Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  22 .

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

Capitolo V

 

Se ben si considerino le condizioni del mondo letterario dei medio evo si troverà facilmente che il Virgilio leggendario, quale era uscito da Napoli, presentava una anomalia da non poter sussistere a lungo, come quella che non permetteva alla leggenda di adattarsi a tutta intera la cerchia d’idee colla quale il nome del poeta trovavasi congiunto. Infatti, come i lettori han potuto notare, fin qui la leggenda, nata com’era a Napoli ed espressione di ricordi e di sentimenti napoletani, non poneva Virgilio in rapporto con altra città che con Napoli. Ciò non poteva durare allorché, essa fu uscita da quella città. Dinanzi alla tradizione letteraria i rapporti del poeta con Napoli non presentavano che un dettaglio affatto secondario della sua biografia. Virgilio era uno dei più eminenti personaggi dell’antico mondo latino, e il suo nome anche nella leggenda non poteva rimanere del tutto segregato dal gran centro di quello. Roma e Virgilio rappresentavano una grandezza tale e talmente omogenea, che questi due nomi dovevano per necessità attrarsi reciprocamente, ogniqualvolta s’incontrassero in uno stesso ambiente d’idee, e il Virgilio leggendario non poteva esistere indipendentemente dalla Roma leggendaria. Come pensare che delle arti sue egli tanto avesse usato in pro di Napoli e non avesse fatto nulla per Roma, Roma aurea, Roma caput mundi, egli che con un poema immortale ne avea immortalato le origini? La lacuna che da questo lato presentavano le leggende napoletane doveva esser colmata, e lo fu appena quelle cominciarono a diffondersi in Europa. Infatti in Alessandro Neckam e in Elinando troviamo già alle leggende napoletane aggiunta una leggenda romana. Grande lavoro di fantasia non si richiedeva, poiché, come a Napoli abbiam veduto che la credenza in quelle tali opere maravigliose ebbe luogo anche indipendentemente dal nome di Virgilio, e che il popolo napoletano non fece che applicare ad esse questo nome, così esistevano da lungo tempo racconti di un ordine presso a poco simile, relativi a Roma, e ci volle poco ad unire a questi il nome di Virgilio dopo l’esempio napoletano. La differenza sta per noi, in questo, che le leggende di Napoli divennero virgiliane in Napoli stessa e per opera del popolo napoletano, mentre quelle relative a Roma divennero virgiliane fuori di quella città, per opera degli scrittori e dei poeti, ed in ogni caso, in conseguenza delle napoletane.

Alessandro Neckam racconta che Virgilio costruì a Roma un bel palazzo nel quale erano statue rappresentanti i vari paesi soggetti al popolo romano, ciascuna delle quali avea un campanello in mano. Tosto che una qualche provincia pensasse a tendere insidie alla maestà dell’impero, la statua che la rappresentava facea suonare il campanello. Allora un guerriero di bronzo che trovavasi in vetta a quel palazzo, brandita la lancia, rivolgevasi dalla parte di quella provincia, e così avvertiti, i Romani inviavano truppe a reprimere i moti sediziosi e a punirne gli autori. Notiamo che lo stesso Neckam che qui attribuisce a Virgilio quella maraviglia, non mentova punto il nome di lui parlando di essa ne1 suo poema De laudibus divinae sapientiae[1]), nel quale riassume il suo libro De naturis rerum. Con alcune varianti di poca entità, ma che mostrano non avere egli tolto questo racconto da Neckam, narra le stesse cose Elinando. Neppur egli è ancora ben sicuro che Virgilio sia autore di quell’opera, ma tempera l’asserto aggiungendo «creditur a quibusdam».

Che il popolo romano nell’ignoranza in cui il clero e i barbari l’avean gittato nel medio evo, non sapesse più rendersi ragione dei monumenti che ancora rimanevano in Roma, e che ad essi applicasse molte leggende, è cosa tanto più facile a indovinarsi, che non ne mancano esempi fra le plebi neppure in epoche colte. L’ammasso di memorie che si era accumulato su Roma era talmente imponente, che il sapere il vero nome e scopo di ciascun monumento avrebbe richiesto cognizioni storiche superiori a quelle che possono aspettarsi dal popolo di una città qualsivoglia. Il sentimento d’essere romani e nobili figli d’un gran popolo non mancava, e la grandiosità dei monumenti superstiti lo manteneva, ma la memoria dei fatti speciali non poteva esistere che in qualche nome o in qualche leggenda. Quella grandezza però piuttostoché fra i Romani doveva far nascere molte leggende fra gli stranieri, che arrivando a Roma con quella freschezza d’animo che è propria dei popoli di recente inciviliti, e ignari affatto delle maraviglie che è capace di produrre una potenza ed una civiltà come fu la romana, rimanevano attoniti dinanzi ai residui sempre imponenti e maestosi dell’abbattuto colosso. Tornati alle loro case descrivevano quel che avean veduto, esagerando; chi ripeteva esagerava anch’egli, e così la leggenda si formava.

In molti racconti che ci rimangono, per lo più riferiti da scrittori stranieri, noi possiamo scorgere il prodotto di forti impressioni, elaborato dalla fantasia di chi era assente dai luoghi a cui le leggende si riferivano. Molto più semplici e meno fantastiche le leggende romane si riferivano a qualche monumento realmente esistente, che nella leggenda rimaneva tale qual era, solo cambiando di nome e di scopo. Così la presenza di una nave votiva, accordata colle favole relative ad Enea, facea vedere in quella la barca con cui Enea avea approdato in Italia[2]. Il  racconto di Traiano e della vedova, immortalato da Dante, esisteva già prima d’esser riferito a Traiano[3]. Probabilmente però un bassorilievo d’arco trionfale rappresentante quell’ imperatore trionfante a cavallo, e dinanzi a lui la provincia sottomessa, in sembianza di donna in ginocchio, fece attribuir quel racconto a Traiano. Nell’opera che abbiam veduto attribuita da Neckam ed Elinando a Virgilio, ben nota nel medio evo sotto il titolo di Salvatio Romae[4], in versioni diverse che non istaremo ad esaminare, noi troviamo uno strano miscuglio di reminiscenze confuse del Pantheon, del Colosseo, e del Campidoglio, e delle statue delle varie nazioni che adornavano il teatro di Pompeo, dalle quali, nei momenti del rimorso, Nerone credea vedersi aggredito; il tutto cementato con una idea superstiziosa sul modo come la vigilanza necessaria, in si vasto impero, potesse esercitarsi. Questa leggenda, certamente nata fuori d’Italia, fu comunissima nel medio evo e narrata senza il nome di Virgilio assai prima che a questi fosse attribuita. Essa incomincia col riferirsi al Campidoglio e per essa il Campidoglio figura fra le sette maraviglie del mondo presso il greco Cosma nell’VIII secolo[5] e presso altri scrittori; il che m’induce a credere che il primo motivo di questa leggenda stia nel noto racconto delle oche del tempio di Giove, che dovette accompagnare la celebrità del Campidoglio e da Bizanzio divulgarsi in Oriente. Mi conferma in questa idea il trovare una reminiscenza di questo racconto in alcune leggende arabe, fra le quali per una notevole coincidenza ricorre, senza troppo essenziali modificazioni, l’idea della Salvatio Romae applicata all’Egitto, e quella altresì dello specchio maraviglioso di cui or ora dovremo parlare[6]. Più tardi essa è riferita da taluni al Pantheon[7] e da altri anche al Colosseo. Oltre a Cosma, uno scritto dell’VIII secolo attribuito al venerabile Beda l’annovera anch’esso fra le sette maraviglie del mondo[8]; se ne parla pure in un ms. di Wessobrunn parimente del secolo VIII[9]; nel X ne fa parola l’anonimo Salernitano[10] e poi un ms. vaticano dell’XI[11]. Ne parla pure quella guida di pellegrini nota sotto il titolo di Mirabilia urbis Romae[12], che subì varii cambiamenti in varie epoche, ma che certo era già conosciuta e adoperata nel XII secolo[13], e ne parla pure Jacopo da Voragine[14] nel XIII secolo, il quale, come molti altri, l’attribuisce ad arte diabolica[15]. Tutti questi ed anche altri posteriori parlano di quella maraviglia senza attribuirla a Virgilio, quantunque altri dopo Neckant ed Elinando a lui l’attribuissero[16]. Nell’applicare però questa leggenda a Virgilio, si volle unirla al suo nome con una specie di legame che è appunto l’ultima parte del racconto, nella quale il poeta riprende la sua figura ben nota nella tradizione letteraria del medio evo, di profeta di Cristo. Ma di ciò parleremo in altro capitolo. Per ispiegare come una cosa bella cosa non si vedesse più, l’anonimo Salernitano scriveva che quelle statue furono recate a Bisanzio e che ivi Alessandro imperatore (V 912) per trattarle coi riguardi che meritavano, le vestì con abiti di seta; ma in seguito di ciò San Pietro apparve a lui di notte gridandogli crucciato: «Sono io il Principe de’ Romani!» e il giorno dopo l’imperatore morì.

Tale è il primo rapporto in cui veggasi posto Virgilio con Roma dalla leggenda. Quantunque sappiamo che Virgilio possedeva una casa sull’Esquilino[17], pure dalle notizie che ci dà la sua biografia non pare che ei risiedesse abitualmente in quella città[18], e quand’anche vi avesse dimorato a lungo, non avrebbe potuto lasciarvi le memorie che lasciò a Napoli. Il popolo che abitava la capitale del più grande impero che sia mai esistito, avvezzo com'era a grandezze d’ogni sorta, non poteva ricevere grandi e durature impressioni dalla personalità di Virgilio, quantunque sapesse distinguerla ed apprezzarla in mezzo ad una folla di grandi d’ogni specie. Quindi se in Roma troveremo qualche monumento a cui si connetta il nome di Virgilio, troveremo ancora che ciò non avvenne per una tradizione qualsivoglia relativa al poeta serbata dal popolo romano, ma bensì ebbe luogo in epoca assai recente, per un riflesso delle leggende virgiliane nate altrove, mescolate colle leggende relative a quella città, e in questa portate dal di fuori.

 

Note
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[1] Dist. 5a, vers. 290 sgg. (p. 447).

[2] Procop., Bell. Goth., IV, 22. [III, p. 165, 12 Comp. ] Becker crede fosse un modello o una curiosità. Handbuck d. röm. Alterth., I, p. 161. Secondo Guglielmo Di Malmesbury (II, c. 13) nel 1045 sarebbesi scoperto in Roma il sepolcro di Pallante: «tunc corpus Pallantis filii Evandri, de quo Virgilius narrat Romae repertum est, ingenti stupore omnium. Hiatus vulneris quod in medio pectoreTurnus fecerat quatuor pedibus et semis mensuratum est». Esiterei a credere che questa favola, certamente di provenienza dotta e non popolare, si riferisca a qualche. scoperta reale, e sia dovuta a qualche antiquario romano. come pretende Gregorovius Gesch. d. Stadt Rom im Mittelalt. IV, p. 626 [trad. it. di R. Manzato (Sten 1928), II, 2, p. 229]

[3] Cf. Massmann, Kaiserchronik, III. p. 753 sgg.; G. Paris, La Légende de Trajan nel fasc. XXXV della Bibl. de l’Ecole des hautes études, p. 261298; Graf, Roma nella memoria ecc., II, p. 6 sgg.[Nuova ediz., Torino 1915, 376 sgg.].

[4] Talvolta è chiamata anche Consecratio statuarum.

[5] Mai, Spicilegium Romanum, II, p. 221.

[6] Il re Sarchâf «fece un’anitra d’ottone e la pose alla porta della città su di una colonna di marmo verde; quando uno straniero veniva nella città, questa anitra batteva le ali e gridava in modo che tutti gli abitanti udivano, e cosi arrestavano lo straniero». Ved.Orient und Occident, I, p. 331, cf. p. 335 e 340; vedi anche l’articolo di Liebrecht, ib., III, p. 360, 363. Floro (I 7, 15) neI narrare il fatto di Manlio parla di una sola oca. Virgilio nello scudo d’Enea rappresenta quella sola oca (d’argento). Aen. 8, 652 sgg. Dante, De Monarch., [II, iv, 7] dice: «anserem ibi non antevisum cecinisse Gallos adesse». Il canto dei soldati di Modena (X sec.) dice:

        «Virgili voce avis anser candida

        fugavit Gallos ex arce Romulea;

        pro qua virtute facta est argentea

        et a Romanis adorata ut dea».

ap. Du Méril, Poésies pop. lat. ant. au XII siécle, p. 269. [E oggi v. l’ed. di G. Bertoni, nei nuovi RR. II. SS., VI: I, p. 11.] Massmann pretende spiegar la leggenda riferendola alle statuette semoventi che accompagnavano alcuni orologi, uno dei quali trovavasi in Campidoglio, Kaiserchronik, III, p. 425. Egli l’attribuisce a Tedeschi (p. 424), noi la crediamo piuttosto d’origine bizantina. Altrimenti Graf (op. cit., 1, p. 201 sgg). [nuova ediz. pag. 157], il quale la crede nata a Roma nel IV o V sec, per una trasformazione delle antiche idee romane sull’arce Capitolina come difesa e propugnacolo dell’impero di Roma.

[7] Così anche Ludovico Dolce:

        «Non la Ritonda or sacra, e già profana,

        Là dove tante statue erano poste

        Che avean legata al collo una campana».

Il primo volume delle Op. burl. del Berni, ecc., parte II, p. 271.

[8] Libellus de septem orbe miraculis, in Bedae Op., I, 400. [cfr. ora H. Omont, Bibliothéque de l’Ècole des Chartes, 43 (Parigi 1882), p. 431 sgg.].

[9] Massmann, Kaiserchronik, III, p. 426.

[10] Muratori, Rer. italicar. scriptores, II, 2, p. 272.

[11] Preller in Philologus I, p. 103.

[12] Graesse, Beitraege zur Literatur und Sage des Mittelalters, p. 10.

[13] Una edizione critica dei Mirabilia ha dato per primo il Parthey, Mirabilia Romae ex codd. vatt. emendata. Berol., 1865, quindi il Jordan, nel suo libro: Topographie der Stadt Ram in Alterthum II, Berl. 1871, p. 605 sgg., il quale offre anche (p. 357 sgg.) un importante lavoro sulla storia di questo testo. Anche l’Urlichs (C. L.) ha riprodotto il Mirabilia nel suo Codex urbis Romae topographicus. Wicerburgi. 1871, p. 126 sgg.. [Edito sui migliori manoscritti da L. Duchesne in Liber censuum I (Bibliothéque des Ècoles, de Rome et d’Athénes, 2e serie vol. IV), pp. 262273].

[14] Leggenda aurea, n. CLVII.

[15] In un MS. che abbiamo già avuto occasione di citare è attribuita ad arte astronomica, ossia astrologica: «Per hanc artem Romae senatores necem virorun et bella in oris barbaris facta, regumque et regnorum detrimentum, statum et stabilimentum noverunt» Ved. Reiffenber, Chron. rim. de. Philippe Mouskes, I, p. 628.

[16] La più ricca raccolta di testi a ciò relativi trovasi in Massmann, Kaiserchronik, III, p. 421 sgg. Aggiungiamo il seguente testo italiano inedito: «Una porta artificiata era in Roma sotto il monte Gianicolo dove anticamente abitò il re Giano primo re d’Italia da cui è nominato il monte Gianicolo. La detta porta era di metallo ornata meravigliosamente e con grande artificio, perocché quandoRoma, quella nobilissima città, aveva pace, stava la detta porta sempre serrata, e quando si ribellava alcuna provincia, la porta per sé stessa si apriva. Allora li romani correvano al Pantheon, cioè Santa Maria Rotonda, dove erano in luogo alto statue le quali rappresentavano le provincie del mondo. E quando alcuna si ribellava, quella cotale statua voltava le spalle, e però li romani quando vedevano la statua volta s’armavano le milizie, e prestamente andavano in quella parte a riacquistare». Libro imperiale, 3, 8 (cod. saec. XV, Magliab. XXII, 9). [V. ora Flutre, Les Faits des Romains (Parigi 1932), p. 296 sgg.; edizione completa manca ancora].

[17] «Habuitque domum Romae Esquiliis iuxta hortos Maecenatianos, quamquam secessu Campaniae Siciliaeque plurimum uteretur». Donat., Vit. Verg., p. 57 [p. 12, 1 Brunner].

[18] «si quando Romae, quo rarissime commeabat, viseretur in publico» etc. Donat., Vit. Verg., p. 57 [p. 3, 37 BR.].

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004