Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  20.

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

 

Capitolo III

 

Dopo avere escluso Neckam dal novero degli autori che impararono a conoscere le leggende virgiliane nel luogo stesso dov’erano nate, è tempo che ci occupiamo di esaminarle quali esse sono in questo più antico loro periodo storico, affine di determinare la vera natura e le ragioni dell’esser loro. I lettori avranno già notato che Virgilio, in questa più antica forma della leggenda, apparisce come protettore della città di Napoli, e che le opere maravig1iose a lui attribuite consistono principalmente in talismani. Oltre alle tradizioni dell’antichità, oltre alle idee diffuse nel medio evo in Europa da popoli di stirpe semitica, la credenza nei talismani fu certamente rinvigorita nell’Italia meridionale dalla dominazione bizantina. Infatti come molte opere di tal genere furono a Napoli attribuite a Virgilio, così in Costantinopoli molte ne furono attribuite ad Apollonio Tianeo. Com’è naturale, certi monumenti della città eran quelli che dovean farne le spese. Così il famoso tripode di bronzo, di cui si vede una parte tuttora nell’ippodromo fu per lunghi secoli considerato come un talismano. La leggenda[1] diceva che a tempo di Apollonio Tianeo Bizanzio fosse visitata dal flagello dei serpenti e che quindi fosse colà chiamato quel savio, onde allontanasse quella piaga. Costui elevò una colonna sulla quale era un’aquila che teneva nei suoi artigli un serpente, e d’allora in poi quegli animali scomparvero. Ai tempi di Niceta Coniate (V 1216)[2] questa colonna coll’aquila esisteva tuttora; fu distrutta però, come tanti altri monumenti, quando la città cadde in potere dei latini. Ma la leggenda, che non si distrugge così facilmente, rimase, e fu applicata al nobile residuo dell’antico tripode, il quale appunto è costituito dalle spire di tre serpenti avviticchiati assieme. Inoltre le leggende costantinopolitane raccontavano anch’esse che Apollonio bandisse le mosche dalla città con una mosca di bronzo, e le zanzare con una zanzara di bronzo, e così pure gli scorpioni ed altri insetti[3] . La credenza poi a talismani di questo genere era ben lungi dal limitarsi a Napoli ed a Costantinopoli. A’ tempi di Gregorio di Tours (VI sec.) la troviamo anche a Parigi. «Si diceva, ei narra, che anticamente la città fosse stata consecrata per preservarla dagl’incendi, dai serpenti e dai topi. Nel nettare la chiavica del Ponte Nuovo, per togliere via il fango che la ostruiva, non ha guari vi si trovò un serpe e un topo di bronzo[4]; furon portati via di là, e d’allora in poi innumerevoli topi e serpenti si videro, e cominciò la città a soffrire incendi»[5].

Vecchie tradizioni del paganesimo parlavano anche esse di mosche e d’altri insetti perseguitati da esseri superiori all’uomo. Così, delle mosche dicevasi ch’esse erano state bandite dal tempio di Ercole nel foro boario, e da una montagna dell’isola di Creta[6] «Le cicale presso Reggio son mute, dice Solino[7], ciò che non è in alcun altro luogo, e questo silenzio è cosa tanto più miracolosa che quelle dei Locresi vicini si fan sentire anche più delle altre. Granio ci fa sapere il perché: un giorno ch’esse facevano strepito mentre Ercole dormiva in quei luoghi, il Dio ordinò loro di stare zitte, e così d’allora in poi quel silenzio prese ad essere permanente». I1 cristianesimo, che tanto dovette concedere alle antiche credenze pagane, ebbe poi anch’esso non solo santi che scomunicarono mosche ed altri insetti, come san Bernardo, san Goffredo, san Patrizio ecc., ma anche formole di anatema ufficialmente stabilite per questi casi[8].

Non è da credere che a Napoli la credenza in questi talismani fosse semplicemente allo stato di racconto, senza un qualche oggetto a cui si riferisce[9]. Certamente anzi essa dovette nascere dalla presenza di opere di arte, sia antiche, sia bizantine alle quali il popolo, come a Costantinopoli, attribuisse un’origine telesmatica. Una volta poi così avviata potè la fantasia popolare, od anche quella degli scrittori, amplificar la cosa, alimentando il novero dei talismani «che c’erano un tempo ed ora non esistcvan più».

Principale, e forse uno dei più antichi fra questi talismani, pare essere stata la mosca di bronzo. Uno scrittore anteriore a Corrado e Gervasio non solo ne parla, ma ci riferisce anche per intero la leggenda ad esso relativa. Questi è Giovanni di Salisbury che conosceva bene Napoli e l’Italia come colui che nel 1160 diceva di aver già passato le Alpi dieci volte e di aver percorso due volte l’Italia meridionale[10].

Quest’uomo veramente superiore, pieno d’ingegno e di spirito, ci racconta l’aneddoto seguente: «Dicesi che il poeta mantovano interrogasse Marcello mentre era fortemente intento a fare strage d’uccelli, se gli piacerebbe meglio che fosse fatto un uccello col quale si acchiappassero tutti gli uccelli, o una mosca che esterminasse tutte le mosche. Avendo Marcello parlato di ciò con Augusto, per consiglio di lui prescelse che si facesse una mosca che scacciasse da Napoli le mosche, e liberasse la città da questa piaga. E il desiderio fu compiuto; dal che si riduce che al proprio piacere è da preferire l’utile dei più»[11].

I nomi di Marcello e d’Augusto posti così in rapporto con Virgilio potrebbero forse a prima giunta destar dubbio circa l’origine popolare di questa leggenda applicata a quel tal talismano. Notiamo però che la leggenda popolare napoletana considerava appunto Marcello come governatore di Napoli, e Virgilio come suo ministro. Nella Cronica di Partenope della quale parleremo a suo luogo, i fatti di Virgilio sono riferiti «in nel tempo quando Octaviano ordenao Marcello duca de li Napoletani». È questo il lato pel quale la leggenda napoletana si mostra connessa, come vedremo colla leggenda letteraria sorta sulla antica biografia del poeta. – L’autore anonimo di una poesia satirica contro gli ecclesiastici, dell’anno 1180, allude anch’egli alla mosca di Virgilio col verso: «Formantem (video) aereas muscas Virgilium»[12]. Non altra mosca Virgiliana trovasi mai menzionata se non quella di Napoli, alla quale certamente si riferisce questo anonimo come pure esplicitamente Giovanni di Salisbury; e Giovanni è il solo a narrare per quale occasione fosse fatta da Virgilio quella mosca; non lo crederei per autore di quel racconto, il quale, come ognun vede, è ideato nello spirito delle moralizzazioni del Gesta Romanorum e simili, e ai può attribuire a qualche chierico napoletano che volle dare un edificante involucro storico alla superstizione popolare su quella mosca. Questa mosca, della grandezza di una rana, che secondo Corrado trovavasi su di una porta fortificata, poi passò ad una finestra nel castel Capuano e poi in castel Cicala (chiamato in seguito castel Sant’Angelo, e diroccato dai preti di Santa Chiara), dove perdette la sua efficacia. La Cronica di Partenope cita un tale Alessandro il quale dice d’averla veduta. Nel testo oggi noto di Alessandro Neckam della mosca non è parola.

Le due facce di pietra nella porta Nolana, che, come dice un vecchio scrittore napoletano[13], «chiamavasi di Forcella» esistevano realmente, e questo scrittore, che è lo Scoppa, dice di averle vedute nel portico di quella mentre era ancor fanciullo, prima che il re Alfonso II d’Aragona lo demolisse e le trasferisse in Poggio Reale. Il cavallo di bronzo esisteva anch’esso; Eustazio da Matera sulla fine del sec. XIII ne parlava nel suo poema, oggi perduto, Planctus Italiae[14], e nel 1322 trovavasi ancora nella corte della primaziale di Napoli. Il tempo e la barbarie l’avean guasto; il popolo però diceva che i manescalchi, ai quali quel cavallo avea fatto danno, gli sfondarono il ventre, talché venne a perdere la sua efficacia, e quindi parve giusto che i preti della primaziale, per farlo servire a qualche cosa, lo trasformassero in campane nel 1322. Altri dice fosse distrutto per toglier di mezzo la superstizione popolare ad esso relativa[15]. Rimase la testa che si conserva tuttora nel museo nazionale di Napoli e che può darci un’idea delle proporzioni colossali di quella notevole opera d’arte[16]. Il racconto della statua che Virgilio contrappose al vento che veniva dalla parte del Vesuvio, par fondato sulla real presenza di una qualche statua che desse, in qualche modo, motivo a quella leggenda. Scoppa dice che essa trovavasi nella porta già chiamata Ventosa poi Reale «dove (soggiunge) rimangon tuttora alcune statue di marmo»[17]. Quanto al palladio di Napoli, di cui parla Corrado, esso certamente dovette essere quel ch’ei dice d’aver visto e toccato, cioè un modello della città posto in un fiasco di cristallo. Sono note queste curiosità che anche oggi sbalordiscono il volgo, né v’ha di che maravigliarsi se nel medio evo producevano l’impressione di cose fatte con arti soprannaturali e se vi si annettevano idee telesmatiche. Forse quel cimelio andò perduto fra le mani degl’imperiali. Fatto è che in seguito la leggenda ad esso sostituisce un uovo[18] posto in un fiasco di vetro, questo stesso riposto in un recipiente di ferro. Questa forma della leggenda, assai posteriore, si sostituì alla prima dopo che l’antico castello fabbricato nel 1154 da Guglielmo I, ed ampliato da Federigo II, ebbe mutato il suo nome di Castello marino o di mare[19] in quello di Castel dell’uovo. Non si conoscono, a mia notizia, documenti che adoperino quest’ultima denominazione prima del XlV secolo. Negli statuti dell’Ordine dello Spirito Santo, fondato nel 1352 da Luigi d’Anjou, esso è chiamato «Castellum ovi incantati»[20]. In un ms. napoletano della metà del secolo XIV si parla di questa leggenda sull’autorità di Alessandro Neckam, il quale però non ne dice nulla[21]. Alla denominazione e alla leggenda si riferisce pure la iscrizione enimmatica, anch’essa del secolo IV, che ci ha conservato la raccolta Signorili[22]:

 

«OVO MIRA NOVO SIC OVO NON TUBER OVO,

DORICA CASTRA CLUENS TUTOR TEMERARE TIMETO»

 

Quella stessa idea che presentando Virgilio come protettore benefico di Napoli avea fatto attribuire a lui quei talismani e le mura della città, e la città stessa, dovea fare a lui attribuire i salutari bagni di Pozzuoli che godettero di molta celebrità nel medio evo, per le loro virtù medicinali[23] L’uso di porre nei bagni di questo genere delle iscrizioni[24] indicanti le malattie a cui, potevano essere utili, particolarmente quando le sorgenti eran varie, non lo troviamo soltanto in quei di Pozzuoli, ma anche in altri bagni celebri dell’epoca, come, per es., in quelli di Bourbon l’Archambault[25]. Beniamin di Tudela (morto nel 1173) parla[26] di una sorgente di petrolio che trovavasi in vicinanza di Pozzuoli, e parla anche dei bagni medicinali ivi esistenti e visitati da moltissimi malati; non dice nulla però di Virgilio. Riccardo Eudes[27] nel suo poema, composto nel 1392, mentre parla anch’egli delle iscrizioni, non dice nulla di Virgilio. Così pure La Sale in un trattato di morale citato da Le Grand d’Aussi[28], così Burcardo[29], che visitava quei luoghi nel 1494, ed altri. Che questi ed altri scrittori non parlino di Virgilio, prova che l’attribuzione di quei bagni al Mantovano era un fatto tanto esclusivamente popolare che o non giunse a loro notizia, o, se pure, non ne tenner conto come di fola puerile. Certamente non potè ignorarla, ma non ne fece caso Pietro da Eboli[30] che nel suo poemetto su quei bagni non ne dice parola, mentre il suo protettore ed amico Corrado di Querfurt, più credulo di lui e prono a fantasticare col popolo, raccoglieva e seriamente riferiva la leggenda, come fecero altri della stessa tempra quali Gervasio, Elinando e il napoletano autore della Cronica di Partenope. La leggenda popolare aggiunse alla realtà della cosa il nome di Virgilio e l’idea che quei bagni fossero utili per ogni malattia. Il benefico Mantovano avrebbe voluto così principalmente provvedere ai poveri onde potessero dispensarsi dai medici «li quali (come dice la Cronica di Partenope [31]) senza alcuna charità ti domandavano essere pagati». I medici però che, come dice a tal proposito un vecchio poema francese, «ont fait maint mal et maint bien» [32] non trovavano in ciò il loro tornaconto, e particolarmente i celeberrimi della scuola salernitana videro talmente diminuire gli affari, che recatisi di soppiatto ai bagni virgiliani disfecero le iscrizioni; sicché i poveri malati non seppero più da dove rifarsi. Ma Dio punì coloro, soggiunge la leggenda, poiché nel ritorno furon colti da una così furiosa tempesta che «si annegarono escepto uno... lo quale manifestò questa cosa intra Capri e la Minerva»[33]. Questo fatto, anche narrato da Gervasio e Corrado, lo è pure da Bucardo e da altri che non mescolano al racconto il nome di Virgilio. La favola dandosi l’aspetto della storia riferiva anche un preteso istrumento notarile del 1409, nel quale si asseriva essersi trovata in Pozzuoli presso al luogo detto Tre Colonne la seguente iscrizione:

 

«Sir Antonius Sulimela, Sir Philippus Capogrossus, Sir Hector de Procita, famosissimi medici salernitani supra parvam navim ab ipsa civitate Salerni Puteolos transfretaverunt, cum ferreis instrumentis inscriptiones balneorum virtutum deleverunt et cum reverterunt, fuerunt cum navi miraculose submersi»[34].

 

Da quanto siamo venuti dicendo fin qui i lettori avran potuto farsi un concetto di ciò che era la leggenda virgiliana nell’origine sua. C’è un’idea prima e fondamentale, ed è questa, che Virgilio non solo abbia vissuto a Napoli, ma abbia avuto in mano il governo di quella città, o almeno per le alte sue relazioni in corte, abbia avuto parte a quel governo, ed in ogni caso abbia spiegato il più grande amore pel pubblico bene dei napolitani. Inoltre, esistevano in Napoli parecchi monumenti d’arte, antica o medievale, ai quali il popolo napolitano, come accadeva fra altri popoli altrove, attribuiva qualità meravigliose e telesmatiche. Abbiamo veduto di quale aureola di sapienza fosse stato decorato il nome di Virgilio presso i letterati del medio evo. Il popolo napoletano per la idea che universalmente si aveva di questo suo protettore, non poteva attribuire quei talismani ad altri che a lui.

Il mago propriamente detto non è ancora sorto. Quantunque Corrado parli di una ars magica o di magicae incantationes per mezzo delle quali Virgilio sarebbe riuscito a fare quei talismani, è chiaro che ciò va inteso in senso benigno di magia naturale, o di cognizione dei più riposti segreti della natura[35]. Infatti la credenza di allora portava che mediante certe combinazioni meccaniche, astrologiche e matematiche si potesse riuscire a produr cose maravigliose. Tutto ciò si considerava come affatto indipendente da arti diaboliche, e non rendeva necessariamente odioso il personaggio a cui si attribuiva, tanto meno quando le sue arti tendessero a bene. E realmente, come abbiamo veduto, Virgilio apparisce nella prima forma della leggenda non solo come innocuo, ma come grande benefattore, e nessuno degli scrittori che riferiscono le idee del popolo napoletano intorno a lui parla di arti diaboliche. Gervasio attribuisce le opere virgiliane ad una ars mathematica o vis mathesis. Boccaccio, il quale visse in un’epoca in cui, come vedremo, la leggenda avea già cambiato natura, non teme di offendere la fama del poeta da lui tanto venerato, dicendo che quelle tali cose furono da lui operate a Napoli «con l’aiuto della strologia», essendo egli «solennissimo strologo»[36], idea che già vedemmo anticamente sostenuta fin da Servio e da altri.

Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materiali dal concetto che i letterati d’allora si formavano di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei racconti. Siccome però quel concetto era universale e la leggenda è di origine esclusivamente napoletana, si può domandare come mai il nome di Virgilio fosse così familiare al popolo di Napoli, che questi se lo trovasse così alla mano quando volle dare un autore ai talismani a cui avea preso a credere. E questa è appunto l’ultima e più semplice formola a cui si riduce il problema dell’origine di queste leggende. Prima però di farci a dire la nostra opinione intorno a ciò, è d’uopo far parola di un fatto che non possiamo qui lasciar passare inosservato. Gervasio di Tilbury narra quanto segue: «Ai tempi di Ruggero re di Sicilia un tal uomo dotto, inglese di nazione, si presentò al re chiedendo gli fosse dato qualcosa dalla generosità di lui. E pensando il re, chiaro di stirpe e di vita, che a lui questi richiedesse un qualche beneficio, rispose: – chiedi tu stesso il beneficio che vuoi ed io volentieri tel farò – Imperocché colui il quale chiedeva era un sommo letterato, forte assai ed acutissimo nel trivio e nel quadrivio, grandemente operoso negli studi fisici, e grandissimo astronomo. Disse dunque al re ch’ei non chiedeva efimeri piaceri, ma bensì ciò che agli nomini sembrerebbe cosa da poco, le ossa di Virgilio, dovunque potessero trovarsi dentro i confini del suo regno. Il re annuì, e il dotto, fornito di lettere regie, recossi a Napoli dove Virgilio in molte cose avea esercitato il suo ingegno. Presentate ch’egli ebbe le lettere, il popolo si preparò ad obbedire, e ignaro del luogo della sepoltura, facilmente promise ciò che gli parve dover credere impossibile. Finalmente però il dotto, guidato dall’arte sua, ritrovò le ossa nel loro sepolcro, nel bel centro di un monte, là dove neppur la menoma apertura o fenditura ne dava segno veruno. Si scava un quel luogo, e dopo lunga fatica si discopre un sepolcro nel quale si trova intero il corpo di Virgilio, e sotto al capo di questo un libro nel quale era scritta l’arte notoria[37] con altre scritture relative agli studi di lui. Si tolgon via le ossa e la polvere, e il dotto estrae il volume. Il popolo napoletano, ponendo mente alla speciale affezione che Virgilio avea portato alla città, e temendo che, sottratte via le sue ossa, la città intiera ne venisse a soffrire un danno enorme, preferì eludere l’ordine regio piuttostoché, obbedendo, occasionare la rovina di una sì grande città. Imperocché credeva che Virgilio appunto per ciò avesse posta sua sepoltura nel recesso segreto del monte, affinché col portar via delle sue ossa non venisse meno l’efficacia degli artifici suoi. Il duca dei napoletani con una schiera di cittadini, riunite assieme le ossa e postele in un sacco, le recarono nel Castel di Mare dove dietro a certe spranghe di ferro si mostrano a chi voglia vederle. Interrogato il dotto che cosa avrebbe voluto fare delle ossa, rispose che per mezzo di uno scongiuro egli avrebbe fatto sì che quelle, dietro sua richiesta, rivelassero a lui tutta l’arte di Virgilio; diceva anzi ch’ei sarebbe soddisfatto se avesse potuto averle a sua disposizione per soli quaranta giorni. Contentandosi però di portar via il libro soltanto, ei se ne andò, e noi per mezzo del venerabile Giovanni da Napoli[38], cardinale del tempo di Papa Alessandro, vedemmo alcuni estratti di esso libro e con «esperienza concludentissima ne facemmo la prova».

Questo strano racconto di Gervasio trovasi riprodotto da Andrea Dandolo[39] verso il 1339 e trovasi pure nella Cronica di Partenope che lo ha anch’essa da Gervasio, e in Andrea Scoppa che lo ha dalla Cronica di Partenope. All’infuori di Gervasio, l’unico scrittore contemporaneo che alluda ad un fatto di questo genere è Giovanni di Salisbury, il quale nel suo Polycraticus dice di aver conosciuto un tal Lodovico «che (dic’egli) io vidi trattenersi a lungo nelle Puglie, onde dopo molte vigilie, lunghi digiuni, e moltissime fatiche e sudori, come prodotto di un siffatto inutile e triste esilio, riportare in Gallia le ossa, piuttostoché il senno, di Virgilio»[40]. È assai probabile che, come crede Roth, qui trattisi della stessa persona di cui parla Gervasio, sapendosi che Giovanni di Salisbury fu a Napoli appunto a’ tempi di re Ruggero, e non formando grave difficoltà l’espressione in Gallias, di cui egli si vale parlando di un uomo che Gervasio qualifica di Anglus[41]. Il Roth però vuol vedere in questo fatto la principal circostanza che mise in moto sul conto di Virgilio la fantasia dei napoletani, e qui mi duole di non poter approvare l’opinione di questo dotto uomo. Il fatto narrato da Gervasio presuppone l’esistenza della leggenda. Non è punto impossibile che un eccentrico inglese si ponesse in capo di ottenere le ossa di Virgilio, onde cavarne, per mezzo di una operazione magica, quel tesoro di scienza riposta che il mondo attribuiva allora al poeta. L’avere però il popolo napoletano ricusato di dargliele, e la ragione stessa di questo rifiuto, mostra evidentemente che già il nome del poeta erasi reso celebre a Napoli per la protezione che le sue opere telesmatiche e le sue ossa stesse porgevauo alla città. L’idea che in quella occasione si scoprisse il sepolcro di Virgilio, e che questa scoperta facesse grande impressione sul popolo napoletano a me pare non resista alla critica, quantunque Gervasio pretenda che il popolo napoletano fosse, prima di quel fatto, «ignaro della sepoltura». Infatti quando si rifletta alla colossale rinomanza ed autorità di Virgilio nel medio evo, è chiaro che questo solo fatto della scoperta del suo sepolcro, avvenuta, per sovrappiù, in modo così strano, sarebbe stato un avvenimento tale da commuovere non solo i napoletani, ma tutto il mondo letterario d’allora. Invece noi troviamo intorno a ciò un silenzio generale non interrotto che dal solo Gervasio. Se poi esaminiamo da vicino il racconto di costui, a me pare possa rilevarsene che il fatto dell’inglese a cui allude Giovanni di Salisbury, si complicò con una leggenda intesa a dare spiegazione di un sacco pieno di ossa che si mostrava dietro una inferriata in Castel di Mare, come quello che si credeva contenesse le ossa di Virgilio, e nello stesso tempo questa leggenda servì ad autenticare od accreditare (come soleva farsi allora e dopo) un qualunque libro d’arti segrete, che Gervasio dice aver veduto, dando ad intendere che esso provenisse dal sepolcro di Virgilio. Non dimentichiamo che lo stesso Giovanni di Salisbury parlando di quel tal Lodovico da lui conosciuto, ce lo presenta nel suo aspetto reale, e quindi ridicolo, mentre Gervasio, che scriveva qualche decennio più tardi, ce lo presenta con circostanze evidentemente leggendarie, e che di più lo stesso Giovanni di Salisbury conosce già la storia della mosca di bronzo, vale a dire che il nome di Virgilio, indipendentemente dalle pazze voglie di quel tal messer Lodovico, trovavasi già in Napoli applicato a talismani. Quindi a me pare debba del tutto eliminarsi l’idea che nel fatto narrato da Gervasio stia in principal causa dell’origine o dello sviluppo delle leggende virgiliane in Napoli[42]. È noto poi nel modo il più positivo che l’idea del protettorato di Virgilio su Napoli e del governo da lui ivi esercitato è anteriore al re Ruggero, poiché ne fa esplicita menzione Alessandro di Telese nel 1136, dicendo che per quel distico «Nocte pluit tota» ecc. Virgilio ebbe da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[43].

Se da quel che narra Gervasio noi non deduciamo le conseguenze che ne deduce Roth, non esitiamo d’altro lato ad affermare che la presenza a Napoli del sepolcro di Virgilio è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano. Sia qualsivoglia l’autenticità di quello che oggi si crede essere il sepolcro di Virgilio, o di quello che forse nel medio evo passava per esser tale[44] è un fatto storico, sul quale non è possibile dubbio di sorta, che Virgilio volle esser seppellito a Napoli, e che ivi fu seppellito realmente, come dice la sua biografia, «sulla via puteolana a circa due miglia»[45]. Questa notizia deriva, molto probabilmente, nella Vita di Virgilio attribuita a Donato, dalla biografia del poeta scritta da Svetonio (98-138 d. Cr.) nel suo De viris illustribus, ed è confermata da altre notizie che mostrano come il sepolcro di Virgilio divenisse l’ornamento principale di Napoli, ed attirasse visitatori quasi come un tempio di una qualche divinità. Silio italico, come abbiamo già notato altrove, era solito recarvisi come ad un tempio, udire ut templum, e Stazio chiama senz’altro il sepolcro di Virgilio un tempio. Nel V secolo Sidonio Apollinare considera ancora il sepolcro di Virgilio come vanto di Napoli [46]. È chiaro che il popolo napoletano, spettatore di questa specie di culto reso alla memoria del poeta, dovea, per lo meno, serbarne il nome nella mente. Le notizie ci mancano pel più fitto medio evo, poiché gli scrittori che avrebbero potuto darcene avevano allora la mente altrove. Da quello però che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre continuata del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano per ben molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il nome di Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri un po’ colti visitassero la città. Nel X sec., cioè ne’ tempi della più grande barbarie, l’autore della Vita di San Atanasio tessendo un elogio entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua patria, ricorda Virgilio e la nota epigrafe da lui dettata per la sua tomba[47]. Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale Guilhem Augier per indicar Virgilio si limita a dire «cel que jatz en la ribeira lai a Napols» ben sicuro che ognuno intenderebbe di chi volesse parlare[48]. Certo, non furono i Normanni che rivelarono o ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua antica romanità l’esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico suolo[49].

Così non è impossibile che sia d’antica data l’idea popolare che il sepolcro di Virgilio fosse intimamente connesso col bene della città e l’altra da questa dipendente, che, come riferisce Corrado, le ossa di lui quando si ponessero all’aria suscitassero turbini e tempeste. E veramente abbiamo potuto notare che il sepolcro di Virgilio figura nelle più antiche leggende virgiliane, fra le quali notevolissima, da questo punto di vista, è quella dell’inviolabilità quasi sacra della grotta di Pozzuoli, vicino all’ingresso della quale scorgesi anche oggi il sepolcro creduto del poeta. Leggende di questo genere erano assai comuni anche ai tempi pagani. E noto come il possedere le ossa di Edipo fosse tenuto qual causa di prosperità dagli Ateniesi, e come la stessa cosa, per altre ossa, si credesse da altri popoli. Un’altra leggenda, relativa al colle che serviva di sepolcro ad Anteo, diceva che quando da questo toglievasi un poco di terra pioveva immediatamente, né cessava di piovere finché non si fosse rimessa al posto[50].

Il poeta che nato presso Mantova volle esser seppellito a Napoli molto dovette amare quella città in vita sua. E veramente da quanto ci resta di notizie autentiche intorno a lui rileviamo che molto egli visse colà, godendo in pace le agiatezze procurategli dall’eccelso suo protettore, e che in quell’ incantevole soggiorno gran parte dei suoi versi immortali fu da lui composta. Come rileviamo da un passo della principale sua biografia, familiare era al popolo napoletano la sua figura dolce e modesta, e caratterizzandone il tipo e l’espressione in una parola, solean chiamarlo per soprannome Parthenias[51]. A me poi pare indubitato che il suo nome dovesse esser conservato anche da alcune terre da lui possedute in quelle contrade.

In prova di ciò è d’uopo richiami alla mente del lettore quel tal giardino che Virgilio, secondo la leggenda, ebbe sul Monte Vergine, del quale parla Gervasio dicendo che vi si trovavano erbe d’ogni sorta dotate di proprietà mediche. Il nome di questo monte ha subìto vari cangiamenti. Oggi chiamasi Monte Vergine, ma in latino lo trovo chiamato nei documenti e negli scrittori Mons Virginis, Mons Virginum, Mons Virgilianus. Giovanni Nusco autore della Vita di san Guglielmo da Vercelli[52], fondatore della congregazione e della chiesa del Monte Vergine, dice che il monte chiamossi dapprima Monte Virgiliano, denominazione della quale egli stesso si serve esclusivamente. Questa asserzione è negata da Roth[53], il quale nota che in alcuni documenti contemporanei del Santo il monte è chiamato «Mons qui Virginis vocatur», e la chiesa «S. Maria Montis Virginis». Che però, quando il monte cominciò a cambiar denominazione, alcuni seguitassero a chiamarlo col nome antico, altri col nuovo, è cosa che non ha nulla di straordinario. L’autore della Vita di san Guglielmo fu anch’egli contemporaneo del Santo, come colui che fu ricevuto nella congregazione dei preti del Monte Vergine nel 1132[54] cioè dieci anni prima che san Guglielmo morisse, e sei anni dopo la consacrazione di quella chiesa. Quando egli tenendosi alle tradizioni locali seguita ad adoperare il nome di Monte Virgiliano, il voler porre in dubbio la sua autorità è un volersene sbarazzare ad ogni costo, tanto più che nella sua qualità di ecclesiastico e di aderente alla nuova congregazione, se non avesse trovato una tradizione ed un uso più forti di lui, certo avrebbe dovuto preferire il titolo di Monte della Vergine Maria al titolo pagano di Monte di Virgilio. Se poi alcuni devoti, in certi loro atti di donazione, si affrettarono ad adottare il titolo di Monte Vergine, la tradizione veniva tuttavia rispettata anche dalla suprema autorità ecclesiastica nel 1197, nella bolla di papa Celestino III, relativa a quel monastero, nella quale questo più d’una volta è chiamato «Monasterium sacrosanctae Virginis Mariae de Monte Virgilii»[55]. Non essendo punto strano che una località abbia più nomi ad un tempo, può essere che, oltre al chiamarsi Virgiliano, questo monte, prima di intitolarsi dalla Vergine Maria, si chiamasse anche Mons Virginum col quale nome appunto lo designa Gervasio. La presenza, probabile a’ tempi pagani, del culto di Vesta e di Cibele in quei luoghi spiegherebbe ottimamente questa denominazione[56]. Comunque sia di ciò, il nome indubitato di Monte Virgiliano, e la leggenda napoletana e locale [57] che poneva ivi un giardino di Virgilio, non potrebbe meglio spiegarsi che colla reale esistenza di una possessione avuta da Virgilio in quei luoghi. Ora, stabilire positivamente che ciò fosse non si può, ma ben si può provare con tutta evidenza che appena un secolo e mezzo, e forse neppur tanto, dopo la morte del poeta c’era chi parlava di possessioni avute da lui in quei dintorni.

Aulo Gellio [58] dice di aver trovato scritto «in quodam commentario»[59] che quei versi

 

                                  «Talem dives arat

Capua et vicina Vesevo Ora iugo, etc.»

                                      [Georg. II 224].

 

fossero da Virgilio recitati e pubblicati dapprima colla lezione «Nola iugo», ma che poscia, avendo egli chiesto ai Nolani di poter portare l’acqua nella prossima sua campagna, e i Nolani questo favore non avendogli accordato, il poeta offeso per ciò, quasi a toglier via dalla memoria degli uomini il nome della loro città, lo espungesse dai versi suoi sostituendovi ora che poi sempre si lesse in quel luogo. Qui Gellio soggiunse che egli non si mette punto in pena per sapere se il racconto sia vero o falso e noi faremo altrettanto. Notiamo però che uno scrittore del secondo secolo, basandosi sull’autorità di scrittori anteriori, accenna nel modo più esplicito a possessioni che si credette Virgilio avesse nei dintorni di Nola, cosa che niente distoglie dal creder vera[60], singolarmente trattandosi di un uomo che tanto soggiornò in quella regione. Ora, la leggenda pone il giardino maraviglioso di Virgilio a non molta distanza da Nola, cioè presso Avella[61] alle falde del Monte Vergine, rannodandosi così dopo dieci secoli alla notizia che desumiamo da Aulo Gellio, nella quale trova un precedente che le serve di spiegazione[62]. Quanto alle qualità speciali che a quel giardino attribuisce la leggenda, non è impossibile che l’idea ne provenga da un orto di piante medicinali che ivi esistesse realmente, come solevano trovarsene anche nel medio evo[63].

Su questo fatto ho voluto trattenermi alquanto, poiché, a me sembra sia uno di quelli che meglio provano la permanenza continua del nome di Virgilio nelle tradizioni del popolo di quelle contrade, anche per quelle epoche nelle quali la storia e i documenti non ci dicono nulla intorno a ciò. Molte leggende medievali presentano lo stesso fenomeno. Preparate ed elaborate di lunga mano nell’oscurità, esse si presentano nella letteratura ad un tratto belle e formate. Questa di Virgilio è più notevole, poiché la storia ci fa assistere al primo contatto di quest’uomo col popolo napoletano, e alle prime profonde impressioni da lui lasciate fra questo, di mezzo al quale il suo nome dopo vicende di secoli rivien fuori, come dal crogiuolo di un chimico, tutto trasmutato e coronato dall’aureola della leggenda. In questa leggenda non si ravvisa più, è vero, il poeta augusteo, la più preziosa gemma della poesia romana, ma ben si ravvisa ciò che più interessava il popolo napoletano, cioè un ingegno altissimo e d’eterna rinomanza, che avea in modo invidiabile onorato la città di Napoli, ponendola talmente in cima ad ogni suo affetto che volle esserle vicino anche nella tomba. Quindi è che la parte più antica della leggenda debba essere l’dea di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli; e realmente questa idea accompagna le più antiche notizie che noi possediamo di un Virgilio leggendario napoletano, quella cioè di Giovanni di Salisbury relativa alla mosca di bronzo, e quella più antica di Alessandro di Telese il quale parla di Napoli e della Calabria, date da Augusto in feudo a Virgilio. Con questa idea prima e fondamentale, in cui veramente la leggenda ha le sue radici, si collega un fatto curioso del tutto degno dell’erudizione medioevale. Seneca nel sesto delle questioni naturali parla, in sul principio, di un fortissimo tremuoto che desolò la Campania sotto il consolato di Regolo e di Virginio, soggiungendo che mentre altre città della Campania ne soffrirono grandemente, Napoli non fu che «leniter ingenti malo perstricta». Ora, è certo che vi fu chi in questo passo di Seneca lesse Virgilio in luogo di Virginio e, ignaro di ciò che fosse un console ai tempi del mantovano, ne dedusse che Virgilio fu «console di Napoli». Il padre Giordano, abate di Montevergine, che raccolse nel 1649 le tradizioni e le cronache del suo monastero, seguita ancora a dire che, essendo Virgilio andato a Napoli, Augusto lo fe’ console, e che ebbe per collega nel consolato Regolo, e parla poi dell’eruzione del Vesuvio, citando il luogo di Seneca summenzionato[64]. Vedendo che Alessandro di Telese, cioè un ecclesiastico che viveva nel Sannio a poca distanza da Napoli, parla di questa città come feudo di Virgilio, possiam supporre che a questa idea non fosse estraneo quel tal passo di Seneca, il quale, frainteso da qualche monaco dell’Italia meridionale, sarebbe venuto ad afforzare l’idea popolare del protettorato di Virgilio su Napoli.

Napoli, che da Giustiniano fino a metà del sec. XII mantenne quasi constantemente intatta, quantunque non senza molti e grandi travagli, la sua indipendenza, fu in condizione di serbare meglio che altre città italiane le tradizioni antiche. L’abbassamento però della cultura, nei secoli della barbarie, non fu meno grande là che altrove, talché gl’illustri nomi antichi serbati vivi nella memoria del popolo letterato o illetterato, con una coltura cosi ridotta, trasformaronsi allora tutti nelle menti di ogni grado, contornandosi di leggende. Già invero a metà del XI secolo si osserva qualche progresso sulla ruvida barbarie dei tempi anteriori; in taluni duchi quali Sergio e Gregorio III, in taluni vescovi quali Atanasio I ed altri ecclesiastici si riscontrano segni notevoli di studi anche profani; né senza sorpresa nelle tenebre del X secolo troviamo in questa Napoli medievale, tanto oscura per noi, il duca Giovanni III, che, pieno di nobili istinti, come un piccolo Carlomagno, ama e predilige gli studi latini e anche i greci, si procaccia da ogni parte, anche da Costantinopoli, libri così sacri come profani nelle due lingue, e Giuseppe Ebreo, e Dionigi e la storia di Alessandro Magno in greco e nella traduzione latina e Tito Livio e altri scrittori, storici, cronografi, ecc., chiamando anche alla sua corte, e ben ricompensando, dotti e scrivani che traducessero e copiassero opere greche[65]. Quanto poi fosse vivace il sentimento patrio dei Napoletani allora, qual vanto menassero della loro romanità, del nobile passato della antica città loro «non ad altra seconda in Italia che a Roma»[66] lo mostra l’enfatico elogio di Napoli in cui prorompe l’autore della Vita di San Atanasio nell’esordio del pio suo scritto. Questo sentimento che traluce pure in tutta la più antica leggenda virgiliana ed è la più manifesta prova dell’essere essa essenzialmente napolitana, è il lievito che colà pone in moto le menti dei rozzamente colti e degli incolti, generando leggende sull’antica storia di Napoli romana; poiché anche gli uomini iniziati allora agli studi profani, lo erano poi tanto poco e cosi malamente che a fraintendere i nomi e i fatti e i monumenti antichi, a travisarli secondo le loro imaginazioni, a crear fantasmi su di essi ed a crederci poi, erano facilmente pronti quanto qualsivoglia dei più incolti. Un saggio ne dà lo stesso autore della Vita di San Atanasio quando scrive: «La qual città quanto egregia sia, lo mostra Marone Mantovano nei chiari versi dell’epitafio che morendo dettava per sé, quando la chiama Parthenope, cioè vergine, da certa fanciulla nubile che un tempo vi abitava. Per ultimo Ottaviano Augusto ordinò che fosse chiamata Napoli, cioè dominatrice di nove città (εννέ απολις) o come alcuni vogliono Città Nuova, il che è tanto assurdo da stentare a crederlo, poiché come si possa chiamare nuova una città tanto antica che se ne ignora l’origine, non è facile intendere, tanto più che non si ritiene fondata da lui»[67]. In questo cumulo di strafalcioni va notata la favola di Ottaviano che dà il nome a Napoli, la quale mostra come già la leggenda virgiliana dovesse esistere a Napoli nel X secolo, almeno in quanto concerne i favolosi rapporti fra Virgilio, Ottaviano, Marcello quali son presentati più tardi da Alessandro di Telese, da Giovanni di Salisbury, dalla Cronica di Partenope ecc. Infatti l’abate del monastero di San Salvatore presso Telese, il quale, quantunque vivesse in tempi più avanzati, non era men grosso fatto di cultura classica dell’anonimo agiografo napoletano del X secolo, non fa che ricordare nella dedica a re Ruggero il fatto di Virgilio che ebbe da Ottaviano per due versi in premio Napoli e la Calabria, come cosa ben nota; e doveva già esserlo certamente anche all’autore della Vita di San Atanasio, poiché, l’interesse leggendario di Ottaviano per Napoli va sempre accompagnato all’interesse suo per Virgilio ch’ei fa signore di quella, e ne è anzi nello sviluppo della leggenda una conseguenza. Altrettanto va detto di Giovanni di Salisbury il quale riferisce con un fertur la leggenda napoletana della mosca maravigliosa, ove intervengono Ottaviano e Marcello; leggenda pur questa che da tempo assai più antico deve essere stata in corso fra i rozzi chierici napoletani che, ai tempi certamente del ducato, aveano immaginato Marcello fatto da Augusto «duca dei napoletani».

Tutta questa parte della leggenda virgiliana nella quale figurano insieme Napoli, Augusto, Marcello, Virgilio, mentre è per ispirito affatto napoletana e quindi popolare a Napoli come le leggende che la continuano di Virgilio taumaturgo, benefattore di Napoli, mostra col ricordo, che pur è storico, dei rapporti fra Ottaviano, Marcello e Virgilio d’esser nata fra il popolo letterato, fra il volgo dei chiostri e delle scuole monastiche medievali dell’Italia meridionale, animato da sentimento napoletano. Per questa parte ed in questo senso limitato, si può riconoscere l’origine prima letteraria della leggenda popolare napoletana su Virgilio. Infatti, come per ogni leggenda relativa all’antichità, si trova per questa un punto di partenza ed il movente primo nella tradizione letteraria delle scuole ed in qualche monumento superstite, cioè nella biografia del poeta letta e appresa nelle scuole e nel sepolcro del poeta, col suo epitafio, esistente a Napoli. La notizia che è nella biografia e nei commenti, del dono da Augusto fatto a Virgilio pei noti versi Tu Marcellus eris ecc. vien combinata colle parole dell’epitafio «Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope» intese con popolesca libertà e napoletanamente, e se ne cava fuori che Augusto diede per quei versi a Virgilio, oltre a molto danaro, anche la signoria di Napoli e della Calabria. Virgilio che, secondo la biografia stessa, molto amò vivere a Napoli e volle esservi sepolto, diviene il protettore di Napoli, che pure è amata da Marcello, il quale per volere di Augusto ne fu signore con lui, ed Augusto stesso molto amò Napoli a cui diede il nome ed anche mura e torri[68]. Queste idee storico-fantastiche procedenti dalla biografia del poeta, si collegano e si continuano colle idee popolari dei tanti benefizi fatti a Napoli dal sapiente Virgilio, non più poeta, ma taumaturgo. C’è di mezzo la superstizione comune ai letterati ed al popolo, della prodigiosa efficacia del sepolcro di Virgilio per la salute ed incolumità di Napoli. Che questa città per la sua forte cinta di mura e più ancora per la sua posizione fosse difficile a prendere ed anche imprendibile, lo vide già Belisario[69] e lo dice poi e lo ripete più di uno scrittore del medio evo. Ma la superstizione popolare, certamente assai antica, attribuiva questa imprendibilità di Napoli alla presenza in essa di un palladio che la preservava, anzi di più d’uno, poiché ve n’era uno profano ed uno cristiano, v’erano le ossa di Virgilio, protettore antico e profano della città di Napoli, e quelle pure dei due suoi protettori sacri San Agrippino e San Gennaro. Gli scrittori medievali, generalmente ecclesiastici, ricordano più volentieri il protettorato dei santi, ma non ignorano e neppur sempre passano sotto silenzio la credenza popolare e laica del protettorato di Virgilio. L’autore della Vita di San Atanasio per l’indole religiosa del suo scritto non ricorda che il protettorato dei due santi pei quali la città è imprendibile[70]; ma Alessandro di Telese che, quantunque ecclesiastico, narra la gesta di un principe laico, si sente più libero e laicamente dimenticando San Gennaro, ricorda invece Virgilio[71]. Una propagine di questa idea è l’ampolla contenente un modello della città di Napoli che si credeva al tempo di Corrado di Querfurt Virgilio facesse per servir di palladio ad essa. Ma anche allora viveva tuttavia la credenza che il principal palladio fossero le ossa di Virgilio, come si vede nella storia di quel tal Ludovico che le richiedeva e i napoletani gliele rifiutarono temendo ne venisse danno alla città.

Tutte queste idee e leggende volgari, germogliate già in antico tempo, cresciute e propagatesi lungo i secoli del ducato, rimasero lungamente cosa domestica dei napoletani, poco o punto trasparendo al di fuori. Colla caduta del ducato, col sorgere di un’era affatto nuova sotto la monarchia normanna, coll’invasione brutale degli imperiali che smantellano la vecchia città virgiliana, l’operosum opus Virgilii come la chiama il cancelliere stesso di Arrigo VI, l’incanto fu rotto, violato il penetrale delle credenze patrie, spento il fuoco sacro di quel sentimento che le vivificava e le nutriva. Gli stranieri lai quali poco diceva il nome, tutto locale, di San Gennaro e molto il nome universale di Virgilio, con avida curiosità e ingenua credulità già convinti della illimitata sapienza virgiliana, le raccolsero e le propalarono, e mentre in Napoli trasformata, non più romana e quindi non più virgiliana, ne cessava la produzione e se ne affievoliva la ricordanza, si propagavano e diffondevano crescendo e snaturandosi per tutta Europa.

Qui avendo esaurito tutti i dati che abbiam potuto trovare per gittar luce sulle origini di queste leggende napoletane, sarà opportuno restringerne il risultato in poche parole.

Nella sua più antica forma questa leggenda ci offre due elementi distinti, cioè 1° il nome di Virgilio accompagnato dall’idea di uno speciale affetto da lui portato alla città di Napoli, ch’ei vivente beneficò colla sua sapienza, morto proteggeva dal suo sepolcro, 2° la credenza in alcuni pubblici talismani attribuiti a lui, che li avrebbe fatti per bene della città. Il primo di questi due elementi è esclusivamente napoletano; fondato, come abbiam potuto vederlo, su fatti reali e su tradizioni locali provenienti da questi, esso è certamente tanto antico da poter risalire fino all’epoca stessa in cui il poeta visse a Napoli ed ivi presso si fece seppellire. Il secondo elemento non è esclusivamente napoletano, ed è in ogni caso posteriore al primo, dal quale è realmente distinto come quello che fa parte delle molte leggende che nei secoli della barbarie nacquero intorno ad antichi monumenti. Il rapporto pel quale questi due elementi si son fusi assieme, sta in ciò, che l’idea medievale della infinita sapienza di Virgilio combinata colla antica memoria napoletana dell’affetto portato da lui alla città di Napoli, fecero che ivi a lui fossero attribuite opere credute d’utile pubblico, e considerate come prodotti di profonda e riposta sapienza, quali in altre città ad altri venivano attribuite. In questa prima forma della leggenda Virgilio non è mai presentato sotto un aspetto ridicolo, ed è affatto esclusa ogni idea di maleficio o di arti diaboliche. La leggenda infine è essenzialmente napoletana di sentimento e di origine, ed è popolare quantunque per taluna parte si connetta colla biografia del poeta e vi si scorga l’opera della fantasia di rozzi chierici napoletani.

Nello stabilir così le origini della leggenda, possiamo constatare come la natura stessa ch’essa presenta in questa prima sua fase, ben si accordi con queste sue origini e con certe osservazioni generali da noi già fatte. Virgilio in essa figura come conoscitore profondo dei segreti della natura e come tale ne usa in pro del suo popolo prediletto. Piuttosto che il mago, egli è il dotto per eccellenza che sa fare cose inaccessibili ai comuni ingegni. Ond’è che nel trasformarsi della rinomanza di Virgilio noi scorgiamo una legge presso a poco identica seguìta egualmente e presso il popolo napoletano, che serbava memoria del suo vecchio amico, e presso i letterati che avean continuato a leggerne i versi per consuetudine, e ad ammirarli per tradizione. Dal che proviene che quelle tali leggende napoletane appena riferite nel mondo letterario, pel concetto che i letterati allora aveano di Virgilio, trovarono il terreno così ben preparato ad accoglierle che vi allignarono ed anche, propagandosi, vi tralignarono con una rapidità veramente sorprendente.

 

Note
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[1] Riferita da Niceta Coniate, Glica, Eschilo Milesio. Cf. Frick, Das plataeische Weihgescheck zu Constantinopel, in Jahrhb. f. Phil. u. Paed., III, Supplmb. p. 554 sgg.

[2] De signis Constan., cap. VIII, p. 861 Bk. Migne [Patr. gr. 139, 1050 c.].

[3] Codin., De signis, p. 30 e 36; De aedif. Const., p. 62; Nic.. Callist., Hist. eccles., III, 11. [Migne, Patr, gr 145, 219 B. Cfr. ora Scriptores originum constantinopolitanarum II (Ps. Codin. Or.), 221 Preger. Apollonio è nominato solo da un codice del XIII secolo].

[4] Spesso questi talismani venivan sotterrati, e vi fu un tempo in cui in questa guisa ad officio di talismani si ferero servire uomini viventi! Vedi Plin., Nat. Hist., 28. 12 e Liebrecht, Eine altrömische Sage in Philologus, XXI, p. 687 sgg.

[5] Hist. Fr., VIII, 33 [p. 349, 3 Krusch (Sript. rer. Merov. I, Hann. 1885)]. Cf. Fournier, Hist. du Pontneuf, I, p. 19 sgg. Vedi per altri esempi Liebrecht, ad Gervas., p. 98 sgg. e Naudé, Apologie des gr. personn. accussés de magie, p. 624. Anche ad Alberto Magno fu attribuita una mosca d’oro che scacciava tutte le mosche Cf. p. Anton De Tarsia, Hist. Cupersan., p. 26 (in Thes,. Graev. et Burmann Tom. IX, p. V.

[6] Plin., Nat. Hist., X, 79 (41), XXI, 79 (46).

[7] Collect. rer. memorab. p. 41, 5 (ed. Mommsen)

[8] Cf. Liebrecht ad Gervas., p. 105; Lalanne Curiosités de traditions etc., p. 218; Menabrea, De l’origine, de la forme et de l’esprit des jugenments rendus au moyen âge contre les animaux, Chambéry, 1845.

[9] Cfr. Springer, Bilder aus der neueren Kunstgeschicthe (Bonn, 1886), pag. 25-26.

[10] Ved. Schaarschmidt, Joh. Saresberiensis, p. 31. [V. per gli studi più recenti su questo autore Spargo, op. cit., pag. 319 sgg.

[11] Polycraticus, I, 4, [I p. 26 Webb, Oxford 1909]. Quest’opera vide la luce nel 1159. Vedi Schaarschmidt, op. cit., p. 143.

[12] Apocalypsis Goliae episcopi, presso Thomas Wright, Early poems attributed to Walter Mapes, p. 4 [ed. K. Strecker, Roma 1928, p. 18]

[13] Cfr. Jo. Scoppae Parthenopei in diversos auctores collectanea ab ipso revisa etc., Neapol., 1534, p. 20 sgg. I passi di questo libro, non facile a trovarsi, relativi a Virgilio, mi sono stati comunicati dalle gentilezze del mio dotto amico prof. De Blasis, al quale vado debitore di notizie e schiarimenti per questo mio lavoro. Minieri Riccio nel Catalogo dei libri rari della sua biblioteca (Napoli 1864) vol. I, p. 110 sg. nota quanto segue: «Lo Scoppa che scriveva nel giugno 1507, distrugge affatto lo sciocco racconto tradizionale del Summonte intorno a siffatte teste. Costui riferisce che una giovane vassalla, essendo ricorsa ad Isabella di Aragona per essere stata violentata dal suo feudatario, Isabella ordinò che il barone la sposasse, e dopo le nozze lo fece decapitare, che quindi, a memoria di questo fatto, si fossero collocate in marmo quelle due teste su quella porta della città che guarda il mercato dove soffrì l’ultimo supplizio il barone. Racconto ch’io confutai fin dall’anno 1844 nelle mie Memorie degli scrittori nati nel reame di Napoli, prima che avessi letto il libro dello Scoppa». Gervasio che è molto più antico dello Scoppa dà anche meglio ragione al Minieri.

[14] Citato in un Ms. napoletano di illustrazioni a Virgilio. Ved. Capasso, Hist. dipl. regni Sic., pag. 350.

[15] De Stefano, Luoghi sacri di Napoli, f. 15; Capasso, op. cit., pag. 50.

[16] Cfr. Galiani, Del dialetto napoletano. Napoli, 1779, p. 98 sgg.[Nuova edizione a cura di F. Niccolini, Napoli 1923, pag. 102]. Dobbiamo però avvertire che questa testa esistente nel Museo creduta da molti scrittori residuo di quel cavallo non pare, a giudizio di archeologi, abbia mai appartenuto ad una statua di cavallo, ved. Helbig, Ann. d. Istit. arch., 1865, p. 271; Capasso, op. cit., p. 51.[Cfr. ora, Nicolini, in nota a Galiani p. 111], il quale crede che la testa del Museo non abbia nulla che fare con quel monumento]

[17] Notiamo però che già nel V secolo trovasi menzione di una leggenda siciliana, relativa ad una statua che tratteneva la vampa dell’Etna ed impediva agl’invasori d’approdare in Sicilia (Olimpiodoro, presso Fozio, cod. 90 [p. 58 sgg. Bekk]. Di una statua simile fa menzione anche nell’ VIII secolo la vita di San Leone taumaturgo vescovo di Catania. Vedi Acta Sanctor., Febr., III, p. 224. Cf. Liebrecht, ad Gervas p. 106 sgg. e 262. Come giustamente osserva questo dotto illustre, tale leggenda sicula non è senza rapporti coi racconti favolosi dell’antichità relativi all’agrigentino Empedocle e colla statua di bronzo ch’egli ebbe in Girgenti.

[18] Sulle idee superstiziose a ciò relative, vedi Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, V, p. 483 sgg., X, p. 408.

[19] Così lo chiamano Pietro D’Eboli, Falcone Beneventano ed altri. [V. ora per altre menzioni di Castel dell’Ovo nel XIV secolo F. D’Ovidio Atti dell’Accademia di Napoli, 1916, 83 sgg. che mette in luce una menzione di Castel dell’Ovo nell’Itinerarium Syriacum del Petrarca].

[20] Montfaucon, Monumens de la monarchie françoise, tom. II, p. 329.

[21] Cod. IX, c. 24 f. 89 v. «Refert etiam (Alexander libro de Naturis rerum) quod in cratere quodam vitreo ovum Virgilius incusit quo fata civitatis Neapolis pendere dicebat». È un ms. acefalo che contiene alcune illustrazioni delle opere di Virgilio, segnalato da Capasso, Histor. dipl. regni Sic. Neap.,1874, p. 354.

[22] De Rossi, Prime raccolte d’antiche iscrizioni ecc., (Roma, 1852) p. 92. Roth (op. cit., p. 263) ha tentato d’interpretarla, ma senza risultato che valga la pena di esser qui riferito.

[23] Vedi i vari scritti relativi a questi bagni riuniti nel tom. IX parte IV del Thesaurus di Grevio e Burmanno.

[24] Quantunque Corrado parli d’immagini, la maggior parte degli altri scrittori che di ciò fan parola non menzionano che iscrizioni.

[25] «A Borbo avia rics

        Bains: Qui s volc. fos privatz o estrains,

        S’i pot mout ricamen bainar.

        En cascun bain pogra’s trobar

        Escrih a que avia obs.»

Le Roman de Flamenca, publié par p. Meyer. Paris, [II ediz. 1901, p. 55, v. 1463 sgg.; ora nei Bruchstücke scelti da X. Lewent (Halle 1926), p. 18.]

[26] Itinerarium (ed. Ascher), I. p. 42. Vedi Du Méril, De Virgile l’enchanteur nei suoi Mélanges archéologiques et littéraires, p. 436.

[27] Cf. Meyer, Roman de Flamenca, p. XIII.

[28] Vedi De Méril, l c.

[29] Johannis Burchardi diarium (ed. E. Celani, Rerum italicarum scriptores 32], I. p. 521. 5 sgg.

[30] Cfr. su questo scrittore del XII sec, e il suo poema E. Percopo, I bagni di Pozzuoli, poemetto napoletano del sec. XIV, Napoli, 1887, p. 11 sgg. (Estr. dall’Arch. stor. per le prov. napol., Xl, pp. 597750).

[31] Cap. 29.

[32] Vedi Du Méril, l. c.

[33] Cron. di Partenope, cap. 29.

[34] Cfr. Panvini, Il forest. istr. alle antichità di Pozzuoli ecc., p. 100; De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, p. 148; Mazza, Urbis Salernitanae historia (in Thes. Graev. et Burm., tom. IX, p. IV) p. 72 sg.

[35] I telesmi di Apollonio Tianeo sono attribuiti dallo pseudoGiustino (V. sec.) a profonda cognizione «delle forze della natura e delle loro simpatie ed antipatie»,. Cf. Roth, op. cit., p. 280. Certo non può credersi sia la magia diabolica quella che Alberto Magno dice di avere sperimentata egli stesso, «cuius etiam veritatem nos ipsi sumus experti in magicis».Oper., t. III (Lugd., 1625), p. 23. Intorno alla testa che parlava fatta da costui, dice il nostro antico scrittore: «e non fu per arte diabolica né per negromanzia però che gli grandi intelletti non si dilettano di ciòe; poiché è cosa da perdere l’anima e ’I corpo, ché è vietata tale arte dalla fede di Cristo». Sopra ha detto che ei la fè per la sua grande sapienza... a sì fatti corsi di pianeti e calcola così di ragione ch’ella favellava». Rosario della vita di Matteo Orsini ap. Zambrini, Libro di novelle antiche, p. 74.

[36] Commento sopra Dante, inf. I, 70 [I p. 139 Guerri ].

[37] L’ars notoria, derisa da Erasmo, non ha nulla di diabolico, ma intende a procurare la conoscenza di varie scienze mediantel’osservanza di talune pratiche. Cornelio Agrippa scrisse un libro intorno a quest’arte. Ved. Liebrecht, ad Gervas., p. 161; cf. Roth, op. cit., p. 294. Veggasi però anche quanto ne dice il Virgilio Cordubense di cui parleremo in altro capitolo.

[38] Morto, secondo Leibnitz, nel 1175.

[39] Muratori, Scriptores rer. Ital., XII, p. 283.

[40] Polycraticus, II, 23[I p. 132 Webb].

[41] Cf. Roth, op. cit., pag. 295, n. 135.

[42] Di quest’avviso è anche Scharschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben etc., p. 99.

[43] Ap. Muratori, Scriptores rer. ital., V, p. 637, 644. Lo stesso autore crede Napoli inespugnabile e pare ciò attribuisca a Virgilio, come vedremo più oltre riferendo le sue parole. Cf. Roth, op. cit., p. 288 sgg.

[44] Generalmente si ricusa di credere che sia veramente il sepolcro di Virgilio quello che a Napoli da parecchi secoli passa per tale. Dopo lo scritto poco serio e profondo di Peignot, Recherches sur le tombeau de Virgile, Dijon, 1840, abbiamo il lavoro storicocritico di E. Cocchia, La tomba di Virgilio, contributo alla topografia dell’antica città di Napoli, Torino (Loescher) 1889 (Estr. dall’Arch. st. per le prov. napol., Anno XIII, fase. IIIIV), il quale intende a provare che il sepolcro di Virgilio è appunto quello che si crede tale presso l’ingresso della grotta di Pozzuoli. L’indicazione data nell’antica biografia è assai precisa e del tutto degna di fede. Essa potrebbe servire di guida a scavi, che però devono essere preceduti da ricerche topografiche su Napoli antica, per determinare con esattezza ove fosse il secondo miglio da Napoli sulla via Puteolana. Tanto fa il Cocchia provando che a tal distanza su quella via corrisponde appunto quel sepolcro. Certo, che quello non possa essere il sepolcro di Virgilio, è difficile provarlo, come anche trovare come e quando nascesse la vecchia tradizione che appunto quello indica per tale.[V. da ultimo A Maiuri, Phlegraean fields, Roma 1937, 7 sgg. che mostra come l’identificazione sia da escludersi].

[45] «Ossa eius Neapolim translata sunt tumuloque condita, qui est via puteolana intra secundum lapidem». Donat., Vit. Vergil., p. 8, 133 Brumm.

[46] «Non quod Mantua contumax Homero adiecit latiaribus loquelis, acquari sibimet subinde livens busto Parthenopam Maroniano». Sid. Apoll.,Carm. IX, 217 sgg.

[47] Scriptores rerum langobardicarum (nei MGH) [ed. Waitz (Hannover 1878)] p. 440.

[48] Bartsch, Chrestomathie provençale (6 ed.) p. 77. Sull’età, di questo trovatore ved. Selbach, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen Lyrik, Marburg 1886, p. 18 sgg. [Su Guilhem Augier Novella si veda oggi J. Müller, in Zeitschrift f. rom. Phil., XXIII, p. 47 sgg.].

[49] Cfr. Schipa, Il Ducato di Napoli in Arch. si. delle prov. Nap., XIX (1894), p. 445.

[50] Pompon. Mela, De Chorographia, III, 106. Cfr. ancora Rawbeinson. ad Herod. I 66.

[51] «.... et ore et animo tam probum constat, ut Neapoli parthenias vulgo appelatus sit». Donat., Vit. Vergil., p. 3. 35 Brummer.

[52] Acta Sanctorum Jun., V, p. 114 sgg.

[53] Op. cit., p. 287.

[54] Acta Sanctor. Jun., V. p. 112 d.

[55] Costo, La vera istoria dell’origine e delle cose notabili di MonteVergine, p. 123 sgg.

[56] La tradizione locale, citata da tutti gli storici del Monte Vergine, porta che il monte prima di chiamarsi Virgiliano si chiamassedi Cibele. per un tempio che ivi era, sacro a questa divinità. La stessa tradizione fa derivare il nome di Vesta, che porta una località alle falde del monte, da un tempio di Vesta che ivi si trovava. Ved. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 27, 38. 45.

[57] Un antico MS. del Monte Vergine, del sec. XIII, contenente la vita di San Guglielmo, dice: «Nuncupatur Mons Virgilianus a quibusdam operibus et maleficiis Virgilii mantuani poetae inter latinos principis; construxerat enim hic maleficus daemonun cultor eorum ope hortulum quemdam omnium genere herbarum cunctis diebus et temporibus, maxime vero aestatis pollentem, quarum virtutes in foliis scriptas monachi quidam nostri fide digni fratres. qui praedictum montem inhabitant, apertis vocibus testantur, saepe casu in praedictum hortum, non semel, dum per iuga montis solatii causa errarent, incidisse, nihilominus intra hortum huiusmodi maleficio affectos esse, ut nec herbas tangere valuisse, nec qua via inde egressi sint, cognovisse retulerunt. Deinde, mutato nomine Virgi lii, Virgineus appellatur a semper Virgine Maria, cui templum pusitum est» ap. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 92.

[58] Noct. att., VI, 20; Cf. Serv. ad Aeneid., VII, 740.

[59] Kretschmer (De A. Gell. fontib., p. 77) e Mercklin (N. Jahrbb. f. Philol., 1861, p. 722) pensano che questo potesse essereun commentario virgiliano d’Igino.

[60] Così pensa anche Ribbeck, Prolegg., p. 25. [Su Virgilio e Montevergine v. la pagine di G. Pasquali ristampate in calce].

[61] La Cronica di Partenope lo pone sopra Avelle e presso de Mercugliano. Mercogliano però è più prossimo ad Avellino che ad Avella, e forse per questo Roth crede che nella cronica debba leggersi Avellino invece di Avella (op. cit., p. 266). Ma lo Scoppa dice chiaramente «supra Abellam nunc Avellam quam Virgilius in Georg. maliferam... nuncupat». Il padre Giordano (Cron. di Monte Vergine, pag. 85 sgg.) arriva fino ad affermare che Virgilio pose in Avella la sua residenza estiva. Del resto è chiaro che la leggenda non poteva indicare precisamente il luogo di un giardino cosi maraviglioso. Nel ms. del Monte Vergine, del sec. XIII, già sopra citato si parla di alcuni monaci che asserivano di averlo veduto, essendovisi imbattuti a caso, ma di non sapere né come vi fossero entrati, né comene fossero usciti. Altri monaci dicevano lo stesso nel sec. XVII, ed il padre Giordano registra anche i loro nomi: Cron. di Monte Vergine, pag. 92 sgg.

[62] È pur notevole che due delle leggende napoletane su Virgilio(quelle dei serpenti, e quella delle facce di pietra) si riferiscano appunto alla porta di Napoli che conduceva a Nola.

[63] Veggasi l’epigramma 369 dell’Anthologia latina (Riese). «De horto domini Oageis, ubi omnes herbae medicinales plantatae sunt».

[64] Croniche di Monte Vergine, p. 84.

[65] Schipa, Il Ducato di Napoli in Archivio st. per le prov. napolet., v. XVII, p. 628 sgg.

[66] Cfr. 654 «Post Romanam urbem nulli inferior». Vita Athanasii in Script. rer. Langobardicar., p. 440, 6.

[67] Vita Athanasii, loc. cit.

[68] Cfr. Schipa, op. cit., p. 115.

[69] Procopio, De Bello Goth., I, 9.[ I 66, 12 Comp. ].

[70] «beati... Agrippini eclesia hactenus demonstratur qui etiam patronus et defensor est istius civitatis. Beatissimum quoque Ianuarium. Christi martyrem, postea Neapolites meruerunt habere tutorem, quibus assistentibus faventibusque praefata urhs, Deo favente, tuta permansit manebitque in aevum». Vita Athanasii, ed. cit., p. 410, 29

[71] «Quam ob rem adeo ipsa (Neapolis) inexpugnabilis constat ut nisi famis periculo coartata, nullatenus comprehendi queat. Nempe huiusmodi urbis dominus olim. Octaviano Augusto annuente, Virgilius maximus poetarum extitit, in qua etiam, ipse volumen ingens hexametris, composuit versibus». De reb gest. Roger., III, cap. 19 [p. 637 Mur].

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004