Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo X

 

Le notizie che abbiamo sulla vita di Virgilio ci sono pervenute attraverso alle scuole dei grammatici e dei retori: singolarmente le dobbiamo all’uso ovvio ed antico, di premettere alla esposizione degli autori nelle scuole qualche notizia sulla loro vita; perciò le biografie virgiliane che ci rimangono, tutte più o meno compendiose, appartengono in generale o appartenevano a commenti d’uso scolastico. Quanto in queste biografie proviene da fonti antiche dei primi tempi dell’impero, non offre propriamente alcunché di caratteristico pel nostro studio; tutto quello che per noi può avere qualche importanza appartiene ai tempi della decadenza e del medio evo; perciò abbiamo creduto differire fin qui a parlare di quanto concerne la tradizione relativa alla vita del poeta, onde studiare l’assieme delle varie notizie piuttosto nella luce di questa ultima età che in quella dell’epoca classica, dopo avere osservato le peripezie del nome virgiliano nell’ambiente retorico e grammaticale di più epoche successive.

Proporzionatamente alla sua nominanza ed al posto che occupava nelle lettere e nelle scuole, Virgilio è fra i poeti latini quello intorno alla cui vita più fu scritto e più ci rimane. Noi abbiamo intorno a lui un numero di notizie autentiche che ce lo fanno scorgere nella sua realtà storica in modo luminoso; e ciò è tanto più degno di nota che queste non sono tratte, come per es. accade per Ovidio, dalle opere stesse del poeta, ma da memorie e documenti biografici propagatisi parallelamente alla sua rinomanza. Nelle sue opere Virgilio per la stessa natura loro, di rado ha, come Ovidio, Orazio ed altri, occasione di parlare di sé stesso; e quando lo fa, come accade nelle Bucoliche, in modo indiretto e coperto, l’allusione non si scopre che in grazia di notizie apprese esternamente e conservate per tradizione nei commenti. Naturalmente su di un uomo che in modo tanto eccezionale attirò su di sé l’attenzione, molto fu scritto e molto fu detto dagli stessi contemporanei[1]. Gli amici suoi Vario, Melisso[2] ed altri che godettero della sua intimità lasciarono scritti speciali sulla sua vita e sul suo carattere; poi scrissero su di lui altri che non lo conobbero, ma furono abbastanza prossimi al suo tempo per udire parlar di lui uomini che lo avevano conosciuto; così Asconio Pediano il quale non conobbe il poeta. ma scrisse il suo libro contro i detrattori di esso quando freschissima ne era ancora la memoria, e così potè colla testimonianza di uomini autorevoli parlare della vita e dei costumi di lui in quello scritto. Sulla fine del regno di Tiberio molto rammentava ancora su Virgilio il vecchio Seneca, già nonagenario. che avea conosciuto i più distinti uomini dell’evo augusteo[3]. E del resto, come sempre accade in queste nominanze, la fama doveva narrare più aneddoti, veri, o falsi, sul poeta e necessariamente non poche cose su di lui dovevano essere dette e ripetute per tradizione orale, comunque originata. Di questa tradizione orale, del riferirsi alle parole dei più vecchi in fatti concernenti Virgilio e le sue opere, trovansi esempi fino al principio del II secolo[4]. In questo tempo appunto Svetonio poneva assieme la sua dotta compilazione storico-letteraria De viris illustribus, e servendosi dei materiali sopra indicati, dava, nella sezione relativa ai poeti, un riassunto della vita di Virgilio. L’opera di Svetonio fu poi grandemente adoperata, come repertorio, dai grammatici, i quali da essa a preferenza estraevano le notizie biografiche che premettevano ai commenti, o alla esposizione degli scrittori nelle scuole. Da questa opera, oggi perduta, ma di cui ritrovansi numerosi e cospicui frammenti, provengono anche le principali notizie biografiche che oggi abbiamo su Virgilio e che ci sono offerte dalla biografia più ampia oggi superstite, quella che porta il nome di Elio Donato[5] perché premessa da questo grammatico del IV secolo al suo commento virgiliano[6].

Così il fondamento delle notizie che ci rimangono non è propriamente un’epoca speciale scritta di proposito sulla vita del poeta, ma un compendio, quale doveva esserlo un articolo di un repertorio storico-letterario. Donato non ha fatto che copiare Svetonio quasi sempre alla lettera; difatti in quella parte della biografia che può considerarsi come genuina e solo si trova nei mss. più autorevoli ed antichi, ben si riconosce lo stile svetoniano secco e freddo, ed il modo proprio di questo scrittore di accozzare notizie di natura aneddotica senza cementarle con pensieri o sentimenti propri. Quantunque nell’assieme si riconosca che trattasi di un poeta eccezionalmente venerato e famoso, e si vegga anche un concetto di lui superiore a quello di qualsivoglia altro poeta latino, pure il tono della biografia è positivo e realistico, e non si riconosce in essa quel calore che siamo soliti incontrare presso quanti si trattengono a parlare di Virgilio. È questo il tono proprio di Svetonio che si ravvisa benissimo nelle sue biografie dei Cesari. Da Svetonio pure (il quale forse ne ebbe notizia da racconti orali, o da altri che simili voci avesse registrate prima di lui) proviene quella dose di maraviglìoso che è nella parte sicuramente antica della biografia e consiste in presagi o segni della futura grandezza del poeta; come il sogno ch’ebbe sua madre, il non aver vagito quando nacque, e la grande altezza che tosto raggiunse il ramoscello di pioppo piantato, secondo l’uso, per la sua nascita[7]. Aneddoti di simile natura ritrovansi riferiti da Svetonio diligentemente in tutte le biografie dei Cesari, e nell’antichità sono cosa troppo ovvia perché possano in qualche modo servire a dare un colorito speciale alla nominanza del poeta, benché ne seguino la misura a livello delle più alte grandezze, e lo distinguano da tutti gli altri poeti latini. Perciò ha torto chi pone questi aneddoti accanto ai racconti favolosi del medio evo, che hanno una origine ben diversa. Forse non tutto quanto Svetonio scrisse su Virgilio nel suo articolo biografico fu riferito o copiato da Donato; comunque sia però, questa parte del commento ebbe maggior fortuna del resto e sopravvisse come opuscolo separato; fu letta durante tutto il medio evo, e servì di fondamento a non poche altre piccole biografie che accompagnano commenti e manoscritti virgiliani. Con essa rimase viva nella tradizione letteraria l’idea storica della personalità del poeta lungo tutta l’età di mezzo fino ai tempi nostri[8].

In generale in tutte le biografie prosaiche che ci rimangono non si trova quell’enfasi con cui siamo soliti udir parlare di Virgilio già nell’epoca classica e più ancora nella decadenza e nel medio evo. La tendenza a notare nel poeta qualche cosa di singolarmente specioso si riconosce in esse, ma tutte sono più semplici e più sprovviste di ogni colore subbiettivo o retorico di quello si potrebbe aspettare. La ragione di ciò sta in questo, che niuna di esse è un lavoro biografico intrapreso di piè fermo, ma tutte sono, come abbiamo accennato, raccolte di notizie messe assieme per servire all’uso prattico dell’insegnamento, come introduzioni ai commenti, dei quali serbano la maniera andante e senza elevatezza e il tono freddo e pedestre. Donato, sul quale si fondano più altri, non era certamente spinto dallo scopo scolastico del suo lavoro a supplire di suo alla mancanza di calore propria dell’opera svetoniana, e molto meno chi compendiava da lui. Lo stesso dicasi delle brevi e tumultuarie notizie biografiche che troviamo premesse ai commenti di Probo[9] e di Servio[10]. Ma se quell’iperbolico sentire che a riguardo del Mantovano regnava in tutto il mondo letterario non era rappresentato nello stile di queste disadorne e compendiose compilazioni, esso era come un fermento che doveva avere naturalmente per effetto di mescolare al retaggio delle notizie storiche non pochi fatti inventati o erronei o trasfigurati, taluni dei quali s’introdussero anche nel testo della biografia principale. Il medio evo infatti impresse il suo stampo in questa come in altre, ed è questo l’aspetto speciale da cui tal tema presenta un particolare interesse per noi[11]. p. 120 sgg.), il quale sostiene ch’essa faceva parte del commento di un Valerio Probo Iuniore.

Prima d’ogni altra cosa è d’uopo notare che questa invasione di elementi nuovi e falsi nella biografia virgiliana. ha avuto luogo diversamente da quello fanno supporre i molti che hanno parlato di questa materia, i quali generalmente sogliono richiamare il fatto delle leggende di Virgilio mago, e considerare le interpolazioni della biografia Donatiana ed anche certi fatti che leggonsi in talune altre biografie medievali come dovuti a queste leggende. Questo errore, molto comune, riposa sulla confusione di due cose ben distinte per la loro natura, per la loro età e per la loro origine, quali sono le leggende popolari e le favole letterarie relative a Virgilio. Fra queste due categorie di prodotti favolosi c’è invero una comunanza di base, poiché ambedue partono da una idea esagerata della sapienza virgiliana; esse però sono diversissime tanto pel concetto di questa sapienza stessa, naturalmente molto più grossolano nelle popolari che nelle letterarie, quanto pel campo di attività totalmente diverso pel quale fanno esercitare lo straordinario sapere del Mantovano. Il Virgilio dei racconti popolari perde affatto il carattere di poeta; nella leggenda letteraria in vece Virgilio riman sempre poeta, e la vasta e molteplice sapienza sua ha la poesia per organo e per prodotto. Di questa leggenda noi troviamo sufficienti ragioni e cause nei fenomeni storico-psicologici che siamo venuti studiando fin qui, i quali però non sarebbero sufficienti di per sé soli a spiegare l’origine delle leggende popolari, determinate da cause del tutto speciali, come vedremo. Naturalmente le une e le altre dovevano finire coll’incontrarsi; ma la leggenda popolare non esce dalla località ristretta in cui era nata e non acquista notorietà, divulgandosi nella letteratura, prima del XII secolo. Nelle biografie del poeta non se ne sente quindi l’influsso che assai tardi ed è anche un influsso lontano e limitato a poca cosa. Nella biografia di Donato, così in manoscritti del IX e del X secolo, come in manoscritti del XIV e in stampe del XV, non si trova introdotto che un solo aneddoto favoloso, di cui parleremo altrove, nel quale si può riconoscere una influenza di quelle leggende, non perché esso faccia parte di queste, ma perché è il solo in tutta la biografia genuina e interpolata che faccia, come accade in quelle leggende, esercitare la sapienza mirabile del poeta in un campo estraneo alle lettere. Una biografia, pubblicata dall’Hagen[12] da un ms. bernense del nono secolo, contiene molte ingenuità, ma nulla che faccia pensare al Virgilio mago, come si trova in biografie posteriori, scritte dopo il secolo XIII. Vedremo nell’altra parte del nostro lavoro la leggenda popolare mescolata in uno strano connubio colle notizie biografiche desunte da Donato, da Bonamente Aliprandi, nel XV secolo.

La leggenda letteraria, intendendo con questo nome generico tutto quanto di non autentico trovasi riferito nella tradizione letteraria e creduto circa Virgilio come poeta, letterato, o dotto, non può dirsi offra una caratteristica speciale del poeta; essa caratterizza piuttosto, e ciò in piena armonia con quanto siamo venuti osservando, la natura di quel mezzo nel quale il nome del poeta si andò movendo fino a tutto il medio evo. Essa risulta da un numero di particolarità, o di aneddoti che s’incontrano sparsi, o mescolati alle notizie storiche, i quali non hanno evidentemente alcuna possibilità storica, ma pur non offrono nulla di soprannaturale. Procede direttamente dai grammatici e dagli studiosi di Virgilio; di rado è un prodotto puro e pretto della imaginazione, ma per lo più si collega con qualche fatto che amplifica o travisa, con qualche notizia o qualche verso che fraintende o spiega a suo modo. Fin dai primi tempi se ne trovano esempi in più di un si dice riferito da Asconio Pediano e poi da grammatici e da commentatori. Più tardi l’accumularsi degli esercizi poetici, ai quali presiedeva il nome e l’autorità del Mantovano, l’intorbidarsi e il per. perdersi di parecchie fila dell’antica tradizione e il crescere dell’ignoranza, allargava il campo e moltiplicava le occasioni alla produzione di idee erronee e leggendarie. È noto il distico: «Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane, commune imperium cum Iove, Caesar, agis» e la storiella che narra come un plagiario si attribuisse questi versi, e Virgilio si lamentasse di ciò cogli altri versi, pubblicati anch’essi senza nome: «Hos ego versiculos feci; tulit alter honorem. Sic vos non vobis etc.». Quella storiella e i versi relativi, che di certo non sono di Virgilio, ebbero molta notorietà nelle scuole per tutto il medio evo, né hanno cessato di averne a’ nostri giorni[13]. In molti manoscritti di Virgilio di varie epoche que’versi trovansi segnati, e più d’uno scrittore medievale li rammenta. Il codice Salmasiano che li contiene [14], Cassiodoro [15], e Aldelmo [16] che li citano, provano evidentemente che nel VI e VII secolo erano già tanto noti quanto nelle epoche posteriori. Nella biografia di Donato essi e la storia relativa trovansi aggiunti soltanto nei manoscritti interpolati[17]. Indovinare precisamente come fossero attribuiti a Virgilio è difficile; forse essi furono introdotti in qualche ms. fra gli epigrammi di questo poeta, e passarono quindi come cosa sua nelle varie raccolte di poesie minori, delle quali abbiamo un saggio nel codice Salmasiano[18]. Non altrimenti si può spiegare come nello stesso codice Salmasiano trovisi attribuito a Virgilio un epigramma che non è altro se non un distico sentenzioso dei Tristia di Ovidio[19]. – Trovasi anche in corso fra i commentatori un’altra favoletta che si riferisce ad un emistichio dell’Eneide relativo ad Ascanio: «magnae spes altera Romae». In questa l’ammirazione pel poeta è espressa facendola brillare accanto al più grande luminare della prosa romana. Cicerone udendo cantare da Citeride in teatro la sesta ecloga, colpito dallo straordinario talento che in questa si rivelava, avrebbe chiesto di chi fosse e saputolo, avrebbe esclamato: «Magnae spes altera Romae!» (considerando sé stesso come la prima); queste parole sarebbero state poi introdotte da Virgilio nel suo poema riferendole ad Ascanio. Quella buona gente non ricordava che quando le ecloghe furono pubblicate Cicerone era già morto![20] La favola, che trovasi anche in Servio[21] è passata dai commenti nella biografia, come aggiunta alla notizia autentica del gran successo avuto dalle Bucoliche recitate in teatro. Evidentemente essa ha per base un qualche detto su Cicerone e Virgilio come principi della letteratura romana, nel quale a Virgilio si applicasse quel tale suo emistichio[22]. – La biografia interpolata si chiude con una serie di sette o otto sentenze dette da Virgilio in varie occasioni. Qualcuna di queste è basata sui versi stessi del poeta. Queste sentenze, che non offrono nulla di saliente e per lo più si riducono a luoghi comuni, non presentano Virgilio che dall’aspetto morale, come un uomo dolce e senza fiele, fornito di buon senso e di tatto prattico. Egli apparisce come tenuto in grandissima considerazione alla corte, e parecchie sentenze sono dette da lui in risposta a Mecenate o ad Augusto che lo consultavano. L’ammirazione pel poeta rivelasi in taluni di questi aneddoti colle stesse parole ingenue che a lui vengono poste in bocca[23] L’età di questa parte della biografia leggendaria è assai incerta; quantunque molto in essa tradisca il colorito e l’indole del medio evo, pur crediamo che qualche cosa di più antico vi sia, pel soggetto se non per la forma. Uno di questi detti virgiliani relativo ad Ennio trovasi già citato nel VI secolo da Cassiodoro[24] . È noto il gusto degli antichi per le raccolte di apoftemmi di grandi uomini. Probabilmente sentenze e motti di Virgilio figuravano in memorie sulla vita del poeta, e Svetonio nella sua compilazione, o Donato nel suo estratto di Svetonio, li lasciò da parte, ma da quelle fonti, poi perdute, si propagarono, turbandosi e mescolandosi con invenzioni, attraverso alla minor letteratura grammaticale meno avvertita e oggi nella massima parte perduta, ed anche attraverso alla tradizione scolastica. Un libro in cui si avrebbe diritto di aspettarne e a prima giunta si è sorpresi di non trovarne, sarebbe quello di Valerio Massimo. Ma questo insulso compilatore, che scrivendo in tempi tanto prossimi al poeta, avrebbe potuto essere per noi fonte di preziose notizie su di esso, ha adoperato servilmente fonti nelle quali, o per l’età o per la natura loro, non poteva essere menzione di lui; perciò in tutta l’opera non lo ha mai nominato neppure una volta.

Nelle biografie, desunte generalmente da Donato, che precedono commenti o accompagnano codici di Virgilio dei secoli LX, X, XI non si trovano aneddoti speciali che meritino la nostra attenzione; ne ancora trovasi in esse introdotto il soprannaturale nell’attività del Mantovano. Ben si rivela però un concetto esagerato della sapienza del poeta e singolarmente del suo sapere filosofico, quale non si trova nella biografia maggiore, quantunque tale idea esistesse già al tempo di Donato. Notevoli sono, da questo aspetto, certe strane etimologie del nome di Virgilio. In una biografia che trovasi in un codice del IX secolo questo nome è spiegato «quasi vere gliscens, essendo Virgilio maestro famosissimo di alta filosofia e molteplice nella sua fecondità, come la germinazione primaverile»[25]. Nel cod. Gudiano (IX sec.) di Virgilio, in cui trovasi tre o quattro volte narrata la vita del poeta, troviamo che «Marone ei fu detto dal mare, perché siccome il mare abbonda di acque, così abbondava in lui la sapienza, più che in ogni altro»[26]. Dopo il XII secolo questa idea si accentua anche maggiormente in alcune biografie, nelle quali però già si scorge l’influenza delle leggende popolari introdottesi nella letteratura. In un codice Marciano del sec. XV che contiene un commento a Virgilio, trovasi una biografia nella quale l’autore dà libero corso alla sua ammirazione pel poeta: di Virgilio si può dire: «omne tenet punctum»; ed anche a lui possono applicarsi le parole del salmista: «omne quod voluit fecit»; e perciò di lui fu detto:

 

«Hic est musarum lumen per saecula clarum,

Stella poetarum non veneranda parum»[27]

 

All’interno commento serve di motto il verso:

 

«Omnia divino monstravit carmine vates».

 

Ma fra le altre virtù virgiliane qui troviamo esplicitamente nominata la magia[28], di cui non è menzione in alcuna biografia anteriore al XII sec. Oltre a quanto leggesi nelle biografie, trovansi negli scrittori del medio evo non poche idee erronee e notizie favolose su Virgilio. Già, come notammo altrove, i commentatori delle Bucoliche spesso imaginavano, senza alcun fondamento, fatti ai quali il poeta alludeva allegoricamente. Così secondo un commento che leggesi in un ms. del IX secolo, Virgilio avrebbe tenuto in Roma pubblica scuola di poesia, ed a ciò si riferirebbe il noto «formosam resonare doces Amaryllide sylvam»[29]. Curioso è il colossale anacronismo di un anglosassone il quale, prendendo alla lettera certe espressioni metaforiche, considera Virgilio come contemporaneo di Omero e suo discepolo ed amico[30]. Per una strana confusione di varie idee delle quali abbiamo già parlato, Pascasio Radberto asserisce che la Sibilla recitò in persona le dieci ecloghe dinanzi al senato [31]. È noto il soggetto del grazioso poemetto La Zanzara (Culex) attribuito a Virgilio; Alessandro Neckam riferisce quel fatto come avvenuto a Virgilio stesso e come occasione quindi di quella composizione poetica; ma poi si disdice, notando che avendo letto quel poemetto si è accorto di essere stato tratto in inganno da una falsa voce[32]. Una tradizione, che non ha nulla d’inverosimile, portava che Virgilio ricevesse non piccole somme dalla liberalità di Augusto[33]; particolarmente fra i grammatici era volgare la fama di una larga ricompensa data da Augusto al poeta pei commoventi versi: «Tu Marcellus eris etc.» che fecero una vivissima impressione sull’animo di Ottavia. Nel commento di Servio è detto che per quelli egli ebbe una somma solennemente pagata e contata in aes grave [34]. Quella somma viene stabilita nella biografia interpolata in diecimila sesterzi per ciascun verso[35]. Questa notizia la vediamo più tardi legarsi alla storia dei versi «Nocte pluit tota etc.» con singolari aggiunte. Benzone di Alba (XI sec.) dice che per questi versi Virgilio ebbe da Augusto danaro a profusione e la libertà[36]. La stessa cosa afferma Donizone[37], Non contento di ciò Alessandro di Telese (XII sec.) dice che per essi Virgilio ottenne da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[38]; nella quale aggiunta noi vediamo la leggenda letteraria incontrarsi e mischiarsi colla popolare che allora già si divulgava nel Napoletano dov’era originaria; in questa Virgilio figura appunto come signore o patrono della città di Napoli. Di questi elementi che predisponevano il terreno letterario all’accettazione delle leggende popolari, è d’uopo rammentarsi per lo studio che intraprenderemo nella seconda parte di questo lavoro.

Se, per le ragioni che abbiamo accennate, quel tono enfatico con cui soleva parlarsi di Virgilio non avea luogo nelle biografie in prosa, esso avea un largo campo nelle composizioni poetiche che aveano per soggetto il poeta. La poesia di ragione classica, così nel medio evo come prima governata dalla retorica e confusa colla declamazione, si esercitava tenendo costantemente Virgilio dinanzi. In lui essa trovava il principale modello da imitare, in lui una specie di emporio retorico-poetico, da lui prendeva i tempi per gli esercizi di versificazione declamatoria, e questi ultimi non soltanto dalle sue opere, ma dai suoi meriti e dai fatti principali della sua vita. Così avea origine la gonfia biografia virgiliana in versi, che ci è giunta incompleta, scritta nel VI secolo dal grammatico Foca, all’enfasi della quale serve di misura l’ode saffica che la precede[39]. Ma molte particolarità della vita del poeta erano volgarmente conosciute sia per le biografie annesse ai commenti e lette nelle scuole, sia per la esposizione scolastica delle sue poesie stesse, singolarmente delle Bucoliche. Le più spiccanti e notorie fra quelle particolarità furono speciali soggetti di esercizi poetici. Così la Storia delle possessioni perdute e poi riacquistate per grazia di Augusto e per intercessione di Mecenate ed altri amici, era nota a quanti avean letto le Bucoliche, e più di un poeta latino trovò una ispirazione in quel fatto egualmente onorevole pel poeta e pel suo protettore; così Marziale[40], Sidonio[41] ed altri. In un codice del X secolo leggesi un esercizio poetico medievale consistente in una epistola in versi diretta da Virgilio a Mecenate allorché le terre mantovane erano passate in possesso dei veterani[42]. Un epigramma dell’Antologia si riferisce al fratello di Virgilio, Flacco, immortalato dal poeta, secondo i commentatori e la biografia maggiore, nel Dafni della V Ecloga[43]. Delle notizie provenienti direttamente dalla biografia niuna fu tanto trita quanto quella dell’ordine dato da Virgilio morente di bruciare l’Eneide; era questo un tema che si prestava assai alla declamazione, e difatti più d’una ne troviamo su tal soggetto. Già al tempo di Gellio e di Svetonio, Sulpicio Apollinare componeva su di ciò quei tre diatici che troviamo riferiti nella biografia[44]. In epoca più tarda furono composti i distici che leggonsi nel codice Salmasiano, coi quali i Romani pregano Augusto di comandare che la volontà del poeta non sia eseguita[45] Ma la declamazione su questo tema prende un tono assai più alto facendo parlare Augusto stesso, come troviamo nel famoso «Ergone supremis» etc., che forse faceva parte della biografia versificata da Foca, sopra rammentata[46].

Le composizioni stesse del poeta servivan poi di tema per esercizi di versificazione e di poesia. Ciò accadde anche per talune brevi poesie che trovansi riferite nella biografia. Così l’epigramma che, secondo il biografo, Virgilio giovanetto compose contro Balista maestro e ladrone, ebbe molta notorietà e trovasi in più codici, estratto certamente dalla biografia e mescolato con altre poesie di Virgilio e d’altri[47]. Esso fu imitato da più d’un poeta scolastico, e ben sei variazioni su questo tema, certamente di autori diversi, si trovano da un interpolatore introdotte nella biografia verseggiata da Foca[48]. Questi esercizi scolastici erano opera non soltanto di scolari, ma anche di maestri; negli ultimi tempi della decadenza si trova l’uso di comporre in più su di uno stesso tema, a modo di tenzone, e se ne ha notevole esempio nelle composizioni dei dodici poeti scolastici o dodici sapienti[49], che prendono tanto larga parte dell’Antologia latina e, giudicando dalla cura con cui furono raccolte e conservate in più manoscritti, pare incontrassero molto favore. I temi sono vari; una descrizione, un fatto mitologico, le lodi di una persona; generalmente si preferiscono soggetti già trattati in modo celebre da qualche chiaro poeta, quale p. es. Ovidio[50], e più spesso Virgilio. Così il noto epigramma che leggevasi sulla tomba del poeta, e secondo la biografia sarebbe stato composto da lui stesso[51], trovasi rifatto in un distico e amplificato in due distici da ciascuno dei XII poeti[52]. A questo genere di esercizio appartengono anche gli argomenti in versi delle varie poesie virgiliane[53]. Il numero e la varietà di quelli che ci rimangono provano che anche questo esercizio era soggetto di una specie di certame scolastico. Taluni di questi riassunti versificati si riferiscono anche alle Bucoliche e alle Georgiche[54], ma i più si riferiscono all’Eneide. Si hanno argomenti a ciascun libro dell’Eneide composti di un solo verso, altri di quattro, di cinque, di sei, di dieci versi[55]. Una composizione di undici esametri, di incerta età, dà il numero totale dei versi di tutte le opere di Virgilio ed il contenuto di esse[56]. Il più antico esempio di questa sorta di lavori, ai quali per lo più Virgilio stesso prestava non poco del suo, sarebbero gli hexastichi attribuiti a Sulpicio Apollinare; trovansi in un codice vaticano del V o VI secolo. Non sono certamente di molto anteriori a questa età i decastichi, preceduti da cinque distici nei quali Ovidio se ne dichiara autore[57]; nel che vediamo riflettersi il rapporto in cui erano realmente Virgilio ed Ovidio nell’uso scolastico di quel tempo. Poi composizioni di tal natura si fecero lungo tutto il medio evo. Non fu certamente Virgilio il solo a cui lavori simili si dedicassero, ma per lui si fece in tal genere assai più che per alcun altro poeta latino. L’Antologia offre anche parecchi epigrammi sulle lodi del poeta, generalmente fondati sul luogo comune del confronto con Omero per l’Eneide, con Teocrito per le Bucoliche, con Esiodo per le Georgiche[58]. In uno di questi epigrammi troviamo messo in versi il detto di Dominio Afro riferito da Quintiliano[59]. Due distici di stile metaforico e contorto pretendono dar consiglio a chi «con piccola barca si fa a percorrere il vasto pelago di Marone»[60].

Finalmente a questi esercizi della scuola fornivano materiali i luoghi delle maggiori opere virgiliane, quelli stessi che servivano di tema alle declamazioni in prosa. Più d’una composizione dell’Antologia è ispirata da luoghi siffatti [61], e singolarmente la scuola retorica si riconosce nei così detti temi virgiliani che sono studi su motivi retorici offerti dalle poesie virgiliane e propri alla declamazione, variazioni su versi del poeta, nelle quali il tono viene per lo più esagerato secondo la tuba e la pompa richiesta necessariamente dal gusto del tempo. Tali sono le parole di Didone ad Enea (Aen., IV, 365 sgg.), di Enea ad Andromaca (Aen., III, 315 sgg.), di Sace a Turno (Aen., XII, 653 sgg.) [62]. Abbiamo inoltre una lettera di Didone ad Enea[63], in cui l’argomento virgiliano è trattato secondo la maniera di Ovidio, un lamento sulla rovina di Troia nel cui ritmo si riconosce evidente il medio evo inoltrato[64], ed altro di cui qui sarebbe superfluo parlare.

Propriamente il focolare di queste produzioni poetico-retoriche alle quali presiede l’autorità virgiliana, non può dirsi sia il pieno medio evo, ma piuttosto il principio di esso e gli ultimi tempi dell’impero. Il quinto e il sesto secolo sono singolarmente fecondi di questo genere di versificazioni nate nelle scuole, diffuse in quelle ed amorevolmente raccolte da uomini senza dubbio anch’essi di scuola, i quali senza scrupolo mescolavano le minori poesie degli antichi grandi maestri più note nelle scuole, ai prodotti scolastici più generalmente ammirati in quel tempo di cattivo gusto. Quindi quella strana confusione di nomi che complica le difficoltà dell’ordinamento critico dell’Antologia latina. Intanto colla importanza che così vediamo attribuita ai prodotti di una regione bassa e per lo innanzi condannata all’oscurità, si manifesta evidente l’ultimo spossamento della poesia classica che, ridotta ad anfanare miseramente nell’artificiale atmosfera della retorica, si consuma ed emacia al punto da mostrare le povere ossa sulle quali si regge. Quest’ultima nota smorta e scolorata della poesia latina, piuttosto che rimpetto all’antichità, abbiam voluto richiamarla rimpetto al medio evo, al quale con essa vengono tramandati e raccomandati i grandi esemplari antichi, ed essa soltanto dà l’intonazione per quel poco che quella età, tutta avviluppata nell’ascetismo monacale, potè produrre sulle orme della poesia classica.

 

Note
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[1] «amici familiaresque p. Vergili in his quae de ingenio moribusque eius memoriae tradiderut». Gell., XVII, 10, 2.

[2] Cfr. Quintilian. X, 3, 8; Donat., Vit. Verg., p. 4, BR.; Ribbeck, Prolegomm., p. 89.

[3] «Ac Seneca tradidit Iulium Montanum poetam solitum dicere involaturum se Vergilio quaedam» etc. Donat., Vit. Verg., p. 6. [Ed. Brummer, 1912]. In ciò che ci rimane di Seneca il vecchio questo luogo non si ritrova.

[4] «Nisus grammaticus audisse se a senioribus aiebat», etc. Donat. Vit. Verg., p. 9.

[5] Molta confusione regna fra gli eruditi circa gli scritti che portano il nome di Donato. È d’uopo dunque notare che la maggiore biografia che possediamo appartenne al commento oggi perduto di Elio Claudio Donato, e non fa parte di quello superstite di Tiberio Claudio Donato. A quest’ultimo essa fu attribuita erroneamente da più dotti, quali Fabricio, Gräfenhan (Gesch. d. class. Philol. im Alterth. IV, p. 317) ed altri. Reifferscheid (op. cit., p. 400 sg). ha provato chiaramente l’erroneità di questa opinione. Ridestando però la controversia L. Valmaggi (La biografia di Virgilio attribuita al grammatico Elio Donato in Riv. di filol. Class., 1886, p. 1 sgg). ha voluto dimostrare con un lavoro d’indagine minuta, che «quella biografia non può essere di Donato e nemmeno può rappresentare l’originale di Svetonio, sibbene essa appartiene ad un anonimo commento alle Bucoliche, una delle cui fonti principali fu il commento perduto di Elio Donato o forse più probabilmente quello di Servio».

[6] Delle molte edizioni di questa biografia io adopero e cito costantemente (come già dissi) quella del Reifferscheid che, come di diritto, ha restituito a Svetonio tutta la parte genuina di essa, svetoni praeter Caesarum libros reliquiae, Lips. 1860, p. 54 sgg. [Nella presente edizione le citazioni sono tratte dalle «Vitae Vergilianae» del Brummer]. Per la critica e la storia di questa antica biografia è indispensabile consultare l’importante lavoro dell’Hagen, il quale ne ha dato una nuova edizione critica (Scholia Bernensia ad Vergil. Bucol. et Georg. p. 734 sgg)., aggiungendo anche quella parte relativa alla poesia bucolica che nel commento di Donato veniva immediatamente dopo la biografia. Ved. anche Nettleship, Ancient lives, of Virgil, Oxford, 1879; Beck ad Verg. vit. Svetonian. in Jahrbb. f. Philol., 1886. p. 502 sgg. Il Wölfflin pubblicò nel Philologus del 1866 (XXIV, p. 153 sg.) la prefazione di Donato che trovasi premessa alla biografia in un codice parigino coll’indirizzo «Fl. (legg. Ael). Donatus L. Munatio suo salutem » [Brummer, o. c., p. VII] L’editore, il Baehr (p. 367), ed altri hanno erroneamente considerato quel testo come una prefazione alla biografia; il che, come nota Baehr, a causa delle parole che in esso s’incontrano «de multis pauca decerps» starebbe contro l’idea che questa sia tutta desunta da Svetonio. Ma basta leggere con qualche attenzione quello scritto per accorgersi che esso non è un prefazione alla sola biografia, bensì a tutto il commento. Certamente alle interpretazioni del commento si riferisce ciò che Donato dice della propria opinione mescolata all’altrui (admixto sensu nostro), e non ad altro si possono riferire le parole della fine «si enim haec grammatico, ut aiebas, rudi ac nuper exorto viam monstrant ac manum porrigunt, satis fecimus iussis». Da questa prefazione apparisce che tutto quel lavoro di Donato era essenzialmente una compilazione, quantunque ci mettesse anche del suo, come dice egli stesso, e come si rileva anche da Servio. Egli fece come Macrobio nel riferire le idee e i fatti appresi da altri; cioè, senza citare per lo più i nomi, riferì esattamente le parole degli scrittori adoperati: «Agnosces igitur saepe in hoc munere conlaticio sinceram vocem priscae auctoritatis. Cum enim liceret usquequaque nostra interponere, maluimus optima fide, quorum res fuerant eorum etiam verba servare». Ciò trova la sua applicazione anche nella biografia tolta di peso da Svetonio. Sui Mss. e sul testo di questa biografia cf. Hagen, op. cit. p. 676 sgg. 683 sgg.

[7] Notevole e non incredile è il fatto che viene aggiunto a quella notizia: «quae arbor Vergili ex eo dicta atque etiam consecrata est, summa gravidarum ac fetarum religione et suscipientium ibi et solventium vota». Donat., Vit. Vergil, p. 2.

[8] L’Anthologia latina offre qualche epigramma da servire d’epigrafe a ritratti del poeta; n. 158 (R.). È singolare però che in tanta fama non mai interrotta di Virgilio non ci sia giunto un ritratto di lui che possa credersi intieramente fedele. I busti di Virgilio furono, singolarmente nelle biblioteche pubbliche (Cf Sveton., Calig., IV, 34) e private, cosa comunissima nell’antichità, fino agli ultimi tempi della decadenza. Citeremo più sotto una epigrafe del V secolo che si riferisce ad un ritratto di Virgilio. Anche antico è l’uso di ornare i manoscritti virgiliani col ritratto del poeta (cfr. Martial., XIV, 186) e durò sempre fino al risorgimento. Il più antico che possediamo è quello ben conosciuto, che adorna il noto codice romano, riferito da taluni al IV o V sec. Ma presto in queste miniature invalse l’arbitrio, e l’uso di rappresentare uno scrittore qualunque, senza dare un ritratto propriamente detto. Difatti quella miniatura vaticana offre un tipo assai mal determinato e insignificante, quantunque, ripetuto uguale in tre luoghi del volume, possa sembrare una copia barbara di un ritratto tradizionale che già ornava mss. assai più antichi. Nel medio evo poi e nel risorgimento non si badò punto alla fedeltà, e le numerose immagini del poeta che ornano i manoscritti offrono i tipi più diversi, arbitrari e fantastici. Talvolta il poeta ha la barba, anche gran barba talvolta non ne ha punta; ha lunga zazzera, non ne ha, o è anche calvo; porta il berretto frigio ecc. Nei molti che ho potuto vedere ho trovato affatto assente ogni unità d’ideale. I numerosi codici di Dante nei quali trovasi rappresentato del tutto arbitrariamente questo poeta, benché tanto più prossimo e di figura più noto di Virgilio, provano quanto poco si badasse alla somiglianza in quelli ornamenti.

Due miniature che rappresentano Virgilio, una delle quali di Simon Memmi, ha pubblicato Mai in Virgili Maronis interpret vet. Mediol., 1818. Quella del cod. rom. fu più volte riprodotta. Su queste miniature e sul busto che conservasi in Mantova ved. Visconti, Icon. Rom., p. 385 sgg.; Labus, Museo di Mantova, I, p. 5 sgg.; Carli, Dissert. sopra un antico ritratto di Virgilio, Mantova 1797; Mainardi, Dissert. sopra il busto di Virgilio della R. Accad. di Mantova, Mantova 1833; Raoul Rochette in Journal des Savants, 1834, p. 68 sgg.; Beschreibung von Rom, II, 2, p. 345 sg.; Müller, Handb. d. Archäol. d. Kunst, p. 734; De Nolhac, Les peintures des mwsuscripts de Virgile in Mél. d’arch. et d’ist. de l’École. fr. de Rome, V (1884), p. 327, tav. XI. [Bernoulli, Röm. Ik., I, 246 sgg.]

[9] Intorno a questa breve biografia ristampata anche dal Reifferscheid (Svet. reliq., p. 52 sg.)[p. 73 Brummer] veggasi quanto nota Steup (De Probis Grammaticis, Ien. 1871,

[10] Reifferscheid ha creduto (Svet. Reliq., p. 398 sg.) che la biografia che porta il nome di Servio non sia realmente di questo grammatico, e che quella che costui scrisse e trovasi citata da lui stesso nella introduzione alle Bucoliche, sia perduta. Contro questa idea, accettata da Baehr (R. L., p. 366) e da Teuffel (R. L., p. 1015 sg.) veggansi i buoni argomenti di Hagen (Schol. Bern., p. 682), il quale ci fa sapere che quella biografia Serviana leggesi anche in un ms. bernense del secolo VIII-IX [Brummer, p. 68 sgg.]

[11] La biografia che porta il nome di Donato trovasi accresciuta di un numero di notizie assurde o prive di ogni carattere d’autenticità in taluni mss., dei quali i più antichi fino ad ora noti non vanno al di là del sec. XIV (cf. Hagen, Scholl. Bern., p. 680, Roth in Germania, IV, p. 285). Scevra affatto da queste interpolazioni trovasi essa in altri manoscritti che risalgono fino al X e al IX secolo. Anche indipendentemente dalla natura delle notizie che riferiscono, queste interpolazioni, per la lingua e per lo stile, sono tali da non lasciar credere ch’esse siano aggiunte fatte da Donato al testo di Svetonio. Nondimeno l’idea di Roth (Germania, IV, p. 286 sg.) che esse debbano attribuirsi a qualche dotto napoletano della prima metà del sec. XII, è senza dubbio erronea. Quantunque i MSS. interpolati non differiscano fra loro pel numero e la qualità delle interpolazioni, è chiaro che queste non sono il prodotto di un solo uomo né di un sol tempo; il contenuto di alcuna di esse trovasi già in Servio, in Cassiodoro, in Adelmo. Il dotto napoletano avrebbe quindi dovuto fare un opera di erudito che sorprenderebbe in un uomo del suo tempo. Inoltre il Roth non ha pensato che, per quanto povera cosa siano queste interpolazioni, pure nel loro assieme esse sono assai meno rozze di quello si potrebbe aspettare dalle idee e dalla cultura di uno scrittore della Italia meridionale del sec. XII.

Racconti falsi di varia natura intorno a Virgilio incominciarono ad aver corso assai di buon’ora, ed in parecchie di queste stesse interpolazioni è impossibile non riconoscere aneddoti che andavano attorno per le scuole dei grammatici ai tempi della decadenza; sarebbe del tutto irragionevole credere che tutte le biografie del poeta messe assieme in varie guise, copiando, compendiando, compilando, da tanti grammatici di quell’epoca, rimanessero affatto scevre da aneddoti di questa natura. Io non esito menomamente a credere che Aldelmo e Cassiodoro leggessero già in qualche biografia del poeta quei tali aneddoti ai quali alludono come a cosa ben nota, e che poi ritroviamo fra le interpolazioni della biografia Donatiana, o Svetoniana. Può essere che alla stessa biografia di Svetonio lasciata tal quale da Donato, un qualche altro grammatico, copiandola o abbreviandola, aggiungesse i racconti della scuola. Comunque sia, tutto mi conduce a dover riconoscere nelle ìnterpolazioni che oggi ci rimangono in mss. poco antichi, un nucleo assai antico, il quale già trovavasi in qualche biografia anteriore al VI secolo, e che poi si è venuto accrescendo nelle varie epoche del medio evo, fino forse al XII secolo, al quale può credersi appartenga uno degli aneddoti aggiunti, diverso per natura dagli altri, del quale parleremo a suo luogo.

[12] Scholia Bern., p. 996 sgg.

[13] Evidentemente a questo fatto si riferisce, come una variante, l’esametro «Iuppiter in coelis, Caesar regit omnia terris»; a cui trovasi premesso il titolo «Vergilius de Caeaare»; Anth. lat., n. 813 (R.). Quantunque questo esametro non trovisi che in codici dei secoli XIV e XV pure lo credo assai antico. Riese (Jahrbb. f. Phibol. 1869 p. 286) credo (con poco fondamento) di riconoscere una reminiscenza di questo verso nell’Elegia de Nuce, v. 143: «sed neque tolluntur, nec dum regit omnia Caesar, Incolumis» etc.

[14] Anth. Lat., n. 256, 257 (R.)

[15] «ut est illud: Divisum imperium cum Iove Caesar habes». Cassiod., De Orthogr., c. 3 [Keil, Gr. Lat. VII, 156] (quel capitolo di Cassiodoro è desunto dall’opera di un ignoto grammatico, Curzio Valeriano)

[16] Aldelmo cita come di Virgilio, «in tetrastichis theatralibus» il verso «Sic vos non vobis mellificatis apes», Aldh. opp. ed. Giles, p. 309 [Migne 89, 224]. Ved. Manitius, Zu Aldh. u. Baeda, Wien 1886, p. 27. Quella espressione «in tetrastichis theatralibus» prova che questi versi erano allora soltanto due distici, quali appunto leggonsi nel cod. Salmasiano, nel quale il verso citato è il pentametro del secondo distico. È chiaro del resto, anche per altre ragioni, che gli altri tre pentametri nei quali vien ripetuto in tre variazioni ed anche con rima intrecciata il «Sic vos non vobis» sono un’aggiunta posteriore. Essi trovansi però già in codd. del X secolo. I due ultimi mancano in qualche manoscritto di Donizone (XI sec.), che riferisce anch’egli l’aneddoto; Vit. Math., ap. Muratori Sciptor. rer. it., V, II2, p. 31 [rec. L. Simeoni].

[17] Hagen (Jahrbb. für Philol., 1869, p. 734) crede che la narrazione con cui quei versi trovansi introdotti nella biografia interpolata non possa essere anteriore al XII secolo. Ma è evidente che i versi son tali da supporre già quella narrazione, la quale è senza dubbio tanto antica quanto essi. Quanto alla forma di questa narrazione, determinarne l’epoca è arduo, ma sicuramente essa non contiene nulla che possa distogliere dal riferirla ad un’epoca del medio evo anteriore al XII secolo. Comunque sia, che i due distici fossero già introdotti in quella biografia virgiliana nell’epoca in cui fu compilato il contenuto del cod. Salmasiano, è cosa di cui non dubito. Questi due epigrammi, e gli altri due 261, 264 (R.) che trovansi così prossimi fra loro in quel codice, e ritrovansi tutti nella biografia, evidentemente sono desunti da questa. Notevole è sotto questo aspetto il n.° 264, che non è altro se non il distico di Properzio «Cedite romani» etc. citato nella biografia. Certamente prima del XII secolo (verso la metà dell’XI) fu scritto il libro Cnutonis regis gesta in cui è citato il «Nocte pluit» etc. come virgiliano. [M. G. H. SS. in us. schol. ed. Pertz, 1865, II, 19 (p. 26)]

[18] Hagen (Jahrbb. f. Philol., 1869, p. 734) ha pensato anch’egli ad una simile spiegazione, salvo che del tutto gratuitamente ha creduto dover richiamare a tal proposito la leggenda popolare del Virgilio mago, che non c’entra per nulla. Quand’egli dice che da questa maniera di versi all’idea del mago non c’era che un passo, ei mostra di non aver studiato questo soggetto colla consueta sua diligenza.

[19] «Si quotiens peccant homines», etc., Ovid., Trist., II, 33.

[20] Cicerone morì nel 711 di Roma; le ecloghe non sono certamente anteriori al 713. Cf. Ribbeck, Prolegomm, p. 8 sg. Anacronismi simili non sono rari, ed un altro ne offre qualche MS. che attribuisce a Virgilio le due note elegie, certamente antiche, relative a Mecenate già morto. (Cf. Ribbeck Appendix Vergil., p. 61, 192 sgg.). Quando Mecenate mori, Virgilio era morto già da undici anni. Però in simili errori già si cadeva facilmente assai prima del medio evo. Marziale, di meno che un secolo discosto dal poeta, dice lestamente (IV, 14): «Sic forsan tenerausus est Catullus, Magno mittere passerem Maroni», dimenticando che Catullo morì quando Virgilio non avea più di 16 anni.

[21] «Dicitur autem (ecloga VI) ingenti favore a Vergilio esse recitata, adeo ut, cum eam postea Cytheris meretrix cantasset in theatro, quam in fine Lycoridem vocat, stupefactus Cicero cuius esset requireret, et cum eum tandem aliquando vidisset. dixisse dicittir et ad suam et ad illius laudem: Magnae spes altera Romae; quod iste postea ad Ascanium transtulit, sicut commentatores loquuntur». Servius, ad Ecl., VI, 11.

[22] Lodare il poeta colle stesse parole sue non era cosa punto insolita; Rustico nella sua lettera a papa Eucherio (sec. V) riferisce il seguente epigramma, da lui letto sotto una imagine di Virgilio nel quale al poeta vengono applicati tre versi dell’Eneide (I, 607 sgg.):

       «Vergilium vatem melius sua carmina laudant;

       In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae.

       Lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet,

       Semper honos nomenque tuum laudesque manebunt».

Ved. Sirmond. ad Sidon. Ep., p. 4 [Migne 58. 489]

[23] «... ea tuba quom volo loquor quae ubique et diutissime audietur», Donat. Vit. Verg., pag. 32

[24] «Cui et illud convenienter aptari potest quod Virgilius, dum Ennium legeret, a quodam quid faceret inquisitus, respondit: Aurum in stercore quaero», Cassiod., De instit. div. litt., cap. I [Migne, 70, 1112]. «Quom (Maro) Ennium in manu haberet rogareturque quidnam faceret, respondit se aurum colligere de stercore Ennii». Donat., Vit. Verg., p. 31.

[25] «.... alii volunt ut a vere Vergilius, quasi vere gliscens idest crescens, sit nominatus. Erat enim magnae philosophiae praeclarissimus praeceptor et multiplex sicuti vernalia incrementa». Hagen, Scholl. bernen., p. 997.

[26] Ved. Heyne, ad Donat. vit. Vergil.. § 22 [ed. Verg. I4, pagina LXXXVII]

[27] «De eo potest dici illud oratoris: Omne tenet punctum; de qùo ait Macrobius; Vergilius nullius disciplinae expere fuit; unde dictum est de eo: Hic est musarum etc...; potest dici illud psal. mistae: Omnia quaecumque voluit fecit». Cod. Marcian. lat., cl. XIII, n. LVI, col. 2a. «Ideo Vergilius proprio nomine vates vel poeta antonomastice nuncupatur, sicut beatus Paulus apostolus, et Aristoteles philosophus». Ib. col. 3a.

[28] «et fuit magnus magicus, multum enim se dedit arti magicae ut patet ex illa ecloga «Pastorum musam Damonis et Alphe~ iboei» col. 8°; «ex faucibus sanguinem spuebat sed per medicinam se sanabat, erat enim magnus medicus et astrologus» col. 13.

[29] Formosam etc.... «Tropice ad Maronem hoc dicitur docentem in Roma artem poeticam. Amaryllis Romam allegorice significat.» Hagen, Scoll bern., p.

[30] Omerus waes                    Omero era,

      east mid Crecum,              in oriente fra i Greci,

      on thaem leodscipe           in quella nazione

      leotha craeftgast,               il più abile de’ poeti,

      Firgilies                                 di Virgilio

      freond and lareow,           amico e maestro, 

      thaem maeran sceope      di quel grande bardo

      magistra betst.                   il miglior de’ maestri.

Metres al Boeth. ed. Fox, p. 137. Questa versione metrica di Boezio è attribuita a re Alfredo, ma a torto, come prova Wright, Biogr. brit. lit.; Anglosax. period, p. 56 sg. 400 sgg.

[31] «legimus vero, quod Sibylla decem eclogas Vergili in senatu saltavit». Pasch. Rathb., in Matth. Ev.., c. 35; in Max. Bibl. vett. patr., XIV, p. 130 [?] [Migne 120].

[32] «Vergilius igitur repatrians, dulcibus Athenis relictis etc. etc. Sed quid? Rara fides ideo est quia multi multa loquuntur. Hoc adiicio quia postquam librum Vergili De culice inspexi, alium esse tenorem relationis adverti. Ut enim refert Vergilus, pastor quidam» etc. Alex. Neckam, De naturis rerum (ed. Wright, Lond., 1863), cap. 109, p. 190 sg.

[33] «ab Augusto usque ad sestertium centies honestatus est». Prob., Vit. Vergil., p. 73 (ap. Reiffersch., Svetan. etc., p. 53).

[34] «et constat hunc librum tanta pronuntiatione Augusto et Octaviae esse recitatum, ut fletu nimio imperarent, silentium, nisi Vergilius finem esse dixisset, qui pro hoc aere gravi donatus est». Servius, ad Aen., VI, 862. Cfr. Mommsen, Geschichte des promischen Münzwesen, p. 303.

[35] «.... defecisse fertur (Octavia), atque aegre focilata est [dena sestertia pro singulo versu Vergilio dari iussit]». Donat., Vit. Verg., p. 7 e 27.

[36] «Liber cum rebus, Maro, cunctis esto diebus

Et de thesauro Iulii sis dives in auro.

Certe pro duobus carminibus a Iulio Caesare est honoratus duplici honore Virgilius». Ad Henric. IV. imp.; Lib. I, 30. [M. G. H. SS., 11, p. 610]

[37] Vit. Mathild., ap. Muratori, Scriptor. rer. it., V, II2, p. 4.

[38] «Nam si Vergilius, maximus poetarum, apud Octavianum imperatorem tantum promeruit ut pro duobus quos ad laudem sui ediderat versibus, Neapolis civitatis, simulque Calabriae dominatus caducam ab eo receperit retributionem, multo melius etc.» Alloq. ad reg. Roger., ap. Muratori, Scriptorr. rer. it., V, p. 644. A questa munificenza di Augusto verso Virgilio allude anche Guglielmo Pugliese nella chiusa del suo poema:

       «Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;

       mente tibi laeta studuit parere poeta;

       semper et auctores hilares meruere datores.

       Tu, duce romano dux dignior Octaviano,

       sis mihi, quaeso, boni spes, ut fuit ille Maroni. »

                       Stp. Muratori, Script. rer it., V, p. 278.

[39] Essa è fondata sulla biografia di Svetonio, letta presso Donato; le poche discrepanze sono di nessun momento. Cf. Reifferscheid, Sveton. praet. Caes. reliqq., p. 403 sg., il quale ha accolto nel suo libro anche questo testo (p. 68 sgg.) [ap. Brummer, p. 49], stampato in molte raccolte e per ultimo nell’Anth. Lat, del Riesf. n. 671.

[40] «Iugera perdiderat miserae vicina Cremonae

       flebat et abductas Tityrus aeger oves;

       Risit Tuscus eques paupertatemque malignam

       reppulit et celeri iussit abire fuga».

                      Mart., VIII, 55 (56)

[41] Sinon., Carm., III, IV [Mohr]; Auct. panegyr. Pison., v. 230 sgg. Cf. Haupt in Hermes III, p. 212.

[42] Pubblicata dall’Usener in Rh. Mus. XXII, p. 628 da un codice sangallense del sec. X nel quale quella composizione porta il titolo Maro Maecenati salutem. Essa leggesi anche in altri codici. ma senza quel titolo. Il Riese l’ha accolta nella sua Anth. lat., n. 686. (Cf. vol. I, p. 2, p. XXIII). Né l’Usener né il Riese si sono accorti del vero soggetto di questa poesia, ma hanno creduto riconoscere in essa un carme lamentevole sulle tristi condizioni dell’Italia occupata dai barbari. – Donizone, nella disputa fra Mantova e Canossa, discorre anch’egli a lungo di questo fatto della vita virgiliana, con qualche particolarità che non è nella biografia. Vit. Mathild. ap. Muratori, Scriptor. rer. it., V, II2, p. 30.

[43] «Tristia fata tui dum fles in Daphnide Flacci

Docte Maro, fratrem dis immortalibus aequas»

                                     Anth. lat., n. 778 (R.).

[44] «Iusserat haec rapidiss» etc. Donat; Vit. Verg., p. 9, riferiti nelle varie edizioni dell’Anth. lat. [ad 653 R.]. The distici diversi, ma di egual significato, trovansi premessi agli argomenti in versi dei libri dell’Eneide, che portano il nome dello stesso Sulpicio [653 R.]. L. Mueller (RH. Mus.; XIX, p. 120) crede con ragione che i distici originali siano quelli riferiti nella biografia.

[45] «Temporibus laetis» etc., Anth. lat., n°. 242 (R.) Le più antiche edizioni di Virgilio ed anche alcuni MSS. attribuiscono questi versi a Cornelio Gallo. In un cod. vaticano (n° 1586) del sec. XV leggesi: «Egerat Vergilius cum Varrone (vuol dire Vario) ante quam de Italia recessisset, ut si quid sibi accideret, Aeneidam combureret, quod adimplere volens et Cornelius Gallus hoc senties, Caesari pro parte Romanorum et totius orbis supplicavit ne combureretur, in hunc modum videlicet: Temporibus laetis etc...»

[46] Anth. lat. n° 672 (R.) Questa declamazione in versi fu celebre e qualcuno, anche dei moderni, la citò sul serio come cosa d’Augusto. Di una antica imitazione di essa non rimane che la chiusa («Nescio quid, fugiente anima» etc.), Anth. lat., n° 655 (R.). Notiamo, per saggio dell’enfasi l’ultimo verso, in cui Augusto dice di Virgilio:

       «aeterna resonante Camoena

       Laudetur, placeat, vivat, relegatur, ametur!»

[47] Donat., Vit. Verg., p. 4; Anth. lat., n. 261 (R.). L’epitafio del vescovo Mamerto, in cui si riconosce una reminiscenza del primo verso di quell’epigramma, prova che esso era ben noto alla fine del secolo IV; cf. L. Müller in Jahr. für Phil. XCIII, (1866), p. 865. Anche in un distico (v. 43 sg.) dell’Elegie de Nuce il Riese [cf. Fleck. ] Jhb., 1870, p. 282] ha notato una reminiscenza del secondo verso del distico virgiliano, deducendone però conseguenze illegittime sull’età di quella elegia. L’epigramma contro Balista rimase notissimo nella decadenza e nel medio evo, indipendentemente dal Liber epigrammaton di Virgilio, a cui forse appartenne.

[48] In due di queste imitazioni il distico è compendiato in un verso; Phoc., Vit. Verg., v. 71 sgg.

[49] Cfr. su questi poeti Schenkl, Zur Kritik späterer lateinischen Dichter (Sitzungsbericht,. der Vien. Akad., 1863, Iuni), p. 52 sgg.

[50] Ved., per es., gli esercizi sui quattro versi d’Ovidio relativi alle quattro stagioni (Metam., II, 27 sgg.), n° 566 sgg. (R.)

[51] «Mantua me genuit» etc. Donat., Vit. Verg.,. p. 8. Imitato trovasi già questo distico in un verso dell’epitafio composto da un grammatico in onoro di Lucano: «Corduba me genuit, rapuit Nero, praelia dixi» il quale trovasi già citato da Aldelm (VII sec.) [Migne 89, 178] cf. L. Müller in Jahrhu. f. Philol., XCV (1867), p. 500; Usener. M. Annaei Lucani Commenta Bernensia, p. 6.

[52] Anth. lat., n°. 507518, n° 555566 (R.).

[53] Vedi intorno a questi L. Müller, Ueber poetische Argumente zu Virgils Werken in Rhein. muss., XIX, p. 114 sgg.

[54] Anth. lat., n°. 2 (R.), da codici del IX sec.; cfr. anche Ribbeck, Prolegg., p. 379.

[55] Anth. lat., n. 1, 634, 654, 591, 653 (R.)

[56] Anth. Lat., n°. 717 (R.)

[57] Anth. Lat., n°.1 (R.); Ribbeck, Prolegomm, p. 369 sgg.; L. Müller, op. cit., p. 115 sgg., il quale con ragione opina che possano essere opera di un africano del V o VI secolo.

[58] Anth. lat. (R.), n°. 713 (Virgilio e Omero); l’epigramma n° 777 Vate Syracosio, etc. (Virgilio, Teocrito, Esiodo, Omero) era forse premesso a qualche raccolta delle poesie minori e giovanili di Virgilio (cf. L. Müller in Jahrbb. f. Philol. XCV, 1867, p. 803 sg.) [Vollmer, App. Verg.]. Non credo sia stato avvertito da altri che l’epigramma n° 674° (olim 788: «Maeonium quisquis romanus nescit Homerum, Me legat et lectum credat utrumque sibi» è fatto evidentemente sullo stampo del primo distico dell’Ars amatoria: «Si quis in hoc artem populo non novit smandi, Me legat et lecto carmine doctus amet». Generalmente la notizia di quei tre autori imitati da Virgilio era sempre premessa dai grammatici alle esposizioni, come si rileva da tutti i commenti e dalle biografie a questi premesse.

Come Virgilio è posto a raffronto di Omero, così Lucano è paragonato a Virgilio nell’epigr. 233 (cf. Schmitz e L. Müller in Jahr. f. Phil. XCV, 1867, p. 799). Al medio evo inoltrato appartiene l’epigramma su Virgilio n. 855 (Meyer, perciò escluso da Riese: «Alter Homerus ero vel eodem maior Homero, Tot clades numero, dicere si potero». Questi due versi che in realtà non hanno che fare con Virgilio, fanno parte di una poesia medievale sulla caduta di Troia; Cfr. Du Méril, Poésies popul. lat. ant. au XII sièc.., p. 313.

[59] «De numero vatum si quis seponat Homerum,

       Proximus a primo tune Maro primus erit.

       At si post primum Maro seponatur Homerum,

       Longe erit a primo, quisque secundus erit».

Epigramma attribuito ad Alcimo Avito; Anth. Lat., n° 740 (R.). Cf. Quntilian., X, 1, 86 e la p. 25 del presente volume.

[60] «Qui modica pelagus transcurris lintre Maronis

       Bis senos Scyllae vulgo cave scopulos.

       Sed si more cupias nautae contingere portum,

       Carbasus ut Zephyris, desine, detur ovans:

       Tumque salis lustra reliquos ope remigis amnes:

       Se demum cymbam portus habebit opis».

Pubbl. da L. Müller da un codice del sec. XXI, Rheinisches Museum, XXIII, p. 657; Riese, Anth. lat., n. 738. Forse i 12 scogli sono i 12 luoghi inesplicabili di cui abbiam detto sopra p. 76 sg.

[61] Ved. i n. i 46 (de Turno et Pallante), 77 (de Niso et Euryalo) 99 (de Laocoonte), 924 (in Aeneam) dell’Anth. lat. (R.).

[62] Anth. lat. (R.) n° 255, 223 (attribuito a Coronato) 244. Lo stesso tema del n° 223 trovasi trattato in prosa in una declamazione di Ennodio (Dist. 28°. Verba Didonis etc.) [rec. Hartel, Vindob. 1882, p. 505]. Si veggano, per farsi un’idea di queste declamazioni versificate, anche all’infuori dei temi virgiliani, i n.i 1 128 e 23, quest’ultimo singolarmente.

[63] Anth. Lat., n°. 83 (R.)

[64] Du Méril, Poésies populaires latines untér siécle, p. 309 sgg. Su di una riduzione dell’Eneide in distici, ved. Hagen in N. Jahrbb. f. Philol, CXI, 10, p. 696 sgg.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004