Domenico Comparetti

Virgilio nella tradizione letteraria

fino a Dante

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Parte prima
Virgilio nella tradizione letteraria fino a Dante

 

Capitolo IX

 

Quantunque in libri di uso scolastico trovansi alcuni miti interpretati allegoricamente secondo il Mythologicon di Fulgenzio, non è da credere che l’interpretazione allegorica dell’Eneide, quale trovansi nel De Continentia fosse svolta in quelle scuole elementari di grammatica alle quali propriamente apparteneva Virgilio come testo scolastico. Quella ricerca di sensi arcani nel libro del grande poeta, quello scrutare nelle profondità del sapere meraviglioso che a lui si attribuisce, è opera, come già vedemmo in Microbio e vedesi anche in Fulgenzio, di gente che vuol essere affatto estranea alla scuola e tenersi molto al di sopra di essa[1]. Il maestro che avesse voluto esporre quella allegoria sarebbe stato obbligato ad un corso speciale su Virgilio, nel quale tutta l’Eneide fosse commentata in modo continuo, con uno scopo diverso da quello del materiale insegnamento della grammatica latina, a cui principalmente doveva servire l’esposizione di Virgilio nelle scuole medievali. Curioso e interessante sarebbe conoscere dappresso queste scuole e i maestri e il loro insegnamento, studiare l’uso di Virgilio in quelle e l’idea che ne riportavano di scolari. Ma un’ombra fitta ricopre, nel medio evo, questo importante ramo di attività, allora più che mai modesto ed oscuro. A farci però un’idea assai sufficiente della natura e del livello di quell’insegnamento servono quelli che possiamo considerare come i monumenti scolastici dell’epoca, e che possediamo in buon numero, cioè le grammatiche, e i commenti a Virgilio e ad altri autori.

Il numero degli scritti grammaticali composti dopo la caduta dell’impero lungo tutto il medio evo, è assai considerevole. Taluni sono opera di uomini che ebbero in un’altra sfera di attività, per quei tempi più importante, la ragione di molta nominanza; altri sono opera di grammatici di professione che limitarono a questo genere di sapere laico la loro produttività. Il valore degli uni e degli altri è nullo; più oscuri, quantunque alcuni assai adoperati e citati, sono naturalmente i secondi. Quell’opera ha così poca pretensione di originalità, è ridotta ad un uso talmente materiale e quasi di mestiere, ed è considerata come di un ordine talmente secondario rimpetto alla meta della vita intellettuale del tempo, che molto facilmente essa diviene impersonale. Come per tante cose d’uso triviale che servono ai bisogni della vita giornaliera, il nome dell’autore poco importa. Perciò gli autori meglio conosciuti sono quelli che si distinsero nel campo ecclesiastico ed in questo campo istesso trovarono la ragione di scendere al più modesto ufficio di grammatici. Degli altri molto spesso non si conosce neppure il nome, e di rado qualche cosa più di questo; di non pochi in mancanza di dati esterni e d’ogni speciale caratteristica interna, oggi è impossibile segnare l’età precisa. Molti scritti grammaticali, che certamente non furono pubblicati anonimi, sono giunti a noi senza nome d’autore attraverso alle copie: fattene pel volgare uso della scuola. Quelli, scritti sono in generale considerati e trattati come proprietà comune; si aggiunge, si toglie si modifica a capriccio e senza riguardo veruno; e quest’uso dura come cosa ammessa fino alle ultime epoche del medio evo. Alessandro da Villedieu (sec. XIII), nel prologo al suo glossario in versi, prega di fare aggiunte o modificazioni al suo lavoro con moderazione ed in margine; e deplora l’inconveniente che deriva dall’usare in questo troppa libertà[2]. Scopo propriamente filologico non c’è; tutti compongono per una ragione pratica. Così Cassiodoro, Isidoro, e i dotti, distinti per quel tempo, delle scuole irlandesi ed anglosassoni, Beda, Aldelmo, Clemente e gli altri; né altrimenti i numerosi autori di scritti grammaticali che provocò il movimento di resurrezione impresso da Carlomagno a questi studi; Smaragdo, Alcuino, Rabano Mauro non iscrivono di grammatica che in vista delle scuole riaperte per cura di quel principe. Né filologico è il nuovo carattere che presentano gli scritti grammaticali, influenzati nella parte teorica dalla scolastica, dal XII secolo al XV. In tanta decadenza degli studi laici il solo fare qualcosa in questo genere basta a dare un merito all’autore; non si chiede se fa bene o male, né la critica si trattiene in queste materie. Dinanzi alla povertà d’idee e di cognizioni che è patente nei più distinti, spaventa il pensare al grado che la barbarie e l’ignoranza dovea raggiungere fra il gregge più basso e più triviale degli insegnanti di mestiere.

Il livello generale delle menti è bassissimo né i maestri sono meno imbarazzati nello scegliere e nel porgere le dottrine, di quello siano gli allievi nell’intenderle è nel profittarne. Da questo imbarazzo e da questa preoccupazione nasce il continuo sminuzzare, abbreviare e rimpastare in mille maniere del vecchio materiale, «pro fratrum mediocritate», come dice umilmente il titolo di un compendio di Donato attribuito a torto ad Agostino[3]. Per molti altri esempi possono servire le seguenti caratteristiche parole che trovansi premesse ad un rimpasto di Donato che porta il nome di Beda[4]: «Il libro delle arti di Donato è stato da molti talmente guasto e corrotto, ciascuno aggiungendo liberamente ciò che gli piace o che prende da altri autori, oppure inserendovi declinazioni, coniugazioni e simili cose, che soltanto ne’ più antichi manoscritti si ritrova puro ed intatto quale l’autore l’ha pubblicato. Il che onde non si creda che anche da noi si faccia, abbiamo voluto dire qui perché sia stato posto assieme il presente scritto. Tutti coloro che di quest’arte sanno anche più di noi, ben conoscono che il prefato grammatico ha scritto la sua Ars prior per istruzione de’ fanciulli, a domande e risposte, secondo ch’egli giudicò potesse bastare agli ingegni ed agli studi del suo tempo. Siccome però noi, ed altri come noi, siamo tanto ebeti ed ottusi d’ingegno, che per lo più non sappiamo né come interrogare né come rispondere, abbiam compilato, conforme alla pochezza del nostro intendimento, questo libricciuolo non necessario per le menti più acute e più destre, utile però, a nostro credere, alle più semplici e meno pronte».

Allorché Carlomagno rinfocolava e richiamava a vita i vecchi studi latini, già di mezzo al latino, tuttavia dominante nelle scritture, si facevano strada i volgari neolatini, come già prima avean fatto i volgari di popoli non latini o non latinizzati, di stirpe celtica o germanica: ed insieme, nel grande abbassamento della cultura e di mezzo alle gigantesche lotte di popoli, eransi anche pronunziate e distinte le varie nazionalità, prima confuse nell’unità romana. Il che naturalmente rendeva più ardua l’opera dei grammatici, che dovevano ricondurre al latino menti già divenute troppo estranee ad esso; e la massima parte di costoro essendo di stirpe non latina, ed avendo già la coscienza della propria nazionalità, nel maneggiare l’antico materiale latino, sentivano e spesso anche confessavano schiettamente la propria barbarie[5], e malamente lottavano colle difficoltà da quella procedenti. Così nella farragine di quegli scritti grammaticali regna una ignoranza ed una confusione d’idee da sorprendere spesso anche i meglio preparati. Il concetto della latinità è sempre vago e rozzo e profondamente turbato dalla influenza dell’uso[6], ossia di quel latino basso ed imbarbarito che viene generalmente usato come lingua che pur vive benché di vita artificiale, e trovasi esemplato nella letteratura ecclesiastica, a cui non possono negare autorità, anche grammaticale, uomini che la forma comune del pensare rende affatto incapaci di porsi su piede esclusivamente profano[7]. Mancando quindi un criterio ben solido ed applicabile con rigorosa coerenza, tutto vacilla, e mentre tutto riposa sull’autorità, di questa stessa autorità non si ha alcuna giusta idea che ne determini e circoscriva la natura ed i limiti[8] è un continuo andar tentoni, senza lume, senza direzione, senza guida, fermandosi alla parola di qualsivoglia libro capita dinanzi, senza badare a contradizioni, incompatibilità o controsensi.

Oggi cercar la via di quelle menti in questi lavori, tentare di seguirla, è impresa disperata, è uno strazio spietato del senso comune. Chi però si è abbastanza internato in quella Babele, ed è riuscito a ben concepire la natura ed il grado di quella confusione, non si maraviglia vedendo sorgere di mezzo ad essa quella enimmatica mostruosità, ridicola e trista ad un tempo, che è il Virgilio Tolosano[9], il quale considerato rispetto a ciò che lo attornia, e sul fondo da cui si distacca, fa l’impressione di una grottesca ironia. È questo il solo grammatico del medio evo che possa realmente dirsi affatto nuovo ed originale; ma quale originalità! Idee, fatti, nomi d’autori, parole, regole, teorie tutto inventa la feconda sua fantasia, fino a distinguere dodici specie diverse di latinità ed a riferire Virgilio ai tempi del diluvio. Questo strano scrittore che pretende ad una grandissima autorità grammaticale, e perciò vuol chiamarsi Virgilio Marone, nello squallore dei tempi a cui appartiene (VI-VII sec.), rammenta quei vegetali fetidi e di brutto aspetto che nascono dallo imputridire delle foglie cadute in autunno. Dinanzi a quel fatuo, incessante fantasticare si rimane perplessi ed attoniti, e mal se ne intende lo scopo e la ragione; niuno fino ad oggi ha saputo spiegarsi questo Virgilio intieramente. Dirlo un cerretano è poco, vista la estensione del suo lavoro e il distacco completo dalle idee e dalla tradizione comune: pensare ad una satira non lo permette la natura e il tono dei suoi scritti; è facile chiamarlo un eccentrico o un mentecatto, scompiglia però non solo il non trovare in tutto il medio evo una voce che si levi contro di lui, ma il vedere anzi che più manoscritti hanno conservato i suoi lavori insieme a quelli di altri grammatici, che Beda, Clemente irlandese ed altri uomini stimati citano seriamente la sua autorità, ed il trovare nello scritto di un anonimo intitolato Hisperica famina[10] nel Polyptichum di Attone di Vercelli[11], e in più altri scritti medievali[12] una strana latinità convenzionale e misteriosa che fa ripensare a questo Virgilio, il quale senza dubbio apparisce come un caposcuola autorevole e rispettato. Son fatti questi che mostrano, in prodotti anormali e meramente patologici, il marcido stato degli studi classici del medio evo. C’è in quanto li concerne un’assenza di attenzione razionatrice, una sonnolenza morbosa, per la quale il sapere, perduti i legami logici e la tessitura teoretica che lo rendono vitale e compatto, rimane inerte nelle menti, mescolato e confuso con sogni e fantasmi d’ogni maniera.

I sommi autori della grammatica sono sempre Donato e Prisciano, e dopo di essi Carisio, Diomede e gli altri compilatori della decadenza; intorno a questi però si accumulano un numero di autorità nuove, che in fondo tutto desumono da essi e di nuovo non aggiungono che errori; il numero sopratutto degli abbreviatori, rifacitori e commentatori di Donato è veramente sorprendente. La confusione in più compilazioni grammaticali arriva al punto che, con una cecità inaudita, le fantasticherie del Virgilio grammatico sono citate di piè pari con Donato e con Prisciano[13]. La stessa irrazionale mescolanza e strana confusione si rivela nelle esemplificazioni delle dottrine grammaticali e negli autori spiegati nelle scuole. Virgilio domina sempre come prima autorità negli scritti grammaticali e come principale autore scolastico; la sua vecchia e meritata fama di gran maestro nella proprietà del dire non si perde mai[14]; ma agli antichi autori che in quest’uso venivano un tempo dopo di lui si sono aggiunti poeti e scrittori di piccol valore e anche d’infima lega, che pure sono citati quasi fossero buoni modelli dello scriver latino e grandi autorità di lingua. Prudenzio, Giuvenco, Sedulio, Avito, Prospero, Paolino, Lattanzio figurano accanto a Virgilio, Lucano, Stazio, Giovenale. E ciò comincia assai di buon’ora, come ognuno può vedere nel noto libro di Isidoro. Nel libro De dubiis nominibus, di cui i mss., più antichi risalgono al IX secolo[15] l’autore più citato dopo Virgilio è Prudenzio, poi Giuvenco e poi Varrone; quindi Paolino, Lattanzio, Sidonio ecc. Talvolta uno stesso manoscritto riunisce glosse su poeti diversissimi sott’ogni rapporto, quali per es. Virgilio e Sedulio[16]. Fra i poeti cristiani colui che godette di maggior voga e più fu letto nelle scuole è Prudenzio, il «prudentissimus Prudentius» come lo chiama Notker il Balbo[17]. Difatti, questo poeta, imitatore anch’egli di Virgilio, è realmente il più notevole fra i poeti cristiani, e l’uso che se ne fece è provato dai mss. numerosi che ce ne rimangono, fra i quali uno del VI secolo. Né soltanto i poeti e i padri cristiani sono citati nelle opere di grammatica e letti nelle scuole insieme ai classici, ma anche al testo della vulgata la pia barbarie di quei grammatici attribuisce autorità di lingua, perché «ispirato dallo Spirito Santo, più sapiente di Donato»[18].

E l’ignoranza è grandissima. Più d’uno e fra gli altri Smaragdo, prende l’Eunuchus comoedia e l’Orestis tragoedia che cita Donato, per due nomi di autori. Di greco non sanno neppure tanto da spiegare i termini più comuni della scuola, ai quali talvolta assegnano etimologie da sbalordire. Poema, secondo Remigio da Auxerre (IX sec.) vuol dire positio; emblema vuol dire habundantia[19]. Non parlo delle questioni futili, delle difficoltà immaginarie, delle bizzarre ed arbitrarie soluzioni. Nelle citazioni, spessissimo di seconda mano, non di rado un autore è citato in luogo di un altro [20]. Quanto poi la mente di questi uomini fosse altrove si vede in taluni casi, assai frequenti, nei quali applicando l’anagoge anche alla grammatica. ripensano, come fa un anonimo (IX sec.) alle persone della trinità divina a proposito delle tre persone del verbo[21] o, come fa Smaragdo, ai numeri biblici a proposito delle otto parti dei discorso[22]. Né più serio era lo studio dell’ortografia, ad onta dei molti trattati che si scrivevano su tal materia; e ciò vedesi dai tanti manoscritti nei quali si rivela evidente la pronunzia volgare e barbara del paese in cui furon copiati[23].

Qual cosa potesse essere la esposizione degli autori possiamo argomentarlo dai commenti che ci rimangono di quest’epoca. In essi la confusione, l’arbitrio e l’ignoranza si accusano anche più fortemente che nelle opere di grammatica. Anche qui lo stesso irrequieto compendiare, rifare, interpolare. Come fra i grammatici Donato, e fra i poeti Virgilio, così fra i commentatori Servio domina nelle scuole, quale satellite del grande poeta; ma la massa di note che il medio evo ha trasmesso a noi con quel nome, se in gran parte appartiene a Servio, in buona parte appartiene anche al medio evo stesso che, fino all’ultima sua fine nel XV secolo, non cessò di interpolare e di guastare quel testo. Oltre poi a Servio così interpolato, a Donato, Aspro ed agli altri commenti antichi che guasti ed interpolati egualmente, sono giunti a noi attraverso al medio evo, giacciono, in grandissima parte inediti, nelle biblioteche molti commenti di origine medievale, per lo più anonimi, su Virgilio ed altri autori. La indomabile pazienza degli odierni filologi non si è mostrata ancora abbastanza robusta per affrontare il disgustoso lavoro di cercare in questo enorme ammasso di chiose quello che potrebbe esservi di proveniente da fonti antiche. Gli scolii bernensi del nono secolo, già messi a luce dall’Hagen[24], proverebbero che qualche cosa da raccogliere potrebbe pure trovarsi. Ma in tutte quelle parti che sono opera propria del medio evo, quel che v’ha di più notevole è un’ignoranza talmente spettacolosa, che talvolta si domanderebbe se l’autore impazzi o vaneggi. Che cosa pensare di un commentatore che spiega efficiam per effigiem, imaginem?[25] o che in luogo di Quo te, Moeri, pedes legge Quot Emori pedes, e in questo trova un’allusione alle quattro zampe di una specie di velocissimo cavallo saracinesco detto Emoris?[26] Che dire di un altro che incomincia il suo commento (in latino stranamente barbaro) alle Bucoliche con queste parole: In quel tempo essendo Giulio Cesare a capo dell’impero, regnò Bruto Cassio sulle dodici pievi dei Tusci, e nacque guerra fra Cesare e Bruto Cassio, col quale trovavasi Virgilio, e Bruto fu vinto da Giulio; dopo di che Giulio fu ucciso a colpi di sgabello?[27]. In un altro commento che lessi manoscritto a Venezia i tre generi di stile dei quali tocca anche Servio in principio al suo commento, vengono così distinti: «Stile sublime è quello che tratta di alti personaggi, re, principi, baroni; ed è lo stile dell’Eneide; il mediocre stile tratta di persone di ceto medio; ed è quel delle Georgiche; lo stile basso. tratta di persone d’infima condizione, quali sono appunto i pastori, ed è perciò lo stile delle Bucoliche»[28]. V’ha un commentatore di Giovenale che pullula di spropositi incredibili messi giù con una disinvoltura maravigliosa[29]; elenco secondo lui, significa titolo di libro, e viene dal greco elcos (sic) che vuol dire sole «perché come il sole illumina il mondo così il titolo rischiara tutto lo scritto»; provincia ha significato avverbiale e vuol dire celeremente, ed inoltre significa anche provvidenza regione e patria; circenses deriva da circum enses, «perché da una parte correva il fiume, dall’altra piantavano delle spade e lì nel mezzo facevan le corse»[30]. Non si finirebbe se si volesse riferire tutto il vaniloquio ignorante di costui e di tanti e tanti altri[31]. Questo è d'uopo avvertire, che molti errori di questa gente si spiegano dall’essere divenuto già, in molti paesi, il latino estraneo all’uso comune e dall’aver prevalso i volgari. Certamente in paese dove il latino fosse parlato e familiare, o si parlasse un linguaggio neolatino, non sarebbe stato possibile prendere, come fa quello scoliasta, senza dubbio tedesco[32], di Giovenale, umbella per una specie di pietra verde, asparagus per un pesciolino od una specie di fungo. La difficoltà che nell’intendere il latino provavano già i popoli non latini o non latinizzati, vedesi anche chiaramente nella sostituzione che ha luogo fin dal settimo secolo, dei volgari celtici e teutonici al latino nelle glosse. L’uso di spiegare in latino i vocaboli degli scrittori studiati, era divenuto incomodo o meno opportuno; quindi le numerose glosse celtiche, anglosassoni o antico-alto-tedesche, oggi tanto preziose per la conoscenza e la storia di quelle lingue, che accompagnano i testi biblici, più scritti ecclesiastici, e i versi dei poeti classici e cristiani[33]. Dei poeti cristiani Prudenzio ha sempre la palma; Raumer annovera 21 mss. di questo autore corredati di glosse antico-alto-tedesche[34]. Fra i classici il più ricco di tali glosse è naturalmente Virgilio; esistono anche antichi vocabolari latino-germanici esclusivamente desunti da glosse virgiliane[35]. Questo movimento doveva avere per ultimo risultato le traduzioni in quelle lingue. Non rammenteremo qui il più antico fatto di tal genere che si presenta presso i Goti, come quello che si collega con cause e condizioni più speciali. Re Alfredo, l’Augusto degli anglosassoni, nel IX secolo traduceva in anglosassone Boezio ed il De cura Pastorali di papa Gregorio. Egli che per fare queste traduzioni aveva avuto bisogno che altri ponesse quei testi in parole più semplici ed in forma più chiara[36]. Non così attentava a tradurre Virgilio, che però anch’egli, come tutti, considerava come il padre dei poeti latini e il discepolo di Omero[37]. Non così il tedesco Notker, che nel X secolo traduceva le Bucoliche, Marziano Capella, Boezio ed altri Scrittori[38]. Questa scelta degli autori in voga coi quali Virgilio divide l’onore di queste prime traduzioni è piena di significato per la caratteristica del nome di questo poema nel medio evo.

Assai meno che la grammatica offre da dire la retorica classica. La retorica, come seconda delle sette arti, è tenuta in onore, ma essa è lungi dall’apparirci in realtà con quei colori splendidi di arte sovrana con cui la presentavano nella decadenza Ennodio, Capella ed altri. Commenti di opere antiche, rimpasti e compendi non mancano neppur qui; ma non raggiungono quel gran numero che toccano le opere grammaticali. Propriamente della retorica classica non sopravvive che lo schematismo, la terminologia, certe definizioni e singolarmente quella parte relativa ai tropi e alle figure che già da antico tempo la collegava alla grammatica, della quale diviene così come un’appendice[39]. L’oratoria cristiana ed in generale lo stile cristiano aveano natura e risorse del tutto proprie e particolari, e chi li consideri nell’essenza loro non si maraviglierà se il trattato di Alcuino sulla retorica[40] cominciando colle solite divisioni e definizioni delle parti e dei generi dell’orazione, insensibilmente sì fuorvia in definizioni che spettano alla dialettica e finisce in morale con una serie di definizioni relative alla virtù.

Dato il carattere dello stile cristiano, e le idee e i sentimenti e gli scopi degli scrittori, qui assai più che per la grammatica era ovvio e giustificabile l’uso dei libri sacri, per la esemplificazione. Ed infatti anche per la retorica ha luogo quella stessa mescolanza di autorità che abbiamo notato per la grammatica[41]; ma l’uso degli esemplari sacri non giunge realmente mai alle proporzioni che potrebbero aspettarsi e che anche qualche dottore più fervoroso vorrebbe vedere raggiunte. La grande remora sta, più che in altro, nello studio grammaticale che era connesso assai intimamente col retorico, e fissava solidamente nella tradizione antica il primo fondamento e la naturale autorità dello studio profano, ad essa richiamando quindi anche per le altre discipline. Inoltre tutto il vecchio apparato di termini, definizioni, divisioni ecc. imponeva in modo inevitabile l’autorità antica, quando l’indifferenza per questi studi non era tanta da farli dimenticare affatto, e mancava d’altro lato per essi calore ed energia sufficiente a produrre un radicale rinnovamento[42].

Come autorità in fatto di retorica, Virgilio seguitava ad averne quel tanto che gli assegnavano gli antichi trattatisti ancora letti nelle scuole e la voga sua come autore universale; però la prevalenza, fra gli altri trattatisti, di Cicerone rendeva meno frequente l’occasione di rammentare il Mantovano nelle scuole dei retori. Pur nondimeno il posto suo nella grammatica e i rapporti fra questa e la retorica, insegnate da uno stesso maestro, portavano naturalmente all’uso del suo libro anche per quest’altro studio, com’era accaduto già in epoca più antica. Gerberto, come già i retori della decadenza, credeva indispensabile al retore lo studio dei poeti per la ricerca delle locuzioni, e spiegando Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio, Orazio e Lucano introduceva alla retorica suoi alunni[43]. Quella parte del libro di Macrobio che si riferisce alle virtù retoriche di Virgilio trovasi in qualche ms. unita alla biografia del poeta attribuita a Donato[44]. Certamente di quella parte, che, come vedemmo, può considerarsi come un compendio di retorica, il medio evo fece assai uso e ad essa vanno riferite certe curiose parole che trovansi nel Fior di Retorica di Fra Guidotto, su Virgilio, come colui che in piccol volume riunì la somma di quest’arte[45].

Negli scrittori di prosa del medio evo le reminiscenze virgiliane sono frequentissime e s’incontrano in Orosio nel V secolo[46] come in Liutprando nel V[47]. Ma la retorica ebbe speciale influenza sulla poesia e, singolarmente nel primo medio evo, diede luogo a produzioni che riguardano Virgilio da vicino, delle quali dobbiamo avviarsi a parlare, rivolgendoci per poco addietro sulla via che già abbiamo percorsa. della rettorica, e più ne fece chiara dimostranza, sicché per lui possiamo dire che l’abbiamo, e conoscere la via della ragione e la etimologia dell’arte di rettorica; imperocché trasse il grande fascio in piccolo vilume e recollo in abbreviamento» Frate Guidotto, Fiore di rettorica, ap. Nannucci, Manuale ecc. II, p. 118.

 

Note
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[1] Niuno vorrà prendere sul serio le parole che Fulgenzio rivolge a Virgilio sul principio «tantum illa quaerimus levia quae mensualibus stipendiis grammatici distrahunt puerilibus auscultatibus» (p. 86 H.). È chiaro non essere questa che una iperbole colla quale l’autore vuol significare gli abbissi immensi della sapienza virgiliana e ostentare la propria modestia dinanzi al poeta.

[2] «Si quaecumqne velit lector addat seriei Non poterit libri certus sic textus haberi». Ved. Thurot, op. cit., p. 32.

[3] Ars S. Augustini pro fratrum mediocritate breviata, ap. Keil, Grammat. lat., vol. V, p. 494.

[4] Cunabula grammaticae artis Donati a Beda restituta in Bedae Opp. I, p. 2 [Migne, 90, 613]. Questo scritto non trovasi annoverato nel catalogo delle opere di Beda; cfr. Wright Biogr. brit. lit.; anglosax. period., p. 271 sgg. La introduzione che citiamo trovasi riprodotta anche senza nome d’autore nei Grammatici latini del Keil (vol. V, p. 325, il quale non pare sappia esser quella già pubblicata nelle opere di Beda.

[5] «.... et inrisione dignum arbitrabar.... romanae urbanitatis fecundia disertissimis rhetoribus, me paene de extremis Germaniae gentibus ignobili stirpe procreatum.... inter talium dissona decreta virorum ex persona iudicis disputanda iudicare». Anon., Gramm. (cod. saec. XI ap. Keil, De grammaticis quibusdam ecc., p. 26; Ekki. Hart IV nel suo De lege dictamen ornandi scrive:

     «Teutonicos mores caveas, nova nullaque ponas;

     Donati puras semper memorare figuras.»

Ved. Dümmler Zeitschrift f. deutsches Alterth., N. F., II, p. 33; «propritas autem eiusdem verbi latinis magis patet quam barbaris» ibid., p. 52 in nota. Notevole è il delicato riguardo di Gozberto (De mirac. S. Galli, Lib. II, c. 10, presso Pertz,. Mon. Germ., II, p. 22): «siquidem nomina eorum qui scribendorum testes sunt vel fuerunt, propter sui barbariem, ne latini sermonis inficiant honorem, praetermittimus». Non così Ermondo Nigello, il quale sciorina con molta disinvoltura versi del taglio seguente (Carm., I 273 sgg.):

     «Parte sua princeps Wilhelm tentoria figit

     Heripreth, Lihuthard, Bigoque, sive Bero,

     Santio, Libulfus, Hilthibreth, atque Hisimbard

     Sive alii plures quos recitare mora est».

                          [M. G. H. Poet. Car., II, p. 13].

[6] «Duplex est grammatica; nam est quaedam quae dicitur analogica et alia quae dicitur magis usualis». Vedi Thurot, op. cit., p. 211.

[7] Il vizio, occasionato da varie ragioni, di maltrattare la grammatica, era antico fra gli scrittori cristiani ed era uno dei rimproveri che faceano loro gli avversari pagani. Veggasi come, nella sua solita facchinesca maniera, difende i cristiani da questa accusa Arnobio, Adv. gent., I, 59.

[8] Notker il Balbo (IX sec.) uno dei tanti monaci di questo nome del Monastero di S. Gallo, così celebre nella storia degli studi monastici del medio evo, parlando della grammatica di Alcuino nel suo Dialogus de grammatica arriva a dire: «Albinus talem grammaticam condidit ut Donatus, Nicomachus, Dositheus et noster Priscianus in eius comparatione nihil esse videantur.» [app. Migne Ci. p. 849, in notis. Cfr. Maitre, Les ècoles épiscopales at monastiques de l’occident etc. (Paris, 1866, p. 220.)

[9] Alcuni scritti di questo autore trovansi pubblicati per la prima volta da MAI, Class. Auctores V, p. 1 sgg. Altro aggiunse Hagen, Anecdota Helvetica. p. 189 sgg. Una edizione intiera di quanto esiste di lui fu data da I. Huemer, Virgilii Mar. gramm. opera. Lips. (Teubner) 1886 a complemento e correzione della quale ved. Th. Stancl, Virgiliana, München, 1891 (e Wochenschr. f. class. Philol., 1890, n. 2931), M. Hertz. De Virg. Mar. gramm. epitomar. cod. Ambianensi, Vratisl. (Ind. schol.) 1888. Intorno a questo Virgilio, oltre a quanto nota il Mai, e poi l’Hagen (v. anche Jahrbb. f. Philol. 1869, LX, p. 732 sgg.), veggansi Osann, Beitr. z. gr. u. röm. Litteraturgesch. II, p. 131 sgg.; Quicherat, Fragm. inéd. de littérat. Latine in Bibl. de l’ècole des chartes II, p. 130 sgg.; Wuttke, Die Aechteit des Auszugs aus der Kosmographia des Aithikos, p. 49; Ozanam, La civilization chrétienne chez les Francs, p. 420 sgg.; Haase, De medii aevi studiis philologieis, p. 8; Keil, De grammat. quibusd. inf. aet., p. 5; Eknault, De Virg. Mar. gramm. Tolos. Paris, 1886.

[10] Pubbl. dal Mai, Class. Auctores, vol. V, p. 479 sgg. e poi da I. M. Stowasser. Wien, 1887; Jenkinson, Cambr., 1908.

[11] Pubbl. dal Mai, Scriptorum vett. nova collectio, vol. VI, 43 sgg.; [Migne; 134, 859 sgg.]

[12] Ved. Stowasser, Stolones latini. Wien, 1889.

[13] Veggasi come esempio principale la grammatica anonima contenuta in un cod. del X sec. e pubblicata da Hagen, Anecdota Helvetica, p. 62 sgg.

[14] «Latinae quoque scientiae valde potatus rivulis, etiam proprietate partium aliquis eo melius nequaquam usus est post Virgilium». Faricius, Vit. Aldelmi, fol. 140 vso [Migne, 89, 66]

[15] Gramm. Lat. ed. Keil, vol. V, p. 567 sgg.

[16] Gloss. in Vergilium et Sedulium, MS. del sec. IX della bibl. di Laon; ved. Catologue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ. vol. I, p. 250.

[17] «Si vero etiam metra requisieris, non sunt tibi necessariae gentilium fabulae, sed hahes in christianitate prudentissimum Prudentium de Mundi exordio, de Martyribus, de Laudibus Dei, de Patribus novi et veteris Testamenti dulcissime modulantem» a. Notker Balbulus, De interpretibus divinar. scripturar. e. 7 ap. [Migne, 131, 1000].

[18] «In his omnibus Donatum non sequimur, quia fortiorem in Divinis Scripturis auctoritatem tenemus». Smaragd. ap. Thurot, op. cit., p. 81: «de scala et scopa et quadriga Donatum et eos qui semper illa dixerunt pluralia non sequimur, quia singularia ea ab Spiritu Sancto cognovimus dictata». Id. Ibid.

[19] Veggasi l’opera citata del Thurot (p. 65 sgg.) che è preziosa per la conoscenza dei grammatici del medio evo.

[20] Ved. alcuni esempi presso Keil, De grammaticis quibusd. lat. inf. aet., p. 16.

[21] «Personae autem verbis accidunt tres. Quod credo divinitus esse inspiratum, ut quod in Trinitatis fide credimus in eloquiis inesse videatur» Anon., MS. saec. IX ap. Thurot, op. cit., p. 65

[22] «Multi plures multi vero pauciores partes esse dixerunt. Modo autem octo universalis tenet ecclesia; quod divinitus inspiratum esse non dubito. Quia enim per notitiam latinitatis maxime ad cognitionem electi veniunt Trinitatie, et ea. duce regia gradientes itinera festinant ad superam tenduntque beatitudinis patriam neccesse. fuit ut tali calculo latinitatis compleretur oratio. Octavus etenim numerus frequenter in divinis Scripturis sacratus invenitur». Smaragd. ap. Thurot, op. cit., p. 65

[23] Cf. Schuchardt, Der Vokalismus des Vulgärlateins I, p. 17 sgg. e passim. Notevoli per la pronunzia barbara locale che rappresentano sono alcuni MSS. della biblioteca del Seminario di Autun, anteriori a Carlomagno, i quali trovano raffronto, da questo aspetto, nelle iscrizioni di Autun; cf. Catal. général des MSS. des bibl. publ. des depart. I, p. 15 sgg. n. 20, 21, 23, 24, 27, 107.

Anche in fatto di ortografia l’idea religiosa trova modo di pronunziarsi; Hildemaro (IX sec.) nel suo commento alla Regula S. Benedicti osserva: «sunt multi qui distinguunt voluntatem per n attinere ad Deum, et voluntatem per m ad hominem, voluptatem vero per p ad diabolum» [ed. Mittermüller, Regensbg 1880]. V. Schuchardt, op. cit., p. 4 sg.

[24] Scholia bernensia ad Vergili Georgica atque Bucolica ed. Herm. Hagen. Lips., Teubner, 1867 (Estratto dai supplem. ai Jahrbb. f. Philol. ); ved. p. 696 sgg.

[25] Ad Ecl. III, V 51. Efficiam pro «effigiem, imaginem» Scholl. Bern. p. 769.

[26] Ad Ecl. IX, I: «alii dicunt: Emoris, equus velocissimus Saracenorum, quem interdum accipi potest: Quot Emori pedes, idest, utinam quatuor ut me in urbem cito veherent ad accusandum Cladium (sic)», Scholl. Bern., p. 827.

[27] Ved. Catalogue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ. vol. I, p. 428. Cfr. H. AASE, De medii aevi studiis philologicis (p. 7), e la pubblicazione fattane da Boucherie, Fragment d’un commentaire sur Virgile, Montpellier (Soc. pour l’étude des langues. romanes) 1875.

[28] «Stilus in hoc opere est sublimis.... nam est monendum quod triplex est stilus, scilicet sublimis mediocris et infimus. Sublimis stilus est qui tractat de sublimibus sive maximis personis et regibus, principibus et baronis, et hic stilus in Aeneida servatur; mediocris stilus est qui de mediocribus personis tractat, et servatur in libro Georgicorum; infimus stilus vel humilis.... est qui tractat de infimis personis, et quia pastores sunt inferiores personae hic stilus in libro Bucolicorum servatur». Comment. in Verg. Aeneid.; cod. (saec. XV) bibl. S. Marci, lat. class. XIII, n. 61, col. 6. V.

[29] Riferiti da C. F. Hermann, De scholiorum ad Juvenalem genere deteriore, Gotting. 1849, p. 4 sgg.

[30] Questa etimologia di circenses trovasi anche in Isidoro, Etym. XXVIII, 27 [ed. Lindsay, 1911] e in Cassiodoro, Variar., III, 51 [M. G. H. AA., 12 [1894], p. 106].

[31] Cfr. per altri svarioni simili Wagner, De Junio Philargyrio p. II, p. 11, 13, 17, 19 sgg.

[32] Ved. Hermann, op. cit, p. 4.

[33] Il libro più spesso glossato in anglosassone è il trattato di Aldelmo, De Laude virginitatis pieno di grecismi e scritto per le donne, oltre a questo i vangeli, i salmi e le poesie di Prudenzio, Prospero, Sedulio; Ved. Wright, Biogr. Brit. Lit.; Anglo. Saxon period, p. 51.

[34] Die Einwirkung des Christenthums auf die althochdeutsche Sprache, p. 104 sgg.; cf. p. 222.

[35] Sulle glosse tedesche Virgiliane veggansi Wackernagel in Haupt’s Zeitschrift für deutsches., Alterth. V, p. 327; Steinmeyer, De glossis quibusdam Vergilianis, Berolini, 1869; e dello stesso autore Die deutschen Virgilglossen, in Haupt’s Zeitschrift etc.(N. F.) vol. III, 1872, p. I sgg. – Alcune glosse celtiche pubbl. da Hagen, Scholl. Bern, p. 691 sgg.

[36] «libros Boethii.... planioribus verbis enodavit (episc. Asser) (.... illis diebus labore necessario, hodie ridiculo. Sed enim iussu regis factum est ut levius ab eodem in anglicum transferrentur, sermonem) [desunt ap. Stubbs]; Wilh Malmesb., II, c. 122 [rec. Stubbs, Lond. 1887]

[37] «theah Omerus se goda sceop, the mid Crecum selest waes; se waes Firgilies lareow, se Firgilius waes mid Laedenwarum selest». «Omero, il buon poeta, che fu il migliore fra i greci; ei fu maestro a Virgilio; questo Virgilio fu il migliore fra i latini» Alfred’s Boethius, ed. Cardale, p. 327; Wright, Biogr. britann. lit.; Anglo. sax. period., p. 56.

[38] Sulle antiche traduz. in alto tedesco antico veggasi Raumer, Die Einwirkung des Christenthums etc. cap. 2 passim.

[39] Essa è una parte della «scientia sermocinalis» che abbraccia tutte le discipline del trivio, dividendosi in logica, retorica e grammatica, secondo che si occupi del ragionare, del commuovere, del significare. Sui rapporti della retorica colla grammatica nel medio evo e singolarmente al tempo della scolastica, offre un numero cospicuo di notizie il Thurot nell’op. cit. 470 sgg. Sugli studi grammaticali e retorici nelle scuole medievali ved. anche l’istruttivo cap 4° (der Unterricht in den sieben freien Künsten) di Specht, Geschichte des Unterrichtswesens in Deutschland, p. 81 sgg.

[40] Disputatio de rhetorica et de virtutibus, sapientissimi regis Karli et Albini Magistri; ristampato più recentemente da Halm nei Rhetores latini minores, II, p. 523 sgg.

[41] «Cognoscite ergo, magistri saecularium litterarum, hinc (ex Scriptura scilicet) schemata, hinc diversi generis argumenta, hinc definitiones, hinc disciplinarum omnium profluxisse doctrinas, quando in his litteris posita cognoscitis quae ante scholas vestras longe prius dicta fuisse sentitis». De scematib. et tropis apud Cassiodor. (Introd.), in Cassiod. op. (Migne 70, p. 1270). Cfr. anche il luogo di Beda già citato a p. 107.

[42] In un trattato di retorica, proveniente dalla scuola sangallense e contenuto in un cod. del sec. XI, leggonsi le seguenti parole notevoli per certa loro serena mestizia, e per l’idea assai giusta che offrono delle povere condizioni di quello studio nel medio evo: «Olim disparuit, cuius facies depingenda est, et quae nostram excedit memoriam; eam qualis erat formare difficile est, quia multi dies sunt ex quo desivit esse. Oporteret eam immortalem esse, cuius amore languent ita homines, ut abstractam tam diu et mundo mortuarm resurgere velint. Ubi Cato, ubi Cicero, domestici eius? nam si illi redirent ab inferis, haec illis ad usum sermonis famularetur, sine qua nihil eis certum constabat, quod ventilandum esset pro rostris. Quid autem est quod in suam non redigatur originem? Naturalis eloquentia viguit, quousque ei per doctrinam filia successit artificialis, quae deinde rhetorica dicta est. Haec post. quam antiquitate temporis extincta est, illa iterum revixit; unde hodieque plurimos cernimus qui in causis solo naturali instinctu ita sermone callent, ut quae velint quibuslibet facile suadeant, nec tamen regulam doctrinae ullam requirant». Pubbl. da Docen nei Beiträge zur Geschichte und Literatur di Aretin, VII, p. 283 sgg. Cfr. il testo della retorica sangallense pubblic. da Wackernagel in Zeitschr. f. deutsches Alterthum IV, p. 463478. Curiosa per la bizzarra sua originalità ed importante per la conoscenza degli studi di retorica in Italia nel sec. XI è la Rhetorimachia di Anselmo, pubblicata da Dummler (Anselm der Paripatetiker, Halle, 1872); cfr. Gaspary, Gesch. d. ital. Lit., I, p. 24 sgg.

[43] «Cum ad rhetoricam suos provehere vellet, id sibi suspectum erat, quod sine locutionem modis, quis in poetis. discendi sunt, ad oratoriam artem ante perveniri non queat. Poetas igitur adhibuit, quibus assuescendos arbitrabatur. Legit itaque ac docuit Maronem et Statium Terentiumque poetas, Iuvenalem quoque ac Persium Horatiumque satiricos, Lucanum etiam historiographum. Quibus assuefactos locutionumque modis compositos, ad rhetoricam transduxit». Richeri, Hist., lib. III, 47 [M. G. H. Script. rer. Germ. in us. schol. ed. 2°, Waitz, 1877 ]

[44] Così in un MS. della Bibl. Nazionale di Firenze copiato da Pier Cennini.

[45] «e.... e come contaremo per lo ’nnanzi del versificato the fece il grande poeta Virgilio nel tempo che fu Attaviano imperadore Augusto, figliuolo adottivo di Giulio Cesare; nell’imperio della sua dignitade nacque Cristo glorioso salvatore del mondo: il quale Virgilio si trasse tutto il costrutto dello intendimento

[46] Cfr. Mörner. De Oros. vit., p. 117 sg.

[47] Cfr. Köpke, Vit. Liudprand., p. 138.

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Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2004