Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

fefefЄЭefefe

.  17  .

Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo XVI

 

Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e soprattutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli. Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di cui si solleva, c’è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata, e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è cosa interamente sua e senz’altro esempio. Altri non arrivarono allora a concepire Virgilio cosi com’ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere che in questo suo personaggio c’è assai più e meglio di quanto il nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali. Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di correttivo un’altra personificazione del Virgilio medievale, anch’essa ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente chiusa di questa parte del nostro studio un’occhiata a questo Virgilio del Dolopathos, opera di una mente di volgare levatura e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il concetto di Virgilio ci si presenta in quell’ultimo gradino dell’idea letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi nel reale o vivo sentimento classico del risorgimento.

Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un tal Giovanni monaco dell’abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers conoscente dell’autore[1].

La favola narrata in questo libro è, in poche parole, la seguente: – Dolopathos, re di Sicilia del tempo di Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch’ei manda a Roma ad istruirsi presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e singolarmente nell’astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos; costui sposa un’altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di una grande sciagura e, perché possa uscirne salvo, gl’impone di serbare assoluto silenzio finch’ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende impegno di farlo parlare, lo mena ecco e, usata ogni arte inutilmente, finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella ottiene che l’esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio, narra anch’egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi rivela tutto e la regina vien bruciata viva. – Poi il racconto seguita fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e la conversione di Luciniano, che muore santo.

È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito popolarissimo racconto dei Sette Savi, di origine indiana, del quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e di occidente[2] . Però mentre tutti gli altri testi occidentali si rannodano assai strettamente l’uno all’altro, il Dolopathos per varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno, ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi perduto, il Libro di Sindibâd[3], quest’ufficio è dato a Sindibâd, come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma che aveva in oriente; mantenendo l’unità del savio precettore e riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato, sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca, come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso del poema[4]. È tanto reale la conoscenza ch’egli ha di Virgilio che la cornice cronologica dell’opera sua è stata da lui inventata appunto secondo richiedeva l’introduzione di un tal personaggio in essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto diede a Dolopathos[5] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali dei Sette savi, ne’quali Virgilio non ha parte, l’imperatore è un Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un’epoca del tutto imaginaria. Anche il nome greco di Dolopathos, di cui vien dichiarato il significato e la ragione[6], è inventato dall’autore e dà prova della sua cultura, come pure la cultura e la condizione di monaco rivelansi nel citar S. Agostino[7] e nel dare al libro una chiusa di significato religioso. Benché però questo poema sia evidentemente opera di un uomo di scuola., esso è per natura, concetto e tendenza opera del tutto romantica, e quindi quanto l’autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto orientale essendo pretta invenzione sua, invano si cercherebbe in questa un rigore storico assai conseguente. Egli sa che Virgilio è di Mantova, e crede suo debito farlo morire in questa patria sua, ma colloca Mantova in Sicilia. Nondimeno non chiama Sicilia Napoli, come altri autori del suo tempo, e sa che Palermo è la principale città di quel paese. Ma i diritti della ragione storica ei non li rispetta che fino ad un certo punto. Nel suo poema si parla di «vecchio testamento»[8] fra pagani, prima che Cristo sia venuto, e si parla pure di vescovi, monaci e abati, come si parla di duchi, conti e baroni e come si fa Augusto imperatore di Romania e re di Lombardia e Dolopathos un principe feodale. Proporzionato a questo concetto intieramente romantico è il tipo di Virgilio, ma ridotto a tale, secondo risultava dall’idea scolastica, veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo. Per ispiegarlo non c’è bisogno di pensare alle idee di provenienza popolare e indipendenti dalla scuola, che costituiscono la leggenda del Virgilio mago, comunque quel concetto scolastico cosi ridotto si approssimi già assai al concetto che risultava da quelle. Virgilio è qui il grande maestro di tutta la sapienza profana; altro difetto non ebbe che quello di esser pagano, ma fu tale quanto meno si poteva esserlo prima di Cristo; solo mancò a lui la conoscenza dell’unità di Dio; fu uomo di specchiato costume e grande filosofo; niuno fu più celebre di lui, niuno più onorato da Augusto[9]; dinanzi alla sua parola autorevole inchinavansi re e imperatori; non altri v’ebbe che fosse più dotto, non altri che più valesse in poesia; egli era il «chierico» per eccellenza:

 

A icel tans à Rome avoit

Le philosophe, ki tenoit

La renomée de clergie;

Sages fu et de bone vie;

D’une des citez de Sezile

Fu néz; on l’apeloit Virgile;

La citéz Mantue ot à non.

Virgile fu de grant renon;

Nus clers plus de lui ne savoit;

Par ce si grant renon avoit;

Onkes poëtes ne fu tex

S’il créust k’il ne fust c’uns Dex[10]

 

Questo re dei sapienti viveva da grande, esercitando l’ufficio di maestro; ma, come il primo di tutti i maestri, egli aveva un uditorio aristocratico. Luciniano giunto a Roma fu accolto con grande cortesia dal suo futuro istitutore. Entrando nella scuola di Virgilio trovò costui assiso sulla sua cattedra: aveva indosso una ricca cappa foderata di pelo, senza maniche, sul capo portava una berretta di pelle preziosa, e aveva tirato indietro il cappuccio. Seduti a terra dinanzi a lui stavano i figli di molti grandi baroni, e tenendo in mano il libro ascoltavano quant’egli insegnava:

 

Assis estoit en sa chaière;

Une riche chape forrée

Sana manches, avoit afublée,

Et s’ot en son chief un chapel

Qui fu d’une moult riche pel;

Trèt ot arrier son chaperon

Li enfont de maint haut baron

Devant lui à terre séoient,

Qui ses paroles entendoient,

Et chacun son livre tenoit

Einssi comme il les enseignoit. [11]

 

E l’insegnamento incomincia dai primi rudimenti. Virgilio insegna a Luciniano a leggere e scrivere; poi l’istruisce nel latino e nel greco, e per ultimo lo fa dotto totalmente insegnandogli le sette arti, cominciando dalla grammatica, mamma di tutte le altre, e riducendole tutte, espressamente per lui, in un libriccino così piccoletto che poteva capire tutto nella mano chiusa:

 

Torne se feuilles et retorne;

Les VII ars liberait atorne

En .I. volume si petit

Que, si com l’estoire me dit,

Il le poïst bien tot de plain

Enclorre et tenir en sa main.

.........

Premier li enseigne Gramaire

Qui mere est, et prevoste, et maire,

De toutes les arts liberax etc.[12]

 

È facile accorgersi, dopo quanto abbiamo veduto in questo studio, che sotto questo personaggio così travestito c’è il Virgilio delle scuole medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendi delle sette arti. La qualità di astrologo, non identica, come vedremo, a quella di mago, entra come elemento integrante nell’ideale del savio o del sapiente secondo i concetti romantici[13]; e del resto qui veniva imposta dalla natura del racconto qual esso è costantemente così in oriente come in occidente. Il pio monaco crede alla possibilità di quella divinazione solo come a cosa voluta o permessa da Dio[14]. E con tal qualità si accordava anche l’idea sulla predizione del Cristo. Infatti dopo la morte di Dolopathos e di Virgilio e la venuta di Cristo, i noti versi della IV ecloga[15] figurano fra gli argomenti che convertono Luciniano al cristianesimo. – Fin qui il Dolopathos può servirci in questo luogo, poiché qui cessano i suoi rapporti colla tradizione letteraria.

Col Virgilio della Divina Comedia, e il Virgilio del Dolopathos termina ad un tempo e si riassume questa parte del nostro lavoro. Essi rappresentano due estremi del nome Virgiliano, nel medio evo letterato; il concetto nobile di una mente eletta e straordinaria, il concetto ingenuo e triviale di una mente volgare posta intieramente a livello del romantismo. Appartengono a due diversissime regioni, ambedue separate dalla scuola; ma pure procedono da questa, l’una sorpassandola in altezza e nobiltà, l’altro in povertà e rustichezza. Dopo Dante quanto troveremmo da dire di nuovo nell’ordine dell’idea propriamente dotta e letteraria, appartiene al risorgimento, ossia al pensiero moderno, e ci farebbe uscire dal limite che ci siamo imposto, che è il medio evo. Il Virgilio del Dolopathos invece, ultima sfumatura del Virgilio della tradizione letteraria, per l’elemento romantico con cui lo troviamo mescolato, ci chiama allo studio della nominanza del poeta in una regione diversa da quella in cui l’abbiamo considerata fin qui, e mentre chiude la prima c’invita alla seconda parte di quest’opera nostra.

 

 Note
____________________________

 

[1] Li romans de Dolopathos publié pour la premiére fois en entier par Ch. Brunet et Anat. De montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof. MUSSAFIA, che lo considerò come l’originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des ultfranzösischen Dolopathos, Wien, 1865; e Beiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l’Oesterley, Ioh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873, sulla quale veggasi l’eccellente critica di G. Paris in Romania, II, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) e studemund in Zeitschr. f. deutsch. Alterth. N. F. VIII, p. 415-425.

[2] Cfr. D’Ancona, Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.

[3] La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro, Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869, Researches respecting the Book of Sindibâd (transl. by H. CH. Coote). London, 1882.

[4] V. 12369 sgg. (Aen., VIII, 40 sg.).

[5] Dolopathos era d’origine troiana:

    «De Troie fu ses parentez»,

                                     v. 132.

[6] «Por ce ot nom Dolopathos

     Car il soufri trop en sa vie

     De doleur et de tricherie».

                           v. 134 sgg.

[7] V. 12890 sg., (August., De civitate Dei, XVIII, 1718).

[8] «Je sai tot le Vièz Testament», v. 4780.

[9] «César ot pur toute la vile

     Commandé ke tuit l’ennoraissent

     Et seignorie li portaiessent»,

                                     v. 1622 sgg.

[10] v. 1257 sgg.

[11] V. 1318 sgg.

[12] V. 1396 sgg.

[13] «La VII est Astrenomie

      Qui est fins de toute clergie»

Image du monde ap. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf, III, 335, 2.

[14] Lo dichiara diffusamente, v. 1152 sgg.

[15] V. 12530 sgg.

fefЄЭefe

Indice Biblioteca Indice dell'opera  Parte 2 - Capitolo 1 Parte 1 Capitolo 15 © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004