Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  24.

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare

 

Capitolo VII

 

All’epoca a cui appartengono tutte queste leggende della magia virgiliana erasi resa popolare l’idea che la Sibilla avesse profetato la venuta di Cristo. Questa idea nata dapprima fra gli apologeti, divulgatasi fra i padri e gli scrittori ecclesiastici, erasi fissata in un modo stabile nel medio evo: uscita dalla letteratura teologica era giunta a far parte delle nozioni volgari e comuni che accompagnavano l’idea religiosa, e dal XII secolo in poi la troviamo molto familiare così ai laici come ai chierici. Frequente è quindi la menzione della Sibilla anche nelle lettere volgari e romantiche come frequente è quel personaggio nelle rappresentanze artistiche fino al XVI secolo[1]. Era una di quelle idee più accessibili a tutti, desunte dalla parte più trita della dottrina cristiana elaborata dai teologi medievali, con cui la fede affermava sé stessa e su di cui intendeva essere saldamente appoggiata; ognuno intendeva bene che cosa volesse dire nel notissimo canto sacro del poeta francescano «teste David cum Sibylla»[2]. Questa grande notorietà data alla Sibilla o alle Sibille che si voglia dire, era opera della chiesa e risultava dai suoi modi di comunicare coi fedeli e di porgere ad essi la dottrina religiosa. Singolarmente l’ammaestramento religioso, la predicazione ed anche quel prodotto posto di mezzo fra le cerimonie liturgiche e la poesia popolare che sono le rappresentazioni sacre o Misteri, erano potenti mezzi per la diffusione di conoscenze e vedute siffatte. Quel  drammatizzare credenze religiose fatto in modo ingenuo, intieramente popolare e scevro da ogni pretensione letteraria, era istrumento di popolarità che per la natura sua speciale, e i rapporti che ha colle origini e la storia del teatro moderno, contribuiva notevolmente ad introdurre quelle idee nelle nuove letterature che andavansi svolgendo. Noi vedemmo già come e quanto il nome di Virgilio andasse unito, in quest’ordine d’idee, a quello della Sibilla, e quanto familiare fosse ai chierici del medio evo la quarta ecloga pel vaticinio sibillino che riferivano a Cristo. Virgilio seguì le sorti di questo personaggio nel suo farsi popolare, tanto più facilmente che anche, per altra via, era divenuto popolare egli stesso[3]. Nelle prediche, singolarmente in quelle del Natale, v’era occasione di rammentarne il nome con quello della Sibilla; nell’arte cristiana di soggetto sacro spesso dov’era rappresentata la Sibilla lo era anche Virgilio, o almeno, venivano segnate le note parole della quarta ecloga[4]; ed in più di un Mistero fra gli altri personaggi aveano luogo anche Virgilio e la Sibilla[5]. Già nell’XI secolo nel noto Mistero latino della Natività che rappresentavasi nell’abbazia di San Marziale a Limoges avea parte Virgilio fra gli altri profeti di Cristo[6]; e similmente in quello che recitavasi a Reims[7]. Dopo Mosé, Isaia, Geremia, Daniele, Habacuc, David, Simeone, Elisabetta. Giovanni Battista, il Procentor chiamava Virgilio dicendogli:

 

«Vates Maro gentilium

Da Christo testimonium»

 

e Virgilio facevasi innanzi in aspetto e in abito di giovane uomo, e diceva:

 

«Ecce polo, demissa solo, nova progenies est.»

 

Poi a render ciascuno la sua testimonianza venivan chiamati Nabuchodonosor e la Sibilla; dopo di che il Procentor rivolgevasi ai Giudei dicendo:

 

                      «Iudaea incredula

Cur manes adhuc, inverecunda?»

 

Simile ufficio ha Virgilio nel Mistero delle Vergini Folli[8], ed in altri Misteri scritti anche in lingue volgari, in tedesco, in olandese ecc.[9]. In una grande composizione drammatica di Arnoldo Immessen (XV sec.), per una singolare inversione di parti, la Sibilla Cumea cita Virgilio come sua autorità[10]. Non sempre però nei Misteri ha luogo Virgilio; talvolta la Sibilla è sola a rappresentare i profeti gentili. In un Mistero latino del Natale la Sibilla conosce la venuta di Cristo dalla stella che guidò i re magi[11]. Questa stella secondo un antico poeta spagnuolo fu anche veduta da Virgilio[12].

In ordine a questa idea divenuta popolare e penetrata nel romantismo ha luogo una produzione leggendaria che, passando per varie forme, arriva a combinarsi colla leggenda del Virgilio mago. Già alle presunte disposizioni di Virgilio pel cristianesimo si riferiscono i versi latini che cantavansi a Mantova, da noi già citati[13], i quali parlano della visita di S. Paolo al sepolcro del poeta secondo una leggenda che non è esclusivamente mantovana, e trovasi più estesamente narrata nella Image du monde[14]. San Paolo (così dice questa leggenda), ch’era uomo di molta dottrina, allorché venne a Roma, trovò che di fresco era morto Virgilio, e ne fu dolente; tanto più se ne addolorò quando nei libri del poeta trovò quei versi che sì bene applicavansi alla venuta del Salvatore. ’Vide ch’era un’anima disposta a diventar cristiana, e deplorò non essere arrivato a tempo per farla tale:

 

«Ah! se ge t’eüsse trouvé

Que ge t’eüsse a Dieu donné!»

 

come appunto dicono i versi latini. Prese tanto interesse pel morto poeta che arrivò a scoprire un luogo sotterraneo in cui trovavasi riposto. La via per arrivarvi era terribile; soffiava un vento impetuoso, e si udivano tuoni spaventevoli. L’apostolo potè vedere Virgilio assiso fra due ceri ardenti, tutto attorniato da libri gittati in terra alla rinfusa, alla volta era appesa una lampada, e dinanzi a Virgilio stava ritto in piedi un arciere che coll’arco teso la teneva di mira. Questo si vedeva dal di fuori, ma entrare era difficile, ché all’ingresso stavano due uomini di bronzo i quali con martelli d’acciaio facevano dinanzi alla porta un tal continuo martellare che guai a chi si attentasse a valicare la soglia. Tanto fece l’apostolo che riuscì a far cessare l’opera di quei martellatori; ma allora l’arciere scoccò la saetta contro la lampada e tutto cadde in polvere. San Paolo che avrebbe voluto prendere i libri del poeta, dovè tornare colle mani vuote.

Fra le leggende relative ai miracoli che precedettero immediatamente la venuta di Cristo e la fecero presentire ai pagani, celebre è quella che concerne la chiesa di S. Maria in Ara coeli di Roma. Augusto, secondo questa leggenda, fece venire a sé un giorno la Sibilla per interrogarla sugli onori divini che a lui aveva decretati il senato. La Sibilla risposegli che dal cielo verrebbe il re il quale regnerebbe in eterno; e tosto si aprirono i cieli ed Augusto vide una vergine di maravigliosa bellezza seduta su di. un altare con un bambino in braccio, e udì una voce che disse, «questo è l’altare del figlio di Dio». L’Imperatore si prostrò pregando, e poscia rivelò la visione al senato. Là dove la visione ebbe luogo, sul Campidoglio, fu poi edificata quella chiesa che anche oggi porta il nome di S. Maria in Ara coeli. Questa leggenda trovasi già fino dall’VIII secolo in scrittori bizantini; poi fu introdotta nella Leggenda aurea, nel Gesta romanorum, nel Mirabilia e in altri libri molto letti che la resero notissima[15]. L’arte la rappresentò più volte, e frequentemente se ne trova menzione negli scrittori dal XII secolo in poi. Petrarca ne parla anch’egli in una sua lettera[16]. Il Mirabilia che riferisce questa leggenda, ne riferisce un’altra di simile significato e che trovasi pure in altri scritti dell’epoca[17]. Nel suo palazzo, ov’erano i tempi della Pietà e della Concordia, Romolo pose una statua d’oro, dicendo: «non cadrà finché una vergine no partorisca»; e Cristo nacque e la statua cadde a terra[18]. Altri riferisce questo fatto al tempio di Pallade, altri a quello della Pace, che sarebbero caduti quando nacque Cristo; altri finalmente riferisce il fatto alla Salvatio Romae e la predizione di esso a Virgilio. Così Alessandro Neckam, dopo aver parlato della Salvatio Romae, soggiunge: «Allorché veniva interrogato il glorioso poeta fino a quando gli Dei conserverebbero quel nobile edificio, soleva rispondere: rimarrà in piedi finché una vergine non partorisca. Nell’udir ciò applaudivano e dicevano: dunque rimarrà in eterno. Quando però acque il Salvatore dicesi che quel mirabile palagio rovinasse immantinente»[19]. Così la leggenda, coll’introdurvisi del nome di Virgilio, perde il suo significato primitivo. La parola di Romolo è un vanto che poi il fatto fece riescir vano; la parola di Virgilio, dato il rapporto in cui era questo poeta con la Sibilla nella idea leggendaria, e il suo posto fra i profeti di Cristo, ha valore di profezia. Uno sviluppo di questa leggenda, divenuta virgiliana, trovasi in un poema francese inedito, di cui esiste un esemplare ms. nella biblioteca di Torino[20]. È una strana rapsodia di più poemi, due dei quali già noti, che sono il poema di Vespasiano o della Vendetta di Gesù contro gli Ebrei e la Gesta dei Lorenesi[21]. Per congiungere questi due poemi viene intercalato un terzo poema che serve d’introduzione all’ultimo e narra i fatti di San Severino, congiunto genealogicamente con Vespasiano da un lato, con Hervis e Garin di Lorena dall’altro. Ma il rapsodo non si è contentato di questo. Nel romanzo di Vespasiano essendo narrata la vendetta della morte di Cristo, egli ha voluto premettere anche gli antecedenti di questo fatto, ed ha quindi aggiunto tutto un lungo poema, che comincia colla creazione del mondo, narra tutti i fatti dell’antico e del nuovo testamento e finisce colla morte di Cristo. Non ha creduto però dover esporre direttamente, come desunta dalla Bibbia, ed in proprio nome, la storia sacra. Ha inventato invece un racconto fondamentale fantastico, con cui, prendendo per base la leggenda di cui sopra abbiamo parlato, fa sì che Virgilio sia appunto il narratore di tutta quella lunga storia. L’unico manoscritto a me noto manca del principio; però quel che rimane di questa parte basta a farci capire di che cosa si tratta. Invece del buon Ottaviano o di Romolo, abbiamo qui un Noirons li arabis, un tristo imperatore, rispondente all’ideale di Nerone che troviamo nelle leggende medievali, adoratore del diavolo e di Maometto, personaggio intieramente fantastico, il quale edifica in onore de’ suoi Dei un palagio votivo tutto ricco e splendente d’oro e di gemme; poi fa venire a sé Virgilio, e gli domanda: «tu che tutto sai, dimmi quanto durerà il mio palagio!» – Virgilio risponde: «durerà finché una vergine non partorisca». – «Dunque durerà in eterno, ché quel che tu dici non sarà mai». «Eppure un giorno sarà» soggiunse Virgilio. E infatti trent’anni dopo nasce Cristo e il palazzo di Nerone rovina. Grande ira di Nerone che fa chiamare Virgilio, e: «dunque, dice, tu sapevi che questa vergine partorirebbe; perché non me l’hai detto?» E Virgilio entra a parlargli della nuova fede e ne nasce un alterco: ché Nerone di questa non vuol saperne. Infine l’imperatore stabilisce che abbia luogo una disfida fra di loro; quello dei due che vincerà taglierà la testa all’altro. Virgilio accetta, ma desidera, prima di scendere nell’arringo, dare una corsa a casa sua a vedere la sua gente e Ippocrate e i sapienti amici e parenti suoi. E va, e riunisce tutti ed espone loro il suo caso. Ippocrate si dà a cercare ne’ suoi libri e trova tutto quanto concerne la venuta di Gesù; comunica il tutto a Virgilio, il quale, fornito di questa invincibile armatura, parte sicuro del fatto suo. Nerone s’accorge che il suo avversario porta seco armi troppo poderose, prevede la propria fine, e dichiara a Virgilio l’essere proprio. Gli narra l’antica storia di Lucibello o di Lucifero e degli angeli ribelli cambiati in demoni: dice che egli è uno di questi; parla della loro missione sulla terra, della edificazione di Babilonia e di altre simili cose. Virgilio gli risponde ponendosi di piè fermo a narrare tutta la storia sacra, cominciando dalla creazione del mondo. Qui il rapsodo arrivato al suo scopo, sciorina giù un profluvio di versi a migliaia, perdendo affatto di vista Virgilio, e dimenticando anche alla fine di dirci come terminò la sfida fra Nerone e Virgilio; v’ha però in fondo una scena finale che ha luogo in inferno, nella quale parlano Nerone e Maometto, e da cui si desume che Nerone fu decapitato da Virgilio. – Questo poema, anche nella forma, è una delle più goffe cose che si possano immaginare.

Pel rapporto leggendario di Virgilio col Cristianesimo si connette con questa fantasticheria del trovero francese quella di un tedesco quasi contemporaneo, l’autore del Reinfrit von Braunschweig[22], col quale si accorda in ciò anche chi scrisse la Tenzone poetica di Wartburgo (Wartburgkrieg)[23]. Ecco la leggenda, quale si desume da queste due composizioni tedesche. Sulla Montagna della Calamita (Magnetberg, Agetstein, di cui è spesso menzione in queste poesie germaniche medievali)[24] stavasi un gran negromante, principe babilonese o greco, di nome Zabulon (Diavolo) il quale già avea letto nelle stelle la venuta del Salvatore 1200 anni prima che questa avesse luogo, e adoperava tutte le sue arti per impedirla o allontanarla. Egli fu l’inventore della negromanzia e dell’astrologia e scrisse su tal materia più libri, sempre con questi mirando allo scopo sopra detto. I milledugento anni erano già quasi passati, e fra i viventi trovavasi Virgilio, uomo pieno di virtù, il quale per beneficare altrui erasi ridotto in grande miseria. Virgilio seppe di questo Zabulon e delle sue arti e del suo malvolere; e tosto si mise in mare e navigò verso il Monte della Calamita. Grazie all’aiuto datogli da uno spirito che era stato racchiuso in forma di mosca in un rubino che ornava un anello, Virgilio arrivò ad impadronirsi dei libri e dei tesori del mago; e intanto i milledugento anni si compivano e la Vergine partoriva Gesù.

Così la primitiva idea del Virgilio profeta di Cristo, modificandosi e passando per fasi diverse, veniva a combinarsi con una delle leggende relative alla magia virgiliana, quella che narrava come Virgilio fosse divenuto mago, ossia come si fosse procurato il libro che gli comunicò la conoscenza di quelle arti[25]. Riconosciamo qui il libro di ars notoria che secondo il racconto di Gervasio, era stato trovato da quel tale inglese nel sepolcro di Virgilio, e che qui diviene il libro di Zabulon, come presso altri diviene il libro negromantico scritto da Salomone, il quale com’è noto ha gran parte nella letteratura della magia. Nella tenzone poetica di Wartburgo parlasi di questo libro di Zabulon con grande fatica conquistato da Virgilio[26]. Ma la leggenda trovasi in altre versioni spoglia di ogni rapporto colla venuta di Cristo.

Verso la stessa epoca Enenkel nel suo Weltbuch narra in qual modo Virgilio, questo «figlio dell’inferno»[27], com’ei dice, si procacciasse le straordinarie sue cognizioni magiche. Mentre un giorno lavorava in una vigna, approfondò tanto la zappa nella terra che giunse a scoprire una bottiglia nella quale trovavansi racchiusi 12 diavoli. La tolse su e si rallegrò del suo trovato. Allora parlò un di quei diavoli e disse che s’ei li mettesse in libertà gl’insegnerebbero ogni sorta di arti segrete. «Insegnatemele prima, rispose Virgilio, e prometto di liberarvi». E coloro insegnarongli tutta la magia, ed ei ruppe la bottiglia e li lasciò andar liberi. Enrico da Müglin, che visse verso la metà del sec. XIV, pose in versi anch’egli questo fatto in una forma più prossima alla versione del Reinfrit, ma senza parlare neppure egli della venuta di Cristo[28]. Virgilio parte da Venezia per far fortuna in compagnia di altri, e si mette in mare alla volta della Montagna della Calamita[29]. Colà trova uno spirito chiuso in una bottiglia il quale, per prezzo della libertà, gl’insegna il luogo dov’è riposto, sotto il capo di un morto, un libro di magia. Virgilio trova infatti quel libro e appena apertolo gli si fa dinanzi una legione di ottantamila diavoli che si pongono ai suoi comandi e ch’egli incarica di lastricare una lunga strada. Più tardi, nel secolo XV, Felice Hemmerlin[30] narra anch’egli come uno spirito ponesse Virgilio in possesso del libro magico di Salomone, nella speranza di esser liberato. Virgilio però fattolo uscire dalla bottiglia e vedutolo prendere grandi proporzioni, pensò non esser bene lasciar libero pel mondo un galantuomo di quella fatta. Con maniera astuta si fece a dirgli: «di certo tu ora non potresti rientrare in quella bottiglia» Il diavolo affermava che sì e Virgilio negava, finché, messo sul punto, il diavolo si rimpiccolì e fecegli vedere che avea detto vero; ma, ridotto che fu nuovamente nella bottiglia, Virgilio ripose su di questa il suggello di Salomone e lo lasciò chiuso là dentro per sempre. Così dal secolo XIII al XV vediamo, in questo fatto dello spirito imprigionato che pone le sue facoltà soprannaturali ai servigi del suo liberatore, applicata a Virgilio una leggenda ben nota, di provenienza rabbinica e maomettana, che non può certamente riuscir nuova ai lettori i quali devono già in essa aver riconosciuto un racconto che figura nelle Mille e una notte e serve di base al notissimo Diavolo zoppo. Come a Virgilio, così anche a Paracelso trovasi applicato questo stesso fatto il quale forma pure soggetto di alcuni racconti tuttora viventi sulla bocca del popolo[31].

Per tal guisa il concetto della magia virgiliana facevasi pieno ed intero, diveniva ovvio e volgare in tutti i paesi latini e germanici; non v era scrittore di qualsivoglia ordine che non ne sapesse; ricca di fatti vari e di grande notorietà era quella leggenda, e quindi tanto più disposta ad aumentare, poiché anche per queste rinomanze leggendarie vale il proverbio «on ne prête qu’aux riches». Una espressione più astratta di quel concetto di Virgilio che risultava da tutte queste favole trovasi in un curioso libro latino il quale, quantunque non contenga alcuna leggenda virgiliana, si collega con queste pel nome che si attribuisce l’autore e la natura delle cose in esso contenute. È intitolato Virgilii cordubensis philosophia[32], e questo Virgilio cordubense sarebbe stato un filosofo arabo e l’opera sua, scritta in arabo, sarebbe stata tradotta in latino a Toledo nel 1290[33]. Di certo l’autore non era arabo, e neppure sapeva gran fatto di cose arabiche, poiché non avrebbe mai potuto pensare che un filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare per suoi contemporanei a Cordova Seneca, Avicenna, Averroe e Algazel. È un cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo il nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto, che tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti a Toledo, nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di rivolgersi a lui, poiché sapevano quanto grande fosse la conoscenza di ogni segreta ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella scienza «che, dic’egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo Refulgentia». Mandarono a pregarlo che si recasse a Toledo; ma egli non volle muoversi da Cordova, e invitolli a recarsi da lui, e vennero. Nel libro adunque vengono riferite le gravi discussioni che ebbero luogo intorno alla causa prima, al mondo, all’anima umana, e le importanti comunicazioni che l’autore fece a tutti quei filosofi su tali materie, secondo le rivelazioni avute dagli spiriti da lui interrogati in proposito. Di questi spiri ti parla pure, come anche della ars notoria, che è scienza santa, di cui solo chi è senza peccato può sapere; autori di questa furono i buoni angeli i quali la comunicarono al re Salomone[34]. Questi rinchiuse gli spiriti in una bottiglia, salvo uno che era zoppo il quale riuscì a rimaner fuori e liberò poi tutti gli altri. Quando Alessandro venne a Gerusalemme, Aristotele suo maestro, che era allora uomo dappoco e rozzo, riuscì a sapere dov’erano riposti i libri che Salomone scrisse su quella scienza, trovò modo d’impadronirsene e così divenne quel grand’uomo che tutti sanno. – La latinità di quest’opera è tutta piena delle più goffe sgrammaticature; l’idea filosofica è una mescolanza strana in cui si riconoscono idee giudaiche e rabbiniche miste a principî cristiani, fra i quali quello del Dio trino ed uno. Di Virgilio non c’è propriamente che il nome attribuitosi dall’autore. Però, come vedesi dalla natura dell’opera, la causa per cui questi assume quel nome sta nell’ideale del Virgilio mago, appunto come nella prima parte di questo lavoro abbiamo veduto l’ideale di Virgilio risultante dal rapporto di questo collo studio grammaticale, condurre il non meno strano Virgilio grammatico a prendere questo nome. Questa corrispondenza fra i risultati di due fasi diversissime del nome virgiliano è veramente uno dei fatti più considerevoli nella storia di questo nome, il quale nelle sue peripezie, non solo subisce la influenza di più vicissitudini del pensiero, ma molte di queste riassume in sé tanto profondamente che ne diviene il simbolo e il rappresentante.

Nulla di quanto l’idea popolare attribuiva al mago, la leggenda lasciò mancare a Virgilio. Stabilita una volta e completata saldamente questa sua qualità, e reso volgarmente noto il nucleo leggendario da cui si desumeva, il resto veniva facilmente da sé. Siccome non c’era buon mago che non avesse fatto i suoi studi a Toledo, anche Virgilio, come Gerberto e tanti altri, doveva avere studiato in quella città. «I chierici, dice Elinando, vanno a Parigi a studiare le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, a Toledo i diavoli e in nessun posto i buoni costumi»[35]. La rinomanza però di Virgilio mago e la parte – che in quella aveva Napoli fece considerare anche Napoli come sorella di Toledo nel dare origine alla negromanzia[36]. Inoltre era inevitabile che nel mondo romantico, in cui Si incontravano tanti altri nomi di maghi, Virgilio si trovasse in rapporto con qualcuno di questi. Nel Parzival di Wolframo da Eschenbachil mago Klinsor è nativo di Terra di Lavoro, e Virgilio è un suo antenato[37]. Anche qualche contatto col mago Merlino non mancò[38]. Per tal guisa la leggenda non era più un semplice catalogo di opere maravigliose alle quali si univa il nome di Virgilio, ma veniva a contenere una quantità di fatti particolari che definivano la personalità di questo mago e offrivano anche gli elementi di una biografia. Già abbiamo veduto come nella Image du monde e nel Renart contrefait la narrazione si chiuda colla morte di Virgilio. La persona del poeta trovasi così descritta nel primo di questi due poemi:

 

«Il fu de petite estature,

maigres et corbes pur nature,

et aloit la teste baissant,

 

toz jors vers terre resgardant:

car coustume est de soutil sage

c’à terre esgarde par usage.»

 

Anche nel Dolopathos:

 

«Virgile de povre estature

et petite personne estoit:

com philosophe se vestoit.»

 

V’ha poi nelle leggende virgiliane una parte che può dirsi sporadica, come quella che è costituita da racconti ai quali il nome di Virgilio non trovasi applicato che di rado, né entrano mai a far parte di alcuna raccolta di fatti relativi alla magia di Virgilio. Questo nome viene arbitrariamente introdotto in essi, per associazione d’idee, da qualche rifacitore o compilatore, senza che la cosa abbia seguito o si ripeta con qualche stabilità. Questo si ravvisa singolarmente nel Gesta Romanorum, repertorio che ha subìto le più varie vicissitudini. Certamente ebbe in mente la Salvatio Romae e lo specchio maraviglioso colui che sostituì il nome di Virgilio a quello di un magister qualunque in un racconto del Gesta relativo ad una statua maravigliosa che denunziava tutti i trasgressori della legge[39]. Così pure allo specchio magico di Virgilio pensò colui che diede questo nome nel racconto 102 al clericus, il quale mostra ad un marito la moglie e l’adultero che fanno un incantesimo per ucciderlo, e fa in modo che l’incantesimo uccide invece l’adultero. In simil guisa trovasi il nome di Virgilio introdotto in altri racconti del Gesta, singolarmente nei testi tedeschi ed inglesi, là dove nelle redazioni più antiche non c’è[40]; fra gli altri anche in quello del mercante di Venezia. Questa libertà di fantasia non sorprende, e solo prova quanto familiare fosse il nome di Virgilio mago ad ogni sorta di narratori. Così gli autori di narrazioni fantastiche, conoscendo dalla leggenda Virgilio come fondatore di Napoli facilmente attribuivano a lui edifici e città[41], singolarmente d’ Italia. Nell’ Italia meridionale, anche all’infuori di Napoli, venivano attribuiti a Virgilio taluni edifici, quali, ad esempio, Quelli[42] dell’isola di Ponza non lontana da Gaeta. L’autore di un poema franco-italiano, tuttora inedito, attribuisce a Virgilio la fondazione di Brescia[43]. Chiudiamo queste notizie sulla parte sporadica della leggenda Virgiliana con un racconto poco diffuso, ma pur notevole, che combina la leggenda di Virgilio con quella di Giulio Cesare. Il popolo romano credeva nel medio evo che la palla dorata posta in cima all’obelisco vaticano, racchiudesse le ceneri di Giulio Cesare[44]. Quindi l’iscrizione medievale che, insieme alla relativa leggenda, figura nel Mirabilia e che si attribuisce a Marbodo, vescovo di Rennes:

 

«Caesar, tantus eras quantus et orbis,

Et nunc in modico clauderis antro» [45] .

 

Questa iscrizione, con due versi d’aggiunta:

 

«Post hunc quisque sciat se ruiturum

Et iam nulla mori gloria tollat»

 

è da Elinando, in un suo sermone, attribuita a Virgilio[46]. Secondo una leggenda riferita nel Victorial di Gutierre Diaz de Games (XV sec.), quell’obelisco fu fatto da Salomone, il quale volle che nella palla fossero riposte le sue ossa. Quando Giulio Cesare mori, Virgilio andò a Gerusalemme e chiese quel monumento agli Ebrei, i quali credendo burlarsi di lui, gli dissero che glielo darebbero purché ei sborsasse loro una certa somma giornalmente, finché l’obelisco non fosse arrivato a Roma. Ma Virgilio si burlò invece di loro, poiché fece colle sue arti in modo che l’obelisco in una notte passò da Gerusalemme a Roma: e così le ossa di Giulio Cesare presero il posto di quelle di Salomone[47].

Queste leggende che trovansi così isolate e sparpagliate non aggiungono gran cosa alla fisionomia del Virgilio mago; sono un effetto di quanto in questo tipo già fissato da leggende più stabilmente connesse col nome del Mantovano; effetto di cui potrebbero moltiplicarsi gli esempi senza aggiungere gran che di essenziale al nostro studio. Però questo tipo leggendario, quale lo abbiamo descritto fin qui, non può ancora dirsi completo. Un personaggio così accetto e familiare al mondo romantico non poteva in tanto varia attività sua e in tanta celebrità dei suoi fatti rimanere del tutto estraneo al bel sesso. La leggenda infatti non lasciò per lui una lacuna che sarebbe stata tanto anormale, ed ora noi dobbiamo rivolgersi a quella parte di essa che mostra appunto Virgilio alle prese col sesso femminile.

 

Note
____________________________

 

[1] Cfr. Piper, Mythologie der christlichen Kunst, 1, p. 472 sgg.

[2] Già nel V secolo trovansi recitati i versi della Sibilla nelle chiese il dì di Natale. Cfr. Du Méril, Origines latines du theatre moderne, p. 185 sg. e ivi altre notizie sulle Sibille nel medio evo.

[3] «Evvi Femonoè. quella Sibilla

      Che ridicea li risponsi d’Appollo,

      Che delle diece Sibille fu quella,

      E Vergilio ’l’su’ dir versificollo,

      Di Cristo disse la prima novella

      E del die del Gindicio e profetollo»

L’Intelligenza ap. Ozanam, Documents inédits, p. 364 sg. [strof. 151, ed. V. Mistruzzi. Bologna 1928]: Cfr. anche l’antico poema tedesco Die Erlösung (ediz. Bartsch. Quedling, u. Leipzig. 1858), p. 56 sgg. v. 1903-1980.

[4] Cfr. VoI. I, p. 126 sg.

[5] Cfr. Reidt, Das Geistliche Schauspiel des Mittelalters in Deutschland. Frakf. a M. 1868, p. 27. Per la bibliografia di questa parte importante della storia del teatro moderno ved. Hanus, Lat. Bôhm. OsterSpiele des 1415 Jahrh.. Prag.1863, p. 17 sgg.

[6] Presso Monmerquè Et Michel, Théâtre français au moyenage, p. 9: Du Méril, Orig. lat. du Theat. mod., p. 184: Weinhold,Weihnachtspiele, p. 70 sg. Sulla derivazione di questi Misteri e il loro rapporto con un sermone di S. Agostino sul Natale. ved. Sepet, Les prophétes du Christ; études sur les origines du théatre au moyenâge, in Bibl,de l’école des Chartes, 1867 (Tom. III, 6e sér) p. I sgg., 210 sgg.

[7] Cfr. Du Cange, Gloss. med. et inf. lat., (ed. Henschel) S. V. festum asinorum.

[8] Wright, Early mysteries, p. 62.

[9] Cfr. Weinhold, Weihnachtspiele, p. 74; Du Méril, Mélanges arch.. p. 456; Mittelniederländisches Osterspiel, hrsg. v. Zacher in Haupt’s Zeitsch. f. deutsch. Alterth. II, p. 310; Piper, Virgil als Theolog und Prophet in Evangel. Kalend., 1862, p. 72; Stecher, La lég. de Virg. en Belg., p. 598 sg. In un mistero francese sulla Vendetta di Gesù parlano in un consiglio presso Tiberio, in favore di Cristo, Terenzio, Boccaccio, e Giovenale, e quest’ultimo ricorda che nell’anno 42 di Ottavio si sparse la voce che una vergine doveva partorire:

        «Le noble poëte Virgille,

        Qui lors etoit en ceste ville,

        Composa aucuns mots notables,

        Lesquels on a vu veritables,

        Et plurieurs grandes choses en diet

        Naguaires avant son trespas».

V. L. Paris, Toiles peintes de Reims, p. 680.

[10] «SIBILLA CUMAEA

       quae fuit tempore Tarquinii prisci:

       Ik finde ôk van dussen saken

      dat de meister Virgilius 

      versch gemaket hebbe, de lûdet alsus:

      Magnus ab integro etc».

Der Sündenfall und die Marienklage hrsg. v. Schönemann (Hannov. 1855) p. 97; Piper, Virgil etc., p. 73.

[11] «Tertio loco Sibylla gesticulose procedat, quae inspiciende stellam cum gestu nobili cantet:

       Haec stellae novitas

       Fert novum nuntium».

etc. Carmina burana hrsg. v. S(chmeller) Stuttg. 1847, p. 81.

[12] «Virgilio de Mantua fu, sabio poeta ca fue’ el primero que vido cometa à partes de Grecia sus rrayos lançando» Fray Diego De Valencia, in Cancionero de Baena; ved. Du Méril, Mélanges arch., p. 460.

[13] VoI. I, p. 120 sg.

[14] Il testo relativo della Image du monde è riferito da Du Méril, Mèlanges etc., p. 247 sgg. [A Mantova pare proprio non fossero cantati. Br. Nardi, Briciole virgiliane. Atti e Memorie della R. Accademia Virgiliana di Mautova, 1938, 3 sgg. dell’estratto.]

[15] Cfr. Massmann,Kaiserchronik, III, p. 553 sgg.; Piper, My thol. d. christl. Kunst., I, p. 430 sgg.

[16] Cfr. Piper, Op. cit., I, p. 485 sgg.

[17] Cfr. Massmann. Kaiserchronik, p. 554.

[18] I segni della venuta di Cristo sono così enumerati nel Flores temporum di Ermanno Gigas: «Fons olei Romae erupit; vineae Engaddi balsamum protulerunt; omnes sodomitae obierunt; bos et asinus ante praesepe genua flexerunt; Idola Aegypti corruerunt; imago Romuli cecidit; templum Pacis corruit; mane tres soles oriebantur et in unum paulatim iungebantur; meridie circulus aureus in coelo apparuit in quo virginem cum puero Caesar vidit, et mox insounuit; hic est arcus meli» Le varianti veggansi in Massmann, op. cit, p. 557 sgg.

[19] De naturis rerum (ed. Wright), p. 310. Una versione di questa leggenda trovasi nella poesia di Guillaume De Clerc De Normandie, De Notre Dame; fu pubblicata in parte da Martin, Le Besant de Dieu (Halle 1869), p. XXXVIIXL, poi per intiero da Stengel nella Memoria qui appresso citata, p. 14 sg.

[20] Cod. gall. XXXVI; v. Pasini, Catal. etc., II, p. 472. Fol. 583v. leggesi la data: «Ces livres fu escris en l’ann de l’incarnation MCCC et XI aumois de joing».

[21] Questo ms. è rimasto ignoto ai due editori della Gesta dei Lorenesi, Paulin Paris e Du Méril. Qualche notizia per questa parte ne ha dato il Prost nella Revue de l’Est, 1864, p. 59. Più diffusamente e correttamente dopo di noi fu descritto da Stengel, Mettheilungen aus franz Handeschriften der Turiner UniversitäsBibliothek, p. 12 sgg. La parte che interessa noi, combinata com’è con altri poemi, non ha titolo proprio. Noi l’intitoliamo dal Romans de Vespasien a cui è premessa e di cui non è infatti che un lungo preambolo.

[22] Ved. l’estratto del Reinfrit dato da Gödeke in Archiv. des historischen Vereins für Niedersachsen, N. F. 1849, p. 270 sgg. e l’ed. datane da Bartsch nella racc. del Liter. Verein, 109, ved. v. 21023-54, 21314-713, 24252-69.

[23] Simmrock, Wartburgkrieg, p. 169 sgg.303. Cfr. v. D. Hagen, Briefe in Die Heimath, III, p. 169 sg.; Genthe, Leben und Fortleben etc., p. 98 sg.[Per le relazioni fra il Wartburgkrieg e il Reinfrit v. Paul Gereke, Beiträge zur Geschichte der deutsch. Sprache, XXIII (1898), 358-483].

[24] Cfr. Cholevius, Gesch. d. deutsch. Poesie nach ihren antiken Elementen I, 96; Bartsch, Herzog Ernst, p. CXLVIII sgg.

[25] Anche sul mago Eliodoro e su Pietro Barliario la leggenda ha un racconto circa il modo come si procacciarono un simile libro.

[26] «Wer gab dir Zabulones buch, sage fürwert, wiser man,

       Das Virgilius ûf dem Agetsteine

      Mitt grossen nôten gewan».

[27] «er was gar der helle kint» ap. v. D. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 513 sg. [v. 23702, p. 462 Str.]

[28] Questa poesia fu pubblicata da Zingerle nella Germania di Pfeiffer, V, p. 369 sgg.

[29] Nel mettersi in viaggio Virgilio, tutto sgomento, si raccomanda devotamente alla Madonna:

         «Mariâ muter, reine meit,

      but uns vorleit! wir sweben uf wildes meeres vlut, got der soll uns bewanr».

[30] De nobilitate, cap. II, fol. VIII, cf. Roth, op. cit., p. 278.

[31] Cfr. Dullop-Liebrecht, Geschichte der Prosadchtungen, p. 185483; Grimm, Kinderund Hausmärchen. N. XCIX; Du Méril, Études d’Archéologie, p. 463; Julg, ArdschiBordschi, p. 70; Benfey, Pantschatantra. I, p. 115 sgg.; Vernalecken, Mythen und Bräuche des Volkes in Oesterreich, p. 262

[32] Pubblicato da Heine nella sua Bibliotheca anecdotorum, seu veterum monumentorum ecclesiasticorum collectio novissima. Pars. I, Lipsiae 1848, p. 211 sgg.

[33] Su questa data mi esprimeva i suoi dubbi Steinnschneider, il quale non crede questo scritto possa essere anteriore a Raimondo di Pennaforte.

[34] «Et unus magister legebat de arte notoria quae est scientia sancta, et ita debet esse sanctus qui eam voluerit legere, similiter et audientes sancti et immaculati et sine peccato debent esse» etc, p. 242. Le fantastiche notizie date da questo scrittore sugl’insegnamenti di ars notoria, di piromanzia, di negromanzia, di geomanzia che sarebbero stati professati a Cordova da uomini speciali, sono accettate come fatti veri e importanti da Amador De Los Rios, Hist. crit. de la litt. espan., II.

[35] Ved. Tissier, Biblioth. cisterc.. VII, p. 257.

[36] «De Toulete vint et de Naples

        qui des batailles sont les chapes

        a une nuit la Nigromance».

La bataille des VII arts,. ap. Jubinal, Oeuvres de Ruteboeuff. II, p. 423.

[37] «Sin lant heitz Terrä de Läbûr.

       Von des nachkomn er ist erborn,

       der ouch vil wunder het erkorn

       von Nâpéls Virgilîus».

Parzifal, Hersg. v. Lachmann, p. 309. [XIII v. 884 sgg.]

[38] Presso Bonamente Aliprando di cui parleremo più sotto.

[39] Cap. 57 ediz.. Keller; cfr. la nota di Brunet al Violier des Hist. rom., p. 129 sg. A questo racconto allude una poesia latina pubblicata da Francowitz (Flacius Illyricus) nella sua raccolta De corrupto ecclesiae statu, Basilea 1557: la Giustizia dice:

        «En sic meum opus ago

        ut Romae fecit imago

        quam sculpsit Virgilius

        quae manifestare suevit

        fures, sed caesa quievit

        et os clausit digito;

        numquam ultra dixit verbum

        de perditione rerum

        palam nec in abdito».

[40] Cfr. Wright.The political songs of England from the reign of John to that of Edward the II, pag. 388.

[41] Alardo Da Cambrai dice nel Dit des Philosophes:

        «Virgiles fu après li sages:

        bien fu emploiés ses aages:

        grant scïence en lui habonda:

        mainte riche cité fonda».

[42] Gonzales De Clavijo (+ 1412) parlando dell’isola di Ponza dice: hay en ella grandes edificios de muy grande obra que fizo Virgilio. V. Ticknor. Hist. of spanish lit., I, p. 185.

[43] Trovasi qucsto poema in un ms. della Marciana di Venezia, del sec. XIII Parlando di Uggieri ivi si dice:

        «El albergò a un bon oster;

        qel fo Virgilio qi la fondò primer»

fondò cioè la città di Besgora nominata nei versi precedenti la quale, come rilevasi dalle versioni toscane di quel racconto, non è altro che Brescia. Debbo questa notizia al mio dotto discepolo ed amico prof. Rajna. [V. Rajna, Romania III, p. 50].

[44] Cfr. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom im Mittelalter III, 557,[Ediz. it. (cit. sopra) II, 1, p. 173] e Massnann, Kaiserchronik. III, p. 537 sgg. Il Dolce (Il primo volume delle Op. bur. del Berni ecc., part. II, p. 271) alludendo a ciò dice:

«Non la Guglia, ov’è il pomo che accogliea

il cener di chi senza Durlindana

Orbem terrarum si sottomettea».

[45] Var.: At nunc exigua clauderis urna.

[46] Ap. Tissier, Biblioth. patr. cisterc., VII, pag. 222. [Migne, p. L. 212, col. 522].

[47] Ved. Buruckestücke aus den noch ungedruckten Teilen des Victorial von Gutierre Diaz de Games, trad. de l’espagnol par le C. te A. De Circourt et C. te Depuymagre, Paris 1867, p. 39 sg. 542 sg. Lo stesso fatto è narrato da Jean D’Outremeuse, Li myreur des histors, I, p. 243 (ed. Borgnet, Brux. 1861). A questo allude anche Rabelais là dove dice (II, c. 33): «Pour ce l’on feit dixsept grosses pommes de cuivre, plus grosses que celle qui est à Rome à l’aiguille de Virgile».

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004