Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

fefefЄЭefefe

.  21 .

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare

 

Capitolo IV

 

Che le leggende popolari trasmettendosi di bocca in bocca o anche passando da scrittore a scrittore vadan soggette a modificazione, è legge costante e notissima. Piccoli nuclei di leggenda sogliono crescere a dimensioni considerevoli per due modi diversi, sia, cioè, per una esagerazione ed amplificazione del dato primitivo creata in corso di tempo dalla fantasia popolare, sia coll’aggrupparsi attorno ad esso di altre leggende che già esistevano, vaganti, solette ed anonime, ovvero appartenenti ad altri cicli leggendari. Generalmente però la prima, più profonda modificazione è quella che subiscono le leggende nell’uscire dal suolo in cui sono nate, particolarmente quando ad esse abbia dato motivo un fatto locale, storico o tradizionale. Nel cambiar di paese una leggenda di tal genere, non potendo incontrare quei sentimenti affatto locali ai quali corrispondeva nella patria sua, deve necessariamente andar soggetta ad essere fraintesa ed a cambiar di natura. Se quindi nella sua prima forma napoletana, la leggenda di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perché ripugnava al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefici, e se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo da Napoli si diffuse in Europa. Ed infatti noi la vediamo, col traslocarsi, entrare in una seconda fase ben distinta dalla prima.

Dall’arte matematica, dalla scienza astrologica all’arte diabolica, com’è noto, non c’era che un passo, e se per le ragioni che ho dette, il popolo napoletano si trattenne dal farlo, quando la leggenda uscì di Napoli niente impediva che a Virgilio toccasse la sorte che toccò a Gerberto e ad altri illustri cultori di studi astrologici e matematici, divenendo un negromante nel senso più negro[1] di questa parola. Questo passaggio poi si rendeva tanto più facile trattandosi di un nome pagano. Imperocché, come già provai altrove, molti fra i chierici amavano screditare gli scrittori illustri dell’antichità presentandoli come adoratori del diavolo, e come tali che dell’esimio sapere e talento principalmente alle potenze infernali da loro venerate andassero debitori; pregiudizi che, quantunque non divisi pienamente da tutto il clero, pur vedemmo esser durati lungamente.

Tenuto conto di tutto ciò, non sarà difficile spiegarsi le mutazioni e gl’incrementi che subì la leggenda virgiliana, allorché percorrendo l’Europa civile con grande rapidità cadde in mano alla sbrigliata fantasia dei cantastorie e dei poeti da piazza. Posti nella necessità d’interessare l’uditorio sicché non volgesse loro le spalle, stimolati anche dalla concorrenza che si faceano reciprocamente, essi doveano attendere non solo a narrare in modo da fissar l’attenzione e destar l’interesse, ma ad avere eziandio un ricco repertorio di racconti, in modo da poterli scegliere a seconda dei gusti dell’uditorio, e da poter sostituire un racconto ad un altro, in caso di disapprovazione[2]. Così taluni di essi nei loro cantari sciorinavano la lunga folastrocca di tutte le storie che dicean di sapere e d’esser pronti a narrare[3]. Intende ognuno con quanta avidità e con quale zelo di mestiere costoro s’impadronissero di un soggetto nuovo. Appena la leggenda virgiliana cominciò ad esser nota fuori di Napoli, cadde subito nelle loro mani, e sul bel principio del secolo XIII la troviamo già in loro balìa. In una lunga poesia del trovatore Giraud de Calançon, che dovette essere scritta fra il 1215 e il 1220[4], si parla a lungo delle abilità necessarie ad un giullare. Dopo avere annoverato i vari strumenti ch’ei deve saper suonare, i giuochi di destrezza e le capriole che deve saper fare, segue una lunga litania di racconti ch’ei deve sapere, siano romanzi, siano novelle verseggiate. Fra questi figurano anche le leggende virgiliane[5], fra le quali quella del giardino maravigliono, ed altre, d’origine non napoletana, delle quali parleremo in seguito. Poeti, saltimbanchi e buffoni ad un tempo, quali erano i più di questi cantores francigenarum, unicamente intenti a divertire il pubblico per cavargli l’obolo di tasca, si può facilmente immaginare con quale libertà trattassero certi personaggi leggendari, cercando di renderli più interessanti o più divertenti che fosse possibile, ed è quindi superfluo il chiedere se in mano loro Virgilio dovesse o no divenire un negromante con tutti i fiocchi.

Non diversi gran fatto dai fati che il Virgilio leggendario incontrava su per le piazze, erano quelli a cui soggiaceva presso gli scrittori. È notevole che nel Dolopathos, quantunque Virgilio vi figuri come un personaggio affatto ideale, grossolana conseguenza di quel ch’egli era divenuto nella tradizione letteraria[6], pur nondimeno nessuna leggenda relativa a magia venga ad esso applicata. Nella versione francese in versi che ne faceva Herbers nel XIII secolo, la sola cosa che alluda alla magia virgiliana è un passo nel quale parlando del piccolissimo libriccino in cui, per comodo del suo discepolo Luciniano, Virgilio racchiuse tutte le sette arti liberali, è detto che quando Virgilio morì, serbò chiuso in mano quel libretto sì fortemente che non fu possibile trarnelo fuori, e che ciò ei seppe fare

 

«Par anging et par nigromance

Dont il sot tote la siance»[7]

 

È una negromanzia, come ognun vede, di genere assai innocuo[8]. È difficile stabilire se Don Gianni, il primo autore del Dolopathos, eliminasse quei racconti per propria volontà, o non ne parlasse perché quand’egli scriveva non fossero ancora tanto diffusi da giunger fino a lui. Certo è però che già a quell’epoca, cioè anteriormente a Gervasio e, benché di poco, anche a Corrado, parla delle maraviglie virgiliane il Neckam, il quale come abbiam veduto, non pare fosse a Napoli.

Oltre al macello che rendeva la carne incorruttibile, Neckam racconta[9] che Virgilio, con una sanguisuga d’oro[10], liberò Napoli da una miriade di sanguisughe che ne infestavano le acque, che costruì un ponte aereo per mezzo del quale poteva trasportarsi dovunque volesse, e che circondò il suo maraviglioso giardino d’aria immobile, impenetrabile come un muro: aggiunge poi un’altra leggenda di cui parleremo fra poco.

Un altro scrittore che, prima della pubblicazione dell’opera di Gervasio, già conosceva parecchie leggende virgiliane, è Elinando monaco, autore ben noto di una cronaca scritta in latino[11], inserita da Vincenzo di Beauvais nel suo Speculum historiale e molto letta nel medioevo. Questa cronaca va fino al 1204, ed è notevole perché offre già a quell’epoca qualche dettaglio intorno alle maraviglie virgiliane, non menzionato da quelli che ne scrissero prima. Oltre alla mosca di bronzo, ai bagni, al macello, al giardino, nel quale, egli aggiunge, non piove mai, Elinando attribuisce a Virgilio un campanile che, quando si sonava le campane, si muoveva a tempo con queste[12] e parla anch’egli, come Neckam, della Salvatio Romae. Le notizie che abbiamo intorno ad Elinando[13] e la natura stessa di qualcuna delle leggende da lui riferite non ci autorizzano a credere ch’ei fosse mai a Napoli. In lui come in Neckamn ritroviamo i segni delle alterazioni subìte dalla leggenda fuori del suo paese nativo. Non è poi da lasciar passare inosservato che Elinando prima d’esser monaco fu trovero illustre nel gran mondo d’allora, a cui molto piacquero le sue canzoni. Egli stesso, parlando di quel tempo, dice, deplorandolo[14], che ei menò allora ben lieta vita, né vera luogo di pubblico convegno, non festa o divertimento in cui non si facesse udire la sua voce. Forse per questo avviene cime in tutta la parte della sua cronaca relativa ai suoi tempi, invece di raccontar fatti, egli narri ogni sorta di fantasticherie, come sogni, visioni, apparizioni, prodigi e leggende, le virgiliane fra le altre, nelle quali ben si riconosce l’antico trovero e che nondimeno furono diligentemente riferite da Vincenzo di Beauvais e da Alberico di Trois-Fontaines. Certamente dai poeti popolari o colti della Francia appresero a conoscere Virgilio, come mago, i poeti imitatori di essi in Germania. Wolframo di Eschenbach nel suo Parzival, scritto fra il 1203 e il 1215, e tratto appunto da sorgenti francesi. [15], fa discendere da Virgilio il mago Klinschor, nato, dic’egli, in Terra di Lavoro, e poi altri poeti tedeschi di quella scuola parlano di Virgilio nello stesso senso durante tutto il XIII secolo. Tali sono Boppo, Frauenlob, Rumeland, l’autore del Reinfrit von Braunschweig ecc.[16]. Così mentre da un lato giullari, menestrelli e poeti d’ogni sorta propagavano oralmente e per iscritto le leggende virgiliane, dall’altro grande notorietà era loro procacciata nel mondo letterario dal trovarsi consegnate in repertori e opere di erudizione, molto lette e consultate, come erano quelle di Gervasio, Neckam, Elinando, Vincenzo di Beauvais ecc.

 

Note
_______________________

 

[1] Secondo l’etimologia medievale: «mantia, graece divinatio dicitur, et nigro, quasi nigra, unde Nigromantia, nigra divinatio, quia ad atra daemoniorum vincula utentes se adducit». Quindi essa non è un’arte liberale, perché: «sciri libere potest, sed operari sine daemonum familiaritate nullatenus valet» Così in un ms. di Vienna presso Reiffenbeng, Chron. rim. de Philippe Mouskes, I, p. 628.

[2] A ciò allude un passo della Gemma Ecclesiastica di Giraldo Cambrense (1192), a proposito di certi preti. «Similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qni videntes cantilenam de Lauderico non placere auditoribus, statim incipiunt cantare de Wacherio, quod i non placuerit, de alio». Giraldi Cambrensis opera, ed. Brewer, vol. II (Londra, 1362), p. 290.

[3] Graesse. Die grossen Sagenkreise des Mittelalters, p. 6 sgg.

[4] Hist. litt. de la france, t. XVII, p. 580.

[5]                                     E de Virgili

             Con de la conca s saup cobrir

             E del vergier E del pesquier

             E del toc que saup escantir

Diez, D. poesie d. Troubadours p. 193-199; Graesse, Die grossen Sangenkreise des Mittelalters, p. 21 sgg. Cfr. Fauriel, Hist. de la poésie prov., III, p. 495. [Ed. crit. a cura di W. Keller, Das Sirventes Fadet joglar dei Guiraut von Calanso, in «Romanische Forschungen» Erlangen 1908].

[6] Cfr. Vol. I, cap. 16.

[7] Li Romans de Dolophatos, publié par MM. CH. Brunet et Anat. De Montaiglon, Paris (Jannet), p. 334

[8] Roth ha torto di confondere, come molti altri hanno fatto, tra i quali [W] Grimm (Die Sage von Polyphem, in Kl Schrift. IV, pag.428), il testo latino del Dolopathos [Historia septem sapientum II. ed. A. Hilka (Heidelberg 1913)] colla Historia septem sapientum. Quest’ultima non è che la riduzione latina (non l’originale, come si crede comunemente) del Roman des sept sages. Non è qui però il luogo di porre in sodo questa idea che mi contento di avere accennata.

[9] De naturis rerum, cap. 174. Quel che Neckam racconta intorno a Virgilio vien riferito, dietro l’autorità sua, da W. Burley, De vita et moribus philosophorum, cap. 103.

[10] Altrimenti lo Pseudovillani (Così è citata la Cronica di Partenope). Nobile, Descriz. della città di Napoli, II, p. 781, scrive quanto segue: «La cappella di S. Giovanni a Pozzo bianco segue più innanzi al principio del vicolo dell’arcivescovado, anticamente detto Gurgite, ed era così denoniinnto perché l’altro vicolo che gli sta dirimpetto, aveva fino ad un secolo fa un pubblico pozzo ornato di marmo bianco, e sovr’esso sanguisughe scolpite. di cui il cronista nostro Giovanni Villani, seguendo l’ignoranza del volgo, dice che Virgilio Marone sotto la costellazione dell’Aquario aveale fatte scolpire» ecc. ecc.

[11] Pubblicata nel tomo VII della Bibliotheca patrum cistercensium di Tissier [Migne, PL 122, 748 D sgg.].

[12] La sola ragione per cui Vincenzo di Beauvais dubita di questo racconto è la data dell’invenzione delle campane, posteriore aVirgilio.

[13] Ved. Hist. litt. de la France, t. XVIII, p. 87 sgg.

[14] «Non scena, non circus, non theatrum, non amphitheatrum, non amphicircus, non forum, non platea, non gymnasium, non arena sine eo resonabat». De reparat. lapsi, p. 318. [Migne, PL 122, 748 D].

[15] Ved. Rochat nella Germania di Pfeiffer, III, 81 sgg. e IV.411 sgg.

[16] Cf. v. D. Hagen, Gesavmmtabenteuer. III, p. CXL sgg.

fefЄЭefe

Indice Biblioteca Indice dell'opera  Parte 2 - Capitolo 5 Parte 2 Capitolo 3 © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004