Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo XIII

 

Ciò che principalmente costituisce il concetto del medio evo e dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale, è un’idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il risorgimento e l’antichità. Per tal guisa il medio evo figura come un’età di aberrazione, al disopra della quale l’antica e la moderna Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo concetto che si formula in modo reciso nell’ultima somma dei fatti, si sfuma e si gradua, com'è naturale, allorché dalle negazioni si vuol procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale in quanto concerne l’ideale dell’antichità, la continuità dei rapporti coll’antichità stessa da un lato e col risorgimento dall’altro si fa di leggieri manifesta. Si trovano nell’epoca che precedette il medio evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a grandi proporzioni quell’aberrazione che caratterizza questa età, e nel medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll’antichità ed è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno dei più caratteristici prodotti del medio evo, sì mescolano assai in questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue. Pel primo l’iniziativa, la preponderanza, come anche l’esteriorità (nei limiti del medio evo) è del clero, nell’altro l’iniziativa e la preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento, ch’è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi antecedenti nelle lettere laiche e volgari[1].

L’antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo può assomigliarsi all’astro della luce che attraverso ad un’atmosfera densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina, non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo un risultato necessario della recente conversione dell’Europa al cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti, senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo. L’Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica, dura finché la riflessione non prende il di sopra, finché non nasce la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono l’iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.

Certe tendenze personali di Carlomagno e certe misure sue relative all’insegnamento profano hanno fatto da molti considerare questo principe come autore di un primo risorgimento. Che indirettamente egli riuscisse utile a quelli studi non si potrebbe negare; ma egli non li favorì che in grazia degli studi sacri, e quel che potè produrre colle sue misure non ha assolutamente nulla che fare con ciò che costituisce il risorgimento. Non so se a giudicare questo principe con rigore m’inducano le prevenzioni che può suscitare in un italiano la colpa sua della purtroppo robusta potenza temporale data al papato, che fruttò immensi danni alla Europa tutta e fu fino ad oggi la maledetta piaga del nostro paese. Certo mi pare nondimeno che alla sua personalità storica di principe laico, di legislatore e di guerriero si unisca un assai antipatico puzzo di sacristia. Egli fu l’homo Papae per eccellenza, e niun altro principe cristiano fu più gradito agli abitatori dei conventi, i quali contribuirono largamente ad elaborarne la leggenda, da cui uscì quel tipo di buon Carlone che giustamente parve ridicolo ai poeti italiani di sentimento moderno, e con tanta maliziosa finezza fu rappresentato da Ludovico Ariosto. Dell’insegnamento secolare Carlomagno non ebbe altro concetto che il concetto chiesastico, e colle sue misure invece di portarlo nel moto vitale dell’attività laica, lo lasciò barbaro, stagnante e sterile nelle mani del clero, sempre più confermandolo a questo ed estendendo il dominio di questo su di esso con fondazioni nuove. Egli mirò sopratutto, e giustamente, a sollevare il clero dalla inaudita barbarie ed ignoranza in cui era caduto in Francia; volle bensì istruiti anche i laici, ma dal clero, ed allo scopo che i cantori di chiesa capissero quel che cantavano, che chi serviva la messa intendesse la parola latina della liturgia[2]. Ebbe forse egli in mente anche l’istruzione obbligatoria [3], non però mai laica; i genitori dovean mandare i figli alla scuola del monastero o del parroco «per imparare correttamente la fede cattolica e la preghiera del Signore e queste insegnare anche ad altri in casa »[4]. Carlomagno fu uomo grande per alta e ferrea energia, e spiegò un talento di organizzatore, insolito nei principi laici dei suoi tempi, ma egli fu tedesco anzi tutto e mancò a lui tutta quella finezza e lunghezza di vedute che distinse i grandi organizzatori chiesastici italiani, i quali crearono l’edificio in sé stesso mirabile e straordinariamente solido della chiesa romana; gli mancò l’idea e l’ardimento di ciò che sarebbe stato la più grande e feconda riforma del suo tempo, di purgare la società civile dalla invasione clericale, di chiamare il laicato a riconquistare il suo dominio intellettuale. I tempi una rivolta intiera non l’avrebbero permessa, ma una mente geniale e divinatrice dell’avvenire avrebbe potuto prepararla; ed ei fece appunto il contrario. Forse per le tradizioni, per l’indole nazionale e l’atteggiamento naturale dello spirito, soltanto un laico italiano avrebbe potuto a quei tempi meditare la felice rivolta; ma disgraziatamente mille cause impedivano che un italiano potesse allora arrivare a quella altezza di potenza laica a cui arrivò Carlomagno; il quale però, come dalla Italia e dal Papato molto apprese per la sua politica imperiale, ed assai appoggio ebbe per la attuazione di quella, così dal suo soggiorno in Italia, tanto più colta e civile, trasse l’ispirazione alle riforme per l’insegnamento e per le scuole, ed ivi si provvide pure di più d’un maestro per queste[5].

Però la mancanza d’impulso vero e proprio per parte di quel principe, non fa che rendere più imponente il grande fenomeno del ridestarsi di tutta un’attività psicologica che pareva spenta, del risuscitare di tanti sentimenti assopiti, e ricominciare un moto di vita potente e fruttifero che passo passo conduce fino a Dante, a Michelangelo, a Galileo. Noi però qui nello studio attraente di questo fenomeno non ci potremo trattenere se non per guanto concerne l’idea dell’antichità e Virgilio.

Come un ruscello per lunga pezza scorre non visto e inavvertito sotto il terreno, finché giunge a versare la vivida acqua nella luce, le lingue volgari di Europa a lungo vennero vivendo e movendosi inosservate sotto la coperta della romanità e delle lettere latine, finché affievolendosi sempre più il rapporto di queste collo spirito, incominciarono a mostrarsi, senza troppo rossore, nella rozza e fresca loro semplicità; e due sono le guise per le quali si mostrano, ambedue significative. Dall’un lato esse appariscono nella regione propria della cultura antica, si manifestano in glosse, in traduzioni di scritti antichi latini, profani o chiesastici; dall’altro si manifestano come organi di sentimenti vivi, come portatrici di idee e di tradizioni nazionali non prima rivelate letterariamente, e come tendenti a sviluppare una letteratura loro propria indipendentemente dalla tradizione classica. Questo combinarsi di due offici, apparentemente contraddittori, nello spontaneo avanzarsi di lingue viventi, non avrebbe potuto accadere, se la cultura e l’ideale dell’antichità fossero stati ciò che furono poi al tempo del risorgimento, allorché l’umanismo e il classicismo scacciava dalla letteratura l’elemento popolare e lo spegneva. Abbiamo veduto quanto nel medio evo la cosa fosse differente. La legittimità di quell’avanzamento ed emancipazione dei volgari era tanto grande, che conquisero anche la rigidità e la immobilità claustrale, e per essi il monaco potè bene spesso ricondursi dalla violenta condizione dell’animo suo al sentimento naturale e ritornare uomo, almeno momentaneamente. Neppur qui gli scrupoli mancavano, poiché le antiche idee pagane dei vari popoli d’Europa aveano una larga parte nelle poesie volgari nazionali, e non di rado si ode levar la voce contro questi vanissimi e futili canti volgari. Ma se le coscienze trovavano una via per accomodarsi colle lettere antiche, imposte allo spirito affatto artificialmente, ben doveano trovarla per ciò che la natura invincibile imponeva, per questi cari ricordi della patria, della lingua materna, delle impressioni prime, cose tutte che non chiedevano sforzo per essere apprese, ma anzi per essere dimenticate. Ed era questo un fatto apparentemente di poca entità, ma pregno di gravi conseguenze. La poesia popolare, indifferente com’è alla cultura, è laica per l’essenza sua stessa, e riman sempre tale quand’anche, come accadde nel medio evo, il clero contribuisca alla sua produzione. Con essa il clero viene a confondersi col popolo e non solo si perde la divisione fra chierici e laici, ma anzi il laicato si pone sulla via di riassumere il primato intellettuale. Così il clero, senza volerlo e senza saperlo, secondava un moto che dovea finire col privarlo della sua influenza non disputata sulla mente e sul cuore degli uomini, e condurre poi la chiesa a lanciare molti anatemi. Ma accadeva quel che doveva accadere, e cento altri fatti morali e materiali dello stesso tempo provano che il dominio assoluto della fede dovea essere cosa transitoria e la ragione domandava imperiosamente i propri diritti.

Le cause che producevano la poesia volgare erano tanto potenti e talmente di ragione psicologica, che estesero la loro influenza fin sul latino, producendo quella poesia latina popolare e ritmica che fu essenzialmente medievale, ebbe i suoi classici[6], e visse parallela alle lettere volgari fino all’ultimo medio evo. Ciò mal si spiegherebbe se non si sapesse quale eccezionale genere di semiesistenza avesse il latino a quell’epoca, non come lingua vivente nel proprio senso della parola, ma come lingua d’uso e di tale uso che in essa dovè manifestarsi un moto non del tutto identico invero, ma certo simile a quello che si manifestò nel volgare. Col XII secolo si appalesa quel prodigioso movimento che tanto produce nelle sfere dell’arte e della scienza, e segna una grande epoca nella storia dello spirito umano. In questo moto il primato rimane ai secolari che ne sono la molla più potente; presso di essi propriamente ha luogo in modo efficace il connubio intimo, benché alla prima quasi paradossale, fra la poesia romantica e cavalleresca di origine affatto popolare, e la cultura, la tradizione e il sapere; dal che la poesia popolare finisce coll’essere sollevata a poesia d’arte. Di qui il fatto apparentemente singolare che i Goliardi o Vaganti, componendo poesie latine ritmiche di conio tutt’altro che classico ed essenzialmente moderne e popolari, ossia laiche nella forma come nel sentimento, pure scrivendo latino, ed essendo uomini di studio e apparendo anche tali nei loro versi, si considerano come chierici e mostrano il più profondo disprezzo pei laici, ossia per gli uomini che per istato non appartenevano alla scuola[7]. Tale uso del latino e i rapporti suoi col volgare, come organo di pensiero e di sentimenti, rendeva prossimi alla letteratura popolare, più assai di quello avrebbero potuto esserlo in condizioni più normali, i nomi della tradizione antica, i quali venivano per tal maniera a trovarsi come sospesi in quel mezzo eterogeneo, sia che il sentimento nuovo, o la poesia popolare, si esprimesse in lingua volgare, sia che si esprimesse in lingua latina. Da tutto ciò nasceva che l’antichità trasportata in quella corrente di nuova natura subiva un’altra peripezia, nuova e diversa da quella che avea subito attraverso alle idee ecclesiastiche e claustrali, talché la troviamo curiosamente travestita secondo le idealità romantiche. Accade che uno stesso autore, in uno stesso tempo, come p. es. Ovidio, venga da taluno moralizzato o interpretato allegoricamente secondo un senso morale, da altri romanizzato, si trovino cioè i fatti patetici o sentimentali dei quali egli parla travestiti secondo il sentimento romantico e cavalleresco di quella età. Il nuovo moto poetico popolare era tanto gagliardo che influiva sugli elementi della cultura e li trascinava seco, la lingua, le forme e i fatti poetici riducendo a modo suo, e rendendo inavvertita la stonatura che in ciò tanto offende noi. La produttività artistica e intellettuale veniva ad avere per tal guisa due indirizzi, il dotto o scolastico, il popolare o romantico, e quindi l’ideale dell’antichità scindevasi anch’esso in due, lo scolastico e il romantico. Il primo aderiva ai concetti propri dei chierici del più antico medio evo, e purificandosi, correggendosi e completandosi gradatamente si separava dall’altro arrivando al risorgimento, quest’altro, nato dall’idea secolare propria dell’ultimo medio evo, rimase proprio delle lettere popolari e romantiche e fu rappresentato nella letteratura finché in questa potè avere accesso l’elemento popolare. Non è quindi da maravigliare se i due concetti coabitano spesso in una stessa mente, essendo cosa comune allora che uno stesso uomo componesse opere di natura dotta e poesie volgari o latine d’indole romantica. Il concetto scolastico dell’antichità, qual’era allora, non imponeva gran cosa dal lato estetico o sentimentale, e lasciava posto al concetto romantico che in certo modo lo completava. Noi non istaremo qui a seguire Virgilio in quanto subì per l’indirizzo romantico; di ciò dovremo occuparci nella seconda parte di questo lavoro.

Non in tutti i paesi dell’occidente europeo l’antichità fu egualmente romantizzata, altri più altri meno si mostrarono inclinati a vederla così travestita, a quella maniera come varia ne vari paesi è la cronologia delle lettere volgari, le quali incominciarono più presto in alcuni che in altri. Questi fatti rientrano l’uno nell’altro, procedendo da una sola precipua ed ovvia cagione, quella cioè dell’essere gli studi antichi più omogenei allo spirito, più propriamente indigeni e più vitali in alcuni paesi che in altri. S’intende perchè i popoli celtici o germanici non latinizzati se ne allontanassero primi, perché in ciò li seguissero Francia e Provenza e ultime Italia, Spagna e Portogallo. L’Italia era naturalmente il paese in cui doveano essere cosa domestica più che in qualunque altro, il paese considerato anche allora da tutti gli altri come classico per eccellenza. Qui il volgare e il latino si contrapponevano molto meno ricisamente che altrove; non solo il volgare era figlio del latino, trasformazione naturale e fisiologica di esso, ma anche, quantunque avesse acquistato una esistenza e una individualità sua propria, portava tanto in sé dalla natura del suo genitore da potersi facilmente piegare più che tutti gli altri volgari alle forme classiche. Fu quindi fra le lingue viventi la lingua classica del risorgimento, il quale ebbe luogo, come doveva, prima in Italia e poscia, per influsso italiano, altrove.

Parecchie espressioni di scrittori non italiani del medio evo e la menzione che trovasi di scuole tenute allora da laici fra noi hanno fatto credere a più dotti odierni che già in quel periodo del medio evo che precedè la letteratura volgare, la cultura dei laici fosse presso di noi maggiore che altrove; e questo essi pongono in rapporto col fatto del risorgimento[8]. Che realmente il laicato italiano fosse gran fatto più colto del restante laicato europeo, io, lo confesso, non lo credo, né credo si ricavi da quei tali vaghi indizi da cui altri ciò vuole desumere. In tal questione qui non potrei fermarmi, ma mi si può concedere di notare che il laicato italiano, prima delle lettere volgari, non si mostrò in alcuna guisa più produttivo di qualunque altro laicato, Gli è che, per quanto ciò possa parere paradossale, i veri precedenti dei risorgimento non sono da cercarsi negli elementi tradizionali antichi, ma sì negli elementi del rinnovamento, non nelle lettere latine, ma nelle volgari. C’è presso i laici italiani un desiderio evidente d’iniziarsi alla cultura classica, ma questo si manifesta parallelamente allo svolgersi delle lettere volgari, né se ne trova traccia notevole prima di queste[9]. Le idee che troviamo presso di essi allorché questa tendenza si spiega mostrano chiaramente che anche qui l’iniziativa in questi studi era stata propria del clero e che, se pure i laici ebbero qualche cultura maggiore qui che altrove, questa non fu in alcuna guisa diversa per limiti, indole, ufficio e tendenze da ciò ch’essa era presso il clero. L’ideale dell’antichità, l’apprezzamento di essa, il suo collocamento nell’enciclopedia umana fu dapprima pel nostro laico, quello stesso ch’era pel monaco, e molto ci volle perché il laico, anche italiano, si sbarazzasse del concétto medievale e giungesse a quello studio amoroso e intelligente dell’antico che si osserva nel risorgimento. Trattavasi, per giungere a ciò, di riformare intieramente lo spirito che la influenza chiesastica avea chiuso alla intelligenza dell’antico, espanderlo, innalzano, esercitandolo in una palestra in cui tutte le sue forze già rese inerti e assopite fossero richiamate a vita. Questa palestra ei la trovò in tutta la sua attività nuova e indipendente dalla tradizione, colla quale secondo un processo tanto più vigoroso quanto più naturale e spontaneo, ei gradatamente raffinò e nobilitò sé stesso e giunse a innalzarsi fino alla regione propria dell’arte antica. Realmente fu il moto in cui la poesia volgare e l’arte novella pose lo spirito, quello che condusse a ritrovare e purificare il sentimento dell’antichità perduto o falsato. Il latino e il suo uso secondo i tipi classici di per sé stesso non conduceva che ad una stagnazione e non ad un moto fecondo. Ciò vediamo chiaramente nella differenza di originalità e genialità artistica che si manifesta in uno stesso uomo, come Dante e tanti altri, secondo che scriva latino o volgare.

Il punto di partenza degl’italiani adunque all’entrare nel movimento della vita moderna è, quanto al materiale ed al carattere della cultura, quello stesso da cui partono tutti gli altri popoli; ma, per le ragioni che abbiamo dette di sopra, quell’innalzamento dello spirito che nasceva dalla creazione e dal perfezionamento di un nuovo tipo di arte, fu più potente assai e più rapido presso di noi che presso altri popoli, per modo che, quantunque degli ultimi ad avere una letteratura volgare, questa avremmo più grande, più artistica e monumentale degli altri, e prima degli altri giungemmo all’arte colta e di riflessione, allontanandoci dalla plebea. Nella regione schiettamente popolare, poco si trattenne, rispetto ad altri paesi, la poesia italiana[10]. Epopea nazionale di carattere e di origine fantastica e popolare, non diede, a differenza di tutti i popoli d’Europa, né poteva darne perché nel pensiero e nella coscienza italiana, anche indipendentemente dalla cultura e presso la plebe, c’era la storia e l’antichità reale, elementi incompatibili colla produzione epica; e questa condizione psicologica era mantenuta, non soltanto da quanto pensavano gl’italiani, ma anche dal concetto che dell’Italia avevano tutti i popoli dell’Europa. Neppure di liriche latine popolari fu così ricca l’Italia medievale come lo furono altri paesi[11], ed anche la lirica volgare si allontanò dall’indole plebea e si alzò a perfezionamento artistico più rapidamente qui che altrove. E realmente chi consideri nel loro complesso le varie letterature volgari del medio evo, così delle lingue latine come delle germaniche, troverà di leggeri che non tutte ebbero la forza di acquistare carattere classico e divenir quindi elemento di cultura anche per le età successive. In Germania, in Provenza, in Francia esse si tennero assai prossime al livello popolare, e assai mediocre fu la nobilitazione artistica a cui pervennero; rappresentarono una fase transitoria che si riflette evidente nella transitorietà e nella varietà popolaresca e dialettale delle lingue che con esse si fecero innanzi nella letteratura e che non riuscirono per esse a nobilitarsi intieramente acquistando uno stabile tipo letterario. Perciò fu assai grande il distacco che il fatto del risorgimento produsse fra esse e il momento veramente moderno delle rispettive nazioni, le quali per lungo tempo le dimenticarono affatto, ed anche oggi non le conoscono che da lontano e per opera de’ dotti, essendo la lingua di quelle letterature tanto diversa dalla presente da rendere necessaria la grammatica e il dizionario e la traduzione. La sola nazione che sapesse innalzare la lingua e la letteratura volgare alle proporzioni della classicità e creare con quella un linguaggio letterario nobile e duraturo, fu l’italiana che più di ogni altra ebbe occasione e motivo di non perdere di vista nelle opere del suo pensiero l’idea del classicismo, e che già pensava con opera di riflessione teoretica al volgare illustre ed alla nuova ragione poetica[12] quando altri a ciò non pensavano in alcuna guisa. Questa meta seguì essa dapprima indipendentemente da ciò che potrebbe dirsi imitazione o riproduzione dell’antico, sviluppando una forma di arte novella che, come l’antica arte romana, avea per condizione inevitabile e suprema «la gloria della lingua» e «il bel parlar gentile» [13]. Così avvenne che gli scrittori del trecento rimasero e sono realmente classici nostri, come quelli che hanno intimi rapporti di continuità con la successiva letteratura e cultura italiana, e fino al momento presente noi li sentiamo assai più prossimi a noi di quello ciò accada presso altri popoli per gli scrittori e poeti nazionali di quell’epoca. Ed invero è ben esageratamente largo il significato della parola classici che oggi vediamo da taluni applicata in Germania a Wolframo da Eschenbach, Goffredo da Strasburgo e simili distinti poeti del mittelhochdeutsch, i quali appena possono dirsi tali per quel periodo letterario che certamente rappresentano; ad onta dei molto sforzi dei dotti, mirabili pel sentimento nazionale che li guida, questi autori non riusciranno mai, per la grave interruzione che li separa affatto dal presente, ad avere quella parte nella cultura nazionale che presso di noi hanno i nostri antichi, che vediamo schierati intorno al nome eccelso e profondamente italiano di Dante Alighieri.

 

Note
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[1] Col ridestarsi dell’attività del laicato nascono fra le due classi antagonismi ed antipatie, che talvolta trovansi espresse con parole violente. Una iscrizione che leggesi nella chiesa di S. Martino in Worms, dice:

     «Cum mare siccatur et daemon ad astra levatur

     Tunc primo laicus fit clero fidus amicus»

[ctr. Hubatsch, Die lateinische Vagantenlieder des Mitt., Görlitz, 1870].

[2] Ved. Specht, Gesch. d. Unterrichtswes. in Deutschl., p. 26.

[3] Ved. Büdinger, Von den Anfängen des Schulzwangs, Zürich, 1865, p. 17.

[4] Specht, op. cit., p. 29.

[5] Cfr. Scherer, Ueber d. Ursprung d. deutschen Litteratur, Berl., 1864 e Wattenbach, Deutschl. Geschichtsquell. (6 ed.), I. p. 151 sg.

[6] Tommaso Da Capua (sec. XIIXIII) distingue, nella Summa dictaminis (ap. Hahn, Coll. mon., I, 280) tre sorta di dictamen:«prosaicum ut Cassiodori, metricum ut Virgili, ritmicum, ut Primatis» [Manitius, Lat. Lit.. III, 974]. Su questo Primate che credesi sia il Primasso del nostro Boccaccio (Decam., I, 7) ved. Grimm, Kl. Schrift., III, p. 41 sgg. e p. Meyer, Documents manuscrits de l’anc. litt. de la France conserves dans les bibl. de la Gr. Bret., I, p. 16 sgg. Salimbene, Cronica, p. 83 sgg. [Ed. Holderegger M. G. H. SS. 32], e Straccali, I Goliardi, Firenze, 1885, p. 72 sgg.

[7] Un goliardo scrive:

     «Aestimetur autem laicus ut brutus

     Nam ad artem surdus est et mutus.»

                      Un altro:

     «Literatos convocat decus virginale,

     Laicorum execrat pectus bestiale».

Cfr. Hubatsch, Die lateinischen Vagantenlieder des Mittelalters (Görlitz, 1870), p. 22. [Schmeller, Carm. Bur. 124, 4 e 101, 31].

[8] È la tesi di Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis, Berl., 1845. Cfr. anche Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 173 sgg. [Leipzig 1926 (Kröner), p. 149 sgg.]

[9] Sulla cultura letteraria e la poesia latina in Italia nei secoli X, XI e XII ved. Ronca, Cultura medievale e poesia Latina in Italia ecc., Roma, 1892.

[10] Cfr. su di ciò quanto nota anche Wolf, Ueber die Lais, Sequenzen und Leiche, p. 112 e 223 sg.

[11] Questo non posso invero molto recisamente affermare, poiché troppo poco furono fino ad oggi esplorate le nostre biblioteche per questa sorta di monumenti letterari de’quali i nostri dotti non pare abbiano inteso l’importanza. Delle poesie latine dei Goliardi fin qui pubblicate, pochissime dan segno di provenienza italiana; l’idea che il principale e migliore autore di quella maniera di composizioni sia italiano è accolta da Burckhardt (Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 174 sg. [Leipzig, 1926 (Kröner), p. 154]) con troppa facilità. Per ora i mss. conosciuti di queste poesie appartengono a biblioteche non italiane. In appoggio della tesi contraria Bartoli (I precursori del rinascimento, Firenze, 1877, p. 71 sg.) addita qualche MS. di biblioteche nostre; ma contro di lui ved Straccali, I Goliardi, Firenze, 1880, p. 54 sgg.; cfr. anche Wattenbach, Deutschl. Geschichtsquell. (6a ed.), II, p. 477. – Anche indipendentemente dai Goliardi, in epoche del medio evo anteriori a questi, l’Italia apparisce in ciò assai men ricca di altre nazioni, come può vedersi nella raccolta di Du Méril, Poésies Dopulaires latines du moyen age, Paris, 1847.

[12] Cfr. Bartsch, Dante’s Poetik in Jahrbuch der deutsch. Dantegeseilschaft, III, p. 303 sgg.

[13] L’esigenza dell’istinto artistico prevalente fra noi era grande per questo lato; tutto essendo rimesso al gusto individuale, e l’uso letterario non essendo ancora arrivato a norme fisse e nettamente formulate, i minori ingegni trovavansi talvolta più imbarazzati nello scriver volgare che nello scriver latino. Fra gli altri sono notevole esempio di questo ch’io dico, le parole che leggonsi in un codice senese del Fior di Virtù: «Poiché de’ vocaboli volgari sono molto ignorante, però che io gli ho poco usati, anche perché le cose spirituali, oltre non si possono si propriamente exprimere per paravole volgari come si sprimono per latino e per grammatica, per la penuria dei vocaboli volgari..., diversi da quelli de l’altre terre et contrade; ma la grammatica et latino non è così, perché è uno apo tutti e latini. Però vi prego che mi perdoniate se non vi dichiaro perfettamente le sententie et le verità di questo libro.» ap. De Angelis, Capitoli dei Disciplinati ecc. (Siena, 1818), p. 175. C’era dunque un gusto imperioso a cui doveva chiedere scusa chi non si sentiva forte abbastanza per soddisfarlo. Il latino, comunque grosso, era grammatica, come lo chiamavano allora in Italia e altrove; avea regole ed usi più determinati, e minori per esso erano le esigenze artistiche. Fare impossibile che il Pott, il quale ha capito tante cose non abbia capito la ragione semplicissima di quest’uso medievale della parola grammatica; ved. Zeitschr. j. vergl. Sprachforsch., I, p. 313.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004