunziava oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo di Bocca della verità dato anche alla piazza adiacente e che di certo[45] risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto alla Bocca della verità, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio. Infatti nella versione tedesca del Mirabilia fatta nel XV secolo, è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e dell’aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[46]

 

Note
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[1] Cf. Graesse, Gesta romanorum, II, p. 289-290. [Nuova edizione di H. Oesterley. Berlino 1872; W. Dick, Erlangen e Lipsia 1890]; Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 315. Per la letteratura di questo soggetto veggansi i dotti appunti di Tobler in Zeit. f. rom. Philol. IX, p. 288-90, il quale crede poter scusare la fanatica misogynia monastica e laica del medio evo ricordando i versi scritti nel 7° secolo av. Cr. da Simonide Amorgino in vitupero delle donne. [Per quello che si riferisce a Virgilio v. l’importante capitolo V dell’op. citata di Spargo, pag. 136-206 con bibliografia].

[2] Estratti da un Ms. di Berna e riferiti da Chabaille, Li livres dou Tresor par Brunetto Latini, pag. XVI. È notevole che Brunetto là dove parla nel Tesoro (lib. II, p. 2, cap. 89) dei mali prodotti dalle donne rammenta Adamo, David, Salomone, Sansone, Aristotele e Merlino, ma tace di Virgilio.

[3] Di simile contenuto sono i versi di Paul De Bellviure citati da Milàj Fontanals, De los trovatores en Espanîa, p. 435:

        «Por fembre fo Salamò enganat,

        lo rey Daviu e Samssò examen,

        lo payra Adam ne trencò ’l mandament,

        Aristotil ne fou com ancantat

        e Virgili fou pendut en la tor,

        e sent Ioan perdé lo cap per llore

        Ypocras morì per llur barat».

[4] Ved. Recueil de Poésies franç. des XV et XVI siècles réunise et annotées par Anat. De Montaiglon, vol. V, p. 195. Montaiglon riferisce qui altri versi francesi di quell’epoca relativi all’avventura di Virgilio di Gracian Dupont, nella Nef des Princes, e del Débat del’homme et de la femme.

[5] Non vogliamo passare sotto silenzio il distinto poeta tedesco Enrico Da Meissen detto Frauenlob, il quale a che egli in una sua poesia annovera le vittime degli inganni delle donne cominciando da Adamo:

        «Adam den ersten menschen betroug einwip,

        Samsones lip

        wart durch ein wip geblendet» etc.

e non omette Virgilio:

        «Virgilius wart betrogen mit valschsen sitten».

Ma da quel galante poeta che, anche col nome che si dava, professava di essere, Frauenlob non vede in quei grandi esempi che un incoraggiamento a sopportare i capricci della sua bella. Ved. V. D. Hagen, Minnesinger, III, p. 355

[6] Barbazan-Méon, III, p. 96; Le Grand d’Aussy, Fabliaux, I, p. 273. Cf. v. D. Liagen, Gesamtabenteuer I, p. LXXV sgg. Benfey, Pantschatantra, I, p. 461 sgg. Quest’aneddoto ricorre anche nel Prompuarium exemplorum compilato ad uso dei predicatori. Cf. Du Méril, Mélanges, p. 474. [v. J. Bédier, Les Fabliaux (Paris, 1925). pp. 4467].

[7] Le Grand d’Aussy, Fabliaux, I, p. 232 segg. Le Grand esprime l’opinione che il nome d’Ippocrate sia in questo racconto anteriore a quello di Virgilio. Nel romanzo francese del S. Gral l’avventura è anche riferita ad Ippocrate, e c’è anche l’aggiunta della vendetta, ma è diversa. lppocrate fa che la bella donna da cui fu burlato divenga perdutamente innamorata di un orrido nano. V. Paulin Paris, Les romans de la table ronde, I, p. 246 segg

[8] È assai probabile che anche questo racconto sia di origine orientale: fino ad ora però non si è trovato nulla di eguale nelle letterature orientali. Hagen ed altri hanno voluto ravvicinarlo ad un racconto delle novelle tartare di Gueulette, col quale però non ha che un rapporto molto lontano.

[9] «Un pedante credendosi andare a giacere con una gentil donna si lega nel mezzo perché ella lo tiri su per una finestra, resta appiccato a mezza via; di poi messolo in terra con sassi e randelli gli fu data la corsa». Fortini, Novella V. [Novellieri ital., Firenze, Borghi 1832. p. 1162 sgg.]. Qualcuno, quali Hagen e Roth, vuol ravvicinare a questo racconto la novella VIII, 7 del Decameron ed un luogo del Filocolo [p. 402 ed. Battaglia (Bari Laterza 1938)] Ma il confronto pecca in ciò che v’ha di più essenziale.

[10] Dei secoli XVXVI, intit.: Der Schreiber im Korb, in Simrock, D. deut. Volksbücher, VIII, p. 396. Cfr. v. D. Hagen, Gesamtabenteuer, III, p. CXLIII. V. gli appunti di Uhland, Schriften, IV, p. 513 sgg. e singolarmente ciò ch’ei dice circa un curioso tafferuglio provocato da quella canzone.

[11] De Puymaigre, Chants Populaires recueillis dans le pays messin, p. 149 seg.

[12] Acta sanctorum, Feb., III, p. 225. Notiamo che nella versione inglese del libretto popolare virgiliano di cui parleremo, una burla d’un altro genere è fatta da Virgilio alla figlia dell’imperatore. Ei fa si che mentre essa è in istrada le paia all’improvviso di trovarsi in mezzo all’acqua e si alzi i panni fino alla cintura. Cf. Genthe, Leben und Fortleben des p. Virgilius Maro als Dichter und Zauberer, p. 56. Anche quest’aneddoto figura nella leggenda del Mago Eliodoro (p. 224); «alias (mulieres) iter facientes falsa fluminis specie obiecta indecore nudari compulit, et per siccum pulverem quasi aquam inambulare». Cfr. Liebrecht, in Orient und Occident, 1. p. 131. Dallo stesso prof. Liebrecht mi fu gentilmente indicata una leggenda araba simile a questa, presso De Hammer, Rosenöl, I,162; Cf. anche Weil, Biblische Legenden der Muselmänner, p. 267.

[13] Journ. asiat., IV, sér. 19, 85 segg.; Liebrecht in Germania, X, p. 414 segg.

[14] Freytag, Arobum proverbia, II. 445, n. 124.

[15] Cfr. Liebrecht, Neugriechische sagen in Zeitsch. für Deutsche Phil. hersg. v. Höpfner. u. Zacher, II, p. 183.

[16] Du Méril, Mélanges ecc.. pag. 429, in nota.

[17] V. v. D. Hagen Gesamtabenteuer  II, p. 509 segg; Massmann, Kaiserchronik. III, p. 455 sgg. [v. 23785-24138 Strauch].

[18] Ne riferisce un sunto Kölbing, Beiträge zur vergleichenden Geschichte d. romant. Poesie und Prosa des Mittelalt. Bresl. 1876, p. 220 sgg.

[19] Cancionero de obras de burlas provocantes a risa, p. 152. Oltre a quanto abbiamo già citato o dovremo riferir poi mettiamo qui alcuni scritti di varie letterature nei quali si riferisce quell’avventura virgiliana o si allude ad essa; tali sono: il poema francese Le bâtarde de Bouillon (cfr. Hist. Litt. de la France, XXV, p. 613); una Cronica anonima dei Vescovi di Liegi (V. De Sinner, Catal Cod. bibl. Bern., II, 149); Symphorien Champier, De claris medicinae scriptoribus., tract. 2; Martin Franc, Champion de dames fol., Civ; un MS. e l’antica edizione del Lancillotto in prosa (ved. Hagen, Gesamtab., III, p. CXL), il Reinfrit von Braunschweig (vedi Hagen, op. cit., p. CXL; la donna è chiamata Athanata ); un antico canto tedesco che comincia: «Her Vilius von Astronomey ze schule gie» (vedi Hagen, op. cit., CXLI); Hawes, Pastime of pleasure, c. XXIX; Gower, Confessio amantis, I. VIII, f. 189; la tragicomedia spagnola La Celestina, att. VII; il Corbacho dell’arciprete De Talavera; Diego Martinez nel Cancionero de Baena, ed. Michel II, pag. 29; Diego De Valencia, ib., p. 87; il Romance de don Tristà, presso Michel, Tristan, II, p. 302. [V. Spargo, op. cit., pag. 384-385].

[20] Un cronista di Metz, Filippo di Vigneulles, parla di una festa ch’ebbe luogo in quella città nella quale su cavalli o carri figuravano illustri personaggi come David, Alessandro, Carlo Magno, Arturo, Salomone ecc., e soggiunge «pareillement estoit en l’ung d’iceux chariots le saige Virgile qui pour femme pendoit à une corbeille». V. Puymaigre, Chants populaires recuelis dans le pays messin, pag. 153, e Les veux auteurs castillans del medesimo, tom. II.

[21] Ved Langlois, Stalles de la Cathédrale de Rouen, p. 173; De La Rue, Essays historiques sur la ville de Caen, p. 97 sgg.; Mont-Faucon, Antiquité expliquée, tom. III, p. III, p. 356.

[22] Cfr. per es. Bartsch, Peintre graveur, VII, pag. 409; VIII, 350; VIII, 486; Graesse, Beiträge, p. 35 segg.; Bekkeer e Von Hefner, Kunstwerke und Gerathschaften des Mittelalters und Renaissance, disp. I; Wolff, Niederländische Sagen, p. 493 segg. Al fatto del fuoco estinto viene riferita senza buon fondamento una pittura di Malpicci nella Iconographie de Estampes à sujet galant ecc. par M. le Cte d’ I.*** (Genève 1868), p. 501; a quello però certamente si riferisce un dipinto di I. Steen descritto da Stecher, La leg. de. Virgen Belgique, p. 625. Anche il fatto di Aristotele e Filli fu rappresentato in parecchie opere d’arte. cfr. Benfey, Pantschatantra, 1, p. 462 sgg., agg. una stampa di G. Coignet. [Cfr. E. Müntz, in Monatsberichte f. Kunstwissenschaft II, 1912, 85 sgg.; Mâle, Virgil dans l’art du moyen âge français, in Studi Medievali 5, 1932, 325 sgg; parecchie opere riprodotte da Spargo pp. 236, 254, 256, 258, 260]

[23] Novella inedita di Giovanni Sercambi, Lucca, 1865 (tirata a trenta esemplari). Questa novella con altre dello stesso autore è poi ripubblicata da D’Ancona, Novelle di G. Sercambi, Bologna, 1871, p. 265 sgg. [G. Sercambi, Croniche, ed. Bongi (Fonti Storia Italia 21), III 258 sgg.; Novelle, ed. Renier (Torino, 1889), 116 sgg.

[24] Marangoni, Memorie dell’Anfiteatro romano, p. 51

[25] Massmann, Kaiserckronik, III, p. 454.

[26] Il primo libro delle opere di M Francesco Berni e di altri (Leida 1823), parte prima, pag. 117. [Rime, 110, 7, p. 153 ed. Chiorboli, GinevraFirenze 1934]. Anche nelle Carte parlanti di Partenio Etiro (Pietro Aretino) Venezia, 1650. p. 41, si allude a questa avventura colle parole «che Virgilio nella cesta non ebbe tanto concorso di popolo».

[27] Questa ottava trovasi in tutte le stampe di quel poemetto. Il prof. Rajna però che ne ha visto e studiato più di un manoscrittori mi assicura che quell’ottava, come altre undici o dodici, manca affatto in questi. La più antica edizione conosciuta dai bibliografi è della prima metà del ’500.[Manca nell’edizione Vandelli (Modena, Per nozze Vandelli-Bertacchini, 1888].

[28] Cod. 40 palch. II fog. 140v 141v. Comunicatami dal prof. Rajna. La poesia che la precede nel codice portava il nome di Guido Da Siena e cui poi fu dato di frego e sostituito Messer Bartolomeo Da Castello della Pieve.

[29] Questo poemetto che comincia: «Or mi posso doler di te Tubbia» e finisce «E tu ti goderai col tuo marito» trovasi in un codice di proprietà di C. Guasti. I versi che qui comunico furono trascritti dal prof. D’Ancona. Il verso sesto della prima ottava manca nel ms.

[30] Cod. Ambr. D. 524 inf.; secondo il prof. Rajna che me ne dà notizia, è di circa il 1440.

[31] Pubblicato dal prof. D’Ancona nel Propugnatore, 1869, vol. II. parte II, p. 397 e 1870, vol. III, parte I, pag. 35. I versi citati appartengono al vol. II, parte II, pag. 417. Diciamo «pubblicato» poiché l’antica stampa di questo poemetto registrata dal Brunet (IV. p. 121) è cosa rarissima né in essa trovasi il nome dell’autore.

[32] Pubblicato da Tobler in Zeitschr. f. rom. Philol.. IX, p. 289 segg. (ved. p. 301. n. 3l); Monaci,Crestom. it dei primi secoli [Città di Castello, 1912], p. 142.

[33] L’ho vista nella raccolta di Dresda; la descrive Graesse, Beiträge, p. 35 sg.

[34] Ved. Bartsch, 46, e Iconographie des Estampes à sujet galant, ecc., citato, p. 733.

[35] Strozziano, n. 174. Anche il Riccardiano 1129 contiene una simile miniatura attribuita a Benozzo Gozzoli. [Riprodotto da p. D’Ancona, L’uomo e le sue opere (Firenze 1923, tav. LXIX a b)].

[36] Ved. De Nino, Ovidio nella tradizione popolare di Sulmona, Casalbordino, 1886, pag. 38 e seg.

[37] Crediamo far cosa utile riproducendo fra i documenti in fondo a questo volume anche questo poemetto che porta il titolo Vita, conversione e morte di Pietro Barliario, nobile salernitano e famosissimo mago composta da Filippo Cataloni romano. Lucca, s. a. in12o, di p. 24. Un’altra redazione in versi, meno completa, e che non contiene l’episodio da noi citato, porta il titolo: Stupendo miracolo del Crocifisso di Salerno, con la vita e morte di Pietro Bailardo, famosissimo mago, opera nuova per consolazione dei peccati posta in ottava rima e data in luce da Luca Pazienza napoletano. In Lucca 1799, per il Marescandoli, 12 p. in12o. Queste due redazioni mi sono state gentilmente comunicate dal prof. D’Ancona. Credesi che questo Pietro Balario (detto poi Bailardo o Baialardo) esistesse realmente, e che per occuparsi di scienze naturalie e d’alchimia. passasse per mago. Sarebbe morto frate, fra i Benedettini a Salerno, il 25 marzo 1149. Almeno questo asserisce il Mazza, il quale dice di aver veduto il suo sepolcro sul quale ei lesse: «hoc est sepulchrum m. magistri Petri Barliarii»; Urbis Salernitanae historia, p. 33 sg. (in Thes., Graev. et Burm. IX, 4). Ved. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II. p. 118. Il popolo napoletano attribuisce a Barliario il cosidetto Ponte di Caligola; ved. Ampère, L’empire romaine à Rome, II, p. 9; cfr. anche sul Barliario o Bailiardo, Busk, Folklore of Rome, pag. 199; Fr. Sabatini, Abelardo ed Eloisa secondo la tradizione popolare, Roma, 1879, il quale malamente torna a confonderlo con Pietro Abelardo; contro quest’errore ved. D’Ancona, Varietà storiche e letterarie, Ia serie, Milano, 1883, pag. 15; cfr. Torraca in Rassegna settimanale, VI,(1880), no 155, p. 397 seg. [V. anche sull’argomento A. D’Ancona, Saggio di una Bibliografia ragionata della poesia popol. It.. in Bausteine zur rom. Philologie, Festgabe für A. Mussafia Halle, 1905, p. 140-142; G. Zottoli, «Archivio per lo studio delle tradizioni popolari». XXII, 1903, p. 73 sgg.; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Sulmona 192-427, II, 278-284].

[38] Vedi la ricca enumerazione che ne fa Du Méril nella sua dotta introduzione al Floire et Blanceflor, p. CLXV sgg.

[39] Vedi la Fleur des histoires di Jean Mansel presso Du Mèril, Mélanges, p. 444 sgg.; i Faictz merveilleux de Virgile di cui parleremo poi; Kurzweilige Gespräch, Francf. 1563, e presso Genthe, Leben und Forleben des p. Virgilius Maro, p 75; Cf. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 449; Schmidt, Beiträge, 139-141 sgg.

[40] Cf. Benfey, Pantschatantra, I, p. 457; Bartsch, nella Germania di Pfeiffer, V, 94 segg. Il testo di questo racconto secondola redazione mongolica dell’Ardschi Bordschi è stato pubblicato a parte dallo Jülg col titolo: Erzählung aus der Sammlung Ardschi Bordschi, ein Seitenstück zum Gottesgericht im Tristan und Isolde, Innsbruck 1867, e poi dal medesimo nel suo dotto lavoro Mongolische Märchen (Innsbruck 1868), p. III segg. Cf. il mio articolo nella Revue critique, 1867, I, p. 185 segg.

[41] «Tremellius vero Scrofa conominatus est eventu tali.

Is Tremellius cum familia atque liberis in villa erat. Servi eius, cum de vicino scrofa erraret, subreptam conficiunt; vicinus advocatis custodibus omnia circumvenit ne qua efferri possit: isque ad domiflum appellat restitui sibi pecudem. Tremcllius, qui ex villico rem comperisset, scrofae cadaver sub centonibuis collocat super quos uxor cubabat: quaestionem vicino permittit. Cum ventum est ad cubiculum, verba iurationis concipit: nullam esse in villa sua scropham nisi istam, inquit, quae in centonibus iacet: lectulum monstrat. Ea facetissima iuratio Tremellio Scrofae cognomentum dedit». Macrob. Sat., I, 6, 30.

[42] Michel, Tristan, I, p. 199 segg.; Novelle del «Mambriano» del Cieco da Ferrara esposte ed illustrate da Giuseppe Rua, Torino, 1888, p. 65-83. In una novella del geloso (comunicatami dal prof. D’Ancona) che travasi nel Cod. Perugino C. 43, p. 120, e comincia: «per cortesia ciascun geloso» la pietra o pietrone della verità è attribuita a Merlino.

        «Però quel pedron ha vertù tale

        Che vi lassò il bon Merlin perfetto

        Qualunque omo o dona fosse male, ecc...».

[43] Vedi Dunlopp-Liebrecht p. 500.

[44] Pubblicata da Bartsch, nella Germania di Pfeiffer IV, p. 237 segg.

[45] Hagen (Briefe in die Heimath, IV p. 106) fa notare che dove ora è S. Maria in Cosmedin fu il tempio della pudicizia e spiega l’origine della leggenda. Certo quel tempio o cappella (sacellum) dovette trovarsi lì presso nel foro Boario ma oggi gli archeologi (cfr. Bekker-Marquardt, Handbuch der röme. Altertihümer, I, 480 segg.) non credono fosse dove è quella chiesa, ove invece pongono il tempio di Cerere. Dcl resto nella più antica notizia (Mirabilia) la leggenda che a ciò si riferisce non parla di oracoli piuttosto relativi alla castimonia delle persone. che ad altro. Ved. anche la Beschreibung der Stadt Rom. di Platner ecc., I, III, p. 381; Crescimbeni, Storia della Basilica di S. Maria in Cosmedin, Roma, 1715.[Vedi Spargo. op. cit., pag. 207-227, e pag. 398].

[46] Cfr. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 449. Come l’avventura del paniere così quest’aneddoto figurò in opere d’arte. Esso si ritrova anche tra le varie stampe di Luca di Leida relative alle astuzie femminili. Cfr. (oltre a Bartsch) Passavant, Le peintre graveur, III, p. 9. [Riproduzione in Spargo p. 222]. Di una pittura a ciò relativa che trovavasi in una casa di Roma parla la Beschreibung ecc. di Platner, III, I, 382. [v. ora Chr. Hülsem, in Studi Medievali, V, 139 sgg.]. L’antico poeta tedesco Hans Sachs (XVI sec.) attribuisce aVirgilio un ponte sul quale al suonar di una campanella non poteva reggersi se non chi avesse serbato la fede coniugale. Con questo ei consolò Arturo mostrandogli quanto numerosa fosse la compagnia a cui anch’egli apparteneva. Cfr. v. D. Hagen, Gesammthabent., III. CXXXVI.

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004