Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  19 .

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

 

Capitolo II

 

Dopo tutto quanto abbiamo premesso non parrà strano che le più antiche notizie che si abbiano intorno a leggende popolari relative a Virgilio trovinsi in iscritti, non già di provenienza plebea o destinati comunque. alla plebe, ma bensì dettati da persone colte e di posizione elevata, non in volgare ma in latino, e destinati a gente della classe la più distinta della società. Fra gli altri autori, i più notevoli per ubertà di notizie rilevanti per le nostre ricerche, sono un Corrado di Querfurt cancelliere dell’imperatore Arrigo VI suo rappresentante a Napoli ed in Sicilia, e poi vescovo di Hildesheim, un Gervasio di Tilbury che fu professore dell’università di Bologna e maresciallo del regno di Arles, un Alessandro Neckam fratello di latte di Riccardo Cuor di Leone, professore nell’università di Parigi, abate di Cirencester ed uno dei più sopportabili facitori di versi latini del suo tempo, un Giovanni di Salisbury ed altri di cui parleremo. Qui però, prima d’ogni altro, debbono fissare la nostra attenzione Corrado e Gervasio, come quelli che non solo sono i primi a farci conoscere in modo assai diffuso le leggende virgiliane, ma ci additano eziando la loro origine napoletana, che sarà confermata da quanto poi avremo da aggiungere a questo primo indizio. Infatti essi riferiscono quelle leggende come viventi fra il popolo napoletano, dalla bocca del quale le raccolsero.

Corrado ne parla in una lettera[1] scritta di Sicilia nel 1194 ad un suo vecchio amico, preposto del convento di Hildesheim, nella quale narra le impressioni del suo viaggio in Italia. Questa lettera, oltre a quanto contiene di notevole per le nostre ricerche, è un curioso monumento che ci rivela lo stato dell’animo degli stranieri, anche colti, che in quel tempo visitavano l’Italia. Il gran nome di questo nostro paese esaltava talmente la loro immaginazione, e tale era l’ideale fantastico che se ne formavan da lungi, da non cedere neppure alla realtà veduta dappresso. Mille racconti strani già uditi rammentare, mille memorie classiche serbate in mente, non sempre con egual lucidità, dopo la scuola, si affollavano e si confondevano bizzarramente nello spirito del visitatore che, come in un paese fatto d’incanto, credeva vedere altro e più di quello realmente vedesse. È impossibile spiegare altrimenti certi grossi svarioni del bravo cancelliere messi giù con una serietà da far disperare. Quante cose non ha egli viste nell’Italia meridionale! Ivi l’Olimpo, ivi il Parnaso, ivi l’Ippocrene, ch’egli è beato di trovare dentro i confini del dominio tedesco. Poi, dopo esser passato con orrore profondo fra Scilla e Cariddi, trova, non so in qual luogo, Sciro dove Teti tenne Achille nascosto, e giunto a Taormina è lietissimo di trovarsi sott’occhio il labirinto del Minotauro, prendendo per tale l’antico teatro, e d’aver fatto conoscenza coi Saraceni, gente dotata, come già San Paolo, dell’invidiabile facoltà di uccidere serpenti con la saliva. Chi si rammenta di Mandeville che dice d’aver veduto il sasso a cui fu legato il «gigante Andromeda», e de’ tanti strani racconti dei viaggiatori d’allora non troverà sorprendente la lettera di Corrado. La rende però assai singolare la qualità dell’autore, il quale non era venuto in Italia come semplice dilettante d’archeologia, o come touriste, ma bensì come ministro di quell’esecrabile padrone che fu Arrigo VI, da cui ebbe ordine di smantellare la città di Napoli, cosa da lui eseguita puntualmente. Ad onta di ciò egli non esita di riferire, con piena fede, l’idea allora propria del popolo napoletano, che Virgilio avesse fondato quelle mura, come la città stessa di Napoli, e che di più egli ponesse in questa, come palladio, un piccolo modello della città racchiuso in una bottiglia fornita di collo strettissimo. Questo palladio, che dovea preservare Napoli da ogni attentato nemico, non impedì certamente che fosse presa dagl’imperiali, e se c’era qualcuno che potesse legittimamente dubitare della sua efficacia, tale doveva essere Corrado. Ma come non c’è uomo più sordo di chi non vuole udire, così non c’è fede più incrollabile di quella di chi vuol credere. Corrado osserva che se quel palladio virgiliano non fece il suo effetto, ciò va attribuito ad una screpolatura che gl’imperiali rinvennero nel cristallo quando l’ebbero in mano. Si crederebbe volentieri ad una celia, se a ciò non si opponesse il tono generale del suo scritto e gli altri assurdi che vi si trovano esposti con tutta serietà.

Altre opere maravigliose attribuite dai napoletani a Virgilio, sono, secondo Corrado, un cavallo di bronzo che, finché rimase sano, preservava i cavalli dal fiaccarsi la groppa, una mosca di bronzo posta su di una porta fortificata che, finché rimase intatta, allontanava le mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva conservarsi fresca per sei settimane. Inoltre, essendo Napoli infestata da una moltitudine di serpenti che scorrevano in essa per le molte cripte e costruzioni sotterranee, Virgilio li relegò tutti sotto una porta detta Ferrea, e gli imperiali, come dice Corrado stesso, nell’abbattere le mura esitarono dinanzi a quella porta, non volendo dar la via a tutti quei serpenti con grande molestia degli abitanti.

Temibile ed incomodo vicino è per Napoli il Vesuvio, ma Virgilio pensò di rimediare ponendogli incontro una statua di bronzo che rappresenta un uomo coll’arco teso e la freccia pronta a scoccare. Ciò pare bastasse a tenere per molto tempo in soggezione quel monte ignivomo[2]; se non che un bel dì un contadino, non potendosi capacitare che colui stesse così eternamente coll’arco teso, fece in modo che la freccia scoccò, e questa andò a colpire l’orlo del cratere il quale d’allora in poi ricominciò a mandare fuori fumo e fuoco.

Premuroso di provvedere in ogni modo al pubblico bene, Virgilio fece presso Baia e Pozzuoli dei bagni pubblici, utili a tutte le malattie, ornandoli con immagini di gesso che rappresentavano le varie infermità e indicavano i bagni appropriati a ciascuna di esse.

A queste opere maravigliose di Virgilio Corrado aggiunge ciò che a Napoli si credeva intorno alle ossa del poeta. Queste, dic’egli, trovansi in un castello circondato dal mare, e se vengano esposte all’aria si fa subito scuro d’ogni dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commuove tutto, si solleva, e mettesi a procellare, «e questo, soggiunge, noi abbiam veduto e provato».

Gervasio di Tilbury che nei suoi Otia imperalia[3], dettati nel 1212 per servir di passatempo all’imperatore Ottone IV, raccoglie in una specie d’enciclopedia, notizie d’ogni sorta e assurdità d’ogni calibro, è una sorgente preziosa per chi fa indagini sulle credenze popolari[4]. Le sue idee intorno al maraviglioso ce le dice egli stesso in poche parole. «Maravigliose (dic’egli) chiamiamo quelle cose che sfuggono al nostro intendimento, quantunque siano naturali. Le rende mirabili l’ignoranza del perché così siano». Qui cita gli esempi della salamandra che vive nel fuoco, della calce che non si accende se non con acqua ed altri simili, quindi soggiunge: «Niuno creda sien cose favolose quelle che io scrivo.... Eccedono esse le forze della mente umana, e quindi è che spesso sieno stimate false, quantunque anche di quelle cose che vediamo tutti i giorni non possiamo render ragione». È chiaro che con principi di questo genere si può andar lontano, e veramente l’autore se ne vale senza la menoma parsimonia. I lettori mi accorderanno il permesso di citar qui per intero un passo di quanto ei dice a proposito di Virgilio, il quale è sommamente caratteristico, come quello che ci trasporta a Napoli sul declinare del XII secolo e ci fa assistere ad una scena nella quale possiamo scorgere la leggenda vivente appunto nella sede sua prima.

Dopo aver narrato anch’egli il fatto del macello e dei serpenti, «un terzo fatto, soggiunge, e questo che io stesso sperimentai, benché allora non ne fossi consapevole; però un caso fortuito avendomene dato la notizia e la prova, fui costretto ad esser convinto di una cosa che, se non l’avessi sperimentata, appena avrei potuto crederla possibile sulla relazione altrui... L’anno in cui fu assediata San Giovanni d’Acri (1190), mentre io mi trovava a Salerno, mi sopraggiunse all’improvviso un ospite... Filippo figlio dell’illustre patrizio, conte di Salisbury... Dopo alcuni giorni deliberammo di recarci a Napoli, se per caso ci si offrisse occasione di far la traversata fra non molto tempo e senza molto dispendio. Arrivati in città ci recammo alla casa dello spettabile mio uditore in diritto canonico a Bologna, Giovanni Pinatelli, arcidiacono napoletano, illustre per sapere, per opere e per nascita; dal quale lietamente accolti gli spieghiamo il perché della nostra venuta e saputolo, egli, per favorire il nostro desiderio, mentre si preparava il desinare, recossi con noi al mare. Appena in un’ora, con poche parole, si noleggia una nave pel prezzo che noi volevamo, e a nostra istanza viene accelerato il dì della partenza. Nel tornare a casa si andava discorrendo come mai e per quali buoni auspicî così speditamente avessimo incontrato tutto quanto per noi si bramava. Vedendoci ignari, ed attoniti di tanto buon successo: – Dite su, dice l’arcidiacono, da qual porta siete voi entrati? – Avendogli io detto qual porta fosse, egli, uomo perspicace, soggiunse: – Sta bene adunque che così di leggeri v’abbia la fortuna favoriti; ma, di grazia, ditemi la verità appuntino, da qual parte dell’ingresso siete voi entrati? – Noi rispondemmo: – Giungendo innanzi alla porta, più prossimo era per noi entrare a sinistra, quando eccoti all’improvviso un asino carico di legna ci vien dinanzi per di là sì che per evitarlo siamo stati costretti a prendere a dritta: – E l’arcidiacono: – Onde sappiate quali mirabili cose abbia fatte Virgilio in questa città, andiamo sul luogo e vi mostrerò come in quella porta egli abbia lasciato un bel ricordo di sé sulla terra. – Arrivati colà ci mostra infissa nella parete della porta a destra una testa di marmo pario in atteggiamento di riso e di grande ilarità; a sinistra stava infissa un’altra testa dello stesso marmo, ma molto diversa dall’altra, come quella che con occhi torvi offriva piuttosto l’aspetto di persona che pianga e si crucci deplorando le iatture di un triste avvenimento. Da queste così diverse configurazioni asseriva l’arcidiacono sovrastare a tutti coloro che entravano due contrarie fortune, purché non si faccia, per espressa volontà, deviamento alcuno a destra o a sinistra, ma, trattandosi di destino, si vada a caso, e come viene viene. – Chiunque, diceva, entra in città da destra sempre riesce in ogni cosa e tutto gli va a vele gonfie; chi però si volge a sinistra fallisce in tutto e vien fraudato in ogni suo desiderio. Or dunque vedete come avendo voi dovuto, per lo scontro dell’asino, piegare a destra, presto e con successo compieste il vostro viaggio. – Questo fatto, che colpì in modo strano la mente di Gervasio, poco manca non lo faccia diventar fatalista; dalla qual cosa però ei si difende esplicitamente umiliandosi dinanzi a Dio e ripetendo: «Dal voler tuo, o Signore, dipende ogni cosa e nulla v’ha che al tuo volere possa resistere»

Parecchie delle leggende virgiliane raccontate da Gervasio sono in fondo identiche con quelle raccontate da Corrado, se non che, avendo ambedue attinto direttamente alla tradizione orale del popolo napoletano, offrono nei loro racconti tutta quella differenza di particolari che suol trovarsi appunto nelle versioni orali delle leggende[5]. Così il macello della carne incorruttibile, secondo Gervasio, deve la sua qualità ad un pezzo di carne posto da Virgilio in una delle sue pareti, ed in esso la carne si conserva non per sei settimane soltanto, ma per un tempo indefinito; i serpenti furono racchiusi da Virgilio sotto ad una statua (sigillum) presso porta Nolana. In ciò che riguarda i bagni di Pozzuoli van d’accordo ambedue; così pure quanto alla mosca. Quanto poi alla statua opposta da Virgilio al Vesuvio la versione di Gervasio offre una differenza assai notevole. Quella statua trovavasi sul Monte Vergine e non aveva in mano un arco colla freccia, ma bensì una tromba alla bocca, e questa tromba avea la virtù di ricacciare indietro il vento che trasportava verso quelle campagne il fumo e la cenere del Vesuvio. Disgraziatamente però, soggiunge Gervasio, sia che l’età l’abbia logorata, sia che gl’invidiosi l’abbiano abbattuta, ora per parte del Vesuvio si rinnovano sempre i guai di prima.

Gervasio non parla né del cavallo di bronzo né del palladio di Napoli, né delle mura di questa città fatte da Virgilio, ma oltre alle due faccie di pietra della porta Nolana, delle quali non parla Corrado, egli è anche il primo a farci sapere che Virgilio «per arte matematica» seppe fare in modo che nella grotta di Pozzuoli non potesse mai aver luogo insidia né agguato veruno, e che sul Monte Vergine egli pose un giardino nel quale trovavasi ogni sorta d’erbe dotate di proprietà medicinali. Fra queste, soggiunge, trovasi l’erba Lucia che tosto venga toccata da una pecorella cieca, le rende la vista.

Se si volesse stare a quanto asserisce Roth[6] nel suo interessante articolo intorno a Virgilio mago, anche Alessandro Neckam sarebbe stato a Napoli, e quindi avrebbe raccolto quanto racconta di leggende virgiliane dalla bocca del popolo napoletano. Il fatto è però che Neckam non solo non dice di aver visto egli stesso la mosca maravigliosa, conforme crede Roth, ma di questa non parla neppure. Vero è che il trattato De naturis rerum non era ancora stato posto in luce[7] quando Roth scriveva, e che questi non avea potuto procurarsi la dissertazione assai rara di Michel, nella quale il passo di quell’opera relativo a Virgilio mago trovasi riprodotto per intiero[8].

Le notizie che abbiamo sulla vita di Neckam sono così scarse[9] che è difficile stabilire in un modo positivo se ei fosse o no a Napoli. Nel poema De laudibus divinae sapientiae, scritto da lui in vecchiaia, egli parla della sua ripugnanza ai lunghi viaggi, alle nevi del Moncenisio, ed alle vie percorse da Annibale, e dice che non ha nessuna voglia di andare a Roma, allegando ragioni punto onorevoli per la capitale del cristianesimo[10]. Da ciò sembra potersi congetturare che Neckam non venisse mai in Italia. La data della sua opera De naturis rerum è incerta. Considerando però che egli nacque nel 1157 e morì nel 1217, che la sua opera si trova già nota verso la fine del XII secolo e che egli cita in essa altri suoi lavori di lunga lena[11], si può asserire con tutta verosimiglianza che quest’opera dovesse essere scritta nel penultimo decennio di quel secolo. Da ciò si rileverebbe che le leggende virgiliane aveano a quell’epoca già cominciato a rendersi note in Europa anche indipendentemente dagli scritti di Gervasio e di Corrado. Ma, come vedremo, la leggenda era nata a Napoli già prima della venuta di costoro, ed altri visitatori di questa città doveano averla diffusa.

 

Note
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[1] Pubblicata negli Scriptores rerum brunsvicensium di Leibnitz, vol. II, p. 695698 [v. ora MGH, Script. XXI, 1869, pp. 194-196].

[2] [ignivomo: che vomita fuoco, ndr]

[3] Pubbl. da Leibnitz negli Scriptores rerum brunsvicensium, vol. 1, p. 881 ssg. [Estratti in MGH, Script. 27, pp. 363-394, ed. Pauli Liebermann Hannover 1885]. Benché la data dell’opera sia il 1212, i ricordi napoletani di Gervasio risalgono, come rilevasi da qualche passo dell’opera stessa, ad un’epoca assai anteriore. Troviamo da lui citato un fatto del 1190 ed un altro più antico, del 1175.

[4] Tutta la parte a ciò relativa fu pubblicata separatamente con dottissime illustrazioni dal Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, in einer Auswahl, etc. Hannover, 1856.

[5] I dubbi sollevati circa l’autorità di questi scrittori dal Viëtor (op. cit., p. 171 sgg.) sostenendo che di queste leggende e di Virgilio il popolo napoletano non ne sapeva nulla, mancano di ogni fondamento e riposano su di un falso ragionare suggerito da falsi preconcetti. Sono costoro creduli invero e come tali possono anche esagerare aggiungendo qualche frangia alle fanfaluche che riferiscono e anche credono, ma una critica sana ed impregiudicata non potrà dedurre da ciò che inventino fatti e cose e il nome di Virgilio introducano essi là dove il popolo non ne sapeva. Del resto quel ch’essi riferiscono circa le credenze napoletane è confermato da altri scrittori e dai napoletani stessi, come vedremo.

[6] Ueber den Zauberer Virgilius nella Germania di Pfeiffer, vol. IV (1859), p. 257-298. Ved. p. 264. [Cfr. Spargo, op. cit., pag.108 sgg., 318].

[7] Alexandri Neckam, De naturis rerum libri duo, with the poem of the same author De laudibus divinae sapientatae, edited by Thomas Wright, London, 1863 [v. G. Hamilton, Journ. of Engl. and Germ. Philology, 36, 1937, 113: il Neckam fu nel 1215 a Roma]

[8] Quae vices quaeque mutationes et Virgilium ipsum et eius carmina per mediam aetatem exceperint explanare tentavit Franciscus Michel, Paris, 1846. Vedi p. 18 sgg.

[9] Vedi Wright, Biographia Britannica literaria, II. 449 sgg. e la prefazione del medesimo al De naturis rerum Cfr. Hist. litt. de la France, XVIII, 521 sgg.; Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, p. 169 sgg.

[10] «Romae quid facerem? mentiri nescio, libros

       Diligo, sed libras respuo. Roma, vale».

                                                       pag. 448.

[11] Così argomenta giustamente Wright nella sua prefazione p. X sgg.

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Ultimo aggiornamento: 17 febbraio 2004