Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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.  18 .

Parte seconda
Virgilio nella leggenda popolare
 

Capitolo I

Maint autre grant clerc ont esté

Au monde de grant poësté

Qui aprisrent tote lor vie

Des sept ars et d’astrenomie;

Dont aucuns i ot qui a leur tens

Firent merveille por lor sens;

Mais cil qui plus s’en entremist

Fu Virgiles qui mainte en fist,

Por ce si vos en conterons

Aucune dont oï avons.

                        L’Image du Monde.

 

All’uomo odierno la poesia volgare del medio evo e la poesia classica appariscono come due cose tanto diverse per qualità di forme, per sentimenti e tendenze, che la prima pare debba essere figlia di una rivoluzione, prodotta e governata da una ragione antagonistica rimpetto all’altra. Ma quella lotta fra classicismo e romanticismo che si è potuta verificare nei tempi moderni, e sulla quale questa idea si basa, non ebbe luogo realmente nel medio evo. Le lettere volgari non nacquero da una ribellione o reazione vera e propria contro le antiche, più di quello nascessero da una rivoluzione antimonarchica le repubbliche del medio evo. Perché la cosa avesse luogo, conveniva ci fosse un giusto e vivo sentimento della classicità antica, quale noi abbiamo veduto, nella prima parte del nostro lavoro, non esservi stato. Il concetto dell’arte antica non era molto più profondo e più vero nel chierico di quello fosse nel laico. Il latino, che allora aveva un uso assai simile a quello di una lingua vivente, serviva di veicolo fra la tradizione antica e la produzione nuova, che aveva una ragione indipendente da quella. Mentre esso serbava nel pensiero comune elementi antichi, era anche organo di sentimenti vivi, e per piegarsi a questi aveva anche assunto forme speciali nella poesia, e in generale aveva subìto quel cambiamento che, rispetto all’ideale classico, chiamasi corruzione. E difficile trovare una narrazione tanto esclusivamente medievale quanto quella che serve di tema al Waltharius; pure questa vien trattata in latino, neppure in forma ritmica, ma in esametri, e con sì frequente ricorrenza di reminiscenze virgiliane, che si vede chiaro chi la scrisse essere stato un uomo di scuola e, come ogni altro chierico, lettore assiduo di quel poeta[1]. E questo può dirsi di una quantità di scritti latini del medio evo, in versi o in prosa, che hanno tema desunto dalla poesia volgare. La poesia volgare poi non disprezza l’antichità e la poesia antica, ma ne parla sempre come di grande cosa, e in certo modo si subordina ad essa, invocandone l’esempio e l’autorità, talvolta mostrando anche di rammentare la parola[2]. Frequentissimo e quasi di moda è fra i narratori romantici indicare come fonte della loro narrazione qualche libro latino reale o immaginario[3].

Ben v’ha un più antico periodo della poesia volgare, presso taluni popoli d’ Europa, in cui questa è esclusivamente nazionale e non si mescola ancora con elementi estranei alla nazione di cui è propria. È questo il periodo in cui i popoli scandinavi, germanici e celtici, nei canti epici dei padri loro, serbano ancora la memoria del loro passato anteriore alla civilizzazione romana e allo loro cristianizzazione. Ma, in quella parte che è rappresentata nei monumenti scritti oggi superstiti, questo periodo è d’assai breve durata. Già lo stesso porre in iscritto quei canti è un fatto che rivela l’influenza di una cultura non nazionale tanto per sé stesso quanto per la forma in cui si compie, essendo latina la lettera di quelle scritture. Ben più numerosa è la classe di quelle poesie volgari medievali nella quale a quelle caratteristiche che ne fanno riconoscere la speciale origine nazionale si uniscono caratteristiche di natura più universale, quelle cioè che son dovute agli elementi che cementavano in un consorzio comune, civile, intellettuale e religioso più nazioni diverse. E per ultimo più ricca di ogni altra è quella in cui gli elementi specialistici nazionali si perdono di vista, e rimangono soltanto visibili, come moventi poetici, gli elementi comuni del sentimento, della civiltà e della religione. Questa categoria, meno propriamente epica delle altre, si risolve in una moltitudine di narrazioni fantastiche in verso e in prosa, e nella lirica romantica, organo di una subbiettività che non è esclusivamente locale in alcun paese. Nella poesia di queste due ultime categorie, singolarmente nella prima delle due, la grande fucina in cui è avvenuta la fusione, la permutazione e la trasformazione dei vari elementi nazionali fra loro e con le idee universali, quelle sopratutto dovute alla religione e alla cultura, ed in cui ebbe luogo il trapasso dei testi volgari al latino e nuovamente poi dei latinizzati al volgare, fu la società monastica, portatrice e dominatrice dell’idea civile e religiosa, ossia degli elementi assimilatori.

In tutta quest’opera di fusione e, dicasi pure, di confusione, la fantasia ebbe una parte enorme, godendo di una libertà smodata che risultava da una condizione eccezionale dello spirito. Ben si vede che le menti del medio evo hanno abitudini e procedimenti diversi da quelle di epoche più normali, e la prevalenza in quell’età dell’allegoria nelle più serie e profonde funzioni intellettuali già mostra chiaro come il ravvicinamento di idee disparate dovesse divenir familiare, come si stesse lontani dall’investigar per diritta via la reale natura delle cose e dal rappresentarsele giustamente, e come quindi la fantasia, sempre prona a sconfinare, non potesse trovare nell’azione del pensiero quelle remore e quei correttivi che trova in epoche avvezze universalmente alla critica. Fatto è che se per alcune fasi della produzione fantastica medievale trovasi un movente razionale che le spiega e le nobilita, ve n’ha una più estrema nella quale essa apparisce come cosa di ragion patologica e che mal si spiegherebbe se non si conoscessero le leggi di certi naturali tralignamenti. Chi ben consideri le diverse nature della poesia antica e della medievale, troverà facilmente che il fantasticare vuoto e il sentimentalismo convenzionale con cui finisce questa ha, in ultima analisi, la stessa ragione che ha la retorica e la declamazione in cui si spegne l’altra.

Con questo prevalere della fantasia identificavasi uno straordinario amore del maraviglioso, e quell’intenso universale desiderio di narrazioni (l’avventure che conduceva alla personificazione di monna Avventura)[4]. E poiché tutti amavano abbeverarsi a quella fonte, l’impegno di alimentarla era grande, né v’era angolo da cui non si andasse ad attingere per soddisfare l’avido desiderio di nuovi racconti. L’antichità forniva anch’essa il suo contingente, e la narrazione antica come ogni altra si romantizzava travestendosi secondo gl’ideali del tempo. Questo fatto, strano per noi, accadeva allora senza sforzo, e quindi senza effetto ridicolo, poiché quel che noi chiamiamo travestimento non appariva allora quale a noi appare e non era in fatti che una formulazione un poco più recisa della maniera ingenua in cui quei fatti concepivansi assai generalmente; come si vede pure nell’opere di pittura che rappresentano gli uomini della società antica ebrea, cristiana, pagana con vesti, armi, suppellettili, abitazioni, edifizi del tempo del pittore. Tutti i vari temi, qualunque fosse la loro origine, venivano ad acquistare un colorito comune, e poiché minima era la forza che lo spirito adoperava per fare astrazione dai concetti della vita presente, sui quali ergevasi l’opera fantastica, tutto si riduceva a tipi, a ideali determinati e sempre identici, comunque cambiassero i nomi, i luoghi, le cose narrate. La narrazione chiesastica, la classica, la orientale, la mitologia e la storia, la leggenda celtica, scandinava o germanica, tutto è capace di servire alla narrazione romanzesca. La società antica viene imaginata simile alla società feudale, l’antico eroe un cavaliere, l’eroina antica una dama, gli dei del paganesimo sono specie di maghi che hanno ciascuno una sua specialità; i pagani antichi non si distinguono gran fatto dagli altri non cristiani, Nerone passa per un adoratore di Maometto, come i Saracini hanno per dio Apolline; l’amore di cui parla la favola e la storia antica è l’amore romantico del sentimento contemporaneo; il poeta, lo scrittore antico diviene un filosofo, un savio, un chierico, di proporzioni e qualità medievali, colle esagerazioni e i travisamenti che già trovansi nella tradizione scolastica e dotta d’allora e che crescono naturalmente in questo libero regno della fantasia.

Uno dei nomi dell’antichità che più rimangono in evidenza in questa peripezia è il nome di Virgilio, il quale nella regione romantica serba in mezzo ai nomi degli altri antichi scrittori quello stesso posto più elevato, e quella più larga ed intensa celebrità che serbò nella regione dotta e scolastica. Qui però non soltanto il nome del poeta era esposto a nuovi casi, ma anche la stessa sua opera, come narrazione, doveva subirne; due fatti questi che hanno luogo affatto separatamente, ma che pure non sono senza rapporto e senza proporzione fra loro. Ciò che la poesia, la favola e la storia antica offrivano di più attraente pei compositori di romanzi era l’impresa eroica o guerresca, l’avventura maravigliosa, gli avvenimenti d’amore. Quanto la letteratura antica e la letteratura latina medievale basata su quella, offrivano per questi lati, fu adoperato in quelle composizioni, sia come tema sia come suppellettile. La storia Troiana desunta da Virgilio, dallo pseudo-Darete e da altri testi latini, la Tebana da Stazio, le favole maravigliose su Alessandro, desunte da testi latini provenienti da greci, la storia di Cesare e dei grandi conflitti romani tolta da Lucano, tutti i vari avvenimenti mitologici di cui il gran deposito allora imitatissimo erano le Metamorfosi d’Ovidio[5], tutto ci diviene cosa domestica in quella letteratura, e serve anche di tema a lavori che sono traduzioni libere o rifacimenti nei quali al concetto antico si sostituisce l’idea e il sentire romantico. Centro e focolare di questa maniera di composizioni è la Francia dalla seconda metà del XII secolo in poi; di là esse si diffondono in traduzioni, imitazioni, rimpasti in tutta Europa; singolarmente allato alla Francia in ciò distinguesi la Germania. Benoît di SaintMore, Lambert li Cors, Enrico di Veldeke, Alberto di Halberstadt, Herborto da Fritzlar ed altri produssero opere in tal genere che godettero di molto favore e notorietà[6].

Già il compiacersi della favola e del racconto antico ed anche il fantasticare su quelli, era cosa anteriore al romanticismo propriamente detto; prima che le lettere volgari si producessero, prima che si combinassero cogli elementi della cultura e della tradizione, un lavoro simile erasi fatto nella letteratura dotta del medio evo fra i chierici, benché taluni sentimenti ancora non vi avessero luogo e prevalesse in quello l’idea scolastica dell’antico e la tendenza chiesastica alla moralizzazione Fra le altre favole antiche la più notoria e più spesso narrata in varie forme era la favola troiana[7]. Virgilio, che era la prima autorità per quella tradizione mitica che congiungeva le origini di Roma con Troia, e che, come vedemmo, avea reso di moda fra i popoli vari e le famiglie principesche del medio evo questa maniera di origini come principal titolo di nobiltà, aveva singolarmente influito a dare gran voga alla favola della guerra troiana e a tutto quanto con questa si connetteva, e singolarmente a determinare le simpatie piuttosto pei Troiani che pe’ Greci. Questo vedesi già nel fatto notevole che il testo attribuito a Darete, supposto quindi scritto da un troiano contemporaneo degli avvenimenti e scritto realmente in senso troiano, avea più favore e più uso che quel di Ditti scritto in senso greco, e faceva anche dar del mentitore ad Omero là dove si sapeva che questi avea narrato taluni fatti diversamente[8]. Come tutta la parte nota della favola troiana messa e tenuta in evidenza per la celebrità dell’Eneide, fu romantizzata, a più forte ragione doveva esserlo l’Eneide stessa. Ed infatti Benoît di Sainte-More che componeva il Romanzo di Troia, fu anche il probabile autore del Romanzo di Enea[9]. Nell’Eneide considerata in questa regione così diversa dalla regione propriamente scolastica, rimaneva d’entità secondaria tutto quanto avesse significato storico, o troppo con idee mitologiche o altre serbasse presente l’indole antica del poema. V’era nell’Eneide un elemento più attraente d’ogni altro per l’opera romanzesca da fare su quel tema, e che fissava in modo preciso quel che in un’opera tale doveva prevalere; era l’elemento amoroso e sentimentale, la donna innamorata o disputata, Didone e Lavinia. Così, col materiale dell’Eneide, altro sopprimendo, altro cambiando, altro sviluppando, facevasi una composizione romantica in cui i nomi erano antichi, ma la natura de’ fatti, i titoli de’ personaggi, gli usi descritti, il colorito generale come il sentimento erano cose proprie della vita contemporanea, e rispondenti all’idea cavalleresca e cortigiana d’allora. E quella composizione ebbe grande successo; singolarmente più che il testo francese del Romanzo di Enea ebbe celebrità e influenza letteraria considerevole l’opera su quello composta dal limburgese Enrico di Veldeke, il quale per la sua Eneit figura come capo di una grande scuola di poeti tedeschi che lo venerano come maestro[10].

Questa trasformazione romantica di narrazioni antiche non è propriamente, come parrebbe a prima giunta, opera popolesca che si effettui fuori della conoscenza delle lettere classiche. È cosa fatta per una società superiore ed aristocratica, è un prodotto delle lettere volgari divenute cortigiane; gli autori sono uomini colti, laici o chierici che fossero di stato, e fanno quel lavoro di proposito, tenendo dinanzi agli occhi il testo latino, di cui anche sovente invocano l’autorità nel loro lavoro[11]. Essi non facevano niente di strano, per cui già tutto non fosse preparato e disposto, ma solo formulavano e riassumevano con opera più speciale e con certa intelligenza dello scopo e della cosa, ciò che già trovavasi elaborato nelle lettere romantiche e nella poesia volgare in generale. I nomi e i fatti antichi, separati com’erano anche nelle menti dei chierici da un giusto sentimento dell’antichità, eran passati nel modo il più naturale, come elementi del pensiero, nelle lettere volgari e nell’arte nuova; in queste trovaronsi a contatto coll’idea e il sentimento che le governava, si approssimarono a quello e si connaturarono con quello. Ogni poeta volgare conosce e rammenta i nomi di Enea, Didone, Lavinia, come tanti altri nomi antichi[12], servendosene naturalmente nell’interesse della sua poesia, e fra le varie narrazioni che i trovatori vantansi di sapere trovasi un numero di soggetti antichi mescolati a soggetti intieramente romantici[13]. Il fecondo Chrestien de Troyes in un suo poema romanzesco (Erec) parla di una ricchissima sella sulla quale era scolpita tutta la storia d’Enea[14]. Naturalmente per tutti costoro, come anche per lo stesso chierico quando diveniva poeta di quella natura, il concetto del fatto antico non poteva essere antico, che come tale avrebbe stonato. Ogni forma d’arte per la sua ragione psicologica impone uno special modo di vedere. D’altro lato però quella tal forma d’arte per cui questo avea luogo non assorbiva intieramente tutta l’opera del pensiero, ma coesisteva allato ad una cultura tradizionale, ad una operosità letteraria e dotta, anch’essa tradizionale, che passava dai chierici ai laici appunto nell’epoca in cui più si moltiplicano e diffondono que’ romanzi. E così accade, fatto sorprendente per noi, che il rifacimento romantico gode di grande notorietà e favore, mentre la stessa notorietà gode il testo classico da cui tanto si diparte, e mentre anche si fanno in volgare per uso dei laici, traduzioni propriamente dette di quel testo; tutto ciò senza che il lavoro romantico appaia come parodia o cosa bizzarra e ridicola. Né è questo il solo campo in cui il medio evo potè trovare naturale il connubio di cose che oggi a noi appariscono inconciliabili.

A questa peripezia dell’opera avremmo anche potuto passar sopra se un certo rapporto con quella del nome dell’autore essa non avesse. Ed invero un Virgilio ideale a cui si possa attribuire un’Eneide così rifatta si trova, e noi già lo abbiamo incontrato, benché disgiunto da un’attività che possa dirsi poetica. È il Virgilio del Dolopathos. Quel tipo di grandissimo clerc presentato così in una società interamente feodale, contornato di duchi, baroni, vescovi, abati, fra cortigiani, damigelle e tornei, è anche poeta, e l’autore lo dà per tale[15], benché per la parte che ha nel poema non abbia luogo a manifestare questa sua qualità. Se l’autore avesse voluto farlo agire come poeta, e ideare un poema su Enea da attribuirgli, che fosse proporzionato a quel tipo e a quell’ambiente, è chiaro che questo non avrebbe potuto essere l’Eneide reale, ma il Romanzo d’Enea. Ed infatti v’ha nel Dolopathos un racconto di ragione morale che è attribuito a Virgilio, e questo è per forma e per natura cosa del tutto romantica[16].

Noi abbiamo veduto che questo tipo di Virgilio nel Dolopathos proviene direttamente dalla idea letteraria e scolastica medievale. Il clerc e la discipline de clergie sono l’uomo di scuola e la dottrina di scuola quali si concepivano e si vedevano nella società reale del tempo. Nella poesia romantica affatto libera e indipendente dalla scuola, tutto quanto proviene da questa acquista un carattere specioso, come di cosa mirabile veduta da lungi e quasi da un altro mondo; il maraviglioso, che tanto ha parte in quella poesia, cinge facilmente della sua aureola i nomi che hanno quella provenienza. Questo accadeva per Virgilio anche più facilmente che per altri, poiché anche nell’ordine propriamente letterario e scolastico una buona dose di maraviglioso, d’imponente e d’incompreso contornava già il suo nome. S’intende dunque che il Virgilio della scuola nella regione romantica dovesse divenire il Virgilio del Dolopathos, come l’Eneide diveniva il Romanzo di Enea. In quel tipo di chierico c’e un’idea intieramente laica e popolesca del sapere, di cui la natura e i limiti, per l’effetto, diciam così, ottico del mezzo da cui è veduto, divengono fantasmagorici e miracolosi, anche quando l’autore sia chierico di stato o di cultura. Come ogni gran sapiente, Virgilio è astrologo, o come dicevano, astronomo, e dalla osservazione degli astri può conoscere fatti e avvenimenti lontani per ispazio o per tempo. Era cosa questa che allora niuno credeva impossibile, niuno negava intieramente, tutt’al più, come fa l’autore del Dolopathos, restringendosi i più scrupolosi a notare che solo per permissione di Dio poteva aver luogo. Fino a questo punto conduceva e poteva condurre l’idea letteraria trapassata nel romantismo, fino al concetto di un dotto, di un savio versato in tutte le discipline che allora costituivano la scienza, compresa la astrologia più mirabile e più fantastica fra tutte.

Però il maraviglioso, essenziale ed integrante elemento dell’invenzione romantica, aveva una sua assai ricca suppellettile nella quale un posto notevole occupava l’idea e il tipo del mago, sì ovvio in que’ romanzi, sorgente poco finamente poetica invero[17], ma pure speciosa ed efficace in tempi di tanta credulità, di avvenimenti fantastici, sovrumani e sorprendenti. È chiaro che ogni mago è un sapiente; non però ogni sapiente è mago; i due tipi esistono distinti e indipendenti uno dall’altro. Il mago è propriamente un accrescitivo del gran sapiente, in certo senso è anche un peggiorativo, come caratteristica morale; v’ha però un’idea intermedia secondo la quale la magia in certi limiti e con certi mezzi appare cosa lecita e di ragione puramente scientifica. Ma, conviene avvertirlo, l’idea del mago ha la sua origine fuori della scuola e della disciplina scientifica propriamente detta. Chi domandasse se di per sé solo il tipo scolastico di Virgilio dovesse senz’altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione d’idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l’antico savio si cambi in mago è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v’ha antico che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe il Virgilio mago. Accadde bensì assai volte che uomini studiosi di matematica, meccanica, astronomia, astrologia, fisica che sono le risorse della così detta magia bianca, o naturale, passassero per maghi ed anche per maghi diabolici come accadde per Gerberto, per Alberto Magno e simili; ma la tradizione ed anche la leggenda letteraria che fece Virgilio onnisciente non dimenticò mai il suo primo essere di poeta e come vediamo in Dante non lo ridusse mai ad un fisico, astrologo, matematico capace di operar prodigi e fabbricar talismani ed altre simili opere magiche. Perché ciò si producesse conveniva che su Virgilio esistesse un’idea speciale già elaborata presso il popolo indipendentemente dalla letteratura; ed infatti le indagini sull’origine di quella leggenda rivelano chiaro che l’idea di Virgilio taumaturgo e mago è di origine del tutto popolare, benché accettata poi nella letteratura per gli elementi affini che trovava già preparati in questa. La paternità di quell’idea spetta ad un volgo italiano.

Uno dei caratteri pei quali il popolo italiano, anche nel medio evo, da segno della sua superiorità storica e civile dinanzi agli altri popoli d’Europa, è l’essere esso quello che fra tutti gli altri più scarseggia di produzione fantastica. Il romantismo, in quanto è invenzione narrativa, poco si ebbe da noi, e in questo, come anche nella cavalleria che è un suo movente principale, l’Italia mostrasi in una condizione che può dirsi passiva; subisce per fatto l’infiltrazione inevitabile, ma dal poco che produce in quell’ordine vedesi chiaro esser quello cosa poco sua, e poco omogenea alle sue tendenze attive. Insieme a tanti altri romanzi venuti dal di fuori e allora sparsi dappertutto, ebbero qualche voga anche qui i testi francesi della Storia Troiana; ben poca ne ebbe il Romanzo d’Enea[18]. Virgilio, Ovidio e altri antichi furono presto tradotti in volgare[19] prosa italiana, senza grandi cambiamenti, salvo la giunta delle solite moralizzazioni, singolarmente per Ovidio. Guido da Pisa scrivendo i fatti di Enea mostrava invero talvolta in alcune espressioni l’influsso di certe idee del suo tempo, ma era lungi dal fare un’opera romantica, e non deviava dalla narrazione virgiliana che sull’autorità di altri antichi. La fantasia ebbe più remore qui che altrove, sia pel prevalere di facoltà più elette e più razionali nella tempra dell’ingegno italiano, sia perché la cultura tradizionale, comunque molto abbassata anche in Italia, avesse qui più salde radici che altrove e più che altrove fosse cosa domestica. L’Italia nel medio evo, benché vinta e dilaniata e anche imbarbarita, moralmente e idealmente figura sempre come un centro storico e civile, e di questo essere suo non si perde mai la coscienza fra gli italiani[20]. Perciò mal si cercherebbe qui ciò che può solo trovarsi in paesi nei quali meno fortemente e meno immediatamente agiva il peso di grandi ricordanze storiche, tanto universalmente intese come tali da non potere esse in alcuna guisa acquistare natura e forma epica. Con questo non s’intende dire che il popolo italiano fosse sfornito di leggende; ebbe anch’egli le sue aventi per soggetto l’antichità, e il passato e i primordi delle varie città italiane. Può credersi che col procedere degli studi storici fra noi, concepiti in quella più larga maniera che è loro propria oggidì, molte di queste leggende finora dispregiate, saranno messe a luce e accresciuta così la conoscenza, troppo insufficiente, che oggi abbiamo di tal materia. Però rimarrà sempre vero questo fatto, del resto ben naturale, che l’impressione fantastica prodotta dalle memorie dell’antico mondo romano, fu assai più vivace e feconda fra i barbari che fra gli italiani. Si può senza gran fatica provare che il numero delle leggende relative all’antichità romana nate in Italia è assai minore di quelle nate in suolo straniero, e che anzi non poche di quelle che si ritrovano in Italia, singolarmente nella letteratura, furono qui introdotte dal di fuori.

Le leggende nate in Italia hanno per soggetto talvolta antichi fatti storici o mitologici, più spesso antichi monumenti, e spesso ancora d’antico non hanno che i nomi dei personaggi che in esse figurano. Molti nomi illustri dell’antica Roma rimasero fluttuanti nella memoria del popolo, segregati dai fatti coi quali la storia li mostrava uniti, ma pur non del tutto sprovvisti di certe caratteristiche distintive procedenti dalle loro caratteristiche storiche, concepite queste com’era capace di farlo la mente limitata del popolano o della narratrice casalinga, di cui Dante dice che:

 

«.... traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava colla sua famiglia

De’ Troiani, di Fiesole, e di Roma.»

 

Attorno a questi nomi la fantasia popolare aggruppava racconti favolosi, comunque originati, attenendosi però alla special categoria d’idee popolari a cui ciascun nome per sua natura apparteneva. Quindi è che anche divenuti personaggi leggendari serbano un carattere ben distinto fra loro Cesare, Catilina, Nerone, Traiano, e simili. Non di meno, siccome il numero dei tipi rappresentati dalle leggende è limitato ai soli ideali più spiccanti che il popolo è capace di concepire, da ciò viene che più nomi s’incontrino sotto una data categoria, come quella del savio, del mago, del tiranno ecc., e siano quindi compartecipi delle leggende a quella appartenenti, le quali talvolta all’uno, talvolta all’altro dai narratori vengono riferite.

Uno dei più luminosi esempi di quanto qui si dice è la leggenda virgiliana, di cui in questa parte del nostro lavoro vedremo come nascesse a Napoli e come di là poi si divulgasse nelle letterature d’Europa, assai più e prima fuori d’Italia che in Italia. Essa era originariamente in Italia un prodotto del tutto plebeo, estraneo ad ogni moto poetico e letterario, una credenza popolare di natura superstiziosa, fondata su ricordi locali, sul fatto della lunga dimora di Virgilio in Napoli, la presenza e la celebrità del suo sepolcro in quella città. Si riferiva a luoghi di Napoli, ad immagini, a monumenti che la decoravano, ai quali si credeva che Virgilio avesse dato un potere telesmatico. Questa credenza era rimasta propria di quel popolo, ingenuamente ritenuta da esso, senza essere espressa in alcuna forma che avesse carattere poetico o artistico in alcuna maniera; poco se ne sapeva nel resto d’Italia e poco ad essa si badava qui, mentre da forestieri che visitavano Napoli era raccolta e trasportata dalla sfera plebea alla sfera letteraria e colta, e passava contemporaneamente in opere volgari e romantiche, ed in opere latine di natura dotta. Nell’una e nell’altra sfera essa trovava Virgilio già ridotto ad un tal tipo di savio da poterla facilmente comportare. E dal XII secolo in poi, ossia dall’origine della poesia e prosa romanzesca di proprio nome, incontrasi quindi nei monumenti letterari una nuova fase del nome virgiliano che ha vari momenti e vari accrescimenti, e tutta una sua storia che deve servire di soggetto alla presente parte del nostro libro. Questa fase ha la sua natura in questo distinta dalle altre già da noi studiate, ch’essa procede originariamente da idee su Virgilio nate e sviluppatesi, non propriamente nella scuola, ma fra il popolo, benché per la natura generale del pensiero, che si riconosce naturalmente in ogni strato della società, potesse esservi e vi fosse realmente certa proporzionalità ed anche continuità fra il concetto popolesco e l’ultimo concetto letterario del poeta. Non la diciamo popolare perché rimasta estranea alle lettere e ai dotti, ché anzi ne dovremo desumere la storia da una moltitudine di scritti che in massima parte non hanno carattere di scritti popolari; ma perché nata dal popolo, alimentata con idee popolesche. Senza questo, per quanto corrotta e imbarbarita, la tradizione letteraria a quella leggenda non avrebbe potuto condurre, né difatti trovasi traccia di questa nelle epoche della più grande barbarie, prima del XII secolo, prima cioè che ci fosse chi dalla plebe napoletana l’attingesse e le desse adito nella letteratura.

Le opere dotte dell’ultimo medio evo, repertori, riassunti, enciclopedie, manuali o altri simili lavori scritti in latino o in volgare, mescolano ogni cosa con una assenza di critica tanto strana quanto strano è lo sfrenato moltiplicarsi delle produzioni fantastiche d’allora. C’è di tutto; tutto il detritus medievale di idee classiche, cristiane, e romantiche, mito, storia, leggenda, romanzo, tutto posto alla pari. Il Novellino che diverte le brigate, il Gesta romanorum che le edifica con racconti moralizzati stranamente, Vincenzo di Beauvais col caos del suo Speculum historiale, e tanti altri in tante opere di erudizione, parlano egualmente di Cesare, di Arturo, di Tristano, di Alessandro, di Aristotele, del Saladino, di Carlomagno, di Merlino senza distinzione di sorta, e con serietà eguale per tutti. Gualtiero Burley in un’opera che non vuol punto essere un romanzo, nelle Vite de’ filosofi, scrive gravemente anche la vita di Virgilio che è filosofo perché mago, perché conoscitore di riposti segreti della natura. Così non v’ha libro di que’ tempi in cui non possiamo aspettarci di trovare leggende virgiliane. In una epoca di credulità universale, il popolo non è soltanto quello che non ha parte alla cultura e al moto letterario; quantunque nel medio evo il numero della gente colta fosse assai minore di quello fu ed è dal risorgimento in poi, la distanza che allora separava l’animo dei colti e degli incolti era assai meno grande di quella che separa queste due classi nei tempi moderni.

Se difficile sempre riesce cogliere l’esatto punto di separazione fra le creazioni poetico-fantastiche popolari e le letterarie, ciò, più che in ogni altra età, si sente nel medio evo, e sopratutto in quelle peripezie che allora subiscono gli antichi nomi storici nel passare che fanno, già assai fantasticamente tramutati, dai letterati e dai semicolti al popolo, e nel tornar poi anche più tramutati da questo a quelli. Fra la tradizione letteraria tralignata e creatrice essa pure di leggende e i fantasmi popolari v è continuità senza dubbio, poiché non altrimenti che pel tramite letterario, direttamente o indirettamente, i grandi nomi storici possono giungere e rimaner presenti all’animo delle plebi. Ma pur deve avvenire che entrando quei nomi in un ambiente intellettuale diverso, sian diversamente ideati ed acquistino un nuovo carattere per tratti fantastici novelli di indole affatto popolesca, comunque motivati od occasionati da quanto già imaginarono menti più colte ma non tanto né così finamente da riuscir per certi lati molto superiori all’animo popolare. Chiaro esempio di tal fatto è il carattere diverso con cui si presenta il nome di Virgilio in queste due parti dell’opera nostra, le quali quantunque diversamente intitolate, pure sono tanto connesse fra loro che nei fatti esposti nella seconda ognuno che ci abbia ben seguiti potrà riconoscere gli effetti e l’ulteriore sviluppo di quelli riferiti e studiati nella prima, e vedere in qual rapporto sia col Virgilio delle scuole e della tradizione letteraria del medio evo inoltrato questo Virgilio, non più poeta, ma operatore di magici prodigi, questo Virgilio di quella che noi crediamo dover chiamare leggenda popolare, che ora ci facciamo ad esporre narrandone la storia, investigandone le origini e le fasi diverse. A scansar equivoci e malintesi che con nostra sorpresa abbiamo veduto prodursi fra taluni cultori di questi studi[21] ricordiamo che il popolare si distingue dal letterario anzitutto per la natura e l’indole sua e de’ vari elementi suoi, sia qualsivoglia la condizione di chi lo riferisce e vi crede od anche lo idea; tale leggenda, pur sublimata dal sommo dei poeti, come quella p. es. di Traiano e della vedova in Dante, sarà e rimarrà una leggenda popolare, quand’anche si riesca a provare che scaturì dalla fantasia di un chierico che la scrisse in latino, come popolari sono le leggende relative ai monumenti di Roma nel Mirabilia e tante altre, quantunque, riferite e credute da chierici, possano anche essere state originate in menti di quella classe.

 

Note
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[1] Ved. Grimm u. Schmeller, Lateinische Gedichte des X und XI Jh p. 65 sgg. e Cholevius,Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, I, p. 20 sgg. Nel canto latino ritmico dei soldati modenesi (X sec.) è citato il fatto di Sinone, certamente noto da Virgilio. V. Du Méril,Poés. pop. lat. ant au XII siécle, p. 268.

[2] Zappert (Virgil’s Fortleben im Mittelalt. p. 7 sgg. not. 64 sgg.) ha consacrato una gran parte del suo lavoro alla ricerca delle reminiscenze virgiliane nei poeti volgari del medio evo ed ha riunito un grandissimo numero di luoghi di poeti d’ogni sorta e di varie nazioni per provare quanta parte di colorito fosse desunta dalla tavolozza dell’antico poeta. Ma egli si contenta di rapporti troppo generali, e quel ch’ei sostiene non gli si può concedere che per una parte della sue citazioni. Alla maniera sua potrebbe provarsi che anche poeti indiani o persiani hanno letto Virgilio, [V. Spargo Virgil the Negromancer, Harward, Cambridge 1934, cap. I e Note pag. 317-19 con abbondantissima bibliografia].

[3] Cfr. Reiffenberg, Chron. rimée de Philippes Mouskes, p. CCXXXV sgg.

[4] Cfr. Grimm, Kl. Schrift. I, 83 segg.

[5] Re Alfonso dice: «El Ovidio major (Metamorfosi) non es àl eotre ellos (gli antichi cioè) sinon la theologia et la Biblia dellos entre los gentiles.» Grande et general estoria I. 8, c. 7. Cf. Amador De Los Rios. Hist. crit. de la lit. espan. III. p. 603.

[6] Una disamina storicocritica molto assennata e profonda di questo passare e tramutarsi dei subbietti antichi nel romantismo, trovasi nella lodevole opera di Cholevius già sopra citata, cap. 39. Ved. anche Dernedde Ueber die den altfranz. Dichtern bekannten epischen Stoffe aus dem Alterthum, Erlangen 1887, Birsch-Hischfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours d. XII u. XIII Jahrh. bekannten epischen Staffe, Halle 1878. [Ulteriore bibliografia in Spargo, op. cit., p. 319].

[7] Cfr. Dunger, Die Sage vom, trojanischen Kriege in den Bearbeitungen des Mittelalters und ihren Quellen. Leipz. 1869.

[8] Così anche il nostro Guido Delle Colonne. Cfr. Dunger, op. cit., p. 20 sg.

[9] Il Romanzo di Troia fu pubblicato dal Joly Benoît de Sainte More et le Roman de Troie, ou les métamorphoses d’Homère et l’épopée grécolatine au moyen âge. Paris, 1870. [Ne fu poi data una nuova ottima edizione da L. Constans, 1904-1912]. Del Roman d’Enéas, un brano del principio fu pubblicato nel 1856 da Paolo Heyse nei suoi Romanische inedita, p. 31 sgg. da un MS Laurenziano; un estratto ne ha dato il Peÿ nello stesso anno, nel suo Essai sur le Roman d’Enéas d’aprés les mss. de la bibl. imp., Paris. 1856. L’edizione è dovuta a Salverda De Grave. (Halle. 1891) (Bibliotheca Normannica, IV), il quale nel suo scritto Introduction à une édition critique du Roman d’Enéas, La Haye 1888, giudicando dalla lingua sostiene che l’Enéas è anteriore al Roman de Troie e non è di Benoît. [L’edizione di Salverda de Grave è stata ripubblicata neI 1925. Cfr. anche A. Dressler, Der Einfluss des altfranzösischen Eneas Romanes auf die altfranzösische Literatur, Leipzig, 1907]

[10] Pubbl. da Ettmüller, Heinrich von Veldeke, Leipz., 1852 e da Behaghel, Heibronn 1882. Confrontato col testo francese da Peÿ L’Enéide de Henri de Veldeke et le Roman d’Enéas (in «Jarbuch für roman. und engl. Literatur», II, p. 1 sgg.). Il giudizio di Gervinus, Gesch. d. deutsch. Dicht., I, p. 272 sgg., è dettato senza alcuna conoscenza del testo francese; meglio e più largamente, pel nostro punto di vista, ne giudica Cholevius, op. cit., p. 102 sgg., benché anch’egli ignaro dei rapporti coll’originale allora ignoto. Quanto v’ha di aspro nel giudizio di Gervinus ha voluto correggere E. Wörner nel suo lavoro Virgil und Heinrich von Veldeke (in «Zeitschr. f. deutsche Philolog. von Höpfner und Zacher», III, 106 sgg.), nel quale ha creduto rendere un gran servizio al povero minnesinger confrontandolo col poeta latino. Sulle lodi date ad Enrico daWolframo di Eschenbach, Goffredo di Strasburgo, e il motivo di queste, giustamente giudica Gervinus. Sulle curiose miniature che accompagnano il codice berlinese di questo poema [Ms. Germ, folio n. 282] ved. Piper, Mythologie der christl, Kunst, I, p. 246 sgg. e Kugler, Kl. Schriften.

[11] Anche Enrico Di Velteke, benché si appoggi più direttamente sul suo originale francese, di frequente cita Virgilio, «sô saget Virgiliûs der mâre» «so zelt Virgilius der helt». Cfr. anche quel che dice a p. 26, 1. 18 sg.

[12] Una ricca raccolta di esempi per questo che qui si dice trovasi nel dotto lavoro di Bartsch, Albrecht von Halberstadt und Ovid im Mittelalter (Quedlinb. und Leipz., 1861) p. XICXXVII.

[13] «Qui volc ausir diverses contes

      De reis, de marques e de comtes

      Auzir ne poc tan can si volc.

      L’autre comtava d’Eneas

      E de Dido consi remas

      Per lui dolenta e mesquina;

      L’autre contava de Lavina

      Con fes lo breu al cairel traire

      A la gaita de l’auzor traire»

etc. Roman de Flamenca, publ. p. Paul Meyer [1901 II ediz.] v. 617 sgg. p. 24 sg. V. anche Guiraut De Calanson, pr. Diez,Poesie der Troubadours, p. 198, e altri luoghi simili pr. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters, p. 7 sgg.

[14] S’i fu antailliee l’estoire,

      Comant Eneas vint de Troie,

      Comant à Cartage a grant joie

      Dido an son lit le deçut,

      Comant Eneas la reçut,

      Comant ele por lui s’ocist,

      Comant Eneas puis conquist

      Laurente et tote Lonbardie

[Cf. l’ed. Föster, n. 5338-46]. Per altri testi di poeti volgari relativi a fatti dell’Eneide ved. Bartsch, op. cit., p. XXI sgg. E CXXII sg. Il Roman de Brut di Wace [di cui v. l’ed. recentissima di J. Arnold, t. I, Paris, 1937] comincia con un sunto dell’Eneide che serve alla genealogia dell’eroe del romanzo.

[15] «Onkes poëtes ne fu tex» v. 1267.

[16] È il Fabliau du Chevalier à la trappe, unito ad un altro racconto che è la novella di Tofano e monna Ghita del Decamerone (VII, 4). Veggasi sulla storia di questi due racconti, D’Ancona, Il libro dei sette savi di Roma, p. 112 sgg., 120; Oester-Ley ad Pauli’s. Schimpf und Ernst, II, p. 678 e Benfey, Pantschat., I, 331

[17] Cfr. Rosenkranz, Gesch. d. deutsch. Poesie im Mittelalter, pag. 67.

[18] Nella Fiorita, tuttora inedita di Armannino [cf. G. Mazzatinti, La Fiorita di Armannino giudice, in Giorn. Di filol. rom., III (1880), n. 55; E. Gorra,Testi inediti di storia troiana (Torino 1887), pp. 214 sgg. e 532 sgg.], il Roman d’Enéas è stato adoperato. Cfr. Mussafia, Sulle versioni italiane della storia Troiana, p. 48 sgg.

[19] Cfr. Gamba, Diceria bibliografica intorno ai volgarizzamenti italiani delle opere di Virgilio, Verona 1838; Benci, Sui volgarizzamenti antichi dell’Eneide di Virgilio in Antologia di Firenze, vol. II (1821), p. 164 sgg.; L’Eneide di Virgilio volgarizzata nel buon secolo della lingua da Ciampolo Di Meo Degli Ugurgieri, Firenze, 1858. Questa traduzione non fu certamente fatta prima che Dante componesse la Divina Commedia, come taluno ha preteso.

[20] «During the gloomy and disastrous centuries which followed the downfall of the roman empire. Italy, had preserved in a far grenter degree than any other part of western Europe the traces of ancient civilisation. The nigth which descended upon her was the night of an arctic summer. The dawn began to reappear before the last reflection of the preceeding sunset had faded from the horizon». Macaulay, Ess. on Machiavelli, p. 64.

[21] Viëtor, Der Ursprung der Virgilsage, nella Zeitschrift für romanische Philologie di Gröber, I (1877), p. 165-178 sostiene con critica ragionante ma pregiudicata, che la leggenda Virgiliana è tutta d’origine letteraria e il popolo non c’entra per nulla. Così, ma con critica più grossa, incomposta ed inesperta, Tunison, Master Virgil the author of the Aeneid as he seemed in the middle ages, Cincinnati 1890. Più accorto e ragionevole Graf, Roma nella memoria ecc., II, p. 226 sgg. [nuova edizione (1923), p. 542 sgg.] riconosce l’origine popolare della leggenda, ma sostiene che non sia questa senza rapporto colla leggenda letteraria, cosa che noi non neghiamo, ma anzi, nei dovuti termini, affermiamo. Alcuni sani concetti esprime su tal proposito anche Stecher, La légende de Virgile en Belgique in Bull. de l’acad. roy. de Belgique, cl. des sciences, 3me serie, t. XIX, 1890, p. 60 sgg.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004