Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo XIV

 

Dopo quanto abbiamo detto s’intenderà facilmente la ragione storica per cui la più alta sintesi e ad un tempo la maggior nobilitazione delle idee medievali su Virgilio che abbiamo fin qui esposte ed esaminate, si trovi alla fine del medio evo in Italia, e sia opera, non di un ecclesiastico, ma di un secolare. Chi ha seguìto questo nostro studio, notando i rapporti fra le evoluzioni del pensiero e le vicende del nome Virgiliano, non potrà certo attribuire al caso quella tale invincibile attrazione che prova Dante per Virgilio, il più grande poeta italiano pel più grande poeta latino.

Dante, se noi lo consideriamo nelle sue conoscenze e nelle tendenze speciali della sua attività mentale, appartiene tutto al medio evo e si distingue profondamente dagli uomini del risorgimento. Egli non è grammatico, né filologo, né umanista di professione. È un’anima calda ed entusiasta, di fibra eminentemente poetica, aperta ad ogni grande e nobile sentimento, governata da una mente profonda che ha un bisogno irresistibile di dilatarsi e spaziare in alte e vaste speculazioni. Egli abbraccia l’enciclopedia medievale o scolastica, sempre però con tendenza speciale per la parte speculativa di questa, subordinando alla speculazione la disciplina letteraria anche nel campo delle lettere volgari, nelle quali egli introduce, così nel grande poema, come anche nelle liriche e nelle prose, una profondità che mai non avean raggiunta né in italiano né in alcun’altra delle lingue moderne. Quella tendenza speculativa era invero la tendenza delle menti studiose d’allora, alla categoria delle quali Dante apparteneva. Ma ciò in cui Dante si distingue da tutti gli altri dotti dell’epoca gli è che la speculazione in cui si marita colla poesia ed appunto con quella poesia volgare da cui tanto la tenevano divisa altri dotti, i quali non consideravano i volgari che come organi possibili del pensiero popolare. Perciò Dante che per istudi e per operosità di mente è nominalmente chierico, è di fatto laico non solo per istato, ma per sentimento, per opinione e per tendenza, e presso niun altro scrittore medievale prima di lui il sapere diviene tanto schiettamente laico quanto lo diviene con lui. Ormai si sente che i volgari e la produttività laica dall’umile sfera popolare sono innalzati a quella dell’arte di proprio nome e dell’attività scientifica. Questo solo fatto, di ardimento miracoloso per quel tempo, di chiamare il volgare a servir di organo ad un’opera così vasta e profonda pei momenti storici e scientifici che abbraccia e per le vedute di alta speculazione storico-filosofica che incarna, mostra di per sé quanto quella mente divina sapesse sollevarsi al di sopra delle più alte cime del pensiero contemporaneo, dominandone tutti gli elementi presenti e tradizionali, e, con originalità tutta propria, spingendolo ad armonizzare ed a concatenarsi col passato e coll’avvenire[1]. Volgarizzare la scienza, far che cessasse di essere privativa di una casta, era un bisogno in molte guise manifestato e che in mezzo a molti contrasti suscitati da vieti pregiudizi, era inteso e assecondato da uomini superiori. Ben lo intese anche un contemporaneo di Dante, il robusto intelletto e l’ardente animo di Raimondo Lullo; ma quel ch’ei fece per tale indirizzo, come scrittore di volgare e poeta, riuscì ben povera cosa; allato all’opera dantesca la sua non serve ad altro che a rendere più manifesta, pel confronto, la miracolosa potenza creatrice prodigata dalla natura a quel genio divino[2]. Questo è propriamente ciò che congiunge Dante col risorgimento, di cui veramente è un precursore, e questo va detto anche per quella parte che più caratterizza il risorgimento, cioè lo studio dell’antichità classica.

La grande opera dantesca è di natura sua enciclopedica; l’enciclopedia non è invero scopo di essa, ma è la larga base su di cui poggia. I due grandi moventi dialettici del lavoro intellettuale d’allora, ragione e religione, tendono nel concetto grandioso di quella vasta mente ad equilibrarsi e la poesia si fa derivare non dalla loro separazione e molto meno dai loro antagonismi, ma sì bene dalle loro armonie. Anche per Dante come per tutti gli scolastici la teologia sta alla vetta dello scibile e la filosofia è subordinata ad essa come ancella. Ma la ragione tiene per lui un posto d’onore ben più alto che nelle scuole filosofiche d’allora, poiché ei non la considera soltanto come organo che serve presentemente, ma la considera nella nobile sua storia e s’infiamma d’entusiasmo nella contemplazione delle belle sue conquiste. Questo ei vede nell’antichità, le cui opere studia con amore e direttamente, non conoscendole soltanto dai florilegi, massimari e repertori come accade a taluni principali luminari della scolastica[3], i quali, concentrati nella speculazione militante, non pensano a corroborarsi colla conoscenza diretta della storia del sapere e dei grandi prodotti dell’intelletto umano. L’antichità adunque era così tratta da Dante in quell’alta regione a cui egli sollevava il volgare e la produttività laica; ivi già la vediamo più liberamente spiegare le sue attrazioni e ne presentiamo il risorgimento[4].

Invero, ognuno intende che Dante era ben lontano dall’avere quel concetto dell’antichità che poi n’ebbe Poliziano, e dallo studiarla così come questi la studiò. Dante ha nello studio dell’antichità parecchi elementi comuni col clero medievale, anzi si trova sullo stesso piede di questo in generale. I suoi studi classici sono circoscritti alla solita cerchia comune della tradizione scolastica medievale. Ignora il greco[5] e conosce un numero limitato di scrittori latini, non più di quello ne conosca Rabano Mauro o Giovanni di Salisbury, anzi forse meno[6]. I suoi studi di grammatica non superano quella linea di mediocrità molto umile che è il loro massimo nel medio evo[7]; i soliti difetti della scuola medievale si riconoscono in non pochi casi nei quali gli antichi autori sono da lui fraintesi, in certe etimologie, in certe definizioni ed anche in certe idee di teoria letteraria[8]. Come latinista è anche assai lontano dagli umanisti che verranno poi; scrive il solito latino usuale dell’epoca, ed in tal qualità non solo non si distingue gran fatto dagli altri contemporanei o anteriori, ma anzi convien dire che altri vi sono assai più distinti di lui.

Inoltre, in quanto concerne l’antichità, la sua cultura ha questo di comune colla cultura chiesastica medievale, che l’antichità anch’egli la vede attraverso a un prisma il quale gliela presenta sotto un aspetto poco reale. Egli come dotto è scolastico anzi tutto, e la meta del suo spirito è il vero raggiunto per la speculazione filosofico-teologica; questa tendenza medievale e scolastica ei la porta nella contemplazione dell’antichità, e quindi gli è familiare l’interpretazione allegorica; al che il suo intelletto profondo è tanto prono, che allegorizza sé stesso, e nel lavoro poetico i concetti filosofici e teologici gli si rappresentan con imagini e simboli che hanno una grande parte nella compage complicata delle sue creazioni poetiche. Quindi egli trova facilmente allegorie negli autori antichi che venera tutti, e non soltanto in Virgilio, ma in Lucano, in Ovidio e in altri[9], non limitando tali interpretazioni alle finzioni poetiche, ma anche talvolta applicandole, come appunto è l’uso del medio evo, agli stessi fatti storici, i quali senza perdere nulla della loro realtà, sono considerati come opportuni simboli di una idea allegoricamente o anagogicamente ritrovabili in essi.

Questo ha Dante in comune con gli scrittori ecclesiastici, quanto allo studio dell’antichità. Differenze però ve ne sono e notevoli. Dante laico e secolare, pio ma non asceta, ha un’alta idea della ragione umana e, pur considerandola come limitata, venera coloro che la rappresentarono indipendentemente dalla rivelazione e anteriormente alla missione di Cristo; perciò gli antichi ei non li conosce soltanto per fatto della scuola grammaticale, né si limita a tollerarne lo studio come una necessità inevitabile, ma li studia direttamente, non come filologo o grammatico e neppure come umanista, ma come pensatore e poeta. Con esso l’uso pedagogico e scolastico di quegli scrittori lo perdiamo quasi affatto di vista, e li troviamo invece chiamati a servire all’attività scientifica. Nella quale cosa Dante non era certamente il primo, poiché la scolastica avea posto in vista Aristotele, ma Dante tutti i grandi dell’antichità sa venerare egualmente, non soltanto i filosofi, ma tutti e prosatori e poeti[10]; e per questi ultimi ha una predilezione che la tempra e le tendenze dell’anima sua spiegano a sufficienza e che è di gran lunga superiore e più libera di quanto in tal genere siamo soliti trovare presso gli uomini di chiesa del medio evo. Qui non solo non c’è più traccia dell’odio per questi pagani che ispira tanti antichi chierici ed asceti, ma neppure di quei sospetti, timori, restrizioni e renitenze che accompagnano gli uomini di chiesa meno avversi ad essi. In questo egli era talmente diverso da coloro che dominarono la cultura medievale, che, non solo egli tratta a fidanza coi poeti antichi quanto quei chierici non osarono mai di fare, ma, ciò che è notevole e quasi sorprendente in un uomo che pure è tanto cristiano, quei poeti cristiani che tanta voga aveano presso gli ecclesiastici[11]. Prudenzio, Sedulio, Giuvenco e simili, ei li lascia del tutto in disparte e non li nomina neppure, quantunque sia tutt’altro che estraneo alla letteratura teologica, ed ai cantici della chiesa dia assai valore poetico, come si vede in più luoghi del divino poema. Dante poetizzò l’idea cristiana assai più felicemente di coloro, non già adattando a questa forme viete, e ripugnanti ad essa, ma creando una formula di suo conio, la quale però, convien notarlo, è propriamente adattata al sentimento cristiano teologizzante e filosofante, quale risultava dalla chiesa cattolica, ossia dal connubio del cristianesimo colla civiltà greco-latina e colla romanità. In tredici secoli di esistenza il cristianesimo erasi per modo combinato con mille elementi della tradizione antica che non pareva potessero più disunirsi. Dante rappresenta in modo altissimo il momento in cui si bilanciano quasi e si comportano reciprocamente, momento che dovea essere transitorio, ma che Dante non considerò come tale e non avrebbe mai voluto fosse tale. Poiché veramente egli non è ribelle in alcuna guisa all’idea religiosa, né ciò che oggi dicesi libero pensatore[12], né prevedeva né poteva prevedere che l’ulteriore sviluppo di quella attività raziocinatrice che richiamava in onore l’antichità vilipesa e trasandata, dovesse finire come poi finì gradatamente, con un affievolimento del sentire religioso ed una reale e continua diminuzione della cristianità, se non nelle formole e negli usi, certo nelle coscienze. Questo conobbe la chiesa che si dichiarò nemica a quel moto, come lo fu a Dante che era uno dei principali rappresentanti di quello, e i fatti han provato che, non certamente nell’interesse nostro ma nel suo, essa aveva ragione.

Questa stima dell’antichità e questa propensione per essa sta in diretto rapporto col sentimento che Dante ha della poesia antica. La sua anima è anima di poeta anzitutto, ed il sentimento poetico lo accompagna sempre dovunque si conduca il suo spirito; la donna, la patria, la natura, la fede, la scienza, tutto vede poeticamente, di tutto sente profondamente la poesia. Perciò, quantunque, come dicemmo, anch’egli vegga l’antichità attraverso alla filosofia e alla teologia, in modo simile a quel dei monaci, allato a questo fatto della sua mente sta il fatto dell’animo suo che sente rivivere in sé il sentimento poetico antico quanto a niun monaco non accadde mai. La sua mente speculatrice e sintetica in grado straordinario, tende a coordinare filosoficamente tutti i vari obbietti del suo sentire poetico, la fede cristiana e la tradizione antica, l’amor della donna e della patria, e l’amore del vero; ma il fatto più essenziale sta in questo, che propriamente l’anima sua trovasi a quell’altezza in cui il sentimento poetico cessa dall’essere unilaterale e diviene universale, non concentrandosi nella poesia di una cosa sola, ma rendendosi aperto all’efficacia poetica di cose diverse: egli è già quasi a livello dell’uomo moderno che sente la poesia di Eschilo e di Virgilio, come sente quella di David, di Shakespeare e di Goethe. Questo lo distacca profondamente dal, medio evo monastico. È realmente tanto vivace quel sentimento della poesia antica nell’anima sua geniale ed essenzialmente poetica, ch’ei non ha punto d’uopo ad esprimerlo della lingua e della versificazione latina, anzi il volgare è per questo, come per ogni altro suo sentire, l’organo più simpatico per lui, il più opportuno, come infatti è il più naturale. Allorché un poeta sa coniarvi di suo una imagine com’è quella:

 

«Quale ne’ plenilunii sereni

Trivia ride fra le ninfe eterne

Che dipingon lo ciel per tutti i seni»

 

e tante altre simili, vivamente poetiche, quali da più secoli niun versificatore latino ne sapeva creare, sarebbe vana cosa chiedere se quel poeta sente veramente la poesia antica; e chi intende sa ch’io ciò non dico soltanto per quei nomi di Trivia e di ninfe. Quest’uomo ha dinanzi alla mente l’antichità e i poeti antichi come cosa tanto familiare che nella poesia gli si presentano sempre irresistibilmente, e ciò senza mai essere ciò che dicesi imitatore. Le imagini e le similitudini spesso le prende dalla natura, e dalle reminiscenze dei luoghi visitati nelle sue peregrinazioni, ma in grandissima parte le prende, e con vivezza e verità poetica non minore, dall’antichità così storica come poetica o fantastica. Niun poeta del medio evo volle o seppe ciò fare quanto lui o come lui, niuno si era ancora mostrato tanto intimo con quell’antico materiale poetico[13].

In Dante primeggiano due grandi sentimenti, l’amor patrio, l’amore del vero intellettuale. Tutti gli affetti si riassumono per lui nella formola Amore, a cui dà una ampia portata, combinando col resto anche l’amore della donna idealizzata, ch’egli arriva ad intendere in alto e mistico senso. Quei due amori principali si combinano nella sua idea politica e storica, come nella sua idea filosofico-teologica, per modo che è impossibile definire s’egli arrivi da quella a questa o viceversa. Riconosciamo ambedue nell’ardore con cui studia lo scibile intiero, trovando il pascolo più geniale nell’antichità che gli rivela la parte più propriamente umana di quello, nel posto che tiene l’ideale antico in quella organizzazione politica ch’ei vagheggiava, e nel fondamento storico su di cui basa le sue idee patriottiche. L’amor d’Italia è in lui di una intensità straordinaria, e con questo ha stretto rapporto anche l’amore dell’antichità; poiché la continuità fra i romani e gl’italiani ei la concepisce intera e non interrotta mai; la storia dei latini comincia con Enea e giunge fino al tempo suo; tutta la gloria latina ei la sente come gloria italiana, e l’anima sua di poeta e di patriota si entusiasma per quella. Egli non domina altra visuale storica che quella che abbiamo veduto esser propria generalmente degli uomini dotti del medio evo, e che si concentrava essenzialmente nella storia di Roma, conducendo all’idea dell’impero universale. Questo che uomini d’altra nazione concepivano solo astrattamente e come al di sopra della loro idea nazionale, guidati dalla storia della cultura e dell’idea religiosa, egli, oltre al resto, lo sentiva profondamente come italiano e lo vedeva come fondamento a legittime aspirazioni nazionali, alla nobiltà, ai diritti e alla meta degli italiani. Le belle effusioni di questo suo sentimento nella Divina Commedia e nelle prose sono cose troppo note perché qui dobbiamo rammentarle.

Tanta potenza di sentimento nazionale italiano ci fa intendere una delle precipue ragioni della simpatia e della preferenza che ha Dante per Virgilio. Infatti è chiaro che Dante considera Virgilio come poeta eminentemente nazionale «la nostra maggior Musa » «il nostro maggior poeta». La sua anima d’italiano si è commossa fortemente a quella lettura, riconoscendo nei fatti narrati dal poeta l’antica storia d’Italia, e pensando che fu bene per questa Italia nostra che

 

        «morio la vergine Camilla

Eurialo e Niso e Turno di ferute».

 

E qui rammentiamo al lettore quanto abbiamo detto in principio di questo studio sull’epopea virgiliana, considerata come la più alta manifestazione poetica del sentimento romano. Numerosi luoghi ben noti della Divina Comedia, fra gli altri il bel canto sul corso trionfale dell’aquila latina, e il libro sulla Monarchia, e quanto ivi è detto sulla legittimità dell’impero romano, singolarmente appoggiandosi su Virgilio, mostrano quanto quel sentimento rivivesse potentemente in Dante, e quanta armonia ci dovesse essere in tal rapporto fra il sentire suo e quello del Mantovano. Questo sentimento che conduceva Dante a quella utopia politica che tutti conoscono, avea, strano a dirsi, le sue radici, appunto in ciò che rendeva impossibile l’attuazione di quella utopia, cioè nel concetto di una individualità nazionale. Ha un bel dirci Dante ch’egli è cittadino del mondo[14]: le sue effusioni patriotiche, le sue predilezioni manifestate in verso e in prosa per i Latini antichi e moderni, il suo entusiasmo per questa Roma grandiosa che è gloria italiana, l’ardore intenso con cui afferma colla parola e coll’esempio la nobiltà del nostro volgare, le terribili parole ch’egli usa contro quegli uomini abominevoli che preferiscono il volgare straniero a quello della patria loro[15] e tante altre simili cose, fanno di lui il più grande e più antico rappresentante della nostra idea nazionale, mostrano ch’egli si sente italiano ben più assai e prima che cosmopolita. Qual posto competa all’Italia in quell’idea dell’impero, la storia lo dice. Essa, come già rammentammo, non fu propria soltanto di Dante, e, sempre per quanti la vagheggiarono, sia qualsivoglia il rapporto che segnassero fra papato e impero, l’Italia apparve come il baricentro della tradizione imperiale. Dante nell’Eneide non trovava adunque soltanto la base per una fredda teoria politica, ma trovava anche un pascolo opportuno e gradito ad un amore vivissimo che gl’infiammava l’animo. Oggi la cosa può esser molto diversa, ma chi sa trasportarsi colla mente nei vari momenti della storia deve intendere che cosa dovesse parere Virgilio ad un pensatore e patriota italiano di quella tempra, nel secolo decimoterzo. Arrivare al concetto della loro nazionalità senza passare per quello dell’antichità latina era moralmente impossibile per gl’italiani. Il prestigio che esercita l’antichità su di essi al ridestarsi del loro pensiero e al principiare del loro rinnovamento, sieno qualsivoglia le idee e le utopie a cui conduce, ha la sua prima base nel sentimento nazionale. Però per quanto paia che sia pure una pazza cosa, la tragicomedia di Cola di Rienzo ha nelle cause da cui muove tanto di nobile e di grande che riesce simpatica e poetica oltremodo. L’idea dell’impero doveva essere un’idea italiana, come l’impero fu un fatto italiano.

Dante adunque non è ammiratore di Virgilio soltanto perché è un gran nome imposto dalla tradizione. Egli riconosce che la tradizione ha ragione di considerarlo come il più grande poeta latino, e se quella non glielo dicesse, lo vedrebbe da sé; la dipendenza di tanti altri poeti da lui, l’essere egli loro onore e lume ei vede appieno; sa che tutti gli fanno onore, e sa pure che di ciò fanno bene. Conosce il posto che la storia assegna ad Omero, e sa che Omero è quegli «che le muse allattar più ch’altri mai»; ma in fatto egli Omero non lo conosce[16], e per lui l’altissimo poeta, al quale Omero stesso fa onore venendo innanzi agli altri come sire, è Virgilio. Le perfezioni dell’opera virgiliana, come vero poeta, le sente tutte; e di quel miracolo dell’arte egli è superbo come italiano, poiché latino e italiano sono egualmente lingua nazionale d’Italia, e Virgilio è la Gloria dei latini per cui «Mostrò ciò che potea la lingua nostra» La vivacità e la profondità delle impressioni prodotte su di lui dalla lettura dell’Eneide, assai più che del bucolico canto, si scorge in luoghi numerosissimi delle sue opere che mostrano quanto ei dicesse vero parlando del «lungo studio e ’l grande amore» che gli fecero cercare il volume del Mantovano. E quanta efficacia egli riconoscesse nella parola virgiliana ei lo fa esprimere da Beatrice a Virgilio, quando nell’affidare a lui il poeta smarrito gli dice:

 

«Venni quaggiù del mio beato scanno

Fidandomi nel tuo parlare onesto

Ch’onora te e quei ch’udito l’hanno».

                                             (Inf., II, 112)

 

Egli stesso ci fa sapere che l’Eneide la sapeva tutta quanta[17]. Ma quanto era diversa questa sua conoscenza da quella dei centonari di un tempo che facevano strazio della poesia virgiliana a cui erano affatto sordi Dante sentì vivamente scaldarsi dalle faville [18]

 

                      «della divina fiamma,

Onde sono allumati più di mille;

De l’Eneida dico»

 

L’uso che Dante fa di Virgilio nelle opere minori mostra che questi era veramente, com’ei dice, il suo autore prediletto, di cui niun altro fu più omogeneo e simpatico al suo spirito, e che era già da molto tempo compagno inseparabile del suo pensiero, prima ch’ei lo facesse compagno del suo mistico viaggio. Non v’ha cosa più bella e più stupenda nella storia del pensiero italiano di questa simpatia che congiunge con prodigiosa, segreta, irresistibile attrazione due grandi rappresentanti delle due epoche più luminose di esso, e segna così in modo imponente la continuità mirabile che esiste fra quelle[19].

Come poeta Dante è del tutto creatore e nulla v’ha che sia a lui tanto estraneo quanto l’imitazione. Ciò si rende manifesto appunto da questo fatto, che ad onta del suo culto per gli antichi poeti e per Virgilio sopratutto, la mente sua robusta non ha subito l’influenza di questi nella produzione di natura artistica. Gli uomini di questa tempra non possono imitare, e anche quando vogliono imitare, creano. Nella poesia dantesca si conosce quanto il poeta abbia familiari gli antichi, e reminiscenze dello studio di questi s’incontrano numerosissime infatti, in nomi, in talune formole; ma in generale il tipo dell’arte dantesca è intieramente nuovo ed originale, ed intimamente diverso dall’arte antica. Per convincersi di ciò basta esaminare quei luoghi nei quali il poeta ha avuto dinanzi incontestabilmente un esemplare antico, come fra gli altri è la celebre descrizione del supplizio di Pier delle Vigne, del quale, com’ei dice esplicitamente, Virgilio gli ha dato l’idea nel fatto di Polidoro.

Ognun vede chiaro che fra i due poeti non v’ha di comune che il tema, mentre lo stile e l’arte sono al tutto diversi. L’ornato retorico, il cumulo di epifonemi, la facondia grandiloquente, proporzionata al tono epico secondo l’idea antica e romana singolarmente, che troviamo in Virgilio, stanno agli antipodi della semplice naturalezza ed evidenza, lontano da ogni ornato retorico, e da ogni tendenza declamatoria, che distinguono Dante. Di certo quand’ei chiudeva dicendo «e stetti come l’uom che teme» sapeva bene di non imitare il risonante e magnifico «obstupui steteruntque comae et calor ossa reliquit» di Virgilio. Di queste profonde differenze non è possibile ch’egli non avesse coscienza, e quand’ei dice a Virgilio:

 

«Tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

Lo bello stile che m’ha fatto onore»

 

non bisogna intendere grossamente ch’egli abbia voluto poetare secondo lo stampo virgiliano, cosa che sarebbe falsa, ma bisogna cercare quel significato di quelle parole che la realtà giustifica, in quella guisa, come ciò conviene fare per Eschilo allorché ei dice che le sue tragedie altro non sono che bricioli raccolti dalla mensa omerica. Alle forme caratteristiche della poesia dantesca quelle parole non si possono riferire; ché infatti se la Divina Comedia non offre opera d’imitazione artistica dell’antico, molto meno ne offrono le poesie anteriori, alle quali pur soltanto debbono riferirsi quelle parole, essendo appunto quelle poesie per le quali Dante avea già acquistato celebrità prima di comporre l’opera sua maggiore. Le liriche di Dante non hanno assolutamente che fare coll’arte antica, e molto meno coll’arte virgiliana; esse, così nel sentimento come nella forma, sono tutte di ragione moderna. Dante però dichiara altrove che cosa egli intenda per quello stile che gli ha fatto onore [20]. Il carattere fondamentale del «dolce stil novo», del quale egli tanto si compiace di essere introduttore, ei lo stabilisce in questo che:

 

                                          «quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

Ch’è ditta dentro, vo significando».

                               Purg., XXIV, 52

 

Subordinare la poesia agli impulsi del sentimento reale, far ch’essa vada sempre «dietro al dittatore» è ciò ch’ei chiama suo stile e ciò di cui è superbo. Così lo stile viene a riferirsi, non tanto alle forme dell’arte, quanto alla ragione subbiettiva di questa, ragione che può essere identica anche in due poeti diversissimi per ordine di produzione poetica e per qualità di forme artistiche. Convien notare che nella parola Amore, secondo l’uso dantesco, principalmente sono poste in rilievo le tendenze intellettuali.

Lo stile poetico di Dante risulta dall’opera armonizzata del sentimento e della riflessione; è tutto prodotto di un lavoro interno che ricusa ogni imitazione ed ogni convenzionalismo. Non è né improvvisazione scomposta e tumultuaria, né fredda versificazione di dottrine e pensieri filosofici allegorizzati[21]: è poesia vera e propria, ma grande poesia di riflessione. Giustamente il poeta la contrappone a quella poesia priva di profondità e di rispondenza subbiettiva che era rappresentata da Buonaggiunta, da Iacopo notaio e simili, come pure da quei grossi dei quali parla nelle prose. Per la sapienza della elaborazione artistica, ed anche per la profondità del pensiero che si racchiude sotto le forme poetiche (secondo le idee medievali), la più alta misura di nobile ed illustre poesia, ei la riconosce in Virgilio. Insomma la poesia dantesca è grande poesia di riflessione individuale, che si slancia ricisamente e s’innalza al di sopra della poesia popolare o convenzionale; è poesia classica, non per imitazione dei classici, ma perché raggiunge quel livello di nobiltà artistica che costituisce la classicità. Tale è «lo bello stile» di Dante, e s’intende che Virgilio, il più grande poeta classico allora conosciuto, fosse il più grande esempio a lui noto dell’arte poetica così concepita (Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch’egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso

 

«Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»

                                     Inf., X, 63

 

dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell’idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell’idea artistica (poiché né tali differenze c’erano né ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma sì bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero[22].) Altrimenti intende Finzi[23] riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano. Chi entra bene in questo concetto deve intendere ch’esso non implica punto l’imitazione delle forme poetiche altrui, ma anzi l’esclude.

 

Note
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[1] «Questo (volgare) sarà quello pane orzato del quale ai satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà la dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce». Convivio, I, 13. Dinanzi a questa profonda, miracolosa divinazione di quell’erculeo intelletto, quanto ridicolamente meschino appare il sussiego aristocratico con cui disprezzano il volgare i perrucconi dell’epoca, e quanto paiono bambini quegli amici di Dante che, come Giovanni del Virgilio (Carm., v. 15) lo consigliavano a scrivere in latino il suo poema perché «clerus vulgaria temnit»!

[2] Con poche parole, ma con giustissime vedute, confronta per questo lato Dante e Raimondo Lullo l’Erdmann, Grundriss der Gesch. d. Philosoph., I, p. 367 (2a ed.).

[3] Abelardo confessa chiaramente di citare luoghi classici di seconda mano [Migne 178, 1039]: «quae enim superius ex philosophis collegi testimonia, non ex eorum scriptis, quorum pauca novi, imo ex libris Sanctorum Patrum collegi».

[4] Dei rapporti di Dante col risorgimento troppo di volo han toccato il Burckhardt (Die Kultur der Renaissance in Italien, p. 199 sg. [Leipz. 1926, p. 178 sgg.]) e il Voigt (Die Wiederbelebung des classichen Alterthums, p. 11 sgg.); più ne ha detto il Wegele (Dante Alighieri’s Leben etc., p. 575 sgg:) e lo Schück nel lavoro speciale che sotto citeremo.

[5] Che Dante non sapesse il greco è cosa evidente per chiunque sappia il greco e allo studio di Dante abbia unito quello della cuhura e del sapere medievale. Nondimeno su Dante se ne dovevan dire d’ogni sorta. Il Cavedoni ha notato per chi nol sapeva quel che intorno a ciò si deve pensare, nelle sue Osservazioni critiche intorno alla questione se Dante sapesse il greco. Modena, 1860. Vedi anche lo scritto di Schück citato qui appresso.

[6] Intorno agli studi classici di Dante veggasi il lavoro di Schück Dante’s classische Studien und Brunetto Latini in Neue Jahrbb. f. Philol. und Paedag., XCII, 1865, p. 253-289.

[7] Parlando del Lelio di Cicerone dice:«E avvegnache duro mi fosse ne la prima entrare ne la loro sentenza, finalmente v’entrai tanto entro, quanto l’arte di gramatica ch’io avea e un poco di mio ingegno potea fare». Convivio, II, 12.

[8] Singolari sono, fra le altre, le idee ch’egli ha sulla Comedia e la Tragedia. Non risulta da alcun suo scritto ch’ei conoscesse Plauto, Terenzio e Seneca tragico, pur noti nel medio evo, Il luogo di Terenzio a cui si riferisce, Inf., XVIII, 133, senza dubbio è desunto dal Lelio di Cicerone.

[9] Convivio, II, 1; IV, 25, 27, 28.

[10] Parlando di un detto di Giovenale: «e in questo, con reverenza lo dico, mi discordo dal poeta», Convivio, IV, 29.

[11] Una delle grandi autorità della scuola grammaticale di quel tempo, Eberhardo Da Bethune nel suo Laborintus segna questi poeti fra gli altri da farsi leggere ai giovani nelle scuole. (Tractat. III, De versificatione [v. 599 sgg., Faral, Les arts poétiques, Paris, 1924, p. 358 sgg.]. Un’altra grande autorità di simil genere e di quell’epoca, Alessandro Da Villedieu [Mon. Germ. paed., XII] invita piuttosto alla lettura di poeti o versificatori cristiani (principalmente delle cose sue), distogliendo dal leggere gli antichi. Cfr. Thurot, op. cit., p. 98.

[12] Scartazzini (Dante Alighieri, seine Zeit etc., Biel, 1869, p. 232 sgg. e Zu Dante’s innerer Entwicklungsgeschichte in Jahrb. d. deutsch. Dante gesellsch., III, 19 sgg.) sostiene, fondandosi principalmente sull’ultimo canto del Purgatorio, che in certa epoca della vita del poeta il dubbio s’introducesse nell’animo suo, e gravi oscillazioni si determinassero nella sua coscienza, senza pero ch’ei giungesse mai ad una negazione o ad essere scettico o indifferente. Neppur io ho mai potuto convincermi che una mente tale a cui fu dato vedere tanto al di là delle menti contemporanee, non avesse dei momenti di dubbio, e non sentisse, almeno momentaneamente, il debole della credenza cristiana. Ma ciò in ogni caso non poteva avvenire che per fatto d’impulsi istintivi e passeggeri, poiché era del tutto impossibile allora andar più oltre in tal materia, formulando per via dialettica e con quieta coscienza una ferma negazione. La mente la più robusta mancava del punto d’appoggio per usare la sua potenza a sollevare, nell’indagine del vero, la plumbea cortina dell’idea religiosa. La filosofia dell’esperienza non era nata.

[13] Sull’elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il Fauriel (Dante et les origines de la langue et de la litt. ital., II, p. 415 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto il Piper nella sua opera Mythologie der christlichen Kunst, I. p. 255 sgg.

[14] «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.», De vulg eloq., I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio. è momentaneo conforto ricorrere colla mente all’idea astratta delle universale fratellanza umana.

[15] «... e tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d’Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri», Convivio, I, 11.

[16] I fatti della saga troiana de’ quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d’idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf., XXVI, 91 segg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l’Homerus latinus pare siagli ignoto (cfr. Convivio, I, 7). Di pochi luoghi ne’ quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr. Schück, op. cit., p. 272 sgg.

[17] Virgilio gli dice:

       «........ e così ’l canta

       L’alta mia tragedia in alcun loco:

       Ben lo sai tu che la sai tutta quanta. »

                                    Inf., XX, 112.

[18] Purg. XXI, 95, sgg.

[19] Pare incredibile che Heeren abbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle, die Virgil in Dante’s Gedichte spielt, zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten andrer als aus eigner Einsicht kannte». Gesch. d. klass Litt. im. Mittelalt., II, p. 320.

[20] Witte ha voluto riferire queste parole al De Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui sì gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com e in realtà, novatore. Contro Witte argomenta Wegele (Dante Alighieri, p. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lo stile di cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazone formale di Virgilio.

[21] A questo condurrebbe quanto sostiene il Perez nelle pagine (La Beatrice svelata, p. 65 sgg.) che ha consecrato alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l’allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, né la propria poesia in particolare.

[22] Cfr. Perez, Op. cit., p. 382 sg. e meglio D’Ovidio nel Propugnatore, III, 2, p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli, 1874, p. 167 sgg.

[23] Saggi danteschi, Torino, 1888, p. 60 sgg.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004