Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  23.

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

Capitolo VI

 

Nel secolo decimoterzo, essendosi pienamente diffusa in Europa la leggenda virgiliana, noi la troviamo ben nutrita ed assai accresciuta in opere volgari in versi, particolarmente in alcuni poemi francesi che furono molto letti. Tali sono l’Image du Monde, specie di enciclopedia[1], scritta nel 1245, e attribuita, senza buon fondamento, a Gualtiero di Metz, il Roman des sept Sages[2] scritto in versi e in prosa, tradotto in molte lingue e uno dei libri più popolari d’Europa, ed il romanzo in versi intitolato Cleomadès scritto da Adenet nell’ultimo scorcio del XIII secolo[3].

Nel 1319 trovasi la leggenda di Virgilio introdotta anche nel Renart contrefait, tuttora inedito[4], e nello stesso secolo XIV alcune leggende siciliane, o comunque rese tali, furono introdotte in alcune raccolte di racconti e d’aneddoti fatte particolarmente per uso degli asceti, dei moralisti e dei predicatori, perché se ne servissero, secondo l’uso che era invalso, interpretandole allegoricamente per edificazione de’ fedeli. Tali sono alcune redazioni del Gesta Romanorum[5], e proveniente da questo il Violier des histoires romaines[6]. Al XIII secolo appartiene la Cronaca universale scritta in versi tedeschi di Gianni Enenkel cittadino di Vienna (1250) nella quale trovansi riuniti parecchi racconti virgiliani[7]. In queste versioni, come doveva essere, Roma era il principal campo dell’attività di Virgilio. Le leggende napoletane rimanevano, talvolta però trasportate a Roma e variate, e le leggende romane aumentavano. La leggenda del Castel dell’Ovo avea preso proporzioni formidabili; non si trattava più di un semplice talismano serbato in quel castello, ma si trattava, secondo l’Image du Monde, nientemeno che di tutta la città posta in bilico su di un uovo, in modo che se l’uovo si muoveva la città crollava tutta:

 

«Que qant aucuns l’euf remoit

Toute la cité en crolait»

 

Il Cleomadès invece dice che eran due castelli in mare, fondati ciascuno su di un uovo, e che una volta vi fu chi si volle provare a rompere uno di quegli uovi, e tosto un castello andò giù; rimase però l’altro, che è ancora visibile sul suo uovo a Napoli:

 

«Encor est la l’autres chastiaus

Qui en mer siet et bons et biaus:

Si est li oés, c’est verités,

Seur quoi li chastiaus est fondés.»

 

L’idea della Salvatio Romae fu ravvicinata ad una vecchia idea nota già anche fra gli orientali, che cioè ci fosse modo di fare degli specchi nei quali si potesse vedere tutto quello che avveniva a grandi distanze. Uno di questi specchi si diceva esistesse in cima al faro d’Alessandria, postovi, secondo Beniamin di Tudela[8], da Alessandro, e con esso si poteva vedere fino alla distanza di più di 500 parasanghe tutti i bastimenti da guerra che venissero contro l’Egitto[9]. La Salvatio Romae si cambiò in uno specchio consimile che a Virgilio si trova attribuito nel Roman des sept Sages, nel Cleomadés e nel Renart contrefait[10]. Ma disgraziatamente, come ogni cosa mortale, lo specchio maraviglioso doveva finire anch’esso, e il Roman des sept Sages ci dice come finì. Un re straniero, ungherese, cartaginese, tedesco, pugliese, secondo le varie versioni, non potendo soffrire d’essere tenuto così in soggezione dai Romani accettò l’offerta che tre cavalieri gli fecero di abbattere quello specchio. Venuti a Roma costoro, sotterrarono oro in più luoghi e si spacciarono per «trovatori di tesori». L’imperatore avido di ricchezze, volle provare il loro sapere, e fecero bella figura trovando l’oro che avean messo essi stessi sotterra. Quando videro l’imperatore bene invogliato, dissero che un gran tesoro doveva trovarsi sotto il pilastro dello specchio, e subito furono incaricati di cercarlo. Dopo aver disfatto il piedistallo, posero sotto lo specchio puntelli di legno ai quali poi di notte diedero fuoco e fuggirono. Così lo specchio cadde in mille pezzi. Il popolo romano indignato per la perdita di una cosa tanto preziosa, onde punire l’avidità dell’imperatore lo condannò a ingoiare oro fuso. Questo racconto, di cui la fine rammenta un aneddoto ben noto della storia romana, esisteva indipendentemente da Virgilio e dallo specchio maraviglioso. Lo ritroviamo nel Pecorone, nella novella che porta il titolo seguente: «Chello et Ianni di Velletri si fingono indovini per vituperare il comune di Roma». Sono ricevuti alla «corte di Crasso», per cui scavano certi danari che «avean nascosi in diversi luoghi». Gli dicono poi che «sotto la torre detta del Tribuno ve un gran tesoro» Crasso la fa mettere in puntelli ed essi vi appiccano il fuoco. Intanto si dilungan da Roma, la mattina «cade la torre con grande uccisione di Romani»[11]. Virgilio e lo specchio maraviglioso non hanno luogo in questa versione, nella quale trattasi soltanto di un monumento, detto la Torre del Tribuno, in cui erano intagliati dal lato di fuori, di metallo, tutti coloro che ebbero mai triunfo o fama, et era tenuta questa «torre la più degna cosa che avesse Roma». Questa novella è in rapporto assai stretto con un curioso racconto riferito da Flaminio Vacca[12], archeologo del XVI secolo, il quale attribuisce la cosa ai Goti.

Divenuto che fu Virgilio mago per bene, non solo si attribuirono a lui parecchie maraviglie che si raccontavano di Roma, ma gli furono applicati ancora racconti già riferiti ad uomini a cui toccò la stessa sorte. Uno di questi, com’è notissimo, era il papa Silvestro II, o Gerberto, che colla rinomanza di magia pagò il torto che ebbe di occuparsi di meccanica e di matematica in un tempo in cui ciò in un ecclesiastico, e più in un papa, pareva uno scandalo. Fu tanto più facile confondere la leggenda sua colla virgiliana, che molti degli scrittori notissimi che riferivano questa, riferivano anche l’altra; tali sono, per esempio, Gervasio di Tilbury, Elinando e quindi Vincenzo di Beauvais, Alberigo ecc. Un esempio di questa confusione l’abbiamo nei poemi che ho già citati. Leggesi nel Mirabilia, che dov’è la chiesa di Santa Balbina in Roma fu il mutatorium Caesaris e che ivi fu un candelabro fatto della pietra chiamata asbestos, il quale una volta acceso e posto all’aria, non poteva essere spento in alcun modo, secondo dice etimologicamente quel vocabolo greco. Questa leggenda è applicata a Virgilio nell’Image du monde, colla sola differenza che il candelabro è cambiato in due ceri ed una lampada inestinguibile. Nel Cleomadés e nei Sette Savi[13] però esso è mutato in un fuoco sempre ardente, dinanzi al quale trovavasi la statua d’un arciere pronto a scoccare la freccia contro di esso, e questo arciere portava una scritta in ebraico che diceva: Se alcun mi tocca, io ferirò. Uno sfaccendato che probabilmente non sapeva l’ebraico, toccò un giorno la statua, la freccia scoccò, il fuoco si estinse, né mai più d’allora in poi si riaccese. Questa leggenda che qui è applicata a Virgilio[14] avea già servito per Gerberto. A proposito di costui dicevasi che nel Campo di Marte a Roma era una statua la quale teneva teso l’indice della mano destra e portava scritto in fronte: hic percute. Nessuno avea saputo capire il senso di questa iscrizione, ma Gerberto l’indovinò. Quando il sole trovavasi allo zenit della testa della statua, egli osservò dove cadeva l’ombra dell’indice, e, segnato il luogo, di notte andò con un servo a farvi scongiuri, e la terra spalancandosi diedegli adito ad un sotterraneo pieno d’ogni sorta di tesori. In questo era una sala nella quale di sopra a uno scudo raggiava un carbonchio, profondendo una luce maravigliosa. Una quantità di cavalieri tutti d’oro erano schierati nei portici all’intorno, e rimpetto al carbonchio era un fanciullo coll’arco teso. Appena si toccasse qualcosa di questi tesori, tosto i cavalieri facean risuonare le armi. Il famiglio che avea menato seco Gerberto, non resistendo alla voglia di portar via qualcuna di tante belle cose che vedeva, tolto un piccolo coltellino lo intascò. Allora subito dall’arco del fanciullo scoccò il dardo, si spense il carbonchio, e se vollero uscire, convenne riporre il coltellino al posto[15]. – La prima parte di questo racconto, cioè il fatto della statua e del tesoro, trovasi anch’essa attribuita a Virgilio, con qualche variante, da Ians Enenkel[16]. Altri testi però riferiscono tutto il racconto, senza attribuirlo né a ’Gerberto né a Virgilio, ma ad un clericus qualsivoglia[17]. Notiamo per ultimo che questa leggenda non è che una variante del racconto di Zobeide nelle Mille ed una notte[18]. Nella stessa maniera, come si disse che Gerberto fece una testa che parlava[19] e prediceva l’avvenire, e che la sua morte accadde appunto per non aver egli bene inteso una predizione di esso[20]; un fatto simile raccontano intorno a Virgilio l’Image du monde e il Renart contrefait[21]. Un giorno che egli consultava quella testa per un viaggio che avea da fare, essa gli rispose che se ben custodisse la sua testa, non gliene verrebbe che bene. Egli credette si trattasse della testa profetica, ma postosi in viaggio, senza troppo guardarsi dal sole, una infiammazione di cervello il tolse di vita. E qui abbiamo un fatto da unirsi ai molti altri che provano come l’applicazione di queste leggende a Virgilio avesse luogo, piuttostoché fra le plebi illetterate, fra la gente più o meno colta. E veramente che Virgilio morisse di malattia prodotta in viaggio dal calor del sole[22] è fatto storico narrato nella principale biografia del poeta. Di esso non sa nulla la leggenda napoletana, che è tutta d’origine sicuramente popolare nel senso odierno della parola. Molti racconti puerili ho dovuto narrare fin qui, tediosi certamente pel lettore, al quale debbo chiedere scusa se non ho saputo presentarglieli in modo da diminuirgli la noia. Tanto più poi ho bisogno della sua indulgenza che, quantunque arrivato assai innanzi, non posso annunziargli di aver finito. Per quanto possa riuscir gravoso a lui ed a me l’andare anatomizzando queste fantasticherie, oso sperare che il frutto che se ne trae per la spiegazione di un fenomeno pur singolarissimo, conforterà lui, come me, a proseguire.

 

Note
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[1] Cf. Histoire litt. de la France, t. XXIII, p. 309; Du Méril, Mélanges, p. 427 sgg.

[2] Keller (Adelbert), Li Romans des sept Sages, p. CCIII sgg.,153 sgg.; ID., Dyocletianus Leben vom Hans von Bühel, p. 57 sgg.; il testo a psg. 65; Loiseleur Des Longchamps, Essai sur les fables indiennes, p. 150 sgg.; D’Ancona, Il libro dei sette Savi di Roma, p. 50 sgg., 115 sgg.

[3] Histoire litt. de la France, t. XX, p. 712 sgg.; Du Méril, Mél. arch., p. 435 sgg.; Li Roumans de Cleomadés, par Adènès Li Rois, publ. pour la prem. fois par Andrè Van Hasselt, Brux.,186566. vol. I, p. 5258.

[4] V. estratti in Du Méril, Mélanges, p. 440 sgg. [Oggi si ha l’ed. di Raynaud e Lemaître, Paris 1914, 2 voll.].

[5] Gesta romanorum hrsg. v. Ad. Keller, Stuttg. u. Tübing.1842; id. hrsg. (deutsch. übers.) v. Graesse, Dresd. u. Leipz, 1847. Cfr. Warton, Dissert. on the Gesta Romanorum nella sua History of english poetry, I, p. CXXXIX sgg.: Douce, Dissert. on the Gesta Romanorum nelle sue Illustrations of Shakspeare (Londra, 1836), p. 519 sgg.; Gesta Romanorum hrsg. v. H. Oesterley Berlino, 1871.

[6] Le Violier das histoires romaines, nouv. éditt. p. 18. M. G. Brunet, Paris (Jannet), 1858.

[7] Tutta la parte relativa a questi racconti è pubblicata in V. D. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 513 sgg. [Ora pubblicazione completa: Jansen Enikels Werke in Mon. Germ. Hist., Script. qui vernacula lingua usi sunt, III, ed. Ph. Strauch (Hannover 1909) Lo Strauch data l’opera nel terzo quarto del sec. XIII].

[8] Itinerario I, p. 155 sgg. (ediz. Asher). Cf. De Guignes in Mémoires et extrais des mss. etc., I, p. 26; Reinaud, Monumens arabes, persans et turcs, t. II, p. 418; Loiseleur, Essai sur les fables indiennes, p. 153; Norden, Voyage, t. III, p. 163 sgg.

[9] Due di questi specchi figurano anche fra le leggende arabe pubblicate da Wüstenfeld, Orient und Occident, I, p. 331335. Nel Titurel uno specchio simile è attribuito al Preteianni. Cf. v. D. Hagen, Briefe in die Heimath, IV, p. 119; Oppert, Der Presbyter Johannes in Sage und Geschichte, p. 175 sgg. La leggenda ne attribuiva pure uno a Caterina de’ Medici, Cf. Reinaud, Monumens arabes, persans et turcs, II, p. 4.18. G. Batt. Porta nella sua Magia naturalis (lib. XVII, cap. 2), arriva fino a dare il preteso segreto per fare «ut speculis planis ea cernantur quae longe et inaliis locis geruntur». Secondo una versione medievale della leggenda troiana il famoso palladio di Troia non consisteva in altro che in uno specchio di questo genere; ved. Caxton, TroyeBoke, 1, II, cap. 22, ap. Du Méril, Mélanges, p. 470. Nei racconti popolari anche a’ di nostri s’incontra assai spesso menzione di questi specchi magici nei quali si può vedere tuttoquanto accade nel mondo e che anche rispondono ad ogni domanda. Vedi per es. Afanasieff Narodnyia russkiia skazki (racconti popolari russi) VII. N. 2, N. 41, VIII, N. 18, e le note relative; Schott, Walachische Märchen, N. 5, N. 13; Haltrich, Deutsche Volksmärchen, N. 30 ecc. Per lo più son descritti come piccoli specchi portatili, ed uno di questi è anche attribuito a Virgilio in un racconto del Gesta Romanorum (cap. 102. ediz. Keller). secondo il qualeVirgilio con questo mezzo avrebbe svelato ad un marito lontano dalla moglie l’infedeltà di costei e le operazioni magiche che col suo amante veniva facendo onde ucciderlo. Vedi v. D. Hagen, Erzählungen und Märchen; Scheible, Das Kloster. II, p. 126 sgg.; Simrock, Die deutschen Volksbücher, VI, p. 380 sgg. Forse a questa leggenda si riferiscono i pretesi specchi magici di Virgilio serbati in taluni musei. Sulle superstizioni medievali relative agli specchi magici, cf. Papencordt, Cola de Rienzo, cap. VI; Orioli nella Biblioteca italiana, fasc. 1, 1841, p. 67-90; Du Méril. Mélanges, p. 469 sgg.; Dunlop Liebrecht p. 201.

[10] Cf, anche Gower, Confessio amantis, I. 5; Froissart, Poésies, p. 270. A ciò si riferisce anche il CastiausMireours di Roma, menzionato nel poema francese intitolato Balan. Ved. G. Paris, Hist. poet. de Charlemagne, p. 251.

[11] Pecorone, giorn. 5a, nov. una. – Anche lo specchio d’Alessandria, secondo Beniamin Di Tudela, fu distrutto fraudolentemente da un greco nemico dell’Egitto.

[12] «Mi ricordo che al tempo di Pio IV capitò a Roma un Goto con un libro antichissimo, che trattava di un tesoro, con un serpe, ed una figura di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio, e dall’altro accennava verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco dell’arco, ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il quale disse che apparteneva a’ Romani; ed esso andato dal popolo ottenne grazia di cavarlo, cominciato nel detto fianco dell’arco, a forza di scarpello entrò sotto facendovi come una porta, e volendo seguitare, li Romani dubitando non ruinasse l’arco, a’ sospetti della malvagità del Goto, nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia andarsene via, e fu tralasciata l’opera» ap. Nardini, Roma antica, ediz. Niby IV, p. 40.

[13] Così pure nella Fleur des histoires di Jean Mansel. Ved. Du Méril, Mélanges, p. 438.

[14] Nell’Eneide di Enrico Di Veldecke è attribuita ad un savio chiamato Geomatras. Nel Romans d’Alixandre (ediz. Michelant, p. 46), una lampada sempre ardente è attribuita a Platone:

       «En milieu de la vile ont drecié un piler.

       C. piés avoit de haut: Platons le fist lever;

       Deseure ot une lampe, en sou l. candeler

       Qui par jor et par nuit art et reluist si cler

       Que partout en peuton et venir et aler,

       Et tous voient les gaites qui le doivent garder».

[15] Guglielm. Malmesb., De Gest. reg. angl., lib. II, cap. 10; Alberico Di Tr. Font., Chron, par. II, p. 37 a 41 [Pertz, Mon. Germ. Hist., Script. 23, Hannnover 1874, p. 777, 16 sgg.]; Vincenzo Di Beauvais, Speculum historiale, lib. 24, cap. 98 sgg.; Hock, Gerbertus cap. 15.

[16] V. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 525 sgg.; Massmann, Kaiserchronik, III, p. 45. [v. 2145 sgg., p. 470 sgg. STR.].

[17] Gesta Romanorum, cap. 107 (ediz. Keller).

[18] Pag. 100 dell’ediz. di Loiseleur (Panthéon lit. ) Cf. anche i Mille e un giorno, p. 346 (stessa ediz.).

[19] È noto anche il racconto della testa parlante fatta da Alberto Magno e spezzata da San Tommaso. Un’altra era attribuita al Marchese di Villena. Il Tostado (Sup. num., cap. XXI) parla di una testa di bronzo che profetizzava nel borgo di Tabara e di cui il principale impiego consisteva nell’indicare la presenza di qualche ebreo nel paese, gridando «Judaeus adest» finché l’avessero espulso. Anche nella mitologia nordica troviamo che la testa del gigante Mimir, resa parlante da Odino, era consultata da costui e gli rivelava molte cose riposte. Cfr. Thorpe, Northern mythology, I, p. 1516; Simrock, Edda, p. 392.

[20] Alberico Di Trois Fontaines, Chron., I c.; Hock, Gerberus, I, c.

[21] Cf. anche il regnicolo Bart. Sibylla (fine del XV secolo) Peregrin. quaest. dec., III, quaest. 2.

[22] «Tum Megara vicinum oppidum ferventissimo sole cognoscit, languorem nactus est eumque non intermissa navigatione auxit, ita ut gravior aliquanto Brundisium appelleret, ubi paucis diebus obiit» Donat, Vit. Verg., p. 62 sg. [p. 8, 129 Brunner].

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004