Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

fefefЄЭefefe

.  12  .

Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo XI

 

Se v’hanno due cose che stiano assolutamente agli antipodi, tali sono il sentimento pagano e il cristiano. È impossibile immaginare una (differenza più grande, più profonda, nel modo di considerare il mondo esterno e l’interno. Il sentimento cristiano è assorbente in modo singolare, esso chiama a sé tutta l’anima dell’uomo, tutta la concentra in un’idea: tutti i sentimenti, le passioni, gli affetti, gl’istinti che hanno tanta parte nelle produzioni artistiche, esso riforma e riduce, connaturandoli a sé stesso e facendoli convergere verso un solo scopo. Tutte le ispirazioni poetiche si incontrano in un obbiettivo solo: si ama in Dio, si geme in Dio, si esulta in Dio, si vive in Dio; Dio insomma è la base di ogni formola in cui si traducono, si risolvono o si acquetano gli affetti, i patemi, gli entusiasmi, le speranze, e le trepidazioni dell’anima umana. E l’orizzonte della vita è cambiato affatto, e con questo profondamente rinnovati tutti i principi escatologici di essa. L’occhio si figge ansiosamente sul problema della esistenza di oltre tomba, alla salvezza di questa tutta l’attività umana vuoi coordinarsi. La vita terrestre è un peso, un pellegrinaggio, una prova dura difficile, ed ora per la prima volta si ode dire che c’e una vita mondana, che c’è un mondo periglioso e nocivo, da cui l’uomo pio deve tenersi lontano. Una rivoluzione violenta bisogna che abbia luogo nella coscienza umana., perché l’uomo possa arrivare a considerar così sé stesso e la società e la natura. Gl’ideali poetici concepiti in un’epoca di espansione spontanea, quando lo spirito non violentato né torturato alcunamente, tutto il mondo, secondo natura, riconduceva a se stesso, e con ingenua fiducia credeva in quello e l’amava e lo divinizzava, riconoscendovi, come in uno specchio fedele la propria immagine, doveano necessariamente ripugnare ad anime che vedevano in modo così nuovo e diverso l’essere umano, nei suoi rapporti col suo simile, colla natura, e colla divinità. Quel sentimento che potè avere per prodotto l’ascetismo eremitico e monacale quanta parte dell’animo poteva lasciare alla intelligenza del bello antico, alle idealità artistiche di Omero e di Virgilio?

Se il cristianesimo avesse continuato da solo là dov’esso era nato, limitandosi ad una riforma religiosa della stirpe giudaica, la natura sua propria e originaria lo avrebbe condotto ad una poesia di genere speciale che avrebbe potuto essere una seconda fase dell’antica poesia biblica, ad esso naturalmente più prossima. Sarebbe stata sempre una fase notevolmente diversa dall’antecedente; poiché c’è nella prima idea cristiana un sentimentalismo umanitario, una finezza e dolcezza di sentire religioso che dà a Cristo ed ai suoi un tipo ben distinto da quello di David, di Isaia, e delle più calde e poetiche anime dell’antica legge. In ogni caso però avrebbe certamente avuto in comune coll’antica poesia giudaica, il non essere figlia di una scuola e di uno studio che avesse l’arte per iscopo. Se c’era cosa che dovesse ripugnare alla natura di questo primo sentimento cristiano, tale doveva essere ed era in realtà, tutto quanto sapesse di convenzionalismo artistico. di affettazione, di ricercatezza, e mirasse ad uno scopo diverso dal puramente etico e religioso. In parte perché ebreo di povera condizione nato e vissuto in Palestina e non tocco né modificato in alcuna maniera, come tanti altri ebrei d’allora usciti dal suolo nativo, dalla civiltà grecoromana, in parte per la stessa natura eterea, sentimentale e mistica della sua dottrina, Cristo rimase estraneo indifferente a qualunque cultura. La semplicità è nell’ideale cristiano la qualità prima fra le esterne, con cui si contrappone all’antico mondo civile. La più alta poesia cristiana non si produsse quindi nel campo artistico, dal quale i seguaci di Cristo, quanto più fedeli all’idea primordiale del Maestro, si tennero lontani. Essa, piuttostoché in forme, si rivelò in idee e in sentimenti espressi nel modo più ingenuo e pedestre; senza comporre un verso, senza pure inimaginar di poetare, seguendo l’impulso che dava allo spirito la nuova idea ferventemente appresa e fomentata, produsse l’ideale di Cristo, che è senza dubbio il suo più alto portato poetico, e la cui entusiasmante efficacia non fu certamente piccolo elemento in quella magia che moltiplicò a milioni e neofiti e martiri. Non d’altra natura, ma semplici e affatto non curanti della forma, sono le effusioni poetiche di Francesco d’Assisi e di chi scrisse della. «Imitazione di Cristo», tardi ma fedeli e genuini echi della più vera e più originale cristianità.

Nel diffondersi pel mondo grecoromano, il cristianesimo trovava invero il terreno assai preparato negli elementi sì positivi che negativi della decadenza, e non era esso il solo nuovo prodotto che desse al pensiero e al sentimento di quell’epoca un carattere nuovo, ben diverso da quello dei periodi più splendidi irreparabilmente passati. Per un processo lento, di cui con sufficiente studio si trovano e si spiegano chiaramente le vie e le fasi, esso riuscì ad infiltrarsi nella società grecoromana, modificando questa, non però senza modificare sé stesso in proporzioni considerevoli. Lo spirito di proselitismo che era nella sua natura tanto gagliardo e invincibile quanto lo era per Roma lo spirito di conquista, lo ridusse a piegarsi a necessità ed a transazioni inevitabili. La prima concessione che dovette fare fu quella di istruirsi, di divenir colto, d’iniziarsi alla civiltà grecoromana, ed essendo questa troppo vitale per poterla estinguere, cercare di assimilarsela, per poterla influenzare nei suoi effetti ulteriori e modificare. Così (fatto strano quando si pensi all’ideale di Cristo e della società evangelica) i cristiani poterono divenire pittori e scultori, poeti d’arte e verseggiatori, e cercare un organo del loro sentimento religioso là dove Cristo non avrebbe né immaginato di cercarlo, né voluto che si cercasse. E in tal guisa avea luogo una prima e principale di quelle mille contradizioni appena palliate da ogni sorta di pii ripieghi suggeriti dalla fede, in mezzo alle quali il cristianesimo è venuto vivendo fino ai dì nostri.

L’idea cristiana indossando le forme dell’arte poetica antica non approdò mai ad altro che ad una specie di singolare travestimento, del quale l’abilità di qualche poeta non potè riuscire che a diminuire la stranezza. Non di rado il contrasto fra le forme e le idee tocca il grottesco e il ridicolo, per chiunque non abbia gli occhi velati dal fervore della fede che tutto scusa ed ammira in una parola guidata da questa. E veramente, se l’idea cristiana trovava una sufficiente preparazione ed elementi favorevoli nel campo in cui si andava propagando, non per questo essa trovava in quello forme artistiche appropriate corrispondenti. Il misticismo e la nuova tendenza del pensiero che favoriscono i trionfi del cristianesimo nella decadenza, appunto perché prodotti di un deperimento e non di un rinnovamento, di una fiacca e delirante decrepitezza, non di mia calda e giovanile energia, non determinavano quel grado di sentimento ardente che rinnova e crea l’arte plasmandola secondo la natura propria: essi ad altro non aveano servito che a malmenare l’arte antica, trascinandola in basso. Questa trovò dunque il cristianesimo così ridotta; la trovò viva apparentemente nelle scuole e nella cultura, ma spenta in realtà nell’intelletto e nel cuore. Quelle forme ormai vuote che erano proprietà domestica del mondo civile ed esemplate dai più grandi nomi del patrimonio intellettuale d’allora, il cristianesimo si occupò di trarle dai subbietti profani e pagani ai subbietti sacri e cristiani. L’uso di esse era realmente cosa tanto meccanica ed inerte, che parve naturalissimo considerarle come aperte al primo occupante, e capaci di adattarsi ad un sentimento qualunque. Eppure, nate in Grecia, esse avevano già fatto il salto non piccolo dalla grecità alla romanità, né senza molto sforzo, e sol coll’aiuto dei più splendidi rappresentanti del genio latino, erano riuscite ad adattarsi a quest’ultima. Ora trarle ad una seconda trasmigrazione, ben più violenta della prima, perché negazione recisa del pensiero poetico ed artistico ch’esse avevano seguìto e servito in Grecia e in Roma, era una velleità che solo poteva nascere in una epoca in cui il dominio della retorica su tutta la letteratura avea fatto perdere il sentimento di quel rapporto necessario ed intimo che deve esistere fra le forme dell’arte e le condizioni dello spirito.

Insomma l’imitar Virgilio, come fanno Prudenzio, Sedulio, Aratore, Giuvenco e tanti altri poeti cristiani[1], mettendo in esametri la vita di Cristo, o vite di santi o fatti biblici, l’imitare Orazio, Ovidio ed altri poeti antichi componendo distici e carmi trocaici e giambici su fatti e idee cristiane, era un lavoro di sforzo, nel quale convincimenti, raziocini, moralizzazioni potevano esser cosa seria, ma la poesia propria del sentimento cristiano non poteva avere che pochissima parte, poche e stentate espansioni. Versificare il vangelo era un cristianizzare l’esercizio scolastico, ma era anche un togliere alla ingenua narrazione evangelica la poesia sua propria, per darle un ornato ripugnante alla sua natura. Però gli uomini educati nella cultura romana, che aveano sempre dinanzi agli occhi gli esemplari antichi, accolto il cristianesimo, dovevano vedere con compiacenza riempiuto, quantunque in modo insufficiente e posticcio, un vuoto che questo presentava per essi. La descrizione della tempesta negli esametri di Giuvenco prete richiama alla mente loro la bella descrizione virgiliana; più d’un carme di Prudenzio li faceva ripensare ad Orazio. Che poi della poesia antica soltanto la forma ci fosse in quelle composizioni, che della poesia cristiana vera e propria non ci fosse che una parte troppo tenue, era cosa che poco importava in un’epoca in cui la poesia non si apprezzava che come retorica e versificazione. Per tal guisa la poesia cristiana, seguendo i tipi classici, era cristiana nell’argomento, pagana nella forma; quante volte un poeta cristiano uscisse dall’argomento sacro, i tipi classici gl’imponevano tanto e tanto che, come vediamo in Ausonio, a stento si riesce a distinguerlo da un pagano. Ciò si verifica sopratutto ai tempi della decadenza e del risorgimento, che sono quelli nei quali la poesia latina dei cristiani più si permette di divagare nel campo laico e mondano. E questa va contata fra le altre ragioni per cui, nel predominio dell’ascetismo, la poesia latina viene tanto generalmente consecrata ai subbietti sacri, e rifugge tanto dai profani. Ma anche ai tempi della decadenza, finché seguitò a vivere il paganesimo, i cristiani che erano tali ferventemente e per elezione ed eran resi esaltati dalle lotte, concentrandosi intieramente nell’idea religiosa, poco accordavano nelle loro poesie ai temi non religiosi. Già in quest’epoca la cultura cristiana è rappresentata in massima parte dal clero e così anche la poesia; rari sono i laici cristiani di cui questi secoli ci abbiano tramandato qualche composizione. Fin da quest’epoca adunque già si prevede che cosa dovrà essere la società e la cultura quando il paganesimo sarà affatto estinto e tutto il mondo civile cristianizzato. È il carattere dei medio evo; la prevalenza dell’autorità religiosa e dell’idea religiosa in tutti gli atti e in tutti gli ordinamenti della società che ne è penetrata fino alle più intime viscere; è il concetto della cristianità che si va sviluppando e applicando nei successivi trionfi del cristianesimo, il quale non è assorbito dalla società romana da cui nacque lontano e diverso, ma è invece assorbitore di essa. Le sfere dell’attività umana vengono ripartite con distacco e divisione profonda fra gli stati e condizioni varie degli uomini. La prima radicale divisione che si completa col completarsi del trionfo sul paganesimo è quella dei laici e dei chierici; ai primi rimane tutta la vita materiale, agli altri la cultura e la vita intellettuale; al laico par naturale che la cultura noti sia cosa sua, né si vergogna di non averne più di quello che si vergogni di non essere chierico; la differenza netta e recisa finisce col riflettersi nei nomi, e chierico acquista il significato di uomo di studio, laico il contrario; il primo è distinto, ma non per questo l’altro è sprezzato; ognuno fa il suo mestiere. Così la cultura e la vita intellettuale resa privativa di una casta religiosa, si concentrava nella religione; tutti gli ordini sociali sentivano l’influenza di quella casta invaditrice per natura, per missione, e per tradizione, che aveva in mano il cuore e la mente di tutti, dal principe più potente fino all’ultimo dei villani.

Tutto ciò definisce la natura propria di quella continuazione che la poesia latina di forma classica potè trovare nel medio evo. Figlia della scuola e prodotto artificiale essa è opera del clero; il campo suo è principalmente religioso; a sentimenti ed affetti d’altra natura essa non viene applicata, ed anche quando il suo tema è profano, come p. e. nelle narrazioni versificate di fatti storici, le idee, le moralizzazioni mostrano sempre la tendenza ed il punto di vista schiettamente clericale e religioso. Nelle formole, nel metro, nell’applicazione dei mezzi poetici antichi si scorge sempre quella stessa barbarie e quella stessa ignoranza che abbiamo veduto dominare nelle scuole grammaticali e retoriche di quest’epoca, alle quali essa unicamente deve la propria esistenza. Non si cercava con essa né lo sfogo di una passione o di un sentimento, né la imitazione fina ed intelligente di un determinato tipo di arte, ma unicamente un esercizio di versificazione, un passatempo e nulla più; era un riposo, una distrazione alla quale si consecrava qualche ora, sempre però «ad maiorem Dei gloriam». Un poeta, o compositore di versi di professione, il quale non avesse altro carattere che questo ripugnerebbe troppo a quella gente, e mal potrebbe trovare chi lo stimasse. Ciò si scorge in modo evidente quando si osservano uomini come Lattanzio, Aldelmo, Alcuino, Beda, Rabano Mauro ed altri dei più gravi far versi latini per trastullo come oggi si farebbe una partita di bigliardo, e divertirsi a scrivere in versi centinaia di enimmi, logogrifi, anagrammi, acrostichi ed altre simili puerilità. Il carattere proprio della poesia latina della decadenza si ritrova in queste composizioni metriche latine dei monaci del medio evo, salvo che le antiche forme sono assai più rozzamente trattate e ben si vede che, pei radicale cambiamento avvenuto, esse hanno anche meno, di prima una ragione di esistere fuori della scuola[2]. E del resto è cosa chiarissima che nella letteratura chiesastica le forme letterarie si sono fissate, con quella stereotipia che in ogni cosa è propria della chiesa, sotto l’influenza di quel gusto e di quella condizione delle lettere che esistevano quando la società ecclesiastica si organizzò nel mondo romano. La retorica e la declamazione, la ripetizione eterna, illogica ed inconcludente di frasi e luoghi comuni, l’epitetare convenzionale esagerato e falso, le lumeggiature tolte da questo o da quell’altro scritto autorevole e venerato, e altre simili qualità rimasero nella letteratura ecclesiastica latina tanto invariabilmente quanto la liturgia e il rituale; le troviamo in Agostino, in Cassiodoro, in Gregorio, in Tommaso, come le riconosciamo in qualunque più recente allocuzione o circolare pontificia e nei moderni scrittori religiosi di fede cattolica, i quali appunto perché medievali nella cultura, nel sentimento e nella dialettica, invano tentano di misurarsi col sapere odierno che non può badare ad essi.

Gravi incompatibilità rendevano grande il disagio in cui trovavasi l’idea cristiana e la poesia del cristianesimo nelle forme classiche. L’antica religione e l’antica poesia erano sorelle, e tanto aveano di comune nelle cause, nelle origini e nello sviluppo loro, che in grandissima parte s’identificavano. La mitologia, creazione poetica essa stessa, avea tanta parte nelle espressioni, nelle imagini, nei concetti e nel frasario poetico, per non parlare della parte ancor più essenziale che avea negli ideali poetici, che era impossibile ridurre le forme antiche a cantare Cristo e i santi senza che c’entrassero Apollo, le Muse e tutto l’Olimpo pagano. Ben è vero che, appunto per la natura schiettamente poetica di tutti quei fantasmi, potè avvenire che, dinanzi alla nuova idea religiosa, questi si spogliassero affatto del loro valore religioso e serbando, come nomi e fatti fantastici, il loro valore poetico, s’infiltrassero nella poesia e nell’arte cristiana e sopravvivessero anche nel pensiero moderno europeo fino ad un punto che può alla prima parer sorprendente[3]. Questo però potè avvenire, come fatto naturale e senza scapito, in tutta l’arte di forma nuova, nella quale quanto era superstite dell’antica idea era giustamente rappresentato, secondo il posto e la natura che le assegnava lo spirito modificato grandemente; nell’arte imitatrice e di forma antica non poteva avvenire senza che ci scapitasse l’arte stessa, o, come vediamo nel risorgimento, la nuova idea a cui si voleva adattarla. Tali incompatibilità, tanto più gravi quanto più intieramente il sentimento cristiano assorbisce l’anima, erano vivamente sentite da ben molti asceti, i quali vedevano l’inconveniente[4] e volevano evitarlo; ma, se salvarono il loro sentimento, l’arte rimase offesa e vulnerata dai comici ripieghi a cui ricorsero spesso, come quando invece delle antiche invocazioni poetiche sostituivano il «Domine labia mea aperies», o peggio ancora invocavano: «Colui che fe’ parlare l’asini di Balaam»[5]. Però quel sentimento che era vivo e reale ed abbastanza intenso per far provare il bisogno di una libera espansione., non tardò ad emanciparsi. Rompendo le barriere che lo inceppavano nelle forme classiche, esso cercò e trovò uno sfogo nella latinità triviale e senza presunzione, figlia dell’epoca e nata sotto la sua influenza, come stabile organo della liturgia e della fede cristiana; segui l’orecchio che udiva l’accento e più non udiva la quantità, avvivandosi alle fonti della poesia popolare che per fatto naturale si svolgeva con ritmi novelli risultanti dalla speciale indole melodica ch’era propria dei volgari viventi e parlati. Così nascevano molte poesie ritmiche latine nelle quali, confrontate colle altre, è facile riconoscere che il medio evo si adagia assai più liberamente e comodamente, rivelando l’animo suo e la sua fede con più schietta e men preoccupata maniera. Per quanto Prudenzio ed altri poeti cristiani di scuola abbiano talvolta potuto essere felici nelle loro versificazioni, mai niuno di essi non riuscì a riporre nei suoi versi tanta dose di vera, sentita e vivida poesia quanta se ne trova nel Dies irae ed in simili composizioni, per lingua e per verso affatto lontane dai classici della scuola. Ivi sentiamo l’anima ingenua che palpita e che trema, che si atterrisce e che spera, ne vediamo gli slanci e gli entusiasmi e non abbiamo bisogno di essere anche noi credenti per riconoscere e rispettare quella poesia bella e sensibile, perché figlia genuina dell’animo e collegata psicologicamente con sentimenti di ragione universale. Dinanzi ai retorizzanti e forzati compositori di odi e di esametri troppo spesso siamo tentati di chiedere se parlino davvero sul serio.

Quella nuova poesia di cui i più notevoli antichi monumenti spettano al latino delle chiese e dei chiostri, e al sentimento religioso, pullula da quella stessa fresca e vivida sorgente da cui dovrà scaturire per altri sentimenti e altre lingue la nuova poesia dei laici e delle lettere volgari. Essa e le forme sue erano tanto omogenee all’indole del tempo, che coesistendo per lunga epoca allato alla poesia di scuola, a questa faceva sentire assai fortemente la sua influenza; mentre da essa, o meglio dal materiale della cultura che la scuola conservava, la poesia popolare traeva qualche idea, qualche nome o qualche fatto, ad essa dava assai spesso i suoi ritmi, o ne guastava gli antichi stampi metrici spingendo alla noncuranza della quantità, all’uso dell’accento e della rima.

Queste poche osservazioni sulla poesia latina del medio evo hanno per iscopo di mostrare come l’idea classica fosse in realtà poco presente alle menti di quella casta che allora dominò la cultura; e ciò non soltanto nell’opera dello studio, conforme risulta dai precedenti capitoli, ma anche nell’opera attiva e produttiva della imitazione dei modelli antichi. Dal che riman confermata e meglio dichiarata la poca attitudine di quella classe alla intelligenza estetica della poesia virgiliana. È quindi questo capitolo quasi la controprova di ciò che risulta dagli antecedenti, rimanendo per esso dimostrato come alle deficienze nello studio passivo corrispondano simili deficienze nella produzione da questo governata. Per questa via siamo arrivati anche a toccare delle letterature volgari e della nuova poesia, e tutto ci chiama a considerare ormai il nome del poeta nostro in mezzo a questo nuovo elemento. Prima però di farci a seguirlo attraverso ad una atmosfera tanto diversa da quella in cui l’abbiamo contemplato fin qui, crediamo necessario fare una sosta per segnare i principali tratti caratteristici di quell’ideale dell’antichità che fu proprio del medio evo.

 

Note
_____________________________

 

[1] Zappert (op. cit., not. 53, p. 20 sgg.) ha riunito un gran numero di esempi di reminiscenze virgiliane che si trovano in numerose poesie latine del medio evo dal V al XII secolo. Questa raccolta non è che un piccolo saggio, né dà una idea adeguata della cosa; una simile potrebbe farsene per Ovidio e anche per altri poeti antichi. Una disamina completa ed esatta degli elementi virgiliani nelle poesie latine del medio evo sarebbe intrapresa colossale e non farebbe che confermare ciò che già risulta evidente da fatti fondamentali di cui quello non è che una necessaria conseguenza.

[2] Senza successo ha tentato un’apologia della poesia latina medievale Leyser. De Ficta medii aevi barbarie, imprimis circa poesim latinam, Helmst., 1719. Con qualche miglior fondamento ha scritto nello stesso senso Wright il suo saggio: On the anglolatin poets af the twelfth century (nei suoi Essays on subjects connected with the literature, popular superstitions and history af England in the middle ages, Vol. I, p. 176-217. Ma quanto si può concedere si riduce a ben poche e mediocri eccezioni. Cfr. anche Baehr. Geschichte d. röm. Literatur im Karolingischen Zeitalter, cap. II; Ebert, Allgem. Gesch. d. Litt. d. Mittelalters im Abendlande, Leip., 1874-87.

[3] Veggasi la storia notevole di questa fusione di elementi eterogenei, nella dotta opera di Piper, Mythologie der christlichen Kunst, von der ältesten Zeit bis in’s sechzehnte Jahrhundert, Weimar, 1847-51.

[4] «Sed stylus ethnicus atque poeticus abiiciendus;

     Dant sibi turpiter oscula Iupiter et schola Christi».

                    Bernard. Morlan., De contempt., p. 86.

[5] Vix muttire quco, mutum, precor, os aperito,

     Ipse docens asinam quae doceat Baalam».

Heriger (saec. X), Gest. Episc. Leodiens., ap. Pertz, Mon. Germ., SS. 7, 107; [?] cfr. i luoghi di Paolino Nolano, Sigeberto e d’altri riferiti da Zappert, op. cit., not. 61.

fefЄЭefe

Indice Biblioteca Indice dell'opera  Parte 1 - Capitolo 12 Parte 1 Capitolo 10 © 2003 - prof. Giuseppe Bonghi - E-mail
Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004