Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo XV

 

Tutto ciò può introdurci a intendere la genesi e la natura vera del Virgilio della Divina Comedia. – Se si tien conto di quanto abbiamo osservato sull’idea che si aveva dell’antichità e di Virgilio nel medioevo, è chiaro che con questo si trova d’ accordo ne’ suoi lineamenti generali il Virgilio dantesco, il quale non è certamente il Virgilio reale augusteo, ma il Virgilio ideale che risultava dai concetti propri di quell’età. Nondimeno sarebbe un errore il credere che la ragione per cui Dante sceglieva Virgilio per sua guida fosse intieramente esterna, quasi ch’egli, cercando nelle sue cognizioni un nome che meglio si adattasse a quell’ufficio, fosse indotto dall’aureola con cui si presentava il nome di Virgilio a scegliere questo. Il grande poema dantesco è tale che in esso, tanto per la stessa finzione poetica, quanto pel modo come questa è trattata, la persona e la subbiettività dell’autore è tenuta in vista continuamente. Dante ha voluto mostrarci il suo cosmo ideale, non fuori di sé e senza di sé, ma in sé e con sé. La scelta dunque delle simboliche sue guide non poteva esser fatta a caso, né determinata da ragioni esterne, ma doveva essergli prescritta inevitabilmente dalla storia del suo pensiero e della sua coscienza. Se egli avesse voluto fare un poema puramente didattico, in cui di sé e dell’anima sua punto o poco si trattasse ed in cui la sua persona figurasse soltanto artificialmente come avrebbe potuto figurarvi quella di un altro, di leggieri avrebbe potuto scegliere altri personaggi, od anche come altri fecero in casi simili e il simbolismo medievale invitava a fare, sceglier nomi di niente altro significativi che d’idee personificate, quali, a mo’ d’esempio, Pistis e Sofia o altri di tal natura, in luogo di Beatrice e Virgilio. Ma l’indole del suo poema era tale, ed il rapporto che questo aveva colla storia del suo pensiero e dei suoi affetti era così profondo, che egli dovette chiedere non ad altri che alla sua coscienza due nomi che fossero stati realmente compagni del suo spirito nelle varie vicende sue e potessero giustamente chiamarsi sue guide nell’ideale e psicologico suo viaggio. Tali erano Beatrice e Virgilio.

Il nome di Beatrice è nome di persona reale, e rammenta al poeta un primo suo affetto, ma la elaborazione ideale di questo oggetto del suo amore, finì col far rappresentare a questo nome una idealità mistica, sempre scopo di profondi affetti, ma lontanissima dal significato primitivo; talché pel lettore della Divina Comedia che altro non sapesse di Dante e ignorasse la Vita Nuova, Beatrice apparirebbe alla prima come un nome inventato. Virgilio, pur seguendo il processo del pensiero dantesco, rimaneva sempre cosa reale e concreta e non soltanto un puro nome segno d’idee e di affetti. Esso fu l’autore favorito di Dante, in esso Dante trovò pascolo a più di una idea fervorosamente coltivata e sostenuta, ed anch’esso, come Beatrice, fu tratto quindi nella maestosa corrente di quello spirito, seguendone gl’ideali e idealizzandosi esso pure. Gl’ideali a cui risponde Beatrice non sono intera creazione di Dante, ma sono alte sintesi del pensiero medievale; e questo stesso ha luogo per Virgilio, con tal differenza che mentre il nome di Beatrice è applicato agli uni soltanto per un processo della mente dantesca, per gli altri taluni caratteri si trovano nel medio evo già aderenti al nome virgiliano, per modo che, per quanto concerne Virgilio, Dante, innamorate di questo poeta, non ha fatto fino ad un certo punto che concretare in una sintesi personificatrice quanto sparpagliatamente risultava dalle idee medievali su di esso. S’intende però, ch’ei ciò non fece come raccoglitore, ma come interprete del pensiero medievale, che pur viveva in lui. Il tipo di Virgilio, come personaggio e come simbolo quale ei lo ha ideato e rappresentato, è di gran lunga più nobile e più grande di quello risultasse dai comuni concetti delle menti d’allora.

Dante non si riferisce mai nei vari suoi scritti, nei quali tanto si serve di Virgilio, ad autorità alcuna relativa al poeta; Macrobio e Fulgenzio pare ch’ei non li conosca; certo non si trovano mai nominati da lui, e non v’ha nei suoi scritti segno alcuno da cui possa dedursi ch’ei li leggesse. Egli conosce una interpretazione allegorica dell’Eneide che certamente non è sua, ma di cui non nomina l’autore, rammentandola come cosa ammessa generalmente; e questa non è l’interpretazione di Fulgenzio, ma quella che, forse ispirata dapprima da Fulgenzio, ebbe corso presso gli scolastici, quali Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury. Di questa egli può aver avuto contezza nei suoi studi filosofici a Parigi. Del resto Dante dalla lettura di Fulgenzio non avrebbe potuto essere che nauseato, tanto barbaramente concepito e opposto alla sua idea è il tipo di Virgilio in quell’opera, oltre che esso è unilaterale e non mostra che malamente e stupidamente una parte di ciò che Dante vedeva e sentiva in Virgilio. Intorno a Virgilio Dante non conobbe altro scritto che la biografia[1].

Noi non c’impegneremo in mezzo alle polemiche degli espositori, che con vari sistemi han voluto spiegare ciò che nel concetto dantesco rappresentino l’una e l’altra guida che il poeta ha scelto pel suo viaggio. La natura del nostro lavoro c’impone di cercare i rapporti del Virgilio dantesco con la tradizione letteraria, quanto lo ravvicina al Virgilio dei chierici medievali e quanto lo distingue da quello. Il viaggio dantesco è figurato come una peregrinazione d’interesse e di scopo psicologico.

È una visione graduata nella quale, per arrivare ad intuire la parte più eccelsa, l’anima deve prima purificarsi dalle impurità che la ottenebrano, passando dinanzi al «temporal fuoco e l’eterno», ritemprandosi nella meditazione di quanto la guasta e la minaccia, del male morale e delle sue sanzioni eterne. Così purificato e giunto a tuffarsi nelle acque rinnovatrici di Lete e di Eunoè, lo spirito si rende capace di accedere alla contemplazione della eterna idea. Due sono quindi le guide di Dante in questo psicologico viaggio, una più reale e concreta per la parte negativa, per quella parte in cui l’anima, rimanendo in regione umana, non fa che purificar sé stessa e rendersi degna e capace della visione beatifica; l’altra più mistica, ideale ed eterea per quella parte in cui l’anima estatica e trasumanata vien sollevata alla sfera sublime della perfezione e della beatitudine, ove più limpida e fulgida risplende «La gloria di colui che tutto move». Quest’ultima essendo la meta del viaggio, e la parte prima compiendosi soltanto come necessaria per giungere a questa, la principale guida è Beatrice, da cui dipende Virgilio, il quale da essa è mandato a Dante, tutto fa e tutto ottiene per Beatrice nei regni che percorre, ed a questa in ogni più grave dubbio rimanda. Così, nella meditazione purificatrice dalle più tristi e dolorose realtà, guida, maestro e conforto di Dante è un onestissimo pagano di gran nome e di grandissima sapienza; nella contemplazione dell’idea suprema appetita dall’animo come perfezione e felicità, guida è una donna simbolica e ideale il cui nome corrisponde pel poeta ad un affetto intenso e purissimo; la qual donna incarna in sé l’alta speculazione dello spirito in quelle condizioni d’i lume e di grazia che solo trovansi nel cristianesimo. La prima guida è di tal natura che quantunque molto s’inoltrasse nella via della purificazione e del perfezionamento, non potè giungere a rinnovarsi nelle acque di Lete e di Eunoè, né potè retrocedere tanto verso quel puro stato da cui l’uomo si allontanò, da togliere fra sé e Dio l’albero fatale ad Adamo; l’altra è guida perfetta che usufruì nell’intera pienezza il beneficio del sangue di Cristo. Beatrice sa quindi tutto quanto sa Virgilio, ma Virgilio non sa quanto sa Beatrice. Di mezzo alla storia curiosa e poco edificante dei tanti sistemi d’interpretazione che sono stati sostenuti e dei tanti vocaboli che sono stati messi innanzi per ispiegare ciò che simboleggiano Virgilio e Beatrice (sopratutto quest’ultima), riman sempre fuori di questione il fatto che Beatrice (sia la Teologia, la Filosofia rivelata, o altro che si voglia chiamare) ha la sua essenza e la sua ragione di essere unicamente nel cristianesimo, e ciò per cui si distingue profondamente da Virgilio è la rivelazione e la fede. Questa distinzione è del resto in più luoghi segnata a chiare note dal poeta, ed uno de’più espliciti è quello ove fa dire a Virgilio[2].

 

        «.... quanto ragion qui vede

Dirti poss’io, da indi in là t’aspetta

Pur a Beatrice, ch’è opra di fede».

 

Fra Virgilio e Beatrice non c’è opposizione veruna, ché Dante fa armonizzare intieramente ragione e fede; c’è anzi affetto e buona intelligenza, e nel senso più profondo della idea che rappresentano si può anche giustamente dire che si riducono ad una stessa cosa. Ma di questa stessa cosa essi rappresentano momenti e condizioni diverse tanto che ci è permesso occuparci qui, secondo il nostro intento, esclusivamente di Virgilio senza più toccare di Beatrice.

Le ragioni per cui Virgilio è guida di Dante sono molteplici; alcune le abbiamo già accennate parlando in generale di ciò che era Virgilio per Dante indipendentemente dalla Divina Commedia; riassumendole ora tutte in breve venendo a parlare di ciò che è Virgilio nella Divina Commedia.

In primo luogo Virgilio era l’autore prediletto di Dante e il più grande poeta ch’ei conoscesse. Grande poeta egli stesso, Dante intese ed apprezzò la nobiltà dell’arte virgiliana con più intelligenza di quello facesse mai alcun uomo del medio evo, e considerò Virgilio come suo maestro in fatto di stile poetico, in quel senso che noi sopra abbiamo dichiarato. Con entusiasmo egli ammirò in lui il cantore di una grande gloria esso stesso d’Italia. Con esso più che con qualunque altro autore egli meditò e maturò l’alta idea dell’impero, e con esso ne sentì tutta la grandiosa poesia; alla quale idea Virgilio non serviva per Dante semplicemente come teorista, ma sì come testimonio, tanto pel soggetto del suo poema, quanto pel momento storico a cui la sua persona appartiene. Inoltre, secondo il sistema d’interpretazione allegorica allora in voga, Dante trovava espresso allegoricamente nell’Eneide appunto quel peregrinare dell’uomo sulla via della contemplazione e della perfezione, ch’ei faceva subbietto del suo poema. Nel suo concetto dei rapporti fra la ragione e la fede, e della potenza dell’ingegno non rischiarato dalla rivelazione nel raggiungere certi grandi veri, di mezzo alla schiera dei grandi antichi e principalmente dei poeti, brillava Virgilio come colui che, secondo l’idea medievale, appariva più puro e più illuminato di ogni altro, materialmente più prossimo a Cristo, ed anche profeta, benché inconsapevole, di questo. Finalmente nell’ideare il materiale organismo del suo grande poema, da Virgilio egli prende la prima idea e molti particolari del suo viaggio fra i morti, e di lui più che di qualsivoglia altro autore fa uso in quella vasta tela, in varie guise[3].

Tutto ciò farà intendere, spero, com’io credo intenderlo, fino a qual punto sia profondamente vero e legittimo l’ufficio di guida sua che Dante attribuisce a Virgilio, e come la scelta di Virgilio per tale ufficio non sia, qual generalmente viene considerata, una mera invenzione determinata da ragioni esterne, ma corrisponda ad una realtà interna e psicologica tanto vera quanto quella a cui corrisponde la scelta dell’altra guida, Beatrice. Unitamente alle precedenti osservazioni che conducono a questa maniera d’intendere quella scelta, è necessario non dimenticare mai questo fatto essenziale, che Dante è ingegno creatore, non già in fatto di scienza, ma sì in fatto di poesia e d’arte, e con uno sforzo titanico di cui egli solo fu capace, la speculazione ei la trae nell’ambiente poetico, che è il proprio dell’anima sua, e la poetizza. Egli è poeta e si sente poeta anzi tutto; venerando sempre tutte le sommità dell’ingegno umano, se fra un filosofo e un poeta, grandissimi ambedue, egli deve scegliere un suo intimo, di certo sceglie il poeta. Perciò nel suo poema quelli coi quali si trattiene più a lungo sono artisti e poeti, Virgilio per primo, e Stazio, e Sordello, e Arnaldo e Casella, e quegli uomini «di cotanto senno» fra i quali egli è sesto nel Limbo, sono tutti poeti. Poeta egli si vede nella più ardente brama sua; questo è il merito suo supremo pel quale spera ottenere l’agognata cessazione dell’esilio e il ritorno, com’ei dice, «al bell’ovile ov’io dormii agnello»; e poetica è la corona ch’egli aspira a prendere nel suo «bel San Giovanni» ove prese il carattere di cristiano:

 

«Con altra voce omai, con altro vello

Ritornerò poeta, ed in sul fonte

Del mio battesmo prenderò il cappello».

                             Parad., XXV, 7 sgg.

 

La sua natura di poeta, e le sue predilezioni come tale, condivise dal suo duca, ei le ritrae mirabilmente in tal bellissimo punto ove guida e guidato, con grandissima loro confusione, s’accorgono d’aver dimenticato la seria metà della loro via, sotto il fascino di un dolce cantare[4].

In generale i dotti, anche più seri, che hanno parlato del Virgilio dantesco han trovato naturale che Dante, cercando un antico che potesse servir di simbolo alla ragione umana indipendente dalla rivelazione, si fissasse sul nome di Virgilio, di cui volgarmente è nota, benché in modo vago e confuso, la fama di onniscente e di quasi cristiano che ebbe nel medio evo. Niuno si è fermato a domandarsi come mai Dante, scolastico, non scegliesse Aristotele. Eppure al tempo di Dante, come Dante stesso lo dice, il «maestro di color che sanno» era Aristotele e non Virgilio, e la onniscienza si attribuiva allo Stagirita non meno che al Mantovano, e Dante, come gli altri, considera Aristotele come autorità suprema in filosofia, come maestro e duca della ragione umana[5], ed anzi, come ognuno sa ed intende, nella regione propria della scolastica il nome di Virgilio è di gran lunga vinto da quello di Aristotele[6]: leggende relative alla sapienza di quest’ultimo non mancarono; anche di lui ci credette che fosse tanto cristiano quanto mai si poteva esserlo prima di Cristo, e si disputò seriamente se l’anima sua fosse in paradiso [7]; finalmente anche per l’idea dell’impero Dante non lascia di far uso, nelle parti teoriche, dell’autorità del grande maestro. Ma ad onta di tutto ciò, Aristotele estraneo a Roma, greco e non latino[8], affatto ignoto a Dante come poeta, non avea quella intimità e quell’affinità con Dante che avea Virgilio, e d’accordo con quanto sopra abbiamo osservato, non poteva realmente essere scelto da lui per sua guida. Il Virgilio della Divina Comedia rivela anch’esso come ogni prodotto dantesco fino a qual punto Dante aderisse al medio evo, ed insieme fino a qual punto si separasse da questa età, superandola grandemente. Il concetto medievale di Virgilio lo ritroviamo qui, ma la mente geniale e creatrice del poeta gli ha impresso il suo stampo originale, e di mezzo a quei rozzi elementi che più di una volta ci han fatto sorridere, ha saputo trarre un tipo nobilissimo, che è creazione sua. Delle idee medievali su Virgilio talune sono da lui sapientemente eliminate, altre purificate e finalmente elaborate[9]. Al tempo di Dante, oltre a quanto già abbiamo riferito della tradizione letteraria su Virgilio, erasi già anche diffusa la leggenda popolare relativa a questo nome ed erasi già anche introdotta nella letteratura, sì nella romanzesca che nella dotta. Dante, che non era estraneo né all’una né all’altra, di certo ne avea contezza, come mostra di conoscerla il suo dolcissimo Cino, che l’avea appresa dal popolo a Napoli. È un errore ben grande però il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago o taumaturgo o accenni in qualche maniera a quanto si pensò di su di lui in tal quantità[10]. Basta fermarsi un poco a riflettere sulla grande idea che ha Dante del poeta, e sul culto, non punto triviale e cieco, che professa per lui, per intendere come quelle fole che si spacciavano dalla plebe napoletana sul suo Virgilio e che altri accoglievano troppo leggermente, dovessero ripugnargli. E del resto il modo com’ei tratta i maghi e gli astrologhi nel suo poema mostra chiaro che, nel suo concetto, non solo quelle arti non avrebbero per lui costituito il profondo sapiente che costituivano pel popolo, ma anzi l’esser così sapiente com’ei presenta Virgilio escludeva affatto l’occuparsi di quelle. Secondo il concetto suo, sarebbe stato obbligato a collocare Virgilio all’inferno con Guido Bonatti, con Asdente, e con gli altri, dei quali invece Virgilio si mostra in quel canto tutt’altro che amico ed ammiratore[11] . Ma Dante non ha cercato pel suo Virgilio idea alcuna che fosse estranea agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva il nome del poeta, e la magia in questi ideali non c’era davvero.

La parte puramente popolare che aderiva ad un nome letterario non poteva essere accettata da un uomo che conduceva l’arte così in alto e che tanto altamente pensava dei poeti antichi. In fatto di arte e di opera intellettuale Dante è fieramente aristocratico. Neppure ciò che in mezzo alla tradizione letteraria accompagnava allora il nome del Mantovano, si addiceva intieramente all’alto concetto dantesco ed all’uso che Dante fa di Virgilio come simbolo di nobilissima cosa. Egli ha purificato quindi quel nome da più d’una macchia che lo deturpava agli occhi dei cristiani. Certo, Virgilio non è un poeta osceno, e fra gli altri si distingue per certa sua pudica riserbatezza[12]; pur nondimeno gli amori che canta nelle Bucoliche e anche nell’Eneide destavano scrupoli in più di un asceta medievale, che condannava quella poesia come cosa sensuale e lasciva; inoltre tali fatti leggevansi nella biografia del poeta ed anche avean riscontro nelle Bucoliche, secondo i quali Virgilio avrebbe dovuto esser collocato nel cerchio dei violenti contro natura[13] là dove il poeta non esitò a collocare, come prototipo dei maestri di scuola, Prisciano, e il proprio maestro istesso Brunetto. Finalmente quanto alla purezza della dottrina virgiliana, c’era bensì nel medio evo l’idea che il grande poeta latino si fosse grandemente accostato ai principi cristiani, ma c’era anche quella ch’egli come pagano fosse poi anche caduto in più d’un errore, singolarmente epicureo. Questo già vedemmo essergli apposto da Fulgenzio stesso, e si accordava colla sua biografia che lo presenta come discepolo di un epicureo, ed anche col fatto, poiché realmente principi d’indole epicurea, com’è naturale in un poeta di quella età in cui l’epicureismo era tanto in favore presso i romani, non mancano nelle sue opere. Tutto ciò Dante ha lasciato intieramente da parte, sia perché queste a lui si presentassero come macchie di poco rilievo dinanzi a tanta grandezza di meriti, sia perché le interpretazioni allegoriche gli permettessero di non vedere nel poeta quel male che altri in esso trovava. Nella cerchia dei violenti contro natura, Virgilio non dice parola, e il modo amorevole ed affettuoso con cui ivi Dante parla a Brunetto suo maestro, mostra quanto in casi simili i meriti gli facessero dimenticare certe colpe. Dell’epicureismo poi Dante non ha una idea diretta intiera e adeguata. Sa da Cicerone De finibus che Epicuro considera fine dell’uomo la voluttà; ma lo sa vagamente[14]. La principal colpa per cui egli colloca gli epicurei in inferno è questa ch’essi «l’anima col corpo morta fanno», principio ch’ei non poteva attribuire al suo poeta, che avea descritto egli stesso il regno dei morti. Perciò Virgilio in quel canto gli parla degli epicurei senza mostrare di averne condiviso alcun errore. E questo processo di purificazione è proprio di Dante, né soltanto nel suo Virgilio si ravvisa. Tutto traendo in regione astratta e ideale, egli di ciascuna cosa non considera che i caratteri più profondamente tipici, trascurando le imperfezioni di fatto, o le deviazioni che una piccola critica troppo realistica avrebbe avvertito. Così il suicida Catone non ha luogo nella cerchia dei violenti contro sé stessi, fra i quali pur troviamo figure tanto patetiche, ma occupa quell’alta dignità, ed è quella veneranda e santa figura che tutti sanno. Similmente nell’idea di Roma e dell’impero, tanto assiduamente seguita e profondamente rappresentata nel suo poema, Dante rammenta i grandi tipi ideali di Enea, Cesare, Augusto, Traiano, Giustiniano; ma i brutti tipi di antichi imperatori che la tradizione storica e la leggenda medievale gli avrebbe inevitabilmente impedito di collocare altrove che fra i dannati, come p. es. Nerone, ei non nomina mai.

Virgilio apparisce nella Divina Comedia molto più ricisamente cristiano di quello apparisca nella tradizione del medio evo; ma riman sempre chiara la distinzione che fa il poeta fra ciò che Virgilio fu mentre visse e ciò ch’egli è dopo morto. Virgilio parla sempre come anima di morto, che da lunghi secoli vive nel luogo assegnatole secondo i suoi meriti; colla morte il velo le cadde dagli occhi, e la vita di oltre tomba le rivelò quei veri che prima non avea conosciuti e le fece intendere il suo errore, benché involontario, e le giuste conseguenze di questo. In questo Virgilio non trovasi in una condizione privilegiata; ei non sa più di ciò debba aver appreso qualunque morto, senza escludere i dannati. Questa è idea cristiana, non propria di Dante soltanto, e da questo lato il Virgilio di Dante si accorda col Virgilio di Fulgenzio. Anche presso Fulgenzio Virgilio parla come ombra suscitata dal regno dei morti: lo scopo a cui serve essendo diverso da quello del Virgilio dantesco, non dice quale fra i morti sia la sua condizione, ma si vede chiaro che certe verità e certi suoi errori ha riconosciuti nella vita di oltre tomba, e che tal soggetto è per lui penoso ed umiliante, né su di esso ama trattenersi. Ben più espansivo, diverso affatto per iscopo, significato e carattere, il Virgilio di Dante sa e dice quanto la morte gli apprese; sa che erano «falsi e bugiardi», gli Dei che si adoravano al suo tempo, sa che cosa è il Dio dei cristiani ch’ei prima non conobbe, e quindi Dante lo prega:

 

«Per quel Dio che tu non conoscesti»,

 

sa che questo Dio è «una sustanzia in tre persone», conosce il beneficio del «partorir Maria» Queste ed altre simili cose sa Virgilio per la stessa ragione per cui conosce molti fatti posteriori alla sua vita terrena, anche dei contemporanei di Dante, di recente venuti in inferno; ed anche dei fatti anteriori sa quanto prima non avrebbe potuto sapere, conosce Nembrotto[15] e cita il Genesi insieme ad Aristotele[16]. Tutto quanto egli ora sa lo fa riflettere tristamente sulla sua condizione e su quella di Platone e di Aristotele e di tanti altri grandi antichi, che perderono la beatitudine eterna perché non seppero quanto col solo lume della ragione era impossibile sapere[17]. Però, se le verità cristiane che Virgilio rammenta o anche spiega, le sa come morto, ciò non vuol dire ch’ei le sappia come un morto qualunque; il poeta dando valore e significato di simbolo ad un nome reale avente caratteristiche già ben note e determinate, non poteva presentare questo sapere oltramondano di Virgilio come indipendente al tutto, o diverso e intieramente diviso dal suo sapere mondano. C’è quindi fra le due vite del poeta continuità e non mai opposizione. Quello ch’egli ha appreso dopo morto non lo spinge a disdire nulla di quanto la sua ragione gli dettò vivendo; anzi v’ha tal caso in cui Dante muove un dubbio e Virgilio gli prova che il suo:

 

«Desine fata deûm flecti sperare precando»

 

quando giustamente s’intenda, non si oppone affatto alla dottrina cristiana sull’efficacia della preghiera per le anime purganti[18]. Questo accordo si cerca di mantenerlo sempre nella regione ideale alla quale appartiene Virgilio come simbolo; di certe deviazioni neppur qui si tien conto e deliberatamente son passate sotto silenzio. Così, benché Dante prendendo da Virgilio l’idea fondamentale del viaggio fra i morti, l’abbia poi notevolmente alterata nei particolari, secondo certi concetti suoi e certe esigenze della idea e della tradizione cristiana, pur nondimeno queste differenze fra i luoghi che percorrono e quelli descritti da Virgilio non sono mai accennate o toccate in alcuna guisa nel suo poema. Dante nei poeti antichi distingue nettamente l’idea significata in modo aperto o figurato, e l’espressione e finzione poetica che ne è l’involucro; perciò fa anch’egli uso dei nomi e delle imagini mitologiche, non soltanto come simboli, ma anche come elementi puramente poetici[19]. Del viaggio di Enea all’inferno egli prende sul serio l’idea di cui lo considera come figura o simbolo della parte formale e fantastica egli prende talune cose, altre lascia fuori, altre cambia, senza che ciò possa esser soggetto di discorso nel rapporto, tutto ideale, che è fra lui e Virgilio[20].

Il concetto della purificazione dello spirito e della intuizione di grandi veri, avvenute per semplice sforzo di mente eletta e privilegiata, e senza alcun aiuto esterno, là dove si trovasse applicato ad un nome avente già un carattere letterario o dotto, portava necessariamente con sé l’altro concetto di una sapienza straordinaria e di una dottrina vasta ed enciclopedica. Perciò il Virgilio di Dante è così sapiente come lo vede Macrobio, Fulgenzio e tutto il medio evo. Virgilio nella composizione dantesca ha occasione di presentare soltanto taluni lati del suo sapere enciclopedico; nondimeno si vede chiaro che questo virtualmente esiste in lui, solo limitato là dove comincia il campo di Beatrice; ed anche qui ei sa come ombra, ma la sua veggenza di ombra armonizza colla già sua sapienza di uomo, poiché, non conviene dimenticarlo, per quanto Virgilio sia qui idea e simbolo, la realtà sua di uomo vissuto e di poeta non è mai perduta di vista, anzi è frequentemente richiamata. Perciò la grande sapienza e onniscienza virgiliana che abbiamo trovata nelle idee del medio evo, la ritroviamo in Dante, a cui quella idea, non solo serviva pel suo intento nel poema, ma si presentava da sé anche indipendentemente da questo, come cosa evidente e non punto assurda; giacché in realtà, le proporzioni e la natura del sapere del medio evo rendevano possibile, anzi necessario, il concetto dell’enciclopedia come concetto di dottrina completa, ed enciclopedica è la tendenza dei dotti di quel tempo, come di Dante stesso. Il medio evo propriamente considerava gli antichi poeti principalmente come savi e come filosofi; Dante si accordava con esso e se ne discostava, in quanto anch’egli li considerava come savi[21], ma non dimenticava punto ch’essi erano poeti, e veramente poeti. La profondità del pensiero nella poesia, è appunto ciò per cui egli si ravvicina, come poeta, agli antichi, a capo dei quali è Virgilio. Virgilio adunque, come il più alto poeta antico, è anche il più sapiente e più dotto fra gli antichi poeti, e riconosciamo le idee del medio evo intorno ad esso quando Dante lo chiama «virtù somma» e «quel savio gentil che tutto seppe» e «tu che onori ogni scienza ed arte» e «mar di tutto senno» ecc. Questa distinzione la ottiene Virgilio principalmente fra i poeti; in altre categorie di grandi antichi altri vi sono che non appariscono, secondo Dante, meno dotti o sapienti di lui; poiché Dante, come già abbiamo notato, è pieno di entusiasmo per ogni illustre antico, ed è ben lieto di trovarsi nel limbo dinanzi a quelli «spiriti magni» de’quali ei dice: «che di vederli in me stesso m’esalto». Con Dante si giunge a fare distinzioni che i monaci medievali non facevano, e il nome di Virgilio, benché non torni intieramente al suo vero posto, è già sulla via di tornarvi. Se adunque la scelta di Virgilio come rappresentante della ragione e del sapere umano corrisponde al posto che occupa nella tradizione medievale questo antico, dato quel concetto dell’antichità più elevato che è proprio di Dante, per ispiegare la scelta dobbiamo sempre ricorrere alle ragioni interne che abbiamo già esposte.

Le varie anime colle quali trovasi Virgilio nel limbo, e la ragione per cui ivi con quelle si trova, costituiscono già dal principio del poema una caratteristica generale di quel tipo che dev’essere proprio al poeta, di cui l’indole individuale è in tutto il poema tratteggiata con una maravigliosa delicatezza. Virgilio è una delle anime pure che senza lor colpa rimasero prive del bene eterno. Dio lo ha posto «fra color che son sospesi» perché fu «ribellante alla sua legge» e «non per fare, ma per non fare» e «per non aver fè» e «perché se fu dinanzi al cristianesmo, Non adorò debitamente Iddio». Ivi con lui sono grandi d’ogni specie, poeti, scienziati, filosofi, eroi, eroine, personaggi storici, fra i quali anche il Saladino, come c’erano pure, prima che Cristo scendesse a liberarli, Mosé, Rachele ed altri grandi dell’antica legge. Insieme con tutte queste anime venerande, che ivi stanno

 

                     «con occhi tardi e gravi

Di grande autorità ne’ lor sembianti».

 

trovansi anche i pargoletti neonati che morirono prima che il battesimo li purificasse della sola colpa loro. Tale è la compagnia in cui vive Virgilio:

 

«Quivi sto io co parvoli innocenti

Dai denti morsi della morte, avante

Che fosser dell’umana colpa esenti.

Quivi sto io con quei che le tre sante

Virtù non si vestiro e senza vizio

Conobber l’altre e seguir tutte quante».

 

La comune condizione in cui trovansi tutti questi abitanti del limbo stabilisce e suppone fra di essi certa comunanza di sentimenti, non toglie però che ciascuno debba avere un carattere suo particolare, determinato dal suo nome e da ciò ch’ei fu in vita. Il genio del poeta, così abile nella pittura dei caratteri e nel coglierne le varietà, non avrebbe mai confuso i tipi diversi, e se avesse scelto a sua guida Aristotele, Ovidio o Lucano, senza dubbio li avrebbe presentati con lineamenti diversi da quei di Virgilio. Anche in questo troviamo raffinato e nobilitato il barbaro e grossolano ideale del medio evo; anzi qui la cosa ha luogo al punto che l’ideale dantesco, piuttosto che essere basato sui concetti del medio evo, apparisce d’accordo colla realtà storica. Quando si riflette a quanto vien pure determinato dalla finzione del poema, dall’essere cioè Virgilio abitante del limbo e messo di Beatrice e simbolo, sorprende la straordinaria armonia di concetti per cui uno risultando dall’altro e tutto combinandosi in una idea sola che pur trae Virgilio tanto al di là dell’esser suo reale, pur nondimeno senza stonatura di sorta, ma in pieno accordo col resto, troviamo in Virgilio un tipo assai più prossimo al vero di quello mai mente medievale lo concepisse. Infatti il carattere del Virgilio dantesco è in fondo, non solo quale viene indicato nella biografia, ma quale realmente trasparisce nell’indole di tutta la poesia virgiliana. È un’anima dolce e mite che ha un nobile sentimento di sé, affatto lontano da alterigia, dotata di una sensibilità delicatissima, che anche quando si adira rimane piena di candore, assennata e giusta, e dove sia pur leggermente malcontenta di sé arrossisce e si confonde come una verginella [22].

Dinanzi ad un tipo siffatto è impossibile non rammentarsi il soave carattere d’uomo che trasparisce nella poesia virgiliana, l’«anima candida» che Orazio riconosce in Virgilio, il titolo di Virgo che si volle trovare in questo nome e di Parthenias che applicarono al poeta i suoi contemporanei napoletani. Non credo possa dubitarsi che lo studio intenso ed intelligente del Mantovano deve avere ispirato e guidato il poeta nel fissare i lineamenti ideali di questa elevata e nobilissima figura.

Questo carattere sta poi in pieno accordo con quanto è Virgilio come simbolo. Dante considera il genio e la sapienza umana con entusiasmo e con venerazione, ma anche con giusta intelligenza; ei non la vede lontana e misteriosa come una fantasmagoria, né crede doversi rimpicciolire dinanzi ad essa. Egli ha la coscienza della propria superiorità ed ha anche, né lo nasconde, tutto quel legittimo sentimento di sé che deve accompagnarla. Dinanzi al suo Virgilio ei non si trova punto a disagio, anzi c’è simpatia evidente, affetto e stima reciproca fra i due poeti. Dante tratta Virgilio con rispetto e venerazione, ma senza bassezza, come un maggiore della bella famiglia a cui anch’egli sa di appartenere; e Virgilio verso di lui non tiene atteggiamento di uomo superbo, ma si mostra amorevole, premuroso, e paterno, quantunque superiore per la posizione di maestro e duce che Dante stesso gli assegna[23].

Una mente eletta che intendeva giustamente la poesia e il sapere e conosceva in che veramente stesse la nobiltà loro, non poteva fare di Virgilio, come fece Fulgenzio, un superbo, tenebroso e antipatico barbassoro, né di sé stesso un povero homunculus qualsivoglia. Il Virgilio di Fulgenzio è figlio della barbarie stolida e ignorante che abbassa ciò che vorrebbe innalzare, quel di Dante è figlio di un rinnovamento genialmente manifestato e rappresentato, che riscatta e rialza quanto la barbarie abbassava e deturpava.

Il tatto delicatissimo con cui Dante ha tratteggiato questa bella figura del suo Virgilio è posto in chiaro anche da certe leggere ombreggiature, mediante le quali, senza toglier nulla di molto essenziale alla sua purezza, egli ha mostrato, conseguentemente alla finzione del suo poema, Virgilio inferiore ad altri quanto a perfezione. Egli non solo ammette che nell’antichità anteriore a Cristo ci fossero uomini più perfetti di Virgilio, ma anzi dalli stessi versi del Mantovano desume l’idea del collocamento di Catone, e il nome di quel Rifeo, il quale perché da Virgilio indicato come «iustissimus unus qui fuit in Teucris» ei colloca in paradiso. Il tipo di Catone sovranamente delicato, e idealizzato anch’esso secondo idee tradizionali[24], santo, maestoso, venerando, ma severo, stoico, atrox animus, e spoglio di ogni sentimentalità terrena, trovasi ad un gradino notevolmente superiore a quel di Virgilio, così nel merito come nel carattere. Tanto in là Virgilio non arrivò, e Dante con maestria tutta sua, non solo lo mostra più prossimo e familiare a sé prima di giungere alla purificazione, ma anche, senza introdurre alcun elemento storico o realistico desunto dalla biografia, e solo tratteggiandone il carattere, lo mostra suscettibile di talune leggere debolezze che a Catone non potrebbero attribuirsi e molto meno a Beatrice. Caratteristico è il luogo ove Virgilio si lascia soverchiamente trattenere dal canto di Casella; ma molto più evidente, pel contrasto dei due tipi posti a fronte l’uno dell’altro, è il luogo ove Virgilio parlando a Catone crede di poterlo commuovere pregandolo per Marzia sua. Le parole placidamente severe colle quali Catone ricusa quella lusinga, solo avendo riguardo alla «donna del ciel che muove e regge» Virgilio in quella via, segnano nel modo il più manifesto la differenza nel grado di purificazione a cui giunsero quelle due anime.

La varia gradazione nell’ordine della purificazione e del perfezionamento, volendo esser fedeli al concetto del poeta, è la prima base da cui conviene partire per determinare ciò che simboleggiano coloro che guidano o rischiarano Dante nel suo viaggio. Virgilio, che non ebbe fede, lo guida con passo sicuro attraverso all’inferno, ma nel purgatorio in cui già comincia il regno più esclusivamente cristiano della grazia, egli è incerto e di molto ignaro e guida Dante dietro informazioni altrui. È quella la parte della via del perfezionamento ch’ei non percorse intiera né con passo sicuro, mancandogli la scorta delle e «tre sante virtù». Ad un certo punto adunque a lui si unisce, nell’accompagnar Dante, Stazio che è presentato quasi una emanazione di Virgilio, come quegli che, non solo per lui fu poeta, ma per lui fu anche cristiano, quale sarebbe stato Virgilio se fosse nato dopo Cristo. In questo luogo del poema, con artificio profondo e delicatissimo e con grande opportunità, viene posta innanzi per prima volta l’idea medievale e sulla profezia relativa a Cristo contenuta nella 4.a ecloga. Virgilio che fu profeta di Cristo, ma senza saperlo, e di Cristo non parla mai in tutto il poema, trova, per così dire, un supplemento a questa sua deficienza nell’accompagnar Dante, in Stazio, il quale, nato dopo Cristo, potè intendere il significato di quella profezia e per quella si convertì al cristianesimo. Stazio, come Dante, ammiratore entusiasta del Mantovano arriva a dire:

 

«E per esser vissuto di là quando

Visse Virgilio assentirei un sole

Più ch’io non deggio, al mio uscir di bando».

 

Di qui il bel movimento di affetti e il calore delle vive effusioni sue allorché sa che Virgilio gli sta dinanzi, e il motivare della sua riconoscenza verso il poeta:

 

                   «..... tu prime m’inviàsti

Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,

E prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte

Che porta il lume dietro e sé non giova,

Ma dopo sé fa le persone dotte,

Quando dicesti: – secol si rinova,

Torna giustizia, e primo tempo umano,

E progenie scende dal ciel nuova. –

Per te poeta fui, per te cristiano, ecc.».

 

Ma ad onta della sua conversione qualche impurità rimase a Stazio, che lo tenne al di qua della suprema perfezione; di questa però ei sta a purgarsi in quel regno ed ormai la sua purgazione è intera. Perciò Virgilio all’apparire di Beatrice sparisce, Stazio segue invece, e con Beatrice e con Dante esce dal purgatorio ed entra in paradiso; ma quivi è del tutto dimenticato dal poeta, il quale omai d’altra guida che Beatrice non ha d'uopo.

Tale è il momento principale da cui risulta la natura ed i limiti di ciò che simboleggia Virgilio nella Divina Comedia. Dante ha una sua idea ben nota, sul migliore ordinamento dell’umanità; egli non aspira soltanto al perfezionamento di sé stesso, aspira all’attuazione di un ideale della società umana ch’ei considera come il più perfetto, il più consentaneo alle leggi della giustizia, della morale e della religione, e perciò come il più appropriato anche al perfezionamento e alla felicità individuale. La distinzione fra spirituale e temporale, fra papa e imperatore, sta alla cima e alla base di questo concetto, che è fondamentale nella Divina Comedia. Enea e Paolo sono i due suoi predecessori in viaggio siffatto, e in fondo all’universo ei vede collocati i più grandi peccatori ch’ei conosca, i traditori di Cesare e di Cristo. Quest’ordine di cose ei non, lo presenta come un progetto, ma come un fatto voluto con legge eterna da Dio, reso manifesto in gran parte dalla ragione e dalla storia dell’umanità e confermato dalla fede. Conseguentemente, quell’ideale ei lo trova vivo in tutte le rette coscienze oltramondane e principalmente nelle sue guide. S’intende come di questo concetto, risultante dalla speculazione filosofica e storica, tutta quella parte che si riferisce all’impero e alla potestà temporale, debba essere inclusa nella sapienza virgiliana, e debba trovarsi in Virgilio così nel senso letterale, come nell’allegorico[25].

Virgilio, storicamente, è contemporaneo del buon Augusto, ossia dei principi dell’impero nella pace, prossimo al gran fatto per la cui la provvidenza preparava Roma a divenire

 

                                     «lo loco santo

U’ siede il successor del maggior Piero»

 

ed era il cantore dell’impero universale. Ma Virgilio era anche colui che allegoricamente avea cantato la vita contemplativa, e in ordine a questa avea inteso quel più perfetto ordinamento della società umana. Sarebbe dunque tanto ingiusto il dire che Virgilio in Dante non rappresenta altro che l’idea dell’impero, quanto lo sarebbe il dire che la Divina Comedia non contenga nulla di più che l’idea politica di Dante. Come personaggio storico Virgilio deve essere ed è posto in istretto rapporto coll’idea dell’impero; ma questa idea che a Dante risulta da ragioni di alta speculazione, Virgilio deve contenerla anche in quanto egli è simbolo, poiché, secondo Dante, la ragione, la prudenza, il sapere, l’intelligenza umana debbono necessariamente riconoscere la legittimità dell’impero romano e la perfezione di quel grande ideale di società civile ch’ei concepisce.

Se si chiede sino a qual punto la tradizione medievale precorresse a Dante nel porre Virgilio in rapporto coll’idea imperiale, troviamo che anche qui la mente eccelsa del nostro poeta non ha trovato prima di sé che elementi, già esistenti bensì oscuramente nelle coscienze, ma ancora affatto privi di una formula determinata. L’idea dell’impero, come abbiam veduto, non venne mai meno nel medio evo e fu l’obbiettivo ai molti principi. Niuno avea però raccolto e sviluppato quell’idea, come fece Dante, in una teoria politica avente le sue radici in una vasta speculazione di obbietto universale che include anche la storia dell’umanità. Invano adunque si cercherebbe un altro scrittore del medio evo presso cui Virgilio e l’idea imperiale si mostrino così storicamente e filosoficamente congiunti, come presso Dante[26].

Qui dobbiamo fermarci. Quanto pel nostro tema abbiam trovato da dire sul Virgilio dantesco, ormai l’abbiam detto. Procedendo più oltre verremmo ad occuparci troppo esclusivamente di Dante, perdendo di vista quei rapporti del suo Virgilio colla tradizione che ci hanno condotto a studiare questo personaggio del suo immortale poema. <

 

Note
__________________________

 

[1] Ved. Inf., I, 67 sgg.; Purg. III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.

[2] Purg., XVIII, 46 sgg.

[3] Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citare Guido Da Pisa nel narrare i fatti di Enea.

[4] Purg., II, 106 sgg.

[5] «.... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenza d’Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenza» Convivio, IV, 17; ved. sull’autorità d’Aristotele e le sue ragioni principalmente Convivio IV, 6.

[6] La più curiosa espressione del primato d’Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è il Fabliau intitolato La bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:

     «Aristote, qui fu à piè

     Si fist chéoir Gramaire enverse.

     Lors i a point mesire Perse,

     Dant Juvénal et dant Orasce,

     Virgile, Lucain et Etasce,

     Et Sédule, Propre, Prudence,

     Arator, Omer et Térence.

     Tuit chaplèrent sor Aristote

     Qui fu fers com chastel sor mote.»

Ved. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf, III, p. 338. Propre non è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.

[7] Ved. Lambertus De Monte, Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae. Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Chrsti!». Nella poesia francese intitolata: Enseignmnents d’Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved. Hist. Lit. de la France, XIII, p. 115-118. Cfr. Ruth, Studien über Dante Alighieri, p. 258 sgg.

[8] Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co’ greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de’ latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse, (Inf., XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:

     «Lascia parlare a me; ch’io ho concetto

     Ciò che tu vuoi; ch’e’sarebbero schivi.

     Perché fuor Greci, forse del tuo detto. »

Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf., XXVII, 33) gli dice «.... parla tu, questi è latino. »

[9] Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch’egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch’ei dice di Virgilio (Inf., I, 63): «chi per lungo silenzio parea fioco». Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poiché Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famoso saggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».

[10] È tale l’oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un’allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf., IX, 22):

     «Ver’è ch’altra fiata quaggiù fui

     Congiurato da quella Eritòn cruda

     Che richiamava l’ombre a’corpi sui».

Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant’altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevoli frodi. Finzi (Saggi danteschi, p. 137) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch’ei chiama «la tradizione popolare». Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D’Ovidio, Dante e la Magia in Nuova Antologia, S. III, 41, 1892, p. 213 sgg.

[11] Inf., XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand’è ben morta»; v. 117 «Delle magiche frode seppe il giuoco »; v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago».

D’Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl’indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel cauto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come ai rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl’indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì né magiche frodi malìe fattucchierie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un’alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passion porta? » si riferiscono esclusivamente agli indovini; passione è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di azione. Iddio essendo per sua natura essenzialmente azione o atto, inaccessibile a passione ossia all’esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l’indovino, il giudizio suo imperscrutabile vi porta passione, ossia lo rende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi», coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser pio non può esser pietoso: «Qui vive la pietà (come opposto di empietà) quand’è ben morta (come pietosità)»; solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola pietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

[12] Cfr. Klotz, De verecundia Vergili, in Opuscula varii argumenti, p. 242 sgg.

[13] Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l’idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel De Maura, Lib. de Ensal., sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour les grands hommes soupçonnés de magie, p. 455 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil’s in Kritische Walder, II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des p. Vergilius Maro, p. 28 sgg.

[14] «Sì come pare Tullio recitare nel primo di Fine di beni ». Conv., IV, 6. Il De natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull’epicureismo, non lo conosce.

[15] «Questi è Nembròt per lo cui mal coto

       Pure un linguaggio nel mondo non s’usa»

                                              Inf., XXXI, 77.

[16] «se tu ti rechi a mente lo Genesi», Inf., XI, 106; «La tua Etica», ib., 80; «la tua Fisica», ib. 101.

[17] – E disiar vedeste sanza frutto

       Tai che sarebbe lor disio quetato,

      Ch’etternalmente ò dato lor per lutto:

       Io dico d’Aristotile e di Plato,

       E di molt’altri. – E qui chinò la fronte

       E più non disse, e rimase turbato»

                              Purg., III, 40 sgg..

[18] Purg., VI, 28 sgg.

[19] Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l’antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo del Purgat., XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:

« – Quelli che anticamente poetaro

L’età dell’oro e suo stato felice,

Forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice,

Qui primavera sempre, ed ogni frutto;

Nettare è questo di che ciascun dice. –

Io mi rivolsi addietro allora tutto

A’ miei Poeti, e vidi che con riso

Udito avean l’ultimo costrutto » .

[20]] Cfr. intorno a ciò Fauriel, Dante et les origines etc., II, p. 435 sgg.; Ozanam (Dante et la philosophie cathol. au treiz siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d’indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.

[21] Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf., IV, 110), così spesso Virgilio (Inf., VII, 3; XII, 16; XIII, 47) e Stazio (Purg., XXIII, 8; XXXIII, 15).

[22] «El mi parea da sé stesso rimorso:

O dignitosa coscïenza e netta,

Come t’è picciol fallo amaro morso!».

                              Purg., III, 7 sgg.

[23] «Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede D’Ovidio (Saggi critici, p. 326), di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v’offende!» Inf., VII, 70. Ma ivi, benché parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è eosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.

[24] Cfr. Wolff, Cato der jüngere bei Dante in Jahrh. d. deutsch. Dantegesellschaft, II, 225 sgg.

[25] È questo l’aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dal Ruth nei suoi Studien über Dante Allighieri (Tübing. 1853), p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante, Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina Commedia in Heidelberger Jahrbücher, 1850

[26] Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storicofilosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d’altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004